"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)
Fini: né tattica né strategia
di Senator
Fin dai
prossimi giorni sarà possibile capire se l’azione di Fini, di
contestazione del premier e della maggioranza, su temi significativi
del modello di governo Berlusconi, dall’uso continuo dei decreti
legge ai maxiemendamenti che espropriano il Parlamento del suo ruolo
principe di legislatore, il ricorso reiterato al voto di fiducia
nonostante la consistenza della maggioranza, corrisponda ad una
strategia o non abbia espresso piuttosto azioni avulse da una
visione complessiva dello scenario politico.
Gianfranco
Fini indubbiamente ha condotto una battaglia nella quale crede, che
corrisponde alla sua storia, alla storia di quella parte dello
schieramento politico che si è tradizionalmente collocata a destra,
indipendentemente dalla autenticità della matrice culturale e dai
riferimenti ideali al pensiero tradizionale della destra italiana.
È uscito
allo scoperto dopo aver inghiottito tanti rospi nella legislatura
2001-2006, quella dell’“Occasione mancata”, quando ha occupato a
Palazzo Chigi la poltrona di Vicepresidente del Consiglio a lungo
senza deleghe per trasferirsi poi alla Farnesina, una bella ma
inutile vetrina per un leader di partito con “ulteriori” ambizioni.
Insomma in quegli anni ha sprecato occasioni e dissipato un
patrimonio di valori, quelli cristiani innanzitutto dei quali si era
detto difensore nella sede della Convenzione europea, quando aveva
rivendicato le “radici cristiane” dell’Europa, da mettere nel
preambolo della Costituzione.
In quegli
anni Berlusconi si deve essere fatto l’idea che Fini sia un
personaggio politicamente innocuo. Immagine accattivante, buon
parlatore, garbato (quando vuole) contraddittore nelle tavole
rotonde, interventi televisivi, un’immagine di successo. Anche se di
poco contenuto, al di là del ricorrente richiamo alla Patria “terra
dei padri”.
Abilissimo nel
captare ciò che vuole la gente che lo ascolta che inevitabilmente
soddisfa nell’immediato, tranne poi a chiedersi cosa abbia detto,
Fini appare uomo più versato nell’intervento tempestivo su temi che
lo possono tenere sulle prime pagine dei giornali uno o due giorni.
È tattica? È lecito dubitarne, dal momento che per un uomo politico
con evidenti ambizioni di leadership nazionale ogni intervento
dovrebbe essere collocato in una visione più ampia rispetto
all’iniziativa del giorno. Cioè ogni iniziativa, grande o piccola,
dovrebbe essere parte di una strategia, un tassello di un mosaico
dai colori certi. Nel senso che la tattica non è, e non può essere,
avulsa da un contesto più ampio. La tattica senza strategia è fine a
se stessa, non è neppure tattica è solo un’incursione corsara nel
mondo politico.
Ora Fini, al
quale tutti abbiamo dato credito per le sue iniziative di richiamo
alle regole della democrazia parlamentare, quelle che disturbano
molto il Cavaliere-imprenditore, non appare dotato di una visione
strategica della politica italiana, ad oggi dominata dalla figura di
Silvio Berlusconi. Un uomo che piace a molti, troppi italiani perché
anticomunista, ricco e donnaiolo, al quale si perdonano perfino le
marachelle che hanno interessato la magistratura. In fin dei conti
appare agli occhi della gente un “dritto”, che si fa gli interessi
propri e che molti sperano si ricordi anche di quelli degli
italiani.
Fini, che ha
ritenuto Mussolini il più grande politico del secolo scorso forse ha
pensato che l’appeal di Berlusconi, come quello del Duce, sia tutto
sommato fragile in un Paese dove lo sport più diffuso è quello del
salto sul carro del vincitore. Sicché gli italiani, in camicia nera
fino al 25 luglio 1943, l’hanno cambiata in rossa o bianca il giorno
dopo. Gli “ante marcia” (su Roma) si sono presto riconvertiti in
antifascisti “da sempre”.
Così Fini
deve aver fiutato che la stella di Berlusconi è destinata a breve a
tramontare, vuoi per l’età del premier e per le ricorrenti
preoccupazioni di salute, vuoi per le dure misure economiche assunte
dal governo in una realtà che fino al giorno prima era stata
definita virtuosa, tanto che la crisi era passata. Un annuncio che è
stato dato dal premier di tanto in tanto, fino alla vigilia del
decreto legge anticrisi, ed al quale gli italiani sono sempre meno
disposti a credere.
Che farà adesso
Fini, sfiduciato da Berlusconi in un percorso politico senza
ritorno?
Gli scenari
possibili sono quelli di un governo che va avanti ansimando, con
l’incubo dell’agguato parlamentare che la pattuglia dei finiani
certamente si appresterà a preparare. In queste condizioni il
Cavaliere potrebbe essere indotto a provocare una crisi per andare
ad elezioni anticipate, una scelta, tuttavia, pericolosa perché
potrebbe limare ulteriormente l’attuale maggioranza e restituirgli
numeri, alla Camera ed al Senato, molto risicati, da Governo Prodi,
con l’effetto di una pratica ingovernabilità.
Il Cavaliere
potrebbe anche scegliere la strada di favorire un esecutivo tecnico
in vista di elezioni ad un anno, nel corso del quale potrebbe
ricompattare le fila dei suoi. Scelta, tuttavia, pericolosa per chi
ha costruito un partito e gruppi parlamentari formati da dipendenti,
amici, amici degli amici, senza esperienza politica, personaggi
spesso velleitari e disinvolti, facili ad interessare la
magistratura.
Indubbiamente a stare peggio è il Cavaliere, assediato, più che dai
giudici, da quella pletora di mezze figure che ha messo in campo,
molte delle quali ha costretto ad improbabili difese
dell’indifendibile. Non parlo del patetico Bondi, ma di parlamentari
come Maurizio Lupi, costretto a deprimenti maratone televisive ed a
poco dignitose difese d’ufficio della politica del governo e della
maggioranza.
Non è facile
immaginare gli scenari futuri. La storia insegna che può accadere di
tutto, ad esempio che i moderati possano trovare un leader nuovo,
capace di restituire dignità alla politica italiana e fiducia a
questo Paese che ha avuto al vertice delle istituzioni personaggi di
elevato senso civico e i grande capacità di governo. Nel momento in
cui ricordiamo i centocinquant’anni della storia dell’Italia unita
guardando indietro a chi si è auto qualificato il miglior Presidente
del Consiglio della storia d’Italia ne troviamo di molti altri dai
quali si può imparare se non altro il rispetto della legalità e
l’attenzione per le aspettative dei cittadini.
30 luglio 2010
Fini verso la disfatta?
di Senator
La vignetta
di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi è spietata. Una
pattumiera il cui coperchio, non completamente chiuso, lascia
intravedere materiale vario con in bella mostra una foto di Fini. Il
titolo "Finì", non è nuovo e immagina un possibile scenario,
l'uscita dalla scena politica dell'ex leader di AN, a
conclusione della querelle che l'oppone al Cavaliere, sul
merito e sul metodo dell’azione politica del Popolo della Libertà.
A Silvio
Berlusconi che, scrive l’ANSA, “mette nero su bianco una dura
censura politica contro Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi” il
Presidente della Camera lancia, in limine, un ramoscello
d'ulivo, un invito alla tregua con l’auspicio di poter confermare,
insieme al Cavaliere, l'impegno con gli elettori, senza inutili
''mattanze”.
Forse siamo fuori
tempo massimo. La tregua, se non la pace, sono possibili e
gioverebbero al solo Berlusconi, che ne trarrebbe il vantaggio di
dimostrare che Fini è venuto a Canossa, che il giovanotto
indisciplinato ed effervescente ha, in fine, riconosciuto la sua
leadership e torna ad allinearsi, come ha fatto sempre negli anni
passati, magari sacrificando qualcuno dei suoi più indisciplinati e
riottosi, da Bocchino a Granata, che avevano dimostrato di essere
più realisti del re, o meglio più presidenzialisti del presidente,
considerata la fede repubblicana dell’ex leader di AN.
''Qui sto e
qui resto”, dice Fini. E rivendica il ruolo di cofondatore del
partito, dimenticando che all’annuncio della sua costituzione aveva
detto “siamo alle comiche finali”. Una mossa allora sbagliata, come
ha scritto questo giornale, se subito dopo è entrato a farne parte.
La pace con
il Cavaliere è la fine politica di Fini che ha condotto nei mesi
scorsi una guerra corsara contro Berlusconi e i berluscones,
evidentemente senza avere una strategia politica precisa. Solo
tattica, come da abitudine, che non gli consente oggi un agevole
riposizionamento nel Pdl, mentre gli preclude ogni rapporto con le
varie anime del centro e della sinistra moderata e riformista che
sembrava aver curato nei mesi scorsi e che potevano accompagnare una
crescita politica tra gli schieramenti, facilitata dalla posizione
istituzionale rivestita.
Perché se
Fini avesse voluto, invece, operare nel partito, anche in vista
della successione a Berlusconi, avrebbe dovuto scegliere la strada,
che avevamo indicato all’indomani delle elezioni, di assumere una
posizione forte nel governo, per essere, oltre che confondatore del
partito, cogestore dell’esecutivo, con un ruolo di primo piano, non
la vetrina sbiadita degli esteri, scelta nella passata legislatura
per soddisfare la vanità dell’apparire che tanto gli piace, ma un
ministero-che-conta, l’interno, l’economia, la difesa, dove
scaldarsi i muscoli per proseguire nella scalata verso Palazzo Chigi
o il Quirinale.
Soprattutto
la Difesa, che ha preferito assegnare al modestissimo La Russa,
avrebbe dato all’ex leader di AN. quella visibilità internazionale
che gli serve, insieme alla possibilità di spargere semi politici
virtuosi sul territorio nazionale che può visitare quotidianamente,
tra un comando dei Carabinieri, un aeroporto e una base della
Marina. Una posizione politica di tutti rispetto, considerato che la
Difesa concorre all’ordine pubblico attraverso i Carabinieri e
partecipa ai grandi progetti della tecnologia più avanzata
nell’informatica e nella meccanica in collegamento con la migliore
industria tecnologica del Paese.
Ha
preferito, invece, assumere la terza carica dello Stato, credendo di
crescere politicamente per le giuste battaglie sull’abuso dei
decreti legge e dei voti di fiducia, senza pensare che quanto
cresceva nell’apprezzamento di chi ha senso dello Stato altrettanto
scendeva nella considerazione del Cavaliere che, quanto a senso
delle istituzioni, è prossimo allo zero.
Un calcolo
sbagliato, quello dell’ex leader di AN, che non si capisce da chi
sia consigliato in queste scelte che non tengono conto della realtà
della politica italiana e del ruolo del Cavaliere, vero
padre-padrone del partito che fa a lui esclusivo riferimento.
Di fronte
alla scelta, se rimanere fuori come Casini o intrupparsi nel nuovo
partito, Fini ha scelto l’unica strada per lui possibile, ormai
senza partito e senza gregari, ma l’ha fatto nel peggiore dei modi,
pensando di poter fare il corsaro della politica con incursioni su
temi sensibili, non solo alla gente ma anche al Cavaliere, che li
considera cosa sua e non tollera censure.
Arriviamo al
dunque, ad uno scenario che in ogni caso vedrà Fini ridimensionato
se non umiliato dallo strapotere del Cavaliere che sperava di
erodere da Montecitorio mentre avrebbe dovuto costruire una sorta di
diarchia di fatto che, se avesse avuto buoni consiglieri, lo avrebbe
portato ad essere oggi una riserva affidabile della Repubblica.
Una buona
dose di presunzione e scarse letture di politica e storia lo
costringono oggi in un cul de scac dal quale sarà arduo
emergere.
29 luglio 2010
Il malessere nel Pdl
Se il dissenso viene demonizzato
di Senator
“Stupisce che un partito che porta la “libertà” nel suo nome si
esprima con tanta disinvoltura con il linguaggio dell’espulsione,
della radiazione, dell’epurazione. Il partito che caccia via chi
dissente è leninista, non liberale”. Le parole con le quali
Pierluigi Battista ha avviato la sua riflessione su “Dissenso e
probiviri”, ieri l’altro, sul Corriere della Sera, delinea in
modo non equivoco la situazione nel Popolo della Libertà
mentre cresce la tensione intorno alle vicende di corruzione e di
malamministrazione che il leader non riesce ad affrontare ma deve
subire, come nei casi dei Ministri Scajola e Brancher, condannato
stasera dal Tribunale, e del Coordinatore Verdini. D’altra parte per
un Ministro, Fitto, è stato richiesto l’arresto e in giro per
l’Italia esponenti vari del partito di maggioranza sono inquisiti o
sospettati di aver approfittato delle cariche pubbliche a fini
privati, personali o di amici e parenti. Con la conseguenza che,
agli occhi degli italiani, gran parte della classe politica appare
come una consorteria di affaristi, di persone che hanno perseguito
cariche per fare affari o per farli fare impunemente, in un’orgia di
conflitti d’interesse paurosa.
È un’immagine della classe dirigente al governo che danneggia le
tante persone perbene che sono scese in politica per perseguire
obiettivi di interesse generale, che s’impegnano quotidianamente per
il bene comune, seriamente.
Non giova all’immagine della classe politica neppure la polemica
alimentata dal premier contro le correnti, definite sbrigativamente
“metastasi” della democrazia.
La presenza di gruppi organizzati all’interno dei partiti, spesso
con proprie sedi e pubblicazioni, è stata sempre guardata con
sfavore dai capi dei partiti che vi hanno visto una limitazione del
loro potere, realtà con le quali fare i conti per continuare a
gestire le scelte elettorali e di governo.
È chiaro che in un sistema politico che ha eliminato il voto di
preferenza, dove deputati e senatori sono, in realtà, nominati e non
eletti, in dipendenza dalla particolare posizione nella quale sono
collocati nell’ambito della lista ad iniziativa dei segretari di
partito è evidente che la nascita di una corrente è considerata con
grande sfavore, come elemento di disunione che il leader carismatico
non può tollerare.
Ecco, allora, il tentativo di mettere al bando questo o quello che
prende iniziative autonome, attiva un dibattito, magari polemico,
per affermare una posizione culturale diversa. Così a destra ed a
sinistra si cerca di zittire chi dissente. È stato così per Paola
Binetti nel Partito Democratico, quando fece mancare il suo voto
alla norma sull’omofobia, tocca adesso al “finiano” Fabio Granata,
reo di un vero e proprio “delitto d’opinione”, una tesi controversa,
certamente discutibile per la quale rischia il deferimento ai
probiviri del partito, secondo l’iniziativa assunta da alcuni
“colleghi” che non hanno gradito i dubbi manifestati dal
parlamentare sulla sincerità di alcune iniziative di lotta alla
mafia.
È pericoloso cercare di tappare la bocca a chi non è perfettamente
allineato, un segnale illiberale che potrebbe imbarbarire la vita
politica all’interno di partiti nei quali dovrebbe essere assicurato
il più ampio confronto, con il limite dell’ingiuria personale e
della diffamazione politica o dell’intelligenza con l’avversario
politico per far franare una iniziativa politica.
Non ci piacciono i giudizi sommari, non sono degni del pluralismo
che ha sempre caratterizzato la vita politica italiana, che può aver
limitato la governabilità del Paese, ma ha certamente arricchito il
dibattito politico. La governabilità, la stabilità della maggioranza
si perseguono con altri mezzi, con una legge elettorale che assicuri
una rappresentanza parlamentare solida al partito o alla coalizione
che ottiene il maggior consenso elettorale e con un sistema di pesi
e contrappesi che diano rilievo al ruolo delle istituzioni. “Ci si
comporta come una fortezza assediata dove il nemico più insidioso è
quello “interno” – ha scritto Battista -, additato come il
principale responsabile delle difficoltà in cui versa il partito (e
il governo). La sindrome dell’accerchiamento trascina sempre con sé
l’invocazione del giro di vite, l’illusione che una stretta
repressiva abbia un valore pedagogico e scongiuri la diffusione del
dissenso”. Considerato che è proprio dei movimenti di grandi
dimensioni presentare una varietà di interpretazioni delle esigenze
della società, avendo un saldo ancoraggio su alcuni principi di
fondo. Purtroppo né il Pdl né il Pd hanno una base ideologica forte,
principi etici e giuridici largamente condivisi. In entrambi i casi
quei partiti sono nati da aggregazioni occasionali o occasionate di
persone e gruppi con storie diverse, spesso distanti anni luce, come
i socialisti, i liberali e gli ex Dc aggregati da Berlusconi, i
paleo e i post comunisti, i cattolici “di sinistra” ed i radicali
messi in campo da Veltroni alla ricerca di un “nuovo” partito che
non è mai nato.
Traballa la maggioranza quando Fini richiama i valori della legalità
e dello Stato di diritto, sbanda il Partito Democratico per il quale
l’antiberlusconismo non è più un collante sufficiente per fare
opposizione. Cioè per presentare agli italiani un programma di
governo alternativo. È una regola della democrazia che non abbiamo
ancora imparato e che appare sempre più lontana, tra un Berlusconi
che continua a ritenersi “prestato” alla politica ed un politico,
Bersani, che non riesce ad apparire un credibile futuro Presidente
del Consiglio, leader di quel Governo ombra che da sempre anima il
dibattito politico al di là della Manica dove, dobbiamo dirlo, è
nata e prospera la democrazia liberale, della quale il Cavaliere si
riempie la bocca, sempre meno disponibile ad ascoltare la voce di
chi dissente, anche, e soprattutto, se è la terza carica dello
Stato.
28 luglio 2010
Un magistero "di
persuasione"
L'intervento del Capo
dello Stato: ragionevole ottimismo
di Salvatore Sfrecola
L'intervento del Presidente della Repubblica alla cerimonia
dell'omaggio del ventaglio da parte della
stampa parlamentare è di quelli che continueranno a
suggerire commenti. Per cui torno anch'io, non per
sottolineare ancora il ruolo di garante dell'equilibrio tra
i poteri e di espressione viva dell'unità e della continuità
nazionale, di cui ho già detto. Il discorso del Presidente
Napolitano, che non ha trascurato nessuno dei temi in
discussione (il ddl sulle intercettazioni e la manovra
anticrisi) e dei problemi aperti (le nomine del nuovo
Ministro dello sviluppo economico, del Presidente della
Consob, dei membri laici del Consiglio Superiore della
Magistratura) si caratterizza soprattutto, e nonostante tutto,
per una vena ben evidenziata di ottimismo. Non di quello di
maniera che abbiamo sentito profondere a piene mani nei mesi scorsi,
come se fosse bastato da solo a condizionare l'andamento
della crisi economica. Il Capo dello Stato ha tratto lo
spunto da alcune recenti intese politiche, come quella sugli
emendamenti al ddl sulle intercettazioni all'esame della
Camera, per trarne buoni auspici perché il confronto tra
maggioranza ed opposizione si avvii su un percorso
costruttivo, nell'interesse del Paese.
Inoltre, mentre emergono, quasi quotidianamente, fatti di
corruzione che coinvolgono politici ed esponenti delle
amministrazioni, Napolitano non esita a manifestare la convinzione
che l'Italia disponga "di
validi anticorpi: in primo luogo la capacità di reazione
morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi
costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi
ispirate a quei principi e affidati alla preziosa azione
della magistratura e delle forze dell'ordine".
La fiducia nelle istituzioni è rassicurante e largamente
condivisa, come ha rivelato una recente indagine di Renato
Mannheimer, sulla quale abbiamo svolto qualche
considerazione. A cominciare dal fatto che, evidentemente non a caso,
in testa alla graduatoria delle istituzioni nelle quali
maggiormente ripongono fiducia gli italiani c'è proprio il
Capo dello Stato, a battersela con Carabinieri e Forze
Armate. Un dato che non può essere ignorato e che dice di un
popolo che crede nella legalità, che è virtù la quale non ha
colore politico, non è di destra o di sinistra, dacché ci
sono politici onesti e rispettosi delle leggi ed altri che
le aggirano. E questa deve essere la distinzione che conta.
Il richiamo del Capo dello Stato alla legalità pubblica e
privata non è mera espressione retorica cui, del resto,
Napolitano ha dimostrato di non indulgere mai. Ha
voluto, infatti, ribadire il suo ruolo, quello del quale ho
costantemente sottolineato l'importanza, un ruolo "di
persuasione" che proviene dall'osservazione dei fatti,
nell'ottica della Costituzione e dei suoi principi, di quella funzione di
impulso, iniziativa ed influenza, in una parola di
moderazione necessaria per il buon funzionamento di
una democrazia parlamentare.
Immaginiamo per un attimo un Presidente della
Repubblica eletto dal popolo e titolare di poteri di
governo. Ci sarebbe di che preoccuparsi per il futuro
della democrazia! La governabilità non passa per il potere
assoluto di un uomo o di un partito che assuma l'investitura
popolare come fonte unica del suo governo. Un tema sul
quale torneremo. Sempre Costituzione alla mano.
24 luglio 2010
Il ruolo
imprescindibile del Capo dello Stato
Napolitano a tutto campo,
con equilibrio e determinazione
di Salvatore Sfrecola
Lo abbiamo detto più volte. Le “esternazioni” del Capo dello Stato,
sempre misurate e rispettose della diversità delle opinioni
politiche manifestate da maggioranza ed opposizione, sono la
migliore dimostrazione dell’importanza del ruolo che la Costituzione
ha attribuito al Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento.
Una forma di governo parlamentare che si basa su un delicato
equilibrio di pesi e contrappesi per impedire la concentrazione di
poteri in un unico organo, perché la stabilità della maggioranza non
vada a detrimento della tutela della minoranza e dei suoi poteri di
controllo, nella prospettiva di una possibile alternanza al potere.
Uno scenario complesso, dunque, che impone l'esistenza di funzioni
neutrali, più esattamente arbitrali, come quelle affidate al Capo
dello Stato, cui compete un controllo di costituzionalità dei
provvedimenti del Governo ed un limitato ma significativo potere di
rinvio delle leggi votate dal Parlamento perché si pronunci
nuovamente sugli aspetti che hanno destato le perplessità
costituzionali del Presidente.
Anche la nomina del Presidente del Consiglio corrisponde ad un
potere sostanziale che si basa sui risultati delle elezioni
parlamentari, in rapporto alla maggioranza uscita dalle urne o, in
caso di pluralità di partiti politici ed in assenza di una
coalizione che sia
maggioranza, di una ragionevole percezione della situazione politica
parlamentare.
In una Repubblica federale, quale risulta dalla riforma del 2001, il
ruolo del Capo dello Stato è ancora più importante perché ha il
compito di rappresentare la
comunità nazionale nella varietà delle espressioni regionali e
localistiche. Ciò che Napolitano fa egregiamente, anche in occasione
delle sue visite in giro per il Paese.
Questi richiami al ruolo del Capo dello Stato come delineato in
Costituzione
dovrebbero far riflettere i fans del presidenzialismo o del
semipresidenzialismo variamente aggettivato, un sistema politico
istituzionale nel quale sarebbe impossibile una voce autonoma, che
richiami certi valori, ad esempio l'importanza del dialogo
parlamentare e della funzione di controllo dell'opposizione, che
troppo spesso in Italia si tenta di demonizzare, contemporaneamente
segnalando le preoccupazioni e le speranze dell’opinione pubblica,
in particolare delle famiglie e dei giovani ai quali la politica
dovrebbe prestare maggiore attenzione perché in essi sta il futuro
del Paese. Può sembrare una frase fatta ma è una realtà che dovrebbe
indurre tutti, maggioranza ed opposizione, a riversare ogni cura
nella scuola, laddove si formano i cittadini ed i futuri lavoratori,
ai vari livelli professionali.
Andiamo, dunque, all'intervento di Napolitano. Senza prendere parte
al dibattito, che non gli compete, nel ruolo di garante obiettivo
del dialogo tra le istituzioni, il Presidente ha tratto lo spunto
dall’incontro con i giornalisti, in occasione della tradizionale
cerimonia di consegna del Ventaglio da parte della Stampa
parlamentare, per soffermarsi sui temi che premono, la crisi
economica che manifesta qualche timida ripresa, la mancanza di
lavoro per i giovani, alcuni adempimenti che tardano nell’agenda di
Governo e Parlamento, la nomina del successore di Scajola al
Ministero dello sviluppo economico e la scelta dei componenti laici del Consiglio
Superiore della Magistratura, in scadenza al 31 luglio.
L’intervento di Napolitano ha preso le mosse dalle condizioni e
dalle prospettive dell'economia, sulle quali giustamente “resta
concentrata l'attenzione del paese e dei cittadini". Aggiungendo che
"al di là delle divergenze e delle tensioni manifestatesi sui
contenuti del decreto che sta per essere convertito in legge, e
anche al fine di tenere aperta la ricerca di risposte a problemi e
domande che non hanno trovato sbocco nel confronto finora svoltosi
su questo difficile e impegnativo provvedimento, occorre davvero
guardare avanti, misurarsi con le sfide del futuro, e farlo con la
massima apertura e serietà. Nessun catastrofismo per quel che
riguarda l'Italia, ma consapevole realismo nel valutare le attuali
tendenze, nei loro aspetti positivi e nei loro limiti, le questioni
di fondo e le incognite che restano".
Per il Capo dello Stato, "dobbiamo guardare al futuro, e ciò
significa in sostanza guardare alla condizione dei giovani, e alle
troppe debolezze e strozzature del nostro sistema economico e civile
che occorre superare per garantire ai giovani un futuro sostenibile
e dinamico. Il punto critico in cui si incrociano le maggiori
contraddizioni del nostro sviluppo storico e della fase attuale è
quello del livello di inattività nettamente più alto che nella media
europea e in ulteriore crescita. Alla ripresa produttiva non
corrisponde - e tale fenomeno non è solo italiano - una ripresa
dell'occupazione. Da noi, le questioni storiche dell'occupazione e
del Mezzogiorno si rispecchiano, esaltate, nella condizione
giovanile. Il problema dei giovani non impegnati né in un lavoro né
in un percorso di studio o di formazione, è oggi il problema numero
uno se si guarda al futuro dell'Italia".
Il Presidente Napolitano ha quindi fatto riferimento alla
discussione che ha preso corpo in queste settimane sulla stampa,
circa il compito cui la politica dovrebbe assolvere, di suggerire
una visione e una prospettiva per il futuro del Paese: "Penso che le
sollecitazioni in questo senso vadano raccolte seriamente, e auspico
che nel confronto emergano anche visioni diverse, rappresentative
sul piano politico delle attuali forze di maggioranza e delle
attuali forze di opposizione, non sottraendosi queste ultime alla
prova e alla responsabilità a cui sono chiamate in un quadro di
feconda competizione come quello che dovrebbe caratterizzare una
democrazia dell'alternanza".
Il Capo dello Stato ha, quindi, sottolineato la necessità “se ci si
impegna in un confronto di fondo sul futuro del paese, partendo
dallo spessore e dalla complessità dei problemi da affrontare e
riconoscendo che si impongono scelte di medio e lungo periodo… di
un'ampia condivisione su grandi obbiettivi e su grandi linee
d'intervento. Non c'è spazio – ha aggiunto - per autosufficienze ed
esclusivismi né per contrapposizioni totali: convincersi di ciò e
trarne le conseguenze, è quel che mi sta a cuore e che sollecito,
mentre non mi interessano scenari politici ipotetici di nessuna
specie".
Del confronto aperto e lungimirante, auspicato dal
Capo dello Stato nell'interesse generale, "è condizione il corretto
funzionamento delle istituzioni e dei rapporti tra le istituzioni.
L'istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute,
come quella della nomina di un titolare del Ministero dello sviluppo
economico o del Presidente di un importante organo di garanzia quale
la Consob. Penso in pari tempo soprattutto all'istituzione
Parlamento, e ai rapporti tra governo e Parlamento. E' di cruciale
importanza che questi rapporti si dispieghino in modo da consentire
il più attento vaglio delle soluzioni legislative da adottare,
specie quando si tratti di problemi particolarmente complessi. In
tali casi, il tempo che può prendere l'esame di un provvedimento da
parte delle Camere, anche attraverso laboriosi approfondimenti e
ripensamenti, non deve considerarsi qualcosa di abnorme, uno spreco,
un segno di disfunzione".
Non deve, dunque, stupire che la definizione di una nuova legge in
materia di intercettazioni abbia richiesto un tempo non breve e un
percorso faticoso: "Non c'è da stupirsene - ha rilevato Napolitano -
perché si trattava di bilanciare tra loro diversi valori e diritti,
tutti egualmente riconosciuti in Costituzione". Nel richiamarli -
sicurezza dei cittadini ed esercizio della funzione giurisdizionale;
libertà di stampa e di informazione; rispetto della riservatezza e
della dignità delle persone - il Presidente ha sottolineato che
"nessuno di questi valori e diritti può mai essere invocato contro
gli altri. Occorre definirne il miglior bilanciamento possibile, che
è funzione delicata ed essenziale innanzitutto del legislatore, cioè
del Parlamento, restando eventualmente in ultima istanza alla Corte
Costituzionale l'apprezzamento del rispetto degli indirizzi e dei
vincoli posti nella Carta. Questo è stato lo sforzo compiuto e
ancora in atto a proposito della legge in materia di
intercettazioni, e non si può che apprezzarlo, dandone merito e non
demerito alla dialettica parlamentare, che ha rispecchiato e teso a
comporre anche molteplici contrasti emersi nell'opinione pubblica e
nel paese".
Il ruolo del Presidente della Repubblica nella vicenda della
controversa legge "è risultato, io credo, più che mai chiaro nel
rispetto delle attribuzioni e dei limiti sanciti in Costituzione.
Nessuna interferenza nella dialettica politica tra gli opposti
schieramenti e all'interno di essi ; e nessuna interferenza
nell'attività del Parlamento, che rappresenta la sovranità popolare
nell'esercizio della funzione legislativa, fatta salva la facoltà
del Presidente di cui all'articolo 74 della Carta. Il mio è
piuttosto un impegno a valorizzare sempre il profilo e i poteri del
Parlamento come istituzione "cardine" della democrazia repubblicana.
L'invito a un ampio ascolto dell'opinione pubblica, delle forze
sociali, del "paese reale" e alle convergenze o all'avvicinamento
delle posizioni, in Parlamento, su scelte di più rilevante portata e
valenza, è un dovere che sento come proprio del Presidente della
Repubblica quale lo vollero i Costituenti, definendolo "magistrato
di persuasione", chiamato a "rappresentare e impersonare l'unità e
la continuità nazionale".
Il Capo dello Stato si ripromette "di affrontare altri rilevanti
fatti e temi di attualità nell'incontro con gli uscenti e gli
entranti del Consiglio Superiore della Magistratura - incontro che
avrò entro la fine del mese, essendo certo che il Parlamento stia
per procedere alla dovuta elezione dei componenti "laici" del
Consiglio". L'invito conclusivo, rivolto a quanti seguono le vicende
della politica e delle istituzioni con ben comprensibile turbamento
e preoccupazione, "è a compiere uno sforzo di pacata e matura
riflessione. Ci indigna ed allarma l'emergere di fenomeni di
corruzione e di trame inquinanti, anche ad opera di squallide
consorterie, ma la nostra democrazia, e vorrei dire la collettività
nazionale, dispone di validi anticorpi: in primo luogo la capacità
di reazione morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi
costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi ispirate a quei
principi e affidati alla preziosa azione della magistratura e delle
forze dell'ordine. Si deve intervenire senza alcuna incertezza o
reticenza su ogni inquinamento o deviazione nella vita pubblica e
nei comportamenti di organi dello Stato: ma senza cedere a nessun
giuoco al massacro tra le istituzioni e nelle istituzioni".
24 luglio 2010
Motociclette con licenza
di parcheggio
Maleducazione privata e
inefficienza pubblica
di Marco Aurelio
Licenza di parcheggio per motorini e motociclette. Ovunque,
sui marciapiede, anche dove non c'è l'indicazione del
parcheggio, sulle strisce blu e bianche. Per traverso in
modo da occupare lo spazio di un'auto. Senza tuttavia pagare
neppure un centesimo.
E' un problema di maleducazione, certamente. Ma anche di
insipienza dell'Autorità capitolina che consente che le aree
a pagamento siano occupate da mezzi che non pagano il
parcheggio.
E' la solita politica populista che da una parte regola,
dall'altra consente che la regola sia aggirata o
platealmente violata.
Un appello al Sindaco Alemanno? Inutile per definizione. Il
primo cittadino della Capitale è in tutt'altre faccende
affaccendato. Basta pensare che ha esordito liberalizzando
il parcheggio ovunque a Roma, avendo esteso all'intera città
una sentenza del TAR Lazio che si riferiva ad un solo
quartiere, anzi ad alcune strade di un quartiere.
Il traffico è il primo problema della capitale. Nel traffico
si perde tempo prezioso per il lavoro e la vita, nel
traffico si consuma un inquinamento che si percepisce
visivamente, rappresentata da quella coltre tra il
giallo ed il grigio che incombe sulla Città, che è possibile
"ammirare" dai castelli.
I
Sindaci passano, i problemi restano. Non c'è un piano per
decongestionare Roma dalle centinaia di migliaia di
automobili che ogni giorno scendono dalle città e dai paesi
dell'hinterland. Non ci sono più i vecchi trenini "de li
Castelli, diciamo romani", non sono state realizzate linee
ferroviarie nuove o metropolitane di superfici. Il dio
petrolio domina ancora la logica della gestione del
territorio.
Intanto maleducazione ed insipienza riducono gli spazi
destinati al parcheggio. Nessuno interviene. Il Sindaco mica
deve cercare parcheggio. Lui viaggia in auto blu!
22 luglio 2010
A proposito del d.d.l.
sulle intercettazioni
Fini - Berlusconi: 1 a 0 e
palla al centro
di Senator
Dopo l'esibizione di Silvio Berlusconi, ieri, a Milanello,
usiamo un linguaggio calcistico per spiegare che il
Cavaliere ha tirato troppo la corda fino a farla spezzare E
così, Gianfranco Fini, che sembrava in difficoltà, attaccato
a fondo dai Berluscones in modo spesso volgare, ha
occupato la scena e probabilmente la terrà a lungo. Con
sicurezza, senza perdere l'aplomb che gli è consueto,
stile Presidente della Camera, quale, infatti, è.
Così l'ex leader di Alleanza Nazionale sul cui futuro
politico, solo ieri, non avremmo scommesso più di un
centesimo, certi di perderlo, si ritrova al centro del
dibattito politico. Ha vinto senza stravincere, come piace a
lui. Costringendo il Governo a trovare un'ipotesi di
compromesso capace di coagulare vasti consensi, anche a
sinistra, anche se qualcuno del PD continuerà a
strillare, anche se Di Pietro non ci sta.
Ha ragione il leader dell'Italia dei Valori sul piano
tecnico nel richiedere più ampie possibilità d'indagine per
i magistrati. Ma la maggioranza c'è e Berlusconi dovrà
masticare amaro.
Lo ha riassunto da par suo Giannelli, oggi, sul Corriere
della Sera, Dove c'è un Berlusconi palesemente irritato
che telefona alla Presidente della Commissione Giustizia
della Camera, finiana di ferro. "Buongiorno Giulia",
esordisce il Premier. "Buonanotte Silvio" è la risposta. Una
sintesi perfetta della giornata del Premier.
Ritorna al centro Fini e forse non solo in senso metaforico.
Il leader di AN che sul finire della legislatura 2001
- 2006 si scoprì laico e radicale di destra, un po'
anticlericale, dopo essere stato coccolato da ambienti
ecclesiastici accettandone le attenzioni, potrebbe tornare a
Canossa, sia pure per convenienza, tipo "Parigi val bene una
Messa" per agganciare l'amico Casini in vista di una
coalizione più vasta, forse nella prospettiva di salire al
Quirinale. Un alloggio più compatibile con le attitudini di
Fini, che non ama impegnarsi nella gestione, che al Governo
ha preferito fare il Vicepresidente a lungo senza deleghe
(solo, e per un po', la responsabilità del Dipartimento
antidroga) e poi il Ministro degli esteri, per passare nel
2008 a presiedere Montecitorio. Tutti incarichi di facciata,
poco impegnativi ma molto appariscenti, anche se non portano
voti.
Al centro potrà continuare ad ambire a trasferirsi sul Colle
più alto. Potrebbe trovare i consensi necessari, un po' a
sinistra, un po' a destra, anche perché, nel dopo
Berlusconi, molti preferiranno tenerlo lontano.
21 luglio 2010
Dopo la chiusura del
quartiere di Milano
per sospetto inquinamento di una
falda acquifera
L’acqua, bene fondamentale ma
trascurato
di Salvatore Sfrecola
La
notizia è di quelle che fanno veramente male alla pancia. Non solo
in senso figurato. Perché dopo il sequestro del cantiere di Rogoredo
disposto dalla magistratura milanese la gente ha paura di bere
l’acqua di casa nel quartiere di Santa Giulia, periferia Sud-Est di
Milano. “Concentrazioni notevolmente superiori ai limite di legge”
di sostanze pericolose per l’uomo, in quanto cancerogene e
pericolose sta scritto nella documentazione in possesso del P.M.,
fornita dall’Agenzia regionale per l’ambiente e dal Nucleo ambiente
della Polizia Municipale.
Le
notizie si ricorrono e diffondono il panico tra la gente, anche
perché è chiaro che quel che è avvenuto è stato possibile grazie a
inadempienze delle autorità che avrebbero dovuto verificare e
controllare lo stato delle acque ed adesso non possono intervenire
in funzione di risanamento perché non hanno risorse.
Quanti
sono i csi d’inquinamento delle acque in giro per l’Italia? Quante
discariche abusive di rifiuti tossici hanno inquinato le falde, a
partire da quelle più superficiali dalle quali si attingono le acque
che irrorano i campi dove si producono frutta e verdura che viene
sulle nostre mense?
Il tema è
di quelli che dovrebbero aprire l’agenda dei governati ai vari
livelli di responsabilità. L’acqua è un bene primario, per uomini ed
animali, tutelato da sempre nei paesi civili. A Roma e nell’impero
cinese chi avesse inquinato o danneggiato falde acquifere rischiava
seriamente la testa, senza che intervenissero amnistie o indulti.
Da noi,
non si sa niente delle inchieste che negli anni sono state aperte
dalla magistratura e dalla varie amministrazioni, statali e
regionali, interessate. È un problema serio, ci sono ipotesi
attendibili di danni alla salute e c’è un danno all’immagine immenso
in un Paese che vive di turismo.
Chiediamo
alle autorità di intervenire, di assumere una iniziativa seria per
fare la mappatura delle falde e verificare lo stato dei luoghi
sospetti d’inquinamento. Il fatto è che la classe politica, tutta e
da anni, non sembra interessata a queste problematiche. La”politica
del taglio del nastro”, come è stata definita, impone a ministri ed
assessori che si occupano di ambiente e lavori pubblici di mettere
in cantiere opere che hanno un immediato riscontro nell’opinione
pubblica. Così è meglio inaugurare qualche manufatto, anche di
scarso rilievo, che condurre una bonifica delle falde. Il manufatto
si vede, tanto che spesso viene inaugurato più volte per dare
soddisfazione al politico di turno, mentre il monitoraggio e la
manutenzione degli impianti idrici e delle fonti di
approvvigionamento sono attività poco appariscenti per quanto molto
importanti.
Così le
falde restano a rischio, gli acquedotti perdono mediamente oltre il
50 per cento della loro portata ma la classe politica è distratta da
beghe interne agli schieramenti o da questioni che hanno a che fare
con posizioni politiche che poco interessano la gente. Come nella
vicenda delle intercettazioni, sbandierata come legge di civiltà, a
tutela della gente, mentre è evidente che il quisque de populo
non ha nessuna preoccupazione per la riservatezza delle proprie
conversazioni che, invece, preoccupano imprenditori e politici,
laddove si annidano concussori, corrotti e corruttori.
Così il
Parlamento italiano dedica gran parte dei suo tempo a questioni che
non interessano la gente, che è più preoccupata dalla
microcriminalità con la quale deve confrontarsi ogni giorno anziché
con dalla grande criminalità internazionale, dai faccendieri e dagli
speculatori, che teme per la propria salute nell’eventualità di un
ricovero, specie in alcune regioni, e vorrebbe bere dell’acqua
batteriologicamente indenne. Non mi sembra una pretesa eccessiva. E'
il minimo della civiltà.
21 luglio 2010
Malasanità, una vergogna
italiana
di Salvatore Sfrecola
Non è la prima volta che, a causa di reparti chiusi e
ambulanze che non arrivano, qualcuno muore, spesso un
neonato che non è possibile curare adeguatamente secondo le
tecniche di un paese civile. Accade quasi sempre in Italia
meridionale, più spesso in Calabria,.
Nessuno chiede scusa, nessuno si vergogna, nessuno viene
cacciato. Nessuno paga. Eppure ci sarà qualcuno che avrebbe
dovuto assicurare un servizio adeguato per fronteggiare
l'emergenza, per far sì che il diritto sacrosanto alle ferie
non sia pagato in termini di vite umane, dai più deboli, da
coloro che non possono difendersi, che sono "nelle mani" di
amministratori, medici ed infermieri distratti, incapaci di
assicurare un servizio essenziale come quello della salute,
che attiene ad un diritto fondamentale dell'uomo.
Non ci stupiamo più. In pochi, pochissimi abbiamo ancora la
forza di indignarci e di protestare, di gridare alto e forte
che questo Paese con la sua storia di civiltà di almeno tre
millenni non può assistere inerte a questa vergogna sulla
quale l'autorità politica, se degna di questo nome, deve
intervenire immediatamente, che la Giustizia anche nei casi
di malasanità non può arrivare con anni di ritardo, magari
per accertare che il reato per il quale qualcuno è
perseguito è prescritto.
Che tristezza, che vergogna! Com'è possibile che solo in
Italia, che il Presidente del Consiglio vorrebbe
"digitalizzata", non si sappia dov'è un'ambulanza né in
quale ospedale sia predisposta la sala operatoria per
l'emergenza, dove si trovi il letto disponibile. Così può
accadere che, dopo un pellegrinaggio da un ospedale ad un
altro, visitati senza sapere se fossero in condizioni di
accogliere il malato o di operare un infortunato, il
paziente muore nel terzo o nel quarto nosocomio. Ma ricordo
un caso in cui l'ambulanza aveva visitato ben nove ospedali
prima che l'infortunato morisse.
E' un problema di conoscenza e di coordinamento delle
strutture sanitarie che molti dei nostri ragazzi, avvezzi
all'uso del computer, saprebbero risolvere rapidamente, con
un programmino condiviso in rete, almeno a livello
regionale.
Eppure nello spreco immane della sanità non si trovano
alcune centinaia di migliaia di euro per mettere su un
sistema integrato d'informazioni per cui l'ambulanza che
preleva l'infortunato va diretta all'ospedale che dispone
della sala operatoria e della equipe adatta all'esigenza,
senza un inutile vagabondare.
A
questo proposito, che fine ha fatto il progetto del numero
unico delle emergenze, richiesto dall'Europa ed attuato
dovunque? Perfino in Turchia. Giorni fa in
televisione, al telegiornale, è stata inquadrata
un'ambulanza della Mezzaluna Rossa sulla cui fiancata
campeggiava il 112, il numero europeo delle emergenze.
Un'esigenza improcrastinabile eppure da anni in fase di
progetto, con qualche tentativo di sperimentazione. Pare sia
attuata solo in provincia di Varese.
20 luglio 2010
L'Italia degli
scandali: sprechi e corruzione
C'è
una questione morale ineludibile
di
Senator
“Quando si è ai vertici dello Stato o di un partito bisognerebbe
stare attenti a chi si frequenta. Insomma, io ci penserei bene prima
di andare a cena con Carboni...”. Pierferdinando Casini, leader
dell'Udc, commenta così le ultime novità sull'inchiesta sull'eolico.
“I giudici devono fare il loro lavoro – aggiunge - e saranno loro a
spiegarci se la P3 è una cosa seria o una buffonata”.
È una riflessione sulla “questione morale” che agita il Paese perché
la maggioranza ed il suo leader, Silvio Berlusconi, non sembra
capace dio mettere fuori del partito e del governo, magari solo
sospendendoli in attesa della conclusione delle indagini, personaggi
fortemente sospettati di azioni illecite o comunque di comportamenti
che screditano la politica, che si difendono con argomentazioni che
fanno acqua da tutte le parti, quando non offendono la stessa
intelligenza degli italiani, come nel caso di Scajola, a proposito
della casa che continuava a sostenere di aver acquistato per poche
centinaia di migliaia di euro.
Il
fatto è, come messo in risalto da Casini, ma come ritiene la maggior
parte degli italiani che i politici che si avventurano nell’agone
chiedendo il voto della gente debbono circondarsi di persone di
ineccepibile moralità e soprattutto capaci di rispettare le leggi e
di non profittare del denaro pubblico, per se stessi e per gli
amici.
Il senso della legalità, il rispetto per la res pubblica è
purtroppo merce sempre più rara.
E se è umanamente “comprensibile – come ha scritto Massimo Franco
sul Corriere della sera del 13 luglio - la tentazione del
centrodestra di reagire all’inchiesta che riguarda il coordinatore
del Pdl, Denis Verdini, facendo quadrato. Corrobora la tesi del
complotto antigovernativo della magistratura. Serve a serrare i
ranghi, a costo di additare i dubbiosi come sabotatori, assimilabili
agli avversari. Eppure, vicende del recente passato hanno reso
applicabile al centrodestra la massima che l’ex premier Giulio
Andreotti aveva dedicato ai «quadrati» che la Dc costruiva per
difendere i suoi uomini sotto accusa: alla fine, al quadrato mancava
sempre un lato. Il lato mancante dipendeva dalla spregiudicatezza
politica di chi contava sulle disgrazie altrui; ma anche dal fatto
che alcuni personaggi erano indifendibili”.
Archiviati i tempio in cui “la moglie di Cesare” non poteva neppure
essere sospettata e, quindi, innocente rimossa dal talamo del
massimo erede della Gens Iulia, questa classe politica sembra
prediligere, nel reclutamento, personaggi disinvolti, pronti a tutto
che sembrano considerare il potere, ai vari livelli di governo, come
il mezzo per arricchirsi ed arricchire gli amici della cordata o
della “cricca”.
Questo è assolutamente inaccettabile. Gli affaristi facciano gli
affari, non gli uomini di governo.
La difesa disperata del Premier deriva dal fatto che, da
imprenditore, ha iniziato la sua avventura politica reclutando nel
suo ambiente e nei settori contermini mettendo in campo persone che
non hanno senso dello Stato, anzi sono stati abituati a disprezzare
il potere pubblico quello che la Costituzione vuole sia esercitato
nel rispetto delle regole del “buon andamento e dell’imparzialità”,
come si esprime l’articolo 97 della Carta fondamentale. Naturalmente
questi personaggi, che ho definito “disinvolti” sono, a loro volta,
legati ad altri, ai professionisti dell’evasione fiscale, del
riciclaggio di denaro di dubbia provenienza, magari solo perché
guadagnato o acquisito “in nero”, della costituzione di capitali
all’estero, che poi qualcuno si preoccuperà di far rientrare a
condizioni di favore e soprattutto legittimandoli, della corruzione
dei pubblici ufficiali, delle opere pubbliche realizzate a costi
esorbitanti e non a regola d’arte.
Con questa gente il Cavaliere non va da nessuna parte e se non
alleggerisce il partito e il governo dai sospettati finirà per
essere trascinato in basso nella considerazione della gente. Che
magari accetta e, probabilmente, invidia il Presidente donnaiolo e
straordinariamente ricco, senza chiedersi nulla sul conflitto
d’interessi che naturalmente insorge ad ogni decisione politica che
abbia riflessi economici e fiscali sul mondo delle imprese dove
operano anche le aziende del Presidente, ma che non sarà disposto a
lungo ad accettare che le opere pubbliche continuino ad essere
realizzate in un tempo dieci volte superiore al previsto ed al costi
ancora maggiori. Soprattutto quando questo accade per mancanza dei
controlli e per effetto della corruzione.
Dalle stelle alle stalle, di personaggi rovinosamente caduti la
storia ne ha visti tanti.
"E alla fine – conclude l’editoriale di Franco, ricordato poc’anzi -
il lato mancante potrebbe essere un elettorato che appena due anni
fa ha consegnato il Paese al centrodestra”.
18 luglio 2010
Ma Bossi dice no
all'ingresso dell'UDC nel governo
Casini e le sirene del
Cavaliere.
di Senator
Consapevole della precarietà della sua maggioranza che ad
onta dei numeri deve ricorrere, per ogni provvedimento
legislativo di una certa importanza, ai maxiemendamenti poi
blindati con voti di fiducia, preoccupato della fronda
finiana, il Cavaliere corteggia Casini per farne la ruota di
scorta se in Parlamento nell'ipotesi che i seguaci del
Presidente della Camera siano costretti a lasciare il
Partito.
Così,
in una cena nella bella abitazione di Bruno Vespa nel
centro storico di Roma, affittata da Propaganda Fide, si
ritrova intorno al tavolo con il Presidente dell'UDC, il
Cardinal Bertone, Mario Draghi e l'immancabile Letta, per
cercare di portare convincere Pierferdinando Casini ad
entrare, se non altro nella maggioranza.
Il leader dell'UDC smentisce, ma è evidente che Berlusconi
deve aver offerto posti di governo, cercando di ricucire,
superando un contrasto che alla vigilia delle elezioni
del 2008 è stato sottolineato da parole grosse del Cavaliere
verso l'ex alleato che ha voluto correre da solo e che poi
non ha aderito alla nuova formazione nata su un predellino
in piazza San Babila a Milano. Un'iniziativa nata male,
sostanzialmente imposta all'alleato Fini che, all'indomani
dell'annuncio, se ne uscì con una dichiarazione che
l'inquilino di Palazzo Grazioli non ha mai dimenticato.
"siamo alle comiche finali", a dimostrazione del disappunto
per non essere stato per tempo messo a parte
dell'iniziativa. Anche se di lì a poco ha accettato di
essere cofondatore del Partito.
Casini, dunque, corre da solo, una scelta vincente che gli
ha riconosciuto quella autonomia di pensiero e di azione che
Berlusconi non tollera nel partito. Si è fatto contare, ha
stretto alleanze, ora a destra ora a sinistra, secondo le
situazioni politiche e gli interlocutori sul territorio
nelle regioni, nelle province e nei comuni. Ha infoltito le
sue schiere con l'ingresso di transfughi del Partito
Democratico (Binetti, Lusetti, ecc.). Quella dell'UDC è una
forza che ha una dignitosa posizione politica in virtù dei
valori ai quali si ispira, religiosi e civili, come dimostra
la posizione assunta in tema di intercettazioni richiamando
la maggioranza a considerare l'utilità di tale mezzo
investigativo per l'individuazione dei reati che destano
maggiore allarme sociale.
Butterà a mare tutto questo casini per un posto di governo
ed un paio di sottosegretariati? Deluderebbe molti, troppi
tra quanti hanno creduto in lui e tra coloro che sono ancora
nel guado, ancora incerti non sul se ma sul quando uscire
dal PD per un ritorno nella casa del centro, da ricostruire
ma certo nel cuore di molti.
E' dura, per il Cavaliere, la ricerca di una entente
cordiale con l'UDC, subito respinta da Bossi. "O lui o
noi", ha tuonato il leader della Lega, anche se il giornale
di famiglia fa intendere che l'ultimatum, in realtà,
non è tale. Riportare Casini nel Centrodestra non è facile.
Pierferdinando è un "vecchio" democristiano con i
pregi ed i difetti di questo grande partito che ha riunito
nel dopoguerra i moderati italiani d'ispirazione cattolica,
tradizionalisti con spiccata vocazione sociale, da De
Gasperi a Fanfani, da Vanoni a Segni, personalità che hanno
saputo dialogare con le forze progressiste quanto con quelle
liberali, riuscendo a mediare nell'interesse delle classi
uscite più disagiate dalla guerra per portarle a raggiungere
condizioni di benessere prima mai conosciute.
Erede di questa esperienza democratica Casini diffida del
Cavaliere, della matrice socialista e radicale che permea di
se la maggioranza, rozzamente laica anche se
opportunisticamente ossequiosa nei confronti della Chiesa e
del Romano Pontefice, secondo l'esempio del Cavaliere che
certo non razzola come predica e come vorrebbe apparire.
Casini è molto più vicino a Fini, accomunato dall'età e
dalla provenienza geografica, ma anche da un minimum
ideologico, da individuare nei riferimenti al pensiero
moderato, un po' tradizionalista un po' innovatore, al senso
dello Stato, alle regole della legalità, come dimostra le
posizioni coincidenti prese dai due in materia di
intercettazioni. Li distingue, tuttavia, e non è poco, il
riferimento all'insegnamento della Chiesa, che per Casini è
costante, e che Fini respinge decisamente dopo lo "strappo"
del "no" al referendum sulla procreazione assistita ,
ed il rifiuto di portare in Consiglio dei Ministri il
disegno di legge, da lui stesso richiesto ai suoi
collaboratori tra il 2004 e il 2006, che dettava norme per
uno statuto dei diritti della famiglia. Richiesto anche da
Buttiglione allora Ministro per i beni e le attività
culturali al quale l'allora Vicepresidente del Consiglio e
Ministro degli esteri non volle dare il testo. Per
completezza va detto che il "tradimento" di Fini sulla
famiglia ed il rifiuto di Maroni, Ministro del lavoro, di
darsene carico, in ciò indotto dalla miopia politica di
alcuni dei suoi collaboratori che ritenevano lo studio
commesso da Fini un'intrusione nelle competenze del
Ministero di Via Veneto, sono stati alla base della
sconfitta elettorale del 2006. Quando la maggioranza di
Centrodestra perse per poco più di ventiquattromila voti,
"quando avremmo potuto vincere per due milioni", secondo
Francesco Storace.
Casini al centro del Centro, dunque, con prospettiva di
crescere non può cedere alle lusinghe di un Cavaliere
dall'incerto avvenire, mentre i suoi del PdL già
gettano i dadi per dividersi le spoglie.
11 luglio 2010
Stampa: libertà, non
licenza
di Editor
Tra venerdì e sabato giornali e telegiornali si sono negati
agli italiani. Lo hanno fatto per protestare contro le
limitazioni alla libertà d'informazione contenute nel
disegno di legge sulle intercettazioni, la "legge bavaglio"
com'è stata definita. Una gravissima lesione del diritto
fondamentale delle democrazie liberali, quello di informare
i cittadini di tutto ciò che avviene, anche delle vicende
giudiziarie che hanno una rilevanza pubblica.
Ecco, appunto, il discrimine tra lecito e illecito nelle
informazioni, tra libertà e licenza. Un limite spesso
valicato, al punto che il Premier e la sua
maggioranza, che in realtà mirano soprattutto a tagliare le
unghie agli investigatori, hanno costruito una legge
affermando di voler difendere il diritto primario degli
italiani alla riservatezza della loro vita, delle loro
relazioni.
Difendiamo la privacy è il messaggio che gli uomini
del Cavaliere in Parlamento e sulla stampa continuano a
diffondere e citano articoli di stampa nei quali sono
sbattute in prima pagina conversazioni che non sembrano
avere nulla a che fare con le indagini su fatti di
concussione e corruzione, perché attengono a vicende
personali, spesso di sesso, nelle varie versioni che
conosciamo dai mezzi d'informazione.
Qui l'appello, più che alla privacy, dev'essere al
buon gusto e al rispetto delle persone che va in ogni caso
difeso, ma quelle informazioni "anomale" non devono essere
pretesto per limitare le indagini giudiziarie come si
vorrebbe fare. Le cronache giudiziarie insegnano, infatti,
che alcune vicende "personali", come alcune storie di sesso,
e i "vizietti" di cui si parla sono, in realtà, momenti
spesso essenziali nell'ambito dei fenomeni corruttivi, in
quanto strumento di ricatto nei confronti di personalità del
mondo politico e imprenditoriale umanamente fragili per
talune loro "tendenze".
E' noto, ad esempio, che, in tutto il mondo, i servizi
di sicurezza prendono buona nota di quel che fanno nella
vita privataalcune personalità della politica e
dell'amministrazione per proteggerli da eventuali
ricatti che, in alcuni casi, potrebbero mettere a rischio la
stessa sicurezza della nazione, come nel caso del cosiddetto
"scandalo Profumo" che in Gran Bretagna mise fine alla
carriera politica di un brillante politico conservatore,
astro nascente del partito Tory, Ministro della difesa, il
quale aveva avuto la debolezza di accompagnarsi ad una
modella, Cristine Keeler, che condivideva il letto con
l'addetto militare sovietico a Londra, Evidente la
preoccupazione dell'intelligence britannica e le
ragioni della fine politica di Profumo.
Tornando ai fatti di casa nostra, la misura nella
divulgazione delle notizie private è espressione della
deontologia professionale del cronista che a volte deve
saper resistere allo scoop, così come i direttori dei
giornali devono capire che la pubblicazione della notizia
privata, irrilevante per le indagini, è solo espressione di
una pruderie, per cui la sua omissione non è
notizia "bucata".
Ugualmente la magistratura deve essere severissima in caso
di violazione del segreto investigativo.
Più
facile a dirsi che a farsi, ovviamente, ma tra questi
paletti sta la libertà di stampa e la correttezza
dell'informazione. Tutti abbiamo il dovere di provarci con
il desiderio di riuscirci.
Speriamo che gli italiani i quali hanno trovato nelle
edicole solo i giornali "di famiglia", ricchi di
pubblicità, capiscano che c'è un pericolo libertà di
stampa, segnali preoccupanti che vanno immediatamente colti
prima che sia troppo tardi. Già la riduzione della
pubblicità sulla carta stampata, con incremento di quella
sulle TV del Cavaliere (quale imprenditore può resistere
alle lusinghe del potere!), dice che è in pericolo la
pluralità dell'informazione. Un valore sul quale si fonda
quella democrazia liberale della quale tanti si riempiono la
bocca dimostrando, poi, nei fatti di essere intrinsecamente
illiberali.
11 luglio 2010
Qualche considerazione su
una rilevazione di Renato Mannheimer
Come cambia la fiducia
degli italiani nelle istituzioni
di Salvatore Sfrecola
Carabinieri, Forze Armate, Capo dello Stato in testa alla
graduatoria delle istituzioni più amate, rispettivamente
dell'83, 81 e 78 per cento degli italiani. L'Osservatorio di
Renato Mannheimer sul Corriere della sera del 6
luglio merita alcune considerazioni. Perché in un Paese
scosso da una crisi economica che fa chiudere imprese medie
e piccole, con conseguente riduzione dei posti di lavoro, la
gente riversa la propria attenzione su ciò che ritiene
espressione di valori quali la legalità. Perché Carabinieri,
Forze Armate e Presidente della Repubblica evocano un
presidio certo, una sponda sicura proprio in un settore che
è guardato come elemento di stabilità nell'incertezza della
politica, troppo spesso contaminata da interessi privati se
non da veri r propri illeciti. Le avventure della "Cricca"
dicono, infatti, non solo di favori e guadagni personali
incompatibili con i ruolo politici e amministrativi
rivestiti, ma anche degli effetti sui lavori e sulle
forniture inutili o costati più del giusto. Ciò che indigna
più il cittadino contribuente che si sente frodato
personalmente perché il denaro che ha messo a disposizione
dello Stato con proprio personale sacrificio è sperperato,
non è gestito con quella oculatezza che si richiede la buon
padre di famiglia, come si legge nei libri di diritto per
indicare una virtù antica, comune al pubblico come al
privato, soprattutto se gestore di beni altrui.
La classe politica dovrebbe meditare su queste rilevazioni
sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni. Non lo farà,
come non lo ha mai fatto, perché l'arroganza dei parvenu
del potere non conosce limiti, ignora
quell'umiltà che dovrebbe essere espressione del servizio
alla Comunità per cui un soggetto si mette in gioco per il
bene comune.
Allo stesso modo le istituzioni che seguono nella
graduatoria della fiducia degli italiani, la
Magistratura, la Scuola, la Chiesa cattolica (60, 60,
57 per cento) dovrebbero meditare su questo minore consenso
che evidentemente risente degli effetti di una insufficiente
capacità di dare risposte alla società rispetto alla
missione di ciascuna di esse.
L'analisi che s'impone deve essere serena ma severa, direi
impietosa perché per invertire la tendenza e recuperare
credibilità, di questo si tratta, è necessario che
l'opinione pubblica percepisca che le cose sono cambiate,
che le istituzioni si sono lasciate alle spalle
insufficienze ed errori con pubblica rinuncia a posizioni
autoreferenziali, di chiusura rispetto alle aspettative
della gente. Che per la Magistratura sono processi brevi e
sentenze comprensibili, per la Scuola un recupero di
efficienza, per la Chiesa cattolica l'austerità dei costumi
e la capacità di testimoniare la fede in Dio e
nell'insegnamento del Vangelo.
La Magistratura, in primo luogo, deve scindere le proprie
responsabilità da quelle della classe politica che fa le
leggi, identifica i reati ed i diritti delle persone
tutelabili dinanzi ai giudici e definisce i tempi dei
processi non solo attraverso le regole ma anche mettendo a
disposizione dei tribunali i mezzi e gli uomini necessari.
Per essere credibili, tuttavia, i magistrati devono fare
fino in fondo il proprio dovere in modo da soddisfare, per
la parte che compete a giudici e Pubblici ministeri, le
aspettative della gente, di coloro che attendono giustizia.
C'è bisogno, dunque, di un confronto continuo con il mondo
variegato del diritto, con l'Università e con il Foro e la
classe politica perché le riforme siano effettivamente
dirette a soddisfare le esigenze di giustizia che provengono
dalla comunità.
La Scuola, ai vari livelli dell'istruzione, misura il grado
di civiltà di un popolo, la sua capacità di attuare percorsi
culturali che proiettino il grande patrimonio delle scienze,
anche umane, che ci proviene dal passato verso l'innovazione
in un confronto permanente con le esperienze dei paesi più
evoluti per confermare o correggere gli indirizzi formativi
in atto.
L'Italia sta rimanendo paurosamente indietro, perde la sua
cultura classica, di grande capacità formativa, e non si
arricchisce del nuovo. Non c'è più chi sappia "legger di
greco e di latino", neppure i giuristi, neppure molti uomini
di quella Chiesa che si è fatta nei secoli custode della
civiltà greco-romana. E non sopravvengono altre "virtù" di
quelle evocate da Giosuè Carducci.
Siamo colpevoli di aver disperso anche un patrimonio di
formazione, di metodo nello studio, che ha fatto del liceo
classico un esempio di saldezza culturale che dava una
marcia in più anche a coloro che all'università affrontavano
gli studi scientifici.
Una classe politica incolta ha disarticolate l'ordinamento
scolastico pubblico mentre mandava i figli a studiare nelle
scuole private, soprattutto cattoliche, e all'estero. E qui
una responsabilità è anche della Chiesa che ha da tempo
abdicato all'antico ruolo di educatrice dei cuori e delle
menti, alla prima difficoltà economica. Ha lasciato quasi
completamente l'insegnamento medio per rifugiarsi in quello
universitario, laddove giungono contribuzioni pubbliche.
Dimenticando che la perdita delle scuole elementari e
medie, dove si formano i giovani, è errore gravissimo perché
reclutare solo a livello universitario non vale a
consolidare quella cultura d'ispirazione cristiana cui si
deve tanto della nostra storia civile. Così si perdono le
radici cristiane del paese e dell'intero Continente . E
difatti la Convenzione europea, nel definire il preambolo
della Costituzione, ha ignorato ogni riferimento alle radici
giudaico-cristiane sulle tanto si è impegnato Giovanni
Paolo II.
Fuori dalla cultura della formazione, la Chiesa Cattolica
recede nella fiducia degli italiani proprio nel momento in
cui irrompono nelle cronache episodi di pedofilia che
vengono enfatizzati, al di là delle dimensioni reali del
fenomeno, gravissimo anche se si trattasse di un solo caso,
da chi vorrebbe dare un colpo di grazia alla Chiesa. Non
sarebbe possibile e i casi di oltraggio ai minori e alla
loro innocenza assumerebbero la loro reale consistenza di
fatti isolati dovuti essenzialmente a poveri mentecatti se
la comunità non avesse subito un processo di
scristianizzazione anche per colpa della Chiesa che recede
dal mondo della scuola, settore nel quale si formano le
coscienze e si apprende il valore di quell'identità
culturale che fonda le sue radici nella storia e nella
spiritualità di un popolo.
11 luglio 2010
Ancora un disservizio al
ritiro bagagli di Ciampino
di Salvatore Sfrecola
Ciampino, ore 22,38, in anticipo sull'orario, atterra il
volo Ryanair proveniente da Cagliari da dove l'aereo
era decollato alle 21,45.
Tuttavia i passeggeri che si sono avviati con fiducia a
ritirare i bagagli sono stati delusi. Il nastro
trasportatore si è messo in movimento soltanto alle 23,20,
quaranta minuti dopo l'atterraggio, poco meno del tempo del
volo Cagliari-Roma. La gente ha protestato con il personale
di Aeroporti di Roma. Tuttavia non era chiaro chi fosse il
responsabile del servizio. Qualcuno ha balbettato il nome di
una società di servizi. "Non è forse incaricata da AdR?",
ho fatto osservare ad un impiegato in una stanzetta lì
accanto. E' stato gentile, ha cercato il Caposcalo. Ma poco
dopo ha chiuso la porta. Evidentemente non desiderava essere
ulteriormente disturbato.
Il fatto è che nessuno chiede scusa di questi disservizi che
fanno precipitare l'Italia nella graduatoria dei paesi
civili, dove si rispetta l'utente, dove i bagagli vengono
smistati rapidamente. Senza arrivare all'efficienza di Tokio
dove, all'uscita dal controllo passaporti, effettuato con
rara celerità adeguando i varchi al numero delle persone, i
passeggeri trovano i bagagli divisi per albergo di
destinazione!
Nessuno chiede scusa, ma evidentemente nessuno prova un po'
d'imbarazzo se non di vergogna. Senso della professionalità
zero!
10 luglio 2010
Alla fine Brancher ha
dovuto dimettersi
di Senator
Lo ha annunciato in Tribunale. Aldo Brancher, Ministro per
un pugno di giorni contrassegnati da polemiche per la sua
manifestata e poi smentita decisione di avvalersi del
"legittimo impedimento" alla fine esce di scena togliendo la
maggioranza dell'imbarazzo.
Naturalmente il Premier lo ringrazia.''Ho
condiviso con Aldo Brancher - ha dichiarato Silvio
Berlusconi - la decisione di dimettersi da ministro. Conosco
e apprezzo ormai da molti anni l'on. Brancher e so con
quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo
che gli era stato affidato. La volontà di evitare il
trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra
ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente
per il bene del Paese e non già per interessi personali''.
'Sono certo - ha aggiunto il premier - che superato questo
momento l'on. Brancher potrà, come sempre, offrire il suo
fattivo contributo all'operato del Governo e alla
coalizione''.
Era
diventata una situazione imbarazzante per l'intera
maggioranza l'incarico "inventato" per Brancher. Tutti
avevano fatto finta di non saperne niente, perfino la Lega
che, invece, aveva condiviso la scelta del cavaliere.
''Chapeau a Brancher. Con le sue dimissioni e la rinuncia al
legittimo impedimento - ha dichiarato Italo Bocchino - il
ministro ha sgombrato il campo dagli equivoci e favorito la
soluzione di uno dei problemi più spinosi interni al
Pdl''. Aggiungendo: ''ci fa piacere aver avuto ragione
difendendo in maniera pignola il principio di legalità che
non può essere offuscato dal sospetto di una nomina vera a
sottrarre l'imputato dal suo giudice naturale. Il primo atto
del 'ghe pensi mi' berlusconiano - sostiene Bocchino - va
incontro alle nostre richieste e siamo fiduciosi che lo
stesso accadrà su intercettazioni, manovra e vita interna
del Pdl''.
Continua, dunque, lo scontro tra finiani e seguaci del Premier,
quello scontro che oggi è palese ma che ha contraddistinto, in modo
meno traumatico, l'intera vicenda delle relazioni tra il Cavaliere e
l'ex Presidente di Alleanza Nazionale. Fin dalla legislatura
2001 - 2006, quando Fini è stato sistematicamente compresso da
Berlusconi, come nel famoso caso della Cabina di Regia economica,
decisa in un vertice di maggioranza e mai attribuita a Fini.
"Senso dello Stato zero!", soleva dire il leader di AN al ritorno da
ogni incontro con i colleghi della maggioranza, con il
Presidente-Imprenditore e con Bossi, il parolaio leghista padano,
secessionista a giorni alterni.
Fini ha masticato amaro in tutto questo tempo subendo la prepotenza
del Cavaliere. E adesso si toglie qualche sassolino dalla scarpa.
Peccato che dopo aver tanto subito in silenzio, la sua attuale,
condivisibile iniziativa politica sembri tanto un'azione
maramaldesca, considerate le evidenti difficoltà, politiche e
personali, del Premier.
Vedremo come evolve la situazione. Se Fini terrà il punto della
legalità in occasione della conversione del decreto anticrisi e
dell'esame del ddl intercettazioni. Cercando di rinnovare la
politica, senza farsi strumentalizzare da Casini e da Bersani.
5
luglio 2010
.
L'economia è una cosa
troppo seria
per lasciarla in mano ai ragionieri
di Salvatore Sfrecola
Riprendendo una frase di Georges Clemenceau, primo ministro francese
durante la prima guerra mondiale tanto da guadagnarsi l'appellativo
di "Padre della Vittoria", che l'aveva riferita ai militari ("La
guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari") Senator
ha voluto criticare la gestione dell'economia di questa difficile
stagione di crisi, alternativamente dietro l'angolo, alle spalle, o,
più realisticamente, comunque con una buona dose di ottimismo, in
fase di superamento, un'espressione rassicurante che lascia aperta
ogni ipotesi.
Ottimismo, soprattutto, secondo una regola antica che riconosce una
componente significativa al profilo psicologico nei fatti
dell'economia. Significativa la ripresa economica del dopoguerra,
quando lo sfacelo materiale dell'Italia, uscita dal conflitto con
infrastrutture civili e industriali distrutte, indusse gli Italia,
liberi dall'incubo dei bombardamenti, a rimboccarsi le maniche ed a
lavorare per quella ripresa dell'economia che avrebbe portato al
"miracolo italiano".
Il fatto
è che in quella occasione il Paese ebbe una guida intelligente, con
una profonda conoscenza della storia dell'economia, tanto da
consentirgli di valutare immediatamente la validità delle misure
suggerite o proposte e di adottare quelle più idonee all'esigenza.
Luigi Einaudi, liberale davvero, conoscitore dell'economia nella
storia dell'Italia e dei paesi più industrializzati tenne ferma la
barra del timone per uscire dalla crisi e vi riuscì in poco tempo
controllando l'andamento della spesa pubblica dal Ministero del
bilancio, istituito apposta per lui con il D.Lgs.C.P.S. 4 giugno
1947, n. 407, secondo le sue richieste che De Gasperi non discusse
nemmeno, convinto che il governo non potesse prescindere
dall'apporto del grande economista, all'epoca Governatore della
Banca d'Italia. Il 6 giugno 1947
Luigi Einaudi lascia la carica di
Ministro delle finanze e del tesoro assume la guida del ministero
del Bilancio nel IV governo De Gasperi, mantenendo la vicepresidenza
del Consiglio e trasferendo le funzioni di Governatore della Banca
d'Italia a Menichella, allora direttore generale dell'istituto. Il
democristiano Pella e l'indipendente Del Vecchio, entrambi di
orientamento liberale, e quindi vicini alle posizioni einaudiane,
assumono rispettivamente la responsabilità dei Ministeri delle
Finanze e del Tesoro.
In poco
tempo Einaudi, che si era riservato di tenere sotto controllo le
leggi di spesa assicurandosi che, ove ritenute necessarie, fossero
assistite da idonea copertura finanziaria (una regola che sarà
consacrata nell'art. 81, comma 4, della Costituzione), riuscì a
frenare la spesa inutile, mentre Ragioneria Generale e Corte dei
conti facevano la loro parte.
Oggi
evidentemente manca il controllo della spesa. Manca in Parlamento
dove la sensibilità per le spese inutili, se non dannose, è
scarsissima in una maggioranza particolarmente sensibile agli
interessi privati. Manca nella gestione, non tanto come verifica
della legalità della spesa, perché non si ha motivo di dubitare del
buon lavoro della Ragioneria e della Corte, quest'ultima per gli
atti che controlla, meno, molto meno di un tempo. Della Ragioneria
ho già detto che, come custode del bilancio, ha fallito il suo ruolo
se non riesce a rappresentare la Ministro l'inutilità di alcune
spese, quelle che definiamo senza mezzi termini sprechi.
Di fronte
a questa situazione di ingovernabilità il Governo ed il suo ministro
dell'economia si sforzano di contenere le spese in modo brutale,
ricorrendo a sistematici, ricorrenti tagli, tutto il contrario di
quel che serve in un momento come questo, quando occorre sollecitare
i consumi, per far risalire la produzione e con essa l'occupazione.
"Un'overdose
di austerità sta drogando l'economia" , ha scritto ieri su Il
Sole - 24 Ore Paul Krugman, l'economista statunitense Premio
Nobel nel 2008, contestando la tesi della "contrazione che produce
espansione". E dimostrando che dove questi comportamento è parso
abbiano riscosso successi, questo, in realtà, derivava da altri
fattori dell'economia che nulla avevano a che fare con la riduzione
della spesa pubblica.
Intendiamoci bene. Una spesa pubblica eccessiva è sempre da evitare,
ma è certo che non è la quantità ma la qualità della spesa che
influisce sulle condizioni generali dell'economia e sulla capacità
del pubblico di contribuire al benessere della popolazione.
Ad
esempio non è sufficiente ridurre la spesa sanitaria con i
famigerati tagli "orizzontali" per avere servizi migliori perché è
molto probabile che i tagli vadano a colpire aspetti essenziali
della cura della salute, mentre un taglio selettivo, sulla base
delle indicazioni provenienti da un approfondimento degli elementi
costitutivi della gestione potrebbe sortire il duplice effetto di
diminuire la spesa e migliorare le prestazioni.
Il fatto
è che la spesa inutile e dannosa è spesso conseguenza
dell'intervento di lobby, vicine al potere, che sollecitano
l'espansione del costi.
Per
rimediare allo sfascio di vasti settori della gestione pubblica
occorre, dunque, una revisione severa delle spese, analizzandole una
ad una sulla base delle indicazioni degli organi di controllo e
tenendo presenti le indicazioni provenienti dalle esperienze più
virtuose. Rapidamente si possono avere elementi certi e colpire
senza pietà gli sprechi, appena scoperti, giorno dopo giorno, senza
attendere piani generali. Uno spreco accertato va immediatamente
eliminato.
Per far
questo occorrono autorevoli verifiche della spesa e la volontà di
risolvere i problemi. Occorrono scelte politiche consapevoli. Ed una
direzione del Governo e del Ministero dell'economia in mano a
personalità che abbiano la competenza e l'autorevolezza di imporsi
ai vari clientes che la politica come sempre attira.
Non
si vede nessuna di queste qualità oggi all'orizzonte. C'è solo la
capacità di brutali tagli, del tutto inutili, soprattutto svincolati
da una politica globale del bilancio pubblico che tenga conto degli
effetti del fisco sull'economia e sul reddito delle persone e delle
imprese. Per fare politica economica ci vorrebbero economisti alla
Einaudi non modesti contabili, quasi amministrassero il condominio
di casa loro.
4 luglio 2010
Berlusconi "corregge" il
relatore
Il pasticciaccio delle
tredicesime decurtate
di Senator
Clamoroso marcia indietro del Governo sulla riduzione delle
tredicesime al personale statale. Il Premier Berlusconi
interviene quando gli animi si erano già abbondantemente
riscaldati e le polemiche dilagavano in tutta Italia.
Ecco l'emendamento incriminato:
"All'articolo 9,
dopo il comma 22, sono inseriti i seguenti: "22-bis. Al fine
di assicurare un risparmio di spesa non inferiore ai
risparmi derivanti dall'applicazione dei commi 1, 21,
secondo e terzo periodo, e 22, secondo, terzo, quarto e
quinto periodo, del presente articolo, nei confronti del
personale di cui all'art. 3 del decreto legislativo 30 marzo
2001, n. 165, la tredicesima mensilità spettante al predetto
personale può essere ridotta con decreti di natura non
regolamentare del Presidente dei Consiglio dei Ministri da
emanare entro il 31 ottobre 2010 su proposta dei Ministri
competenti di concerto con il Ministro dell'economia e delle
finanze; con i decreti è fissata la percentuale di riduzione
necessaria ai fini del conseguimento del predetto risparmio
di spesa. Per il personale di cui alla legge n. 27 del 1981,
il decreto è emanato su conforme delibera degli organi di
autogoverno. In particolare, possono essere emanati distinti
decreti per:
a) il personale dirigente delle Forze armate
e delle Forze di Polizia;
b) il personale non dirigente delle Forze
armate e delle Forze di Polizia;
c) il personale dirigente dei Vigili del
Fuoco;
d) il personale non dirigente dei Vigili del
Fuoco;
e) i professori ed i ricercatori
universitari;
f) il personale di cui alla legge n. 27 del
1981;
g) il personale della carriera prefettizia;
h) il personale diplomatico;
i) il personale della carriera dirigenziale
penitenziaria.
22-ter. A seguito della registrazione da
parte della Corte dei Conti dei singoli decreti di cui al
comma 22-bis, nei confronti delle categorie destinatarie dei
decreti stessi cessano di applicarsi le disposizioni di cui
ai commi 1, 21, secondo e terzo periodo, e 22, secondo,
terzo, quarto e quinto periodo, del presente articolo.
22-quater. Qualora gli effetti finanziari
previsti in relazione all'applicazione dei commi 1, 21,
secondo e terzo periodo, 22, secondo, terzo, quarto e quinto
periodo e 22-bis del presente articolo nei confronti del
personale di cui all'art. 3 del decreto legislativo 30 marzo
2001, n. 165, risultassero, per qualsiasi motivo, conseguiti
in misura inferiore a quella prevista, con decreti di natura
non regolamentare del Presidente del Consiglio dei Ministri,
da emanare previa relazione del Ministro dell'economia e
delle finanze, è disposta la riduzione della tredicesima
mensilità spettante al predetto personale, sino alla
concorrenza dello scostamento finanziario riscontrato. Sono
emanati distinti decreti per le categorie indicate
nell'ultimo periodo del comma 22-bis."
Il Relatore".
Una decisione di rara insipienza politica, un aggravio
all'aggravio dei tagli che già hanno destato vivissimo
malcontento per l'intrinseca ingiustizia che li riferisce
solamente alle categorie del pubblico impiego, da parte di
un governo e di un Ministro, in carica da anni, il quale non
ha saputo combattere l'evasione fiscale che anzi è
sensibilmente aumentata secondo i dati dello stesso
Ministero dell'economia e delle finanze che dovrebbe
provvedervi, che non ha saputo riordinare il sistema del
contenzioso tributario che allunga, oltre ogni
ragionevolezza, i tempi della riscossione delle imposte. In
sostanza uno sfacelo su tutta la linea, un apparato
elefantiaco che non riesce a fare quello che tutti gli stati
seri fanno, riscuotere le imposte. Il perché è semplice. Il
sistema tributario è farraginoso, continuamente soggetto a
modifiche. Di difficile interpretazione è la Bengodi
degli evasori e dei consulenti, il più delle volte ex
dipendenti dell'Amministrazione finanziaria nella quale
mantengono solidi collegamenti. Nessuna politica seria delle
deduzioni, l'unica capace, come insegna l'esperienza dei
paesi all'avanguardia nella lotta all'evasione fiscale, di
far emergere i redditi degli operatori economici e i lavori
in nero. Un'amministrazione che è capace solo dei "tagli
orizzontali", cioè di decurtazioni percentuali uguali per
tutti, ignorando che non per tutti la medesima riduzione
degli stanziamenti ha lo stesso effetto. Così si premiano
strutture parassitarie e si condannano a morte enti che
costituiscono il fiore all'occhiello del nostro Paese nella
ricerca scientifica e nella cultura.
La conclusione è una sola, l'economia è una cosa
troppo seria per farla fare ai ragionieri del Ministero di
via 20 settembre.
4 luglio 2010
La protesta dei
magistrati: oltre lo sciopero
di Iudex
Ho
scioperato, abbiamo scioperato in molti, per protestare
contro un provvedimento che
attua una manovra
finanziaria ingiusta, che colpisce soprattutto le categorie
dell’impiego pubblico, laddove è facile tagliare stipendi e
rateizzare le liquidazioni. Dopo averci imbottito la testa
di rassicuranti certezze. In parole povere Berlusconi e
Tremonti ci avevano fatto credere di essere il Paese più
virtuoso d'Europa. Dove la crisi stava per passare, era
passata, in sostanza stavamo per riprendersi, il tutto
mentre le piccole imprese, l'orgoglio del Nord Est
chiudevano una dopo l'altra e a migliaia perdevano posti di
lavoro. Alcuni senza prospettive i quaranta-cinquantenni,
assolutamente incollocabili.
Di fronte ai soliti
tagli "orizzontali", dimostrazione della incapacità di
distinguere le situazioni e le esigenze vere, ad esempio
degli enti definiti "inutili", spesso perché non se ne
conosceva la funzione (questo giornale ha fatto l'esempio
dell'Istituto di Studi ed Esperienze di Architettura Navale,
l'INSEAN, che ha commesse dalla U.S. Navy, e scusate se è
poco!), noi magistrati abbiamo anche fatto presente che la
nostra protesta su tagli di stipendi e blocco delle
promozioni discende dal fatto che non siamo categoria
contrattualizzata e non ci è facile tornare a rivendicare, a
breve, recuperi di carriera e stipendiali, gli uni e gli
altri strettamente connessi con un regime di autonomia
assicurato dalla Costituzione, come espressione della
indipendenza che è anche economica.
Ingiusta perché, a
parità di livello, se dovessimo prendere le misure con il
vecchio “ordinamento gerarchico”, un Consigliere di
cassazione, equiparato ad un dirigente generale o ad un
generale di divisione, “porta a casa” a fine mese meno,
molto meno del funzionario, che, soprattutto in alcune
amministrazioni (ad esempio il Ministero dell'economia e
delle finanze, il Ministero di Tremonti il "tagliatore")
“arrotonda” con incarichi e benefits, palesi o
occulti (ma questi non interessano). Commissioni, comitati,
collaudi, arbitrati, consigli di amministrazioni, revisorati
dei conti. E poi la possibilità di “sistemare” figli e
nipoti in aziende e società dipendenti dallo Stato e dagli
enti locali. Raramente il figlio di questi Grand Commis
fanno concorsi, di solito vengono "chiamati" dagli enti
vigilati.
Angelo Balducci,
certo non un esempio da seguire, per i comportamenti che gli
sono addebitati dalla magistratura ordinaria (per parte sua
la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale del Lazio, lo ha
condannato in primo grado per un collaudo “distratto” in
occasione della ristrutturazione delle Sale Operatorie
dell'Ospedale Santo Spirito effettuate con i fondi del
Grande Giubileo del 2000), ha affermato di guadagnare ogni
anno oltre due milioni e mezzo di euro, tra collaudi e
arbitrati.
Certo non è un
reddito diffuso tra i dirigenti dell’Amministrazione, ma
certamente tutti guadagnano più dei magistrati di qualifica
“corrispondente”.
La conseguenza è
evidentemente quella che i tagli stipendiali incidono
sull’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, nei
confronti dei quali c’è, in buona parte della classe
politica, in particolare dell'attuale maggioranza, una
diffusa ostilità, conseguenza di intolleranza rispetto al
controllo di legalità che connota lo Stato di diritto.
Tuttavia questa
lesione dell’indipendenza della magistratura non è percepita
dalla gente, la quale è convinta, perché così è stata
indotta a credere da stampa e televisione, che i magistrati
lavorano poco e guadagnano tanto. E poi siccome ricordano
alla gente che ci sono varie regole da rispettare sono
obiettivamente “antipatici” a molti nel Paese dei "dritti",
quelli che sovente fanno incursioni nell'illegalità ma
tuttavia la fanno franca .
Con questa premessa,
lo sciopero non sembra la forma di protesta più adatta.
Intanto perché l’astensione dal lavoro nella storia delle
rivendicazione in materia di lavoro deve danneggiare
essenzialmente il datore di lavoro, mentre nel caso dei
magistrati lo sciopero colpisce gli utenti del servizio
giustizia (il più delle volte i più deboli) e poi perché
continuo a nutrire dubbi sul fatto che un potere dello Stato
possa scioperare nei confronti di altri poteri, il Governo e
il Parlamento, dal momento che il decreto legge è atto "del
Governo" che adesso è “del” Parlamento chiamato a
convertirlo in legge.
Da queste brevi
considerazioni deduco due conseguenze:
1. i magistrati non sanno comunicare,
altrimenti, denunciando una lesione di indipendenza,
avrebbero dalla loro la gente;
2. l’astensione dal lavoro è uno
strumento non idoneo alla protesta.
Quanto al primo
punto, essenziale, è evidente che le associazioni dei
magistrati non possono scendere in campo solamente quando la
categoria è danneggiata nel portafoglio. Se, come è
evidentemente vero, si è voluto portare una lesione
all’indipendenza della magistratura, questa va rivendicata
in ogni occasione, in un dialogo aperto e continuo con le
altre componenti del mondo del diritto, avvocatura ed
università, in rapporto ai principi costituzionali sui
diritti dei cittadini, i quali devono essere informati del
dibattito che direttamente o indirettamente li riguarda.
Se il ruolo
della Magistratura, la quale si deve dare carico, per quanto
di propria spettanza, della risposta alla richiesta di
Giustizia che proviene dalla comunità, è compreso dalla
gente, è evidente che la classe politica sarà indotta a
tenerne conto anche quando pensa di poter attuare riforme di
esclusivo interesse di parte.
Questo cambio di
passo è essenziale. Altrimenti ci ritroveremo al prossimo
giro nelle stesse condizioni, costretti a protestare con
un’opinione pubblica indifferente e in molti casi ostile
(chi attende da anni una sentenza civile o il danneggiato da
un reato beffato dalla prescrizione!).
È necessario dunque
(siamo al punto 2) pensare a forme diverse di protesta che
siano idonee a coinvolgere effettivamente la totalità dei
colleghi: una manifestazione pubblica, un impegno lavorativo
straordinario, capaci di marcare la differenza e di
sottolineare la dignità del ruolo istituzionale di chi è
chiamato ad amministrare la Giustizia. Proviamo a pensarci
su per non trovarci impreparati alla prossima occasione o
per continuare la protesta con maggiori forze e più vasti
consensi perché la Giustizia, con la "G" maiuscola, è
centrale nella pacifica convivenza, perché punire i reati è
dimostrazione della presenza dello Stato e dà certezze ai
cittadini, e assicurare la tutela dei diritti è espressione
di civiltà, come insegna l'eredità del diritto romano.
3
giugno 2010
Scontro Quirinale Palazzo Chigi
C’è una questione legalità non risolta
di Senator
Oltre alla questione morale, che si è affacciata prepotentemente in
questi ultimi mesi, quando sono venute all’attenzione delle cronache
le malefatte della “Cricca”, c’è un’evidente questione legalità. Non
da oggi, ovviamente, ma da quando un evidente, irrisolto conflitto
di interessi, incarnato da un imprenditore che ha assunto la
leaderschip del governo ha fatto ritenere a molti, certamente ai
suoi compagni cordata, che le regole della democrazia e financo la
Costituzione possano essere aggirate o modificate in funzione di
interessi personali o di categoria.
La questione legalità è sottolineata dalla quotidiana insofferenza
del Premier e dei suoi uomini per la magistratura e per la Corte
costituzionale. Il controllo di legalità che connota lo “stato di
diritto” che lo affida a giudici "soggetto soltanto alla legge",
sempre poco gradito dai detentori del potere, in Italia, in questi
anni, è apertamente rifiutato da una parte della classe politica,
quella degli affari e dei conflitti di interesse grandi e piccoli,
palesi o ben occultati, che degradano il nostro Paese ai livelli di
alcune repubbliche sudamericane ed africane, dove imprenditori senza
scrupoli e capi tribù pretendono di gestire la cosa pubblica
nell’interesse proprio e dei propri amici. Uomini d’affari che, nel
periodo nel quale sono al Governo, del paese e degli enti locali si
arricchiscono rapidamente.
Oggi il conflitto sulle regole della legalità esplode attraverso
un’iniziativa del Quirinale che, sempre prudente, ipotizza, con
linguaggio di inusitata durezza, un rinvio alle Camere, ove il
disegno di legge sulle intercettazioni fosse approvato così com’è
approdato alla Camera dopo l’approvazione del Senato.
Una tensione palpabile e foriera di possibili soluzioni traumatiche,
che ha fatto dire a Massimo Franco, nel suo editoriale sul
Corriere della sera del 2 luglio di “cortocircuito
istituzionale”. Perché le parole di Giorgio Napolitano a proposito
della legge sulla disciplina delle intercettazioni “non sono
soltanto una bocciatura dell’accelerazione del governo, ed un invito
a cambiare il provvedimento”.
Il Capo dello Stato si è lamentato di non essere stato ascoltato
neppure sulla manovra economica, che è stata attuata con
provvedimento d’urgenza, ed in tal modo “dà sfogo - scrive Franco -
ad una sensazione diffusa: sebbene il centrodestra gli risponda che
temporalmente il suo consiglio è stato seguito”.
L’intervento di Napolitano può essere interpretato in vari modi.
Anche che “una tensione così evidente si spiega con la volontà di
scongiurare un pericolo: che il centrodestra finisca per scaricare
sul Paese i suoi contrasti interni” (ancora Franco).
A me pare che l’intervento del Capo dello Stato possa e debba, nella
situazione che si è venuta a creare tra chi vuole evidentemente
legare le mani ai magistrati e chiudere la bocca ai giornalisti e
chi ritiene che la legalità rappresenti un valore che connota la
democrazia e la nostra Repubblica, essere interpretato come
espressione di un ruolo centrale nel sistema costituzionale.
Per cui il Presidente con la sua iniziativa rivendica il ruolo di
garante super partes della legalità, facendo intendere
indirettamente ai fautori del presidenzialismo o del
semipresidenzialismo, secondo le formule che la tradizionale
esterofilia italiana definisce ad imitazione di esperienze straniere
imbarcate spesso solo per sentito dire nelle rivendicazioni
politiche, che un garante non può venir meno, senza mettere a
rischio la democrazia. Perché sarebbe veramente terrificante
immaginare che sul Colle sedesse, con più ampi poteri, il Cavaliere
imprenditore, pronto ogni giorno a fare strame delle regole del
diritto e della democrazia.
Berlusconi afferma di non avere poteri per governare. In realtà con
una maggioranza numericamente ragguardevole e con i poteri che la
Costituzione gli riconosce potrebbe fare molto. Se non lo fa, se non
riesce a governare è perché il suo governo è diviso, composto nella
maggior parte dei casi da personale politico modesto (in taluni casi
patetico) e i parlamentari della maggioranza non sono
professionalmente qualificati. Perché così li ha scelti lui,
privilegiando belle ragazze e giovani senza esperienza. A tutti ha
fatto ritenere che fosse possibile non rispettare le leggi e
all’occasione modificarle ove fossero di ostacolo al perseguimento
di interessi personali e di lobby, sia pure gabellati come interessi
della gente.
3 luglio 2010
Mentre monta una
"questione morale" dagli esiti imprevedibili
Il "caso Brancher" tra
politica e diritto
di Senator
La nomina di Aldo Brancher a Ministro per l’attuazione del
federalismo se non
altro farà discutere negli anni a venire gli studiosi di
politica e di diritto costituzionale. I primi si chiederanno
che senso abbia istituire un posto di governo che deve
monitorare l'attività di un altro ministro, quello per il
federalismo. Per cui si potrebbe pensare a plurimi ministri
senza portafoglio per verificare l'attuazione del programma
dei ministri con portafoglio. Il ministro per l'attuazione
delle politiche comunitarie, che è già senza portafoglio, o
delle politiche agricole, che, invece, il portafogli lo ha.
O il ministro per l'attuazione del programma del beni
culturali o della sanità o del lavoro.
Contemporaneamente i giuristi si porranno il problema se sia
legittimo moltiplicare i posti di governo, sfruttando lo strumento
dei ministro "senza portafoglio", cioè senza bilancio autonomo che,
però, pesa sul bilancio dello Stato perché si avvale di uno staff
che mai va sotto le venti unità, un capo di gabinetto, un capo del
settore legislativo, come si esprime il decreto organizzativo della
Presidenza del Consiglio (solo Gianfranco Fini, Vicepresidente del
Consiglio, lo ha chiamato "Ufficio legislativo" per mettere in
pista il fedelissimo Paolo Maria Napolitano, un funzionario del
Senato poi nominato Consigliere di Stato e quindi spedito alla
Consulta), Tutti e tre con auto blu e autisti, ovviamente, dei quali
inevitabilmente saranno dotati anche il segretario particolare.
Spese che, in tempi di crisi economica, sarebbe stato meglio
evitare.
La nomina di Brancher, a velocità supersonica, ha stupito tutti, o
quasi. Apertamente sorpresi La Russa e Gasparri, Bossi "il
federalista" per antonomasia, che in materia ha una esplicita
competenza ministeriale, ha accolto la notizia con evidente
contrarietà tanto da sconfessare pubblicamente, in quel di Pontida,
la scelta di Berlusconi.
"Perché
tutta questa fretta?" si è chiesto Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera. Un ennesimo mistero politico, considerato
che da oltre un mese e mezzo è vacante un posto di governo di
particolare rilievo, quello dello Sviluppo economico, al quale sono
affidate molte delle speranze della ripresa della produzione e dei
consumi, dopo le dimissioni di Claudio Scajola non viene ancora
assegnato.
"Anche i meno sospettosi, anche chi è più disponibile a rilasciare
un credito all’attuale governo e chi ha appena ritenuto positive le
ultime scelte, specialmente in economia - ha scritto Battista -, è
costretto a immaginare che in tanta segretezza frettolosa molto
abbia pesato il nome del nuovo ministro, Aldo Brancher, che potrebbe
avvalersi, come tutti i ministri, delle nuove norme sul "legittimo
impedimento" per procrastinare le vicende giudiziarie che lo
riguardano. È un sospetto ingiusto, ma la singolarità della nomina
di Brancher autorizza qualsiasi malevolenza".
Una vicenda comunque imbarazzante se dal Quirinale, nella sua
funzione di supremo garante della legalità, il Presidente della
Repubblica, Giorgio Napolitano,
è
dovuto intervenire per dire che un ministro senza portafoglio non
può essere legittimamente "impedito" dinanzi al suo giudice. Tanto
che Brancher avrebbe l'intenzione di chiedere che l'interrogatorio
sia anticipato.
E' comunque una situazione imbarazzante che favorisce quel clima di
profondo malessere che attraversa tutto il mondo politico e che sta
montando anche nel Popolo della Libertà, tanto da costringere
Berlusconi a reiterate condanne di ogni ipotesi che veda il formarsi
di correnti o di altro analogo raggruppamento.
Sullo sfondo una "questione morale" che non può essere a lungo
occultata, se ministri ed altri uomini di governo o dirigenti
dell'Amministrazione sono inquisiti o sospettati di illeciti o di
compiacenti omissioni di controlli.
26 giugno
2010
E due! Dopo Sergio
Santoro, se ne va anche Sergio Gallo,
Capo di gabinetto del
Sindaco Alemanno
di Marco Aurelio
"Improvvise e impreviste situazioni familiari" sono la
giustificazione dell'abbandono di Sergio Gallo, magistrato
ordinario, Capo di gabinetto del Sindaco di Roma, Gianni
Alemanno. Il quale prende atto "con dispiacere della
sopravvenuta situazione" e ringrazia il suo ex collaboratore
"in modo non formale".
Gallo rientra in magistratura, come Sergio Santoro,
Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, che lo aveva
preceduto nel delicato incarico, tra l'altro con una
remunerazione assai buona. Che il Corriere della Sera
ha indicato in 298 mila euro.
Che due
magistrati lascino il prestigioso incarico fa riflettere. Il
primo, Santoro, ha una vasta esperienza di magistrato
amministrativo, ottimo conoscitore degli apparati dello
Stato e degli enti locali, una vasta esperienza di
collaborazione ministeriale in vari settori. Gallo non ha la
stessa esperienza. Era giudice civile. Entrambi
sono uomini di legge, abituati ad applicarla ed a pretendere
che sia seguita.
Cosa li ha indotti a mollare un incarico di grande prestigio
e ben retribuito? Un'esigenza personale è la versione
ufficiale e non vi sono motivi per dubitare che sia così.
Tuttavia la coincidenza è certamente singolare per cui
il Corriere della Sera di oggi (a pagina 2 della
Cronaca di Roma), a proposito delle dimissioni di Gallo,
azzarda: "sembra che all'origine della decisione ci sia
stata qualche incomprensione col sindaco sui tempi delle
decisioni, a cominciare dalla sanatoria sulle piscine".
Che la stessa cosa sia accaduta con Sergio Santoro?
Certo che non è da tutti abbandonare una poltrona
prestigiosa, accanto ad un politico giovane e rampante, che
aspira ad un ruolo di primo piano nel dopo Berlusconi, se
non c'è un motivo serio, un'incomprensione non superabile.
Resta, dunque, il dubbio che l'azzardo del Corriere
possa essere verosimile, che effettivamente tra il politico
e il tecnico ci sia stata qualche contrasto, che a questo
punto deve ritenersi grave, su alcune decisioni da assumere.
Certamente delle dimissioni di Gallo si tornerà a parlare ed
è probabile che si ricerchino i motivi per i quali, a breve
distanza dell'insediamento del Sindaco che ha prevalso su
Rutelli, anche Sergio Santoro preferì lasciare il Palazzo
del Campidoglio e tornare al Consiglio di Stato.
23 giugno 2010
L'iniziativa del Sindaco
di Roma
La Guardia di Finanza
negli asili,
per far pagare di più a
chi più può
di Senator
L'idea sembra appropriata. Il Sindaco Alemanno alla
disperata ricerca di mezzi per far cassa dopo la disastrosa
esperienza delle giunte di Centrosinistra e dopo gli errori
iniziali dello stesso Sindaco (strisce blu a pagamento e
bianche senza controlli), che tra l'altro hanno privato la
comunità romana di somme legislativamente destinate ai
parcheggi ed alla segnaletica, pensa, così dicono i giornali
di oggi (E-Polis, a pagina 15) di fare un accordo con la
Guardia di Finanza "per setacciare i i redditi delle
famiglie che iscrivono i bambini al nido per accelerare la
lotta all'abusivismo". "Darà di più chi ha più possibilità,
dice il Sindaco.
La questione non è chiara per cui tento alcune ipotesi e
considerazioni.
Sembrerebbe diretta a coloro i quali iscrivono i figli negli
asili comunali. In questo caso il reddito effettivo della
famiglia dovrebbe servire a permettere di formare la
graduatoria nel senso di dare la precedenza a chi ha redditi
inferiori. Per cui se è evidente e giusta l'idea di adottare
misure che accertino i redditi effettivi, in modo da evitare
l'ingiustizia di chi dolosamente esponga un reddito
inferiore, non si comprende che senso abbia dire pagherà di
più chi più ha perché chi è in questa condizione non
dovrebbe entrare in graduatoria.
L'idea del Sindaco va, dunque, meglio spiegata. E certamente
lo farà, anche perché l'opposizione ha subito parlato di una
"vera e propria stangata per i romani".
L'occasione induce, invece, a considerare la necessità di
valutare - ma questo è compito del Ministro Tremonti - la
possibilità di attuare una deduzione dei costi che le
famiglie sostengono per i figli. In parte, ovviamente,
considerate le condizioni della finanza pubblica. Ma è
evidente che se la retta di un asilo privato è, ad esempio,
di 700 euro mensile il fisco che consentisse di dedurre
anche solo il 10 per cento (70 euro) sarebbe in condizione
di individuare la somma che l'asilo percepisce e non
potrebbe non esporre nel bilancio e nella dichiarazione dei
redditi. Infatti il 10 per cento, come qualunque altra
percentuale, individua il totale, l'effettiva somma
incassata dal percettore.
E' questo il segreto del fisco moderno e civile. Far
emergere, attraverso la generalizzata deduzione di tutto o
di parte dei redditi trasferiti le somme da tassare. Ma da
questo orecchio il Ministro Tremonti non ci sente. Si sente
dire che si perderebbe gettito. E' una solenne sciocchezza,
considerata la flessibilità del sistema tributario e la
possibilità di determinare anno dopo anno la misura delle
deduzioni come delle detrazioni.
Quando
diventeremo un paese civile?
21 giugno 2010
Dopo la partita Italia-Nuova
Zelanda giudicata "sulla carta" facile
E' sempre sbagliato
sottovalutare gli avversari
di Salvatore Sfrecola
Abbiamo sofferto, tutti, ieri pomeriggio durante la partita
Italia - Nuova Zelanda, che tutti i giornali avevano
ritenuto "sulla carta" facile.
Invece abbiamo sofferto e molto, anche per aver
sottovalutato l'avversario e per aver messo in campo una
squadra inadeguata. Lippi ha ripetuto più volte
nell'intervista televisiva del dopo partita che i
neozelandesi erano alti due metri. Che fossero cresciuti
nella notte? Suvvia è la solita spocchia nostra e del CT, in
particolare, che dopo l'incontro con il Paraguay ebbe a
dire, parola più o parola meno, che la squadra sudamericana
si era impegnata molto a contenere i nostri!
Ma dov'era Lippi?
E
poi che senso ha minimizzare il valore dei nostri avversari?
Svilisce anche il senso di una nostra eventuale vittoria. Se
gli avversari valgono poco lo stesso successo vale poco.
Mi ricorda la stupida denigrazione che al tempo del Fascismo
si faceva dell'esercito inglese. Mussolini disse che era
l'ultimo del mondo. Affermazione quanto mai azzardata
considerato che per secoli i soldati con la bandiera
dell'Union Jack hanno combattuto in tutti i
continenti.
Affermazione azzardata, quella del Duce, che però consentì a
Churchill, a guerra finita, di annunciare alla Camera dei
comuni che l'ultimo esercito del mondo aveva battuto il
penultimo.
Sciocchezze italiche!
21 giugno 2010
In margine all'editoriale
di Gian Antonio Stella
Autocertificazione sì, ma
con controlli adeguati
di Senator
Quando ho scritto il mio pezzo sulle preannunciate
semplificazioni cin materia di apertura di un'impresa,
all'alba di questa mattina, non avevo ancora letto il
Corriere della Sera che si apre con un bell'editoriale
di Gian Antonio Stella dal titolo emblematico
"Autocertificati (e responsabili)".
Fustigatore dei costumi della "casta" e della "cricca",
severo censore delle malefatte della burocrazia Stella
esordisce con un "Dio benedica l'autocertificazione".
Convinto che Dio non debba essere nominato "invano" ,
tuttavia condivido il peana alla semplificazione, come l'ho
condiviso quando l'Amministrazione pubblica ha cominciato ad
accettare dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà per
abbattere la carta dei certificati ed i tempi lunghi delle
pratiche che ne prendevano atto. Poi, però, è emerso che
molti profittavano della diffusa convinzione,
sperimentalmente verificata, che i controlli non arrivano
sempre, Conosco il caso di un falso medico, condannato dalla
Corte dei conti, il quale prestava servizio presso un
ospedale napoletano avendo attestato di essere laureato in
medicina e chirurgia. Periodicamente la direzione
amministrativa gli chiedeva il certificato la laurea e
l'iscrizione all'ordine. Lui faceva finta di niente e così
per molto tempo l'ha fatta franca. Poi è cambiato il
direttore sanitario. Il nuovo ha reiterato la richiesta ma
stavolta, non ricevendo risposta, si è rivolto
all'università ed all'Ordine dei medici. L'una non aveva mai
laureato quel signore che, ovviamente, l'Ordine dei medici
non aveva mai iscritto.
Accadeva a Napoli qualche anno fa. Ed oggi Stella racconta
episodi che dimostrano che in fatto di truffe da
autocertificazione, ove più ove meno, l'Italia è una, in
barba al federalismo della Lega. Cronache, come
scrive, che "fanno
rizzare i capelli".
Seicentosei
studenti della Sapienza smascherati (su un campione di soli
4000) perché si dichiaravano poveri rubando le borse di
studio ai poveri veri. Settantatré palazzine abusive a
Casalnuovo vendute dal notaio in base a
un’autocertificazione falsa secondo cui tutto era a posto
per il condono. Cento per cento dei posti in graduatoria
nelle «materne» dell’Agrigentino assegnati grazie alla legge
104 e ai documenti di maestre che giuravano di assistere
parenti invalidi”.
E, ancora, migliaia di “buoni-bebè” (solo a Voghera erano
truffaldine 354 pratiche su 430) distribuiti a immigrati
“finti italiani”. Poi decine di migliaia di finti
nullatenenti dalla Val d’Aosta alla Calabria esenti dal
ticket sanitario e viua dicendo, dall’Alpi al Lilibeo,
l’Italia dell’autocertificazione è a rischio.
Occorre procedere comunque sulla strada della
semplificazione. Ma occorrono pene severe per chi imbroglia,
senza che abbia la sensazione di condoni all’orizzonte.
Infine, massima severità anche all’interno, per evitare che in sede
di controlli i soliti impiegati disonesti, che non mancano mai anche
nelle migliori amministrazioni, taglieggino coloro che, magari in
buona fede, qualche imprecisione l’hanno denunciata
nell’autocertificazione,
Vediamo se questo riesce a diventare un Paese normale e civile.
20 giugno 2010
Un antico
problema "scoperto" soltanto
adesso
Meno burocrazia per aprire
un'impresa,
evitando il far west
selvaggio
di Senator
Necessarie da anni, certamente da quando il Presidente
imprenditore è entrato in politica, nel 1994, delle esigenze
di semplificazione degli adempimenti per avviare un'impresa
non se ne era parlato mai a livello di governo. Viene adesso
prepotentemente alla ribalta mentre le imprese chiudono un
po' dappertutto in Italia sotto i colpi della crisi
economica. Ottima iniziativa certamente, come sottolineato
anche dal Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi,
che ha denunciato "troppi ostacoli". "Una regolamentazione
eccessiva o di cattiva qualità costituisce per le imprese un
fattore di ostacolo alla concorrenza", Più esattamente una
regolamentazione "inefficiente e costosa", sicché,
riprendendo una valutazione della Banca Mondiale osserva
come "non sia facile fare impresa in Italia".
Bene, anzi benissimo. Si doveva fare prima ma il Presidente
imprenditore, che questi problemi dovrebbe conoscere in
ragione della sue esperienza professionale, non se ne era
dato carico fino ad oggi.
Che sia un ennesimo annuncio? Considerato il gran polverone
che si va facendo, innanzitutto coinvolgendo nell'iniziativa
la riforma degli articoli 41 e 118 della Costituzione in
termini non ben definiti e della quale comunque non si
comprende bene la motivazione. Soprattutto non si comprende
perché si voglia modificare l'articolo 41 che si apre con
una affermazione solenne: "L'iniziativa economica privata è
libera", come pretesa alla non ingerenza del potere politico
nei rapporti di produzione e di scambio. Una formula che
addirittura richiama l'inglese Magna Charta libertatum
del 1215, che garantisce a tutti i mercanti la possibilità
di circolare liberamente "sia per terra che per acqua, per
comprare e per vendere, secondo le antiche e buone
consuetudini".
L'articolo 41 prosegue (comma 2) affermando che
(l'iniziativa economica privata) "non può svolgersi in
contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno
alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".. Fin qui
credo che né Berlusconi né Tremonti abbiano nulla da dire.
Al terzo comma sta scritto che "la legge determina i
programmi e i controlli opportuni perché* l'attività
economica pubblica e privata possa essere indirizzata e
coordinata a fini sociali". E qui, probabilmente, sta la
scusa della preannunciata proposta di revisione
costituzionale perché questa norma "programmatica" che
prevede l'eventuale attribuzione dal legislatore alla
pubblica amministrazione di una verifica della
regolamentazione del numero e della localizzazione degli
esercizi commerciali (ad esempio, le farmacie, i
supermercati) o delle caratteristiche dei locali allo scopo
adibiti sotto il profilo della sicurezza e dell'igiene è
evidentemente una scusa per mascherare le difficoltà non
valutate e giustificare l'eventuale fallimento
dell'iniziativa. Perché è facilmente immaginabile cosa
accadrebbe se, in sede di verifica successiva, l'autorità
pubblica accertasse che l'autocertificazione, ad esempio
sulla sicurezza dei locali e dell'igiene, non fosse
rispondete alla realtà, Si applicherebbe rigidamente la
legge o farebbe capolino l'ennesimo condono?
Che non sia questione semplice lo dimostra la difficoltà che
lo schema normativo ha incontrato in Consiglio dei Ministri,
con le riserve di Brunetta, Calderoli, Ronchi, Bossi e
Frattini. Di quest'ultimo, soprattutto, che pur essendo
Ministro degli affari esteri, lontano, quindi, dalla materia
ratione officii, è un giurista di valore al
quale non possono sfuggire che non esistono reali ostacoli
da parte dell'articolo 41 alla semplificazione della
disciplina normativa per l'avvio di un'impresa.
Si parla meno della riforma dell'articolo 118 della
Costituzione e non se ne comprendono ancora oggi le ragioni,
atteso che la riforma del 2001 ha delineato l'esercizio
delle funzioni amministrative tra i vari enti che compongono
la Repubblica, comuni, città metropolitane, province,
regioni e Stato, con l'affermazione del principio della
sussidiarietà, verticale (da un ente all'altro, partendo da
quello più vicino al cittadino) e orizzontale (con
attribuzione al cittadino ed alle associazioni nelle quali
opera a fini sociali di svolgere funzioni proprie dei
comuni).
Forse verranno chiarimenti più avanti. O forse si voleva
pensare all'articolo 117 che ripartisce le competenze
legislative tra Stato e Regioni, sia per i casi di
legislazione esclusiva che di quella "concorrente".
Nel 117, infatti, stanno le attribuzioni regionali in
materia di commercio.
Ci auguriamo veramente che lacci e lacciuoli siano eliminati
per le imprese. Evitando tuttavia il far west
selvaggio che sta dietro l'angolo di ogni liberalizzazione,
in assenza di una burocrazia efficiente ed autorevole che
faccia rispettare le regole, sia pure ex posto.
20 giugno 2010
Un forte richiamo alla
responsabilità delle istituzioni
Cambiano i vertici di
Corte dei conti e Consiglio di Stato
di Salvatore Sfrecola
Momento delicato per le istituzioni della Repubblica troppo spesso
coinvolte in polemiche politiche che, in realtà, non le riguardano e
oggetto di aggressioni scomposte di chi non ne riconosce il ruolo
per essere fuori della logica istituzionale e democratica sulla
quale si fonda la nostra Costituzione.
Da un lato i magistrati costretti a scioperare contro voglia, nella
consapevolezza che gli uomini e le donne che incarnano un potere
dello Stato, il potere giurisdizionale, l'espressione più alta del
vivere civile, entrano in rotta di collisione con un altro potere
dello Stato, il Governo, ripetutamente impegnato non a facilitarne
il delicatissimo lavoro ma ad ostacolarlo, come nel caso della
guerra alle intercettazioni telefoniche e ambientali in una corsa
contro il tempo perché non emergano le malefatte della "Cricca". Da
ultimo con una sforbiciata alle retribuzioni che ad una categoria la
quale non contratta gli stipendi, perché stabiliti per legge, vede
nella diminuzione di un trattamento economico di gran lunga
inferiore a quello dei dirigenti statali e regionali una lesione
grave della propria indipendenza.
Lo scontro è duro perché la maggioranza ha messo in campo i mezzi di
comunicazione di cui ampiamente, quasi monopolisticamente, dispone,
a cominciare dai giornali amici o "di famiglia", dove scrivono
giornalisti e pennivendoli che in fatto di retribuzioni e benefici
vari stanno molte spanne avanti al titolare del maggior stipendio
della magistratura.
Intanto continua l'attacco alla Consulta di chi è intollerante dei
controlli di costituzionalità sulle leggi.
Altre
situazioni maturano nel mondo della Giustizia. Tra il primo e il
cinque di luglio lasciano la toga i Presidenti della Corte dei conti
e del Consiglio di Stato, due Istituzioni essenziali nel buon
funzionamento dello Stato, la prima per la funzione di controllo
"sugli atti del governo", con compito di riferire al Parlamento "sul
risultato del riscontro eseguito" (art. 100, comma 2, Cost.), la
seconda "organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela
della giustizia nell'amministrazione" (art. 100, comma 1, Cost.).
Cose non di poco conto!
Entrambe le Istituzioni
sono anche titolari di funzioni giurisdizionali, la Corte dei conti
nelle materie di contabilità pubblica, per cui giudica sui conti di
chi gestisce denaro pubblico e sulle responsabilità per danno
all'Erario, il Consiglio di Stato giudice d'appello nella materia
della Giustizia Amministrativa, laddove si verifica la legittimità
dell'operato delle pubbliche amministrazioni, ad esempio in sede di
aggiudicazione degli appalti. E Dio sa se non è un ruolo importante,
come attestano le indiscrezioni giornalistiche, anche di fonte
giudiziaria, sulle avventure della "Casta" e sugli imbrogli della
"Cricca".
Ebbene,
alla vigilia della nomina del successore di Tullio Lazzaro, il
Presidente della Corte dei conti, e di Paolo Salvatore, il
Presidente del Consiglio di Stato, non vi è certezza sulla procedura
che il Governo intenderebbe seguire, considerato che entrambi i
Presidenti saranno nominati con decreto del Presidente della
Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri,
"sentito il Consiglio di Presidenza", cioè l'organo di autogoverno
delle due magistrature.
La
formula della legge, impostata nel senso che il Governo acquisirebbe
il parere su una sua proposta è stata sempre interpretata come una
designazione dei Consigli di Presidenza, per evidente rispetto
dell'autonomia delle due magistrature e perché non sembri che
l'esecutivo si nomina il suo controllore e il suo consulente che
sono anche giudici della responsabilità degli amministratori
pubblici e della legittimità dei loro atti.
Così è
stato da tempo per il Consiglio di Stato, più di recente per la
Corte dei conti. La Presidenza del Consiglio scrive una letterina di
due righe nella quale chiede un nome, ai fini della successiva
deliberazione del Consiglio dei Ministri.
Così
sembra sia stato fatto nei giorni scorsi per il Consiglio di Stato,
anche se nessuna deliberazione è stata assunta dal Consiglio di
Presidenza in vista della scadenza del 5 luglio (collocamento a
riposo del Presidente Paolo Salvatore).
Non è
accaduto per la Corte dei conti, nonostante il Presidente Tullio
Lazzaro sia collocato a riposo dal 1° luglio.
Il
ritardo ha messo in stato di allerta l'Associazione Magistrati della
Corte dei conti, anche perché sembra aver ripreso corpo la voce che
il Governo chiederebbe non già una designazione secca ma una "terna"
di nomi tra i quali scegliere.
La
diversità di trattamento, ove fosse confermata, non farebbe onore al
Governo che potrebbe essere accusato di minare l'indipendenza della
Corte dei conti, il suo controllore, e del Consiglio di Presidenza.
Per cui la
Giunta
dell’Associazione dei Magistrati contabili è stata convocata
"d’urgenza" per oggi "per esaminare le iniziative di contrasto da
adottare nel caso siano confermate le voci nuovamente ricorrenti di
richiesta da parte del Governo al Consiglio di Presidenza della
Corte di una rosa di candidati entro la quale il Governo medesimo
dovrebbe poi effettuare la scelta del Presidente della Corte".
La Giunta ricorda di aver già "preso atto che il procedimento per la
nomina del nuovo Presidente del Consiglio di Stato è prossimo alla
conclusione pur mancando quasi un mese dalla scadenza dell’attuale
vertice. Al contrario, malgrado l’assoluta identità del quadro
normativo che disciplina le procedure in questione e ad appena dieci
giorni dalla vacanza dell’analoga posizione per la Corte dei conti,
la relativa procedura non è neppure iniziata". E sottolinea come
"già l’anomalo differimento" evidenzi "una ben diversa attenzione
del Governo nei confronti dell’organo di consulenza (oltre che di
giustizia amministrativa) rispetto a quella manifestata all’organo
di controllo, oltre che di giurisdizione di responsabilità".
Segnalando come "le rinnovate voci di richiesta da parte del Governo
di un’indicazione di più nomi, che non consentirebbe un’effettiva
tutela dell’autonomia dell’Istituto, destano vivissimo allarme nei
magistrati contabili".
Al riguardo in un comunicato la Giunta ricorda come "il Consiglio
direttivo unanime aveva a suo tempo rilevato (seduta del 4 maggio)
che tale procedura “contrasterebbe con il ricordato quadro normativo
di riferimento, costituirebbe un anomalo precedente e lascerebbe al
Governo la sostanziale scelta della nomina del Presidente della
Corte, così vanificando l’effettivo apporto decisionale da parte del
Consiglio di presidenza della Corte stessa”.
La Giunta preannuncia un appello al Presidente della Repubblica
"perché voglia esercitare il suo ruolo di garante dell’indipendenza
e dell’autonomia di tutte e di ciascuna Magistratura". Ugualmente
saranno sensibilizzati anche i Presidenti dei due rami del
Parlamento.
Fin qui la notizia. Mi auguro che il Governo, che ha già altre gatte
da pelare, con molti dei suoi componenti coinvolti, i giudici
diranno poi come e in quale misura, nella cronaca di affarucci che
se accertati dimostrerebbero che non si è servito lo Stato ma ci si
è serviti dello Stato, non voglia usare la prepotenza nei confronti
dell'organo di controllo, al quale in altri tempi, nell'Italia
liberale, nel 1862, un Ministro del Re, Quintino Sella,
nell'inaugurare a Torino il 1° di ottobre la Corte dei conti “il
primo Magistrato civile che estende la sua giurisdizione in tutto il
Regno”, manifestava altissimo senso dello Stato e rispetto
dell'Istituzione. "Altissime sono le attribuzioni che la legge a voi
confida. La fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della
ricchezza dello Stato, di questo nerbo capitale della forza e della
potenza di un paese voi siete creati tutori".
"A vostro compito il vegliare a che il Potere esecutivo non mai
violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto
discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito il darne
contezza al Parlamento. Delicatissimo ed arduo incarico, tanto che a
taluno pareva pericolo l'affidarlo a Magistrati cui la legge accorda
la massima guarentigia d'indipendenza, cioè la inamovibilità. Questo
timore non ebbi, no, o Signori, e non esitai a propugnare per voi
così delicate attribuzionì, ed il feci perché ho fede illimitata nel
senno civile degli Italiani, come sopratutto in un regime di piena
libertà e di completa pubblicità; regime che agli Italiani, certo
quanto ad ogni altro popolo civilissimo meravigliosamente conviensi.
Il feci per la fiducia che avevo negli illustri personaggi che il
Governo intendeva chiamare dalle varie Provincie del Regno a questa
Corte, sotto la guida di un venerando uomo di Stato che da ormai
undici lustri rende servigi eminenti alla patria, ben degno che
l'ufficio nobilmente tenuto nel Regno di Sardegna, il conducesse a
quello di presiedere la Corte dei conti del Regno d'Italia. Così
composta la Corte, io ero certo che sarebbesi mirabilmente
conciliata l'osservanza della legge con la prudenza che in momenti
difficili potrebbe tarpare indispensabile. Né dubitai che i miei
successori avrebbero sempre chiamati tra voi uomini tali che non
verrebbero meno alle virtù ed al patriottismo che v'illustra. A voi
spetta quindi il tutelare la pubblica fortuna, il curare la
osservanza della legge per parte di chi le debbe maggior riverenza,
cioè del Potere esecutivo, senza che abbia a menomare quella energia
e prontezza di esecuzione che in alcuni momenti decide dell'avvenire
di un paese. Voi adempirete il vostro mandato in guisa che dalla
istituzione di questa Corte l'Italia tragga i più lieti auspici per
la sua unità amministrativa e legislativa".
Un po' di enfasi, un po' di retorica, ma di un uomo che ha
dimostrato con i fatti di credere nello Stato e nelle sue leggi, che
rivolgendosi ai magistrati della Corte dei conti ne sottolinea
l'indipendenza e li invita a controllare il governo e riferire al
Parlamento "in un regime di piena libertà e di completa pubblicità".
Né dubitava che i suoi successori avrebbero nominato magistrati
della Corte tra gente capace di rendere "servigi eminenti alla
patria".
Che differenza tra l'Italia liberale di Quintino Sella, colui che,
divenuto Ministro delle finanze, fece uscire dagli appalti pubblici
le imprese "di famiglia", e quanti, tra un affaruccio e l'altro,
oggi evocano ad ogni occasione lo "spirito liberale". Senza pudore.
18 giugno 2010
Benedetto
XVI: l'economia rispetti la dignità dell'uomo
''La liberazione dalle ideologie totalitarie non è stata utilizzata
unilateralmente per il solo progresso economico a detrimento di uno
sviluppo
più umano che rispetti la dignità e la nobiltà dell'uomo?''. E'
quanto si è chiesto il papa incontrando ieri i partecipanti alla
45.ma riunione comune della Banca di Sviluppo del Consiglio
d'Europa, ricevuti stamani in Vaticano.
Di fronte alla crisi
economica, ha poi esortato Benedetto XVI, bisogna ripartire dai
valori cristiani, vero motore per un autentico sviluppo anche del
Vecchio Continente. Attualmente, ha proseguito il Pontefice -
riferisce l'Agenzia ASCA - l'Europa e il mondo attraversano un
momento di grave crisi economica. Ma, ha avvertito, non bisogna
valutare questa situazione solo attraverso un'analisi strettamente
finanziaria. Citando l'enciclica 'Caritas in Veritate', il Pontefice
ha messo in evidenza che la relazione tra carità e verità e' ''una
forza dinamica che rigenera l'insieme dei legami interpersonali''
per orientare la vita economica e finanziaria ''al servizio
dell'uomo e della sua dignità'''.
''Marginalizzare il Cristianesimo, anche attraverso l'esclusione dei
simboli che lo manifestano - è stato il suo richiamo -
contribuirebbe ad amputare il nostro continente della sua origine
fondamentale che lo nutre instancabilmente e che contribuisce alla
sua vera identità'''.
''Effettivamente - ha detto il Papa - il Cristianesimo è la fonte
dei valori spirituali e morali che sono patrimonio comune dei popoli
europei''.
13 giugno
2010
La denuncia della Federazione Nazionale della Stampa
Con il ddl sulle
intercettazioni
limitate la libertà di
stampa e il diritto di cronaca
(ASCA) -''La rigorosa analisi sui contenuti e gli effetti del
disegno di legge sulle intercettazioni, che è apparsa ieri ed oggi
su tutti i giornali dopo l'approvazione in seconda lettura nell'aula
del Senato, ha mostrato a tutti i cittadini con lampante evidenza
quali disastrose conseguenze si avrebbero, se quel testo fosse
approvato definitivamente, sulla libertà di stampa e sul diritto di
cronaca''.
E' quanto sottolinea il sindacato dei giornalisti indicando che ''la
rivolta morale che in queste ore ha coinvolto tutta la categoria,
senza distinzione di ruoli e di appartenenze politiche, è la
visibile dimostrazione che occorre impedire che queste funeste
previsioni diventino leggi dello Stato e che possano intaccare le
basi fondamentali della convivenza democratica''.
Anche per questo è necessario ''mantenere vivo il dibattito e alta
la tensione e per questo invitiamo tutti i giornali e i direttori a
garantire con costanza nei prossimi giorni l'informazione sull'iter
parlamentare, sui contenuti del provvedimento e le conseguenze che
si potrebbero riverberare sui diritti di tutta la collettività. In
queste ore i giornali devono costruire un collegamento profondo con
i cittadini ed evidenziare che i diritti, che questo disegno di
legge tende a cancellare, non sono diritti corporativi di una
categoria ma diritti dei cittadini''.
13 giugno
2010
Il
disegno di legge sulle intercettazioni
Una pagina
buia "per la nostra politica legislativa
in materia
di giustizia"
di
Iudex
E' la frase con la quale
Vittorio Grevi, noto processualista e firma tra le più prestigiose
del Corriere della Sera,
avvia nel fondo di oggi una riflessione a tutto campo in tema di
intercettazioni, dopo l'approvazione del disegno di legge in Senato.
"Scelte
preoccupanti", è il titolo del fondo, che non critica solo il
"metodo", ossia l'abusato ricorso al voto di fiducia per stroncare
il dibattito parlamentare ed indirizzare la scelta secondo le
indicazioni del Cavaliere, ma soprattutto il "merito" della nuova
normativa che passa all'esame della Camera dei deputati.
Le preoccupazioni sono per
la libertà di informazione, fortemente compressa con riguardo ai
risultati delle intercettazioni, anche se non più coperti da
segreto, quindi, osserva Grevi, "anche se concernenti fatti o
circostanze direttamente rilevanti per le indagini".
Un divieto "eccessivo ed ingiustificato",
come eccessive ed ingiustificate sono le sanzioni penali previste a
carico dei giornalisti nel caso di violazione del divieto, nonché
quelle a carico degli editori.
Ciò che preoccupa è la scarsa considerazione per l'interesse
pubblico alla repressione dei reati, che è interesse primario della
comunità nazionale. I presupposti per il ricorso alle
intercettazioni, infatti, si rinvengono nelle modifiche all'articolo
267 del codice di procedura
penale laddove si richiede la sussistenza di "gravi indizi di
reato", cioè di una consapevolezza rispetto alla quale
l'intercettazione appare un accessorio non determinante.
Inoltre "nei
casi di intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche
o di altre forme di telecomunicazione, le utenze sono intestate o
effettivamente e attualmente in uso a soggetti indagati ovvero sono
intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi
che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a
conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti
elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni
siano attinenti ai medesimi fatti".
E'
evidente che la legge detta condizioni per limitare fortemente l'uso
delle intercettazioni, per renderle spesso addirittura impraticabili
in casi quali la corruzione e la pedofilia nei quali la ricerca dei
collegamenti illeciti esige un'indagine a tutto campo.
Anche
la
disciplina della durata delle intercettazioni, fissato in 75 giorni
cozza contro l'esperienza la quale dimostra che per i reati per
l'accertamento dei quali le intercettazioni sono essenziali (mafia,
camorra, ndragheta, concussione, corruzione, sequestro di persona,
pedofilia) si richiedono lunghe verifiche. Sintomatica la disciplina
dell'eventuale proroga alla quale eccezionalmente il pubblico
ministero potrà ricorrere attraverso un complesso meccanismo di
provvedimenti motivati in via autonoma, reiterabili di 3 giorni in 3
giorni, da sottoporsi a convalida entro altri 3 giorni da parte del
tribunale distrettuale collegiale. Una procedura defatigante, spesso
impraticabile anche per le difficoltà organizzative derivanti dalla
competenza del tribunale.
Un bavaglio per la stampa, dunque, e un impaccio per la giustizia.
Ciò che si voleva, che voleva la maggioranza, che voleva il
Cavaliere che, comprendendo l'impopolarità della normativa, ha già
detto che non è quanto desiderava, insistendo sulla difesa della
riservatezza, diritto sacrosanto, naturalmente, che va messo a
confronto con gli interessi generali alla repressione dei reati.
Infine, va detto che gli italiani, ai quali il Cavaliere fa
intendere che d'ora in poi non saranno saranno più spiati, non
avevano nessuna preoccupazione in tal senso, convinti, giustamente,
che a temerle erano e sono soltanto le persone che commettono reati,
quelli che tutti vorrebbero volentieri dietro le sbarre.
Si tratta, dunque, di una legge contro l'informazione e la giustizia
che, con la scusa, evidentemente infondata, di difendere la
riservatezza dei cittadini, in realtà protegge il malaffare di
pochi.
Sintomatico l'atteggiamento di Berlusconi fin dal primo annuncio
dell'iniziativa, quando, parlando ai giovani industriali, enunciò le
regole minacciando la galera a destra ed a manca e riscuotendo
applausi scroscianti (compresi quelli dei concussi e dei
corruttori).
"Senso dello Stato zero" si potrebbe ripetere con Gianfranco Fini
che adesso si trova la patata bollente a Montecitorio, sotto tiro
dell'opposizione e i mal di pancia di molti della maggioranza.
Da ultimo va detto che l'unico effetto sarà quello negativo sulle
indagini, mentre la stampa aggirerà alla grande i divieti. Le
intercettazioni saranno pubblicate da giornali e da siti esteri. Se
i nostri le riprenderanno saranno sanzionati? C'è da dubitarne.
Intanto concussori e corruttori staranno tranquilli. Applauso
continua!
11
giugno 2010
Il ddl sulle
intercettazioni
Fini: lo strappo non ci
sarà
di Senator
Alla fine, dunque, Fini non rompe con il Cavaliere sul
disegno di legge che disciplina le intercettazioni, un testo
che scontenta molti dai magistrati ai giornalisti, ai
cittadini perbene, quelli che vogliono che i reati siano
accertati e puniti.
"La
rinuncia allo strappo" titola oggi Pierluigi Battista
nell'editoriale del Corriere della Sera nel
quale spiega perché il Presidente della Camera, già leader
di Alleanza Nazionale non rompe con il Premier.
Lo "strappo" di
Gianfranco
Fini dunque "non è all’ordine del giorno", scrive Battista,
e si chiede perché "la sfida spettacolare lanciata del
presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non
sfocia in una separazione con il premier Berlusconi".
E' lo stesso Berlusconi, a mio giudizio, che ha disinnescato
la mina e spento la miccia, quando ha apertamente affermato
che il disegno di legge è molto lontano da quello che lui
avrebbe voluto.
Questa insoddisfazione del Premier giustifica la rinuncia di
Fini a dare battaglia alla Camera. "Non dobbiamo
stravincere" è una sua ricorrente affermazione. Sa che per
vincere fino in fondo deve mettere in conto una rottura
definitiva dalle conseguenze imprevedibili. Non ci
sono leader alternativi nel centrodestra, l'opposizione
offre quotidianamente una patetica espressione d'impotenza.
Il confronto Tremonti Bersani ad AnnoZero ha avuto
tratti di comicità ed altri di deprimente obnubilazione.
Sembravano due amici al bar al decimo bicchierino. Incerti
nelle reciproche accuse essendo evidente che l'una e l'altra
maggioranza sono state inadeguate rispetto alla lotta
all'evasione fiscale ed agli sprechi.
Si è visto un duello a base di accuse, neppure tanto velate,
su manovre finanziarie e privatizzazioni che hanno
arricchito gli industriali "di riferimento".
In queste condizioni Fini non può rischiare di essere
estromesso dalla maggioranza, anche se sono evidenti, giorno
dopo giorno, le difficoltà del Cavaliere in calo di
popolarità e di potere, eroso dall'incertezza dell'agire,
dalla inadeguatezza della manovra economica che è solo una
"pezza" messa lì perché qualcosa si doveva fare
perché-lo-dice-l'Europa.
Le difficoltà del Cavaliere muovono i vari Maramaldi, gente
che lo ha osannato prosternandosi e che oggi che lo vede
ferito dalle banderillas dell'economia e dell'informazione
sarebbe tentata all'affondo, ad uccidere l'uomo se non morto
gravemente ferito.
Tremonti, Fini e Casini si presentano, secondo alcune
versioni giornalistiche, come un Trio di congiurati, meno
dei senatori che immersero le loro lame nel corpo di Cesare.
Berlusconi non è Cesare (certamente gli parrebbe poco) e il
Trio non è Bruto, ma le Idi di Marzo, sia pure fuori
stagione sono alle viste. Inevitabili, anche se è difficile
prevedere la data dell'evento.
La situazione politica è insostenibile. Il Paese è allo
sbando, la riduzione delle risorse dell'Amministrazione
manderà a gambe all'aria molte imprese fornitrici. Pagheremo
ancora cassa integrazione quando sarebbe stato possibile una
riconversione virtuosa della spesa pubblica in funzione di
sollecitazione dell'economia e di incremento dei consumi.
Il fatto è che l'economia è una cosa tremendamente serie e
complessa. Non è per i ragionieri.
10 giugno 2010
La liberalizzazione delle
imprese
Sconfitta la burocrazia, a
rischio la legalità
di Salvatore Sfrecola
Il Presidente del Consiglio ha affermato, con grande enfasi,
che potrà essere costituita un'impresa presentando agli
uffici competenti una semplice autocertificazione dei
requisiti previsti dalla legge.
"Stiamo studiando con il
ministro Tremonti una misura rivoluzionaria - ha detto il
Premier -, un grande piano di liberalizzazioni a cominciare
dal rafforzamento della libertà d'impresa prevista dalla
Costituzione» per cui si prevederà "per un arco di tempo di
due o tre anni la totale autocertificazione per le piccole e
medie imprese e per l'artigianato".
In sostanza,
"si apre un'impresa senza chiedere autorizzazioni, ex
post arrivano i controlli e se tu avrai osservato le
leggi non avrai nulla da temere".
La misura è certamente popolare e opportuna, specialmente in periodo di
crisi economica e il Presidente comunicatore non si è
lasciato sfuggire l'occasione per un annuncio che piacerà a
molti. Il costo per le imprese e per la comunità, tra
adempimenti e tempi (il costo dei tempi, che nessuno
calcola!), oggi è troppo alto Forse le cose non andranno così de plano,
anche perché la competenza in molti casi è delle
regioni che certamente non si faranno imporre regole dallo
Stato.
L'annuncio, comunque, merita un commento. La burocrazia con
le sue difficoltà ha reso un pessimo servizio a se stessa e alla comunità
nazionale. Ha scoraggiato gli imprenditori onesti, ha spesso creato
le condizioni per concussione e corruzione, ma soprattutto è
venuta meno al suo ruolo di servizio ed ha danneggiato
l'immagine del potere pubblico. Quel che impiegati e
funzionari dimenticano troppo spesso è che essi sono "al
servizio esclusivo della Nazione" (art. 98 Cost.) e il
loro compito è far funzionare la struttura e suggerire alla
dirigenza politica le eventuali modifiche di leggi e decreti
perché i vari procedimenti si concludano nel minor tempo
possibile. Non è stato quasi mai così.
E
adesso questa liberalizzazione cambia radicalmente il ruolo
di molti uffici pubblici i quali non dovranno più
autorizzare ma solo controllare. Va benissimo. Sperando che
non si riproducano
quei fenomeni di malcostume che hanno offuscato l'immagine
della burocrazia italiana ai vari livelli di governo. In
quanto è noto che spesso le autocertificazioni non sono
veritiere e in sede di controllo qualche funzionario
infedele potrà essere indotto a mettere la classica "pezza"
dietro compenso.
Se questo accadrà i tanti dipendenti onesti dovranno
ringraziare i colleghi fannulloni o disonesti che hanno
allungato oltre ogni limite ragionevole le procedure, anche
le più semplici. Così offuscando l'immagine di tutti e
dell'autorità pubblica.
Infine, e per completezza, non si vede per quale motivo è
stata avanzata da qualcuno l'ipotesi di una modifica della
Costituzione, dell'art. 41, per la precisione, una norma che
si apre con un comma veramente "liberale": "l'iniziativa
economica privata è libera", per continuare (comma 2) che
"non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in
modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla
dignità umana". Ultimo comma , il terzo, prevede che "la
legge determina i programmi e i controlli opportuni perché
l'attività economica pubblica e privata possa essere
indirizzata e coordinata a fini sociali".
Alcuni principi e una disposizione programmatica.
Cosa intende modificare il Ministro Tremonti? Quali gli
ostacoli al buon funzionamento del sistema imprenditoriale?
Non se ne intravedono. Che sia un'iniziativa per mettere
mano alla prima parte della Costituzione, quella dei
principi?
6 giugno 2010
La Manovra "anticrisi" ne
ha previsto la soppressione
In difesa dell'Istituto
Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale (I.N.S.E.A.N.)
di Salvatore Sfrecola
Giovedì sera, ad AnnoZero, il Ministro Tremonti ha
confermato la decisione, contenuta nel decreto-legge sulla
manovra anticrisi, di sopprimere l'Istituto Nazionale per
Studi ed Esperienze di Architettura Navale (I.N.S.E.A.N.),
con trasferimento delle competenze al Ministero delle
infrastrutture e dei trasporti.
Lo ha detto rispondendo ai dipendenti dell'Istituto
intervistati durante la trasmissione precisando che, a suo
giudizio, era logico il passaggio al Ministero delle
attribuzioni dell'Istituto e del personale. Non ha risposto
neppure alla proposta di un ricercatore che ha ipotizzato
come alternativa logica la fusione con il Consiglio
Nazionale delle Ricerche.
Il Ministro evidentemente non sa di cosa si tratti, non se
lo è fatto spiegare. Così non ha fatto una bella figura.
Come nel caso degli enti culturali, soppressi con un
colpo solo, facendo infuriare il Ministro Bondi che non ne
sapeva niente. Nel caso di questi enti il fatto grave è che
il Ministro dell'economia aveva confezionato la norma
soppressiva e l'aveva mandata a Palazzo Chigi dove nessuno
aveva fatto ne a ne ba, come si dice. Anche lì, nella sede
del Governo, ignoranza assoluta. In tutti i sensi.
Torniamo all'I.N.S.E.A.N.
Perché me ne occupo? E' presto detto. Come magistrato della
Corte dei conti ho controllato l'Istituto per alcuni anni ai
sensi dell'art. 12 della legge 21 marzo 1958, n. 259, il
quale prevede, appunto, che al controllo sulla "gestione
finanziaria" degli enti ai quali lo Stato partecipa al
patrimonio si provveda mediante un magistrato della Corte
che "assiste" alle riunioni del Consiglio di amministrazione
e del collegio dei sindaci.
Ho potuto constatare, e l'ho scritto nella relazione al
Parlamento, che l'Istituto lavora egregiamente in un settore
di grande rilievo scientifico e di importanza industriale
straordinaria, un fiore all'occhiello della ricerca
scientifica italiana in un settore, quello dell'architettura
navale e non solo che si collega ad un'industria di notevole
rilievo per l'economia italiana. In collegamento con
importanti università straniere, svolgendo lavori
commissionati perfino dalla marina degli Stati Uniti
d'America.
I compiti istituzionali dell'INSEAN, definiti
originariamente dal R.D.L. del 24 Maggio 1946, n. 530 (che
ha anche conferito all'Ente la denominazione di Istituto
Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale),
ed integrati dal decreto legislativo del 29 Settembre 1999,
n. 381, sono i seguenti:
-
promozione e svolgimento di attività di ricerca teorica e
sperimentale nel campo dell'idrodinamica navale e
marittima, anche nell'ambito di programmi dell'Unione
europea e di altri organismi internazionali;
-
esecuzione delle esperienze con modelli di navi e dei loro
organi propulsivi e di governo e di tutte le altre
esperienze di idrodinamica navale e marittima che possono
essere compiute negli impianti dell'Istituto o altrove, al
fine di soddisfare le richieste dei Ministeri vigilanti,
delle altre pubbliche amministrazioni, dell'industria
cantieristica, delle società armatoriali o di privati in
genere;
-
partecipazione alle prove in mare che interessano le
materie di propria competenza; valorizzazione, sviluppo
precompetitivo e trasferimento tecnologico dei risultati
della ricerca svolta dall'Istituto;
-
collaborazione con enti ed istituzioni italiani e di altri
Paesi e con organismi sovranazionali che operano nel campo
dell'idrodinamica navale e marittima;
-
svolgimento, anche attraverso propri programmi di
assegnazione di borse di studio e di ricerca, di attività
di formazione nei corsi universitari di dottorato di
ricerca, di attività di alta formazione postuniversitaria,
di formazione permanente, continua e ricorrente.
Svolgimento, altresì, di attività di formazione superiore
non universitaria.
L'Istituto offre, altresì, un supporto
tecnico-scientifico alle amministrazioni pubbliche su loro
richiesta.
Al
di là del significativo elenco delle attività, desunto
dalla legge, l'Istituto collabora con importanti
istituzioni estere, oltre alla Marina degli Stati Uniti
d'America. Questo evidentemente Tremonti non lo sa perché
comprenderebbe subito l'importanza. Ma pensate che la
U.S. Navy si sarebbe rivolta all'I.N.S.E.A.N. se fosse
un ente inutile e, pertanto, legittimamente destinato alla
soppressione?
E'
la dimostrazione che all'economia ed a Palazzo Chigi non
sono in condizione di decidere perché manca loro la
premessa che aveva sempre ispirato Luigi Einaudi:
"conoscere per deliberare". Oggi si delibera senza
conoscere.
Speriamo che qualcuno si vergogni.
Tra l'altro il Ministero dell'economia, che deve
annualmente un contributo all'Istituto per garantire la
continuità delle prestazioni rispetto ai tempi delle
erogazioni della clientela, ha sempre versato in ritardo
costringendo l'ente ad indebitarsi con l'istituto
tesoriere ad un tasso superiore a quello dei B.O.T.. Un
vero affare (per la banca, naturalmente).
va
detto, inoltre, che l'Istituto, che dispone di grandi
vasche nelle quali vengono effettuate le sperimentazioni
sui modelli, non studia soltanto i modelli di navi,
chiglie, eliche, ecc. ma anche di aerei, treni e
automobili in quanto il fluido acqua consente
l'acquisizione di elementi di valutazione migliori di
quelli che è possibile acquisire nella galleria del vento,
in ragione della diversa consistenza dei due fluidi.
Ma
evidentemente tutto questo non è parso interessante a
qualche oscuro burocrate ministeriale che per servire il
"suo" ministro è andato troppo avanti ed ha fatto fare al
povero Tremonti una pessima figura.
Da
ultimo, devo dire che negli anni nei quali ho controllato
l'Istituto per conto della Corte dei conti ho potuto
constatare che il personale lavora con grande impegno ed
eccezionale professionalità guidato da dirigenti di
prim'ordine con al vertice sempre un Ammiraglio con
esperienza ed altissimo senso dello Stato (oggi
l'Ammiraglio Ispettore Capo Giano Pisi), orgogliosi di
servire lo Stato in un settore di rilevante interesse
scientifico ed industriale.
Ma
questo sembra che non conti niente. Ometto di indicare gli
spiccioli che garantirebbe la soppressione. Il Ministro
arrossirebbe.
5 giugno 2010
I magistrati e la manovra
"anticrisi"
Uno sciopero che la gente
non capisce
(spulciando dalle lettere
al Corriere della Sera)
di Salvatore Sfrecola
Ho già scritto della difficoltà di comunicazione delle
Associazioni dei magistrati le quali hanno proclamato uno
sciopero che la gente non capisce, perché è difficile
condividere una protesta che riguarda una categoria con un
discreto trattamento economico in un momento nel quale buona
parte degli italiani è chiamata a sacrifici, Il Premier
continua a dire che non ha messo le mani nelle tasche degli
italiani, infatti preferisce evitare che entri la solita
somma in quelle tasche o che gli stessi cittadini abbiano
meno servizi, a causa dei minori trasferimenti agli enti
locali.
A proposito dello stipendio dei magistrati l'ho qualificato
"discreto" e non "buono" perché rispetto ai dipendenti dello Stato,
delle Regioni e degli enti locali con funzioni dirigenziali (con i
quali va fatto il confronto) i magistrati guadagnano di meno, molto
di meno, anche perché nella maggior parte dei casi non hanno la
possibilità di godere di guadagni extra stipendio. In molte
amministrazioni, infatti, a cominciare dal Ministero dell'economia e
delle finanze buone entrate derivano da incarichi vari,
partecipazione a Consigli di amministrazione, collegi sindacali,
ecc., che assicurano in qualche occasione anche fine settimana ameno
nelle località dove hanno sede gli enti "controllati".
C'è anche da dire che i magistrati sono tenuti, se vogliono fare
bene il loro lavoro, ad un continuo aggiornamento su libri e
riviste. Un costo non indifferente che non è possibile "scaricare"
in sede di dichiarazione dei redditi, come può fare l'avvocato, un
operatore della Giustizia che si confronta giornalmente con i
giudici.
Compro mensilmente varie centinaia di euro di libri e il gestore
della libreria (specializzata in pubblicazioni giuridiche e pertanto
frequentata da Professori universitari, avvocati, notai, magistrati)
continua a chiedermi se voglio la fattura o è sufficiente la
ricevuta. Mi basta questa, non potrei utilizzare la fattura per
scaricare sia pure una parte del costo dei libri e delle riviste.
Detto questo, ed aggiunto che il lavoro del magistrato è duro ed
impegna anche i sabati e le domeniche, giornate ideali per scrivere
una sentenza o per definire un atto di citazione in giudizio nel
silenzio della propria abitazione, la gente non capisce che
per scrivere un atto giudiziario corretto e dignitoso ci vogliono a
volte molte ore e spesso molti giorni, considerato il profluvio
della legislazione, spesso incomprensibile e contraddittoria, e
della giurisprudenza, E tenuto conto del fatto che la motivazione
deve dare conto approfonditamente delle ragioni della pronuncia,
soprattutto quando il provvedimento è negativo per una parte, che
deve essere messa nella condizione di valutarlo e capire se
accettarlo, magari obtorto collo, o impugnarlo. La
chiarezza degli atti giudiziari è condizione di giustizia e
dimostrazione di civiltà giuridica.
Ecco perché i magistrati hanno una speciale sensibilità per il loro
trattamento economico, che non consente loro di vivere nel lusso,
come taluni credono, ma assicura quell'indipendenza che non è
richiesta al dirigente pubblico obbligato a seguire le indicazioni
del Ministro, del Presidente della regione, del Sindaco, ecc. e per
questa "dipendenza" viene compensato spesso con vari benefits, in
particolare con incarichi ben remunerati.
Nella situazione di crisi economia in atto e nella prospettiva di un
suo aggravamento i magistrati protestano per i tagli e per le
limitazioni delle promozioni e degli aumenti periodici e automatici
(in relazione alla progressione economica delle altre categorie di
pubblici dipendenti, è bene precisare, per cui se non ci sono
aumenti contrattuali anche i magistrati rimangono al palo) che
danneggia soprattutto i più giovani, coloro i quali, avendo lasciato
spesso ottime posizioni in altre amministrazioni o nel privato,
impegnandosi in una concorso difficile ed altamente selettivo, si
trovano a guadagnare meno di prima. Una situazione che ognuno può
considerare obiettivamente di disagio, se non frustrante.
Tutte queste cose la gente non le sa per cui non comprende le
ragioni dello sciopero preannunciato che, anzi, condanna duramente
in vario modo, soprattutto perché ha motivi di critica nei confronti
della giustizia, lenta, troppo lenta, soprattutto quella civile, che
rende incerto quel diritto che spetta proprio ai giudici tutelare.
Spulciamo tra le lettere che in proposito ha ricevuto il Corriere
della Sera, certo non un giornale eversivo, letto
prevalentemente dalla borghesia delle professioni.
Le richiamo sottolineando i concetti più significativi.
“pensavo che avessero molto più buonsenso questi signori,
invece sono peggio dei politici scadenti. In uno stato civile
ogni cittadino si deve sentire pilastro della società, non solo i
magistrati”.
“Anche se la destra, ai tempi di Prodi, si mise di traverso contro
la sacrosanta battaglia del governo di allora nei confronti dello
strapotere dei tassisti, l'opposizione non si comporti allo stesso
modo con lo sciopero assurdo indetto dai magistrati. Questo non
perché condivida i provvedimenti del governo Berlusconi Bossi, che
giudico ridicoli, sia per quanto riguardo gli interventi sui
lauti stipendi di magistrati e politici, i più alti d'Europa,
sia per quanto riguardo il taglio ai partiti. Ma perché è tempo che
la gente perbene di destra e di sinistra ponga fine a questo scempio
del pubblico denaro”.
Di che ci meravigliamo ?
“Che la magistratura, potere armato del sistema pubblico, userà
tutte le armi a sua disposizione per difendere il dominio
conquistato dal sistema pubblico sul Paese che produce e lavora?”
LA CASTA TIENE DURO
“Dalle ultime elezioni la casta magistrati non ha imparato nulla?!
Se vi ricordate poco prima del voto Berlusconi li aveva attaccati
più volte frontalmente. Il voto alla fin fine è stato favorevole
a Berlusconi e ciò può anche apparire come un volere degli
italiani affinché il premier continui la sua offensiva
antimagistratura (politicizzata). Ma come al solito in Italia
chi ha dei privilegi non vuole più mollarli pensando evidentemente
che questi gli derivino da un diritto divino. Se tali signori
avessero accettato di fare qualche sacrificio, visto la crisi
economica attuale, forse avrebbero riguadagnato qualche punto di
credibilità di fronte ai cittadini".
Andate a lavorare!
“Ma se sciopera chi guadagna 5.000 euro al mese (3.000 il primo
giorno di lavoro) cosa dovrebbero dire gli insegnanti, gli
impiegati, i cancellieri, ecc.? I magistrati sono l'unica
categoria che si autopromuove e si autoassolve, la carriera è
automatica a prescindere dal merito,mai visto un magistrato pagare
per i suoi errori, a volte colossali. Per avere una sentenza di
terzo grado servono 10 anni, e i nostri sono i magistrati più pagati
d'Europa. Questo sciopero ha del grottesco”.
commentare? è come sparare sulla Croce Rossa!
“Ma come si fa a non avere il senso del ridicolo? A parte la
somma immensa in busta che questi percepiscono, e di cui poco mi
frega se non fosse che si tratta di risorse sontuose sottratte
all'amministrazione della giustizia, a parte il monte ore che permea
un'attività ormai fonte - così come viene svolta da questi eroi - di
disagio sociale e danno economico nazionale. A parte tutto questo e
altro ancora, mi interessa quel che trasmette una presa di posizione
del genere: è gente che vive fuori dal mondo! e nulla fa per
rientrarci!!! E questo traspare in modo ormai cristallino anche
dalle sentenze: roba fuori dal mondo. Povera giustizia”.
Ma vergognatevi magistrati
“Fossi al governo farei tagli ben più pesanti su tutte le fasce alte
di reddito della pubblica amministrazione. La magistratura poi
farebbe bene a non cercare di porsi come vittima, per la qualità
dei risultati del lavoro che fanno, con l'enorme arretrato e i tempi
scandalosi dei processi, gli stipendi che percepiscono sono
oltraggiosi. Occorrerebbe una seria riforma che elimini il CSM e
riformi del tutto la giustizia, velocizzando i processi, e con un
organo indipendente che valuti i risultati dei magistrati e
penalizzi, fino al licenziamento, quelli improduttivi”.
Semplicemente offensivo
“Questa levata di scudi dell'ANM mi sembra semplicemente offensiva
nei confronti delle migliaia di cittadini che ogni mese devono
tirare avanti con retribuzioni che ammontano a molto meno di quelle
dei magistrati. E questo a maggior ragione quando si pensi che le
nostre toghe beneficiano di uno degli stipendi più alti d'Europa e
che, al contrario, la giustizia italiana, specie nel settore civile,
è una delle più elefantiache ed inefficienti del continente. Se,
oltre a questo, consideriamo i privilegi di cui i nostri giudici e
pm beneficiano (un mese e mezzo di ferie l'anno, scatti di carriera
e stipendio automatici a prescindere dalle funzioni effettivamente
svolte, ecc.) c'è da sorprendersi non poco del fatto che i
sindacalisti della categoria abbiano avuto la faccia tosta di aver
promosso questa agitazione”.
Abbeverati di bugie
"Vi fanno credere che i magistrati scioperano per decurtazioni
minime di stipendio. E' un'emerita balla: nella sua ingiustizia
(perché colpisce solo il pubblico impiego) la manovra è anche iniqua
perché nell'ambito della stessa categoria dei magistrati ad alcuni
toglie il 2% e ad altri il 30%. Se un magistrato non dovesse
protestare a fronte di un taglio così penalizzante non potrebbe
difendere neppure i diritti dei cittadini che gli si rivolgono. Ed è
proprio quello che si vuole. Lo sciopero, proclamato pubblicamente,
serve ad evitare un mercanteggiamento oscuro, che è proprio quello
che la politica vorrebbe. Se volete che negli ospedali pubblici ci
siano medici preparati, questi vanno pagati adeguatamente.
Altrimenti sarete curati da macellai. Lo stesso vale per qualsiasi
settore. Fatevi due conti".
Lo sciopero più ridicolo del mondo
"Questa ci mancava: i magistrati che scioperano per i soldi! Un
magistrato di prima nomina, cioè al primo giorno di lavoro, guadagna
3.200 euro, dopo pochi anni ne guadagna intorno ai 5.000, a fine
carriera 10.000.I nostri magistrati sono i più pagati e allo stesso
tempo i più lenti d'Europa. Solo in Italia inoltre esistono le
correnti, il cui unico scopo è quello di condizionare il Governo di
turno. Un magistrato tiene udienza due volte alla settimana dalle
9:30 alle 12:30. I magistrati si promuovo e si assolvono tra di loro,
la percentuale di avanzamento di carriere è del 98% circa, quella
dei licenziamenti dell'1%. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da
piangere".
Dibattito pubblico "Innanzi
tutto:i magistrati mettono in risalto i loro problemi anche
attraverso lo sciopero perché il "vaso è ormai stracolmo" ed è
stracolmo non solo per l'attacco ai loro stipendi, ma per quello che
stanno subendo in termini discriminatori oramai da decenni. Altra
questione io gradirei sentire dalla viva voce di questa categoria,
innanzi tutto, quali sono le loro paghe reali. Non sarebbe utile una
bella discussione in televisione sulle motivazioni della loro
protesta? A me non interessa sapere le motivazioni di chi la spara
più grossa da parte di gente che non conosce. Che cosa ne dite di
una discussione pubblica alla luce del sole di magistrati con
Ministro della giustizia? Già, per loro non è opportuno possano dire
la loro in televisione sulla realtà delle buste paga e dello stato
della magistratura e dove sono le responsabilità".
I magistrati sono l'unico potere che serve
"Gli altri due, il legislativo e l'esecutivo, potrebbero benissimo
licenziare l'80% degli adepti che le cose andrebbero meglio. Invece
si pagano le "trote" regionali 9000 euro al mese per potere
chiacchierare con le igieniste mentali del premier elette. Un
magistrato che lavora 40 ore alla settimana non prende che l'ombra
di queste cifre".
LA RISPOSTA: "Non metto in dubbio la sua personale abnegazione al
lavoro ma darà atto che in Italia un processo penale dura qualche
anno ed uno civile arriva a decenni (il massimo che ho letto sui
giornali 40 anni) senza poi parlare del tenore di molte sentenze che
ci lasciano quanto meno sbalorditi. Lei la chiama "giustizia"?
Peraltro non precisa se il suo stipendio (€ 3.800) sia netto o
lordo, nel primo caso, dopo solo 10 anni di lavoro dovrei usare un
termine non corretto e me ne astengo; se invece lordo direi che è
una retribuzione già da privilegiato e non me ne lamenterei più di
tanto ed eviterei di scioperare in un momento difficile come
l'attuale per milioni di lavoratori non baciati dalla sua fortuna.
In merito alla produttività, declamata dall'OCSE, mi permetta di
fare una considerazione se gli altri stanno peggio di noi non vuol
dire che noi stiamo bene .. non le pare? e non assolve la sua
"corporazione" o "casta" dai privilegi che avete sempre avuto e
continuate ad avere e che altri in questo sito hanno ben
evidenziato. Un suggerimento per lei e suoi colleghi state tirando
un pò troppo la corda .. evitate di scioperare e abbiate un basso
profilo in questo periodo, il popolo italiano incomincia ad essere
stufo di non poter ricorrere alla "giustizia" perché tra lungaggini
e costi ... si rischia di avere ragione "postmortem". Con
tutta la mia considerazione per la "Giustizia" con la "G" maiuscola.
Cordiali saluti
"La Magistratura, secondo me, è il principale problema del Paese.
Politicizzati, sindacalizzati, vanitosi e megalomani. Niente a che
fare con l'imparzialità di giudizio. Purtroppo quelli che rispondono
a queste caratteristiche, anche se minoranza, sono quelli che
comandano".
Dobbiamo
tenere conto di queste osservazioni. Molte non riguardano i giudici,
ma le leggi, le procedure e gli strumenti di lavoro (in
particolare per quanto attiene alla lentezza dei processi), ma è
indubbio che la categoria dei giudici non si fa amare e
conseguentemente perde credibilità agli occhi della gente. E'
necessario che le Associazioni ei magistrati s'impegnino, giorno
dopo giorno, per restituire smalto all'attività giudiziaria e
rendere ai cittadini quel servizio giustizia che la Costituzione e
la nostra cultura giuridica pongono al centro degli interessi e
della vita stessa della società. Fiat iustitia ne peraet mundus!
(sia fatta giustizia affinché il
mondo non vada in rovina), come diceva Hegel.
5
giugno 1010
A Varese il 2 giugno
canzonette invece dell'Inno di Mameli
La classe dirigente
della Lega non riesce a crescere nonostante i successi
elettorali
di Salvatore Sfrecola
Roberto Maroni è un Ministro della Repubblica, un buon
Ministro dell'interno. Ha giurato fedeltà alla Repubblica ed
alle sue leggi, che si è impegnato a rispettare e a far
rispettare.
Eppure a Varese, il 2 giugno, ha assistito alla Festa della
Repubblica nel corso della quale non è stato suonato l'Inno
di Mameli, sostituito da canzonette, sia pure famose, ma
sempre canzonette. Neppure il bellissimo ma triste Va
pensiero dell'italianissimo Giuseppe Verdi, colui che i
patrioti sorvegliati a vista dagli sbirri dell'Imperial
Regio Governo d'Austria evocavano con un Viva Verdi, che
significava viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.
Una carnevalata, ha scritto il Corriere della Sera,
un segno di debolezza, credo di poter affermare, dopo che
Renato Mannheimer ha accertato che oltre il 70 per
cento degli elettori leghisti considera positivamente
l'unità nazionale.
Non leggono, forse, i sondaggi Bossi e i suoi uomini? O non
sanno interpretarli? O pensano che nell'attuale sconcerto
dell'opinione pubblica si debbano rispolverare i luoghi
comuni del Nord virtuoso e di "Roma ladrona", dopo aver
detto che tutto andava bene, che la crisi era alle spalle e
la ripresa in atto, mentre si prospetta una significativa
riduzione dei servizi pubblici locali e di quelli sanitari
in specie per rientrare nei parametri del patto di stabilità
imposto dall'Europa?
Delude la Lega delle buone pratiche amministrative,
dell'attenzione alle aspettative della gente, che si è
allargata verso il Centro, fino a sfiorare la Capitale. Un
insulto all'Inno nazionale dopo aver insultato ripetutamente
la bandiera!
Il Presidente Napolitano sarebbe contrariato anche
dell'assenza di Ministri leghisti alla parata di via dei
Fori Imperiali. Non basta. Il Capo dello Stato vuole evitare
di far crescere la tensione nei confronti della maggioranza.
Spetta al Presidente del Consiglio richiamare all'ordine i
suoi ministri, imponendogli un comportamento più consono al
loro ruolo costituzionale ed al giuramento sottoscritto
all'atto della formazione del Governo. Se Bossi e soci si
comportano così è perché il Cavaliere ha sempre dimostrato
di essere succubo della Lega, dei voti che assicura al Nord.
Ma attenzione, la volubilità degli italiani ha fatto brutti
scherzi in passato a governi di vario colore, soprattutto
quando hanno attentato alle loro tasche
3 giugno 2010
Evidentemente il Premier
si crede spiritoso
Berlusconi sul più giovane
magistrato d'Italia:
"poverino sarà disperato"
di Senator
In vena di scherzi e battute, come sempre il Presidente del
Consiglio ne ha per tutti nei giardini del Quirinale, dove
partecipa al ricevimento per la Festa della Repubblica.
Caracollando, secondo il suo abituale incedere che
evidentemente ritiene raffinato, il Cavaliere, come
riferisce il Corriere della Sera, ad una signora che
gli si avvicina e dice, "Presidente, sa che mio figlio è il
più giovane magistrato d'Italia?" risponde "poverino, sarà
disperato".
La frase potrebbe avere varie interpretazioni. E' disperato
perché è il più giovane e si trova a convivere ed a lavorare
con colleghi più anziani di lui. Improbabile. La
magistratura si è molto ringiovanita. E comunque sarebbe
un'attenzione per il lavoro di magistrato che non abbiamo
mai sentito uscire dalle labbra del Premier che invece dei
giudici ha
detto che sono delle persone "mentalmente disturbate".
Il 4 settembre 2003, in un'intervista realizzata da
Boris Johnson, direttore del settimanale conservatore
britannico The spectator e da Nicholas Farrel,
editorialista de La voce di Rimini, invitati dal
Premier in Sardegna, nella sua residenza di Porto Rotondo il
Cavaliere definisce i giudici "persone mentalmente
disturbate, altrimenti non potrebbero fare quel lavoro".
In
quella occasione ce l'ha anche con
i giornalisti. Sostiene che
lo attaccano perché sono "gelosi e vorrebbero essere me".
Come sempre Paolo Bonaiuti tenta di rimediare, una sorta di
marcia indietro. Parla di "battute sul filo del paradosso",
e sostiene che il resoconto è viziato "dalla
differenza di lingua" e da una "coloritura giornalistica".
Nessuna smentita, dunque.
D'altra parte è quello che ritiene il Premier disturbato dal
fatto che, di tanto in tanto, per il suo pregresso ruolo di
imprenditore ben corazzato politicamente, viene indagato dai
giudici.
C'è un'assoluta ostilità nei confronti della magistratura.
Anche lo stesso Angelino Alfano non ne fa mistero, anzi si
esibisce in performance certamente assai
gradite a chi lo ha tolto dall'anonimato per farne un
ministro della Repubblica, anzi il Ministro della Giustizia.
Così, quando finita la bagarre della presentazione delle
liste elettorali, ad elezioni avvenute, a Ballarò, a
Di Pietro che gli chiedeva se non ritenesse di dover
restituire la loro dignità di onesti magistrati dello Stato
ai vari giudici intervenuti a giudicare dei ricorsi in
materia di liste il Ministro non ha inteso ragioni, e,
nonostante le ripetute sollecitazioni, ha menato il can per
l'aia.
Pessima figura. Con un po' di onestà intellettuale, a cose
fatte, dopo il successo conseguito nelle elezioni regionali
avrebbe potuto riconoscere che quei magistrati avevano fatto
il loro dovere fino in fondo.
Non si incarnano così le istituzioni, Berlusconi e i
Berluscones imparino da ciò che accade all'estero dove
nessun politico insulta i giudici perché inquisito. Forse
accade nelle repubbliche delle banane. Ma dubito che
anche lì, almeno nella forma, il senso delle istituzioni sia
mantenuto.
2 giugno 2010
Uno sciopero che la gente
non capisce
Le associazioni dei
magistrati non sanno comunicare
di Iudex
Abituati a scrivere sentenze, ordinanze e decreti, indicando
nelle premesse, leggi ed atti "visti", con molti
"considerato" e "ritenuto", per dare una sequenza logica al
ragionamento destinato a chiudersi con un P.Q.M. (per questi
motivi), che apre alla decisione adottata in nome del popolo
italiano, i giudici hanno poca dimestichezza con il
linguaggio della comunicazione politica e giornalistica e ne
pagano le conseguenze nel momento in cui contestano la
manovra economica destinata a "limare", come si usa dire, i
loro stipendi: - 5 per cento tra 90 mila e 150 euro, - 10
per cento sulle somme ulteriori.
La categoria protesta, l'Associazione Nazionale Magistrati e
le altre associazioni del magistrati amministrativi (TAR e
Consiglio di Stato) e contabili (Corte dei conti) e degli
Avvocati dello Stato preannunciano uno sciopero
ritenendo che la riduzione dello stipendio incida
sull'indipendenza di giudici e pubblici ministeri.
La gente chiamata a sacrifici, per riduzioni di stipendi (i
dipendenti pubblici) e per la probabile contrazione di
servizi sociali in relazione ai minori trasferimenti agli
enti locali, non capisce le ragioni di questa protesta.
Ritiene i magistrati una categoria privilegiata
("Ultracasta" l'ha definita Stefano Livadiotti) dal punto di
vista degli stipendi e poco produttiva, considerati i tempi
della giustizia, soprattutto di quella civile. E la stampa,
soprattutto quella vicina al Governo ed alla sua
maggioranza, che ha fatto della polemica contro la
magistratura un motivo dominante della sua battaglia
politica, enfatizza ogni questione che possa mettere in
cattiva luce i magistrati, dalla lentezza dei processi,
appunto, alle scarcerazioni che la gente non capisce, alle
inchieste che non si concludono mai e che, quando
interessano personaggi in vista della politica e
dell'economia, spesso finiscono con l'accertamento della
prescrizione.
La gente non sa che il carico di lavoro è enorme, che le
leggi più recenti sembrano fatte apposta per impedire le
indagini, come dimostra la normativa in corso di
approvazione in Senato sulle intercettazioni, criticata
perfino dal Sottosegretario alla Giustizia del Governo
americano.
Ma torniamo alla questione delle misure anticrisi ed allo
sciopero preannunciato in difesa della autonomia della
magistratura.
La gente non sa che il trattamento economico dei magistrati,
a differenza di quello degli altri pubblici dipendenti, non
è determinato in sede di contrattazione collettiva tra
Governo e Sindacati o definito autonomamente dal Ministro,
dal Presidente della Regione o dal Sindaco, come avviene per
i dirigenti e per gli amministratori di quella miriade di
società a capitale pubblico che un tempo erano semplicemente
aziende autonome e municipalizzate con gli stessi stipendi
dei dipendenti pubblici. Un esempio per tutti, tratto dal
Corriere della sera di qualche giorno fa: il Capo di
Gabinetto del Sindaco di Roma, un ente in gravi difficoltà
finanziarie, che ha implorato, e ottenuto, l'aiuto del
Governo, gode di una indennità di 298 mila euro, molto di
più di quanto, allo stesso titolo, è riconosciuto ai Capi di
Gabinetto di molti ministri.
Per i magistrati lo stipendio è stabilito dalla legge, a
garanzia della loro indipendenza e per evitare di vedere una
categoria di pubblici dipendenti che incarnano un potere
dello Stato, la Magistratura, entrare in rotta di collisione
con un altro potere dello Stato, il Governo. Per accentuare
questa autonomia è anche stabilito, sempre con legge, che i
magistrati conseguono un aumento periodico percentuale
ancorato alla media degli aumenti delle altre categorie del
pubblico impiego. In sostanza se professori, ministeriali,
militari, ecc. conseguono un aumento se ne avvantaggiano
anche i magistrati con un meccanismo percentuale che ha una
evidente funzione perequativa.
Ora la manovra economica non solo riduce gli stipendi come
si è già detto, ma blocca gli aggiornamenti periodici in
funzione perequativa e sterilizza le promozioni dei
magistrati più giovani.
Non è dubbio che colpire una categoria che non può
contrattare il proprio trattamento economico e che nella
stragrande maggioranza non ha altre fonti di sostentamento,
considerato che articoli e libri non hanno arricchito
nessuno, con esclusione del prode Bruno Vespa, l'aedo del
Cavaliere, è un'azione che va contro l'indipendenza della
Magistratura. Ma la gente non lo capisce. Ritiene che gli
stipendi di cui parlano a volte i giornali, buoni ma
nettamente inferiori a quelli dei grad commis
dello Stato e degli enti pubblici, siano un privilegio,
soprattutto perché la Giustizia obiettivamente funziona
poco.
Continuare su questa polemica non giova ai magistrati. I
quali, invece, dicendosi consapevoli che la situazione
richiede sacrifici dovrebbero accettarli, ma protestare per
la sperequazione che la manovra attua all'esterno, perché
colpisce solo il lavoro dipendente in specie pubblico,
e all'interno perché danneggia i più giovani.
Bene ha fatto, dunque, l'Associazione Magistrati della
Corte dei conti che, nel
proclamare lo sciopero della categoria, "con tempi e
modalità che verranno concordati unitamente alle altre
magistrature", ha denunciato
che le
misure contenute nel
decreto-legge all’esame del Parlamento, "oltre a risultare
gravemente discriminatorie nell’ambito dello stesso comparto
del pubblico impiego, l’unico colpito dalle misure
anticrisi, finiscono per essere anche lesive
dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati, poiché
incidono sul meccanismo dell’adeguamento stipendiale - che
opera solo a seguito degli aumenti ottenuti dalle altre
categorie di pubblici dipendenti – e, ancor più gravemente,
bloccano le progressioni di carriera dei magistrati con
minore anzianità di servizio". Aggiungendo che "la Corte dei
conti ha ripetutamente, e anche di recente, segnalato al
Governo e al Parlamento inefficienze e sprechi sui quali
sarebbe possibile incidere concretamente, recuperando anche
nell’immediato risorse ben superiori a quelle che potranno
derivare dai tagli previsti nella manovra". Concludendo che
"non solo non si perseguono adeguatamente sprechi e
corruzione, ma anzi, con provvedimenti anche recentissimi,
sono state pregiudicate le possibilità di recupero di
ingenti danni erariali, già individuati o accertati dalla
magistratura contabile".
Un linguaggio chiaro, comprensibile dalla gente disgustata
dagli sprechi e dalla corruzione che ogni giorno vengono
alla ribalta della cronaca. Situazioni denunciate proprio
dalla magistratura contabile che nelle più recenti relazioni
in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario e nei
referti al Parlamento ha indicato le aree e le fonti di
spreco, rimanendo inascoltata.
Nel frattempo il giornale "di famiglia", che fa da cassa di
risonanza delle opinioni del Presidente del Consiglio
continua a martellare l'opinione pubblica, peraltro sempre
meno convinta di queste "verità", che i magistrati italiani
guadagnano più degli altri e lavorano meno. Come scrive
Francescο Cramer su Il
Giornale con stucchevole ripetitività, disturbato
per il fatto che i giudici si siano detti pronti allo
sciopero "e anche ad altre forme di protesta alternative
allo sciopero", il cosiddetto "sciopero bianco", consistente
nel rigoroso esercizio delle funzioni "senza svolgere
alcuna delle attività di supplenza di cui si fanno carico
abitualmente per le carenze di organico del personale
amministrativo". Dà fastidio perché questa protesta mette in
risalto le gravi inefficienze dei tribunali per mezzi e
uomini, senza dire delle procedure. Una situazione che
denuncia soprattutto la disattenzione della classe politica
di maggioranza dedita solo alla limitazione delle
intercettazioni, un piacere fatto a molti, soprattutto a
concussori e corruttori.
Così Cramer snocciola dati che sarebbero consegnati in
un recente studio del
Consiglio d’Europa i cui dati appaiono ictu oculi,
per usare il latino dei tribunali, inattendibili, non tanto
per i 1.292 tribunali italiani contro i 595 inglesi e i 773
francesi (ma non è forse compito del Governo e del
Parlamento stabilire il numero delle sedi giudiziarie?). Poi
ogni 100mila abitanti la Francia ha 11,9 giudici, la Spagna
10,1, la Gran Bretagna 0,7, l’Italia 13,7. Forse Cramer non
conosce i dati del carico giudiziario in un Paese nel quale
si ricorre al giudice per ogni minima controversia. "In
Italia ogni toga ha 4,2 addetti mentre la Germania ne ha
2,9". Anche qui si tratta di vedere come sono fatte le
statistiche, quali dati assumono a base delle rilevazioni.
Non ho mai avuto 4,2 addetti. Anzi spesso ho avuto una parte
di segretario o segretaria, condiviso/a con altri colleghi.
E' un po' come la famosa statistica di Trilussa, secondo la
quale se la metà degli italiani mangia un pollo a testa vuol
dire che tutti gli italiani mangiano mezzo pollo al giorno.
Ma certa stampa non ha interesse e voglia di approfondire,
di dire come stanno le cose di contribuire, sia pure con
critiche fondate, al miglioramento della Giustizia. Il
Presidente del Consiglio, a capo di una istituzione dello
Stato, afferma che i componenti di un'altra istituzione,
quella che deve assicurare la pacifica convivenza dei
cittadini, è fatta di disturbati mentali. Necessariamente di
disturbati mentali. E parte della stampa lo segue. E'
un'azione eversiva, senza mezzi termini, che ha paragoni
solo nelle classiche repubbliche delle banane.
Detto questo riprendo quanto ho cominciato a dire iniziando.
I Magistrati italiani e le loro associazioni dovrebbero
rivolgersi a persone esperte di comunicazione per
individuare il taglio da dare alla loro protesta e per
ottenere consensi tra la gente. Quello della comunicazione è
un mestiere lontano mille miglia dalla mentalità dei
magistrati che spesso non sanno comunicare neanche il senso
delle loro pronunce con un linguaggio accessibile ai
cittadini.
Figurasi se possono entrare in competizione con il Cavaliere
che ha convinto molti di essere un liberale. Per cui Camillo
di Cavour e Luigi Einaudi si rivoltano nella tomba.
1° giugno 2010
A proposito della manovra
Marcegaglia: l'ho riletta,va aggiunta
parola "crescita"
di Oeconomicus
Intervistata al termine dell'assemblea di Bankitalia, a proposito
dell’invito del Presidente Berlusconi di “rileggere” i testo della
manovra, il Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha detto:
durante "Si, l'ho riletta" e 'la nostra posizione, che viene fuori
anche da quanto ha detto oggi il governatore, e' che la manovra
affronta la riduzione della spesa pubblica, lo fa con 24 miliardi, e
riporta i saldi di bilancio al punto in cui era necessario"; ma -
spiega - "a questo vanno aggiunte due cose, ossia ridefinire i
limiti, i confini della spesa pubblica, che negli ultimi sei anni è
cresciuta di sei punti di pil, e pensare anche alla crescita e,
quindi, a investire in produttività, ricerca, e innovazione".
Insomma, vanno bene "i tagli alla spesa", ma è necessario "tornare a
parlare del tema della crescita".
Alla Marcegaglia "é piaciuto il richiamo alla lotta all'evasione
fiscale. E' un grande tema - ha aggiunto - su cui lavorare, non per
coprire i buchi dei conti pubblici ma in prospettiva per abbassare
le aliquote fiscali che, per chi paga le tasse, sono troppo alte.
Gli industriali, dunque, continuano ad essere perplessi sulla
manovra. Il "gelo" nei confronti del Premier che la stampa ha potuto
constatare in occasione della recente assemblea di Confindustria
permane e le ragioni ci sono tutte. Siamo di fronte ad una manovra
monca che non interviene sullo sviluppo, che non contiene misure
capaci di incentivare la produzione ed i consumi. In sostanza è una
rozza manovra di contenimento della spesa, nella quale "Il ragionier
Tremonti", come si è sentito ripetere nei saloni di Palazzo Kock,
non ha mostrato fantasia, non ha saputo interpretare a fondo il
ruolo di Ministro dell'economia, quello che hanno saputo fare i
colleghi di Francia e Germania che, a misure di contenimento della
spesa hanno collegati significati interventi in favore della ripresa
dell'economia.
Manca la parola "crescita", come dice Emma Marcegaglia. Non solo la
parola, ovviamente, che di parole questo Governo ne ha dette fin
troppo in economia, a cominciare da quelle che nei mesi scorsi ci
hanno illuso che fossimo i più virtuosi d'Europa, ma i fatti, le
misure atte a rilanciare produzione e consumi. Ma in questo settore
non ci sono fondi.
31
maggio 2010
I magistrati verso lo
sciopero
(AGI) - Roma, 31
mag. - Magistrati verso lo sciopero. Contro la manovra
economica del governo. Lo ha confermato il presidente della
ANM Luca Palamara dopo un incontro a Palazzo Chigi tra
l'Associazione nazionale magistrati e il sottosegretario
alla Presidenza Gianni Letta. "Abbiamo preso atto - ha detto
Palamara al termine dell'incontro - della conferma dei tagli
che erano stati annunciati. Fino a questo momento per senso
di responsabilità, avevamo congelato ogni iniziativa ma ora
convocheremo il nuovo Consiglio direttivo e siamo pronti
allo sciopero e anche ad altre forme di protesta alternative
allo sciopero". "I magistrati - ha aggiunto Palamara -
vogliono fare la loro parte in un momento così difficile per
il Paese ma è grave che si preveda che chi guadagna di più
paghi di meno. E' inaccettabile essere considerati un costo
e non una risorsa.
Ora basta, faremo sciopero ed altre forme
di lotta".
P.S.
In data odierna anche il Consiglio Direttivo
dell'Associazione Magistrati della Corte dei conti ha votato
un ordine del giorno nel quale delibera lo sciopero della
categoria rinviando la decisione in ordine alla
proclamazione dello sciopero ed alle sue modalità ad un
successivo accordo con le altre associazioni dei magistrati
amministrativi (TAR Consiglio di Stato) ed ordinari.
Compitino per gli studenti del II anno di giurisprudenza
Quale Consiglio dei ministri ha
approvato il decreto legge alla firma del Capo dello Stato?
di Salvatore Sfrecola
Nella bagarre di questi
giorni, all'inseguimento del testo più verosimile tra i tanti
pubblicati dai giornali, mi sono chiesto più volte se, una volta
definito il testo di quello che possiamo ritenere una bozza di
decreto legge approvato dalla Consiglio dei ministri nella seduta
del 25 maggio, prima della firma del Capo dello Stato non sarebbe
stato necessario un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri.
I decreti
legge, ai quali il Governo ricorre, ai sensi dell'articolo 77, comma
2, della Costituzione nei casi "straordinari di necessità ed
urgenza", sono deliberati dal Consiglio dei ministri in base
all'articolo 92, comma 1, della Costituzione e secondo le
disposizioni dell'articolo 2, comma 3, lettera c) della legge 400
del 1988.
I decreti sono emanati
dalla Presidente da Repubblica in base alla disposizione
costituzionale dell'articolo 87, comma 5, della Costituzione. Il
potere di controllo presidenziale viene riconosciuto anche sui
decreti legge. Lo ha spiegato alla Corte costituzionale con la
sentenza 406 del 1989.
Il tema
all'attenzione, un compitino per gli studenti del secondo anno di
giurisprudenza, i quali affrontano lo studio del Diritto
costituzionale, è quello della corrispondenza tra il testo approvato
dal Consiglio dei ministri e quello sul quale il Capo dello Stato
appone la sua firma nell'esercizio di quel controllo di
costituzionalità che portò, ad esempio, il Presidente della
Repubblica Scalfaro a respingere il decreto legge di
depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti, all'epoca di
Tangentopoli ( 5 marzo 1993).
Posto che
l'urgenza della decretazione esige naturalmente i tempi
ristrettissimi, ed essendo logico che i partiti, le parti sociali e
infine il Presidente da Repubblica possono fare delle osservazioni
che inducano il governo a delle modifiche è logico ritenere che
l'originaria deliberazione del Consiglio dei ministri non sia idonea
a sorreggere formalmente il testo che il Capo dello Stato
sottoscrive perché non è quello deliberato dal Consiglio dei
Ministri, momento procedimentale essenziale nell'iter di formazione
del decreto.
È un
problema a teorico, diranno, molti lettori, ma è un problema
giuridico perché qualche giudice che ritenesse di sollevare una
questione di costituzionalità rispetto ad alcune norme del
decreto-legge potrebbe rilevare, altresì, che il testo pubblicato
sulla Gazzetta Ufficiale non risulta identico a quello deliberato
dal Consiglio dei Ministri e che deve essere allegato alla verbale
del Consiglio stesso.
Ho detto
una questione teorica, perché probabilmente nessuno la solleverà mai
ma a fini didattici ritengo che gli studenti del secondo anno di
giurisprudenza potranno esercitarsi su questa ipotesi di
illegittimità costituzionale per giungere alla conclusione che le
regole a volte, di recente troppo spesso, vengono manomesse.
31 maggio 2010
Io,
magistrato della Corte di cassazione
e la
manovra economica
(Da
“Il Messaggero” del 29.5.2010 -
http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104177&sez=HOME_MAIL)
"Sono un consigliere della Terza Sezione Civile della Corte
di cassazione e sto per compiere 54 anni. Sono entrato in
carriera nel marzo del 1983. Questa settimana, a causa delle
notizie sul trattamento che la manovra fiscale vorrebbe
riservare ai magistrati, ho lavorato con profonda amarezza.
Io, come quelli del mio concorso, mi troverei nella seguente
condizione: il prossimo 19 marzo 2011 maturerei 28 anni di
anzianità e, pertanto, dovrei essere valutato dal C.S.M; se
dovessi ricevere una valutazione positiva, avrei diritto ad
una progressione economica, funzionale anche a ragguagliare
il mio trattamento a quello dei magistrati amministrativi
con equivalenti condizioni di servizio. Invece, sento dire
che, in forza di questa manovra (a parte il previsto
prelievo del 5% o del 10% sullo stipendio e l'esclusione
dell'adeguamento stipendiale agli aumenti già dati al
pubblico impiego nel triennio precedente), se sarò valutato
positivamente, mi sarà sì conferito il relativo titolo, ma
non l'aumento di stipendio.
Nella stessa condizione si troveranno i colleghi che, a far
tempo dal 2011, dovranno subire valutazioni di
professionalità, a cominciare da quelli più giovani. Anche a
loro sarà conferito il titolo se valutati positivamente e,
per la valutazione, dovranno prima presentare una domanda,
un'autorelazione, i titoli. Tutto questo, però, senza
corrispettivo. Io, come gli altri colleghi che si vedranno
riconosciuta la progressione solo "per la gloria", mi
troverò a lavorare con quei colleghi che hanno conseguito
entro il 2010 la stessa valutazione, ma sarò pagato di meno.
Sono entrato in magistratura, provenendo da
una famiglia di modesta condizione economica, perché credevo
nel valore sociale del mestiere di magistrato. Sono arrivato
giovane in Corte di cassazione (nel 2004), per concorso, e
sono sempre stato soddisfatto ed entusiasta del mio lavoro
(non altrettanto delle condizioni in cui si svolge, ma
questo richiederebbe un discorso a parte).
Nella mia carriera ho sempre dato tanto al "mestiere",
lavorando sempre anche di
sabato
e, spessissimo, di
domenica,
senza limiti d'orario (e qualcuno voleva metterci pure i
"tornelli"!). Lo stimolo di lavorare in cassazione (la
Suprema Corte!), così come la forte motivazione di far
fronte all'arretrato (ad esempio, in civile la Corte riceve
30.000 ricorsi all'anno) per rispondere alle esigenze dei
cittadini, ha spinto me e i miei colleghi a lavorare a ritmi
ormai difficilmente sostenibili. Tanto che quelli più
anziani hanno preferito collocarsi in pensione, lasciando la
Corte scoperta di oltre cento unità, ossia di circa un terzo
del suo organico.
Ora sono inquieto. Ho moglie e figli a carico e la mia è una
famiglia monoreddito. Certo, non sono un impiegato, né un
operaio. Sono consapevole che essi avranno preoccupazioni
maggiori delle mie.
Non so, però, se sarà giusto continuare a lavorare ai ritmi
attuali. Non so se sarà giusto sacrificare – come ho sempre
trovato "naturale" per il "mestiere" di magistrato, perché
così insegnatomi dai colleghi più anziani con cui ho
lavorato e lavoro – due terzi, e talvolta più, delle mie
ferie, senza esservi tenuto per dovere di ufficio.
Credo oggi di interpretare i sentimenti dei miei colleghi;
per questo ho vinto il mio naturale riserbo di magistrato,
spinto anche dalla notizia che un mio validissimo e noto
collega di sezione, di dieci anni più anziano di me e con
quaranta anni di servizio, proprio oggi si è dimesso dalla
Magistratura".
Raffaele
Frasca
Consigliere della Corte di cassazione
P.S. Pubblico integralmente la lettera del Consigliere
Frasca perché offre, con serena dignità e grande senso dello
Stato, una testimonianza del disagio dei
magistrati italiani dinanzi alla manovra economica all'esame
del Presidente della Repubblica, ultimo disconoscimento del
lavoro di chi è chiamato ad amministrare la Giustizia, dopo
gli insulti pressoché quotidiani del Premier e l'aggressione
del quotidiano "di famiglia", Il Giornale, diretto da
un grande giornalista che invecchiando comincia piegare la
schiena assumendo sempre più il ruolo di portavoce del
Cavaliere.
Ieri titolava I giudici arrestano la finanziaria, con
un articolo di Alessandro Salustri, un giornalista che si è
fatto notare per il livore e la totale assenza di serenità
con cui interviene nelle trasmissioni televisive.
Nell'occhiello "Minacce e ricatti: i magistrati non vogliono
ridursi i lauti compensi neppure di un euro. Alla fine la
spunteranno, sostenuti da sinistra e Quirinale che apre un
braccio di ferro col governo. E poi parlano di equità
sociale nei tagli".
Sono parole che si commentano da sole. Più realisti del re,
si diceva una volta. Più cavallerizzi del Cavaliere si deve
dire oggi di questi giornalisti, una casta potente e
lautamente pagata, vicina alla politica che è in
condizione di cucire sugli "altri" etichette di ogni genere
purché gradite all'editore "di riferimento".
Ha proprio ragione Longanesi, con la frase che campeggia in
alto, sulla prima pagina di questo giornale, "non è la
libertà che manca, mancano gli uomini liberi!".
Salvatore Sfrecola
31
maggio 2010
La spesa pubblica non va
demonizzata
ma razionalizzata in
relazione alle esigenze
della comunità nazionale
di Oeconomicus
Ricorre sovente in questi giorni, nei quali il dibattito
sulla crisi finanziaria internazionale preoccupa i governi e
l'Unione europea per la tenuta dell'euro, il richiamo
all'esigenza della diminuzione della spesa pubblica alla
quale con il decreto legge, che peraltro non ancora visto la
luce, il governo intende porre rimedio, tra l'altro,
mediante i famigerati "tagli lineari", cioè con quella
riduzione dei capitoli di spesa che percentualmente
colpiscono tutti i ministeri ed enti pubblici nella stessa
misura. Famigerati perché la medesima riduzione percentuale
degli stanziamenti di bilancio evidentemente non ha gli
stessi effetti su tutti gli enti destinatari di questo
intervento.
Nel complesso, tuttavia, pur richiamandosi sovente sprechi
che si annidano in varie amministrazioni ed in varia misura,
la polemica sulle dimensioni della spesa pubblica non appare
definita in termini di razionalità con sostanziale negazione
del ruolo dell'operatore economico Stato e degli enti
pubblici da intendersi quale strumento di gestione dei
servizi pubblici e di sollecitazione dell'economia.
È
evidente, infatti, che la spesa dello Stato e degli enti
pubblici locali e istituzionali non ha come finalità
esclusiva o prevalente quella di pagare gli stipendi, ma di
mettere a disposizione della comunità, dei cittadini e delle
imprese, strutture amministrative destinate a fornire
servizi il cui costo nella maggior parte dei casi
costituisce anche una sollecitazione per l'economia del
Paese. La spesa pubblica che si distingue in spesa di
funzionamento di investimento è in entrambi i casi una
preziosa sollecitazione nei confronti dell'economia.
Infatti, se i servizi resi dalla pubblica amministrazione
nelle attività amministrative, nell'istruzione, nella sanità
costituiscono un vantaggio prezioso per il cittadino e le
imprese, le spese di investimento in opere pubbliche
gestione e manutenzione del patrimonio mettono a
disposizione della comunità nazionale infrastrutture
importanti per le attività economiche e produttive. Inoltre
questi interventi di spesa sono sollecitatori di forniture
nei confronti della pubblica amministrazione, forniture
rilevanti le quali attivano sul mercato o produzioni spesso
importanti. Si pensi per un attimo che le pubbliche
amministrazioni acquistano di tutto sul mercato interno e
internazionale, dalle matite ai cannoni, tutti i beni e i
servizi dei quali le amministrazioni si servono solo uno
strumento di sollecitazione di attività produttive che
altrimenti troverebbero un mercato assai più ridotto.
Questo profilo della spesa pubblica, espressione della
funzione economica della pubblica amministrazione è quasi
sempre trascurato. Nelle polemiche contro "Roma ladrona", ad
esempio, si dimentica che molte imprese del Nord non
avrebbero un mercato se non ci fosse l'operatore pubblica
amministrazione in veste di acquirente. Anzi una nota teoria
economica attribuisce alla spesa pubblica, nei momenti di
crisi economica, il ruolo di volano dell'economia, quando il
potere politico si dedica alla costruzione di reti
infrastrutturali, oggi anche di carattere tecnologico che,
oltre a costituire una utilità per le persone e le imprese,
mette in moto un meccanismo di lavoro e forniture destinato
a restituire tono all'economia nazionale.
Naturalmente questa nostro riflessione presuppone che le
dimensioni della spesa siano compatibili con l'esigenza di
non aumentare il debito e che, quanto alla qualità, la spesa
sia idonea a perseguire quegli obiettivi di sviluppo che ad
essa vengono assegnati, senza sprechi, senza inutili
interventi e trascurino le effettive esigenze dell'economia
dei servizi sociali.
Da questo punto di vista la polemica di questi giorni, anzi
la polemica che da tempo conducono alcune forze politiche e
in particolare la Lega a un certo o contenuto di validità in
quanto la selezione della spesa pubblica con criteri di
efficienza di efficacia e di produttività non sembra
preoccupare molto gli odierni governanti i quali
evidentemente non sono in condizione di fare una selezione,
tagliando inesorabilmente quel che non produce e non
produrrà, destinando le non rilevanti risorse verso quegli
settori nei quali vi è una esigenza di carattere sociale da
soddisfare e produzioni da sollecitare.
Alla
luce di queste riflessioni la manovra che si preannuncia
appare assolutamente inadeguata, non riferita ad interventi
strutturali cioè ad individuare riforme organizzative e
procedimentali capaci di ridurre i costi dell'apparato, ma
indirizzata a ridurre la spesa pubblica attraverso un
risparmio a carico delle retribuzioni dei dipendenti
pubblici, mentre le preannunciate riduzioni dei trattamenti
economici retributivi della casta appaiono poco più che
virtuali è comunque in idonei a costituire una somma di un
qualche rilievo nell'ambito delle misure complessivamente
destinati, sembra, a recuperare oltre 25 miliardi di euro.
Insufficiente appare anche la ribadita necessità di colpire
l'evasione fiscale alla quale si provvede in quasi tutti i
paesi civilizzati norme di AN e aumento dei controlli che
pure vanno fatti ma attraverso delle disposizioni tributarie
le quali dissuada no all'evasione, ad esempio mettendo in
posizione di conflitto virtuale i contribuenti, ad esempio
mediante delle forme di deduzione di spese che mettano in
evidenza il percettore di un reddito che potrebbe essere
occultato. Tutta la vicenda delle somme non fatturate
dimostra che il nostro fisco non ha individuato, cosa che
potrebbe fare agevolmente prendendo spunto da ordinamenti
stranieri sperimentati, forme di documentazione di attività
e di redditi che impediscano di fatto l'evasione.
Ognuno di noi si è sentito dire dall'impresa che fa i lavori
di manutenzione, dal piccolo muratore che ristruttura un
bagno per passare ai prestatori di opere ed ai
professionisti, medici e dentisti, eccetera, che la parcella
è di una certa dimensione ma sarebbe inferiore se il cliente
rinuncia alla ricevuta del pagamento. Questo ragionamento
che fa intravedere nel soggetto che spende un vantaggio in
assenza della possibilità di utilizzare in qualche modo la
prova della spesa per ridurre i suoi oneri fiscali e il
reddito consumato, è la dimostrazione palese che il fisco
non ha capito che le deduzioni non sono fatte a scopo
pietistico, come per le spese sanitarie, ma corrispondono ad
una modalità di individuazione dei percettori di reddito
mediante, come già accennato, l'introduzione di un conflitto
di interessi fra chi paga e chi percepisce una certa somma.
È evidente, infatti, che se io fossi nella condizione di
dedurre sia pure in misura diversa, da uno a 100, le spese
che effettuo a vario titolo io chiederei sempre la fattura e
tutti chiederebbero sempre la fattura. Ma se quella somma
rimane a carico del contribuente nonostante sia stata
trasferita ad un altro operatore, a sua volta contribuente,
è evidente che non c'è possibilità di evidenziare il reddito
e di comprimere l'evasione.
Le conclusioni di queste brevi riflessioni, che hanno preso
spunto da un'antica e ricorrente polemica in ordine alle
dimensioni della spesa pubblica, e che c'hanno consentito di
fare qualche considerazione sul sistema fiscale delineano un
quadro sul quale prima o poi un governo serio dovrà mettere
mano per non continuare a subire gli effetti negativi,
politici e finanziari, di un'evasione che si dice sia
dell'ordine di oltre centomila miliardi. Per non dire
delle somme accertate e non riscosse per effetto di un
contenzioso tributario farraginoso che non tutela, se non
altro per i tempi di definizione dei giudizi, i contribuenti
onesti.
Per dirla tutta, siccome ci rifiutiamo di ritenere che il
governo non sia in condizione, avendo strumenti adeguati a
disposizione, di individuare le aree di spreco, il fatto che
non si intervenga la dice lunga su certe contiguità tra la
classe politica e coloro che sono responsabili di queste
zone grigie dell'amministrazione.
29 maggio 2010
Chi ha visto il decreto legge?
La manovra
fantasma
di Salvatore Sfrecola
Si rincorrono sui giornali e nelle e-mail che intasano la
posta elettronica delle amministrazioni pubbliche
interessate ai tagli. Ma il decreto legge non vede la luce
perché, si mormora nei corridoi dei palazzi del potere, è
soggetto a modifiche, molto diverse da quegli aggiustamenti
o intese che generalmente accompagnano nel linguaggio dei
comunicati stampa del Consiglio dei ministri la notizia
dell’approvazione di provvedimenti di una certa complessità
e di controversa definizione.
Questa situazione che, con espressione abusata, è d’uopo definire kafkiana, solo per non qualificarla sul piano
giuridico quale atto inesistente, se non allegato al verbale
del Consiglio dei ministri del 25 maggio, è un vero e
proprio giallo politico-istituzionale, considerato che nel
comunicato stampa si legge che "il Consiglio ha approvato un
decreto-legge che contiene misure finalizzate alla
stabilizzazione finanziaria e alla competitività economica".
Ha approvato un decreto legge, non delineato i contenuti di
un futuro decreto-legge. In parole
povere, trasparenza e correttezza istituzionale vorrebbero che
il testo fosse conosciuto o conoscibile. Da questo punto di
vista al di là del profilo strettamente giuridico, direi
procedimentale, dell’iter formativo del decreto legge, è
chiaro che si è pervenuti alla predisposizione del
provvedimento urgente senza una preventiva, adeguata
valutazione degli effetti delle misure che il governo
ritiene essenziali nell’attuale momento congiunturale. Il
sostanza, l’attuale situazione dimostra, senza possibilità
di smentita, che il complesso delle misure immaginate non ha
scontato un'adeguata valutazione dell'impatto non tanto
finanziari ma sociale e, in fin dei conti, politico cui
guarda con crescente apprensione il Presidente del Consiglio
il quale sente scendere rapidamente il grado di consenso sul
quale ha costruito il suo successo politico ed elettorale.
La situazione conferma quel rilevante grado di inadeguatezza
rispetto alle esigenze, soprattutto se caratterizzate da un
significativo livello emergenziale, dei responsabili politici
e degli staff tecnici che li supportano.
Significa che manca il monitoraggio della situazione
finanziaria, per cui le mia provocatoria proposta di abolire
la Ragioneria generale dello Stato, e degli andamenti
dell’economia che ogni governo, sulla base anche delle
rilevazioni statistiche, ha il dovere di effettuare
sistematicamente.
In sostanza un governo
degno di questo nome non dovrebbe essere colto impreparato
di fronte a fenomeni che si vanno delineando in un
consistente arco di tempo, mai
da un giorno all’altro, mai imprevedibili, come la crescita
del debito rispetto al PIL che richiede misure adeguate per
rientrare nei limiti del "patto di stabilità". Non siamo,
infatti, di fronte ad una emergenza naturale, di quelle capaci di
sconvolgere un paese in modo tale da non avere più punti di
riferimento nei dati economici e finanziari del giorno
prima.
Questo è lo scenario che denuncia l'improvvisa concitazione
con la quale si corre ai ripari dopo aver detto e ripetuto
giorno dopo giorno, con una insistenza per la verità
sospetta, che tutto andava bene, che il governo aveva
provveduto alle persone e alle imprese, mentre cresceva la
disoccupazione e chiudevano ,una dopo l'altra, centinaia di
imprese, soprattutto nel Nord prospetto e innovativo.
Si è perso tempo, è certo. Troppo tempo. Si dice che è
accaduto anche in altri paesi, che anche Francia e Germania
sono state costrette ad assumere misure drastiche, anche per
cifre superiori a quelle indicate nella manovra "approvata"
il 25 maggio.
La differenza, a leggere i giornali italiani specializzati e
la stampa francese e tedesca, sta nel fatto che quei
governi hanno approfittato dell'occasione di misure
straordinarie a sostegno dell'euro, per intervenire sulla
struttura della spesa pubblica e sulla sua capacità di
incidere sullo sviluppo economico e sui costi sociali delle
rispettive comunità. Differenza non da poco, anzi essenziale
a dimostrazione che in quelle realtà la classe politica,
assistita da organismi governativi di prim'ordine, è in
condizione di valutare programmare e decidere per il bene
del paese. mentre la tecnica italiana replica rozze manovre
del passato, come quei tagli "lineari" che certifica
l'incapacità di separare il grano dal loglio, la spesa utile
dallo spreco. Per mancanza di elementi conoscitivi? O per
incapacità politica di imporre scelte razionali? In ogni
caso il taglio "lineare" è intrinsecamente ingiusto, perché
colpisce indiscriminatamente e nella stessa misura, per cui
per alcune amministrazioni i tagli non ha alcun effetto
concreto, mentre per altre potrebbero essere tombali. Così
come il concetto di "ente inutile", destinato alla
soppressione o all'accorpamento, significa molto spesso ente
del quale non è compresa la funzione o che quella realtà
istituzionale non ha trovato un "Lord protettore".
Un quadro deprimente, di fronte al quale cresce la rabbia
degli italiani, certamente disponibili a sacrifici, purché
non siano richiesti dall'incapacità dei governanti.
28 maggio 2010
OSSERVATORIO EUROPEO
GRECIA, EURO, EUROPA: HAMILTON CERCASI
di
Europeus
“Nessun paese, infatti, sia pur minimamente informato su
quella che e’ la natura della nostra struttura politica, e’
tanto sciocco da stipulare negli accordi che concedono agli
Stati Uniti privilegi di una qualche importanza quando, da
parte sua, deve sempre prospettarsi l’eventualità che i
singoli stati dell’Unione violino gli impegni assunti
dall’Unione stessa“.
(Alexander Hamilton, Il
Federalista, saggio 22 “ i difetti della confederazione“)
Se ha ragione Hamilton, le misure che l’Unione europea ha
deciso non ci allontaneranno da altri calici amari. Ma prima
arrivano, meglio e’. Perché solo così, l’attuale stato
politico ed economico dell’Unione europea farà il salto
verso l’assetto federalista. Hic Rhodus, hic saltus.
Il
Consiglio Ecofin ed il Fondo Monetario Internazionale hanno
deciso un pacchetto di misure per complessivi 750 miliardi
di euro - dando vita ad un meccanismo denominato per ora di
" Stabilizzazione Finanziaria Europea " - hanno firmato il
" creditor agreement " per la Grecia, e si sono impegnati
per la prima erogazione alla Grecia con scadenza 19 maggio
2010.
L'art.
122.2 del Trattato UE in vigore è stato utilizzato per la
prima volta. La decisione comprende: 60 miliardi di euro a
forte condizionalità, nel contesto del supporto UE/FMI; 440
miliardi di euro come " Special Purpose Vehicle " dell'UE a
complemento dei primi 60; 250 miliardi di euro come
facility del FMI.
In
questo contesto la Banca Centrale Europea ha comunicato che
a partire dal 10 05 2010: a) condurrà interventi sul mercato
del debito pubblico e privato dell'euro-area; b) riattiverà
le operazioni di provvista di liquidità in dollari USA.
Il fabbisogno finanziario
totale di Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda nel 2010-2013
ammonta a 722 miliardi di euro. Fabbisogno che può esser
ridotto con interventi addizionali di consolidamento del
debito o di riduzione del deficit, come Spagna e Portogallo
sono stati sollecitati a fare. Il pacchetto ( 750 mld di
euro ) delle misure decise copre comunque il fabbisogno
attuale nel triennio (722 mld di euro ).
Il
Meccanismo di stabilizzaziome potrebbe portare all'emissione
di titoli dell'Unione Europea ( eurobond ) ed essere dotato
di basi giuridiche tali da farlo evolvere verso un Fondo
Monetario Europeo. In questa prospettiva le decisioni del
10 05 2010 potrebbero costituire una " fast track " verso
l'unione fiscale ?
Ciò che è successo a Bruxelles
il 9 maggio 2010 (e nei giorni seguenti) è stato oggetto di
importanti ed utili commenti della stampa europea e
mondiale.
E’ stato
generalmente salutato con grande soddisfazione per lo
`scampato pericolo´ .
Ma la
risposta fornita fotografa l´attuale precario equilibrio
politico-istituzionale dell´Unione. Quindi a medio termine
e’ inefficace. Abbiamo comprato un po’ di tempo, se va bene.
Anche se saranno risolti i problemi politici e tecnici
necessari per portare in tempo utile ad esecuzione quanto
già deciso. Anche se sarà realizzata l’unione economica
proposta da Barroso basata su tre pilastri ( rispetto reale
del patto di stabilità, sorveglianza sugli squilibri
macroeconomici, meccanismo permanente di soluzione delle
crisi).
Sta
emergendo il problema originario dell'euro: una moneta
unica nello spazio istituzionale attuale europeo è
insostenibile.
Cosa
vogliono i mercati? capire se alla fine tutto si fascia e
restano con carta in mano che non vale più niente o se alla
fine tutto si aggiusta ed hanno titoli di un nuovo capace
attore sulla scena multipolare mondiale ! Essi hanno
studiato Hamilton: devono capire se, lasciando più o meno le
cose come stanno, distruggeremo progressivamente il welfare,
il lavoro, l’economia reale, il mercato unico, la finanza e
l’euro facendo la fine dell’Unione sovietica e della
Iugoslavia o se passeremo ad un stato con un unico debito
pubblico, con un unico bilancio ed un unico ministro del
tesoro: modello cinese o modello statunitense ?
La
ragione del calcolo ha preso il sopravvento sulla passione
della costruzione negli ultimi trenta anni in Europa. E
l’euro come “ l’uovo del serpente (monetario) “ – usando la
metafora di Bergman – e’ stato usato per incubare divisioni
e scontri.
Oggi
lo riconosce persino Delors.
Per
l’ultima volta nella storia l’Europa può salvarsi, ma tutta
intera. Quale degli stati italiani preunitari si sarebbe
salvato - con un ruolo primario sulla scena europea - nello
scontro tra gli stati europei nel secolo passato? E quanto
avrebbe influito l’Italia se la sua dimensione ed il suo
potenziale non fosse stato paragonabile ai grandi stati
europei? come avrebbe fatto l’Italia se avesse mantenuto le
monete preunitarie? come avrebbe fatto se non si fosse
organizzato come stato accentrato e con un unico bilancio
oltre che con un’unica moneta? Avremmo avuto Sella, Beneduce,
Einaudi per ciò che essi hanno significato nella storia
identitaria economica italiana?
La
rinuncia alla moneta e quindi al tasso di cambio a chi
conviene? E perché? I paesi si indebitano se le spese
superano le entrate. In termini di commercio estero se un
paese importa più beni e servizi di quanti ne esporta,
esso dovrà indebitarsi all'estero. Quindi la contropartita
di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del
debito estero.
In
teoria per ridurre l'indebitamento estero un paese ha tre
strade: 1) svalutare, misura rapida; 2) contenere la spesa,
misura che richiede tempo; 3) ristrutturare l’economia reale
cioè’ la sua competitività, i suoi costi di produzione e la
produttività, misura che richiede ancora più tempo, spesso
decenni.
La
svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale,
in modo rapido: svalutando il paese rende immediatamente più
costose le merci estere e più convenienti le proprie,
condannandosi però a “valere “ sempre meno. I paesi
appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare:
possono solo percorrere le altre due strade.
Il
contenimento della spesa migliora i conti con l'estero
riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da
spendere, spende meno anche in importazioni. Si producono
effetti deflazionistici, minando alla lunga la stessa
capacita’ di crescere e di ripagare il debito, la
disoccupazione aumenta, le imprese chiudono. In teoria,
l'aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le
merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni
aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda
estera, e le cose tornano a posto. Ma dopo, anche se riesce
questo aggiustamento, la posizione del paese e’ quasi sempre
cambiata in peggio.
Nel
trattato di Maastricht sta scritto che con la moneta unica
i paesi dell'eurozona si privano di uno dei tre strumenti
disponibili per riequilibrare i conti con l'estero, quello
più rapido: la svalutazione. Gli altri due sono lasciati ai
singoli stati.
Le
condizioni che rendono sostenibile l'adozione di una moneta
unica sono quattro: flessibilità di prezzi e salari,
mobilità dei fattori di produzione, integrazione delle
politiche fiscali e convergenza dei tassi di inflazione. Il
loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo
chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la
strada "lacrime e sangue".
Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria
economica (flessibilità, mobilità, integrazione fiscale,
convergenza dell'inflazione) e insiste sul debito pubblico,
con l'intento di propugnare la riduzione del peso dello
Stato nell'economia, e di evitare riferimenti alla reale
natura del problema. L'approccio di Maastricht è
ideologico. Adottare una moneta unica in un'area nella quale
essa non è sostenibile impone surrettiziamente e
ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei
requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.). Il
mercato unico ha fatto qualcosa sotto il profilo della
flessibilità, della mobilità e dell’inflazione. Il mercato
unico potrebbe fare di più sotto il profilo della
competitività e produttività. Sotto il profilo fiscale e del
debito pubblico poco, molto poco. Quando si arriva al debito
non ha quasi più alcuna funzione.
Ecco perché c’è bisogno di un
Hamilton europeo: se la Germania e la Francia e l’Italia e
gli altri paesi europei vogliono essere visti come un
tutt’uno dai creditori internazionali – e pesare nel mondo
come tale – devono mettere assieme debito, fisco e tesoro:
il mercato deve essere sicuro che si salvano tutti assieme,
perché sa che da soli non si salva nessuno di essi.
Il
mercato sa che questa l’Unione hamiltoniana è necessaria
all’equilibrio mondiale.
Andando avanti così’, il prossimo tsunami è il crollo del
dollaro. Ecco perché il segretario USA del Tesoro si affanna
a dichiarare che gli Stati Uniti non sono la Grecia. Ecco
perché egli teme che le misure restrittive dei singoli paesi
europei possano portare ad una situazione “ giapponese “ di
deflazione e ristagno in Europa con l’aggravante della
mancanza di una politica fiscale unica ed al limite di
politiche “ beggar my neighbour “. Gli Stati Uniti hanno
bisogno dell’Europa hamiltoniana.
Il
ritorno ad un duopolio instabile USA-CINA, con, India,
Paesi arabi, Sudamerica e Africa che aspettano da secoli e
Russia che aspetta una rivincita renderebbe il passaggio dal
breve monopolio USA già al tramonto al multipolio carico di
incognite e di rischi più gravi forse di quelli della guerra
fredda. Gli USA hanno bisogno dell’Europa Unita per poter
giocare da primus inter pares nel mondo multipolare e poter
dare concrete assicurazioni ai cinesi che essi non
resteranno con un sacco di “ dollar balances “ di cui non
sanno più che farsene.
La Cina, proprio in questi
giorni, smentendo il Financial Times, ha fatto sapere che
continuerà ad investire nei titoli di stato dell’area euro.
E non è un fatto congiunturale: “ non mettere tutte le uova
in un paniere “ è la regola aurea nel medio e lungo termine.
Il XXI
secolo ha più bisogno di Europa. Come diceva Ronald Reagan
ancora non abbiamo visto niente. Né code tipo crisi del ’29,
né suicidi dai grattacieli (purtroppo qualcosa in Francia )
né crisi diffusa di legittimità democratica.
Quanto
siamo disposti, noi europei, a pagare per continuare a
contare qualcosa?
C’è un
prezzo per il futuro? John Ferling in “ A leap in the dark “
descrive il glorioso “salto nel buio “ dalla confederazione
alla federazione statunitense a partire da una semplice
constatazione: unirsi o perire. I tredici stati si sono
uniti prima col debito, nel fisco e nel bilancio e poi
nella moneta e sono cosi’ diventati 50 ed il mondo più di
due secoli dopo non può fare a meno di loro.
E’ finito un ciclo, non la
storia. La razionalità post 1989 in Europa deve cedere di
nuovo alla passione.
Noi
europei dobbiamo imparare a saltare ancora nel buio perché
non abbiamo più niente da perdere, se non la impotenza dei
singoli stati.
E
tutto da guadagnare: il comune futuro.
28 maggio 2010
Il Cavaliere e il Duce: la
storia pro domo sua
di Salvatore Sfrecola
Preoccupato del consenso, che sente sfuggirgli di
giorno in giorno, per aver negato la crisi troppo a
lungo, senza prendere per tempo misure adeguate a restituire
incentivi allo sviluppo, Silvio Berlusconi corre ai ripari e
denuncia di non avere poteri.
E
cita Benito Mussolini
"Dicono che ho potere -
è il brano scelto - non è vero, forse ce lo hanno i gerarchi
ma non lo so. Io so che posso solo ordinare al mio cavallo
di andare a destra o di andare a sinistra e di questo posso
essere contento". Per far capire alla platea internazionale
- il Cavaliere era a Parigi per la riunione dell'OCSE - che
"il potere se esiste non esiste addosso a coloro che reggono
le sorti dei governi".
Affermazione all'evidenza assurda, soprattutto per chi
dispone in Parlamento di un'amplissima maggioranza che gli
consentirebbe di modificare leggi e riordinare apparati
dello Stato. Il fatto è che quella maggioranza, che ruota
intorno a lui, è, prima che rissosa, composta in gran parte
di pervenu della politica, spesso giovanotti e
giovinette di bella presenza, il più delle volte senza arte
né parte, con studi molte volte "brevi", che non hanno fatto
mai un lavoro, che non hanno mai amministrato neppure il
condominio della casa dei genitori.
D'altra parte, le caratteristiche di questa compagine il
Cavaliere le aveva delineate benissimo alla vigilia delle
elezioni quando, reclutando quelli che avrebbe "nominato"
deputati e senatori chiarì che a lui bastava un 30 per
cento di bravi, gli altri li avrebbero seguiti.
Non ha dunque motivo di lamentarsi il Premier, anche per chi
ha portato al governo del Paese, spesso modestissime
personalità di seconda fila già nei partiti di provenienza.
Se non ha potere, dunque, è perché non sa esercitarlo, anche
per essersi circondato, fin dal 1994, di yes men,
quelli che piacciono tanto ai potenti che non sanno
esercitare veramente l'arte del comando.
Venendo, poi, a Mussolini, considerata la citazione storica
di dubbia veridicità perché proveniente dai fantomatici
Diari del Duce, questi di potere ne aveva, tanto da attuare
una sorta di diarchia che, manipolando lo Statuto Albertino,
costringeva Re Vittorio Emanuele III a quotidiane acrobazie
per mantenere la dignità della Corona. Mussolini aveva
addirittura inciso sulla linea di successione al trono, che
sarebbe stata sancita da una deliberazione del Gran
Consiglio del Fascismo.
Ma il tempo è galantuomo, per cui quando il Gran Consiglio
il 25 luglio 1943 votò la restituzione al Re del comando
dell'Esercito Vittorio Emanuele ne ha preso correttamente
atto accogliendo le dimissioni che l'attonito Cavaliere
Benito Mussolini riteneva sarebbero state respinte.
Da Cavaliere a Cavaliere, il secondo, che sta perdendo a
vista d'occhio consensi, pensi al pensionamento, tanto per
lui, l'uomo più ricco d'Italia, non saranno un problema le
norme sulla falcidia delle liquidazioni che applica, con
tanta soddisfazione ed un pizzico di sadismo, ai lavoratori
dipendenti.
28 maggio 2010
La Ragioneria Generale
dello Stato, un ente inutile?
di Salvatore Sfrecola
Ho scorso l'elenco, brevissimo, degli enti definiti
"inutili" e come tali destinati alla soppressione il più
delle volte mediante accorpamento ad altri enti del settore,
come l'I.S.P.E.S.L.,
Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro, che
sarà unito all'INAIL.
Non si parla, invece, della Ragioneria generale dello Stato,
ovvero del Dipartimento della Ragioneria generale dello
Stato, come pomposamente da qualche tempo si chiama
quell'antica struttura del Ministero del tesoro, ora
dell'economia e delle finanze, secondo la regola invalsa
negli ultimi anni per giustificare la moltiplicazione dei
posti dirigenziali.
Naturalmente la mia è una boutade, una provocazione. Come si
fa a considerare inutile la struttura cardine del controllo
finanziario dello Stato, del controllo interno, parte
essenziale dell'Amministrazione pubblica?
Invece è proprio così. A sentire i funzionari della
Ragioneria, che
si articola in uffici centrali del bilancio presso le
singole amministrazioni (un tempo si chiamavano Ragionerie
centrali, chissà perché le hanno cambiato nome!) questi
Uffici hanno un controllo contabile su tutte le operazioni
di gestione del bilanci. La Ragioneria, inoltre, dispone di
un centro di elaborazione dati sofisticatissimo. L'ho
visitato al La Rustica qualche anno fa (ma non so se è
ancora in funzione), una struttura avveniristica,
superprotetta, una specie di Fort Nox nostrano, sigillato, a
prova di bomba. Ricordo che chi mi guidava raccontava con
orgoglio che l'allarme era scattato perché d'inverno sul
muro di cinta si era posata una certa quantità di neve il
cui peso aveva attivato l'allerta.
Cose da
fantascienza, come i grandi schermi, immensi, sui quali
venivano registrate tutte le operazioni di tesoreria in
entrata e in uscita, in tempo reale, mi disse orgoglioso il
funzionario che mi illustrava la grande opera
dell'ingegneria informatica. E in effetti sui maxischermi
comparivano linee colorate che continuamente davano conto
dell'andamento della gestione del bilancio e della
tesoreria.
E
non finiva qui. Quel "cervellone", mi fu detto, disponeva
delle serie storiche dei bilanci delle regioni, degli enti
locali e degli enti pubblici variamente denominati ma
gestori di denaro del cittadino. Lì, con orgoglio, si poteva
conoscere tutta la storia passata e presente della finanza
pubblica e prevederne l'evoluzione.
A
parte questa miracolistica informatizzazione, da quando lo
faceva sui libri mastri, la Ragioneria ha il conto degli
impegni, cioè delle somme che le amministrazioni accantonano
a seguito di obbligazioni "giuridicamente perfezionate",
come dice la legge.
Di più, la Ragioneria, attraverso i suoi uffici nei
ministeri ed i sindaci o revisori negli enti pubblici
controlla la spesa, giorno dopo giorno. Non solo, ma riceve
dalle amministrazioni statali le proposte per la formazione
del bilancio di previsione, che valuta e assembla.
A questo punto mi chiedo come sia sfuggita alla Ragioneria
la pletora degli sprechi nelle pubbliche amministrazioni,
quelle spese inutili che oggi pesano e per rimediare ad esse
una parte degli italiani sono stati chiamati a pesanti
sacrifici.
Delle due l'una. O la Ragioneria non tiene i conti, non li
controlla e non è in grado di valutare la "proficuità" della
spesa, come sta scritto nella legge di contabilità del 1918,
il regio decreto n. 2440, e allora va abolita come "ente
inutile", oppure la Ragioneria mette in preallarme il
Ministro dell'economia che non è in grado di eliminare gli
sprechi. In questo caso la colpa è del Ministro Tremonti.
Di chiunque sia la colpa, è possibile che gli sprechi si
sono accertati solo oggi, perché giorno dopo giorno, come
farebbe una famiglia virtuosa o un'impresa seria, non sono
state eliminate le spese inutili? Era necessario giungere
sull'orlo dell'abisso per chiedere ad una parte degli
italiani sacrifici durissimi per mettere riparo agli errori
o alle omissioni di funzionari e politici?
Un'ingiustizia di queste dimensioni, che colpisce
aspettative spesso collegate a spese effettuate, l'acquisto
della casa, l'avvio di un'attività commerciale o
professionale per i figli, le spese per l'istruzione
superiore e universitaria, l'auto nuova, non potrà non
lasciare un segno nei rapporti con la classe politica e con
le istituzioni.
E
per concludere, se è stata la Ragioneria ad omettere
rispetto al suo ruolo tradizionale come definito nelle leggi
aboliamola. Il risparmio sarà consistente, diretto, uomini e
strutture, e indiretto, i gettoni di presenza degli inutili
revisori dei conti.
Se, invece, come credo, l'errore lo hanno fatto i politici
che non hanno ascoltato la voce dei ragionieri questi
signori vanno mandati a casa insieme al patetico onorevole
Lupi, che Berlusconi spedisce in televisione per difendere
l'indifendibile politica dell'esecutivo con argomenti da
avvocatello alle prime armi, un difensore d'ufficio che
dimostra agli occhi della gente tutta l'incnsistenza delle
sue argomentazioni.
26 maggio 2010
Sacrifici sì, ma via i
responsabili dello sfascio
di Senator
Accade alla squadre di calcio, accade alle società, accade
agli stati. L'11 che non fa gol, l'impresa che non fa
profitti, lo stato con deficit e debito pubblico. Ma, mentre
la società di calcio liquida l'allenatore e l'impresa in
difficoltà cambia gli amministratori, non sempre gli
elettori mandano a casa i responsabili dello sfascio dei
conti pubblici.
O, meglio, non li mandano a casa subito, per quella
vischiosità del mondo politico che rallenta il ricambio e,
soprattutto, quando manca l'alternativa, quando
l'opposizione non si presenta agli occhi dell'elettorato
come credibile per sostituire il governo in carica.
Tuttavia il problema è questo. Chi ha sbagliato, anche solo
per per aver omesso di assumere per tempo le misure che
avrebbero potuto se non evitare quanto meno ridurre effetti
della crisi. Per far questo sarebbe stato necessario, quando
si sono presentati all'orizzonte dell'Italia e di altri
paesi segnali non equivoci di una crisi economica indotta
non solo da speculazioni finanziarie internazionali ma dallo
squilibrio nei rapporti interni tra produzione, lavoro,
risparmio.
Viviamo al di sopra dei nostri mezzi, dice più d'uno. E'
vero, ma dov'erano i governi, al centro ed in periferia?
Cosa hanno fatto, quali misure hanno adottato quando si sono
resi conto di questa realtà? O non se ne sono resi conto?
Comunque hanno sbagliato. E' innegabile. E come avviene
nelle squadre di calcio e nelle società, l'"allenatore" va
cambiato. All'interno della maggioranza o all'interno della
classe politica. Non c'è soluzione diversa.
Ciò perché evidentemente chi è stato al timone non ha saputo
condurre la barca verso una navigazione sicura, dove il
lavoro sia assicurato a quanto più cittadini è possibile,
dove le famiglie possano svolgere il loro ruolo di fonte di
capitale sociale, cioè di gestione del ruolo essenziale che
la Costituzione assegna loro, fare figli, educarli ed
istruirli ad essere cittadini e lavoratori. E, poi, la
famiglia che consuma, così sostenendo la produzione, e
risparmia.
Poi il turismo, la nostra grande, unica vera industria
sempre potenzialmente attiva, abbandonata dalla classe
politica che non ha assicurato infrastrutture e servizi, che
non riesce neppure a controllare il ristoratore che serve
cibi scaduti, che presenta un conto assurdo e via dicendo.
Troppe omissioni, troppi errori. Colposi, gravemente
colposi.
25 maggio 2010
La legge anticorruzione
sotto la lente dei magistrati contabili
Per
iniziativa del Gruppo "Rinnovamento" dell'Associazione
Magistrati della Corte dei conti si è tenuta questa
mattina la preannunciata Lectio legis, cioè una
lettura a più voci del disegno di legge recante:"
Disposizioni per la prevenzione e la repressione della
corruzione e dell'illegalità nella pubblica
amministrazione".
Nella prestigiosa Aula "Bonadonna" della sede centrale
della Corte in viale Mazzini Salvatore Sfrecola,
Segretario del Gruppo e Vice procuratore generale della
Corte dei conti ha aperto i lavori sottolineando come
l'iniziativa sia diretta ad una riflessione utile al
dibattito parlamentare con approfondimento delle singole
disposizioni del disegno normativo che prevede interventi
sulle amministrazioni dello Stato e degli enti locali,
chiudendo con norme che aggravano le pene previste dal
codice penale.
Dopo un indirizzo di saluto di Angelo Buscema, Presidente
dell'Associazione Magistrati, Fiammetta Palmieri,
Magistrato di Tribunale, addetta al Dipartimento per gli
affari giuridici e legislativi della Presidenza del
Consiglio dei Ministri, ha illustrato il disegno di legge
“anticorruzione”, oggi Atto Senato n. 2156, mettendo in
risalto i profili di novità rispetto alla precedente
legislazione.
Andrea Altieri, docente di diritto amministrativo - Link
Campus University of Malta, Avvocato di CONSIP si è
soffermato sul profilo della trasparenza nei contratti
pubblici presentando alcune proposte dirette ad evitare
interferenze politiche nella nomina delle commissioni di
aggiudicazioni e delle commissioni di collaudo.
Alessandro
Botto, Consigliere di Stato, Consigliere dell’Autorità per
la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e
forniture si è soffermato sul ruolo dell’Autorità
segnalando l'esigenza che non siano inutilmente aggravate
le procedure e mettendo in evidenza la necessità che le
notizie in possesso della banca dati siano accessibili a
tutti, evitando l'applicazione delle norme sulla privacy
quando non necessarie.
Ennio Colasanti, Consigliere della Corte dei conti,
Sezione relazioni internazionali ha illustrato l'apporto
delle regole dell'INTOSAI e dell'Unione Europea nella
regolarità dei conti e delle gestioni.
Laura Lunghi, Avvocato, cultore di diritto amministrativo
presso la Facoltà di Giurisprudenza de "La Sapienza", del
Gruppo Intesa San Paolo ha parlato della Banca Dati
nazionale dei contratti pubblici e delle prospettive che
può apportare alla trasparenza dell'azione amministrativa.
Tra l'altro auspicando una banca dati comunitaria.
Nel dibattito ha preso la parola, tra gli altri, il
Presidente Maurizio Meloni, Presidente delle Sezioni
Riunite in sede di controllo che ha rivendicato il ruolo
della Corte dei conti nell'approfondimento delle gestioni
ai fini del monitoraggio dei fenomeni di malagestione.
Salvatore Sfrecola, traendo le fila del dibattito ha dato
appuntamento a tutti alla ripresa autunnale con un
convegno di studio che consenta un confronto tra operatori
economici, funzionari dell'Amministrazione, docenti
universitari e magistrati delle varie giurisdizioni.
Ai presenti è stato rilasciato un attestato di
partecipazione.
24 maggio 2010
La crisi nello sfascio
dell'Amministrazione e della Giustizia
di Salvatore Sfrecola
Ho lasciato il titolo
un pò forte del nostro amico Senator perché alcune
sue considerazioni mi danno lo spunto per riflettere ad alta
voce su alcuni aspetti della crisi finanziaria ed economica
che preoccupa gli italiani, non solo quelli che subiranno i
tagli di stipendio, dei quali parla con dovizia di
particolari il Corriere della Sera insieme alle altre
misure preannunciate che si leggono sul sito web del
quotidiano.
Cominciamo delineando
il quadro di riferimento, per capire bene.
L'Amministrazione
pubblica è lo strumento del Governo per realizzare il
programma della maggioranza, proposto all'elettorato e
convalidato dal voto. Il Governo nazionale, come i governi
di regioni, province e comuni operano attraverso gli
strumenti normativi approvati dal Parlamento e per mezzo di
impiegati pubblici che rendono servizi, dispongono pagamenti
in favore di persone fisiche ed imprese, riscuotono imposte
e tasse.
Se ne deve dedurre
che, in un paese ben ordinato, la classe politica al governo
deve riservare la massima attenzione all'apparato
amministrativo perché dirigenti, funzionari ed impiegati
sono lo strumento per governare. Un'attenzione che si
realizza attraverso la messa a punto di strumenti operativi
adeguati alle esigenze e di uomini preparati
professionalmente e messi in condizione di lavorare e di
perseguire gli obiettivi stabiliti dalle leggi e precisati
dalle direttive politiche. Questi uomini vanno motivati, ne
va riconosciuto l'impegno lavorativo che deve essere
premiato quando merita. Contestualmente gli incapaci ed i
fannulloni devono essere puniti.
Accade, invece, che,
avendo trovato l'Amministrazione in condizioni non ottimali,
l'attuale classe politica di maggioranza, di cultura
prevalentemente privatistica, invece di sentire il bisogno
di rendere l'apparato idoneo all'obiettivo di costituire
strumento di miglioramento dei servizi resi alla comunità,
si è esibita in una costante denigrazione del pubblico
soprattutto agli occhi degli italiani.
Contestualmente un
sistema di spoil system esasperato, ancora di recente
censurato dalla Corte costituzionale (sentenza 5 marzo 2010,
n. 81, commentata da Paola Maria Zerman sull'ultimo
fascicolo, il n. 5, di Diritto e Pratica Amministrativa,
il mensile de Il Sole-24 Ore), ha reso la dirigenza
pubblica precaria e, soprattutto, subordinata al potere
politico. Il Ministro, il Presidente della regione, il
Sindaco scelgono il dirigente, stabiliscono il tempo della
loro permanenza nella funzione, determinano l'ammontare del
loro trattamento economico. Sono le stesse autorità
politiche che dovranno rinnovare la fiducia nel funzionario
di lì ad un tempo breve (di solito tre anni), sicché
l'indipendenza del dipendente "al servizio esclusivo della
Nazione", come dice l'art. 98 della Costituzione è stata
beffata.
Le conseguenze sono
gravissime e si notano in questa stagione nella quale le
cronache sono piene di riferimenti a sprechi paurosi, a
ruberie a corruzione, tanto che il Governo è ricorso ad un
disegno di legge, del quale parleremo domani alla Corte dei
conti con alcuni esperti per cercare di analizzarne pregio e
difetti e rendere al Parlamento, che si appresta ad
iniziarne l'approfondimento, qualche utile suggerimento
indotto dall'esperienza di avvocati, dirigenti, magistrati.
Una classe
politica con senso dello Stato si sarebbe avvalsa di
un'Amministrazione efficiente per rilevare ed eliminare gli
sprechi, per evitare ruberie e corruzione.
Una classe politica
che sente il Premier quotidianamente disprezzare
l'Amministrazione e vilipendere i magistrati è, invece,
indotta a sentirsi libera di profittare degli sprechi, che
interessano molte aziende produttrici di beni e fornitrici
di servizi, e magari di esercitarsi in concussione e
corruzione. Per cui la riforma vera della Giustizia attende
e quel che si fa aggrava il lavoro di giudici e pubblici
ministeri che in questo modo appaiono agli occhi degli
italiani inefficienti e concausa dello sfascio.
Diciamoci le cose
come stanno. Se l'Italia si trova in condizioni molto vicine
a quelle della Grecia molto è dovuto all'incapacità della
classe politica tutta, di destra e di sinistra, che si è
alternata al potere in questi anni, di prevedere e prevenire
le conseguenze di crisi economiche interne ed
internazionali. E questa incapacità deriva dall'aver
mortificato l'Amministrazione, cioè di essersi privata degli
occhi e degli orecchi per vedere ed ascoltare, nonché delle
mani per operare.
Chiacchiere se ne
sono fatte tante. Annunci, pure. Gli italiani li hanno presi
per buoni ma di fronte all'evidenza non c'è più alcun
dubbio. Non si è fatto quanto si poteva fare per mettere il
Paese al riparo degli effetti. Come in medicina, anche in
politica la prevenzione premia. Ha solo un limite agli occhi
di politici modesti, non desta clamore, non produce consenso
immediato. E questo per la classe politica di oggi è un
difetto grandissimo. Così siamo seduti sull'orlo del baratro
e continuiamo a sentire slogan ripetitivi e all'evidenza
privi di ancoraggio con la realtà
Se si vuole governare
la crisi si devono mettere le mani nelle tasche degli
italiani. Non aumentando le tasse, evidentemente, ma limando
stipendi e riducendo servizi. Formalmente la promessa del
Premier è mantenuta. Nella sostanza è una stangata!
23 maggio 2010
Il Premier non teme il
ridicolo
Annuncia niente mani nelle
tasche degli italiani, solo dei dipendenti pubblici!
di Senator
"E' assolutamente
falso che sia alle viste un aumento delle imposte'' ha
affermato ieri il Presidente del Consiglio, Silvio
Berlusconi, in un messaggio registrato ai Promotori della
Libertà. ''Non verranno toccate - precisa il Premier -
né la sanità né le pensioni, né la scuola né l'Università.
E' sicuro invece che il governo continuerà a mantenere i
conti pubblici in ordine con una politica prudente,
coniugando il rigore con l'equità e il sostegno alo
sviluppo. E ripeto: non aumenteremo le tasse. Non metteremo
le mani nelle tasche degli italiani''.
"Cercheremo invece con ogni mezzo - spiega Berlusconi -
di combattere le spese eccessive e di combattere l'evasione
fiscale. Sino ad oggi siamo riusciti a tutelare le famiglie,
i ceti più deboli, le imprese (soprattutto quelle piccole e
medie) con provvedimenti mirati, concreti ed efficaci.
Continueremo a farlo nei limiti delle possibilità di
bilancio portando avanti la politica di buon senso degli
ultimi due anni, con una gestione economica che mantenendo
in ordine i conti pubblici ha messo il nostro Paese al
riparo: un merito che ci è stato riconosciuto
internazioalmente da tutti, anche dai più severi
osservatori".
Dal canto suo il Presidente del Senato, Renato Schifani,
parlando a margine di una manifestazione a Buonconvento
(Siena), ha affermato che se qualche sacrificio verrà
chiesto agli italiani "sicuramente sarà graduato su livello
sociale per calibrarlo. Qualche sacrificio dovrà essere
chiesto a chi se lo può permettere". . Commentando la
prossima manovra finanziaria ed economica, Schifani ha
ribadito che "sarà significativa" ma si è detto certo che
"si interverrà sulla contrazione della spesa pubblica e in
particolar modo su quella non produttiva".
Qualche commento.
L'ipocrisia sta nel dire che non aumenteranno le tasse,
quando è previsto, a leggere il Corriere della Sera,
una significativa falcidia degli stipendi dei pubblici
dipendenti. Non solo degli amministratori e dei
collaboratori (la notizia dei 289 mila euro per il Capo di
Gabinetto del Sindaco Alemanno ne è scandaloso esempio) ma
dei dirigenti e dei funzionari sui quali incombono
responsabilità, prova ancora della lontananza del Premier e
della classe dirigente politica che lo circonda da una
consapevolezza del ruolo delle istituzioni, che, infatti,
non hanno saputo prevedere e frenare il dissesto del settore
pubblico. In queste condizioni è difficile pensare alla
ripresa dell'Amministrazione e ad un suo ruolo per la
ripresa e la lotta all'evasione fiscale.
23 maggio 2010
Solidarietà e
responsabilità
di Salvatore Sfrecola
La situazione
finanziaria e quella economica del Paese richiedono
sacrifici a tutti, soprattutto a chi dispone di redditi più
alti.
Oggi il Corriere
della Sera a pagina 8 illustra la manovra nei contenuti
di cui si ha notizia, secondo ipotesi verosimili, stile
Grecia, considerato che per avere un senso la manovra deve
compire un po' tutti in misura tale da portare nelle casse
dello Stato i miliardi di cui c'è bisogno per sostenere
l'euro e non aumentare il deficit.
Tutti dobbiamo
concorrere . Questo diffuso senso di responsabilità non ci
può, tuttavia, impedire di fare alcune considerazioni di
ordine generale: fino all'altro ieri ci è stato detto che
tutto andava bene, che il nostro Paese era il più virtuoso
dell'Europa, forse del mondo, che stavamo lontano dalla
condizione della Grecia. Ma adesso adottiamo le stesse
misure.
Stanno male anche la Germania e gli
Stati Unici d'America. Mal comune mezzo gaudio?
Mi chiedo chi ha consentito si giungesse
sull'orlo del precipizio senza prevederlo, senza adottare
misure anticipate di salvaguardia a tutela dell'economia. E
chi ha consentito negli anni che gli sprechi nelle pubbliche
amministrazioni continuassero impuniti, che il malgoverno
degli enti alimentasse la corruzione che oggi viene alla
luce per alcune inchieste della magistratura.
Non mi
riferisco a questo a quel governo, al centro ed in
periferia, ma mi sembra amara constatazione che la classe
politica tutta non è stata all'altezza del compito, non ha
saputo guardare al di là del proprio naso e dei propri
interessi ben curati (indennità, case comprate o
ristrutturate, conti all'estero).
Sempre dal Corriere della Sera
abbiamo appreso che il Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma
"gode" di una indennità di 298 mila euro l'anno (immagino
oltre allo stipendio di magistrato). Ed altri 49
collaboratori del medesimo Sindaco "godono" anch'essi di
sostanziose indennità, mentre il comune è in grave deficit e
l'unica entrata certa è data dalle multe per divieto di
sosta.
Per educazione, per cultura, oltre che
per professione, uomo "delle istituzioni" non posso fare a
meno di esternare queste mie perplessità perché quel che ci
è capitato sulla testa non è dovuto al Fato, ma
all'incapacità e disonestà degli uomini. Incapacità di
prevedere e prevenire, di guardate alle prossime generazioni
anziché alle prossime elezioni, come diceva De Gasperi
individuando in questa capacità di guardare al futuro il
tratto distintivo degli statisti rispetto ai politici.
Attenzione, poi, al dibattito
parlamentare, perché siamo stati abituati ad emendamenti
"della maggioranza" che completano la volontà del governo
come consegnata nel decreto legge.
22 maggio 2009
Il Presidente della
Commissione Europea, Barroso, in visita al Gran Maestro
dell'Ordine di Malta
Roma, 21 mag. - (Adnkronos) - Il presidente
della Commissione Europea Jose' Manuel Barroso, illustra a
Roma il suo programma contro la disoccupazione in Europa,
con l'obiettivo di ''ridurre del 25 per cento il numero di
quanti sono esposti alla povertà e all'esclusione sociale'',
obiettivo, ha precisato, ''parte integrante della strategia
economica che la Commissione Europea sta mettendo a punto
per i prossimi 10 anni'', oltre che impegno comune con
l'Ordine di Malta che con i suoi 900 anni di vita e' ''la
prima organizzazione umanitaria della storia''.
Nella sua visita all'Ordine di Malta, questa
sera, Barroso e' stato insignito del ''Collare al Merito
melitense" dal Gran Maestro Fra' Matthew Festing, ''per il
grande impegno e la profonda competenza con i quali dal 2004
svolge il delicato incarico di Presidente della Commissione
Europea e per l'attenzione che ha riservato all'Ordine di
Malta sostenendone le attività con profondo spirito
umanitario''. Durante i suoi colloqui sono stati ribaditi
anche la volontà di rafforzare la cooperazione sanitaria e
umanitaria fra la Commissione europea e l'Ordine di Malta
(progetti umanitari congiunti sono in corso in Congo,
Tailandia, Cambogia e Myanmar) e di collaborare alla tutela
dei Luoghi santi e al dialogo inter-religioso.
La cerimonia, che ha avuto luogo nella Villa
Magistrale a Roma, e' stata seguita da una cena di gala alla
quale hanno partecipato un centinaio di ambasciatori e
personalità delle istituzioni italiane tra le quali il
ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, e vaticane
come il presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo
interreligioso, cardinale Jean Louis Tauran.
Nel corso di una ''crisi economica e
finanziaria senza precedenti'' e durante l'Anno europeo
della lotta alla povertà' e all'esclusione sociale, ha
ricordato il Presidente, l'impegno per la creazione di posti
di lavoro e per una ''occupazione qualificata'' dei
cittadini europei e' una priorità dell'Unione europea. ''Non
si possono chiudere gli occhi - ha detto - di fronte alla
sorte di 80 milioni di nostri concittadini poveri, dei quali
19 milioni di minori''. L'Ordine di Malta e l'Unione europea
devono ''opporsi con determinazione e soprattutto con i
nostri valori'' ai disvalori creati dalle crisi economiche
che ''offrono un terreno fertile al populismo, al
ripiegamento su se stessi e all'egoismo''. ''Contro la
precarietà e l'ingiustizia - ha detto - occorre più che mai
mobilitarsi con gli ideali di giustizia e di solidarietà che
animano il vostro Ordine''.
A proposito della nuova
disciplina delle intercettazioni
Una lezione dagli U.S.A.
un avvertimento per il
Premier
di Iudex
Severa lezione di politica criminale del
Sottosegretario U.S.A. alla Giustizia, Lanny Breuer, in
Italia per partecipare alle commemorazioni per Giovanni
Falcone: "Nessuna norma ostacoli l'ottimo lavoro dei
magistrati italiani. Grandi passi avanti nella lotta alla
mafia". Per l'Amministrazione Obama le intercettazioni
telefoniche sono uno "strumento essenziale delle indagini"
che non va indebolito. "Non vogliamo che succeda niente che
impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare
l'ottimo lavoro fatto finora", ha affermato il
vice-sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega
per la lotta alla criminalità organizzata,
Nel corso di un incontro con la stampa
all'ambasciata americana a Roma, Breuer ha ricordato
l'"ottimo livello di cooperazione" con la giustizia
italiana. "Sono cosciente del fatto che contro la
criminalità possiamo e dobbiamo fare di più".
L'esponente
del governo americano non ha inteso in alcun modo entrare in
valutazioni di merito sulla legislazione italiana in materia
di intercettazioni che ha esplicitamente dichiarato di "non
conoscere", ma ha dato una indicazione sulla quale,
peraltro, concordano tutte le persone di buon senso.
Una cosa sono le
intercettazioni utili alle indagini, altra cosa sono gli
abusi dei giornali che pubblicano notizie riservate o non
funzionali alle esigenze della polizia e della magistratura.
Per queste rileva la regola della privacy, non per tutto ciò
che è funzionale alla repressione dei reati.
Purtroppo il
Presidente del Consiglio, Berlusconi, il il Ministro della
Giustizia, Alfano, confondono le due esigenze perché
l'intento palese è quello di depotenziare le indagini
giudiziarie. Lo dimostra se non altro la circostanza che il
Cavaliere ha annunciato l'iniziativa limitativa delle
intercettazioni in un convegno di industriali, laddove si
annidano corruttori e concussi, ricevendo un applauso da
stadio.
Infine, la presa di
posizione del sottosegretario U.S.A. induce anche ad altra
riflessione. Forse il Presidente americano, "giovane e
abbronzato" ha voluto manifestare ancora una volta la
scarsa simpatia per il Cavaliere, troppo effervescente per
il costume governativo americano, con troppe amicizie
"pericolose", come il sovietico Putin con il quale l'Italia
fa affari che urtano la sensibilità d'oltre oceano.
O, forse, Obama vede
il Cavaliere avviarsi a grandi passi sul viale del tramonto.
21 maggio 2010
Tremonti non metterà le
mani nelle nostre tasche ma avremo tutti meno servizi
Si delinea una finanziaria
di sacrifici, ma non per tutti
di Oeconomicus
Non metteremo le mani
nelle tasche degli italiani, assicura il Ministro
dell'economia, Giulio Tremonti, sarà una finanziaria di
tagli alla spesa pubblica. L'affermazione non può
tranquillizzare in quanto lavorare sulla spesa pubblica,
necessario da tempo, non è facile perché la spesa
improduttiva si annida nelle pieghe dei bilanci, dello Stato
e degli enti pubblici, da quelli istituzionali a quelli del
servizio sanitario nazionale (quelle che adesso si chiamano
"aziende") e la selezione della spesa non è facile,
soprattutto non è da fare in poche settimane. Ne consegue
che i tagli non saranno selettivi ma orizzontali, tot per
ogni ente così da colpire, come è accaduto in passato, tutti
indistintamente con conseguenze scarse per alcuni e gravi o
gravissime per altri.
Non metteremo le mani
nelle tasche degli italiani, dice Tremonti, ma taglieremo
molti servizi, soprattutto nello stato sociale, così i
cittadini non pagheranno più tasse ma saranno costretti a
rinunciare a molti servizi o a pagarli di tasca propria.
E' inevitabile che
accada così, che la spesa pubblica ridotta colpisca
soprattutto la sanità, dove si annidano gravissimi sprechi,
la scuola, i trasporti, ecc. Ma non saranno necessariamente
ridotti gli sprechi proprio per la rozzezza della manovra
che si preannuncia. Non è un processo alle intenzioni. E'
quanto è accaduto finora tutte le volte che i governi, di
destra e di sinistra, si sono impegnati a tagliare la spesa
pubblica.
A questo punto
s'impongono alcune domande e considerazioni. Chi ha fatto
deteriorare la situazione, chi non ha previsto, pur avendo
la possibilità di monitorare l'andamento della finanza
internazionale e dell'economia interna? Chi ha sottovalutato
i segnali che provenivano da altri paesi e dagli indicatori
dei vari fattori dell'economia?
Non basta dire che
altri hanno sbagliato e stanno, forse, peggio di noi. Gli
statisti degni di questo nome prevedono e corrono
tempestivamente ai ripari. Non è da ieri che l'economia dà
segni di rallentamento, che la gente non compra e non
risparmia come faceva una volta, mentre le imprese chiudono
e in migliaia perdono il lavoro, cioè escono dal mercato
dei consumi. Con la conseguenza che la produzione rallenta e
si perdono altri posti di lavoro. Il rapporto tra i vari
fattori dello sviluppo dell'economia e della finanza è noto
e non richiede grandi menti perché siano delineati i termini
della crisi rispetto alla quale l'ottimismo è di rigore per
evitare che la gente cada nella disperazione, ma intanto il
governo deve lavorare ed adottare le misure idonee a
restituire alla gente fiducia e risorse.
Non c'è dubbio che in
molti abbiano sbagliato in Europa e nei singoli paesi. I
responsabili se ne devono andare a casa, come accade in una
società il difficoltà. Si cambiano gli amministratori. In
politica si cambiano le maggioranze o il partito o la
coalizione al governo cambia uomini.
Anche gli italiani si
attendono qualche segnale significativo. Deve saltare
qualche testa, a cominciare da quella di chi non si è
dimostrato all'altezza del ruolo. Il Presidente del
Consiglio deve capire che non si governa con amici, compagni
di scuola, amici degli amici. Servono doti politiche e
capacità operative. Una squadra per vincere deve essere
coesa e formata da persone capaci. Finora non è stato così,
Berlusconi ha dimostrato di non avere la dote dei grandi
politici, quella di saper scegliere collaboratori di valore.
Si è circondato di mezze tacche, spesso infide ed adesso
rischia grosso perché gli italiani, che pure lo hanno
votato, sentono che quella fiducia si è incrinata per le
difficoltà dell'economia e gli scandali che stanno
travolgendo politici e amministratori. Anche qui il Premier
deve fare il suo mea culpa. Se non avesse
sistematicamente denigrato la pubblica amministrazione, la
magistratura, le istituzioni di controllo, la Corte
costituzionale, facendo intendere ai suoi che potevano
violare impunemente le regole, oggi non si troverebbe a
perdere consensi tra la gente per le vicende di una classe
dirigente da terzo mondo, intenta a lucrare miserevoli
favori da imprenditori senza scrupoli, la cui più grave
responsabilità è senza dubbio quella di aver messo fuori
gioco operatori economici seri e non disposti a percorrere
la strada facile della corruzione.
19 maggio 2010
La finanziaria della crisi
Pagheranno i soliti noti?
di Salvatore Sfrecola
Al di là
dell'ottimismo di maniera che i governi sono
istituzionalmente tenuti ad ostentare, le prime
anticipazioni della manovra d'estate che il governo si
appresterebbe a presentare al Parlamento fanno intendere che
si andrebbe a pescare nelle tasche dei dipendenti pubblici e
dei pensionati.
Senza fantasia avendo
trascurato un'effettiva lotta all'evasione fiscale,
soprattutto prevenendo e contenendo il contenzioso
tributario, né combattendo la corruzione e la malagestione
del denaro pubblico che dilaga nel Paese, come dimostra la
cronaca di questi giorni, il Cavaliere affida al fido
Tremonti una manovra "lacrime e sangue" giustificata dalle
difficoltà interne ed internazionali per una stretta che
peserà essenzialmente sul pubblico, con rinvio del rinnovo
del contratto di lavoro e blocco degli incrementi
retributivi automatici e del turn over. Si penserebbe
anche di intervenire sulle grandi opere evidentemente per
rinviarne la realizzazione.
Cominciamo da
quest'ultimo argomento. A scuola, fin dal liceo e poi
all'università ci hanno spiegato che le grandi opere
pubbliche sono il "volano" della ripresa economica di un
paese in difficoltà. Sono strade, autostrade, porti,
aeroporti, i grandi immobili dei quali il Paese ha bisogno
per il suo sviluppo e che vengono accelerate perché muovono
capitali, ingenti produzioni ed una buona dose di posti di
lavoro.
Il fatto è che in
Italia, grazie alla corruzione ed all'incapacità
dell'Amministrazione pubblica di progettare le opere
pubbliche e seguirne la realizzazione, questi interventi
vengono a costare molto più che altrove per non dire della
durata dei lavori che vanno sistematicamente al di là dei
tempi previsti dai contratti d'appalto anche per effetto del
contenzioso che nella maggior parte dei casi oppone imprese
e stazioni appaltanti, con ricorso alla definizione di
riserve milionarie sulla definizione degli stati avanzamento
lavori e conseguenti arbitrati regolarmente persi dalla
parte pubblica.
Mettere mano
all'inefficienza ed alla corruzione nel settore delle opere
pubbliche significherebbe risparmiare e vedere realizzati
gli interventi nei tempi previsti.
Quanto agli statali
ed in genere ai dipendenti pubblici intervenire sui loro
stipendi e sul turn over è una scelta grezza e
sostanzialmente ingiusta cui ricorrono i governi con scarsa
fantasia e nessun coraggio di intervenire sui gangli vitali
dell'illecito e dello spreco. Laddove si annidano le spese
inutili o improduttive, decise spesso sulla spinta di
interessi inconfessabili.
Così, invece di
selezionare la spesa pubblica, mantenendone i livelli
essenziali al buon funzionamento delle istituzioni, il
Ministro Tremonti ci ha abituati ai tagli indiscriminati,
percentualmente determinati in modo aprioristico, con la
conseguenza che la stessa misura della riduzione per alcuni
è indifferente, per altri fatale, nel senso che impedisce
l'esercizio delle funzioni istituzionali.
E' stata la filosofia
che ha stroncato enti prestigiosi e di rilevante funzione
sociale o culturale e mantenuto in vita scatole vuote solo
perché politicamente assistite.
Quanto al turn over,
del quale si riempiono la bocca troppo spesso i nostri
governanti, questa misura per molte amministrazioni ha un
effetto gravissimo perché invecchia strutture destinate a
svolgere un ruolo importante. Si pensi ai beni culturali, la
più grande risorsa del nostro Paese, una componente
essenziale per il turismo, dove manca personale e l'età
media degli storici dell'arte è superiore ai cinquant'anni.
Per non dire delle
conseguenze sull'occupazione, che pure andrebbero
considerate in un momento di grave crisi economica.
Da ultimo, posto che
il valore della spesa pubblica sta non nelle sue dimensioni
ma nella sua produttività, cioè nella capacità di offrire
servizi e di sviluppare virtuose sinergie con i privati
fornitori di beni e servizi, tagliare indiscriminatamente
significa soffocare migliaia di piccole imprese che
forniscono le strutture del settore pubblico. Una cosa che
questo giornale va dicendo fin dall'inizio sperando che lo
capiscano i nostri governanti, soprattutto quelli che si
fanno paladini del Nord - Nord Est produttivo, che
dovrebbero riconoscere il ruolo dell'operatore economico
pubblico nello sviluppo dell'economia.
Insomma, risparmi sì,
ma scelte selettive e soprattutto lott