"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)
Terzo Polo più leggero!
di Senator
Più leggero ma anche più autentico. E omogeneo. Fin dall’inizio ho
ritenuto che il trio Casini, Fini e Rutelli avesse dato
luogo ad un’intesa momentanea, strumentale, non essendoci
nulla che realmente legasse tre esperienze diverse, tre
culture diverse, tre modi di concepire la politica lontani
mille miglia.
Casini è un democristiano doc, allievo di Forlani, cresciuto
all’ombra dei notabili democristiani che avevano visto in
Amintore Fanfani un esempio di gestione moderna del potere
nel rispetto delle tradizioni del solidarismo cattolico.
Non a caso Fanfani, professore di storia dell’economia,
aveva scritto di Giuseppe Toniolo, economista ed attivo, a
cavallo dell’800, nell’Opera dei congressi e nelle
iniziative che avrebbero impegnato i cattolici nella
società, con le Settimane sociali e l’Azione Cattolica.
Di Fini è difficile dire. Messo alla testa del Movimento Sociale
Italiano da Giorgio Almirante, il leader carismatico della
destra ex fascista (ma Gaetano Rasi un giorno mi ha detto
“non so se scriverò quel che Almirante mi disse di Fini”)
si è distinto per un’oratoria efficace che ha esaltato le
folle missine finché non si sono accorte che quel
linguaggio nascondeva idee scarse e confuse. Leader di una
destra nazionale, di ispirazione cattolica, avrebbe avuto
un grande spazio a confronto di un Berlusconi sempre visto
dalla gerarchia ecclesiastica con qualche sospetto,
essendo nota da tempo la sua passione per il Burlesque e
la strumentalità delle posizioni filo cattoliche.
Così ad un certo momento il leader che con coraggio aveva
traghettato i missini in Alleanza Nazionale, si è
scoperto attratto dalle posizioni radicali, inopinatamente
individuate a destra ed è confluito nel Partito della
Libertà, salvo poi essere costretto ad andarsene,
sostanzialmente per non farsi contare alle elezioni del
2008, preoccupazione che non è stata di Casini che ha
avuto il coraggio di non farsi ammaliare dalla sirena
berlusconiana.
Presidente della Camera, impacciato e, per certi versi, impagliato,
ha trovato una sponda generosa in Casini che, pesatolo, lo
ha mollato.
Come Rutelli. Che c’azzecca, direbbe Di Pietro, Rutelli con
Casini, il radicale amico di Pannella con il democristiano
centrista? E di fatto anche Rutelli viene mollato. Vale
zero virgola qualcosa. Non aggiunge niente al Terzo Polo,
ma forse gli toglie qualcosa agli occhi di quanti, anziani
e giovani, hanno ancora nostalgia dello Scudo Crociato.
Fa bene Casini a tenere lontani i due. Lui deve recuperare i Pisanu,
i Fioroni e forse anche i Quagliariello e quanti sono
stati cooptati a suo tempo da Berlusconi “liberale” e
anticomunista, capace, per le rilevanti disponibilità
finanziarie, di mettere su e gestire un partito e di stare
sulla scena con le televisioni e l’ignavia dei suoi
avversari politici.
Ora che il PdL si dissolve, rimanendo compatto solo nella
lotta alle norme anticorruzione, il “si salvi chi può”
prefigura nuove aggregazioni ancora non compiutamente
identificabili ma inevitabili. Vi lavorano ambienti vicini
alla gerarchia ecclesiastica, quelli riuniti a Todi alla
vigilia della formazione del Governo Monti, già pronti a
riunirsi di nuovo nella splendida cittadina umbra per
definire un programma di “buona politica per tornare a
crescere” e parlare di solidarietà, di stato, mercato ed
economia civile, per definire un nuovo welfare, per
parlare di democrazia e partecipazione.
Lì guarda Casini e si libera di una zavorra che ancora un po’
l’avrebbe fatto affondare.
18 maggio 2012
Riformisti e riformatori
di
Salvatore Sfrecola
In prima approssimazione possiamo dire che quella dei “riformisti” è
una categoria particolarmente numerosa. C’era anche un
quotidiano, nato nel 2002 ad iniziativa di Antonio Polito,
una testata, Il riformista, che rappresentava una
tribuna per intellettuali e politici di ogni schieramento,
pur essendo assegnata alla sinistra moderata. Il 29 marzo
2012 ha chiuso i battenti. “Non ce l’abbiamo fatta” ha
titolato Emanuele Macaluso, nel suo ultimo editoriale.
Chiude il giornale ma restano i riformisti. Tanti, in tutti i
partiti. È un po’ un vezzo. Chi non si qualificherebbe
riformista o progressista? Fa a la page e, in più,
mette al riparo da critiche. Chi censurerebbe un
riformista o un progressista. Si iscriverebbe subito tra i
retrivi e i trinariciuti, nemici della modernità, e del
futuro. E nessuno, certamente, vuole apparire tale.
Devo dire che i riformisti non mi hanno mai particolarmente
interessato. Spesso fanno la parte di quelli che pestano
l’acqua nel mortaio, inconcludenti e, talvolta, supponenti
in un atteggiamento un po’ snob, salottiero.
Meglio i riformatori, quelli che si mettono al tavolo, buttano giù
una riforma, che non è necessariamente una “rivoluzione”,
e ne patrocinano la realizzazione.
Una ulteriore premessa.
Ho detto che una riforma non deve inevitabilmente essere una novità
eclatante, rivoluzionaria. Può essere anche una
semplificazione, cioè la revisione di una legge o di un
regolamento, magari di un modulo che elimini adempimenti
inutili o non necessari. Quante volte ho letto nelle leggi
“di riforma” della pubblica amministrazione l’indicazione,
come primo obiettivo, quello di eliminare gli adempimenti
non più funzionali ad una gestione della Pubblica
Amministrazione informati ai principi costituzionali del
buon andamento e dell’imparzialità. Poi non se ne è fatto
niente.
Altra premessa, conseguente della prima. In Italia le riforme
debbono essere “di ampio respiro” o, meglio, “epocali”,
interessare tutto e di più. Anche per questo non si fanno.
Credo, invece, che il buon riformatore, che è il buon amministratore
o il buon politico, debba operare tempestivamente, avendo
evidentemente un quadro di riferimento organico, anche su
questioni piccole ma significative, quando, ad esempio, la
giurisprudenza mette in evidenza, attraverso una eccessiva
varietà di interpretazioni, che la norma applicata non è
poi così chiara, crea contenzioso, impaccia
l’Amministrazione, ne aggrava i costi.
Questa premessa apre ad una presa di posizione molto opportuna di
Michele Ainis che il 14, sul Corriere della Sera,
titola il suo fondo “Meglio
poche cose che un altro rinvio”. Il noto
costituzionalista, che spesso chiosa iniziative o “non
iniziative” politiche, premesso che “i
partiti politici, per recuperare credibilità e consensi
elettorali, hanno tutto l'interesse a battere un colpo
sulla riforma dello Stato”, sottolinea come “gli italiani
vivrebbero assai meglio se fossero inquilini d'uno Stato
meno arcaico, meno distante, meno astruso”.
Il Professore Ainis si chiede perché “ogni progetto di
riforma rimane sempre fermo al palo”, dalla “bozza
Calderoli” alla legge elettorale. Il fatto è che,
nonostante ricorrenti incarichi riformatori assegnati a
Ministri e molteplici commissioni di studio (le famose
Bicamerali) le ipotesi sul tavolo non sono mai state
capaci di ottenere un consenso politico e parlamentare che
le facesse decollare, per la varietà degli interessi che
emergono. Sempre contrastanti. Perché la mentalità del
politico porta necessariamente a considerare una proposta
non per la sua obiettiva validità ma per gli effetti
positivi che ne deriverebbero per lui e per il suo partito
se non per la sua corrente. È il balletto piuttosto
deprimente, al quale assistiamo da mesi in materia di
legislazione elettorale per la Camera ed il Senato.
Per Ainis è “la maledizione delle riforme costituzionali
all'italiana”, migliaia di pagine di studi e progetti che
riempiono inutilmente le nostre biblioteche.
Né c’è da avere fiducia, nonostante il diuturno impegno
del Presidente Napolitano, che almeno la legge elettorale
sia modificata, ripristinando le preferenze. La difficoltà
sta nel fatto che il porcellum fa comodo a tutte le
lobby politiche, anche a quelle che reclamano il
ripristino del diritto di scelta, il più rilevante diritto
politico del cittadino. Chi darà un potere maggiore a
Berlusconi, Bersani o Casini, che oggi possono stabilire
ad libitum chi sarà deputato e chi senatore?
Da questa classe politica, che ha impunemente violato le
conclusioni cui è pervenuto il referendum sul
finanziamento pubblico dei partiti, votando il giorno dopo
una legge che ha attribuito “rimborsi” elettorali molto
più lucrosi, che non vuole nessun controllo obiettivo,
come quello della Corte dei conti, non ci si può attendere
nulla di buono, a cominciare dalla riduzione del numero
dei parlamentari. Mi sembra di sentire i discorsi che
fanno tra loro: “Ma che vogliamo toglierci il pane di
bocca?”
Il Professore Ainis, stanco e sfiduciato come tutte le
persone perbene auspica, non essendo possibile
“confezionare un vestito di ricambio” per la nostra
Costituzione, almeno “qualche toppa”. E aggiunge “non ci
faremo ingannare dal giochino di mettere troppa carne al
fuoco - dalla legge sulla corruzione a quella sui partiti,
dalle Province alla riforma della Rai - all'unico scopo di
bruciare l'arrosto. Non potranno raccontarci che non hanno
fatto l'uovo (la legge elettorale) perché prima dovevano
generare la gallina (cambiando la Costituzione). La Carta
del 1947 non parla affatto dei sistemi d'elezione, ed è
sopravvissuta sia al proporzionale sia al maggioritario.
Dunque questa scusa non regge”.
D’accordo Professore, ma credo che, purtroppo, sarà come
lei teme, la scelta che cerca di esorcizzare sarà quella
che i partiti porteranno avanti per dire alle elezioni che
è stato impedito loro di fare le riforme che pure erano
ben confezionate in un quadro organico e finalmente di
vasto respiro.
Pensa, forse, che vogliono in realtà lottare contro la
corruzione? Non ricorda che l’Alto commissario per la
lotta alla corruzione era stato individuato “alle dirette
dipendenze del Presidente del Consiglio” e nessuno aveva
trovato qualcosa da ridire.
“Insomma fate poche cose, ma fatele. Il meglio è nemico
del bene”. È la conclusione logica di uno studioso e buon
cittadino ma il destinatario dell’appello non è sensibile
a queste sollecitazioni. Purtroppo.
In queste condizioni, continuare a denunciare la demagogia
del “grillismo” è l’unico sport che sembra appassionare i
politici di tutti gli schieramenti. Grillo non ha un
programma, si sente ripetere. Può darsi. Ma perché gli
atri ne hanno uno che sia capace di coniugare rigore e
crescita? Quel rigore che una classe politica attenta agli
interessi degli italiani di queste e delle future
generazioni avrebbe dovuto cominciare a mettere in campo
alle prime avvisaglie della crisi, invece di negare, già
nel 2001 un buco di bilancio di rilevanti proporzioni
messo in evidenza da Corte dei conti, Banca d’Italia e
Ragioneria generale dello Stato.
Politici incapaci e imbroglioni!
17 maggio 2012
Conversando con Armando Zippo
Alla ricerca di una ricetta per la crescita:
Vetrine Italiane all’Estero
per rilanciare l’Italian Life Style
di Oeconomicus
Ad agosto del 2008 e, poi, a settembre del 2009
UnSognoItaliano ha ospitato una nota che illustrava il
progetto V.I.E. Vetrine Italiane Estero, un'idea per
rilanciare l'export italiano in gravi difficoltà. Un
progetto delineato da un abile uomo di pubbliche
relazioni, Armando Zippo, da sempre nel settore
dell’informazione economica, da qualche a Gibilterra, dove
ha costituito una società di consulenza (Armando Zippo
Consultant,
a.zippo@usa.net),
che rilevava ancora una volta "una mancanza di strategia e
di superficialità". Quel progetto non ha avuto seguito,
non ha destato interesse da parte autorità o di
imprenditori.
Abbiamo incontrato nuovamente Zippo, in considerazione
della difficile situazione italiana e dell’esigenza che il
Governo Monti unisca al rigore motivi di crescita
per stimolare il mercato interno. Richiama una iniziativa
di Alitalia che sulla Rivista di Alitalia, nel fascicolo
di gennaio (alle pagine 62 e 63), pubblicizza
un’iniziativa di Unioncamere per la certificazione di
"Ospitalità Italiana" riservata ai veri ristoranti
italiani all'estero, iniziativa cui hanno aderito, oltre
alle Camere di commercio, i Ministeri degli esteri, del
turismo, dello sviluppo economico, dei Beni Culturali,
delle Politiche Agricole ed, inoltre, Confagricoltura,
Coldiretti, Cia, Federalimentari e Fipe.
La stessa nota informa che: ..." ben 3 prodotti
alimentari su 4 sono falsi made in Italy. Con
queste premesse si capisce bene quanto è importante
riconoscere e certificare l'italianità delle nostre
imprese all'estero. Basti pensare che i maggiori
concorrenti dei ristoranti (autenticamente) italiani sono
proprio i ristoranti falsamente italiani".
“L’iniziativa ripropone – sottolinea Zippo -
quanto già anni fa aveva promosso l’On. Gianni Alemanno,
allora Ministro delle politiche agricole, a dimostrazione
che non c'è continuità, non c'è controllo, non c'è
strategia”. Così torna sul suo vecchio progetto V.I.E.,
rivendicandone la grande attualità, ed in armonia con le
varie agevolazioni riservate alle Reti Associative
d'Impresa.
V.I.E.:
un progetto già delineato nel 2002, con analisi e
comparazioni dei dati della produzione, del consumo (e dei
relativi trend) dei maggiori Paesi (europei e non).
Raccogliendo dati allarmanti sul danno che i prodotti
enogastronomici italiani subiscono per effetto di beni
“taroccati” nel 2004 Zippo lo propone a: 1) Soci
Strategici, imprese di prodotti di qualità certificata; 2)
Soci Finanziatori, investitori privati ed istituzionali.
Abbandonato il progetto per problemi di salute, oggi
superati, Zippo ricorda che V.I.E. “è ancora
d'attualità e di particolar interesse, non solo per
proteggere la commercializzazione dei prodotti agro
alimentari, ma anche per promuovere Arte - Cultura -
Moda - Turismo proponendosi in forma alternativa ed
innovativa al mercato.
V.I.E.:
potrebbe utilizzare al meglio non solo la comunicazione
diretta come promozione/rapporto clientela, ma anche di
soluzioni E-Motional Video Interactive.
V.I.E.: aveva la vocazione di costituirsi in una Private
Equity”.
Oggi, a causa della gravissima situazione finanziaria
internazionale Zippo sottolinea come “la politica
d'offrire più prodotti insieme rafforza la strategia di
penetrazione del mercato, soprattutto se estero. Non
è' impegnativo poiché si può sviluppare in modo
modulare e, se del caso, in franchising
selezionando attività locali già attive e qualificate”.
V.I.E., spiega,
rientrerebbe in quella politica di supporto commerciale
che sempre più viene evocata come necessità impellente a
livello nazionale e regionale. Ma spesso non c'è
una continuità, non c'è una strategia.
“V.I.E.:
potrebbe anche porsi come vetrina estera di promozione
oggi, e di continuità domani dopo MilanoExpo-2015.
V.I.E.: è
un modello che risponderebbe in modo ottimale non solo ai
mercati europei e americani ma, anche a quelli emergenti
degli Emirati Arabi e dell'Est Europa ed Asiatici.
L'indicazione della Francia e della Spagna è solo motivata
dalla facilità di poter utilizzare al meglio la conoscenza
diretta ed articolata di questi mercati.
V.I.E.:
potrebbe essere d'interesse, anche per un Gruppo bancario
o assicurativo per le potenzialità che ha di
raggiungere:clientela primaria, costituita dai produttori;
clientela secondaria, costituita dagli acquirenti esteri;
attività di tesoreria per gestione di carte credito e
fedeltà”.
“In questi ultimi anni, ci sono state molte iniziative,
bollini per ristoranti, globi d'oro, etc. che hanno
affrontato solo in parte la gravità della situazione. Il
problema è nella "catena" dei fornitori e della mancanza
di centri commerciali doc all'etero. La chiave è nella
distribuzione: è il "cartello" dei distributori, o vicini
ad essi, coloro che spesso introducono i prodotti
taroccati ai ristoranti falsamente italiani. Anche per
i prodotti commerciali, l'Italia è ormai definitivamente
assente, non avendo nessuna partecipazione azionaria in
supermercati all'estero, mentre la vendita online
dei prodotti enogastronomici, è solo aleatoria, anzi forse
anche negativa, considerato l'aumento del prezzo per i
costi di spedizione”.
Per cui la conclusione è che oggi, sempre di più, “solo la
presenza diretta è la soluzione ideale per
garantire qualità e prezzo”.
V.I.E.: sarebbe di per sé una Rete Associativa d'Imprese.
V.I.E.:
ieri, come oggi, i Soci dovrebbero essere: Strategici o
sponsor pubblici: Ministeri, Enti, Aziende, Consorzi,
etc.; Strategici industriali: produttori doc
agroalimentari e, quando del caso, editoriali, di moda o
nautici; Finanziatori puri: anch'essi selezionati per
evitare che possano condizionare il progetto.
Normalmente l'intervento dei soci strategici, pubblici ed
industriali, dovrebbe essere di maggioranza o comunque
determinante. I soci finanziatori, all'inizio, dovrebbero
essere esclusivamente italiani.
Sempre per affrontare le dinamiche dei mercati, il 23
Aprile. a Milano nella sede dell'Assolombarda, si è tenuto
il convegno "Esportare la dolce vita". Sicuramente
interessante ma dal titolo francamente non dei migliori
soprattutto per promozione all'estero in questo periodo.
Credo che sarebbe stato meglio ad un nome più collegato al
gusto, che al non far niente!
13 maggio 2012
Il taccuino del Direttore
Via i ticket dalla sanità, si pagherà
nell’ambito di una franchigia determinata sulla base del
reddito. Dubbi da parte dei sindacati e da alcuni partiti.
Ma
c’è anche chi è favorevole. Gli evasori fiscali, una
categoria potente in Italia (altrimenti come saremmo
arrivati a 120 miliardi annui di evasione?).
Tassa sulle bevande tassate. In
arrivo, sembra, ad iniziativa del Ministro della salute,
Balduzzi. La scusa è quella di evitare la diffusione dei
cosiddetti cibi spazzatura, quelli che fanno
ingrassare. È una tassa ipocrita, la lotta all’obesità per
giustificare un balzello.
Peccato di omesso controllo, titola Beppe
Severgnini su Sette del Corriere della Sera.
E aggiunge “lo spreco di soldi pubblici nelle regioni un
po’ è anche colpa nostra. Non abbiamo sorvegliato e non ci
siamo accorti dei viaggi collettivi, delle faraoniche
spese di rappresentanza, dei soldi a pioggia sulle
clientele”.
Non sono solo questi gli sprechi, anche se fanno maggiore
impressione sulla gente onesta. Il grosso sta negli
acquisti inutili, nelle opere costate dieci volte quanto
preventivato.
Comunque la Corte dei conti sono anni che denuncia
puntualmente questi sprechi senza che la classe politica
si corregga e senza che gli italiani la mandino a casa.
“Andiamo nelle scuole per far capire ai ragazzi che le
tasse servono per finanziare i servizi pubblici”, dice Attilio
Befera, Direttore dell’Agenzia delle Entrate intervistato
da Vittorio Zincone su Sette.
Molto giusto, ma il cittadino ha anche diritto di sapere
come le imposte e le tasse che paga vengono utilizzate, se
cioè i servizi pubblici che quelle risorse servono a
finanziare vengono utilizzate al meglio, nel rispetto dei
principi dell’economicità, efficienza ed efficacia. Il
fatto è che il cittadino-contribuente non è convinto, e ne
ha buoni motivi tutte le volte che chiede un servizio.
Nonostante questo le imposte e le tasse vanno pagate. Ma
almeno al cittadino si vuole consentire di
mugugnare?
12
maggio 2012
La pavimentazione di piazza San Silvestro
lascia a desiderare
Da Appio Claudio a Gianni Alemanno
di
Marco Aurelio
Ho percorso piazza San Silvestro nella parte lastricata
con pietre quadrate, all’esterno della parte pedonabile.
Una realizzazione assolutamente insoddisfacente,
occorrerebbe vedere cosa c’è scritto nella relazione di
collaudo. Ricordo in proposito che il Console Appio
Claudio, colui che volle la via che prende il suo nome,
collaudò personalmente l’opera, particolarmente
innovativa per l’epoca e, divenuto nel frattempo cieco, si
recò sul posto per controllare, a piedi nudi, se i
lastroni fossero stati collocati secondo quanto definito
nel progetto e le regole dell’arte.
I collaudi, il problema sono sempre i collaudi delle opere
pubbliche. Qualche anno la Corte dei conti condannò un
geometra del comune di Roma che aveva collaudato (la
parola significa cum laude, un accertamento
positivo) un tratto proprio della via Appia dove erano
stati effettuati lavori su un cavo che il consulente della
Procura Generale contabile (all’epoca non c’erano ancora
le sezioni e le procure regionali), un ingegnere
dell’ANAS, aveva affermato non essere stati realizzati a
regola d’arte. Per cui il collaudatore fu condannato al
pagamento di una somma pari al costo del ripristino “a
regola d’arte”.
A piazza San Silvestro Alemanno non è andato a piedi nudi
per controllare l’esatta esecuzione dei lavori. Forse è
andato solo a tagliare il nastro. Troppo tardi, l’impresa
sarà già stata pagata e il certificato di collaudo
approvato dalla competente struttura dirigenziale.
Così vanno le cose. Appio Claudio non ha insegnato niente.
12
maggio 2012
La primavera araba delle donne: il pericolo islamico
di Luisa Motolese
Le rivoluzioni del 2011 in Medio Oriente ed in Nord Africa
hanno determinato e determineranno ancora grandi
cambiamenti sociali e politici.
Circolano comunque molti dubbi sugli
equilibri di questi stati che dovranno darsi governi
democratici ed efficienti[1].
C’è una questione riguardo la quale la primavera araba non
sembra garantire alcun cambiamento, e cioè i diritti delle
donne.
La caduta dei regimi in Egitto e Tunisia – benché
provocata da rivoluzioni che hanno visto una
partecipazione rilevante delle donne - potrebbe non avere
significati progressisti in questo campo ed in alcuni casi
la condizione femminile potrebbe peggiorare. La condizione
femminile è da tempo fonte di preoccupazione per le
organizzazioni internazionali a difesa dei diritti umani.
Nei rapporti sui paesi del vicino Medio Oriente la
condizione femminile è stata sempre tra i problemi
principali, insieme alla libertà politica ed il basso
livello di istruzione , quali fattori che ostacolano lo
sviluppo del mondo arabo.
La posizione delle donne all’ interno della società
arabo-islamica è e rimane un nervo scoperto, un diritto
che fatica a concretizzarsi. E questo fa riflettere sul
perché- secondo un’opinione diffusa - la primavera è in
realtà un lungo inverno. Una primavera improvvisa senza
essere preceduta da quelle stagioni che le avrebbero
permesso di fiorire. E’ dalle donne che può prendere avvio
il disegno di una società di diritti e doveri più giusta e
con una mentalità diversa. Le donne dunque sono emerse con
un ruolo chiave nella primavera araba (hanno partecipato
alle manifestazioni , gestito blog, praticato scioperi).
Bisogna adesso aspettare e vedere se i loro diritti
saranno formalmente riconosciuti e se il loro impegno
politico porterà al varo di riforme in grado di cambiare
la vita delle donne stesse nel mondo arabo.
Sarà una vera primavera araba ed una vera rivoluzione il
giorno in cui si assisterà – nella quotidianità – al
cambiamento di quella mentalità retrogada; perché la vera
primavera araba è anche il riconoscimento delle donne.
La rivoluzione – ha commentato il giornalista marocchino
Zouhir Louassini-non è fatta di slogan gridati per le
strade e non è solo la caduta di un regime.
La rivoluzione è il cambiamento delle mentalità.
Questo è il tema della tavola rotonda organizzata dall’ISPI,
in collaborazione con la rivista Europeo, in occasione
della pubblicazione del n. 3 dell’Europeo “Il vento
del Maghreb: Tunisia Egitto, Libia, Algeria, Marocco dagli
anni Cinquanta alle primavere Arabe ed in concomitanza con
la ricorrenza dell’ 8 marzo.
All’evento hanno partecipato in qualità di relatori – con
il coordinamento del direttore dell’Ispi dott. Paolo
Magri- giornalisti dei più importanti quotidiani nazionali
e personalità del mondo accademico.
L’incontro ha messo in evidenza che l’Islam conosce
diverse forme di femminismo.
Una prima versione – che ha preso il nome di femminismo di
Stato – è stato praticato in Persia, in Egitto, in Marocco
ed in Tunisia.
Basti pensare che le politiche di sostegno in Egitto alla
condizione femminile sono state fondamentali per mantenere
buoni rapporti con il mondo occidentale . L’azione posta
in essere da Mubarak e dalla moglie Sousana sono state
comunque determinanti per l’approvazione di leggi che
hanno vietato la mutilazione genitale femminile e l’
ingresso in magistratura delle donne.
In Iran già nel 1936 il padre dello Scià vietò il velo
alle donne e lo stesso Reza Pahlavi nel dopo guerra
concesse il voto alle donne. Analogamente Ben Alì in
Tunisia e il monarca marocchino hanno portato avanti una
azione incisiva a favore delle donne; ma queste politiche
sono sempre state viste sostanzialmente come frutto dell’
influenza occidentale e quindi non condivise.
Le altre forme di femminismo conosciute sono il secolare,
l’islamico ed un terzo detto anche di critica.
Quello secolare si è formato e si è rafforzato nel periodo
della decolonizzazione e della formazione degli stati
arabi.
Le donne cui aderiscono ricercano una uguaglianza
attraverso il tema dei diritti umani; il movimento dialoga
con il mondo occidentale e condivide le lotte del
femminismo europeo.
Il secondo tipo di femminismo parte dal Corano, da una sua
rilettura, dal tentativo di mostrare che nel Corano non vi
sono discriminazioni fra uomo e donna e quindi di portare
alla luce la vera essenza delle scritture coraniche
attraverso una corretta interpretazione per arrivare al
cambiamento e l’uguaglianza dall’interno.
Un terzo movimento che prende il nome di critica di genere
vede l’adesione di donne che fanno parte di movimenti di
militanza islamica.
Certo le schematizzazioni da un lato facilitano la
comprensione del fenomeno, dall’ altro appaiono riduttive
per capire pienamente lo stesso.
Ciò che è emerso dal dibattito è che comunque vi è un
sentimento vissuto dal mondo femminile di ricerca di
uguaglianza che comunque spinge verso una trasformazione
della società musulmana dall’interno pur non essendoci
alcuna azione di rottura; come è stato per esempio in
Egitto; già nel 1919 un gruppo di donne velate marciò al
Cairo contro l’ occupazione inglese e sempre in Egitto nel
1956 fu concesso il voto alle donne e nel 1957 fu eletta
una donna in Parlamento.
Le sfaccettature sono tante all’interno del movimento
femminista islamico con un collante comune: il desiderio
trasversale di cambiamento e gli strumenti che le donne
hanno adottato per cercare di raggiungere l’eguaglianza
sono Internet e la lingua inglese.
Ora dunque resta da vedere se i loro diritti saranno
riconosciuti e se il loro impegno politico porterà a
riforme in grado di cambiare la vita delle donne nel mondo
arabo.
Le notizie in proposito non sono confortanti.
Nel Parlamento Egiziano dei tempi di Hosni Mubarak le
donne rappresentavano il 12% del totale dei deputati. Nel
Parlamento Egiziano eletto dopo le sanguinose proteste di
piazza Tahrir e sotto il vessillo della rivoluzione le
donne sono il 2% del totale dei deputati.
Le donne si è visto hanno lottato e pagato quanto gli
uomini. E’ stato da poco assolto il medico militare che
sottoponeva le donne arrestate a Piazza Tahrir al test
della verginità. Sei ragazze lo avevano denunciato ma
soltanto una, Samira Ibrahim, ha avuto il coraggio di
portarlo in Tribunale. Ed il medico in Tribunale ha
convinto i giudici militari che ci fosse un legame tra
verginità e protesta sociale. Non è da sottovalutare poi
l’ influenza degli islamisti, vincitori delle ultime
elezioni; Manal Abul Hassan, attivista dei Fratelli
Musulmani è contro le quote rosa ma riconosce che le donne
sono state inserite nelle liste elettorali soltanto per
dare loro maggiore legittimità , senza alcuna intenzione
di farle eleggere.
Insomma per le donne il nuovo Egitto
è più vecchio di quello vecchio[2].
A quando la protesta delle Sorelle Musulmane?[3]
Non è rosea neppure la situazione in Tunisia.
Bisognerà continuare a lottare –ha
detto Lina Ben Mhenni- in Tunisia non è ancora primavera,
ma le donne hanno sempre goduto in Tunisia di uno status
particolare rispetto alle altre donne arabe, grazie ad una
legislazione favorevole, il codice dello Statuto
Personale. Dobbiamo continuare a lottare- ha aggiunto- per
costruire la Tunisia dei nostri sogni , dove tutti possono
vivere liberamente e con dignità[4].
[1]
Economist del 21 ottobre 2011.
[2]
Così Franco Venturini in Io donna del Corriere
della Sera del 31 marzo 2012 “ Il nuovo Egitto è
troppo vecchio per le donne.”
[3]
Lina è la più importante blogger in Tunisia .
Grillini e grilletti
di
Senator
Continua sui giornali ed in televisione la demonizzazione
dei "grillini", cioè degli adepti di Beppe Grippo usciti
dalle elezioni del 6 - 7 maggio con un lusinghiero successo
elettorale. Continua con molta sufficienza da parte di
"veterani" della politica la presa in giro, spesso neppure
garbata, di giovani e meno giovani impegnati in una azione
di protesta della quale ostinatamente si fa finta di non
comprendere le ragioni.
E' un grave errore politico. Demonizzare l'avversario o
sottovalutarne le ragioni è sempre prova di insipienza
politica. I fatti vanno considerati sempre seriamente e non
è dubbio che il Movimento 5 stelle sia politicamente
un fatto del quale occorre prendere atto e tenerne conto,
soprattutto quando le dimensioni del consenso sono come
quelle che Grillo ha conquistato, in una misura che
consentirà una notevole presenza nelle assemblee cittadine
e, domani, in Parlamento.
Questa generale negazione del ruolo di Grillo e dei suoi
nell'attuale contesto politico è sbagliata, ancor più se
muove dalla preoccupazione, fondatissima, che quel movimento
politico possa crescere nei consensi, considerato che il
malessere è grande e diffuso, come ha detto ieri il Ministro
Passera. Un malessere che andava colto contemporaneamente
all'adozione di misure rigorose in tema di finanza pubblica.
Perché quel malcontento nasce dalla crisi economica, che ha
eroso posti di lavoro e determinato generalizzati aumenti
dei prezzi, ma si alimenta per effetto di misure fiscali che
sembrano agli occhi del cittadino scollegate da qualunque
ipotesi di sviluppo, quindi di aumenti dei posti di lavoro,
condizione essenziale per la ripresa dei consumi.
Il malessere cresce anche perché le prospettive della
ripresa sono state formulate in modo generico, mentre alcuni
dei provvedimenti adottati, come quello sulle
semplificazioni, non hanno offerto motivi di soddisfazione e
neppure di speranza. Semplificare sarebbe la prima cosa da
fare, ma non si è fatta.
Così a fronte dei grillini stupidamente sbeffeggiati non ci
si può nascondere il pericolo che qualche testa calda
ricorra al grilletto di un'arma per protesta o per farsi
giustizia a modo suo. Qualcuno si è sparato, qualche altro
ha sparato, gambizzando l'amministratore delegato di una
impresa pubblica.
I colpi alla caviglia di Adinolfi possono avere tante
origini e in varie direzioni, infatti, indagano le forze
dell'ordine. Ma non dimentichiamo che il terrorismo è
cominciato alla spicciolata e si è manifestato in vari modi.
Non credo ci siano le condizioni per un ritorno agli anni di
piombo. L'Italia è maturata anche nelle frange estreme. Ma
il matto è sempre dietro l'angolo e con alcuni partiti che
soffiano su fuoco per crearsi un alibi agli occhi degli
elettori delusi e preoccupati. Per cui ci potrebbe anche
essere chi si senta investito dalla missione di Robin Hood
variamente interpretata.
Attenzione, dunque, a non banalizzare risultati elettorali
previsti dopo gli errori del passato ed a non sminuire il
senso della protesta che se incanalata lungo le vie proprie
dell'opposizione politica è costruttiva, mentre se viene
respinta e demonizzata può degenerare nelle strade e nelle
piazze.
Vedo i partiti allo stremo ed i loro dirigenti in grave
difficoltà e con scarsa voglia di cambiare, di dare un colpo
di reni, mandare a mare la zavorra e corrispondere alle
esigenze della gente, prima che le preoccupazioni diffuse
diventino in alcuni disperazione.
11 maggio
2012
La solidarietà dell’Ordine di Malta
nei confronti dei poveri di Sofia
Nel solco delle iniziative di solidarietà
umanitaria dell’Ordine di Malta, già operative in numerosi
paesi del mondo, e in particolare di quelle legate alle
attività svolte dalle mense sociali, l’Ambasciata
dell’Ordine di Malta a Sofia, dalla metà di febbraio,
distribuisce 100 pasti caldi al giorno.
La distribuzione avviene nel cortile
dell’Esarcato Apostolico, sede della Conferenza Episcopale
cattolica, a cura del gruppo di volontari che collaborano
con l’Ambasciata dell’Ordine.
A Sofia da alcuni anni, l’Ambasciatore
Camillo Zuccoli ha dato un impulso a tutte le attività
proprie della rappresentanza diplomatica dell’Ordine, con
iniziative nel campo culturale richiamando, altresì,
l’attenzione per il ruolo di una istituzione che ha fatto
dell’assistenza sanitaria la ragione attuale della sua
militanza cristiana.
Un recente studio della Banca Mondiale –
fa notare l’Ambasciatore Zuccoli - evidenzia che il 23%
della popolazione della Bulgaria vive sotto la soglia di
povertà e, per fronteggiare le difficoltà economiche, il
41% dei bulgari ha dovuto limitare l’uso di servizi come
il riscaldamento e l’elettricità, mentre il 29% ha ridotto
i consumi alimentari.
Una situazione grave, in relazione alla
quale l’Ambasciata dell’Ordine di Malta offre un esempio
concreto di umana solidarietà che potrà sollecitare altri
interventi.
5 maggio 2012
Di fallimento in fallimento
Commissariata la politica,
commissariata l’amministrazione
di Senator
Commissariata la politica viene commissariata anche la
burocrazia. Una doppia brutta figura per il nostro Paese.
Messi da parte i partiti che, con la loro incapacità di
governare l’economia e la finanza in tempi di crisi
internazionale, hanno dovuto cedere il passo ad un governo
tecnico, vengono messi nell’angolo anche i burocrati, ai
quali un commissario straordinario, Enrico Bondi, con
esperienza di risanamento di importanti gestioni aziendali
in crisi, dovrà dire come procedere alla
“razionalizzazione di beni e servizi", cioè dove e quanto
tagliare nella spesa pubblica improduttiva. E non è detto
che si fermi lì, considerata la situazione di cassa.
Ora non è dubbio che la spesa pubblica sia da apprezzare
sotto un duplice profilo. In primo luogo della scelta
delle politiche pubbliche e quindi della quantità delle
risorse da assegnare ad una determinata funzione,
l’istruzione, la sicurezza, la sanità, la giustizia, la
ricerca. Stabilendo quale percentuale della spesa pubblica
la classe politica ritiene di dover assegnare ad un
determinato comparto. Per cui Cavour amava dire “datemi un
bilancio ben fatto e vi dirò come un paese è governato”,
perché nel bilancio stanno le scelte politiche di fondo.
Le dimensioni della spesa vanno apprezzate, poi, sotto il
profilo della sua produttività, cioè della capacità di
rendere il migliore servizio possibile in rapporto alle
risorse impiegate, in una valutazione costi-benefici,
espressione della quale tanti si riempiono la bocca da
anni senza che se ne vedano le conseguenze.
Questo profilo, proprio della gestione, è, in primo luogo,
di competenza dei tecnici delle pubbliche amministrazioni,
dei giuristi, degli economisti, degli statistici di cui
dispongono gli apparati di governo, al centro ed in
periferia.
La nomina del Commissario Bondi certifica, dunque, e in
primo luogo, il fallimento dell’alta burocrazia statale
che evidentemente non è stata all’altezza di governare
l’ingente spesa pubblica, assicurando all’apparato la
massima, possibile funzionalità con le risorse
disponibili. Uno schiaffo solenne a Capi dipartimento,
direttori generali e direttori centrali, cioè a quella
pletora di funzionari, cresciuti a dismisura negli ultimi
anni, sicuri dell’impunità, in conseguenza di una stretta
contiguità con il potere politico e dimentichi di essere
“al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge
nell’art. 98 della Costituzione. Un abbraccio mortale per
la dirigenza e, purtroppo, per l’Italia.
Controlli interni, strategici e di gestione, monitoraggi e
quant’altro ha partorito in questi anni la fantasia
linguistica e tronfia di politici, burocrati e
sindacalisti, non sono riusciti ad assicurare ai
cittadini, che in quanto contribuenti sono gli azionisti
dell’azienda stato, un minimo di efficienza efficacia e
economicità ai servizi pubblici.
Di fronte al fallimento dell’Amministrazione, perché
questo vuol dire chiamare un esterno a gestire
approvvigionamenti e forniture, la più elementare attività
di un ufficio pubblico, c’è da attendersi che l’alta
dirigenza statale, la quale non ha avuto fin qui uno
scatto di orgoglio e c’è da esserne certi non lo avrà
neppure adesso, farà di tutto per ostacolare il
supercommissario, anche per non ammettere che ha fin qui
mancato alla propria missione istituzionale. Del resto,
quella nomina consegue proprio, a sei mesi dalla
costituzione del governo, alla accertata impossibilità di
ricevere dall’apparato proposte di economie di spesa.
Com’è potuto accadere che si sia pervenuti ad un degrado
così accentuato da convincere il governo a spogliare la
dirigenza statale della sua prima funzione, quella di
costituire un supporto tecnico affidabile del Governo
quanto alla gestione dell’attività contrattuale, cioè
della scelta delle forniture di beni e servizi in un
contesto di oculata gestione delle risorse. Perché, c’è da
chiedersi, i tecnici dell’amministrazione si sono arresi
dinanzi ad una gestione delle politiche pubbliche dominata
da sprechi ed inefficienze e non hanno saputo
rappresentare per tempo ai politici al governo che si
doveva cambiare? Li hanno informati ed i politici non se
ne sono dati carico?
Qualche risposta andrà data a queste domande per trovare
il modo di uscire in via definitiva dalla crisi.
Stop, dunque, a "sprechi e eccessi". Si dovranno tagliare
spese per 4,2 miliardi. Dovrà farlo Bondi nell’ambito di
una strategia per risanare i conti dell'amministrazione
dello Stato nella speranza di evitare l'aumento dell'Iva
in autunno che, comunque, secondo il Premier, "non è
scongiurato".
Entro il 31 maggio – scrive Chiara Scalise per l’ANSA – “i
ministeri dovranno sapere come muoversi per rispettare i
nuovi paletti: il restyling del bilancio dovrà
riguardare, così come stabilisce la direttiva varata dal
Cdm, la revisione dei programmi di spesa, il miglioramento
delle attività di acquisto di beni e servizi, nonché la
ricognizione degli immobili pubblici in modo da poter
giungere anche alle dismissioni. Un passo necessario per
garantire risparmi che potrebbero diventare significativi:
nel breve periodo la spesa rivedibile, secondo il rapporto
del ministro Giarda, ammonta addirittura a 80 miliardi di
euro. Che sul medio salgono a quota 295”.
Naturalmente la scelta del governo non ha convinto tutti,
in testa il Pdl, il partito al quale si deve più
degli altri, per aver governato più di tutti negli ultimi
20 anni, lo sfascio dell’economia e della finanza al quale
Monti ed i suoi ministri tentano di mettere riparo. Così
il candido Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati
Pdl, afferma che “un governo tecnico non può ricorrere
a un ulteriore tecnico".
Dunque Bondi in campo. “La scossa del professore”, titola
il fondo del Corriere della Sera di ieri firmato
Dario Di Vico, che definisce la scelta un “colpo di
teatro” la scelta del supercommissario “agli acquisti”
che, sembra avesse in animo di nominare Ragioniere
generale dello Stato.
Non è, evidentemente da addebitare qualcosa all’ottimo
Mario Canzio, ma non è dubbio che l’amministrazione paga
una lunga stagione di subordinazione alla politica diffusa
a tutti i livelli. “Non è un mistero – scrive Di Vico -
che la stessa Bce si interroghi sul perché la Ragioneria
non fornisce tutto il supporto sperato in una fase
estremamente complicata per la credibilità del Paese e per
il giudizio dei mercati sull’effettiva bontà del
risanamento avviato con la staffetta a Palazzo Chigi”.
Una volta formatasi la convinzione che non si poteva
andare avanti così l’accelerazione di Monti era necessaria
di fronte alle discussioni defatiganti tra i ministri ed
al “rimpallo di responsabilità” sui settori nei quali
tagliare. Così la scelta di Giuliano Amato per aiutarlo a
riformare i trasferimenti di denaro a partiti e sindacati
e di Francesco Giavazzi per riordinare la selva degli
incentivi pubblici, mira a soluzioni nuove condivisibili,
sia pure obtorto collo, considerata l’autorevolezza
e la posizione politica dei due professori, anche da
coloro che dovranno subirne le scelte.
Con l’ingaggio di Bondi, Amato e Giavazzi il Premier Monti
conferma quel che questo giornale va dicendo da tempo. Gli
staff tecnici, abituanti a servire il politico di
turno più che lo Stato, non hanno capito che il vento è
cambiato. Ma non lo avevano capito neppure coloro che
hanno imposto ai nuovi ministri tecnici gli stessi
staff del Governo Berlusconi, spesso solo
trasferendoli da un ministero all’altro, come nel gioco
dei quattro cantoni.
Una domanda, infine. D’obbligo. Quando avremo trovato “la
quadra”, per dirla con linguaggio alla Bossi, sui tagli ai
ministeri, che ne sarà delle regioni, delle province e dei
comuni che sperperano impunemente, soprattutto in alcuni
settori vitali, come la sanità, negando un buon servizio a
chi ha più bisogno, ai deboli come sono, per definizione,
coloro che abbisognano di cure?
2 maggio 2012
La Chiesa porta sugli altari un economista
Beatificato Giuseppe Toniolo
di Salvatore Sfrecola
Se
è una coincidenza si deve ritenere che sia
“provvidenziale”, perché, in un momento di crisi economica
a livello mondiale, la Chiesa porta sugli altari Giuseppe
Toniolo, economista, uomo di cultura (immaginò
l’istituzione di una università cattolica, poi realizzata
da Padre Agostino Gemelli), campione dell’impegno sociale
dei cattolici a cavallo tra ‘800 e ‘900, nell’Opera dei
Congressi e nell’Azione Cattolica, animatore delle
Settimane Sociali. Ma anche padre di famiglia (così lo
qualifica il decreto con il quale Papa Benedetto accoglie
la richiesta di elevazione alla gloria degli altari), un
esempio per la comunità e per i suoi allievi.
La
cerimonia, presieduta dal Cardinale Salvatore De Giorgi,
stamattina nella Basilica romana di San Paolo, si è aperta
con la lettura di alcuni scritti di Toniolo, da quelli
spirituali, nei quali dialoga con Dio, alla lettera alla
fidanzata (13 novembre 1877), una tenerissima
dichiarazione d’amore nella prospettiva di una vita in
comune, alla lettera al figlio Antonio (1 luglio 1904) che
invita a “ricercare e vedere e gustare sempre e le gioie
della futura famiglia, e il progressi delle tue indagini
scientifiche e lo scioglimento delle questioni sociali e
le previsioni della futura democrazia, e la rivendicazione
della patria e della sua grandezza, e il progresso della
civiltà per mezzo della Chiesa”. E poi l’impegno ad aver
massima sollecitudine per “i miei discepoli, trattandoli
come sacro deposito, come amici del mio cuore, da dirigere
nelle vie del Signore”. Toniolo uomo di fede e studioso.
Il suo “Dell’importanza degli studi sociali per parte dei
cattolici nell’odierno momento storico” vien pubblicato
nel 1866, nel fervore di quelle riflessioni che avrebbero
portato Papa Leone XIII ad emanare la Rerum novarum.
Il Papa dialogava con Toniolo il quale già da tempo andava
manifestando la convinzione, anche con il Segretario di
Stato, Cardinale Rampolla del Tindaro, che il
cristianesimo avesse molto da dire in rapporto alla
questione sociale che agitava la società italiana ed
europea sul finire del secolo, quando i partiti di
ispirazione marxista mobilitavano le masse alla conquista
del potere politico. Per Toniolo occorreva una diversa
analisi del sistema economico e delle strutture sociali
per formulare un “programma” di ispirazione cristiana.
Sull’Osservatore Romano il direttore, Paolo Vian,
nel ricordare la figura di Giuseppe Toniolo ne sottolinea
oggi l’impegno scientifico e umano nella quotidianità,
“una vita totalmente immersa nella fede. Eppure, quella di
Toniolo è una figura rimossa dalla memoria. Gli esponenti
del cattolicesimo democratico lo hanno ricordato sino alla
generazione di Alcide De Gasperi e, immediatamente dopo,
fra i più giovani, di Amintore Fanfani … Ma dopo di loro
venne il disluvio dell’oblio, quasi che la crisi dello
Stato liberale, il fascismo e la guerra mondiale avessero
cancellato il profilo di un volto riducendolo a
un’immagine svanita, più che offuscata, su un muro
consunto dal tempo”.
Giusta l’analisi. Ma c’è da dire che una classe politica
cresciuta nella spasmodica ricerca del potere, gestito con
arroganza nell’ottica preminente dell’arricchimento
personale la figura dell’economista trevigiano, docente a
Pisa per lunghi anni, sarebbe stato motivo di forte
imbarazzo. La sua fede adamantina, l’impegno scientifico e
sociale sono valori che hanno perso di significato
nell’Italia che batte tutti i record nella graduatoria
poco onorevole dei maggiori evasori fiscali, dei più
corrotti e degli spreconi di risorse pubbliche, quelle che
provengono dal sacrificio personale degli italiani.
Oggi la Chiesa riconosce la santità di uno dei suoi figli
migliori e lo addita come esempio di cittadino e di uomo
impegnato nella società per il bene comune. Sapranno
coglierne il significato le nuove generazioni e comunque
quanti, secondo la sollecitazione di Papa Benedetto XVII,
ritengono necessario impegnarsi nella vita professionale e
politica in un momento di grande difficoltà per il Paese?
C’è da augurarsi che avvenga. L’Italia ha bisogno di una
ventata di pulizia e di onestà.
Intanto si ripubblica la sua Opera Omnia, mentre
cura di Romano Molesti, con prefazione di Lorenzo Ornaghi,
Ministro per i beni e le attività culturali, esce “Per un
miglior bene avvenire”, Scritti scelti, 1871 – 1900 (Roma, Ecra, pagine 153, euro 18,50).
“Si torna a studiare Giuseppe Toniolo in Italia fuori
d’Italia”, ha scritto Lorenzo Ornaghi. “Soprattutto, se ne
riscopre la sapiente architettura della concezione,
affascinati o colpiti – cattolici e non cattolici – dalla
sequenza e dalla ricchezza degli elementi di perdurante
attualità o rinnovata contemporaneità”. Mentre Silvia
Guidi, sull’Osservatore Romano (un bel titolo, "Un
contemporaneo di un secolo fa"), ricorda l’impegno
nella divulgazione del pensiero di Giuseppe Toniolo da
parte della Fondazione nazionale di studi tonoliani,
richiamando gli studi e le iniziative che in questa
stagione dimostrano una rinnovata tensione morale sui
valori che hanno fatto di Toniolo, uomo di fede, uno
scienziato quanto mai attuale in tema di economia e di
valori sociali.
29
aprile 2012
Provvigioni e tangenti
di Salvatore Sfrecola
Si
discute in questi minuti (ore 9,15) su Omnibus, la
trasmissione di approfondimento de La7,
della vicenda della presunta (fino di decisione della
magistratura) tangente che sarebbe stata pagata in
relazione alla fornitura di elicotteri all’India. La
vicenda vedrebbe implicati il Presidente e Amministratore
delegato di Finmeccanica, Orsi, e la Lega, il partito
nell’ambito del quale sarebbe stata riscossa la tangente.
Il
dibattito fa emergere, anche se tra i partecipanti alla
trasmissione lo ha sfiorato solo il Senatore Tiziano Treu,
il problema della differenza tra provvigione e tangente.
La prima costituisce il compenso di un’attività
d’intermediazione tra il fornitore e l’azienda o lo stato
che riceve i beni, la seconda è un illecito, sancito dal
codice penale.
Ora accade che le imprese le quali intendono vendere i
loro prodotti in alcuni paesi dove alta è la corruzione
debbono sottostare, se intendono penetrare in quei
mercati, alle richieste di politici, amministratori o
funzionari. Cosa fa la nostra impresa? Paga o no la
provvigione che, in questo caso, somiglia molto ad una
tangente, o resta fuori dal mercato? E come la
contabilizza in bilancio? Questo problema è stato
sistematicamente ignorato.
Ricordo sempre, quando capita di discutere di queste cose,
quanto mi diceva, ormai tanti anni fa, un mio amico
dirigente di un grande ente di stato, il quale mi
raccontava che aveva seguito importanti forniture in paesi
retti da monarchie arabe. Non aveva difficoltà nel
“piazzare” prodotti di rilevante importo in ragione di un
rapporto privilegiato stabilito con un principe della
famiglia reale il quale pretendeva una “provvigione” che
gli veniva regolarmente corrisposta. In nero,
naturalmente, perché in nessun paese del mondo il
destinatario della provvigione-tangente rilascia ricevuta.
Il
problema, dunque, esiste ed è noto e normalmente glissato,
con la conseguenza che, naturalmente, la magistratura,
quando affronta il tema per qualche indagine, individua un
fondo nero, il più delle volte costituito all’estero. Che
è evidentemente un reato sotto vari profili.
Come se ne esce? Non è facile conciliare una evidente
esigenza dell’impresa italiana che esporta e quindi
contribuisce al benessere del Paese e dei suoi lavoratori
con le regole, altrettanto importanti, della chiarezza
della gestione perché non siano violate norme penali e
fiscali.
Non mi sento di fare una proposta concreta. Ma va studiata
e presto.
Quanto alla tangente pagata a partiti o a politici non c’è
niente da studiare. È un reato e va punito.
25
aprile 2012
Come "non" si amministra una
Città
Roma: operazione decoro per le
scale della metro
di Marco Aurelio
“Roma, operazione decoro”, titola Il Tempo in prima pagina
e spiega “nelle stazioni del Metrò l’ora delle grandi
pulizie”.
Ed
a pagina 18 ribadisce che quelle scale “sono le porte di
accesso alla Città”. Non potevano rimanere sporche.
Lo
ha spiegato lo stesso Sindaco. “Non si capiva bene di chi
fosse la competenza”. Gianni Alemanno ha atteso quattro
anni e lo ha capito solamente in vista delle elezioni.
Sulla vicenda Dario Martini ha scritto un pezzo dignitoso,
con qualche spunto involontariamente comico perché quella
del Sindaco che ci mette quattro anni “per capire” è
veramente incredibile ed il giornale perde la faccia.
Va
bene essere amico del Sindaco, va bene supportarlo perché
questa è la linea editoriale, ma c’è un limite di decenza.
Uno che ci ha messo quattro anni per capire chi deve
pulire le scale di accesso alle stazioni della
metropolitana deve fare un altro mestiere. Sarebbe già
stato tanto se ci avesse messo quattro ore, intorno ad un
tavolo con i possibili interessati.
24
aprile 2012
Perché
i ministri tecnici deludono
di
Senator
Questo giornale ha accolto con favore il passaggio di mano
dai partiti, inconcludenti e pasticcioni, ai tecnici. In
realtà è stata la figura di Mario Monti a suggerire un
commento positivo, la sua pregressa esperienza in Europa, il
tono misurato con cui ha spiegato agli italiani che ci
eravamo fermati sull'orlo di un baratro verso il quale ci
avevano condotto le tranquillanti esternazioni del Ministro
Tremonti e del Premier Berlusconi, intenti a ribadire di
giorno in giorno che noi stavamo meglio degli altri e che
comunque l'immagine dell'Italia teneva, considerato che a
guidare il Governo era il migliore Presidente del Consiglio
degli ultimo 150 anni, meglio di Cavour, di Giolitti e di De
Gasperi, per non citare che alcuni tra coloro che
storiografia e cronaca pongono al vertice delle esperienze
governative.
Adesso, però, oberati di tasse, senza prospettive di
crescita che non siano espresse nelle esternazioni
altalenanti dei ministri, gli italiani cominciano a dubitare
del Governo Monti, che anche Banca d'Italia e Corte dei
conti criticano, quando affermano che l'imposizione fiscale,
peraltro destinata ad aumentare, strozza l'economia ed
allontana la ripresa.
Perché questa delusione? Perché, come avevamo temuto, i vari
ministri, docenti universitari, manager dell'amministrazione
e della finanza sono circondati dagli stessi collaboratori
che, con qualche spostamento di poltrona, avevano assistito
i predecessori, uomini, con qualche lodevole eccezione,
proni alla volontà del politico, oggi del tecnico, ma
inidonei a fornire quelle dritte che dovrebbero provenire da
chi conosce leggi e apparato ed è, pertanto, in condizione
di sapere se le misure adottate sono effettivamente in
condizione di dispiegare gli effetti che il governo si
attende.
Sarebbe stato necessario procedere ad un salutare
azzeramento degli staff al fine di aprire la strada ad
autentici servitori dello Stato laddove finora sono stati
privilegiati coloro che dello Stato si sono serviti per fare
carriera all'ombra dei politici di turno. Politici che, va
detto, non sono stati capaci di guardare alle esigenze vere
della gente, anche perché circondati da collaboratori inetti
assolutamente non idonei neppure ad immaginare misure di
semplificazione e ammodernamento dell'apparato
amministrativo eliminando sacche di sprechi che pesano
sull'immagine del Governo e del Paese, all'interno ed
all'estero.
Quei
collaboratori inetti sono ancora in servizio e fanno male al
Paese.
Anche il provvedimento sulle semplificazioni ha
profondamente deluso. Si vede lontano un miglio che è
scritto da chi non conosce le regole vigenti, le strutture e
gli uomini destinati ad attuarle. Sarebbe stata una boccata
d'ossigeno per l'economia e un segnale per la fiducia dei
cittadini. Invece il passo lento di alcuni ministri ha
sbiadito l'immagine positiva che il Presidente del
Consiglio si era guadagnato ed oggi il governo naviga in
acque agitate per i distinguo dei partiti preoccupati più
dell'imminente competizione elettorale che dei problemi veri
del Paese che nessuno riesce a rappresentare all'opinione
pubblica insieme ad una credibile proposta di rilancio per
la crescita. In queste condizioni il futuro è buio, anche
perché col 2013 pretenderanno di tornare al potere quei
partiti che ci hanno condotto sull'orlo del baratro e che
continuano a ragionare in termini di interessi propri e
delle lobby di riferimento, senza pensare agli italiani. I
quali ne hanno piene le tasche di una classe politica dove
allignano soprattutto mediocri e dove i delinquenti trovano
frequente asilo, come denunciano le cronache quotidiane.
24 aprile 2012
Presentato a Palazzo Ferrajoli, a Roma
“Dalla scuola alla vita”, un libro per i giovani
di Magister
Un
libro per i giovani, per farne bravi professionisti,
attenti all’etica civile e del lavoro. E così avviati ad
essere cittadini consapevoli dei loro diritti. “Dalla
scuola alla vita”, un volume che si avvale del contributo
di 22 protagonisti della vita istituzionale e delle
professioni, coordinato da Paola Maria Zerman, avvocato
dello Stato, con la presentazione di Lorenzo Ornaghi,
Ministro per i beni e le attività culturali, è stato
presentato nella splendida cornice del salone al primo
piano di Palazzo Ferrajoli, in piazza Colonna, a fronte di
Palazzo Chigi.
Alla presenza di molti degli autori (1), con un pubblico
qualificato di studiosi e personalità delle istituzioni,
tra i quali Gianni letta, che aveva esordito con le scuse
per doversi allontanare presto e poi è rimasto fino al
termine, il volume è stato presentato da Francesco
Perfetti, ordinario di Storia contemporanea alla LUISS,
Angelo Maria Petroni, ordinario di Filosofia alla Sapienza
e Consigliere di Amministrazione della RAI, Raffa,
Presidente della Provincia di Reggio Calabria, e Luigi
Frati, Rettore della sapienza di Roma. Tutti hanno
sottolineato il ruolo importante di un volume come “Dalla
scuola alla vita” per stimolare la riflessione dei giovani
delle scuole superiori prossimi a lasciare la scuola per
immergersi nel lavoro del quale il libro intende dare
indicazione sulle virtù dei comportamenti da tenere con i
colleghi ed i superiori, ma anche del datore dei lavoro
nei confronti dei suoi dipendenti.
Al
fondo per tutti un riferimento alla giustizia, come ha
sottolineato Paola Maria Zerman nel prendere la parola al
termine della presentazione in un intervento molto
apprezzato per la sobrietà e la convinzione che ha
rilanciato a tutti nella convinzione che la scuola oggi
più di sempre abbia un ruolo essenziale nello sviluppo
delle personalità, anche per fare quegli italiani che
Massimo D’Azeglio si attendeva all’indomani della
proclamazione dell’unità d’Italia. Una aspettativa che non
è decollata, con effetti che anche oggi si possono
verificare, se l’evasione fiscale continua ad essere una
delle attitudini preferiti dai nostri concittadini.
Giustizia – ha spiegato Paola Maria Zerman – come motivo
dominante nei rapporti di lavoro, laddove vengono in
rilievo il dovere di corrispondere al proprio impegno
professionale, ma anche di trattare il collega come
persona, evitando quei comportamenti che muovono
dall’invidia per emarginare, per togliere l’onore alle
persone, purtroppo tanto diffusi. Giustizia, dunque, in
tutti i momenti della vita, personale e sociale, per dare
a ciascuno il suo, a cominciare dalle istituzioni
pubbliche che devono dare in servizi quel che prendono in
termini di imposte, tasse e tariffe.
Luciano Lucarini, l’editore (Pagine), infaticabile
organizzatore di eventi culturali con le sue riviste ed i
suoi libri ha moderato il dibattito.
(1)
Giuseppe Acocella,
Rettore della LUSPIO e Vicepresidente del CNEL; Natale
Forlani, Direttore generale dell’immigrazione; Edoardo
Giardino, Docente di diritto amministrativo nella Facoltà
di Giurisprudenza della LUMSA, Avvocato; Maria Vittoria
Grazini, Avvocato; Silvia Lucantoni, Avvocato; Laura
Lunghi, Avvocato; Raffaello Lupi, Ordinario di diritto
tributario, avvocato; Francesca Maiorano, Avvocato;
Maurizio Mirabella, Procuratore regionale della Corte dei
conti per la Regione Marche; Fiammetta Palmieri,
Magistrato ordinario, in servizio presso il Dipartimento
per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza
del Consiglio dei Ministri; Maria Cristina Pasanella,
Avvocato; Michelangelo Palàez, Professore di etica nel
Campus biomedico di Roma; Rosi Perrone, Portavoce
Forum dell’APMC; Donatella Pinto, Human Resources,
Vice presidente della Camunu spa; Salvatore Sfrecola,
Presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei
conti per la Regione Piemonte; Silvano Treu, Ordinario di
Diritto del lavoro, avvocato; Antonio Vallebona, Ordinario
di Diritto del lavoro, Avvocato; Michele Vietti, Vice
Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura;
Antonio Zerman, Ingegnere, dirigente d’azienda; Paola
Maria Zerman, Avvocato dello Stato.
23 aprile 2012
Spesa pubblica: tagliare sì ma che cosa?
Per scaricare sui cittadini il costo dei servizi?
di Salvatore Sfrecola
Torniamo spesso, i collaboratori di questo giornale ed io,
sulle ricorrenti esigenze di riduzione della spesa
pubblica, aggiungendo, di volta in volta, qualche nuova
riflessione, magari prendendo lo spunto dalla proposta
dell’ultima ora.
Che la spesa pubblica sia eccessiva sembra acclarato e
generalmente condiviso, ma variano le analisi, quanto alle
origini dell’aumento dei costi degli apparati pubblici ed
alle aree da ridurre.
In primo luogo parliamo di “apparati pubblici” perché il
“dimagrimento” è richiesto non solo allo Stato ma anche a
regioni ed enti locali, alcuni dei quali hanno bilanci
notevolmente appesantiti da spese di dubbia utilità.
A questo punto è necessario prendere in considerazione la
spesa nel suo complesso e, indipendentemente dalle singole
poste di bilancio, affrontare il tema sul piano teorico,
premessa necessaria per individuare alcune variabili che
Governo e Parlamento dovranno tenere presenti.
La prima variabile attiene all’utilità o meno di una
determinata spesa. Se si dovesse giungere alla conclusione
che spendere sia inutile o dannoso, come nel caso di
alcune diffuse iniziative dirette a conferire incarichi di
studio e ricerca ad amici e ad amici degli amici,
supporter elettorali e parlamentari “trombati”, come
dimostra l’esperienza, non c’è dubbio che si deve tagliare
drasticamente e subito. Si tratta di uomini e istituzioni
che operano nella sfera d’influenza dei partiti di
governo, al centro ed in periferia, di professionisti che
hanno aiutato il politico giunto a conquistare una
poltrona istituzionale nel corso della sua attività
politica o che lo hanno sostenuto magari economicamente
durante la più recente campagna elettorale e che vanno in
qualche modo compensati o ringraziati. La generosità è
certamente una virtù, ma si deve esercitare a proprie
spese, non a carico dei bilanci pubblici.
Ci sono, poi, le spese che attengono all’esercizio delle
funzioni proprie dei governi, l’ordine pubblico, la
difesa, la scuola, la sanità, la ricerca, tanto per
indicare macroaree. Qui tagliare è più difficile, perché
se non ci sono spese sovrabbondanti o inutili, la
riduzione delle risorse di bilancio può determinare una
minore risposta istituzionale ad una domanda di servizi
che proviene dalla comunità e quindi provocare
ripercussioni negative sul piano economico e sociale,
aprendo la strada a possibili forme di protesta.
L’esperienza ci dice che in ogni settore ci sono sprechi,
ma spesso non sono quelli ad essere colpiti. La tecnica
alla Tremonti, dei tagli “lineari”, un tot per cento di
meno a tutti, ha quasi sempre inciso più sulle esigenze
vere che sugli sprechi. Con la conseguenza che ci
ritroviamo con meno sicurezza pubblica, meno istruzione,
minore assistenza sanitaria, minore ricerca scientifica.
Nel dettaglio, meno poliziotti e Carabinieri sulle strade,
minori strumenti investigativi, e, per l’istruzione,
classi più affollate, minori strutture didattiche, docenti
più modesti perché malpagati. Nella sanità la scelta della
riduzione indiscriminata può determinare minore
possibilità di assicurare cure adeguate in tempi rapidi.
Già oggi accade che un malato di tumore, con diagnosi di
terapie speciali, possa essere invitato nella struttura
sanitaria quando è già passato a miglior vita.
I costi nella sanità sono aumentati anche per la
moltiplicazione dei primariati e delle “posizioni
organizzative”. Ma questo discorso vale anche per le
Pubbliche Amministrazioni dove la dirigenza, che secondo
quanto previsto nel 1972, con il decreto Andreotti n. 748
sarebbero dovuti diminuire, sono cresciuti a dismisura.
Basti confrontare qualche annuario e si vedrà che le
divisioni, all’epoca dirette da un primo dirigente, oggi
sono direzioni centrali, dirette da un dirigente generale,
cioè, per fare un confronto in base al vecchio ordinamento
gerarchico, da un funzionario equiparato ad un generale di
divisione. Con la conseguenza che abbiamo direzioni con
dieci impiegati, come se avessimo un generale di divisione
con dieci soldati. E per restare ai militari tutte le
posizioni funzionali sono state “rivalutate” per cui dove
c’era tradizionalmente un colonnello oggi comanda, nella
maggior parte dei casi, un generale, con la conseguenza
che qualifiche e gradi sono sviliti, con inutile
soddisfazione degli interessati che possono esibire titoli
e stellette senza preoccuparsi che quella posizione è
priva di una corrispondente funzione ed autorità. Chi ha
esperienza di cerimonie militari sa che abbondano i
generale a tre stelle ed è sempre difficile trovare un
generale di brigata. Ma tant’è. I funzionari sono
contenti. E così i politici. I primi soddisfano la loro
vanagloria e rimpinguano il loro portafoglio, i secondi
aumentano il loro potere nei confronti di una
amministrazione dissestata. Il divide et impera di
romana memoria funziona sempre. I politici non vogliono
ostacoli nella conduzione del potere. Funzionari capaci e
stabili sono per loro un ostacolo, Così si sono inventati
uno spoil system che privatizza l’alta burocrazia,
nel senso che il dirigente, nella maggior parte dei casi,
viene scelto dal politico che stabilisce durata
dell’incarico e retribuzione del funzionario. La durata è
sempre inferiore a quella del Governo, in modo che il
rinnovo dell’incarico ricada sotto la medesima autorità.
Quanto, poi, alla retribuzione anch’essa è stabilita dal
politico in relazione al “grado” di fedeltà, non allo
stato ma al partito al governo. La stampa ha fornito dati
in proposito. Stipendi che non hanno di uguali nel mondo,
in tutti i settori presi a confronto. D’altra parte se uno
stenografo del Senato guadagna più del Re di Spagna…!
Dov’è l’indipendenza dell’Amministrazione?
Abbiamo fatto cenno anche alla ricerca. Ed è evidente che
la riduzione dei fondi in questo settore è destinata ad
avere effetti negativi sullo sviluppo dell’economia. E qui
paghiamo le conseguenze di contributi a pioggia,
indipendentemente dalla bontà della ricerca.
Quale dunque il pericolo del “dimagrimento” del pubblico
da tante parti auspicato? Che gli sprechi veri non siano
colpiti per effetto delle lobby potenti dei partiti e dei
sindacati, ma che molti servizi debbano essere pagati
direttamente e in misura più onerosa sui cittadini, già
tartassati da imposte, tasse e tariffe.
Non è un’ipotesi azzardata ma una realtà dietro l’angolo,
per l’ovvia conseguenza che se si riducono i servizi alle
persone queste dovranno sopportare nuovi costi con effetti
che il governo, il quale deve avere una visione globale
della situazione economica e sociale, è tenuto a valutare.
Il costo sociale di questi tagli, infatti, deve tener
conto del reddito delle famiglie e degli altri oneri che
esse sostengono.
Il rischio di un nuovo, diffuso malessere sociale, con le
conseguenze che può portare, non va, dunque, trascurato.
Ed il governo “tecnico” deve darsene carico.
23 aprile 2012
In margine ad un fondo di Galli della Loggia su “simboli e
potere”
Applicare le leggi e rispettare il cittadino
di Salvatore
Sfrecola
“Un Paese senza regole,
abbandonato a se stesso. Un Paese che si sfilaccia nella
vitalità dei propri antichi vizi, avviandosi a una sciatta
decadenza. Oggi è questa l'immagine dell'Italia che
rimanda la sua capitale. Che rimanda la Roma dei finti
centurioni con orologio e calzini (mentre non risulta che
si aggirino finti gauchos per le vie di Buenos Aires, o
finti sanculotti intorno a Place de la Bastille: sarà un
caso?)”.
Così apriva ieri il fondo
di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera,
uno sfogo amaro, di chi ama la propria Patria, è immerso
nella sua storia e nella sua cultura, che assiste
impotente, se non urlando tutta la sua rabbia, al
disfacimento di quella che è stata una grande Nazione per
la sua storia civile e istituzionale, per l’insegnamento
dei suoi storici e filosofi, per il genio dei suoi poeti e
degli artisti che hanno riempito i musei di mezzo mondo.
Da Roma nei secoli, pur “calpesti, derisi, perché non siam
popolo, perché siam divisi”, come ci ricorda l’Inno di
Mameli, in tutte la contrade del Bel Paese sono emerse
storie civili luminose, storie di libertà, dai comuni
della Toscana alle città libere della Puglia. E forse
siamo rimasti divisi proprio per la grandiosità della
storia locale, che ha favorito il particolarismo di
principi e classi dirigenti, finché una dinastia, alla
guida di una regione aperta alle novità, ha sposato la
causa dell’unità nazionale.
D’accordo, dunque, con
Galli della Loggia e sulla sua analisi impietosa dei mali
d’Italia, con la precisazione che essi non stanno
nell’assenza di regole, che semmai sono troppe, ma nel
loro mancato rispetto, perché la politica ha abdicato al
suo ruolo di guida della società, limitandosi a “comporre”
le diverse esigenze. Così si fanno le leggi per
accontentare una parte della popolazione e si lasciano
impunemente inosservate per accontentare l’altra parte. La
prova sta, tra le tante, nella legge sul fumo,
inizialmente rispettata ed oggi impunemente elusa perché,
come al solito, mancano le sanzioni. Nel senso che è
difficilissimo applicarle. Vorrei sapere quante
contravvenzioni per divieto di fumo sono state elevate.
Come vorrei sapere, da cittadino romano, quante di quelle
multe per le defecazioni dei cani, minacciate dal
Campidoglio, sono state irrogate. Azzardo una ipotesi:
nessuna.
In questo senso il Paese è
abbandonato a se stesso e “si sfilaccia nella vitalità dei
propri antichi vizi, avviandosi a una sciatta decadenza”,
come scrive Galli della Loggia.
È questa l'immagine
dell'Italia riflessa nella sua Capitale, non, come crede
Galli della Loggia, per i finti centurioni con orologio e
calzini, patetici figuranti indotti a quella esibizione
dalla necessità di sbarcare il lunario. Perché non credo
siano sgraditi ai turisti, come non lo sono gli
estudiantes con mantellina secentesca che abbiamo
osservato nelle strade di grandi e piccole città spagnole
suonare la chitarra per conquistare qualche euro.
“Lo sfilacciamento
italo-romano”, che denuncia il fondo del Corriere della
Sera, è individuabile in ben altri momenti della vita
nazionale e locale. E se non c’è motivo di dubitare che la
biblioteca del Senato accolga anche studenti, anziché solo
studiosi, ovviamente insigni, violando una regola esposta
all’ingresso, quel che ammorba la vita pubblica italiana è
l’assenza di prospettive di crescita, civile e sociale, la
mancanza di attenzione vera per la scuola di ogni ordine e
grado, l’assenza dello Stato in vaste aree del Paese, dove
nessuno intende investire, né italiano né tantomeno
straniero, per non essere taglieggiato dalle varie mafie
tollerate o non combattute. Mentre ovunque, pur con
diversa intensità, prospera l’evasione fiscale, si espande
la corruzione, trionfa lo spreco.
Che forse questi fenomeni
sono una calamità naturale o non piuttosto l’effetto
dell’incapacità di governare della nostra classe politica
ormai da troppi anni? Dicendo di incapacità faccio un
complimento, in sostanza fingendo di non ritenere che ci
siano complicità. Perché un Paese che perde 260 miliardi
annui per evasione fiscale (120), corruzione (60) e
sprechi (80) non può risorgere senza un salutare lavacro
che metta fuori gioco quanti si sono arricchiti negli
ultimi anni, alle spalle dei contribuenti e, in genere,
delle persone oneste.
Le cronache ancora in
questi giorni sono pieni di episodi che gridano vendetta,
che costituiscono un insulto per la gente. E se Bossi dice
che i soldi la Lega li può buttare dalla finestra,
mentre non pochi rischiano di non giungere alla fine del
mese tra bollette che crescono ed un generale aumento dei
prezzi, vuol dire che manca qualcosa dentro ai nostri
politici, virtù un tempo praticate, oltre l’onestà, il
rispetto dei cittadini che massimo deve essere in chi
vorrebbe rappresentarli.
Tutto questo mentre dietro
l’angolo c’è un ulteriore inganno ancora non compreso. È
bene che lo Stato riduca il suo costo, è bene soprattutto
che spenda bene nell’interessi della società intera che
dalle pubbliche amministrazioni attende servizi
efficienti, amministrativi e alla persona, come oggi si
dice. Con la precisazione che la riduzione delle spese
dello Stato non diventi aggravio per i cittadini perché,
se si risparmia nella sanità, tanto per fare un esempio,
senza migliorare il rapporto costi – valore del servizio,
vuol dire che si farà pagare di più chi ha bisogno di
cure, cioè il cittadino in stato di bisogno.
Galli della Loggia, nel
fondo che ha mosso queste nostre riflessioni, se la prende
anche con lo spirito “appropriativo e castale” dei
Presidenti del Senato e della Camera che si accaparrano
“d'imperio, da anni, [di] parti sempre maggiori dello
spazio pubblico che circonda le loro auguste sedi (esse
pure, peraltro, in costante, vorace e costosissima
espansione): anche qui solo in forza dei propri comodi e
dell'arbitrio”. Verissimo, ma devo dire sinceramente che
degli spazi accaparrati dalle due assemblee intorno a
Montecitorio ed a Palazzo Madama non mi preoccuperei molto
se quelle istituzioni dimostrassero un’efficienza adeguata
ad una grande Nazione, alle esigenze degli italiani.
Invece, “vie e spazi d'ogni
tipo un tempo a disposizione dei cittadini sono oggi
sbarrate, riservate, chiuse, confiscate a uso dei
privilegiati che solo loro possono passare e, chissà
perché, devono per forza poter arrivare dappertutto con le
loro automobili. Perfino a piazza Colonna, dove si trova
l'ingresso di Palazzo Chigi, i sopracciò della Repubblica
si sentono autorizzati, come se nulla fosse, a
parcheggiare le loro grosse cilindrate intorno alla
colonna Antonina (intorno alla colonna Antonina!)
riversandole addosso i relativi scarichi di ossido di
carbonio”. Alla faccia della tutela dell’aria, vien da
dire. Un inquinamento fisico il quale si aggiunge a quello
politico, che non fa e tollera che altri non facciano, in
modo da accontentare le solite lobby, dai trasportatori ai
tassisti, potentissime, coccolate dagli inquilini del
Campidoglio, di qualunque colore. I quali, caro Professore
della Loggia, non fanno rispettare le regole, che pure ci
sono, come quella, per rimanere in Città, delle
occupazioni abusive di suolo pubblico nelle quali si
esibiscono ristoratori, baristi e giornalai, impunemente.
Ce li abbiamo mandati noi
questi “Signori” nei palazzi del potere. Speriamo che si
possano cacciare. Se non prevarrà l’italica abitudine di
temere il salto nel buio o di votare “turandosi il naso”,
di montanelliana memoria.
Il fatto è che per cambiare
bisogna identificare un’ipotesi alternativa credibile.
E qui cominciano i
problemi. È mancata sempre, al centro e nelle comunità
locali, una vera opposizione capace di candidarsi alla
successione sulla base di un programma politico
alternativo, essendo prevalsa costantemente la regola
dell’inciucio che determina una contiguità la quale
impedisce a chiunque di scagliare la prima pietra.
Il vento è cambiato? Ci
saranno veramente novità? Staremo a vedere.
21 aprile 2012
Il taccuino del Direttore
Chissà cosa avrà pensato Gianni Alemanno,
intervenuto l’11 aprile scorso ad Omnibus,
la trasmissione di approfondimento politico de La7,
nel sentire Matteo Renzi dire che il bello del ruolo di
Sindaco è il fatto di vivere in mezzo alla gente.
Infatti, non si ha
la sensazione che il primo cittadino di Roma “viva” tra i
suoi concittadini. È certamente attento alle occasioni
pubbliche nelle quali può esibirsi, specie oggi ad un anno
dalle elezioni.
Ma il “Collega” di
Firenze voleva dire altra cosa, quello che tutti pensiamo
debba fare un Sindaco, sentire il polso della situazione,
per capire se i cittadini sono contenti o meno del
traffico, della pulizia delle strade, dei mercati, del
servizio di Polizia Municipale. Perché gli abitanti di una
città, soprattutto di una grande città che è anche la
Capitale d’Italia, non sono tanto interessati a che il
Primo cittadino sia al centro del dibattito politico sulle
grandi vicende della politica, compresa quella economica e
industriale, ed alle beghe dei partiti, ma si preoccupano
della vivibilità dei quartieri, dell’inquinamento, della
mobilità e sicurezza per la parte che compete alla Polizia
locale. La microcriminalità, infatti, è ovunque in forte
crescita alimentata dal disagio sociale di vasti settori
della popolazione, compresi gli immigrati, a seguito della
crisi economica. È soprattutto la microcriminalità che
angoscia i cittadini.
Alemanno, invece,
si sente sindaco pro-tempore, non nel senso naturale
dell’espressione – tutti gli amministratori, infatti, sono
a tempo - ma perché la sua ambizione riguarda la politica
nazionale con la conseguenza che viene sempre più
distratto dalle vicende dei partiti così allontanandosi
dalla gente che pure pretende di amministrare.
Il ritiro dei bagagli, all’Aeroporto di Fiumicino,
richiede sempre più tempo. Un tempo che a volte si
avvicina a quello del viaggio. Inconcepibile. I
responsabili del servizio sono pregati di farsi un giretto
tra i maggiori scali internazionali. In queste
disfunzioni, come per altre, siamo al vertice. Nessuno se
ne vergogna, ma, soprattutto, nessuno viene punito!
17
aprile 2012
Roma: non
basta mettere un pino a dimora per farlo vivere
di
Marco Aurelio
Forse il Servizio giardini del Comune di Roma o l'impresa da
questo incaricata di mettere a dimora alcuni pini in
Piazzale delle Medaglie d'Oro, alle falde di Monte Mario, si
attendeva un marzo piovoso. Così non è stato, con la
conseguenza che i pini che hanno sostituito quelli abbattuti
dopo la nevicata perché ritenuti pericolanti, una
valutazione che mi ha sempre lasciato perplesso,
mostrano le fronde vistosamente ingiallite. Evidentemente
non sono stati innaffiati.
Non è la prima volta. Anche in passato alberi messi a dimora
non sono stati poi assistiti. Sono alberi da alto fusto ed hanno
radici che consentono di assorbire umidità dal terreno. Per
questa funzione c'è bisogno di tempo, quello, appunto, della
ripresa dell'apparato radicale ricompreso nella zolla con la
quale la pianta è stata inserita nel terreno.
Lasciare morire una pianta di valore, come un pino con
diversi anni, che poi dovrà essere sostituita, a tutta prima
costituisce danno erariale.
Va da se che se accadrà denunceremo il fatto alla Procura
regionale della Corte dei conti presso la Regione Lazio.
10 aprile
2012
Il taccuino del Direttore
Taccuini, block notes, appunti, per dar conto di
qualche breve annotazione su fatti di cronaca. Spesso con
ironia, magari per sdrammatizzare una notizia che non
avremmo voluto dare o leggere, o per sottolineare quella
che, in realtà, è una gaffe, un fuori onda, solitamente di
un politico, malaccorto o distratto.
Abbiamo tutti un taccuino in mente. Ma non tutti vogliono
o possono esternare ciò che vanno osservando.
Io sono di quelli che possono, anzi che vogliono scrivere
per dar conto di una notizia o, più spesso, per esprimere
personali opinioni soprattutto su temi di attualità,
riguardanti il funzionamento delle istituzioni, per
denunciare ciò che non funziona in questa nostra Italia
che, a centocinquant’anni dalla fondazione dello Stato
unitario, non riesce ad essere una Nazione vera nelle
menti e nei cuori. Sarà perché fatta l’Italia non abbiamo
fatto gli italiani, una necessità intuita da Massimo
d’Azeglio già all’indomani della proclamazione del Regno.
Ci manca l’orgoglio dell’appartenenza, la consapevolezza
delle origini che affondano le radici nella storia
politica e istituzionale della Roma repubblicana e
imperiale, una storia culturale che vive una nuova
stagione di interesse al di qua e al di là dell’Oceano.
Solo in Italia quella cultura e la lingua nella quale è
stata espressa sono trascurate.
Siamo italiani soltanto di fronte allo schermo televisivo,
quando diffonde le immagini di una partita di calcio
internazionale. Infatti più che “viva l’Italia” ha avuto
successo “Forza Italia”, uno slogan indovinato proprio
perché arieggia un grido da stadio.
Viviamo sfruttando furbizie, cui ci siamo abituati, per
sopravvivere, nei troppi secoli in cui siamo stati sotto
il tallone di potenze straniere, se si esclude il Piemonte
sabaudo, la Serenissima Repubblica di Venezia e il
Granducato di Toscana dove si è formata nella coscienza
della gente un significativo senso dello stato. Sicché
abbiamo sviluppato la tendenza all’opportunismo, a cercare
la copertura del potente di turno, in prevalenza fascisti
fino alla vigilia del crollo del regime, comunisti e
democristiani il giorno dopo.
Lo hanno scritto tanti. Ma io ricordo due episodi che mi
furono raccontati tanti anni fa da un anziano funzionario
che aveva fatto parte della segreteria della Commissione
di epurazione. I funzionari ministeriali che avevano
optato per la Repubblica Sociale Italiana avevano
ottenuto, per quella scelta, una promozione. Riunificati i
ministeri i colleghi che erano rimasti a Roma senza
stipendio per alcuni mesi li aspettavano al varco nella
fiducia di fargliela pagare. Non ci fu niente da fare,
tornarono tutti con in tasca la tessera del partito
comunista o socialista. E si tennero la promozione.
Altro episodio. Alla richiesta di informazioni su un noto
fascista, denunciato per alcune prepotenze, il Comandante
della locale stazione dei Carabinieri risposte con un
rapporto nel quale si dava conto che effettivamente quel
signore era stato un “noto manganellatore” ma, nel
frattempo, era diventato il segretario della locale
sezione del Partito Comunista. D’altra parte non è stato
Togliatti a chiudere la partita con i fascisti reduci da
Salò?
Due episodi per dire che politicamente molti italiani sono
assolutamente inaffidabili, saltano sul carro del
vincitore, ma soltanto all’ultimo momento, s’intende,
perché … non si sa mai! Felloni, pronti a tradire,
infingardi! Vizi che abbiamo esaltato nel cinema, con i
Sordi e i De Sica. Ci hanno fatto sorridere, ma per molti
sono stati un esempio. Come per gli evasori fiscali o per
quanti autocertificano qualità che non hanno mai avuto.
Tanto i controlli non funzionano. Per cui si può abitare
una casa popolare parcheggiando impunemente dinanzi al
portone Porche o Ferrari. Nessuno protesta. Sono tutti un
po’ in difetto e poi non c’è chi verifichi la persistenza
dei titoli per disporre di quella abitazione.
Ora della moralità politica degli italiani non mi sono mai
curato e non intendo prendermi cura, per cui in questa
rubrica non mi soffermerò su vizi e virtù personali e
politiche dei singoli, neppure se appartenenti ad una
delle “caste”, di medievale memoria, che opprimono questo
Paese. Per cui leggerete di inefficienze degli apparati
pubblici, sprechi, evasione fiscale e corruzione. Per
cercare di dare un contributo alla formazione delle norme
e alle prassi che dovrebbero evitare tutte queste
situazioni che pesano sui cittadini onesti per qualcosa
come 260 miliardi ogni anno (120 di evasione fiscale, 80
di sprechi, 60 di corruzione) che, se fossero azzerati,
potrebbero fare dell’Italia un’oasi felice, da far
invidia, per qualità dei servizi, alla Svizzera e, forse,
anche al Sultanato del Brunei.
Ne parleremo.
10 aprile 2012
I rimborsi elettorali: I fondi provenienti dal bilancio
dello Stato sono pubblici e deve controllarli
la
Corte dei conti. Infondate le perplessità del Ministro
Severino
di Salvatore
Sfrecola
Uno dopo l’altro gli scandali
travolgono i partiti, anche quelli che sembravano ispirati
ai più consolidati principi dell’etica pubblica
quotidianamente proclamata ed orgogliosamente rivendicata.
Si pone, dunque, il problema di un nuovo sistema di
finanziamento dei costi “normali” della politica, quelli,
per intenderci, che costituiscono obiettiva esigenza che
tutti possano concorrere alle cariche pubbliche elettive,
non solo i ricchi in proprio o perché finanziati da
industrie e sindacati, anche se sono in molti a chiedere
che, come negli Stati Uniti, i partiti siano finanziati
esclusivamente dagli iscritti, dai simpatizzanti e da
quanti, in piena trasparenza, ritengono di dover sostenere
le loro spese.
In ogni caso è necessario
porre mano ad una riforma per arginare situazioni che
rischiano di minare il già difficile rapporto tra cittadini
ed istituzioni, per il discredito che certi episodi gettano
sull’intera classe politica. È facile, infatti,
generalizzare: “così fan tutti!”.
Si sono sentite varie
proposte di riforma del sistema, sia con riduzione delle
somme destinate ai “costi” della politica, sia con riguardo
ai controlli i quali dovrebbero rassicurare i cittadini che
le somme erogate dallo Stato ai partiti siano destinate
effettivamente alle attività politiche e non servano per
investimenti esteri, il pagamento di appartamenti ed auto di
lusso, l’“acquisto” di lauree taroccate e vacanze esotiche.
Il profilo più delicato della
ipotizzata riforma sembra essere quello dei controlli. A
gran voce molti evocano la Corte dei conti che
nell’ordinamento costituzionale è al vertice del sistema dei
controlli.
“Ho presentato una proposta
di legge a metà febbraio”, ha detto l'x Presidente della
Camera Pierferdinando Casini, come si legge su
www.corriere.it.. “Prevede che i partiti che accedono ai
rimborsi pubblici debbano dimostrare di avere
un'organizzazione democratica e trasparente su congressi,
iscritti, elezione dei dirigenti, con controllo degli
statuti da parte di un'Authority statale. E prevede la
verifica della Corte dei Conti sui bilanci . Inoltre, si
possono rendere pubblici i nomi di chi finanzia i partiti
sopra i 10 mila euro o anche sopra i 5.000: basta che poi
questi "donatori" non siano esposti al pubblico
ludibrio...”.
L’intervento della Corte non
è apprezzato, invece, dal Ministro Severino dalla quale, a
quanto si legge su http://www.Repubblica.it, “arriva un "no"
tondo all'ipotesi di coinvolgere la Corte dei conti nella
verifica dei bilanci dei partiti. Il ministro avrebbe
spiegato che la loro natura privatistica impedisce un simile
controllo, a meno che non si voglia cambiare l'articolo 49
della Costituzione ("Tutti i cittadini hanno diritto di
associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo
democratico a determinare la politica nazionale")”. Comunque
Severino – assicura il giornale - studierà la questione.
Deve farlo in fretta la
Professoressa Severino perché monta l’indignazione degli
italiani sempre più tartassati (anche nella prospettiva
della riforma del “mercato del lavoro”, a quanto si legge
oggi sui giornali) mentre altri si arricchiscono e
spudoratamente rigettano ogni ipotesi di controllo, nemmeno
sui fondi che provengono dal bilancio pubblico
Rifletta ancora e giungerà
alla conclusione che, per dirla con linguaggio
dipietrista, non “c’azzecca” il fatto che i partiti
siano associazioni private “non riconosciute” perché
parliamo di controllo e non di giurisdizione contabile.
Inoltre la Corte dei conti già controlla, attraverso un
apposito Collegio, le spese elettorali ai sensi dell’art.
12, comma 2, della legge 10 dicembre 1993, n. 515, e
riferisce al Parlamento sui risultati dei controlli eseguiti
sui consuntivi delle spese sostenute dai partiti, movimenti,
liste e gruppi di candidati nella campagna per le elezioni e
sulle relative fonti di finanziamento (v
http://www.corteconti.it/).
Il Ministro Severino è
persona di buon senso e di ottime letture, converrà
certamente che la Corte dei conti può avere un ruolo in
funzione di controllo. A meno che non si scelga la strada
dell’ennesima Autorità asseritamente “indipendente”,
controllabile dalla politica perché ne nomina i componenti.
7 aprile 2012
Imposte, tasse e servizi
La Corte dei conti e la democrazia
di Salvatore Sfrecola
Nel corso del dibattito odierno ad Omnibus, la
rubrica di approfondimento politico de La7,
che tra le otto e le dieci del mattino mette a confronto
politici e giornalisti sui temi di maggiore attualità
desunti dalle cronache dei quotidiani del giorno, gli
intervenuti, nell’affrontare il tema delle condizioni
attuali dell’economia e della finanza in Italia, hanno
ripetutamente fatto riferimento agli effetti dell’elevata
pressione fiscale, mettendo in risalto come il cittadino sia
portato a chiedersi se quel prelievo, che limita fortemente
le sue possibilità di spesa, sia in qualche modo
giustificato dal livello dei servizi che lo Stato e gli enti
pubblici rendono nella sanità, nell’istruzione, nell’ordine
pubblico, nella predisposizione delle infrastrutture delle
quali si lamenta quotidianamente l’insufficienza.
Ed in proposito si è detto che la ragione della
inadeguatezza dei servizi, rispetto al livello che si
attende, il cittadino l’addebita essenzialmente agli sprechi
che continuano a caratterizzare la gestione dei bilanci
degli enti che rendono quei servizi, a cominciare dalla
sanità, la spesa più rilevante a carico dei bilanci
pubblici. In molti degli intervenuti nel dibattito di
Omnibus, inoltre, sono stati manifestati timori per gli
effetti preoccupanti che la pesantezza della situazione
economica del Paese potrebbe avere sulla tenuta della
democrazia, cioè sul consenso che la classe politica nel suo
complesso, al governo o all’opposizione, riscuote tra la
gente.
Nel primo pomeriggio nella trasmissione “L’Arena”, su RAI 1,
nell’ambito di Domenica in, condotta da Massimo
Giletti, si è parlato ancora di sprechi, tra l’altro a
proposito dei tanti miliardi che finora è costata la Salerno
- Reggio Calabria, di recente declassata dall’Unione Europea
da autostrada a strada, un cantiere aperto da quarant’anni.
Nel corso della trasmissione è stato fornito anche un dato:
gli sprechi del settore pubblico ammonterebbero ogni anno ad
80 miliardi di euro. Qualcuno ha corretto, 50 miliardi.
Stiamo lì!
Se agli sprechi (80 o 50 miliardi di euro annui) si
aggiungono l’elevata evasione fiscale (120 miliardi annui) e
la diffusa corruzione (stimata in 60 miliardi annui) viene
fuori un “sistema” dagli effetti deleteri sull’economia del
Paese, se non altro perché tiene fuori dal mercato le
imprese serie (quelle che pagano le tasse e non scelgono la
scorciatoia della mazzetta). Un “sistema” che si definisce
meglio con la diffusa inefficienza delle burocrazie che
pesano sui cittadini e sulle imprese con adempimenti inutili
e la lentezza del decidere. In queste condizioni è evidente
che si forma una miscela esplosiva, tale da mettere in
pericolo la stessa convivenza sociale. La storia insegna,
infatti, che tutti i sommovimenti politici hanno avuto
origine da crisi economiche profonde, quelle che hanno
generato disagio sociale incidendo sull’occupazione e, in
generale, sulle condizioni di vita delle popolazioni, dalla
rivoluzione francese a quella russa, dalla crisi del primo
dopoguerra, con le rivoluzioni fascista e
nazionalsocialista, a cavallo della depressione del 1929.
In queste condizioni difficili per il nostro Paese, che
hanno richiesto il ricorso ad un Governo “tecnico”, in un
contesto nel quale maggioranza e opposizione non sono state
in condizione di assumere la responsabilità “politica” di
misure necessarie ma impopolari, emerge il ruolo delle
istituzioni di garanzia, quelle alle quali è affidato il
compito di assicurare il buon funzionamento dello Stato e
degli enti pubblici. E poiché il “buon funzionamento”
significa, in primo luogo, corretto esercizio delle
attribuzioni istituzionali, è evidente che l’evasione
fiscale, la corruzione e gli sprechi richiedono
un’attenzione tutta speciale da parte della Corte dei conti,
cui la legge attribuisce il controllo della spesa, la
vigilanza sulle entrate (chi se ne ricorda più?) e
l’esercizio dell’azione di responsabilità in caso di
illeciti fonte di danno, cioè del colpevole, mancato
accertamento delle entrate, di spese inutili, di violazione
delle procedure contrattuali in ragione di fatti di
corruzione e di sprechi nella gestione finanziaria e
patrimoniale.
Ecco, dunque, che la Corte dei conti diviene garante della
democrazia, come è stato da sempre per le istituzioni cui
gli ordinamenti hanno affidato il controllo della spesa
pubblica nelle forme più varie, dalla verifica dei conti
resi dagli agenti della riscossione e dei pagamenti, ai
controlli di legittimità e sui risultati delle gestioni.
Se, dunque, inefficienze, illegalità e sprechi continuano a
minare le stesse ragioni della pacifica convivenza, mettendo
in forse la democrazia, è necessario un rinnovato impegno
della Corte dei conti che, non a caso, la legge ha posto al
vertice del sistema dei controlli, un sistema articolato che
si basa su verifiche e riscontri interni (in particolare
degli Uffici centrali del bilancio), in forme varie,
compresa quella ispettiva, presente in tutte le
amministrazioni, in particolare nel Ministero dell’economia
e delle finanze che dispone dell’Ispettorato generale di
finanza (articolazione della Ragioneria generale dello
Stato) che effettua su tutte le amministrazioni pubbliche
accertamenti approfonditi su ogni aspetto della gestione.
Occorre, dunque, che la Corte dei conti abbia gli strumenti,
anche informatici, per rendere effettivo questo suo ruolo di
supervisore degli organi di controllo, stimolandone le
funzioni e recependone le rilevazioni, danno effettività
alle sanzioni, non solo a quelle interdittive dei
provvedimenti illegittimi, ma anche a quelle che,
all’interno delle amministrazioni, conseguono a procedimenti
disciplinari, fino alla rimozione dei responsabili.
E qui, forse, oltre ad una più puntuale applicazione della
legge, come ha messo in risalto più volte la Corte dei conti
nelle sue relazioni al Parlamento, occorre anche un
intervento normativo che attui effettivamente la rimozione
dei responsabili di gravi sprechi. In assenza di esempi di
questo genere non c’è speranza.
Ricordo che qualche anno fa, incontratomi per motivi
d’ufficio con alcuni avocados, così si chiamano i
funzionari della Contraloria General de Venezuela,
avendo loro chiesto (era il tempo in cui la Commissione
Bicamerale per le riforme costituzionali prevedeva che il
controllo sulla gestione da parte della Corte dei conti non
dovesse verificare il profilo della legalità) se nel
controllo di gestione loro verificassero la legalità o meno
dei provvedimenti presupposti delle gestioni o degli stessi
atti di gestione, quei signori mi risposero “primero la
legalidad”. Inoltre, poiché quella Istituzione di controllo
non ha funzioni giurisdizionali in materia di responsabilità
per danno all’erario, alla mia richiesta di come fosse
perseguito quell’evento, mi fu risposto che la
Contraloria applica delle sanzioni in denaro, che
chiamano “multe”, rapportate allo stipendio, ad uno o più
stipendi, secondo l’entità del danno. E nel caso di
recidiva, ho chiesto? La risposta: viene decretata la
destituzione. Dalla Contraloria, naturalmente.
La questione di fondo, pertanto, è quella della effettività
della sanzione, comunque si chiami e chiunque sia chiamato
ad irrogarla.
La Corte dei conti, dunque, in Italia a difesa del buon uso
del pubblico denaro e della corretta gestione dei patrimoni
pubblici. Cioè a difesa della democrazia, perché evasione
fiscale, corruzione e sprechi minano il rapporto tra
cittadini ed istituzioni, fanno crescere la protesta che
purtroppo spesso nella storia è stata incanalata da
movimenti o partiti i quali diventano inevitabilmente
gestori monopolistici del potere. E declinano le libertà.
1° aprile 2012
Una serata al Rotary Club Roma Nord Est
Dalla scuola alla vita
di Gianni Torre
Un libro per far crescere buoni cittadini e bravi
professionisti, attenti all’etica civile e del lavoro. È
“Dalla scuola alla vita”, scritto con il contributo di 22
protagonisti della vita istituzionale e delle professioni ed
il coordinamento di Paola Maria Zerman, avvocato dello
Stato. La presentazione è di Lorenzo Ornaghi, Ministro per i
beni e le attività culturali.
Se ne è parlato martedì 27 marzo, in una serata organizzata
da Paola Marrocco Trischitta Ugolini, infaticabile
Presidente del Rotary Club Roma Nord Est, al termine della
conviviale serale all’NH Hotel di Porta Pinciana, di fronte
a Villa Borghese.
L’idea, ha spiegato Paola Maria Zerman, è nata nell’ambito
delle iniziative dell’Assessorato all’istruzione della
Provincia di Reggio Calabria, che ha voluto, a completamento
dei corsi curriculari delle scuole superiori, come tema
dell’anno scolastico 2011 – 2012, l’etica del lavoro e delle
professioni, per far riflettere i giovani sulla loro
esperienza scolastica diretta a formarli, per farne buoni
cittadini e bravi professionisti. Di qui il titolo del
volume “Dalla scuola alla vita”, alla cui stesura hanno
contribuito personalità della società civile, come si usa
dire: Giuseppe Acocella, Rettore della LUSPIO e
Vicepresidente del CNEL; Natale Forlani, Direttore generale
dell’immigrazione; Edoardo Giardino, Docente di diritto
amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza della LUMSA,
Avvocato; Maria Vittoria Grazini, Avvocato; Silvia Lucantoni,
Avvocato; Laura Lunghi, Avvocato; Raffaello Lupi, Ordinario
di diritto tributario, avvocato; Francesca Maiorano,
Avvocato; Maurizio Mirabella, Procuratore regionale della
Corte dei conti per la Regione Marche; Fiammetta Palmieri,
Magistrato ordinario, in servizio presso il Dipartimento per
gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del
Consiglio dei Ministri; Maria Cristina Pasanella, Avvocato;
Michelangelo Palàez, Professore di etica nel Campus
biomedico di Roma; Rosi Perrone, Portavoce Forum dell’APMC;
Donatella Pinto, Human Resources, Vice presidente
della Camunu spa; Salvatore Sfrecola, Presidente della
Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione
Piemonte; Silvano Treu, Ordinario di Diritto del lavoro,
avvocato; Antonio Vallebona, Ordinario di Diritto del
lavoro, Avvocato; Michele Vietti, Vice Presidente del
Consiglio Superiore della Magistratura; Antonio Zerman,
Ingegnere, dirigente d’azienda; Paola Maria Zerman, Avvocato
dello Stato. Ognuno con l’esperienza del proprio ruolo ha
affrontato i profili etici del cittadino di fronte alle
istituzioni, per quanto riguarda la giustizia, la corruzione
e gli sprechi. Ma anche nel lavoro.
Giustizia come leit motiv anche con riguardo al
rapporto di lavoro nei riguardi del datore di lavoro e dei
colleghi, laddove vengono in rilievo il dovere di
corrispondere al proprio impegno professionale, ma anche di
trattare il collega come persona, col rispetto che si deve a
chi ha i diritti ed i doveri del cittadino lavoratore.
Evitando quei comportamenti che muovono dall’invidia per
emarginare, per togliere l’onore alle persone, purtroppo
tanto diffusi. Ugualmente il libro ricorda che il datore di
lavoro deve rispettare il lavoratore evitando quei
comportamenti mobbizzanti che, oltre ad offendere la
persona, gettano discredito sul luogo di lavoro e sulla
stessa impresa o sull’ente , se questo avviene nel pubblico.
Giustizia, dunque, in tutti i momenti della vita, personale
e sociale, per dare a ciascuno il suo, a cominciare dalle
istituzioni pubbliche che devono dare in servizi quel che
prendono in termini di imposte, tasse e tariffe.
Giustizia per far crescere i giovani nel rispetto degli
altri e per far migliore questo Paese.
Il libro, che è stato lo spunto di riflessione per la
conferenza di Paola Maria Zerman nella vivace serata
rotariana arricchita dall’intervento di numerosi soci del
Club, sarà presentato ufficialmente il 19 aprile, alle
18,30, a Palazzo Ferraioli (di fronte a Palazzo Chigi) da
Francesco Perfetti, Ordinario di Storia contemporanea alla
LUISS, Angelo Maria Petroni, Ordinario di filosofia e
Presidente del Consiglio di Amministrazione di UNITELMA “La
Sapienza”, Consigliere di amministrazione della RAI, e
Gennaro Sangiuliano, Docente alla LUMSA e Vice direttore del
TG1. Sarà presente Luciano Lucarini, l’editore (Pagine),
infaticabile organizzatore di eventi culturali con le sue
riviste ed i suoi libri.
1 aprile 2012
E partono le polemiche
Corte dei conti: una Commissione “per la riforma”
di Salvatore Sfrecola
C’è maretta nell’ambito dell’Associazione Magistrati della
Corte dei conti, a causa dell’iniziativa del Presidente
dell’Istituto, Luigi Giampaolino, di dar vita ad una
Commissione di studio “per la revisione e il coordinamento
dei vertici della magistratura contabile”, con l’obiettivo
di “adeguare la Corte dei conti alle nuove funzioni di
controllo assegnate e pensare a una riforma del processo
giurisdizionale che ha ancora tempi lunghi”, come è stato
suggerito di scrivere all’Espresso, in edicola in
questi giorni.
Ciò, nonostante il processo per responsabilità
amministrativa e contabile sia, tra quanti ne conosce il
nostro Paese, certamente il più celere (nella maggior parte
dei casi il primo grado si conclude in un anno dal deposito
della citazione, mentre dubito si pensi di potenziare le
Procure regionali, oberate da istruttorie su sprechi e
ruberie varie) e in molte sezioni regionali le sentenze in
materia di pensioni giungano nello spazio di pochi mesi
dalla proposizione del ricorso.
Non è questa la sede per riflessioni in tema di
“adeguamento” della Corte “alle nuove funzioni di
controllo”, espressione che nasconde, come dimostrano
iniziative recenti, l’“idea” equivoca di arruolare
economisti tra i giudici contabili, una categoria ignota a
tutte le magistrature, dalla Cassazione al Consiglio di
Stato, che pure decidono su questioni che presuppongono
l’incidenza di fatti di natura economica, per i quali,
all’occorrenza, i giudici ordinari e amministrativi si
avvalgono di consulenti tecnici.
Ne riparleremo, perché la Corte dei conti è una essenziale
istituzione dello Stato, di rilevanza costituzionale, non a
caso il primo giudice istituito (in realtà riordinato perché
molto più “vecchio”, risalente al XIV secolo) all’indomani
dell’unità d’Italia, come ricordiamo proprio quest’anno, con
riferimento alla legge n. 800 del 14 agosto 1862, ed al suo
formale insediamento
il 1° ottobre 1862, quando uno straordinario Ministro delle
finanze, Quintino Sella, rivolgendosi direttamente ai
magistrati, usava parole che ci piacerebbe sentire ancora
oggi: “Altissime sono le attribuzioni che la legge a voi
confida. La fortuna pubblica è commessa alle vostre cure.
Della ricchezza dello Stato, di questo nerbo capitale della
forza e della potenza di un paese voi siete creati tutori”.
E poi. “È vostro compito il vegliare a chè il Potere
esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il
quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è
vostro debito il darne contezza al Parlamento”.
Sono sconsigliate, dunque, “riforme” che abbiano il senso di
avventurose “sperimentazioni” destinate ad incidere
negativamente sulla pelle dei cittadini contribuenti,
tartassati da un fisco che non riesce a debellare la più
grande evasione fiscale (120 miliardi di euro certificati
Befera, Direttore dell’Agenzia delle Entrate) dell’Unione
europea, nell’ambito della quale l’Italia “primeggia”,
altresì, in corruzione (60 miliardi, certificato Corte dei
conti, esattamente la metà di quanto si denuncia in Europa,
dove tocca quota 120 miliardi!), per non dire degli sprechi
quotidianamente sotto gli occhi di tutti, che indignano
quanti credono nello stato, così allontanandoli dalle
istituzioni.
Anche se a via XX
Settembre non c’è più Quintino Sella, per un governo serio,
come è certamente l’attuale, guidato da una personalità che
ha dimostrato di “conoscere per deliberare”, per ricordare
Luigi Einaudi, è sempre assolutamente necessario “concentrare
il controllo preventivo e consuntivo in un magistrato
inamovibile”, per citare Camillo Benso di Cavour (in
una relazione al Parlamento subalpino, 1852). Un magistrato
cui compete una pronuncia in diritto sugli atti e le
attività di gestione, in attuazione delle scelte adottate a
monte con leggi di indirizzo e di programma e con direttive
specifiche. Al cittadino, infatti, va spiegato perché le
amministrazioni e gli enti hanno violato la legge o non sono
stati capaci di raggiungere, nel rispetto dei principi di
efficienza, economicità ed efficacia, gli obiettivi
prefissati in vista della realizzazione di importanti
riforme nell’ambito di tutte le politiche pubbliche.
Occorre, dunque, fare i conti con l’Associazione Magistrati,
la quale lamenta di non essere stata informata
tempestivamente della costituzione della Commissione di
studio né richiesta di fornire indicazioni in ordine a
qualcuno dei suoi componenti. L’Associazione, che solo per
semplificare può essere chiamata sindacato, magari “delle
toghe contabili”, come spesso si legge, senza aggettivi,
dell’ANM, l’Associazione Nazionale dei magistrati ordinari,
è espressione della intera magistratura della Corte dei
conti e, pertanto, è naturalmente rivestita di una
autorevolezza che non può essere trascurata. Ne hanno fatto
parte anche Presidenti dell’Istituto. E quando uno di
questi, Tullio Lazzaro, immediato predecessore di Luigi
Giampaolino, è entrato clamorosamente in contrasto con
l’Associazione, ne è stata addirittura chiesta l’espulsione
dal sodalizio, da parte di quanti lo avevano ritenuto in
qualche modo “promotore” di iniziative, inserite nella
“legge Brunetta”, che hanno depotenziato il ruolo del
Consiglio di Presidenza, attraverso la limitazione del
numero dei componenti togati eletti, passati da sette a
quattro, in una proporzione diversa da quella degli altri
organi di autogoverno delle magistrature. Inoltre a Lazzaro
si rimproverava che nella medesima legge fosse stata attuata
una riforma dei poteri del Presidente divenuto “organo di
governo” della Corte, espressione non consona ad una
magistratura a struttura collegiale, per cui il Presidente
è, in sostanza, un primus inter pares.
Fu contrastato e, persona assolutamente perbene, forse solo
malconsigliato, fu anche sospettato ingiustamente di oscure
trame per farsi amici governativi (quelli che hanno i
controlli in gran dispitto!) e così ottenere un
incarico dopo il pensionamento. Non lo ha avuto e certamente
non lo ha neppure sollecitato. Era un galantuomo.
Come sia accaduto, dunque, che l’Associazione non sia stata
informata dell’iniziativa di istituire una Commissione di
studio, come è emerso nel dibattito all’interno del
Consiglio direttivo (il “parlamentino” dei magistrati
contabili), non è chiaro, considerato che alla guida della
Corte sta oggi un giurista solido, un garbato signore
napoletano, da sempre attento alle forme nei rapporti
istituzionali e interpersonali.
Perché, dunque, una tale disattenzione, subito interpretata
come uno sgarbo istituzionale nei confronti
dell’Associazione? Considerato che siamo alla vigilia delle
elezioni per il rinnovo degli organi associativi, in un
momento di confronto serrato tra i possibili candidati alla
presidenza e tra i gruppi che li supportano, per cui la
vicenda della Commissione “di studio” sembra destinata ad
avere l’effetto della classica benzina sul fuoco? Con
inevitabili ripercussioni polemiche esterne, anche in
Parlamento e sulla stampa. Poi ci sono sassolini fastidiosi
nelle scarpe di alcuni dirigenti associativi. Che se li
vogliono togliere.
Chi appoggia chi? E perché?
Il tempo, come spesso si sente dire, è galantuomo. Di lui
c’è da fidarsi!
25 marzo 2012
L’italiano e le altre lingue
di Salvatore Sfrecola
Ha certamente ragione Giuliano Amato quando, constatato che
gli italiani, tra i popoli europei, sono quelli che hanno
meno dimestichezza con le lingue straniere, suggerisce di
diffondere la pratica, comune agli altri paesi, di
trasmettere i film in lingua originale con sottotitoli in
italiano. Così, argomenta Amato, sarà più facile abituarsi
al suono di una lingua, l’inglese, che oggi costituisce un
importante passaporto sul piano lavorativo, anche nel nostro
Paese.
Ha ragione da vendere Amato ma, a mio avviso, dovrebbe
completare la proposta, perché gli italiani, non solo hanno
scarsa conoscenza delle lingue estere e dell’inglese in
specie, nonostante la diffusione, se non altro, delle
canzoni in quella lingua, ma conoscono poco la loro lingua.
Insomma, l’italiano è conosciuto poco e male nel Bel
Paese dove il sì suona, non solo da parte della gente
comune, in particolare di quella di più modesta cultura, ma
anche degli studenti, di ogni ordine e grado, fino ai licei,
compresi i classici, un tempo l’orgoglio della nostra
cultura.
Di questa insufficiente conoscenza della lingua danno buona
prova i giornalisti, della carta stampata e, ancor più delle
televisioni. La consecutio temporum è una illustre
sconosciuta, l’anacoluto è di casa, come l’allitterazione,
l’assonanza fastidiosa all’interno di una frase.
Non solo giornalisti, anche avvocati e giudici scrivono
comparse e sentenze in un italiano improbabile, nella
migliore delle ipotesi sciatto, quando un tempo gli uni e
gli altri curavano i loro atti con il busto del bel
fraseggio, spesso abbondando in citazioni dotte, magari
ricorrendo al latino che oggi, anche nei tribunali, è
scarsamente conosciuto.
Nel 150° dell’unità d’Italia, l’unità linguistica è ancora
lontana. Pur nel rispetto dei dialetti, che tanto hanno
contribuito alla cultura letteraria del nostro Paese, la
lingua nazionale, nella costruzione delle frasi e nell’uso
delle parole, deve essere un impegno imprescindibile della
scuola e della “cultura dell’informazione”. Le inflessioni
tipiche regionali possono essere una simpatica coloritura
dell’eloquio, ma devono costituire un’impercettibile vezzo
dell’appartenenza. È inconcepibile, invece, che un uomo
pubblico, politico o funzionario, non usi con proprietà la
lingua italiana. Ed è gravissimo che anche i docenti nelle
scuole di ogni ordine e grado a partire dalle elementari,
laddove comincia la formazione dei giovani, trasmettano non
la lingua italiana ma un gergo indefinibile, spesso
grossolano.
È l’effetto del provincialismo che non riusciamo a
scrollarci di dosso. Siamo eredi di una cultura che ha fatto
scuola nel mondo e che ancor oggi segna le classi
intellettuali non solo in Europa ma nel mondo, se nelle
università americane, ma anche in Cina e Giappone, per non
dire della Germania o della Svezia, il latino ha uno
straordinario revival. Abbiamo circa l’80 per cento del
patrimonio storico artistico dell’umanità che ignoriamo e
del quale non sappiamo fare tesoro e trasformarlo in un
business a livello internazionale, considerato che è la
ragione del nostro turismo. Siamo eredi del più grande
impero della storia, fatto di saggezza ed organizzazione ed
abbiamo l’amministrazione pubblica più retrograda d’Europa
dove ad ogni legge, anche la più chiara e di immediata
applicazione, deve seguire un regolamento, una circolare e
direttive interne, in modo che ogni riforma attende anni per
diventare effettiva.
È la conseguenza di una classe politica, a livello centrale
e locale, assolutamente incapace.
Un esempio? Il numero unico delle emergenze, il 112, non
riesce a decollare nonostante una direttiva europea. Vi si
oppongono i detentori del 113, 115, 117, 118 e via
discorrendo. Sono anni e non se ne viene a capo. E nessuno
si vergogna!
17 marzo 2012
Gli
italiani, i partiti e la corruzione
di
Salvatore Sfrecola
Gli italiani hanno diritto di essere governati da persone
capaci, serie ed oneste. Ce ne sono tante in politica, ma la
loro presenza spesso non si nota, non fanno notizia, è come
se stessero in ombra. Vedremo se verranno alla luce ora che
si parla, con sempre maggiore insistenza, di affrontare il
tema della corruzione, quel fardello che pesa sulla politica
e l'economia e colloca l'Italia tra i paesi ove la
malapianta attecchisce di più. Per 60 miliardi circa,
ogni anno, una somma pari alla metà di quella accertata in
Europa, la metà del bilancio dell'Unione europea, la metà
del pil dei 27 stati che formano l'Unione.
Si va avanti così da molti anni. Lo denuncia la Corte dei
conti regolarmente all'apertura dell'anno giudiziario, al
centro e nelle regioni. Ma non succede niente. Anzi la
classe politica prende regolarmente in giro gli italiani
facendo finta di assumere qualche iniziativa. Come quando fu
istituito l'Alto Commissario per la lotta alla corruzione
esplicitamente posto "alle dirette dipendenze del Presidente
del Consiglio". Ognuno capisce che non è questo il modo di
combattere la corruzione. Chi si deve impegnare in questa
difficile battaglia deve essere assolutamente autonomo
rispetto al governo ed alla pubblica amministrazione
nell'ambito della quale si sviluppano le intese illecite che
assumono la forma della concussione e della corruzione.
L'indipendenza dell'autorità anticorruzione è la condizione
per affrontare e aggredire un fenomeno che danneggia
gravemente non solo l'immagine dell'Italia ma la stessa
economia del Paese. Con una corruzione di queste dimensioni
gli imprenditori sono dissuasi dall'investire. La
corruzione, infatti, distorce le regole del mercato perché
manda avanti le imprese disoneste che in qualche modo devono
recuperare l'importo della tangente, spesso realizzando
lavori non eseguiti a regola d'arte o distribuendo beni
scadenti o servizi inadeguati.
Inoltre la corruzione è un fenomeno a ciclo continuo. Ad
esempio, l'imprenditore che si assicura un appalto di opera
pubblica pagando dovrà continuare a pagare per evitare
che in sede di collaudo sia rilevata la cattiva esecuzione
delle opere o i ritardi nella loro esecuzione, tutte
conseguenze della necessità di recuperare in qualche modo il
prezzo della corruzione.
C'è, poi, un effetto perverso nella corruzione. La
esclusione dal mercato delle imprese serie, quelle che non
percorrono la scorciatoia della mazzetta. E questo è un
grave danno per l'economia italiana, a livello interno ed
internazionale. Si paga con i fallimenti di operatori seri e
con l'esclusione dai mercati esteri delle imprese che non
possono vantare adeguati curricula professionali perché
impedite di accedere al mercato interno dei lavori, servizi
e forniture e, in taluni casi, perché sospettate di
provenire da un contesto economico deve domina o prevale la
corruzione.
In questo momento la corruzione è presente in tutti i
settori e non solo nella forma cosiddetta "propria", nella
quale il funzionario o l'amministratore si fa corrompere per
compiere un atto contrario ai doveri del suo ufficio, ma
anche nella forma cosiddetta "impropria" perché il
funzionario o l'amministratore accetta denaro o altra
utilità, come dice il codice penale, per compiere un atto
del suo ufficio. E' il caso di chi si fa pagare per compiere
un atto dovuto, la liquidazione della fattura corrispondente
ad una regolare prestazione. E' sempre accaduto ma accadrà
ancora di più in un periodo nel quale le risorse pubbliche
sono scarse ed il loro accaparramento sempre più arduo. Si
parla di oltre 100 miliardi di debiti dello Stato e degli
enti pubblici nei confronti delle imprese, a fronte di
disponibilità di un pugno di miliardi. E' evidente che si
tratta di una situazione esplosiva che crea difficoltà alle
imprese e le spinge a cercare di ottenere i pagamenti dovuti
"ungendo" qualche amministratore o dipendente.
Come uscirne? Le strade sono molteplici e tutte da
praticare. Dall'elevazione delle pene con intervento sui
termini di prescrizione, alla introduzione del reato di
corruzione tra privati, alla individuazione di meccanismi di
monitoraggio e controllo idonei ad accertare le anomalie
nella gestione dei contratti pubblici in modo da consentire
verifiche approfondite in tempo reale.
Siamo, sembra, alla vigilia di iniziative in tema di
corruzione, dopo il silenzio degli ultimi anni. Si vedrà chi
è favorevole o contrario ad adottare misure serie nella
lotta alla corruzione. Si vedrà, ad esempio, se c'è un
"partito degli onesti", che non sarà mai un partito con nome
e simbolo, ma un raggruppamento ideale di persone per bene
del quale gli italiani hanno estremo bisogno.
15
marzo 2012
Ripensare al modello di sviluppo
La cultura e l’arte per la ripresa
di Salvatore Sfrecola
“La dittatura dell'incuria” titola Gian Antonio Stella nel
fondo di oggi sul Corriere della Sera che ha un
significativo occhiello, “Investire in cultura per la
crescita”. Stella lo ha scritto più volte, come questo
giornale che non smette di segnalare l’insufficienza di un
modello di sviluppo economico che sembra ignorare o non
considera nella misura opportuna l’apporto del patrimonio
storico artistico italiano al turismo, una risorsa che,
proprio per la ricchezza e la varietà delle nostre opere
d’arte costituisce una risorsa unica, la motivazione
effettiva di gran parte di quanti visitano l’Italia ogni
anno, in tutti i mesi dell’anno.
È una constatazione tutto sommato banale. È evidente,
infatti, che l’Italia, il bel Paese, è una meta
turistica non solo e non tanto per il sole che splende sulle
nostre contrade o sui mari che bagnano le sue coste. Sole e
mare che sarebbe agevole trovare altrove. Magari il mare più
pulito.
Quello che non si trova altrove sono le meraviglie che la
storia e l’arte hanno consegnato all’Italia nel corso dei
secoli caratterizzando le nostre città e tutto il Paese che
è un vero e proprio museo all’aperto in un contesto
paesaggistico unico al mondo. Un’arte, laica ma anche
religiosa, che è più conosciuta al di qua e al di là
dell’oceano di quanto possiamo immaginare, alla quale si
aggiunge la cultura letteraria, storica e musicale. Perché
la musica ha da sempre parlato italiano e i nostri
conservatori ed alcune scuole di specializzazione sono punti
di riferimento per gli artisti di tutto il mondo.
Ecco dunque la riflessione di Gian Antonio Stella e l’invito
ad investire in cultura, un settore sempre trascurato dalla
nostra classe politica. In proposito Stella richiama un
titolo recente de
Il Sole 24 Ore, “Niente
cultura, niente sviluppo”, che ha lanciato un appello per
fare ripartire il Paese puntando su una “costituente” che
“riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte,
tutela e occupazione”, partendo dall’esperienza di ben 125
nazioni la quale dimostra che dove c'è più cultura c'è più
innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione.
Senza andare lontano, la Francia da sempre investe in
cultura in patria e all’estero, con la scuole (i licei
Chateaubriand) e le istituzioni che in tutto il mondo
parlano la lingua di Parigi diffondendo ovunque in ambienti
colti uno spirito francofono che paga nel tempo e che
costituisce un biglietto da visita importante anche in aree
politicamente difficili, come nel medio e nell’estremo
oriente, per non dire dei territori d’oltremare.
Cosa intende fare il Governo Monti per la cultura? Comprende
il nesso tra cultura e turismo? Sembra di sì. Il Ministro
Gnudi ne ha fatto cenno, mentre il collega Ornaghi ha fatto
presente che il bilancio del suo Ministero, che appunto si
chiama dei beni e delle attività culturali, riesce a far
poco, quando ha pagato gli stipendi dei dipendenti.
Ci vuole un po’ di fantasia. Occorre indurre i privati ad
investire in cultura. C’è una disponibilità in tal senso,
almeno si deduce da alcune iniziative come quella del Il
Sole 24 Ore che oggi nell’inserto “Domenica” titola a
tutta pagina La cultura come “materia prima”, in
margine al “Manifesto per la cultura” che continua a
raccogliere adesioni. Il pezzo è di Pier Luigi Sacco che
esordisce in modo significativo: “L’Italia, e in grande
misura l’intera Europa, deve oggi fronteggiare una sfida non
semplice, quella di ritrovare la via della crescita. È una
sfida che non può esaurirsi nella messa a punto di vecchi
modelli, e che richiede invece in larga misura un atto di
coraggio e di visione: due ingredienti che mancano ormai da
troppo tempo nelle pentole in cui si cucinano le ricette
della politica economica nazionale e continentale”.
Torniamo al fondo di Stella: “dove c'è meno cultura c'è meno
innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione”.
E dimostra, cifre alla mano, che dal 2001 l’Italia investe
sempre meno in cultura, solo lo 0,19% del PIL. E si chiede:
“è stato saggio?” Non sembra se, sono ancora sue parole,
“investendo nel “Guggenheim”, spiega uno studio di Kea
European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7
anni i soldi spesi “moltiplicati per 18”, con la parallela
creazione di migliaia di posti di lavoro”.
La citazione è importante, ma è certo intuitivo che una
maggiore offerta di cultura, nel quadro della sviluppo di un
turismo che sia attento alle ragioni che spingono milioni di
cittadini stranieri a soggiornare in Italia, si trasforma
inevitabilmente in un motivo di sviluppo in infrastrutture
stradali, portuali e aeroportuali, oltreché ricettive.
Alberghi e ristoranti in alcune regioni d’Italia lasciano
molto a desiderare. Spesso vengono agli “onori” delle
cronache per servizi scadenti, prezzi eccessivi rispetto ai
nostri concorrenti, dalla Spagna alla Grecia, quando non si
tratta di vere e proprie truffe di cui sono vittime turisti
che porteranno nel loro paese il ricordo di queste
disavventure. In molti paesi c’è la polizia turistica a
garantire lo straniero che soggiorna. In Italia è
insufficiente la prevenzione e la repressione di questi
illeciti che danneggiano l’immagine del Paese. Chi truffa un
turista, al di là del profilo penale dello specifico
illecito, dovrebbe essere privato della licenza, una prima
volta per un tempo significativo (che non è quindici
giorni), in caso di recidiva per sempre. In più la sanzione
va fatta conoscere in Italia e nel mondo, in modo che il
turista truffato possa, di ritorno nel suo paese, dire che
l’Italia è un paese serio.
Quel turista che è un messaggero, anzi un ambasciatore,
della nostra cultura e del nostro mondo, anche delle
ceramiche, dei tessuti e degli altri prodotti
dell’artigianato che ha acquistato, dei cibi, dei vini degli
oli che ha gustato dei quali porta con se qualche campione e
che cercherà nei negozi del suo paese. Quanto costerebbe ai
nostri esportatori una campagna promozionale gratuitamente
effettuata dai turisti?
Capisce qualcuno questi problemi?
Investire in cultura, dunque. Ma chi investe, se lo Stato
non ha un euro? È certo possibile stimolare i privati con
agevolazioni fiscali, ad esempio e/o contributivi per chi
investe nel turismo nei termini che si sono detti, di
infrastrutture e di posti di lavoro.
Non è facile, ma neppure difficile. Occorre solo mettere
intorno ad un tavolo esperti e rappresentanti delle regioni
e delle categorie imprenditoriali per definire un piano di
sviluppo che assegni alla cultura ed al turismo il ruolo che
spetta loro, un posto centrale. Perché la cultura nelle sue
varie forme è per l’Italia come il petrolio per l’Arabia
saudita.
L’ho scritto tante volte e continuerò a scriverlo, nella
speranza che qualcuno al Governo mi legga.
4 marzo 2012
Niente taglio alle tasse. Perché?
di Senator
È andata delusa la speranza di una riduzione delle tasse per
i redditi più modesti in conseguenza dei promettenti
risultati della lotta all’evasione. Presentata sulla stampa,
alla vigilia del Consiglio dei ministri che ha adottato
alcune misure fiscali, come una misura più che probabile
tanto che l’operazione sembrava cosa fatta, la decisione di
soprassedere ha sorpreso tanti, tranne da coloro che seguono
le vicende del nostro fisco.
Quali i motivi della mancata riduzione? Sarebbe stato
ritenuto “prematuro”, si è letto sui giornali di oggi, una
parola che nasconde, dietro una formula anodina, la realtà
degli accertamenti fiscali che sono stati condotti
dall’Agenzia delle entrate. Monti sa bene che gli
accertamenti, anche quando sembrano ineccepibili sul piano
del diritto, non danno luogo ad una immediata riscossione
del tributo evaso.
Specie nel commercio, nel quale tante sono le variabili
nella individuazione del reddito tassabile, è inevitabile
che il contribuente faccia ricorso alla commissione
tributaria. Lo fa perché contesta l’accertamento che, se
accettato, darebbe luogo a verifiche sugli anni precedenti
fino al limite della prescrizione, lo fa perché non vuole
portare un fardello che peserà negli anni successivi.
Il contenzioso tributario è costituito da un sistema
giudiziario pesante, farraginoso, che si protrae per anni,
in primo grado (Commissione provinciale) e in appello
(Commissione regionale), per approdare inevitabilmente in
Cassazione dove ricorreranno il contribuente soccombente o
l’Avvocatura generale dello Stato che difende l’Agenzia
delle entrate. L’una e l’altra oberate da un contenzioso dai
grandi numeri.
Monti sa bene che questo antico male della giustizia
tributaria rende incerta, nell’an e nel quantum,
oltreche nel quando, la riscossione dell’imposta
pretesa dall’Erario a seguito degli accertamenti
dell’Agenzia delle entrate e della Guardia di Finanza. E,
prudentemente, ha tratto la conclusione che è “prematuro”
ridurre le tasse, sia pure a chi ha problemi di
sopravvivenza.
25 febbraio 2012
Non più leggi di conversione omnibus. Napolitano richiama
i Presidenti delle Camere sui limiti delle leggi di
conversione dei decreti legge
di Iudex
Un importante recupero di civiltà giuridica in una recente
sentenza della Corte costituzionale,
la n. 22 del 13 febbraio 2012 che, intervenendo nell’esame
della legge di conversione del decreto-legge n. 29
dicembre 2010 n. 225 (c.d. "milleproroghe"), ha posto
limiti invalicabili allo spazio riservato al Parlamento in
sede di conversione di un provvedimento d’urgenza.
Nell’occasione il Giudice delle leggi ha precisato che “il Parlamento è
chiamato a convertire, o non, in legge un atto,
unitariamente considerato, contenente disposizioni giudicate
urgenti dal Governo per la natura stessa delle fattispecie
regolate o per la finalità che si intende perseguire. In
definitiva, l’oggetto del decreto-legge tende a coincidere
con quello della legge di conversione”. E pur non potendosi
escludere “che le Camere possano, nell’esercizio della
propria ordinaria potestà legislativa, apportare emendamenti
al testo del decreto-legge, che valgano a modificare la
disciplina normativa in esso contenuta, a seguito di
valutazioni parlamentari difformi nel merito della
disciplina, rispetto agli stessi oggetti o in vista delle
medesime finalità … Ciò che esorbita invece dalla sequenza
tipica profilata dall’art. 77, secondo comma, Cost., è
l’alterazione dell’omogeneità di fondo della normativa
urgente, quale risulta dal testo originario”. In sostanza
“l’innesto nell’iter di conversione dell’ordinaria funzione
legislativa può certamente essere effettuato, per ragioni di
economia procedimentale, a patto di non spezzare il legame
essenziale tra decretazione d’urgenza e potere di
conversione”.
Lo andavamo sostenendo in molti da anni, a fronte di
inserimenti di norme che non avevano nulla a che fare con il
provvedimento in corso di conversione il cui oggetto veniva
ampliato e consolidato nei maxiemendamenti, con fiducia, ai
quali siamo stati abituati dagli ultimi governi, una
barbarie giuridica che viene finalmente qualificata come
tale.
E così interviene il Capo dello Stato, che evidentemente non
aveva ritenuto di poter intervenire in sede di promulgazione
delle leggi che oggi la Corte costituzionale giudica
illegittime.
E così Giorgio Napolitano ha preso carta e penna ed ha
scritto ai Presidenti delle Camere ed al Presidente del
Consiglio.
Napolitano richiama la sua lettera del 22 febbraio 2011 ai
Presidenti delle Camere con la quale aveva sottolineato
“la necessità di limitare gli emendamenti ammissibili, in
sede di conversione dei decreti-legge, a quelli
sostanzialmente omogenei rispetto al testo originario del
decreto, in considerazione della particolare disciplina
costituzionale e regolamentare del procedimento di
conversione nonché a garanzia del vaglio preventivo
spettante al Presidente della Repubblica in sede di
emanazione del decreto-legge e di quello successivo sulla
legge di conversione, anche per la difficoltà di esercitare
la facoltà di rinvio prevista dall'art. 74 della
Costituzione in prossimità della scadenza del termine
tassativo di 60 giorni fissato per la conversione in legge”.
Ricorda il Presidente della Repubblica che in quella
occasione aveva ripreso “considerazioni svolte dal
Presidente Ciampi nel messaggio inviato alle Camere il 29
marzo 2002 con il quale venne richiesta una nuova
deliberazione sulla legge di conversione del decreto-legge
n. 4 del 2002 e da me in varie occasioni anticipate fin
dall'inizio del settennato ai Presidenti delle Camere e ai
Governi che si sono succeduti, anche in relazione alle
specifiche disposizioni legislative e dei regolamenti
parlamentari relative alla decretazione d'urgenza”. Criteri
ai quali “la prassi parlamentare non sempre si è attenuta …
con particolare riguardo al tradizionale decreto-legge di
fine anno con il quale vengono prorogati termini di
efficacia di varie disposizioni legislative, essendo
prevalsa la linea di ritenere sufficiente, per
l'ammissibilità degli emendamenti, una generica finalità di
proroga non collegata con l'oggetto e spesso neppure con la
materia e le finalità del provvedimento di urgenza”.
“Talora – prosegue il Capo dello Stato -, si sono anche
consentite modifiche ordinamentali non strettamente limitate
all'ambito temporale della proroga di tali termini. Anche in
occasione del recente decreto-legge "milleproroghe" 29
dicembre 2011, n. 216 sono stati ammessi e approvati
emendamenti che hanno introdotto disposizioni in nessun modo
ricollegabili alle specifiche proroghe contenute nel
decreto-legge, e neppure alla finalità indicata nelle
premesse di garantire l'efficienza e l'efficacia dell'azione
amministrativa. Le disposizioni così introdotte, se in
possesso dei requisiti di straordinaria necessità ed
urgenza, avrebbero dovuto trovare più corretta collocazione
in un distinto apposito decreto-legge”.
Ritenendo di non disporre “di un potere di rinvio parziale
dei disegni di legge” Napolitano afferma di non poter
“esimersi dall'effettuare, nei casi di leggi di conversione,
una valutazione delle criticità riscontrabili in relazione
al contenuto complessivo del decreto-legge, evitando una
decadenza di tutte le disposizioni, comprese quelle
condivisibili e urgenti, qualora la rilevanza e la portata
di queste risultino prevalenti”.
Scrupolo certamente encomiabile.
Resta la soddisfazione di una pronuncia che elimina una
barbarie della quale molti hanno fatto finta di non
accorgersi in Parlamento e specificamente nelle Commissioni
affari costituzionali, per favorire l’inserimento di norme
sicuramente estranee al decreto-legge, spesso eversive
dell’ordinamento, come nel caso delle disposizioni
introdotte in decreti legge riferiti alla crisi economica
per limitare i poteri d’indagine delle Procure regionali
della Corte dei conti e l’ambito della loro cognizione, ad
esempio per quanto riguarda il danno all’immagine della
pubblica amministrazione.
25 febbraio 2012
Rischio corruzione
se lo Stato e gli enti pubblici pagano in ritardo
di Salvatore Sfrecola
È ufficiale, le somme che il settore pubblico deve alle
imprese, fino a qualche tempo fa stimate in 80 miliardi di
euro, ha superato i 100 miliardi (102, per l’esattezza), una
cifra paurosa che mette in difficoltà vasti settori
produttivi del Paese. Infatti è evidente che le imprese le
quali vantano crediti che non possono riscuotere nei termini
fisiologici, che tengano conto, ad esempio, del pagamento
dei fornitori di beni e servizi necessari per la produzione,
accumulano interessi da pagare, ed in assenza del credito
bancario, possono essere indotte a ricorrere a finanziarie
senza scrupoli se non ad usurai.
In questo diffuso disagio, che spesso mette in forse la
stessa sopravvivenza delle imprese, molti potrebbero essere
indotti a cercare di “ungere” i funzionari addetti ai
pagamenti perché anticipino quanto loro dovuto, facendo
precedere la liquidazione delle loro fatture ad altre che
sono avanti nel protocollo d’ufficio. In questo caso la
“mazzetta”, quella che il codice penale all’art-. 318
definisce dazione “in denaro o altra utilità”, serve ad
indurre il pubblico ufficiale a “compiere un atto del suo
ufficio”. È la cosiddetta corruzione impropria, più diffusa
di quanto non si creda a tutti i livelli e in tutte le
amministrazioni.
È evidente che nelle attuali condizioni, a fronte di crediti
per oltre 100 miliardi, in relazione ai quali il Governo ha
messo a disposizione una somma assolutamente insufficiente,
l’incentivo a cercare la scorciatoia della corruzione del
funzionario che dispone i pagamenti è forte per un
imprenditore che non ha la possibilità di attendere i tempi
lunghi che si prospettano, spesso centinaia di giorni, in
qualche caso anche un paio di anni, rispetto ai termini di
legge (d.legs. n. 231 del 9 ottobre 2002) in attuazione
della direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i
ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (trenta
giorni).
La tentazione è forte, come l’istinto di sopravvivenza di
chi è impegnato in un’attività che è la fonte principale
quando non esclusiva del suo guadagno.
In queste condizioni il governo nazionale e quelli delle
regioni hanno il dovere di porre rapidamente mano alla
situazione, trovando il modo di pagare i debiti e di
facilitare l’accesso al credito bancario per restituire
liquidità alle imprese, così mettendole al riparo di
possibili fallimenti con danni rilevanti all’occupazione,
con effetti negativi anche sul mercato interno. Perché chi
perde il lavoro evidentemente riduce i consumi.
Parliamo complessivamente di 100 miliardi, non poco,
certamente, ma quella somma in tempi ragionevoli, con
meccanismi vari, deve tornare nella disponibilità delle
imprese.
Nello stesso tempo va posto mano alla revisione della spesa
pubblica non necessaria perché non si riformi un debito
delle attuali dimensioni. Infatti forte è il sospetto che in
alcuni ambiti delle pubbliche amministrazioni, in
particolare nel settore sanitario, ci sia un eccesso di
spesa destinata a beni e servizi non necessari o acquistati
a prezzi gonfiati con danno finale per gli utenti di un
servizio essenziale per la comunità.
Questo ci attendiamo dai tecnici chiamati a governarci. Non
dubito della loro buona volontà. Non ugualmente di alcuni
staff che sono passati dalla prima alla seconda
repubblica senza dare la dovuta dimostrazione della loro
professionalità. E che restano al loro posto solo perché
“rispondono” a chi li ha indicati ai ministri.
19 febbraio 2012
La Corte dei conti denuncia la corruzione? Il Giornale della
“Ditta Berlusconi” l’attacca
di Senator
Nei giorni scorsi la stampa ha dato ampia notizia
dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012 della Corte
dei conti, mettendo in risalto le denunce del Presidente,
Luigi Giampaolino, quanto alle disfunzioni
dell’amministrazione, alle dimensioni dell’evasione fiscale
e della corruzione. E Il Giornale la critica.
Tanto è il livore che quella testata ha da sempre nei
confronti dei magistrati (che sia per compiacere la Famiglia
Berlusconi?) che più della corruzione è disturbato dai
magistrati che la denunciano e la combattono. E inizia “da
che pulpito. Inquisiti, sfiorati dai sospetti, vicini alle
cricche. Serviti e riveriti, i magistrati della Corte dei
conti, custodi occhiuti delle finanze italiane, con stipendi
e pensioni di capogiro (fino a 230mila euro l’anno) e,
soprattutto, autorizzati a cumulare doppio stipendio,
benefit, promozioni e scatti di anzianità. Fra i tanti c’è
Lamberto Cardia, magistrato fuori ruolo, per 13 anni alla
Consob e nominato presidente di sezione, che ha sommato ai
430mila euro di indennità anche lo stipendio di magistrato,
poi presidente delle Fs”.
Da precisare che Cardia è da tempio in pensione.
Poi fa altri tre o quattro nomi di magistrati oggetto di
indagini, poi, chiuse con assoluzione e di un paio, ancora
sub iudice. Garantisti a senso unico a Il Giornale
laddove si applica la norma sulla presunzione di non
colpevolezza fino a sentenza definitiva (una regola che
esiste in pratica solo in Italia; altrove chi è condannato
in primo grado è un “presunto colpevole”) solo nei confronti
dei politici della “casta”, coloro che sono inquisiti dai
magistrati “cattivi”, magari “toghe rosse”.
Non più di due i magistrati della Corte dei conti sui quali
i giudici ordinari stanno indagando su 500 magistrati che
ogni giorno fanno il loro dovere. È questo giornalismo
indipendente? O un bollettino di partito, il partito di
coloro che vogliono “mani libere” nella gestione del potere,
irritati se qualcuno intende esercitare quel controllo di
legalità che è regola fondamentale negli stati di diritto?
Infine, quel giornale afferma di essere espressione del
centrodestra liberale. E qui occorre una precisazione. Lo
dice lui. Perché è ormai evidente a tutti che quello
schieramento che abbiamo costruito (lo dico io da
parlamentare) come espressione della destra liberale e
moderna ha rapidamente perso quello spirito originario per
diventare espressione del più vieto lobbysmo gestito
da una pattuglia di reduci del craxismo, cioè da quella
classe politica che, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio
degli anni ’90, ha raddoppiato il debito pubblico italiano.
Un problema che ci portiamo ancora dietro, come sanno bene
soprattutto i pensionati, la categoria sulla quale, per
l’elevato numero che la caratterizza, sono ricadute le prime
misure di austerità.
Ho scritto troppo. Quel giornale non merita ulteriore
attenzione.
19 febbraio 2012
La realtà e ricorrenti rigurgiti anticlericali
La Chiesa e l’ICI – occorre equilibrio
di Senator
Ritorna a giorni alterni, sulla stampa ed in televisione, la
vicenda dell’ICI sugli immobili della Chiesa cattolica, con
sprazzi di incontrollato anticlericalismo, da un lato, e di
azzardata difesa d’ufficio, dall’altro.
Sbagliano entrambi. Il tema va visto nella sua realtà
giuridica e di fatto, nel senso che è evidente che una
tassazione sugli immobili, se manda esenti i locali nei
quali si svolgono attività di carattere sociale deve
riguardare anche gli immobili di enti religiosi.
L’esenzione, ai sensi della
lett. i) dell’art. 7, D.Lgs. 504/92, prevede due
fondamentali requisiti: che si tratti di immobili utilizzati
dai soggetti di cui all’art. 87, co. 1, lett. c) del TUIR
(enti pubblici e privati, diversi dalle società, residenti
nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto
esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali);
che tale utilizzo deve avere caratteri di destinazione
esclusiva allo svolgimento delle attività elencate nella
norma (assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche,
ricettive, culturali, ricreative e sportive). L’esenzione,
tuttavia, vale solo per i beni destinati allo svolgimento
delle attività istituzionali e rientranti nei settori sopra
elencati.
La lett. i) dell’art. 7 della legge sull’I.C.I., inoltre,
consente agli enti non commerciali di usufruire
dell’esenzione anche in relazione agli immobili non
utilizzati direttamente (ad esempio concessi in locazione o
comodato) purché siano rispettate due condizioni: che essi
siano comunque utilizzati da un ente non commerciale e che
siano da questo esclusivamente destinati ad una delle
attività indicate dalla norma.
Infatti, va sottolineato che la norma non richiede, ai fini
del diritto all’agevolazione, che l’ente non commerciale
utilizzatore sia anche proprietario dell’immobile.
Fatte queste precisazioni in punto di diritto, come dicono i
giuristi di professione, sarà certamente agevole individuare
quali immobili di proprietà della Chiesa o di organizzazioni
religiose abbiano i caratteri stabiliti dalla legge e che
consentono ad altri enti di godere dell’esenzione. Può darsi
che occorra una ristrutturazione degli enti per delineare
meglio le loro attribuzioni, ma è certo che il “problema” è
facilmente risolvibile nel rispetto della legge e della
par condicio di tutti gli enti che svolgono le attività
che la legge ha ritenuto meritevoli dell’agevolazione.
Vanno, dunque, in soffitta tutte le elaborazioni polemiche
che si leggono da qualche tempo sui giornali, come le
ipotesi di soluzione “negoziata” di cui tanto spesso si
parla in margine ad incontri istituzionali che vedano
presenti uomini di governo dello Stato italiano e della
Conferenza Episcopale Italiana. Come nel caso del
ricevimento organizzato a Palazzo Borromeo, sede
dell’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede, in occasione
della ricorrenza della firma del Concordato Stato-Santa Sede
(c.d. Patti Lateranensi) del 1929, rivisto nel 1984.
Un incontro che ha scatenato la fantasia della stampa di
sinistra che ha accreditato di un Cardinale Bagnasco che
“furioso” per l’andamento delle “trattative”, avrebbe
commentato a pochi intimi: "Se lo Stato italiano vuole che
ci chiudiamo in sacrestia, abbandonando opere di bene e
assistenza verso i più bisognosi, noi ci chiudiamo in
sacrestia".
Non è nello stile dell’alto prelato.
Caterina Perniconi de “Il
Fatto
quotidiano"
c onferma che a Palazzo Borromeo non si è parlato di Ici sui
beni immobili alla Chiesa, in ciò in linea con quanto
affermato Francesco Maria Greco, Ambasciatore d’Italia
presso la Santa Sede.
Non se ne è parlato perché evidentemente va fatta una
attenta ricognizione degli immobili e delle diverse
situazioni nelle quali operano gli enti. Ma intanto va
precisato che in materia si sono sentite cifre di fantasia,
molto distanti da quelle stimate dall'Anci in 600 milioni di
euro.
Se ne parlerà in Parlamento con il concorso degli opposti
“schieramenti”, tra quanti cercano solo una precisazione
normativa che elimini ogni ambiguità, e quanti saranno
ancora presi da livido impegno antireligioso.
La soluzione andrà trovata in una norma interpretativa che
eviti un contenzioso sul pregresso e chiarisca il metodo di
calcolo della superficie no profit e della superficie
commerciale quando uno stesso immobile ha più destinazioni.
Probabilmente la strada è quella di intestare le attività ad
enti diversi.
Probabilmente sarà anche necessario che gli enti che
usufruiscono dell’agevolazione rendano pubblici i loro
bilanci.
Senza polemiche.
18 febbraio 2012
Monti a Strasburgo
Un recupero di dignità nazionale
di Senator
Non c’è dubbio che il discorso del Presidente del Consiglio
Mario Monti, ieri, al Parlamento europeo, abbia inorgoglito
molti italiani. Il tratto del Premier, sicuro e garbato, la
puntualità delle citazioni, la fermezza nel rivendicare la
bontà delle iniziative assunte dal Governo per risanare i
conti pubblici ed avviare la ripresa dell’economia nel
giorno in cui l’ISTAT ha certificato il dato della riduzione
del PIL, cioè l’ingresso nell’area della recessione, hanno
offerto l’immagine di un uomo di stato che sa il fatto suo e
non si fa condizionare dai partiti che pure lo sostengono,
sia pure con alcuni distiguo, soprattutto il Popolo della
Libertà, il grande difensore delle corporazioni che
ingessano il Paese ed impediscono di ottenere risultati di
crescita, ormai da troppi anni.
Gli applausi seguiti al discorso, che non ha risparmiato
critiche severe allo spirito con il quale alcuni stati, in
primo luogo la Germania, interpretano il ruolo di stato
membro di una comunità che ha abbandonato dal 1992
l’aggettivo “economica” per diventare Unione, nella
prospettiva di quella svolta “politica” che gli statisti che
prepararono, all’indomani della fine della seconda guerra
mondiale, i Trattati di Roma avevano esattamente intravisto.
Da Adenauer a Churchil a De Gasperi a Schuman.
Opportuna precisazione, quella di Monti, perché o l’Europa
assume la connotazione di una unione politica, con una sua
presenza sul piano internazionale, sia politica che
economica, oppure fa la fine di quelle aree di libero
scambio dal fiato corto che ansimano nella storia
dell’umanità senza prospettive di lungo termine.
Una scossa, dunque, quella di Monti per tutti sulla quale
torneremo nei prossimi giorni.
16 febbraio 2012
Il No di Monti alle Olimpiadi
Roma paga la pessima immagine della sua classe dirigente e
imprenditoriale
di Senator
Lo schiaffo a Roma Capitale, con aggiunta del plauso della
Lega, è duro da mandare giù. Ma è inutile recriminare. Ne va
preso atto con un profondo e sincero esame di coscienza che
non può non portare alla conclusione che la decisione del
Governo, giustificata dalla difficile situazione finanziaria
e soprattutto dall’incertezza sui conti, sconta la modesta
immagine della classe politica romana e la pessima fama dei
suoi imprenditori. Quei “palazzinari” che si sono ingrassati
all’ombra del potere con grave danno per la Città.
Nodi antichi che oggi vengono al pettine, scanditi dai
ritardi nei lavori pubblici, dalla loro pessima esecuzione,
un quadro sintomatico della mancanza di professionalità e di
controlli.
Dopo le Olimpiadi del 1960, che hanno lasciato un’immagine
visibile di un valore aggiunto per la Città, basti pensare
ai sottovia lungotevere e di Corso d’Italia i lavori
programmati ed eseguiti per i Mondiali di Calcio sono, nella
maggior parte dei casi, un insulto a Roma, alla sua storia,
ai suoi cittadini. Lo Stadio Olimpico realizzato a dispetto
della tutela della Collina di Monte Mario (dal 1953!), un
mostro che ancora oggi deturpa la vista di un’area storica
di grande valore paesaggistico, poi i lavori ferroviari, le
stazioni dove non entra il treno e via dicendo, dimostrano
incapacità di gestire progettazione, direzione dei lavori e
collaudi.
Non che in altre realtà sia stato fatto di meglio, come ci
racconta di giorno in giorno “Striscia la Notizia”. Per
restare ai Mondiali di calcio sappiamo che molti stadi sono
aperti in deroga alle norme sulla sicurezza, che a Genova il
Sottopasso di Caricamento aveva un’altezza inferiore al
previsto. E poi il Mose a Venezia, una macchina mangiasoldi
della cui utilità ancora si dubita da parte di molti. E via
discorrendo. Il settore delle opere pubbliche è una piaga
che dimostra incapacità di progettare e di controllare da
parte delle pubbliche amministrazioni. La “Salerno Reggio
Calabria” è l’immagine viva di questa realtà che ci fa
perdere la faccia di fronte al mondo, una situazione
possibile solo perché in un modo o nell’altro impediamo il
concorso di imprese straniere negli appalti di opere
pubbliche.
Per Roma sarebbe tuttavia ingiusto attribuire ad Alemanno il
concorso in questa brutta immagine della classe politica
della Città. È Sindaco da poco e non ha potuto scrollarsi di
dosso i condizionamenti dei partiti e delle lobby vicine ai
“palazzinari de noantri”, il peggio dell’imprenditoria,
privi di tecnologia, quella che avrebbe consentito di
realizzare rapidamente linee di metropolitana interrate e di
superficie. Forse non tutti sanno, ad esempio, che è
possibile lavorare nel sottosuolo a decine di metri di
profondità, anche a 50, con macchinari adeguati che
consentono di scavare velocemente, anche sotto i fiumi, là
dove non si trovano certo quei reperti archeologici che sono
l’incubo dei nostri imprenditori. La tecnologia costa,
richiede, accanto a macchine, uomini addestrati, che gli
imprenditori nostrani non possiedono. Modesti operatori
delle costruzioni che, anche quando espongono grossi bilanci
ed opere pubbliche, in realtà a livello europeo sono piccole
realtà. Grandi in Italia, minuscole in Europa.
Se non si esce da questa situazione, se le amministrazioni
italiane non recuperano capacità di programmazione e
progettazione e, soprattutto, di controllo nella
realizzazione delle opere, continueremo ad avere
infrastrutture inadeguate, costose, in tempi biblici.
Per uscire da questa situazione
occorre che la classe politica si convinca che la sua
immagine pubblica, quella che porta consensi elettorali, è
fatta di risultati e non di progetti sbandierati e di opera
a volte pluriinaugurate
secondo la politica del taglio del nastro.
Oggi Sul Corriere della Sera Sergio Rizzo (La
contabilità delle ambizioni) ha scritto che “Il partito
dei Giochi avrebbe dovuto ricordare che da troppi anni
sbagliamo, e per difetto, ogni preventivo. Di soldi e di
tempi. Non per colpa dei ragionieri, ma di una macchina
impazzita che macina ricorsi al Tar, arbitrati, revisioni
prezzi, varianti in corso d'opera, veti di chicchessia:
dalle Regioni alle circoscrizioni. Un impasto mostruoso di
burocrazia, interessi politici e lobbistici che spesso
alimenta la corruzione e ci fa pagare un chilometro di
strada il triplo che nel resto d'Europa. E in due decenni
non è cambiato proprio nulla. Anzi. Per rifare gli stadi di
Italia 90 abbiamo speso l'equivalente di un miliardo e 160
milioni di euro attuali, l'84% più di quanto era previsto?
Nel 2009 ci siamo superati, arrivando ai mondiali di nuoto
senza le piscine. In compenso, però, con una bella dose di
inchieste giudiziarie.
Questo è un Paese nel quale da dieci anni si monta e poi si
smonta, quindi si rimonta, per poi smontarla di nuovo, la
giostra del Ponte sullo Stretto di Messina: incuranti di
penali monstre che nel frattempo lo Stato si è
impegnato a pagare. Dove i costi della metropolitana C di
Roma esplodono in modo così fragoroso che non è possibile
immaginare quando e se la vedremo finita. E uno sguardo
andrebbe rivolto anche all'Expo 2015 di Milano, per cui la
Corte dei conti ha eccepito che “la complessità, l'onerosità
e la ridondanza delle strutture” decisionali rischia di
causare “difficoltà e disfunzioni sul piano operativo”.
Che dire? È inevitabile. Mi rifiuto. Dobbiamo mandare a casa
questa classe politica fatta di incompetenti e di molti
furfanti. Gente che ha dilapidato i bilanci dello Stato e
degli enti pubblici ed adesso pretende di salvare l’Italia
vendendo i gioielli di famiglia, quelli che nei secoli sono
stati realizzati con il sudore di milioni di italiani.
Mandiamo a casa questi mestatori i quali dovrebbero essere
interdetti dai pubblici uffici. L’Italia non li vuole più.
15 febbraio 2012
Le primarie di Genova
Un segnale solo per il Partito Democratico?
di Senator
Oggi i giornali sono impegnati a decrittare la vicenda di
Genova dove il Prof. Marco Doria, battitore libero, sia pure
sponsorizzato da Vendola, ha vinto le primarie battendo il
Sindaco uscente, Vincenzi, e la senatrice Pinotti, data per
vincitrice fino alla vigilia. Un nome che è parte essenziale
della storia della città, una cattedra universitaria, Doria
è il Pisapia genovese, come il Sindaco di Milano
appartenente ad una importante famiglia che un curriculum
professionale di tutto rispetto.
Come interpretare il “fenomeno Doria”? Certamente vi sono
più motivi per questa risposta, ma uno certamente non va
trascurato quello che fa emergere a sinistra, anzi diremmo
all’estrema sinistra, personalità delle professioni,
appartenenti all’alta borghesia, caratterizzate da forte
indipendenza rispetto all’apparato di partito con una
accentuata sensibilità nei confronti delle esigenze dei più
disagiati. Candidature che rischiano di erodere consensi a
destra, ad una destra in cerca di identità, che si è
spacciata come liberale, ma di liberale ha fatto
praticamente niente. Non ha liberalizzato, non ha abbassato
le tasse, come pure aveva promesso fin dal primo apparire
sulla scena nel 1994, non fa riformato la pubblica
amministrazione. In sostanza non ha governato se, avendo
gestito il potere governativo per il tempo più lungo negli
ultimi 18 anni ci ha lasciato con un debito pubblico
astronomico, aggravato da 120 miliardi annui di evasione
fiscale (dato Agenzia delle entrate) ed oltre 60 miliardi di
corruzione (dato Corte dei conti).
Ha sbagliato il centro a fare il proprio mestiere, ha
sbagliato il centrosinistra che nei già ricordati 18 anni ha
comunque gestito il potere e, all’opposizione, non ha saputo
svolgere un ruolo essenziale nelle democrazie, pungolare chi
governa e prepararsi a succedergli.
Ed è così che le preoccupazioni di Bersani, dopo le primarie
che hanno lanciato la candidatura di Doria a Sindaco di
Genova, devono costituire essere un campanello d’allarme per
Angelino Alfano, volonteroso segretario di un PdL in
trasformazione. Probabilmente anche alla ricerca di un nuovo
nome er di una nuova formula.
È improbabile che a destra si facciano le primarie come
abbiamo imparato a vederle nel Partito Democratico, ma è
certo che il popolo moderato, tradizionalmente
liberal-democratico, di ispirazione cattolica non potrà
stare a guardare dopo le delusioni dell’era Berlusconi
conclusasi con una stagione di lacrime e sangue,
repentinamente seguita a quella dell’ottimismo a tutti i
costi, quando avevano cercato di convincerci che stavamo
meglio degli altri, che s’intravedeva l’uscita dalla crisi,
anche perché il Presidente del Consiglio, il migliore degli
ultimi 150 anni, era anche quello che conservava il più alto
indice di gradimento.
In assenza di primarie, a destra possono determinarsi
aggregazioni nuove, capaci di sparigliare le carte e di
ricostruire un tessuto politico credibile. È il tentativo
che sta conducendo l’UDC, erede di una Democrazia Cristiana
che ha ancora un credito.
L’impegno di Casini in questo senso è evidente e il suo
moderatismo genera senz’altro attenzione e fiducia.
Tutto è in movimento. In quest’anno che ci separa dalle
elezioni può accadere di tutto, ma è certo che nulla sarà
come prima, perché vorrebbe significare la fine della
Grecia. Sarà Monti il leader del centrodestra o di una
grande coalizione. O Passera? È certo che per i partiti come
li abbiamo conosciuti sono tempi magri, a parte le
fondazioni e i “rimborsi” elettorali. Non sono più
credibili. Non hanno futuro.
14 febbraio 2012
EURO e DOLLARO: MORS TUA VITA MEA ?
di Europeo
"La democrazia funziona quando a decidere sono in due e
uno e’ malato"
(Winston Churchill)
Nella sua intervista al Time del 19
gennaio 2012 il presidente Obama ha affermato: "I think
we’ve been able to establish is a clear belief among other
nations that the United States continues to be the one
indispensable nation in tackling major international
problems" (1).
Se Winston Churchill ha ragione,
allora per Obama si può affermare che tutti gli altri non
esistono, salvo un altro solo, che però è malato.
Si può supporre che fingano di non
esserci “ancora “? Si può supporre che uno solo non stia in
buona salute di fatto o per calcolo politico?
Ma allora potrebbero decidere di
esistere, quell’uno solo potrebbe guarire e potrebbero tutti
scoprire che l’unico malato per davvero è chi si crede
unico medico “the one indispensable nation".
Cinque giorni dopo il presidente Obama
ha tenuto il discorso sulla stato dell’Unione: di fatto ha
lanciato la sua candidatura per il secondo mandato ed ha
tracciato il sentiero della sua campagna elettorale.
Ha detto testualmente: “Il
più grosso colpo alla fiducia nella nostra economia l’anno
scorso non è arrivato da eventi al di fuori del nostro
controllo. È arrivato dal dibattito a Washington sulla
domanda se gli Stati Uniti dovessero pagare il loro debito o
no. Nessuna riforma può esser fatta se non abbassiamo la
temperatura in questa città. Abbiamo bisogno di mettere fine
all’idea che i due partiti debbono rimanere bloccati in una
perpetua campagna di reciproca distruzione. Bisogna fare
squadra come i Navy Seal quando hanno attaccato ed ucciso
Bin Laden.
Qualcuno
di loro era democratico, qualcuno repubblicano. Non aveva
importanza perché tutti lavoravano ad una causa comune. Io
sono un democratico. Ma credo in ciò in cui credeva il
repubblicano Abraham
Lincoln”.
Ora si può fare a meno di esercitarsi
nel prevedere l’esito delle prossime elezioni presidenziali
negli Usa.
Comunque vada, il debito è lì e la
tentazione più forte per l’eletto di turno e per gli
interessi che lo manderanno alla casa bianca sarà quella di
far pagare il debito statunitense agli altri e di far
pagare agli altri pure il nuovo debito derivante
dall’esercizio di continuare ad essere “l'unica nazione
indispensabile per affrontare grandi problemi
internazionali”!
Tentazione a cui gli Usa hanno ben
volentieri ceduto negli ultimi 70 anni.
Soltanto che dopo 70 anni ora c’è chi
può decidere di esistere sulla scena mondiale: ed anche
l’ammalato europeo può decidere di affidarsi ad un altro
medico al minimo o, il che sarebbe meglio, decidere di
guarire.
La democrazia perciò potrebbe non
funzionare più alla “ Churchill “. E del resto è ora.
A pensarci bene proprio il Regno
Unito, che ha vinto la guerra, ha pagato in proprio il
prezzo maggiore al principio churchilliano: si è dovuto
ammalare per far funzionare la democrazia dell’altro “unico”
capitalista atlantico!
Se si parte da una diagnosi sbagliata,
si rischia di arrivare dritto dritto ad una terapia
disastrosa.
Per esempio potremmo applicare il
concetto espresso da Obama al sistema (?) monetario
internazionale e dedurne che “il dollaro continua ad
essere l’unica moneta indispensabile per affrontare i
maggiori problemi - monetari e quindi economici e finanziari
– internazionali”.
Così, dopo aver fatto ammalare la
sterlina inglese – in omaggio alla tesi di Churchill - e lo
yen giapponese – qui per riprendere alla grande “Madama
Butterfly” siamo al quasi suicidio - potrebbe venire la
voglia di “far fuori” l’euro.
Così si può risolvere con un solo
colpo il problema del debito statunitense facendo sparire
un concorrente e facendo ben capire alla Cina, all’India,
al Sud America, alla Russia, alla Turchia, all’Africa,
insomma a tutti gli altri che c’è un unico posto in cui si
deve investire e bruciare risparmi: la fornace dei dollari
Usa.
Il leader mangia prima dei gregari; se
ne resta mangeranno poi ….
Ironia del capitalismo: predica bene
“don’t put all eggs in one basket” e razzola male “vuole
tutte le uova foderate di dollari statunitensi”.
Perciò una diagnosi siffatta per
risolvere il problema del debito passato e futuro
statunitense potrebbe essere sbagliata.
Clemenceau aveva un tale risentimento
verso la Germania che non si fermò con la sconfitta di
quest'ultima nel novembre 1918.
Alla Conferenza di
Parigi del 1919 pretese che la Germania venisse messa in
ginocchio sia politicamente che economicamente, con la
imposizione di forti compensazioni di guerra e l'occupazione
militare del Reno. Aveva ottenuto tutto quello che voleva.
Sconfitto nella corsa alla Presidenza
della Repubblica nel 1920, si ritirò dalla vita politica.
Scrisse due libri di memorie: ne “La Grandezza e la Miseria
della Vittoria “predisse che ci sarebbe stato un altro
scontro con la Germania”!
In fondo ora il problema è sempre lo
stesso: la Germania.
Hamilton ha avuto un grande maestro
–Jean Baptiste Colbert – e due grandi allievi: la Meiji
leadership giapponese a partire dal 1860 e la Germania di
Federico List e di Bismarck.
A differenza del Giappone, la Germania
dopo la seconda guerra mondiale sta cercando un’altra strada
- l’Unione Europea – forse data la sua natura non insulare a
differenza del Giappone fatto di isole. E potrebbe essere la
strada vincente.
Il problema non è che l’allievo può
superare il maestro, ma è che questo successo se si
consolida porta il mondo in una direzione nuova.
Se si cerca di distruggere
l’esperimento ancora non consolidato si può commettere
l’errore di Clemenceau.
Questa volta però non si pone a
rischio il futuro della Germania e dell’Europa - che già di
per sè basterebbe a scatenare un nuovo putiferio mondiale –
ma si pone a rischio la prospettiva su cui vanno
incamminandosi Cina, India, Sud America, Africa, Paesi
arabi.
La direzione potrebbe essere quella
di ricomporre la politica ad un livello geopolitico
misurabile col potere del capitalismo.
Il potere di realizzare le cose e’
stato globalizzato dal capitalismo.
La capacità politica di decidere le
cose che devono essere fatte è rimasto nazionalizzato.
Nel suo ultimo bel libro sui paradossi della
globalizzazione, l'economista Dani Rodrik descrive il "trilemma"
dell'economia mondiale: democrazia, sovranità nazionale e
globalizzazione economica sono obiettivi che possono essere
perseguiti solo a coppie.
1)
Se si vuole perseguire la globalizzazione economica e
mantenere la sovranità nazionale bisogna rinunciare ad
elementi sostanziali di democrazia.
2)
Se si vuole salvare la globalizzazione e garantire allo
stesso tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna
rinunciare alla centralità della nazione in favore di
autorità democratiche globali.
3)
Se invece si intende salvare lo Stato nazione e la
democrazia politica, allora bisognerebbe avere la forza di
rinunciare alla globalizzazione.
Ma i buoi sono scappati già. Se la globalizzazione serve a
dare un migliore destino all’80% della popolazione mondiale
si devono accettare i rischi che comporta: quindi fuori
l’opzione 3.
La globalizzazione è figlia del capitalismo. E da ciò
nascono due grandi rischi.
Primo rischio. Il capitalismo non è eterno ed è già in
crisi. E quello che è più in crisi è il capitalismo
liberale: Usa, Europa.
Ora il nemico più implacabile del capitalismo è il
capitalismo: non s’è ancora visto uno scontro mondiale tra
sistemi socialisti e abbiamo dovuto subirne due tra sistemi
capitalistici.
In questa fase storica lo scontro sembra tra i due
capitalismi liberali, tra le due sponde dell’Atlantico con
gli altri capitalismi sociali che guardano- pour cause -
con più attenzione all’esperimento europeo e con più
diffidenza altrove.
Ma l’agonia del capitale potrebbe venire dallo scontro tra
capitalismo liberale indebolito dalle lotte intestine e
capitalismo sociale in crescita - Cina , Russia – avente o
meno per obiettivo la supremazia su Africa, Sud America,
India, Paesi arabi.
Secondo rischio. Il capitalismo è sempre più capitalismo di
stato: quello liberale per via della crisi e quello sociale
per via del sostrato politico su cui si è sviluppato.
La mano visibile degli interessi, delle corporazioni, delle
lobbies riesce sempre meglio a far pagare allo stato tutti
i fallimenti del mercato: si può dire che, con buon pace
della mano invisibile, gli spiriti “animali” del capitalismo
liberale sanno d’istinto dove andare a chiedere: lo stato.
Quanto ai newcomers del capitalismo sociale non fanno altro
che applicare la lezione statunitense o tedesca delle
origini: se proprio bisogna competere sul mercato globale
quale migliore tycoon nel board dello stato?
Un aggravamento della situazione – l’arresto della
globalizzazione ad esempio – potrebbe portare alla
trasformazione genetica del capitalismo: il socialismo di
stato trionfante ovunque in forti mercati nazionali con
rischi elevatissimi di conflitto per l’accaparramento di
risorse primarie: acqua, terre, energia, minerali.
La riduzione della probabilità di questa ultima disastrosa
deriva sta nella scomparsa dello stato- nazione e quindi
nell’eliminazione dell’opzione 3.
Ci resta un solo esperimento che appare meno rischioso:
per salvare la globalizzazione e garantire allo stesso
tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna
rinunciare alla centralità della nazione in favore di
autorità democratiche globali.
E questo esperimento appare il più idoneo a rispondere ad
altre sfide; in particolare la sfida che la tecnologia e la
scienza pongono alla democrazia e la sfida ambientale di
fronte cui sono impotenti governi nazionali e capitalismo.
E l’euro in questo scenario?
L’euro potrebbe essere la prima guerra di indipendenza
italiana; la prima costituzione statunitense; solo
qualcosa di più dello zollverein tedesco.
Non è certamente l’unità
risorgimentale dell’Italia, la federazione degli Stati Uniti
d’America, la piena unità nazionale tedesca del 1871.
Ma da grande sarà molto di più di
esse. Può consentire un nuovo ruolo agli Stati Uniti
d’America ed indicare un nuovo modo di fare politica
internazionale alle altre grandi aree del mondo.
L’euro è gli “ Stati Uniti d’Europa “
in fasce.
Bhagwan Shree Rajneesh ha scritto che ”anche una fiamma
appena accesa basta a disperdere un’oscurità antichissima“.
Un’oscurità come quella di dire: “the
one indispensable nation”.
Perciò la fiamma appena accesa
dell’euro deve essere alimentata e non spenta.
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(1)
Io penso che noi siamo stati in grado di stabilire una
chiara convinzione tra le altre nazioni che gli Stati Uniti
continuano ad essere l'unica nazione indispensabile per
affrontare grandi problemi internazionali.
14 febbraio 2012
Il traffico a Roma a quattro giorni dalla neve
Cronache da inefficientopoli
di Marco Aurelio
Eredi di un grande impero, che aveva fatto dell’efficienza
la ragione del suo successo, gli odierni amministratori
della Capitale si perdono in un bicchier d’acqua o, meglio,
in una spruzzatina di neve.
Se ne potrebbero raccontare tante.
Oggi ci fermiamo sulla situazione del traffico, il grande
trascurato dell’attuale giunta, della zona Monte Mario –
Belsito – Balduina che è collegata a Prati Delle Vittorie,
tra l’altro dalla cosiddetta “panoramica”, Viale Falcone e
Borzellino, che dalla Trionfale porta a Piazzale Clodio.
Ebbene, quel viale è chiuso dal giorno della nevicata. Certo
le sue curve sono pericolose per il ghiaccio, ma se a
qualcuno venisse in mente di intervenire per eliminare quel
po’ di neve rimasta ai bordi ed il ghiaccio che si forma la
notte si potrebbe ripristinare l’uso del viale favorendo il
deflusso delle auto dalla zona alta, che riceve il traffico
da Monte Mario e Torrevecchia Trionfale.
Invece questa mattina era intasatissimo viale delle Medaglie
d’Oro, in pratica la strada che raccoglie il 90 per cento
del traffico da Roma Nord. Mentre scendevo mi chiedevo come
mai nessuno avesse pensato di mettere dei vigili ai due
semafori dopo la Balduina verso piazzale degli Eroi per
accelerare il moto delle auto in fila. Sbagliato! Perché,
all’incrocio con via Marziale, due vigili (vigilesse)
c’erano, ma non per fluidificare il traffico ma per
presidiare la corsia preferenziale. Giustissimo il rispetto
della legge, ma l’esigenza prioritaria in quel momento era,
in un orario di punta (8-8,30), quella di facilitare il
deflusso delle automobili, anche per contenere l’inevitabile
inquinamento.
È questo il caso in cui quattro vigili intelligenti,
monitorando di minuto in minuto il flusso dei mezzi,
avrebbero potuto rendere più flessibile una situazione
irrigidita dai semafori.
Niente da fare, siamo amministrati da incapaci. Anche le
cose più ovvie, come rendere percorribile viale Falcone e
Borzellino che porta da Monte Mario un ingente numero di
auto (forse all’Assessorato alla mobilità pensano che Monte
Mario sia come il Gran Sasso!) o accelerare il traffico su
Viale delle Medaglie d’Oro diventa un problema,
irrisolto,anche quando risolvibilissimo.
8 febbraio 2012
I giovani e un modello di sviluppo inadeguato
Bamboccioni, sfigati, mammoni, siete il futuro d’Italia!
di Salvatore Sfrecola
Bamboccioni, sfigati, mammoni e chissà quanti altri
aggettivi inventeranno ancora i nostri “tecnici” al governo
che sul punto stanno deludendo, mischiando valutazioni
esatte con analisi insufficienti, quando non sbagliate.
Intanto sembrano confondere “posto fisso” con “posto sicuro”
e la mobilità con il precariato, creando malcontento e, in
qualche misura, pregiudicando le iniziative che vorrebbero
assumere per restituire flessibilità al mercato del lavoro.
Anche perché poi, inevitabilmente, si scopre che chi se ne
esce con certe improvvide affermazioni sui giovani ha i
figli, e forse anche i nipoti, ben “sistemati” in modo
stabile e vicino casa.
Ora non è dubbio che il lavoro sia una condizione essenziale
per l’uomo, con influenza determinante sulla vita personale
e familiare e sul suo inserimento nel contesto sociale,
tutti momenti dell’esistenza umana che hanno un’importanza
fondamentale e che concorrono a formare la personalità, il
suo equilibrio psichico la sua capacità di convivere con
altri nell’ambiente.
Lavoro significa, infatti, soddisfazione personale in
relazione alla gratificazione professionale (qualunque sia
il livello delle prestazioni rese), possibilità di disporre
di un reddito capace di assicurare una vita dignitosa, di
migliorare anche sul piano lavorativo, di farsi una famiglia
e di contribuire in questo modo allo sviluppo della società.
Con l’ovvia conseguenza negativa che la mancanza di lavoro
determina frustrazione, risorse insufficienti, incentivo
alla ribellione sociale.
Naturalmente la soddisfazione di queste esigenze non è
affatto semplice, trova delle limitazioni in relazione alla
situazione economica del Paese, ma non è dubbio che una
generalizzata mancanza di lavoro determina una crisi sociale
pericolosa per la democrazia.
La storia è piena di esempi di situazioni siffatte. Senza
andare lontano possiamo ricordare la crisi economica del
primo dopoguerra, dovuta in primo luogo alla riconversione
dell’industria bellica, alla difficoltà di una ripresa in
tempi brevi ed alla conseguente ribellione sociale di vaste
categorie di lavoratori, intellettuali ed operai, che
avevano perso il lavoro, magari per aver partecipato alla
guerra. Italia e Germania hanno vissuto il dramma di quegli
anni nei quali la classe politica dei due paesi non è stata
in condizione di assicurare la ripresa con le conseguenze
che tutti noi conosciamo, il Fascismo e il Nazismo.
È un problema, quello del lavoro, che il governo deve
affrontare. Non per assicurare un posto fisso, ma un lavoro,
che può anche essere a tempo, caratterizzato da mobilità, ma
deve assicurare condizioni economiche a tutti, ad evitare la
ribellione dei diseredati, una situazione che in termini
economici e sociali costa molto di più.
Poi vanno pensate misure idonee a dare certezza alle persone
che desiderano formarsi una famiglia e comprare una casa. Lo
abbiamo detto più volte e viene ripetuto giornalmente sui
giornali e nelle trasmissioni radiotelevisive. Chi ha un
lavoro a termine non riesce ad ottenere un mutuo per compare
casa. Qui possono intervenire lo Stato o le Regioni con una
garanzia sulla restituzione del mutuo. Darebbe certezza alle
banche e consentirebbe al lavoratore a tempo di investire e
contribuire in tal modo allo sviluppo dell’economia.
È evidente, infatti, che il lavoro, anche con una modesta
remunerazione, è un incentivo a migliorare, consente una
presenza sul mercato interno che sviluppa i consumi e, a
monte, la produzione, una condizione per nuovi posti di
lavoro. Inoltre la ripresa dei consumi porta nuove risorse
nelle casse dello Stato attraverso le relative imposte sugli
scambi, l’IVA.
A questo punto è evidente che lavoro, privatizzazioni,
liberalizzazioni ed ogni altra iniziativa della quale si
sente parlare dal Presidente del Consiglio e dai suoi
ministri “tecnici” non sono altro che tanti tasselli di un
disegno complessivo che non è ancora chiaro e che dovrebbe
delineare un modello di sviluppo per i prossimi anni. Un
modello italiano, con le sue specificità, all’interno di un
modello europeo, quando l’Europa cesserà di essere
un’espressione geografica, per divenire finalmente quella
potenza economica e politica che molti immaginano e che
tanti temono.
Quale modello di sviluppo per il nostro Paese? Non uno
qualsiasi, ad imitazione di altri paesi europei
caratterizzati da altre condizioni, diverse da quelle
proprie nostre, che sono storiche, ambientali, con
tradizioni forti in alcuni settori della cultura, dell’arte
e dell’artigianato, della moda che primeggia nel mondo.
Insomma questo Paese, che non può battere i mercati nella
produzione di automobili, tanto per fare un esempio, con
l’effetto di trascinare l’economia, ha delle specificità,
sulle quali spesso mi soffermo, che non temono concorrenza e
non suggeriscono delocalizzazioni. Penso, in primo luogo, al
turismo, una risorsa che stentiamo ad implementare,
coinvolgendo aree del Paese ancora fuori mercato per assenza
di infrastrutture viarie adeguate, di alberghi e ristoranti
al livello di flussi di visitatori molto interessanti, dalla
Russia ai paesi dell’Est, alla Cina, che si aggiungono ai
tradizionali ospiti europei ed americani.
Per sviluppare l’offerta turistica servono alcuni interventi
sul territorio e sul sistema museale e delle aree
archeologiche, che siano espressione di una moderna
concezione della rappresentazione del bene artistico in
condizioni di accesso a consistenti nuclei di visitatori.
L’Italia, dicevo poc’anzi, non teme confronti. Nessuno,
neppure la Grecia, dispone di templi della bellezza di
quelli di Paestum o di Agrigento, né aree del fascino del
Foro Romano o del Colosseo, che si può ripetere in tante
regioni, tutte straordinariamente ricche di opere d’arte di
tutti i periodi storici in un contesto ambientale
mozzafiato. Non c’è regione italiana che non abbia
un’attrattiva straordinaria con i suoi musei, i suoi palazzi
storici le sue chiese.
Cosa aspettiamo a puntare sulla nostra ricchezza, a
sviluppare l’unico settore che, in tempi rapidi, può
assicurare un rilevante numero di posti di lavoro certi e
duraturi.
Ma ci vuole serietà. Il ristoratore disonesto, che presenta
un conto stratosferico al turista per un pranzo modesto va
chiuso per sempre e tutti lo devono sapere, a cominciare dai
giornali del paese del turista. Così improbabili alberghi a
più stelle vanno cancellati se non offrono servizi degni
della categoria che rivendicano.
Ogni tolleranza è un danno enorme che si propaga sul tam
tam dei visitatori.
Ugualmente l’offerta turistica qualitativamente adeguata a
prezzi contenuti ha un effetto straordinario di diffusione
dell’immagine dell’Italia, perché ognuno che viene nel
nostro Paese e si trova a suo agio tornando a casa diventa
un ambasciatore del made in Italy, perché avrà
comprato la ceramica di Deruta o di Gubbio, una seta, una
borsetta di Prada o di Gucci, decanterà i vini meravigliosi
che punteggiano la geografia di tutte le regioni. E poi ogni
altro prodotto italiano gustato ed offerto agli amici di là
dai nostri confini. È l’indotto straordinario che, a parole
tutti comprendono, ma che di fatto nessuno coltiva in modo
adeguato a livello istituzionale.
Ora il nuovo Ministro del turismo, Gnudi, persona di cultura
e di esperienza manageriale, si né fatto garante di una
crescita. Ma già non se ne parla più. Sono certo che andrà
lavorando seriamente ma io vorrei che se ne parlasse ogni
giorno e che si mettessero in cantiere soprattutto
iniziative nuove, che offrono occupazione.
Ecco, l’Italia ha bisogno di un nuovo modello di sviluppo,
che non può essere una visione astratta della nostra
economia. Noi abbiamo una fiorente agricoltura, ma la nostra
manifattura nel settore della conservazione e della
trasformazione dei prodotti ortofrutticoli, a cominciare
dalle marmellate che spesso compriamo con denominazione
straniera ma fatta con frutta italiana, è ancora
insufficiente.
La materia è di competenza regionale. Il Ministro Gnudi
metta intorno ad un tavolo i responsabili regionali e li
inchiodi ad una responsabile programmazione di una grande
scommessa. Mettiamo in campo la nostra storia, fatta di arte
e di cultura, “prodotti” che non si possono taroccare e
riscopriamo il nostro ruolo nel Mediterraneo, che nasce da
una posizione geografica unica e dalla tradizione di Roma,
che è il nostro orgoglio ma anche la chiave che apre tante
porte perché quella tradizione che si ritrova nelle grandi
città dei paesi rivieraschi non sa di colonialismo ma di una
civiltà ineguagliata.
Riprendiamoci un po’ di orgoglio e portiamo avanti un
dialogo culturale nel quale possiamo vantare molte chance.
Impariamo a farne una ricchezza per il Paese.
7 febbraio 2012
Un nuovo ruolo per le Forze Armate
Ripensiamo la protezione civile
di Senator
Gli eventi
di questi giorni, il disastro della Costa Concordia,
le nevicate che hanno bloccato mezza Italia, fermato i
treni, fatto mancare acqua e luce in molte località, alcune
delle quali ancora isolate, hanno dimostrato che il nostro
Paese non è in condizioni di far fronte ad emergenze
ambientali che altrove generano minori problemi.
La polemica tra il Sindaco di Roma, Alemanno, ed il Capo
della Protezione civile, Gabrielli, dimostra innanzitutto la
difficoltà della politica di farsi trovare pronta, per
quanto sia ragionevole attendersi, dinanzi a situazioni
previste o prevedibili, sia un’alluvione, una nevicata o una
siccità, com’è accaduto alcuni anni indietro, cosa
gravissima per un territorio ricco di acque, come l’Italia.
Cominciamo da quest’ultimo caso. Tutti ricorderanno il Po in
secca e così gli altri fiumi in un’estate di fuoco, nella
quale si parlava di razionamento dell’acqua. Perché? Perché
gli acquedotti perdono oltre il 50% della loro portata,
perché non si fa manutenzione (costosa e di scarso impatto
sull’opinione pubblica), non si fanno più invasi
artificiali. Dopo la tragedia del Vajont, senza che nessuno
si sia posto il dubbio a suo tempo se fosse giusto fare una
diga a monte di alcuni paesi o alcuni paesi a valle di una
diga, se non dovesse prevedersi che per un attentato, un
terremoto, una guerra, la diga avrebbe potuto versare
l’acqua a valle, con valutazione della direzione che l’acqua
avrebbe assunto. Perché gli invasi artificiali, un tempo
funzionali alle centrali idroelettriche, un modo di produrre
elettricità a basso costo e senza inquinamento, avevano
anche estrema utilità nelle esteti calde, quando le aziende
idroelettriche mettevano l’acqua a disposizione delle
attività irrigue.
Così un anno l’acqua è mancata. Ci sono state le solite
polemiche, le denunce dei tecnici e dei politici più
accorti, poi il silenzio, fino alla prossima siccità.
Una penosa constatazione dell’incapacità di gestire, che
significa incapacità di prevedere e prevenire e poi operare.
Lo stesso nella vicenda delle nevicate di questi giorni.
Previste, come abbiamo sentito tutti noi che seguiamo i
notiziari meteorologici che ci avevano messo in guardia,
segnalando date e orari e l’intensità delle precipitazioni.
Per quanto è prevedibile, ovviamente, nei limiti di una
certa approssimazione, perché non è possibile, come vorrebbe
il Sindaco di Roma, che le informazioni meteo fossero
precise al millimetro, tanti centimetri e non più né meno.
Per cui è assurda la querelle sulle dimensione della
nevicata per chi ha cercato di giustificare l’inefficienza
dei servizi perché la Protezione Civile avrebbe indicato
qualche centimetro meno di neve rispetto a quelli
effettivamente caduti.
Non è questo il modo di gestire i pericoli e le emergenze. È
necessario che chi ha competenza in materia di protezione
civile eserciti le relative funzioni con ragionevole
prudenza. Per cui un sindaco che aveva disposto la chiusura
delle scuole, immaginando evidentemente del disagio per la
popolazione, avrebbe dovuto mettere in campo mezzi e uomini
ed i materiali occorrenti (alludo al sale) per affrontare
l’emergenza neve così come si sarebbe manifestata. Con un
po’ di sopravalutazione piuttosto che con una
sottovalutazione evidente nei fatti, con noncuranza, ma non
è necessaria una nevicata per accorgersene, del traffico
cittadino, un aspetto essenziale in una grande città, tra
l’altro capitale dello Stato.
Siamo stati sulla bocca di tutti nel mondo e sulle prime
pagine dei giornali perché una capitale non può andare in
tilt per pochi centimetri di neve, anche fossero 10, 20 o
30, al punto da chiudere gli uffici pubblici, compresi
quelli giudiziari, tanto che la seduta inaugurale dell’anno
giudiziario della Corte dei conti di Roma, che doveva
svolgersi oggi alla presenza del Capo dello Stato, non c’è
stata.
È stata la neve, ma ugualmente poteva essere un nubifragio,
a bloccare le strade urbane ed exaurbane allagate per
mancata manutenzione degli scarichi, anche in prossimità del
fiume, dove si formano aree allagate vicino ai ponti, come a
ponte Mazzini, a Roma, tanto per fare un esempio, che si
sarebbe potuto evitare chiamando qualcuno a fare un condotto
dalla sede stradale al fiume.
E che dire dei treni e delle autostrade, fermi per ore nelle
stazioni o in mezzo alla campagna o bloccate per molte ore,
per cui ho potuto sentire in televisione un camionista che
aveva attraversato l’Ungheria, con temperature mediamente di
15-20 sottozero, dire che lì le autostrade erano
percorribili senza l’insidia della neve e del ghiaccio.
I treni sono stati bloccati perché gli scambi si gelano. Un
problema irrisolvibile all’inizio del Terzo Millennio?
Quando esistono modi di riscaldare gli scambi con
strumentazione neppure particolarmente costosa.
Ma si sa. Contiamo sempre sulla fortuna che non sempre ci
assiste, ovviamente.
Qualcuno ha evocato Bertolaso, quasi se ci fosse stato lui
le cose sarebbero andate meglio.
Intanto Bertolaso, laddove la sua attività ha raggiunto
effetti positivi nelle varie emergenze che si sono
susseguite nel Paese (ogni anno c’è un terremoto almeno con
un po’ di danni, un’alluvione e qualche nevicata di
particolare consistenza), ha operato con altissimi costi,
tra l’altro utilizzando in primo luogo strutture dello
Stato, in particolare militari, e degli enti locali.
Per completare l’analisi va anche detto che ci sono stati
cambiamenti dopo il tentativo di trasformare la Protezione
Civile, che tra l’altro era divenuta strumento di intervento
per ogni evenienza, compresi i “grandi eventi”, in una
società per azioni sottratta ad ogni controllo.
Ne è risultata una Protezione Civile depotenziata, messa in
difficoltà quanto ai tempi di intervento dal necessario
preventivo concerto con il Ministero dell’economia, oltre
che da un controllo preventivo della Corte dei conti sulle
ordinanze di protezione civile che non è certo funzionale
alla gestione dell’urgenza.
Occorrerà, dunque, riconsiderare l’organizzazione del
sistema Protezione Civile perché persegua gli obiettivi
previsti nel migliore dei modi ai costi più contenuti.
Come riorganizzare la Protezione Civile? Me lo sono chiesto
più volte seguendo le vicende delle tante crisi dovute a
terremoti ed alluvioni nelle quali i responsabili hanno
utilizzato di tutto, miliari, imprese civili, volontari, per
scavare, assistere, alloggiare, alimentare le persone, per
creare infrastrutture provvisorie, per ripristinare quelle
inagibili. E mi sono fatto l’idea che la Protezione civile,
sotto la supervisione di un funzionario con funzioni di
coordinamento e direzione, debba essere costituita
essenzialmente dalle Forze Armate le quali dispongono, in
via permanente, dei mezzi e degli uomini per intervenire.
Dal genio militare che dispone di mezzi per tutte le
evenienze, che può costruire ponti, sistemare tendopoli,
ripristinare strade dissestate, reti.
Le Forze armate hanno una presenza sul territorio con mezzi
che consentono il monitoraggio dei luoghi. Pensiamo agli
Alpini, per le montagne, alla Marina per le coste. Pensiamo
alla disponibilità di mezzi per l’assistenza, delle
ambulanze, degli ospedali militari, delle cucine da campo,
dei ponti radio per le comunicazioni.
Perché questo non accade, anche se poi sono le Forze Armate
ad intervenire per prime sotto l’egida della Protezione
Civile?
Credo che abbiano concorso due fattori negativi. Da un lato
una certa diffidenza dei partiti per le Forze Armate, quasi
l’impegnarle in via preponderante e permanente determinasse
un rischio per la democrazia. Dall’altro lato sono state le
stesse Forze Armate, soprattutto negli anni ’90, a
respingere l’idea, come se l’intervento dei protezione
civile costituisse una deminutio in relazione alla
“vocazione” militare, diremmo “combattente” dei militari.
Sbagliano entrambi i fautori delle due opinioni. Intanto le
nostre Forze Armate non hanno mai avuto una vocazione
golpista e comunque è facile controllare la gestione della
struttura. Inoltre credo che l’immagine delle Forze Armate
sarebbe estremamente positiva agli occhi della gente,
soprattutto dei giovani che vi operano, in un’attività di
soccorso alle persone e di difesa del territorio e
dell’ambiente. Credo che sarebbe un ruolo esaltante, per
nulla meno importante di quello di difesa in armi la Patria.
Perché anche il soccorso, l’ambiente, la tutela del
territorio sono espressione nobile della difesa della
Patria.
È questa la mia proposta, considerato che l’emergenza
richiede organizzazione e coordinamento che sono tipiche
espressioni del mondo militare, come la disciplina,
necessaria quando si lotta contro il tempo.
C’è, poi, il problema dell’approvvigionamento dei mezzi
necessari per intervenire. È ovvio che acquisti programmati,
monitorati e controllati, come è possibile nelle Forze
Armate che dispongono di procedure ben ordinate darebbe
garanzie di risparmio della spesa e di economicità della
gestione.
Una proposta o, se volete, una provocazione alla ricerca di
una migliore organizzazione della quale l’Italia ha estremo
e urgente bisogno.
6 febbraio 2012
A proposito di una multa per
eccesso di velocità. In Inghilterra un ministro si dimette
per aver detto il falso
di Senator
Verrà
processato per eccesso di velocità. Intanto il ministro
dell'Energia britannico, Chris Huhne, si è dimesso, perché
aveva affermato che l’infrazione l’aveva compiuta l’ex
moglie.
“Abbiamo concluso che ci sono prove sufficienti per accusare
Huhne e la ex moglie di aver interferito con il corso della
giustizia”, ha detto il procuratore Keir Starmer. L'accusa
contro Huhne è quella di aver falsamente attribuito nel 2003
all'allora moglie Vicky Pryce una multa per eccesso di
velocità. La vicenda è emersa dopo la separazione della
coppia.
Nel Regno Unito non è concepibile che un ministro menta
anche su una vicenda banale come l’attribuzione di una multa
per eccesso di velocità. In Italia a violare il Codice della
Strada, con diminuzione dei punti patente, sono, di solito,
le mamme ottantenni, arzille vecchiette scoperte a
confondere le nostre strade statali con un circuito da
Formula 1. Così figli e parenti vari evitano la sanzione
della diminuzione dei punti della patente scaricando su
mamme e nonne gli effetti dell’infrazione.
Sembra una banalità, una bugia per non apparire
automobilisti indisciplinati, e tale la considereranno molti
italiani abituati a ben altre bugie di politici, su case e
cose.
Il fatto è che l’etica pubblica sembra più materia per saggi
dotti o conferenze brillanti che regola di vita in chi
ricopre una funzione istituzionale. “Non è superfluo
ricordare di questi tempi che l’etica pubblica non può che
essere condivisa – scrive Michele Vietti nel suo “La fatica
dei giusti” – perché chi parla in nome di altri (si pensi ai
poteri rappresentativi elettivi o alle responsabilità
dell’alta amministrazione del governo) o chi decide per
conto di altri (e qui entra in gioco il sistema della
giustizia) deve rendere conto a questi “altri” delle
motivazioni delle proprie azioni”.
L’etica pubblica impone, dunque, comportamenti corretti,
anche personali, perché la persona che riveste un ruolo
istituzionale deve non solo essere ma anche apparire
rispettosa delle regole. Il che vuol dire che anche
l’immagine conta, che in un Paese di antica democrazia, come
l’Inghilterra, nel quale il rispetto del cittadino è
fondamentale, un ministro non può dire una bugia
all’autorità preposta al rispetto della legge. Come in
Germania, dove un Ministro che venti anni prima (!) aveva
scopiazzato nello scrivere la tesi di laurea si è dovuto
dimettere.
Eppure continuiamo a ricordare della “moglie di Cesare”, di
colei che non poteva neppure essere sospettata di un
comportamento scorretto.
Dobbiamo ritrovare una moralità pubblica che tenga fuori
dalle sedi istituzionali, politiche ed amministrative,
coloro i quali vengono meno a regole giuridiche e
deontologiche. È la condizione perché la politica venga
considerata dalla legge una nobile attività nell’interesse
del bene comune e non una cosa sporca, come sono convinti
molti italiani, che giustifica ogni nefandezza, dalle
scorrettezze politiche alla disinvolta gestione del denaro
pubblico.
Riusciremo a recuperare questi valori?
4 febbraio 2012
Con Gianni Barbacetto, Giuliano Pisapia,
Bruno Tabacci e Marco Travaglio
A Milano Di Pietro ricorda i 20 anni di “Mani pulite”
di Salvatore Sfrecola
A
Milano, il–
17
febbraio, alle ore 17, al Teatro Elfo Puccini, Antonio Di
Pietro
organizza un incontro per
ricordare l’inizio di “Mani pulite”, l’inchiesta
che è stata un tassello importante della lotta alla
corruzione in Italia.
20
anni da Mani Pulite (e
rubano ancora), scrive il leader dell’Italia dei valori in
una mail inviata a quanti si riferiscono al suo impegno
politico.
Il
17 febbraio, alle 17. “Infatti – scrive Di Pietro - quel
giorno, a quell’ora,
cade il ventesimo anniversario dall’arresto di Mario Chiesa.
Di lì a due anni nelle
aule giudiziarie di Milano furono chiamati leader ed
esponenti dei partiti per parlare di un sistema di potere,
fatto di commistioni tra affari e politica, che aveva
portato l’Italia
sull’orlo della bancarotta. A tanti anni di distanza
poco o niente è cambiato. Anzi quel sistema si è
ingegnerizzato, affinato e la politica ha tentato di
demonizzare la magistratura, ha depenalizzato quei reati,
come il falso in bilancio, in modo da poter agire
indisturbata”.
“In questi giorni – scrive il leader dell’IdV - , l’operazione
rischia di completarsi e il
cerchio è pronto a chiudersi con la denigrazione e la
delegittimazione di quei giudici che venti anni fa,
rispondendo al dettato costituzionale, individuarono la
malattia presente nei partiti. Non è certo un caso che oggi
i media e i noti soloni della politica si apprestino a
ricordare quella data con un inedito, seppur scontato,
copione: una rivisitazione strumentale di quelle vicende, al
fine di riabilitare e giustificare personaggi e metodi che
sono ancora in auge.
Infatti, in questi salotti mediatici per ricordare Mani
Pulite, troviamo volti conosciuti alle aule giudiziarie di
quel tempo. Coloro che avevano snocciolato cifre e dettagli
sulle tangenti, adesso si affrettano a smentire la
testimonianza rilasciata ai giudici, scritta e sottoscritta,
e parlano di abuso dell’autorità
giudiziaria.
Insomma gli imputati di allora si ergono a giudici. Così in
una storia tra guardie e ladri le parti si invertono. Un’operazione
scientifica, fatta al fine di giustificare l’operato di
dirigenti
politici, di logge massoniche e di comitati d’affari,
noti alle cronache di
questi anni, di questi giorni, come a quelle dell’’epoca.
È un modo per mettere tutto nel
calderone, per appannare e nascondere la verità.
La morale di quanto sta avvenendo è che oggi, come allora,
il Parlamento cerca di fermare l'azione dei magistrati.
Quando c'era “Mani pulite”, ci provarono con il decreto
Biondi, oggi con la norma “anti-toghe” inserita nella
Comunitaria. Si tratta di una legge che è una vera e propria
vendetta, un ammonimento nei confronti dei magistrati.
Sembra proprio di tornare al lontano febbraio del '92,
quando stavamo scoprendo le malefatte del Palazzo e, dentro
le aule di Camera e Senato, tutti si facevano scudo
dell'immunità parlamentare, etichettando come semplici
mariuoli’
quelli che erano, in realtà, gli anelli terminali della
catena. Anche oggi, mentre i cittadini assistono allibiti
alle ruberie della casta, agli illeciti finanziamenti, e i
magistrati portano alla luce reati gravissimi, la classe
politica, invece di prendere provvedimenti contro coloro che
violano la legge, pensa a punire i giudici per autotutelarsi.
La
votazione di ieri ha reso evidente l’esistenza
di una P2 parlamentare che si è nascosta dietro al voto
segreto ed ha messo in atto la propria vendetta. Insomma, mi
sembra proprio che nulla sia cambiato in questi vent’anni”.
Fin qui Antonio Di Pietro che al Teatro Puccini sarà con
Gianni Barbacetto, Giuliano Pisapia, Bruno Tabacci e Marco
Travaglio.
È certo che la corruzione in Italia dilaga, come dimostrano
i dati forniti dalla Corte dei conti che ha stimato in 60
miliardi di euro il “costo” ogni anno di questi illeciti che
hanno effetti devastanti sul Paese e sulle imprese serie,
quelle che non accettano di ricorrere a scorciatoie illecite
per ottenere appalti e forniture. Ecco l’effetto ulteriore,
l’espunzione dal mercato delle imprese migliori, con effetti
negativi sull’esecuzione delle opere, come attestano i costi
lievitati oltre ogni ragionevole misura, per non dire della
loro realizzazione in tempi superiori (il più delle volte di
anni) a quelli preventivati, spesso con gravi difetti, come
attestano quasi quotidianamente le denunce di “Striscia la
notizia”, il giornale satirico di Canale 5.
Insomma, la corruzione è il grande male di questo Paese che,
unito alle dimensioni dell’evasione fiscale, 120 miliardi
secondo il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio
Befera, costituisce un peso insopportabile. Circa 200
miliardi annui che potrebbero eliminare rapidamente il
nostro pesante debito pubblico che ci mette in difficoltà in
Europa e rende poco appetibili i nostri titoli di Stato.
Senza corruzione ed evasione fiscale questo Paese potrebbe
vivere serenamente assicurando servizi efficienti ai
cittadini ed abbassare il peso delle imposte. Ne
risentirebbero positivamente i consumi e l’occupazione.
C’è molto da fare, dunque. Non c’è solo bisogno di controlli
più efficienti e di mettere a disposizione della
magistratura strumenti idonei per contrastare l’illecito, ma
di procedure trasparenti che non consentano facilmente
l’inserimento di interessi criminali.
Ma soprattutto ci vuole un risveglio di valori, il ritorno
ad un’etica pubblica che un tempo ha caratterizzato la
politica nel nostro Paese, ai tempi in cui governavano
Camillo di Cavour e Quintino Sella e, più di recente, Luigi
Einaudi ed Alcide De Gasperi.
4 febbraio 2012
Traffico in tilt per la neve a Roma
Niente sale (in zucca)
di Viator
Traffico in gravi difficoltà a Roma per pochi centimetri di
neve. Caos sulle strade urbane ed extraurbane, compreso il
Grande raccordo anulare. Automobilisti in panne per ore.
Naturalmente se la sono presa tutti con il Sindaco, come
hanno documentato questa mattina i notiziari radiotelevisivi
che hanno dato voce alla protesta degli automobilisti
intrappolati un po’ ovunque in una città con zone collinari
dove tutto diventa più difficile. Ma anche in basso, come
nella zona di Saxa Rubra, dov’è il centro di produzione RAI,
di cui hanno riferito in diretta gli stessi giornalisti del
TG3 che la situazione hanno subito ieri sera e questa
mattina. Alcuni sono rimasti in loco.
Perché prendersela con il Sindaco Alemanno? È preso detto.
Come hanno osservato alcuni automobilisti incolonnati in
strada, il “pericolo neve” era noto da diversi giorni, tanto
è vero che i notiziari radiotelevisivi hanno indicato da
giorni il giorno nel quale a Roma avrebbe nevicato. Quali le
misure adottate? Non si conoscono. Sembra che solo un quarto
dei mezzi pubblici disponga di catene o di gomme da neve.
Certo la Città non è abituata alla neve, per cui talune
precauzioni, adottate normalmente in località del Nord dove
nevica sistematicamente ogni anno, potrebbero sembrare
eccessive e dispendiose. Ma il sale? Almeno il sale
l’amministrazione comunale poteva procurarselo, organizzando
la sua distribuzione sulle strade della città, magari con
l’aiuto dell’Esercito e delle altre Forze armate che
dispongono di uomini e mezzi.
E non c’è dubbio che il Comune in proposito abbia fallito
proprio su un punto fondamentale per chi amministra, la
previsione degli eventi e la prevenzione degli effetti
negativi. E così i romani e quanti nella Capitale d’Italia
operano o si erano recati ieri per lavoro o turismo sono
rimasti intrappolati nella “morsa del gelo” per pochi
centimetri di neve.
Il fatto è che è mancato il sale, sulle strade e nella zucca
degli amministratori, come si usa dire.
4 febbraio 2012
Riflessioni sulla responsabilità civile dei magistrati
E se a “sbagliare” è il giudice d’appello?
di Salvatore Sfrecola
C’è un argomento ricorrente nella polemica sulla
responsabilità civile dei magistrati, il giudice che si vede
riformata la sentenza in appello ha sbagliato, dunque deve
pagare per i danni causati alla parte indagata e condannata
in primo grado.
L’affermazione – stavo per scrivere “il ragionamento”, poi
mi sono accorto che non è così – è semplicistica. Parte dal
presupposto che la sentenza di secondo grado accerti una
“verità giudiziaria” negata in primo grado per colpa del
giudice (ma lo sanno questi nostri “legislatori” che
pressoché in tutti gli ordinamenti chi è condannato in primo
grado è un “presunto colpevole”, mentre da noi è “presunto
innocente” fino a che non intervenga una sentenza che le
lungaggini del codice e degli avvocati spesso interviene
solo per pronunciare la prescrizione).
Non è quella “la verità”. In primo luogo perché il giudice
d’appello può disporre di elementi che il primo giudice
ignorava o che gli erano stati prospettati in modo sbagliato
o possono esserci fatti nuovi. Un pentito affidabile le cui
dichiarazioni sono state attentamente vagliate può cambiare
versione, una prova pur correttamente acquisita può essere
oggetto, a seguito di una nuova perizia, di una diversa
valutazione del giudice di secondo grado.
Tutto questo è fisiologico, tutto questo è accaduto e non
vuol dire che il primo giudice abbia “sbagliato”, non dico
per dolo ma neppure per colpa grave, cioè per quella
negligenza e imperizia inescusabili che incardinano una
qualche responsabilità.
Ma, poi, non è accettabile il mito secondo il quale la
ragione sta nella pronuncia del giudice di secondo grado
perché può accadere, ed è accaduto, che in Cassazione la
sentenza d’appello venga annullata con rinvio a nuovo
giudice.
Tutto questo per dire che la materia della responsabilità
civile del magistrati che, contrariamente a quanto si crede,
è attualmente disciplinata dalla legge, è estremamente
complessa in quanto attiene all’esercizio della funzione
giurisdizionale, certamente la più importante e delicata tra
le funzioni dello stato perché attiene alla pacifica
convivenza della comunità, sia per quanto riguarda la
giustizia penale, quale espressione della funzione punitiva
dello stato per evitare la vendetta della vittima o dei suoi
familiari – ne cives ad arma veniant si diceva un
tempo – sia per quanto concerne la giustizia civile, che
deve assicurare certezze in ordine ai rapporti contrattuali
come per quanto attiene alla responsabilità
extracontrattuale, quella che scatta a seguito della
violazione del principio del neminem laedere, la
cosiddetta responsabilità aquiliana, dalla lex aquilia
che la disciplinava in diritto romano.
Questa essenziale funzione dello stato è esercitata da
pubblici funzionari, reclutati sulla base di una severa
selezione, in nome dello stato, anzi in nome del popolo
italiano, per cui ogni responsabilità per eventuali danni
provocati dai “giudici dello stato” ricade sullo stato che
risarcisce il privato. Lo stato, poi, si rivarrà sul
magistrato ove questi abbia causato il danno (il
risarcimento del danneggiato per effetto dell’attività
giudiziaria) con condotta inescusabile che l’emendamento
approvato ieri alla Camera qualifica in vario modo.
Secondo le nuove disposizioni "chi ha subito un danno
ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un
provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in
violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave
nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di
giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto
riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei
danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che
derivino da privazione della libertà personale. Costituisce
dolo il carattere intenzionale della violazione del
diritto".
Sempre secondo quanto prevede la norma, "ai fini della
determinazione dei casi in cui sussiste una violazione
manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice
abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano
la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare
riferimento al grado di chiarezza e di precisione della
norma violata, al carattere intenzionale della violazione,
alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto. In
caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve
tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione
adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione
europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio
pregiudiziale ai sensi dell'articolo 234, terzo paragrafo,
del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonché
se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della
Corte di giustizia dell'Unione europea".
L'emendamento, si sostiene, trarrebbe origine da una
sentenza della Corte di giustizia delle comunità europee in
cui si è stabilito che c'è contrasto tra il diritto
comunitario e una legislazione nazionale che esclude in
maniera generale la responsabilità dello stato membro per i
danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del
diritto comunitario "imputabile a un organo giurisdizionale
di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa
risulta da un'interpretazione delle norme giuridiche o da
una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale
organo giurisdizionale".
La sentenza individua un contrasto anche tra il diritto
comunitario e "una legislazione nazionale che limiti la
sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o
colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse
ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato
membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa
una violazione manifesta del diritto vigente".
L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha protestato e
minaccia lo sciopero. Ma a ben vedere dovrebbero essere i
cittadini a protestare perché la norma introdotta nella
legge comunitaria (ma che c’entra la responsabilità dei
giudici con quella materia?), immaginata come riferita al
processo penale, si applica evidentemente anche al processo
civile, con l’effetto che una controversia che vedesse una
domanda risarcitoria contro un colosso economico (persona
fisica o giuridica) potrebbe mettere in difficoltà il
giudice nel timore che, eventualmente danneggiando il
potente per aver adottato, ad esempio, una misura cautelare,
possa un domani essere chiamato a risarcire una danno che
non ha certamente voluto ma che potrebbe essere stato
determinato da una scelta del giudice il quale “abbia
ignorato la posizione adottata eventualmente da
un'istituzione dell'Unione europea” (ma potrebbe averla
solamente interpretata in modo diverso) o “non abbia
osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi
dell'articolo 234, terzo paragrafo, del Trattato sul
funzionamento dell’Unione Europea”. Anche qui siamo in una
materia opinabile, che attiene all’interpretazione propria
del giudice. Infatti il “rinvio pregiudiziale” è previsto
“quando una questione del genere (di interpretazione n.d.A.)
è sollevata in un giudizio pendente davanti a una
giurisdizione nazionale avverso le cui decisioni non possa
proporsi un ricorso giurisdizionale di diritto interno, [per
cui] tale giurisdizione è tenuta a rivolgersi alla Corte dei
giustizia”.
Com’è evidente dall’intero emendamento è sempre in
discussione la funzione dell’interpretazione del giudice,
cioè il suo ruolo fondamentale, com’è ugualmente evidente
che la norma attua – nell’intensione o meno dei promotori –
una intimidazione dei magistrati i quali, per non avere
guai, potrebbero essere indotti a dare ragione al più forte
in una controversia di rilevante interesse economico.
Infatti tutte le qualificazioni della condotta “colposa” del
magistrato sono un fumo negli occhi per nascondere la verità
che abbiamo appena detto, perché solo in casi rarissimi e
patologici ci sarà un magistrato che decide dolosamente (e
va condannato prima di tutto all’interno dell’ordinamento
giudiziario), mentre quando si fa riferimento “al grado di
chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere
intenzionale della violazione, alla scusabilità o
inescusabilità dell'errore di diritto” si introducono
parametri di riferimento ampiamente opinabili.
Insomma, si è fatta tanta confusione per la soddisfazione di
giornalisti superficiali e di politici di basso conio che
ripetutamente s’ingegnano a minacciare i magistrati per
poter fare quello di cui le cronache dei giornali anche oggi
sono piene: affari.
E il cittadino comune? Non interessa perché se chi propugna
la riforma della Giustizia, che poi, in realtà, riguarda
solo l’attività dei magistrati, volesse realmente
soddisfare le esigenze dei cittadini si dovrebbero
introdurre riforme dirette ad accelerare la durata dei
processi sia civili e penali. I primi perché la certezza del
diritto in tempi ragionevoli va assicurata a tutti, i
secondi perché, ugualmente, chi è indagato e la parte offesa
devono nel minor tempo possibile vedere l’effetto della
pronuncia del giudice. Per cui vanno eliminate tutte quelle
inutili procedure che il nostro ipergarantismo ha introdotto
nei codici dei processi ed in conseguenza delle quali la
Corte di cassazione ha un numero di processi che nessuna
corte suprema conosce al di qua ed al di là dell’oceano.
3 febbraio 2012