"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)
Miti e realtà della spesa pubblica
di Salvatore Sfrecola
La spesa pubblica è da sempre sotto accusa da parte della
classe politica e di quanti si occupano della crisi
finanziaria che vive il nostro Paese. Il tema è affrontato
in vario modo, spesso superficialmente, ma la conclusione è
sempre la stessa: il livello della spesa toglie risorse allo
sviluppo e l’Italia non può permetterselo. E dunque arrivano
da ogni parte proposte di riduzione degli stanziamenti di
bilancio, soprattutto mediante riduzione del personale e
delle attribuzioni (ad esempio con la “semplificazione” di
cui si parla oggi al Consiglio dei ministri!).
L’esigenza c’è, è reale ma è stata troppo spesso affrontata
in modo semplicistico, come dicevo. Ad esempio con i “tagli
lineari” nei quali si è prodotto ripetutamente il Ministro
dell’economia dell’ultimo governo Berlusconi, Giulio
Tremonti. Un disastro, una mossa rozza, meno tot per cento a
tutti, con l’effetto di toccare solo alcuni, il più delle
volte con effetti che a questo punto è difficile ritenere
non voluti. Nel settore della cultura e della ricerca, ad
esempio, enti con modesti bilanci sono stati strozzati.
Eppure la cultura non è un lusso, ha un ruolo all’interno ed
all’esterno del nostro Paese che continua ad essere un punto
di riferimento di molti studiosi e studenti nel settore
dell’arte, della musica, della lingua. Un modo per farci
conoscere ed apprezzare anche all’estero, anche in realtà
difficili dove l’Italia può vantare una stima generalizzata
della sua storia politica, istituzionale, culturale. Penso
al medio oriente dove archeologi e studiosi di lingue e
religioni vantano un credito che non hanno altri paesi
mediterranei, come la Francia, ad esempio, erede di un
colonialismo senza scrupoli.
Ebbene, ridurre la spesa pubblica si può ed anzi, nelle
condizioni attuali, si deve. Ma è necessario valutare
attentamente qual’è la produttività della spesa nei vari
settori, per capire se e dove si deve tagliare e se si
taglia da una parte per trasferire le risorse o metterle in
cassa.
Facciamo un esempio che la gente capisce, quello della
sanità, perché, quando la gente si ammala è in condizione di
valutare l’effetto dell’organizzazione predisposta dalla
Aziende sanitarie.
In questo caso è relativamente facile che degli esperti di
gestione della sanità e dei bilanci valuti se le risorse
impiegate rendono un servizio caratterizzato da efficienza,
efficacia ed economicità. È vero che sembra più facile a
dirsi che a farsi, ma è certo che per persone esperte è
facile verificare se ci sono sprechi, se c’è una abnorme
proliferazione i reparti e, quindi, di responsabili, se le
attrezzature destinate ad analisi e ad accertamenti
diagnostici sono utilizzate in modo funzionale al numero dei
pazienti o ci sono spazi di inazione che allungano le
degenze o rimettono a studi convenzionati attività che le
ASL potrebbero effettuare.
Sono esempi. Ma se, com’è noto, vi è una notevolissima
diversità tra i costi di gestione nelle varie regioni
d’Italia e non è facile individuare i cosiddetti “costi
standard”, questo non deve impedire di giungere rapidamente,
anche utilizzando rilevazioni statistiche, ad una
definizione dei costi “giusti”, sfoltendo l’organizzazione
di uomini e strutture.
Questo vale anche per le strutture amministrative
ministeriali, alcune delle quali svolgono funzioni che
potrebbero essere rimesse agli enti locali, per concentrare
l’attenzione su funzioni primarie, necessarie allo sviluppo
del Paese. Per tutti, in materia di patrimonio storico
artistico, l’Italia ha bisogno di storici dell’arte e di
esperti di restauri perché “il nostro petrolio” non perda
quell’appeal che porta nelle nostre città d’arte e
nelle aree archeologiche milioni di turisti ogni anno, con
un apporto al PIL che, per la prima volta, sento preso in
considerazione dal Governo Monti nelle dichiarazioni di
alcuni ministri. Mi riferisco a Passera (Sviluppo economico)
e a Gnudi, il Ministro del turismo.
Questa ricognizione è necessaria premessa di ogni razionale
riduzione della spesa pubblica. Perché la spesa, per essere
eccessiva, deve essere prima di tutto improduttiva,
altrimenti non è da ridurre.
La stessa cosa, ma del tema tornerò ad occuparmi nuovamente,
riguarda il patrimonio immobiliare, che si vuol vendere. È
giusto farlo, ma quella ricchezza, dovuta al sacrificio di
milioni di italiani nel corso dei secoli, non va svenduta.
Il patrimonio va utilizzato, ove possibile, o venduto per
trasformarlo in altre utilità perché spero che qualcuno dica
al Presidente Monti che moltissimi uffici statali, civili e
militari, sono in locazione. Ciò che a tutti appare
inverosimile, considerate le dimensioni del patrimonio
immobiliare pubblico che con estrema disinvoltura viene
ceduto ad enti locali che spesso se ne servono solo per fare
cassa.
Il governo ha una vita a tempo, necessariamente. Al più a
maggio del 2013. Il tempo è poco ma l’avvio di una riforma
seria dell’amministrazione e del patrimonio non può
attendere. Perché l’amministrazione è la forza dei governi,
come sa bene il Ministro della funzione pubblica, Filippo
Patroni Griffi, che la conosce a fondo, e perché il
patrimonio è la casa della famiglia pubblica.
27 gennaio 2012
A proposito del Comandante Schettino
Der Spiegel antitaliano
("Italienische Fahrerflucht").
Ma non è una novità! Si vendica di un certo
Giulio Cesare
di Senator
Alla vigilia del
“Giorno della memoria”, la ricorrenza della liberazione del
campo di concentramento nazista di Auschwitz il famoso
settimanale tedesco non fa neppure la mossa di una
riflessione sulla tragedia degli ebrei e di quanti Hitler
considerava persone inutili, ma, con un articolo del Signor
Jan Fleischhauersulla versione on-line, se la prende con gli
italiani per la vicenda della Costa Concordia, con gli
italiani, non con il Comandante Schettino.
L’attacco al nostro
Paese ed al suo ''carattere nazionale'' si è meritato
l’energica replica dell'Ambasciatore d’Italia a Berlino,
Michele Valensise. ''Gli argomenti di quell'articolo - ha
scritto in una lettera al settimanale - sono tanto offensivi
nei confronti dell'Italia quanto privi di fondamento. Mi
meraviglia che una testata autorevole dia spazio ad
affermazioni cos
volgari e banali''.
''Gentile Direttore
– ha scritto Valensise -, sono stupito e contrariato”.
''Credo naturalmente nella libertà di critica'', ma
''colpisce soprattutto, tra tanti luoghi comuni, che il
giornalista accomuni con disinvoltura le responsabilità di
una singola persona a quelle di un intero popolo. Capisco il
desiderio di Spiegel on line di scrivere qualcosa di non
politicamente corretto, ma questa volta si tratta di una
provocazione gratuita che rimando al mittente, anche a nome
dei miei connazionali che hanno espresso indignazione per lo
scritto. Perché tirare in ballo tutti gli italiani?''.
''Fleischhauer -
aggiunge l'Ambasciatore - non si è accorto che accanto al
comportamento del Comandante della Costa Concordia, peraltro
oggetto di indagine giudiziaria, vi sono state istituzioni e
persone che hanno dato il meglio di sé‚ per salvare vite
umane e limitare i danni dell'incidente? Ed è veramente
convinto dell'inaffidabilità addirittura di tutta una
Nazione?''. ''Fleischhauer lasci perdere le generalizzazioni
fondate sulla razza - conclude -. Sono cose del passato, che
nessuno rimpiange. Si rilassi e venga a trovarci in Italia.
Troverà un grande Paese, accogliente, capace di slanci
sorprendenti, individuali e collettivi, che sui pregiudizi
cerca di sorridere, non di improvvisare strampalati
tribunali''.
Der Spiegel non è
nuovo a sentimenti antitaliani. Tutti ricordano la copertina
del settimanale tedesco in uno dei momenti più difficili per
il nostro Paese, quando il terrorismo bagnava di sangue,
quotidianamente, le strade delle nostre città. Allora mise
in copertina un piatto di spaghetti sormontato da una P38.
Pessimo gusto,
allora come oggi.
Forse che qualche
giornale italiano ha generalizzato, con riferimento
all’intero popolo tedesco, la vicenda del rogo alla
Thyssenkrupp di Torino, una delle pagine più buie e dolorose
degli ultimi tempi, dove persero la vita sette operai,
bruciati vivi. Per quella tragica vicenda, esiste una
sentenza di condanna in primo grado, a carico
dell'amministratore delegato tedesco", ma nessuno ha mai
pensato di scrivere che i tedeschi non si preoccupano della
sicurezza degli impianti industriali definita in sede
europea.
Questa ricorrente
presunzione di alcuni tedeschi (“alcuni”, s’intende!) di
considerasi “superiori”, “razza eletta” (ma da chi?)
dimostra, in realtà, una smania di grandezza non realizzata
che finché riferita a musicisti, filosofi e giuristi può
essere benevolmente considerata, mentre nella storia civile
dei rapporti con gli altri popoli la storia rivela molte
pagine oscure.
Ma poi che senso ha
prendersela con gli italiani, un popolo pacifico e dignitoso
che accanto a qualche Schettino annovera oscuri, ignoti eroi
che non hanno mai chiesto una medaglia?
Perché antitaliani?
Mi sa tanto che, in realtà, in "alcuni" tedeschi bruci
ancora qualche esemplare “lezione” loro impartita da un
certo Caio Giulio Cesare, Console romano.
27 gennaio 2012
“Intoccabili”, ovvero della faziosità
di Salvatore Sfrecola
Il portavoce della Santa sede, Padre Federico Lombardi,
ipotizza il ricorso a vie legali “per garantire
l'onorabilità di persone moralmente integre e di
riconosciuta professionalità, che servono lealmente la
Chiesa, il Papa e il bene comune”.
Non intendo valutare gli aspetti
legali della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi ieri
sera su La7, con tre servizi dedicati a questioni che
riguardavano uomini di Chiesa, Monsignor Viganò, Nunzio
apostolico a Washington, e Monsignor Giovanni D’Ercole,
Vescovo ausiliario de l’Aquila, e la stessa Conferenza
Episcopale Italiana, per quanto concerne la vicenda dell’I.C.I..
Anche se le rimostranze della Santa sede riguardano solo la
vicenda di Monsignor Viganò, all’epoca dei fatti Segretario
del Governatorato della Città del Vaticano, mi sembra
necessario gettare uno sguardo sull’intera trasmissione il
cui andamento è stato evidentemente preordinato a mettere in
cattiva luce uomini della Chiesa.
Andiamo in ordine. Nella nota della Santa Sede si afferma
che la ricostruzione dei fatti è stata condotta “in modo
parziale e banale, esaltando evidentemente gli aspetti
negativi», con il “facile risultato” di presentarlo “come
caratterizzate in profondità da liti, divisioni e lotte di
interessi”. Il riferimento è ad una lettera attribuita a
Monsignor Viganò che denuncia irregolarità nella gestione di
spese a varie funzioni destinate (si fa anche l’esempio del
Presepe di Piazza San Pietro), parlando anche di “mazzette,
lavori gonfiati e pilotati”, situazioni che, ha sostenuto la
trasmissione, sarebbero state coperte per non dispiacere a
qualcuno non specificato, anche se si fanno ripetuti
riferimenti al Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio
Bertone, senza specifiche accuse sul punto.
Monsignor Viganò avrebbe scoperto spese eccessive, forse
fatture gonfiate, irregolarità gravi, senza prova che queste
situazioni abbiano determinato illeciti veri e propri, quali
pagamento di tangenti per lavori e forniture.
Secondo la tesi esposta da Nucci gli eventuali responsabili
non sarebbero stati puniti per superiori coperture e
Monsignor Viganò sarebbe stato mandato a fare il Nunzio
Apostolico a Washington, sede tra tutte la più prestigiosa,
per mettere tutto a tacere.
Chi ha seguito la trasmissione non può non essersi reso
conto di una insistenza, contro ogni evidenza, nel dedurre
situazioni e fatti che Nuzzi ha solo potuto supporre. Anche
se certamente possono essere avvenuti come in ogni gestione
di cose umane, in un comune, in una provincia, in una
regione o in un ministero.
Quel che mi ha disturbato come spettatore, consapevole che
quegli sprechi possono essere avvenuti, è il fatto che
l’interesse che si voleva indurre nello spettatore era dato
non dai fatti in se ma dalla circostanza che fossero
avvenuti in ambiente ecclesiastico, nella sede della Città
del Vaticano.
Qui sta la faziosità della trasmissione che ha potuto
supporre e insinuare ma non dimostrare, così gettando un
discredito sulla Santa Sede che poggia sull’acqua.
L’impostazione preconcetta della trasmissione è esplosa
nella seconda parte della trasmissione dedicata alla vicenda
I.C.I. laddove Nucci non ha voluto sentire ragioni
sull’ammontare della somma in discussione contraddicendo
continuamente Franco Bechis, Vice direttore di Libero,
che esponeva cifre ufficiali del Ministero dell’economia. E
quando si è visto in difficoltà Nucci ha cominciato a
parlare dell’8 per mille rilanciando continuamente alla
ricerca di un argomento che poggiasse su una base più certa.
Infine l’episodio di Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo
ausiliario de l’Aquila che, da autentico pastore, è riuscito
a far capire che l’interesse della Curia, rispetto a risorse
messe a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei
Ministri, era solo diretta a sollecitare progetti di
interesse comunitario (residenze per anziani, asili nido,
ecc.) con la più ampia partecipazione di soggetti pubblici
operanti sul territorio.
Padre Lombardi ha definito la trasmissione “disinformazione”
e “informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della
Chiesa”.
Uno scoop che non è stato uno scoop, che ha cercato di
gettare del fango gratuito sulla Chiesa la quale può
certamente essere criticata e censurata, carte alla mano e
valutandone gli effetti. Perché se un ecclesiastico sbaglia
nella gestione di risorse della Chiesa non è giusto
riversare sull’intera istituzione gli effetti di quegli
errori. Questo vale per la Santa Sede come per il più
piccolo comune italiano.
26 gennaio 2012
Evasione fiscale, ci aiuterà l’Europa?
di Salvatore Sfrecola
Un’evasione fiscale di 120 miliardi annui, dato Agenzia
delle entrate, è assolutamente intollerabile e ci pone in
testa ad una non invidiabile graduatoria.
Quelle dimensioni dell’evasione fiscale sono intollerabili
in un paese civile perché dimostrano, da un lato, che il
sistema è fragile e consente un aggiramento, tutto sommato
agevole, dell’obbligo fiscale, e, dall’altro, che i
controlli da parte dell’Amministrazione finanziaria sono
complessi e onerosi.
I due profili sono strettamente collegati. Il sistema
fiscale è fragile, perché evidentemente non contiene in sé
elementi idonei ad evitare l’evasione, e, di conseguenza, i
controlli sono difficili. Per non dire, come ha affermato il
Direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, che la
lotta all’evasione fiscale per molti anni “non è stata al
centro dell’attenzione”. Espressione “diplomatica” per dire
che l’Amministrazione finanziaria si trova ad affrontare una
situazione che è, quanto meno, tollerata, se non voluta come
farebbero pensare talune affermazioni tradizionalmente colte
in molti ambienti politici, secondo le quali in alcune aree
del Paese la stessa sopravvivenza delle popolazioni è
affidata al “lavoro nero”, cioè a redditi non tassati, se
non in via di imposizione indiretta (l’IVA).
Ora non si spiegano, se non per i motivi di complice
tolleranza di cui si è appena detto, le ragioni per le quali
l’ordinamento tributario italiano non attua sistemi di
contrasto tra i contribuenti, come quelli derivanti dal
ricorso alle deduzioni fiscali in relazione alle spese
sostenute, in tal modo impedendo al percettore di quelle
somme di ometterne la denuncia nella dichiarazione dei
redditi. Avviene dovunque negli ordinamenti moderni, tenuto
conto che il meccanismo, oltre a rispondere ad una obiettiva
esigenza di individuare redditi tassabili importanti, ha una
estrema flessibilità. La deduzione, infatti, può essere
totale o parziale e in questo secondo caso il fisco ci
guadagna due volte perché l’indicazione di una percentuale
di deduzione comporta l’indicazione dell’intero che è stato
percepito dal soggetto che ha rilasciato la fattura o la
ricevuta esibita dal contribuente.
Un sistema siffatto, assolutamente flessibile, nel senso che
la misura della deduzione può tenere conto dello stato della
finanza pubblica ed essere, pertanto definita annualmente in
sede di bilancio o di legge finanziaria (oggi di stabilità),
esclude anche quelle preoccupazioni che ricorrono in
ambienti del Ministero dell’economia, riferite all’ammontare
del gettito che non può diminuire se la normativa viene
attuata gradualmente con acquisizione al sistema informativo
dell’Agenzia delle entrate dei dati relativi ai redditi dei
contribuenti messi a confronto dall’applicazione delle
deduzioni.
Se, dunque, la lotta all’evasione “non è stata al centro
dell’attenzione”, come dice Befera, che è l’altra faccia di
un fisco nella cui complessità si annida l’evasione, non ci
resta che sperare nell’Europa che, quanto prima, dovrà
pretendere una omogeneizzazione dei sistemi fiscali degli
stati membri. Infatti, come per le spese si è provveduto ad
imbrigliare i bilanci attraverso il “patto di stabilità e
crescita”, non si potrà a lungo ignorare l’altra faccia
della medaglia, quel sistema tributario al quale i governi
affidano non solo il reperimento delle risorse per la spesa,
cioè per le politiche pubbliche nei settori della sicurezza,
dell’istruzione, del lavoro e della salute, ma le politiche
di sviluppo dell’economia, la guida della crescita.
D’altra parte l’Unione europea non potrà trascurare il
profilo tributario nel quadro di una integrazione
dell’economia dei paesi che ne fanno parte. Altrimenti
l’Europa continuerà ad essere un’espressione geografica
priva di forza politica ed economica. Proprio ciò che
vogliono quanti in questa stagione della finanza
internazionale si adoperano giornalmente per favorire le
divisioni e contrastare il made in Europe sui mercati
internazionali.
26 gennaio 2012
Che fine ha fatto il VTS?
A proposito della “Costa Concordia”:
nessuno controlla le rotte
di Salvatore Sfrecola
Vessel traffic service,
in sigla VTS, è un sistema di controllo del traffico navale
che, utilizzando un gps, consente di localizzare le unità
mercantili in navigazione sui nostri mari. Lo scopo è quello
di evitare collisioni o episodi come quello della “Costa
Concordia”, a parte le regole, come quella di non
avvicinarsi troppo alle coste o di attraversare il canal
Grande a Venezia. Non serve una legge, o un decreto, è
sufficiente un’ordinanza della competente Capitaneria di
Porto.
Negli anni scorsi, a seguito della legge sulla difesa del
mare, gestita con grande capacità da Matteo Baradà,
Direttore generale dell’allora Ministero della marina
mercantile prese avvio il progetto VTS. Progettato da una
equipe di studiosi ed esperti in collegamento con Alenia
(oggi Selex Sistemi integrati, di Finmeccanica, che nel
frattempo ha proposto, assicurandosi le relative forniture,
il sistema ad altri paesi) e con i migliori ufficiali delle
Capitanerie di Porto, ricordo per tutti il Capitano di
Vascello Lolli, che sarebbe diventato Ammiraglio e
Comandante generale delle Capitanerie di Porto.
Lo studio fu portato a termine collaudato. Seguì la prima
realizzazione, quella del VTS dello Stretto di Messina,
un’area fortemente a rischio per il grande traffico che la
caratterizza. Il centro di controllo fu collocato in una
palazzina costruita ad hoc a Messina, in posizione elevata,
sotto Forte Ogliastri. L’impianto fu realizzato e collaudato
(da una Commissione da me preceduta), ne fu annunciata
l’entrata in funzione nel 2007 dall’allora Ministro delle
infrastrutture e dei trasporti.
Non so che sia poi successo. Mi fu detto di un VTS nazionale
per dare sicurezza alla navigazione in vicinanza delle
nostre coste.
Non sono aggiornato.
Sta di fatto, però, che nella discussione di questi giorni
intorno alla tragedia dell’Isola del Giglio non si è fatto
cenno al sistema di controllo del traffico navale VTS. Il
che fa intendere che non è stato attuato o non funziona.
Nel frattempo c’è chi scrive “aridatece Bertolaso”. È
Dagospia in margine alla lettera che l’ex capo della
Protezione Civile ha scritto oggi al Corriere della Sera.
Per dire che
“su questo incredibile disastro si è scritto di tutto.
Alcuni aspetti fondamentali, però, sono stati trascurati. II
primo. Sembra che il passare vicino alla costa fosse
abitudine, non un caso eccezionale, per questa e forse per
altre navi di quelle caratteristiche e di quella stazza. Una
notizia del genere rappresenta una denuncia ben più pesante
delle accuse rivolte allo sprovveduto comandante della
Costa”.
Bettolaso si chiede, come abbiamo fatto in molti in quelle
ore, “chi sono, quanti sono, dove sono coloro che sapevano
di queste insane abitudini e non hanno detto nulla, non
hanno preso provvedimenti, non hanno reagito richiamando i
comandanti delle navi a regole di condotta sensate? Serviva
un decreto legge per impedire gli «inchini»?” Certamente
“no”! Per cui è venuto in mente a molti che la dura
reprimenda del Comandante De Falco al Capitano Schettino in
realtà avrebbe inteso coprire qualche “disattenzione” delle
autorità marittime, quella sera e forse in precedenza.
Bertolaso si chiede: “Possibile che un tratto di mare così
trafficato come quello toscano sia attraversato da mezzi
navali che nessuno segue, che nessuno monitora, anche enormi
come la nave affondata al Giglio?”
Ed evoca “un sistema che oggi
usano pure le barche a vela: l'Ais, segnale anticollisione
(è disponibile anche sull'iPhone, grazie al programma
«marine traffic», costa 2 euro e da tutte le indicazioni
sulle navi in movimento, con rotta e velocità). Perché
nessuno ha controllato cosa faceva una nave con 4.000 anime
a bordo?”
Due euro? Chi volete che si occupi di un aggeggio che costa
così poco?
E, poi, “chi ha coordinato i soccorsi?”
Occorre rimediare subito. Oltre allo spread la nostra
immagine internazionale è oggi offuscata dalla vicenda
“Costa Concordia”.
Francamente gli italiani perbene non ne possono più di
questo modo di gestire il Paese. Ed è possibile che perdono
la pazienza. Anzi è strano che ancora non sia accaduto!
21 gennaio 2012
A proposito di un articolo di Galli della
Loggia
Alla corte dei ministri. Tecnocrati, ma
fedeli a chi?
di Salvatore Sfrecola
“Una
invisibile supercasta -
L’oligarchia degli alti burocrati”, così titolava ieri il
fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della
Sera, un pezzo che farà storia. Illustre il giornale e
la firma, il tema è di quelli che, ancora di recente, hanno
appassionato politici e commentatori.
“Non
è vero -scrive Galli della Loggia - che il contrario della
democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un
altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono
esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella
esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un
lato un Parlamento e un governo democratici, i quali
formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di
oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni
democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo
reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro
piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse
e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne
a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi
anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci
inquietanti su tale realtà”.
Tra questi “signori del potere”, oltre all’alta burocrazia
dei ministeri, cioè dei direttori generali, secondo
l’articolo “si è andata aggiungendo negli anni una pletora
formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della
presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature
(comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre
più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme
ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei
gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di
vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come
dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di
fare il salto in quello vero”.
L’analisi merita alcune considerazioni che Galli della
Loggia, storico e politologo avrebbe dovuto fare
immediatamente, per completezza, anche sulla base di
illustri esperienze del passato.
Non è da oggi che i detentori del potere, per grazie di Dio
e/o per volontà della Nazione, si servono di alti burocrati,
giuristi, politologi, diplomatici che spesso hanno
determinato il successo del potente. Le cancellerie dei
grandi della terra sono state rette sempre da personaggi che
hanno notevolmente influito sulle scelte della politica, che
hanno dato il nome a leggi, a trattati, a riforme importanti
rimaste a segnare un momento della storia. I consiglieri si
chiamano così perché consigliano e consigliando influiscono.
Si tratta di grandi dignitari provenienti
dall’amministrazione della Corona, dall’esercito, dagli
ordini religiosi, singolarmente o inseriti in organi
collegiali. Come il Consiglio del Re, Supremo consiglio di
governo che sostituì in Francia, dal XIV secolo, la Curia
regia. Il suo nome, alquanto generico, fu attribuito,
per tutto l'ancien régime, a istituzioni di volta in
volta diverse come il Conseil d'en haut, il
Conseil privé, il Conseil des dépêches ecc.
Mi vengono in mente centinaia di nomi, quello di Seneca,
filoso e consigliere di Nerone, di Herman von Salza, Gran
Maestro dell’Ordine Teutonico e Cancelliere di Federico II
Hohenstaufen, grande soldato e diplomatico, di Pier della
Vigna, ministro e ascoltato consigliere dello stesso
Imperatore, di Guglielmo di Nogaret, primo consigliere del
Re di Francia
Filippo IV Il Bello,
protagonista nella vicenda della soppressione dell’Ordine
del Tempio. E ancora di Tommaso Moro e di Tommaso Becket.
Uno stuolo infinito di personaggi che sono stati spesso i
veri protagonisti di vicende storiche attribuite, poi, a
principi e sovrani.
Non ha senso, dunque, l’osservazione di Galli della Loggia
sul fatto che quella oligarchia “non è passata attraverso
nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di
formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga
all’Ena francese)”. Perché i nostri dirigenti, i nostri
magistrati del Consiglio di Stato e della Corte dei conti,
come gli avvocati dello Stato, le categorie dalle quali sono
tratti prevalentemente i grand commis dello Stato si
formano nelle amministrazioni e nelle aule d’udienza nel
preparare provvedimenti, controllarli, verificarne la
legalità. Sono, pertanto, personalità di grande preparazione
professionale. Ed è fuor di luogo affermare che vengono
“designati dalla politica con un grado altissimo di
arbitrarietà”. La regola, infatti, è quella della scelta
intuitu personae, per conoscenza o stima personale, per
il tam tam che collega i detentori del potere.
Potenti e spesso inamovibili, dei consiglieri Galli della
Loggia avrebbe dovuto chiedersi se sono al servizio dello
Stato o del potente di turno. E se questo esercita il potere
che gli è dato nell’interesse dello Stato e del bene comune.
È questo il punto essenziale, il discrimine che Galli della
Loggia avrebbe dovuto affrontare è se questi grand commis
sono fedeli al giuramento di osservare la Costituzione e le
leggi e di adempiere alle funzioni loro affidate
con”disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della
Costituzione. Ciò che comporta che in caso di contrasto tra
la disposizione ricevuta e la loro coscienza di uomini dello
Stato sono disposti a lasciare il posto, a rinunciare alla
carica ed ai compensi che comporta. Non si ricordano, in
proposito, molti casi, almeno di recente. L’ultimo a
dimettersi fu il Consigliere di Stato Vincenzo Caianiello
che, da Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro dei
lavori pubblici Franco Nicolazzi, motivò la sua scelta al
tempo della legge sull’edilizia residenziale che porta il
nome di quel politico e che lui non condivideva.
Un esempio di dignità e di coerenza professionale di un uomo
delle istituzioni. Devo dire che nella mia esperienza di
consigliere giuridico di vari ministri, attento alle vicende
governative e dell’Amministrazione da un osservatorio
privilegiato come la Corte dei conti ho potuto constatare
che per molti è difficile dire ad un ministro “questo non si
può fare” o “questo è contro la legge” o, ancora, più
semplicemente, “ha conseguenze negative sul piano
istituzionale”. La maggior parte preferisce allinearsi alla
volontà del politico di turno, piuttosto che contraddirlo,
con il rischio di dover essere messi fuori ed uscire “dal
giro”.
E qui va detto che la presenza di magistrati del Consiglio
di Stato, della Corte dei conti o di Avvocati dello Stato
nei gabinetti o negli uffici legislativi di ministri, per la
loro formazione professionale e per l’indipendenza che li
dovrebbe caratterizzare, fa bene alle istituzioni. Un
ministro, nel momento in cui assume l’incarico governativo,
diventa, nel bene e nel male, prigioniero della struttura,
delle sue esigenze delle sue aspettative in relazione al
ruolo che la legge le attribuisce, con la conseguenza che
può essere impermeabile ad esigenze di innovazione, di
semplificazione delle procedure dalla quale i burocrati
ministeriali potrebbero ritenere di perdere parte del loro
potere.
La presenza di un diretto collaboratore del ministro, non
coinvolto in tali interessi, ma autorevole per la sua
provenienza istituzionale e indipendente può essere
essenziale per un politico innovatore. Può essere la sua
fortuna.
È questo il problema che sta sullo sfondo dell’articolo di
Galli della Loggia, ma non affrontato. Non è importante che
i consiglieri dei ministri italiani non abbiano frequentato
l’Ena, ma che siano professionalmente capaci e soprattutto,
indipendenti, che servano lo Stato e non si servano dello
Stato. In sostanza che non si trovino in quelle condizioni
che Galli della Loggia denuncia, evocando “casi clamorosi di
conflitto d’interessi” e sfruttino occasioni per “avere
case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi”.
Per questo su questo giornale io e gli altri collaboratori
evochiamo spesso principi di etica della funzione pubblica.
Anche per dare fiducia ai cittadini.
21 gennaio 2012
I tassisti?
Lasciamoli scioperare!
di Senator
Non c’è dubbio che, tra tutte le “liberalizzazioni”
annunciate la più attesa dagli italiani, e soprattutto dai
romani, è quella che riguarda i taxi. Un po’ perché
s’immagina che le tariffe potrebbero diminuire per effetto
dell’aumento dei mezzi a disposizione, un po’ perché
l’arroganza della categoria e la maleducazione di molti
autisti hanno gettato discredito su un servizio che nelle
più importanti città d’Europa è gestito con grande
efficienza sotto l’attenta sorveglianza della autorità
cittadine. Si tratta, infatti, di un servizio pubblico
essenziale che è idoneo a concorrere allo snellimento del
traffico nelle grandi città se efficiente ed a buon prezzo.
In queste condizioni prendere un taxi “conviene”, si evita
lo stress della ricerca del parcheggio ed il suo costo, si
risparmia tempo, in quanto non si deve calcolare il tempo
necessario per conquistare un posto dove lasciare l’auto.
Se, pertanto, soprattutto i romani sono scontenti del
servizio cittadino è perché, come è stato detto più volte da
questo giornale, i nostri autisti fanno di tutto per non
farsi amare. Auto sporche, spesso maleodoranti, frequente
mancato uso dell’aria condizionata, percorsi che sembrano
itinerari turistici che allungano i tempi con accurata
scelta del percorso più intasato ed irto di semafori. E poi,
radio urlanti e finestrini perennemente abbassati con
rischio cervicale e congiuntiviti.
Tutto va chiesto “per favore”, dal finestrino, da alzare,
alla radio, da abbassare, all’aria condizionata, da
attivare, spesso invano (“me credevo che andavamo ner
deserto”, mi ha detto un attempato tassista il 9 di giugno
in una Roma surriscaldata alla mia indicazione per Largo
Goldoni).
Insomma, Presidente Monti, non so se tutte le
liberalizzazioni preannunciate porteranno vantaggi per il
Paese e contribuiranno effettivamente alla ripresa
dell’economia, ma è certo che quella dei taxi va fatta,
subito e in modo che questo servizio finalmente funzioni. Ma
non ne affidi le modalità di attuazione ai Sindaci perché
altrimenti la riforma non decolla. Per quattro voti i nostri
primi cittadini sono disposti a tutto, anche a continuare a
far soffrire, d’estate, i turisti americani, e non solo, i
quali torneranno a casa sudati, tappandosi il naso e
ripetendo, che puzza, che puzza, come il nanetto nella
pubblicità di una nota casa produttrice di prodotti per le
fosse biologiche.
20 gennaio 2012
No
taxi? Limousine!
di
Marco Aurelio
Roma, stazione Termini, ore 21 e 20, esco e cerco in via
Marsala un taxi. Avevo chiamato una cooperativa di taxi ed
ero stato tranquillizzato: "ci dovrebbero essere i taxi del
turno di notte". Niente! Uno squallore, neanche un taxi. In
compenso dappertutto limousine fiammanti, Mercedes, BMV, con
autista alla guida, eleganti, giacca blu, cravatta della
cooperativa. Lo sciopero dei taxi quanto meno ha fatto
vedere un po' di eleganza. Perché un taxi non deve essere
fiammante, perché d'estate è un problema far accendere
l'aria condizionata, tra l'altro ad evitare che il
conducente offenda il nostro olfatto con una maleodorante
sensazione di sudato?
Non credo che dalla liberalizzazione dei taxi gli italiani
guadagneranno molto, anche se è certamente auspicabile che
questo servizio assuma una dignità che oggi, almeno a Roma,
non ha. A parte il diffusissimo mancato uso dell'aria
condizionata, entri in taxi dove l'autista ha la radio a
tutto volume inevitabilmente sintonizzata su una
trasmissione sportiva. Ad una mia amica è capitato di
imbattersi in un autista intento a ad ascoltare una
trasmissione su temi sessuali. Ha fatto notare che la cosa
la disturbava. Il cafone al volante le ha risposto che lui
sente quello che vuole. Lei ha chiesto si fermasse ed è
scesa. Intanto, nei dieci minuti del percorso l'autista fa
almeno tre o quattro telefonate, ovviamente senza
auricolare, facendoti venire l'ansia.
Insomma un servizio da reinventare. Ma non so se quel che il
governo vuol fare ci darà taxi puliti, autisti educati e non
maleodoranti, a prezzi inferiori.
Ne dubito, non vedo la connessione tra liberalizzazione e un
servizio migliore. Una maggiore concorrenza? E' difficile
che basti aumentare le licenze.
19
gennaio 2012
Eroi? Come i santi sono uomini normali!
di Salvatore Sfrecola
Per Bertolt Brecht, com’è noto,”Beati i popoli che non hanno
bisogno di eroi”. Da un lato un paradosso, se pensiamo che
tutti i popoli, periodicamente, scoprono al loro interno
degli eroi, dall’altro, ma non è certamente questo alla base
della affermazione di Brecht, è vero che l’eroe è un uomo
normale che, al momento opportuno, riesce a fare quello che
altri non fanno, spontaneamente, perché quell’uomo normale
sente di dover intervenire come gli suggerisce la coscienza.
In questo senso gli eroi sono come i santi, uomini normali,
che potremmo avere vicino a noi senza accorgercene, se non
che sono capaci, all’occorrenza, di comportamenti che altri
non compiono, di pietà e di amore, spontaneamente,
disinteressatamente, neppure pensando che sia gradito a Dio.
Ma ci sono momenti che di questi uomini normali, eroi o
santi, i popoli hanno bisogno, per ricordare a tutti i
doveri che, prima dei diritti, sono propri di una comunità,
doveri semplici che caratterizzano un mestiere o una
professione, quei doveri che diciamo rispondere ad un’etica
propria di quel mestiere o di quella professione.
Così è stato eticamente censurabile il comportamento del
Comandate della Costa Concordia, un uomo che dal
colloquio con il Comandante della Capitaneria di Porto di
Livorno è risultato un irresoluto, incapace di rendersi
conto della situazione, di affrontarla secondo ciò che è
proprio del suo ruolo.
C’è uno slogan che accompagna la pubblicità delle accademie
militari italiane che ripeto per come lo ricordo “guiderai e
sarai responsabile di uomini”. Ecco il ruolo del comandante,
che non è solo uno che comanda, ma guida uomini e di essi si
assume la responsabilità, un ruolo che in mare ha
tradizionalmente creato un legame particolare con la nave e
con i marinai. Per cui il comandante non abbandona la nave
se non per ultimo. E vive con i suoi marinai in un rapporto
che fa dell’equipaggio un tutt’unico, legato alla nave ed al
suo comandante.
L’esaltazione del Comandante De Falco, dunque, che
redarguisce duramente Schettino, che non vuol risalire a
bordo della nave in avaria con ancora passeggeri a bordo, è
certamente comprensibile e condivisibile. Riguardato come un
eroe De Falco è, in realtà, un uomo normale che fa il suo
lavoro, evidentemente con somma coscienza e professionalità,
che sa che il suo ruolo in quel momento è quello di
sostituirsi al comandante della Costa Concordia nel
dare le disposizioni del caso, per spronarlo a riprendere
possesso delle sue funzioni. Lo rimprovera con durezza ma in
cuor suo vorrebbe che quel “collega” tornasse a svolgere le
funzioni di comandante, per guidare i suoi marinai che nella
fase delicata del naufragio devono, prima di tutto, aiutare
chi rischia la vita perché in mare “prima di tutto” è
necessario salvaguardare la vita umana.
Non un eroe, dunque, ma un uomo normalissimo, forte di
esperienza, consapevole dell’etica del suo ruolo che lo
guida nel difficile rapporto col comandate della nave
naufragata, mentre deve coordinare i soccorsi.
Se De Falco non è un eroe, ma un eccellente professionista,
Schettino è una persona che si trova ad affrontare una
situazione superiore alle sue possibilità. E c’è da
chiedersi chi lo ha scelto, chi ha valutato quel marinaio
idoneo a guidare una macchina supertecnologica con migliaia
di persone a bordo. È il difetto di questo Paese, che non dà
a ciascuno il proprio, che non sa scegliere e non sa punire
nel modo esemplare che certi comportamenti esigono.
“La drammatica telefonata tra Francesco Schettino e il
capitano di fregata Gregorio Maria De Falco della
Capitaneria di porto di Livorno – scrive oggi sul
Corriere della Sera Aldo Grasso - è forse il documento
che meglio testimonia le due anime dell’Italia. Da una parte
un uomo irrimediabilmente perso, un comandante codardo e
fellone che rifugge alle sue responsabilità, di uomo e di
ufficiale, e che si sta macchiando di un’onta
incancellabile.
Dall’altra un uomo energico che capisce immediatamente la
portata della tragedia e cerca di richiamare con voce
alterata il vile ai suoi obblighi. In mezzo un mondo che
affonda, con una forza metaforica persino insolente, con una
ferita più grande di quello squarcio sulla fiancata.
Se il capitano De Falco fosse stato sulla nave sarebbe sceso
per ultimo, come vuole l’etica del mare”.
Un uomo normale che diventa suo malgrado un eroe perché
messo a confronto di una nullità. Un uomo vero.
Ho un ricordo che porto con me dalla scuola elementare,
quando per la prima volta ho letto la motivazione della
medaglia d’oro dell’ufficiale al quale è dedicata la mia
scuola di bambino, il Sottotenente Ugo Bartolomei.
Chiamato alle armi con i ragazzi del '99, romano, prese
parte alla Prima guerra mondiale come sottotenente del 1°
Reggimento Fanteria.
Morì nella
battaglia della Conca di Alano
nell'ottobre del
1918
nel tentativo di attirare su di sé l'attenzione del nemico
per difendere un gruppo di altri suoi compagni in
difficoltà.
Un eroe? Un uomo normale responsabile del suo ruolo che
chiamiamo eroe e giustamente lo Stato ne ha riconosciuto le
virtù umane. E ne siamo orgogliosi!
18 gennaio 2012
È l’economia che conta,
non il nome della moneta
di Salvatore Sfrecola
“Il 55% degli italiani non si fida più dell’euro”, titola
oggi l’Osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere
della Sera, a pagina 13. Dove si spiega che la maggioranza
degli italiani dichiara manifestamente la propria sfiducia
nella moneta unica e, conseguentemente nell’Europa.
Il dato, tuttavia, viene in qualche misura corretto da una
ulteriore rilevazione, secondo la quale, malgrado le estese
perplessità attuali, gli italiani, nella loro maggioranza
(60%), ritengono che “il passaggio all’euro andava fatto e
che non si deve tornare indietro”.
Le perplessità, dunque, a ben vedere riguardano l’Europa,
non la moneta che, in quanto tale, è neutrale, ed anche il
suo valore, come, al momento della sua introduzione, il
criticatissimo cambio con la lira, è un effetto della
politica. E così, oggi, chi si lamenta dell’euro dovrebbe
indirizzare le sue critiche verso i governi degli stati che
aderiscono all’Unione, che non riescono a fare un passo
avanti, a costruire un modello di sviluppo dell’intero
continente che, tenendo conto della varietà e rilevanza
delle economie nazionali, tutte le riconduca in una visione
globale che premi la fantasia, l’ingegno e la laboriosità
degli imprenditori europei.
Questo manca ancora, a più di cinquant’anni dai Trattati di
Roma, che hanno istituito la Comunità Economia Europea,
divenuta dopo Maastricht Unione Europea ad attestare la
volontà degli stati membri di fare un passo ulteriore verso
una unione “politica”, così come auspicato dagli europeisti
più convinti da Alcide De Gasperi a Gaetano ed Antonio
Martino, a Giorgio Napolitano, che non tralascia occasione
per sollecitare una maggiore iniziativa in quella direzione.
È quel che è dietro l’euro, dunque, che deve preoccupare. La
mancanza di una visione globale dell’economia dell’Unione e
dei singoli paesi rende debole l’Europa e la sua economia
sui mercati internazionali, e impedisce a “Mister Europa”,
di parlare a nome di tutti, quel Mister Europa che si
sarebbe dovuto presentare quale Ministro degli esteri
dell’Unione, come aveva previsto il Trattato costituzionale
del 2004, affossato da francesi e olandesi, probabilmente
anche per conto terzi. Da Lisbona è venuto l’Alto
rappresentante per gli affari esteri. Anche le parole hanno
un significato e a tutti deve essere parso evidente che il
nuovo Trattato ha voluto sminuire il significato di chi è
incaricato della politica estera. Che è strettamente legata
a quella economica, l’una e l’altra espressione di
quell’autorità esterna della quale l’Europa ha bisogno per
sedere al tavolo delle relazioni internazionali con gli
altri partners mondiali, dagli Stati Uniti, alla
Cina, dal Brasile all’India.
Quindi non prendiamocela con l’euro, ma con chi lo sostiene
a livello mondiale, i paesi dell’area, le cui economie non
dimostrano consapevolezza delle ragioni dello stare insieme.
In questo senso gli eurobond proposti da Tremonti
costituiscono indubbiamente la strada maestra, la
conseguenza necessaria della moneta unica.
Inguaribile ottimista, credo che l’Unione europea sia una
realtà della quale gli stati membri e le loro economie non
possono prescindere. Tornare indietro significherebbe
diventare vassalli di questa o di quella potenza economica.
Non conviene a nessuno, neppure ai più grandi, come la
Germania, grande in Europa,piccola nel mondo.
Occorre, dunque che si rimbocchino le maniche tutti e
mettano in piedi un sistema di relazioni finanziarie tra gli
stati che dia alla Banca Centrale Europea il ruolo che
avevano le banche centrali dei singoli paesi perché sia
finalmente messo in campo un modello di sviluppo articolato
sulla base delle singole economie e delle tradizioni che le
caratterizzano.
Quanto al cambio dollaro/euro nessuno si preoccupi per la
minore quotazione della moneta europea, ma si faccia in modo
di cogliere questa opportunità per andare sui mercati e
conquistare quote di esportazioni che possano restituire
smalto alle nostre produzioni e contribuite ad invertire
quella tendenza recessiva che tanto preoccupa.
16 gennaio 2012
Paghiamo il ritardo
dell’unione politica
Attacco all’Europa
di Salvatore
Sfrecola
Lo
aveva detto Giorgio Napolitano nel discorso di fine anno, ma
nessuno aveva raccolto l’allarme.
Eppure l’attacco all’Europa e alla sua moneta era evidente
da mesi, già prima che la Grecia entrasse in affanno e con
essa gli altri paesi in difficoltà e i governanti a Berlino
e a Parigi si sono sentissero investiti del un sacro ruolo
di censori delle altrui debolezze finanziare, con onere di
dettare prescrizioni nella sostanza vincolanti.
Era
evidente che la verifica dell’affidabilità dei paesi
europei, provenendo dagli Stati Uniti, fosse in qualche
misura condizionata dalla situazione di quella grande
nazione, a sua volta in difficoltà per il suo ruolo
internazionale, incerto e costoso in termini finanziari e
politici, di guardiani delle libertà contro il terrorismo,
nel tentativo di dominare un’area del mondo preziosa
soprattutto per il petrolio che produce. E c’è da chiedersi
quando i politici a Washington e dintorni studieranno un po’
di storia romana per capire come si conquista e soprattutto
come si mantiene la leadership del mondo. Tra l’altro
assicurandosi il consenso dei “dominati”.
In
quel gigante con diffuse fragilità, dalla cui finanza si
sono diramati negli anni scorsi i virus tremendi che
hanno infettato al di qua e al di l’là dell’oceano e colpito
tanti risparmiatori, c’è chi teme, e non da oggi, l’Europa,
una realtà culturale, imprenditoriale e scientifica che se
raggiungesse effettivamente l’unità politica ed una guida
sicura sarebbe il leader dell’Occidente. E così si fomenta
la divisione con l’impegno, degno di migliore causa,
alternativamente di francesi e inglesi, i primi pronti a
bocciare il trattato costituzionale del 2004, i secondi
eredi di un isolazionismo fuori tempo, considerato che se
c’è nebbia sulla Manica, ad onta nella nota battuta, molto
spesso è l’Inghilterra e non l’Europa ad essere isolata.
Attenzione! Non che inglesi e francesi, con la
collaborazione volonterosa dei tedeschi e di qualche piccolo
paese “di area”, abbiano tutti i torti. Sentono la mancanza
di una guida politica, ma è certo che questa guida non potrà
prendere forma effettiva se l’Europa degli stati non troverà
quell’idem sentire che diventi anche un idem modus
agendi per il quale è di ostacolo il particulare
perseguito da chi accetta i vantaggi e respinge un impegno
serio.
E
così si ha l’impressione che sia il tempo dell’ultima
chiamata, in bilico tra crescere e sparire, nel senso che è
possibile prendere la strada dello sviluppo o quella della
dissoluzione di un’idea politica che, già a fine ‘800, Luigi
Einaudi intravedeva come unica speranza per un futuro
prospero del vecchio Continente.
Ora anche Monti denuncia
l’“attacco all’Europa”, ne parlano oggi i giornali perché
questa realtà è evidente negli ultimi avvenimenti, dalle
pronunce delle agenzie alla speculazione che mira ad un
cambio di proprietà attraverso il crollo delle quotazioni di
borsa di importanti imprese industriali, bancarie e
assicurative che fanno preludere ad un successivo
rastrellamento a prezzi stracciati.
L’Europa deve reagire, anche di fronte al severo monito
delle società di rating che bacchettano e puniscono,
le stesse che non sono molto tenere di fronte alla crisi
dell’economia americana, non superata nonostante
l’immissione di forti quantità di dollari, una manovra
inflazionistica in relazione alla quale Standar & Poor’s
si è limitata ad un affettuoso buffetto sulla guancia.
Certo il declassamento, che non ha solo riguardato l’Italia,
non è frutto della “cattiveria” delle agenzie ma trova
fondamento nella realtà del debito pubblico e nella fase di
stagnazione che non fa intravedere segnali di ripresa del
prodotto interno lordo, una situazione rispetto alla quale
le misure preannunciate dal governo Monti non sembrano
idonee, nel breve periodo, a determinare un cambio di
tendenza. Ad esempio le liberalizzazioni, alle quali da
molti si annette un effetto taumaturgico, non avranno
effetti significativi se non dopo alcuni anni, come ha
spiegato in televisione ieri sera sul La7 il
Sottosegretario all’economia ed alle finanze Gianfranco
Polillo, incalzato da tassisti e farmacisti intenti a
dimostrare che risparmi concreti per i cittadini (i taxi) e
per questi e lo Stato (i farmacisti) non ce ne saranno di
immediati. Forse più certi possono essere gli effetti
dell’intervento governativo sui gestori delle pompe di
benzina, se tutto il sistema della distribuzione non farà
resistenza occulta con effetti reali. Ed, ancora, è
probabile che si possa spuntare qualche risparmio dalla
gestione del sistema delle assicurazioni in quanto le
compagnie potranno abbassare le tariffe in considerazione
della più ampia platea di assicurati che si prevede con
l’obbligatorietà delle polizze per i professionisti.
Tuttavia l’incertezza è grande ed il pericolo per la
politica deriva dalla generalizzata reazione delle lobby
che, riguardando gran parte delle famiglie italiane (in
quasi tutte c’è un interessato alle “liberalizzazioni”),
potrebbe generare un diffuso senso di sfiducia nell’azione
del governo, certamente deleterio per la sua tenuta anche in
vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento che, al
più tardi, come sappiano, saranno nella primavera del 2013.
15 gennaio 2012
Il malinconico Carlo ed il
burbero Quintino
di Senator
Non entro nel merito della vicenda che ha portato alle
dimissioni del Professore Avvocato Carlo Malinconico,
Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei
ministri, anche se quel “non me lo merito. Io ero in buona
fede”, che campeggia nel titolo dell’intervista a La
Repubblica dell’altro ieri, desta, a dir poco,
perplessità. Chi lascia un albergo, dove ha soggiornato per
giorni, senza pagare il conto deve necessariamente ritenere,
se non è ospite del proprietario, che qualcuno quella
fattura l’avrebbe pagata. E non si vede perché quel
”qualcuno” avrebbe dovuto anticipare una somma da
rimborsare. Una spiegazione che non regge, tanto che avendo
provveduto, alla vigilia delle dimissioni, a pagare il conto
con un bonifico, il destinatario, come si legge sui
giornali, lo ha rifiutato per l’ovvia ragione che il conto
era già stato saldato.
Si è dimesso, dunque. Il fatto è che non avrebbe dovuto
neppure essere incaricato del prestigioso ruolo governativo,
non solo per la vicenda di cui si è appena detto, della
quale i giornali (in particolare Libero, con alcuni
articoli del Vicedirettore Bechis) si erano occupati senza
essere smentiti, ma perché è apparso subito poco conveniente
che il Presidente della Federazione Editori Giornali andasse
a ricoprire il ruolo di Sottosegretario all’editoria.
Ingenuità o disattenzione del Premier all’atto della
formazione della lista dei sottosegretario o malconsigliato?
E inevitabilmente viene voglia di dire che l’etica delle
istituzioni, nelle istituzioni è ancora per molti una
illustre sconosciuta. Si stenta a mantenere quella
estraneità ed equidistanza, rispetto agli interessi in
campo, che deve essere sì effettiva ma anche visibile,
perché i cittadini sappiano e possano valutare i
comportamenti di chi svolge funzioni di pubblico interesse.
È un degrado che ci trasciniamo da tempo se qualcuno in
questi giorni ha difeso Malinconico tentando di minimizzare
un comportamento a dir poco sconveniente, assolutamente da
evitare da un uomo delle istituzioni, ex magistrato, uno che
aveva giurato non solo “di osservare le leggi”, come tutti i
cittadini, ma di adempiere alle funzioni pubbliche a lui
affidate “con disciplina ed onore”, come si legge
nell’articolo 54 della Costituzione.
Viene da dire o tempora o mores, anche se non
dubitiamo che Malinconico nell’esercizio delle funzioni
istituzionali a lui affidate abbia rettamente operato. Il
fatto è che la vita privata di un uomo pubblico non è
indifferente, risalta immediatamente e, se non adamantina,
espone il personaggio a indebite sollecitazioni.
E vien voglia di riandare con la mente a ben altri esempi
della vita ministeriale romana, ad un altro inquilino dei
palazzi del potere, a quel Quintino Sella, del quale i
Ministri del tesoro e delle finanze (ora dell’economia e
delle finanze), occupano ancora oggi lo studio e lavora alla
sua scrivania, nel Palazzo di via XX Settembre a Roma. Quel
Ministro delle finanze che, in vista di una riunione con il
Presidente del Consiglio, Giovanni Lanza, gli inviava un
biglietto per ricordargli di portare le candele della
Presidenza del Consiglio perché, ove fosse andata per le
lunghe e avessero dovuto accendere le candele, non sarebbe
stato possibile utilizzare quelle del Ministero delle
finanze per una riunione che aveva ad oggetto questioni
della Presidenza del Consiglio.
Un ricordo per dire di come gli uomini di quella che
ingenerosamente fu chiamata “Italietta” guardassero alla
utilizzazione del denaro pubblico. Uomini dei quali si è più
volte detto che, distesi sul letto di morte, mostravano le
suole delle scarpe consumate al punto che molto spesso
lasciavano intravedere il classico buco.
Tornando all’oggi, ricordo di aver più volte segnalato la
necessità, nella scelta degli uomini di governo e dei loro
collaboratori, di una accurata selezione, evitando chi, pur
di elevata professionalità, abbia dimostrato disinvoltura
anche nella vita privata, come attestano le intercettazioni
telefoniche che, in questi anni, ci hanno fatto conoscere le
abitudini pubbliche e private della “Cricca” e di quanti la
frequentavano ottenendo piaceri di vario genere che è
difficile ritenere fossero elargiti gratuitamente,
considerato il vorticoso giro di appalti, consulenze,
collaudi e arbitrati che hanno mosso cifre da capogiro.
Infine, poiché è evidente che, mentre per le “misure”
economiche attuate dal Governo Monti a carico dei poveracci
il Premier si prende al più qualche imprecazione, ora che
minaccia di colpire interessi consolidati di qualche
corporazione potente, il Professore Monti deve attendersi
qualche sgambetto, magari per colpire qualcuno
dell’entourage che incautamente si è messo o gli è stato
messo accanto.
Ed è da chiedersi: chi lo ha consigliato o non la dissuaso
per chi lavora?
13 gennaio 2012
Il
trattamento economico dei parlamentari:
sciocchezze e verità
di
Salvatore Sfrecola
Si è parlato molto nei giorni scorsi del trattamento
economico dei parlamentari, di quanto guadagnano per
indennità e compensi vari, variamente giustificati e si è
aperta una polemica sgradevole per chiunque abbia a cuore le
sorti delle istituzioni, a cominciare da quella che è per
Costituzione rappresentativa del popolo italiano, il
Parlamento con le sue sue Camere, il Senato e la Camera dei
deputati.
Prescindiamo, perché non rilevanti ai fini di questo mio
interevento, dalla misura dell'indennità e delle altre voci
che compongono il trattamento economico per affrontare il
tema nei suoi reali termini, che non ho visto trattare sui
giornali e nelle polemiche di questi giorni nelle quali
anche la stampa non ha fatto una bella figura per essersi
prevalentemente schierata, con una buona dose di demagogia,
contro quella che è stata definita "la casta". Cosa facile
da fare in questi giorni nei quali agli italiani si chiedono
sacrifici ai quali sembra che i parlamentari non vogliano
concorrere.
Vediamo, dunque, partendo dall'inizio qual'è il modo
corretto,a mio avviso, di affrontare il tema.
Credo che nessuno oggi possa ritenere che il parlamentare lo
debba fare gratis, senza percepire un qualche compenso
comunque denominato, stipendio, indennità, diaria, rimborso
spese e via dicendo. Un tempo i parlamentari non
avevano nessun trattamento economico e questo, mi sembra
evidente, facilitava l'ingresso nelle aule del Parlamento di
chi fosse abbiente o avesse chi lo supportava
economicamente, fosse anche un partito o un sindacato.
Non è immaginabile, pertanto, una classe parlamentare alla
quale non sia riconosciuta una qualche indennità.
Proseguendo nella riflessione si tratta di ragionare su
quanto il parlamentare debba ricevere a carico del bilancio
pubblico (quello dell'Assemblea di appartenenza) per questo
suo impegno che, è altrettanto evidente, collide in una
certa misura con la normale attività lavorativa, cioè con
quell'impegno professionale che consente al deputato o al
senatore di mantenersi e di mantenere la famiglia.
A questo punto mi pare necessario fare dei distinguo. Il
parlamentare può essere lavoratore dipendente o libero
professionista. Cioè può ricevere uno stipendio o una
pensione a carico del suo datore di lavoro, pubblico o
privato, oppure non avere altra risorsa che il suo lavoro.
Nel primo caso la vicenda si può risolvere in vario modo, ad
esempio consentendo al parlamentare di continuare a
percepire il trattamento economico del suo datore di lavoro,
direttamente, con rimborso delle camere, o può ricevere la
stessa somma dall'Assemblea della quale fa parte.
Più complessa è la vicenda del libero professionista il
quale deve rinunciare al suo lavoro o drasticamente ridurlo.
Mi sembra evidente che non si possa negare
all'avvocato, al medico o all'ingegnere che vede
ridimensionata la sua attività professionale e,
conseguentemente, il suo guadagno, di ricevere un'indennità,
come il dipendente che va in aspettativa dal lavoro.
Si tratta di determinarne l'importo, anche sulla base
dell'esperienza di paesi comparabili al nostro,
evidentemente nell'ambito dell'Unione europea.
Cosa va calcolato? Certamente una indennità base, comunque
denominata, e le voci qualificate come rimborso spese che
devono essere realistiche ed effettive. Ad esempio non mi
scandalizza che i parlamentari godano di una sorta di
rimborso per le spese di alloggio nei giorni nei quali
lavorano in aula o in commissione, ma è chiaro che quella
somma non può essere attribuita a chi vive a Roma per cui
non ha spese di alloggio. La vicenda è emblematica di una
scarsa considerazione per il denaro pubblico e ricorda un
caso, di alcuni anni fa, quando alcuni Consiglieri
provinciali di Roma fruivano di una indennità se
residenti fuori della Capitale ma nella provincia. Molti
risultavano residenti in seconde case al mare o ai monti, ma
la Procura Generale della Corte dei conti, che aveva
condotto un'inchiesta in proposito, verificò, sulla base
delle utenze (luce, acqua, gas) che quei signori non
risiedevano affatto nelle località indicate.
C'è, poi, il discorso del collaboratore per il quale il
parlamentare dispone di una certa somma, con la conseguenza
che questa soluzione si presta ad abusi. Non si tratta della
persona scelta, che sia un parente o un amico perché credo
che il collaboratore lo debba scegliere il parlamentare in
considerazione del rapporto di fiducia che necessariamente
deve intercorrere tra i due, ma sarebbe bene che lo pagasse
la Camera, sulla base di uno specifico contatto di lavoro,
ad evitare che il parlamentare sfrutti la situazione
corrispondendo all'assistente una somma inferiore a quella
messa a disposizione dall'amministrazione.
Credo, dunque, che sarà necessario fare chiarezza sul
trattamento economico dei parlamentari offrendo magari più
servizi, locali, copia, e quant'altro in altre realtà viene
garantito ai rappresentanti del popolo che svolgono un
lavoro volontario ma di interesse generale, considerato che
"ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed
esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato", come si
legge nell'art. 67 della Costituzione.
Per concludere, evitiamo di porre sul terreno della
discussione una critica ai parlamentari che degeneri in una
rissa nella quale a rimetterci sarebbe la politica, quella
nobilissima arte della gestione della cosa pubblica che
comporta in chi la pratica a livello di senatore o deputato
una buona dose di sacrifici, per il tempo che l'attività
sottrae alla famiglia ed alla professione. I parlamentari
meritano di essere aiutati a svolgere il loro lavoro e di
ricevere una indennità "prevista dalla legge", come precisa
la Costituzione all'articolo 69. Ho impressione che molte
"voci" retributive e rimborsi spese siano stati stabiliti
all'interno all'interno delle stesse Camere, in barba
alla trasparenza ed al rispetto della Costituzione. Per
questo il Governo vuol mettere ordine, nell'interesse della
funzione e per la buona immagine del Parlamento.
7
gennaio 2012
Evasori e tartassati
di Salvatore Sfrecola
La polemica di questi giorni sull'opportunità o meno di
iniziative clamorose, come quella degli agenti del fisco a
caccia di evasori a Cortina d’Ampezzo, nel corso delle
festività di fine anno, induce a qualche ulteriore
riflessione, dal momento che le voci che si sono levate per
criticare l'azione dell'Agenzia delle entrate assumevano di
farlo in ragione della rilevante pressione tributaria e da
anni pesa sui cittadini italiani sì da indurli ad evadere.
Ricordo una conversazione di alcuni anni fa con l'allora
Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, il quale
conveniva con me e con altri presenti, sulla circostanza che
la pressione fiscale, pur essendo in Italia ai livelli che
conoscono altri paesi europei, da noi grava molto di più sui
singoli contribuenti in ragione dell'alta evasione fiscale.
Ora la difesa degli evasori
fiscali non è assolutamente ammissibile
in uno Stato di diritto. Vorrei dirlo all'onorevole Giorgio Stracquadanio, che si è esibito ieri sera a “Piazza pulita”
in una farneticante interpretazione del fenomeno insistendo
sull'elevata pressione fiscale ed eludendo le domande di
quanti ripetevano che, in linea di principio,
il dovere di corrispondere allo Stato ed agli enti locali
l'imposta dovuta per legge, è un dovere al quale non ci si
può assolutamente sottrarre. La Costituzione, infatti,
afferma solennemente che "tutti sono tenuti a concorrere
alle spese pubbliche in ragione della loro capacità
contributiva".
Detto questo che dovrebbe costituire la premessa di ogni
ragionamento sul fisco, considerato anche che ad evadere non
sono ovviamente soggetti con scarso reddito ma coloro i
quali hanno una notevole disponibilità di danaro, le
istituzioni hanno il compito di riscuotere le imposte che
esse stesse hanno stabilito attraverso una decisione del
Parlamento l'organo rappresentativo del popolo italiano.
Fatta questa premessa, è evidente che un'evasione fiscale
che tocca i 120 miliardi annui (dato Agenzia delle Entrate)
dimostra senza equivoci che il sistema tributario è
intrinsecamente inefficiente sul versante della sua capacità
di accertare ciò che deve poi riscuotere e versare nelle
casse dello Stato.
Il fatto che noi siamo ad un livello di evasione fiscale
unica tra i paesi dell'Unione europea, cioè tra paesi che
hanno una tradizione antica di democrazia e di
organizzazione amministrativa, la struttura attraverso la
quale si riscuotono le imposte, non può essere casuale.
Ricordo a me stesso, come si usa dire, che in Europa ci sono
stati che hanno una lunga tradizione di eccellente
organizzazione amministrativa, regni e repubbliche che sono
stati grandi imperi, penso all'Inghilterra, alla Germania,
alla Francia, alla Spagna che hanno delle burocrazie
d’avanguardia.
Comunque, la compiuta riscossione delle imposte non è,
evidentemente, soltanto rimessa all'efficienza
dell'amministrazione, alla sua capacità di accertare là dove
si sono prodotti i redditi che vanno sottoposti all'imposta.
I sistemi fiscali moderni, quelli che riducono al minimo
l'evasione fiscale, anche perché la rendono estremamente
pericolosa per le sanzioni applicate, che in Italia si
proclamano ma non si riesce ad applicarle, basta pensare ai
tempi lunghi del contenzioso tributario, hanno nella
struttura stessa del sistema tributario gli elementi
necessari per contrastare l'evasione. Ad esempio, e sembra
che finalmente qualcuno cominci a ritenere che questa sia la
strada maestra, attraverso la contrapposizione degli
interessi dei contribuenti, quando il pagamento viene
testimoniato da una fattura o da una ricevuta che colui che
ha pagato può poi utilizzare in sede di dichiarazione dei
redditi, riducendo in qualche misura il proprio reddito
imponibile. La scelta di alcuni sistemi fiscali, quelli più
progrediti, più moderni, anche più giusti, di consentire la
deduzione totale o parziale corrisponde all'esigenza, per il
fisco, di accertare se il destinatario del pagamento abbia
poi dichiarato effettivamente di aver percepito quella
somma.
Questo sistema, per cui io posso dedurre 100 perché il fisco
possa accertare che altrettanto viene dichiarato da colui
che ha percepito la somma che io gli ho corrisposto per
l'acquisto di un bene o di un servizio, appare evidentemente
come uno strumento idoneo a contrastare l'evasione fiscale
che oggi si giova della impossibilità di dedurre le spese
per cui il cittadino, di fronte all'offerta del percettore
di una certa somma di uno sconto del 30 o del 50% se non
chiede la fattura o la ricevuta, non sapendo cosa farne, non
la pretende indirettamente favorendo l'evasione.
Anche la tesi, invocata da più parti, di una difficoltà nel
controllo di queste dichiarazioni, essendo noto che in
Italia ci sono soggetti che vivono facendo fatture false per
operazioni inesistenti, sconta un'immagine di un fisco
inefficiente, perché oggi, attraverso controlli elettronici
dei codici fiscali, è molto agevole scandagliare le
dichiarazioni dei redditi per verificare se la fattura che
io esibisco è vera ed io ho effettivamente corrisposto
quella somma ad un artigiano, ad un medico, ad un piccolo
imprenditore per lavori di ristrutturazione del bagno o
della cucina, piccoli lavori che comunque incidono sul mio
reddito e sul mio bilancio.
È qui che scatta un'altra giustificazione della mancata
applicazione di un sistema di ampie deduzioni, quella
secondo la quale proprio per effetto delle difficoltà di
controllo delle dichiarazioni, si potrebbe rischiare una
rilevante riduzione del gettito fiscale, con pregiudizio del
bilancio dello Stato. Anche questa giustificazione è,
consentitemi, priva di fondamento perché è evidente che
utilizzare un sistema come quello che sto delineando, sia
pure a grandi linee, comporta un periodo di adattamento, per
cui il fisco dovrebbe iniziare, con norma da inserire
annualmente nella legge di stabilità, consentendo di dedurre
solo una percentuale che potrebbe essere gradualmente
elevata. In sostanza intendo dire che se io posso portare in
deduzione il 30, il 40 o il 50% di una somma, per
individuare quella percentuale debbono prima di tutto
esporre la somma totale, per cui si avrebbe un vantaggio per
il fisco, sin dall'immediato, in quanto io potrò dedurre
anche il 20%, anche il 10%, di una somma avrò indicato al
fisco nella sua interezza, somma che va individuata nel
bilancio di un altro contribuente.
Non
è neanche vero, come qualcuno dice, tra coloro i quali negli
ultimi tempi sposano questa via (ricordo un mio intervento
in un convegno della CIDA del 1992) che è necessario dedurre
tutto o niente, perché anche una piccola deduzione è utile,
perché tante piccole riduzioni fanno una cifra di una certa
importanza per cui l'inizio graduale della deducibilità
delle spese consentirebbe certamente un avvio significativo
di una riforma tributaria seria e giusta.
Dico giusta perché accanto agli evasori, in questo nostro
Paese, ci sono i tartassati, cioè coloro i quali pagano
integralmente le imposte, magari, come dice qualcuno, perché
non possono sfuggire, i soggetti preferiti dal fisco quando
ha bisogno di denaro. Lo ha fatto il governo Berlusconi
l'estate scorsa colpendo i dipendenti pubblici, solo i
dipendenti pubblici. Riforma giusta, perché chi denuncia un
basso reddito e che va a sciare la Cortina con un suv di
alcune migliaia di cilindrata è colui che sorpassa il povero
dipendente comunale o statale nella graduatoria per l'asilo
nido o il cui figlio paga il minimo per l’iscrizione
all’università.
Ora
l'ingiustizia, senza ricorrere al pensiero dei filosofi o
alla Dottrina sociale della Chiesa è, da sempre, il motore
della ribellione al potere costituito il quale per essere
tale è, di per sé, qualificato all'esercizio di una funzione
pubblica la quale è diretta al perseguimento del bene
comune.
In questo contesto, nel quale gli italiani sono chiamati a
molteplici e pesanti sacrifici per salvare il Paese dalla
bancarotta verso la quale l'anno portato i politici incapaci
che hanno dominato la scena politica negli ultimi decenni, è
necessario che il governo, se vuole essere credibile, dia il
via ad una riforma del sistema tributario che porti ad una
equa distribuzione dei carichi d’imposta, senza trascurare
l'uso della leva fiscale nel settore dell'imposizione
indiretta, cioè dell'Iva, l'imposta che effettivamente
colpisce il reddito consumato, cioè la vera capacità di
spesa, dei contribuenti. Francesco Forte, nel suo libro sul
bilancio pubblico ricorda che Tacito attribuiva all'imposta
sulle vendite la maggiore entrata al bilancio dell'Impero
romano.
Ed anche qui bisogna sfatare un'antica leggenda, quella
dell'ingiustizia dell'imposta indiretta perché colpirebbe
tutti indiscriminatamente, i ricchi e i poveri. Non sfuggirà
ad un lettore attento che è possibile rendere l'imposta
flessibile, in modo tale da colpire in misura minima o da
esentare addirittura i consumi di prima necessità,
riservando un trattamento più adeguato ai consumi voluttuari
che evidentemente interessano chi può pagare.
In conclusione di queste riflessioni, necessariamente
sintetiche, vorrei richiamare il Presidente Monti
all’obbligo morale di dare un segnale significativo e
concreto, capace di restituire fiducia al tartassati perché
anch'essi possano un giorno dire, come fece l’allora
Ministro dell'economia e delle finanze, Padoa Schioppa, che
pagare le imposte “è bello”, un giudizio che può emettere
soltanto chi percepisce che la somma trasferita allo Stato a
titolo d'imposta viene ben utilizzata per i servizi pubblici
essenziali dei quali il cittadino si giova, dalla sicurezza
alla giustizia, dall'istruzione alla sanità, alla cultura,
la grande dimenticata di questa stagione politica.
6 gennaio 2012
L’evasione fiscale vista da Cortina
Lo stupore e la vergogna
di Senator
Stupisce che qualcuno si stupisca, perdonatemi il bisticcio,
perché gli agenti del fisco, piombati a Cortina d'Ampezzo
nel bel mezzo delle festività di fine anno, abbiano
accertato che i proprietari di potenti autovetture, costose
e di costosa gestione, abbiano dichiarato un reddito che, se
è vero, non avrebbe consentito loro più di qualche pieno per
alimentare quei rombanti motori con i quali avevano
raggiunto la prestigiosa località turistica.
Ugualmente hanno stupito le notizie provenienti dai
ristoranti e dalle boutique più esclusive che, nei
giorni della visita, questa sì “fiscale”, hanno rilasciato
ricevute per somme anche 400 volte superiori a quelle dello
stesso periodo dell'anno scorso, con la conseguenza che
qualche buontempone ha gridato al miracolo. Non c'è più la
crisi! Gli italiani spendono, come diceva l'ex Presidente
del consiglio Berlusconi.
Stupore, dunque. E la vergogna chi l'ha sentita? Non certo
gli evasori, che delinquono sapendo di delinquere, né gli
agenti del fisco ai quali è da credere che prima che si
insediasse il governo Monti nessuno aveva detto di fare una
“gita sulla neve” per capire come se la cavassero lassù
ristoratori, parrucchieri e titolari di esercizi di alta
moda.
Né si è vergognato quell'ospite di Omnibus, la
trasmissione di approfondimento politico de La7 in
onda la mattina, che ieri ha criticato l'operazione
tributaria sulla base della considerazione che ne sarebbe
derivato un danno all'Italia e alla sua immagine. Prima un
danno economico agli operatori di Cortina perché – diceva -
dopo il blitz del fisco è certo che gli infedeli
contribuenti il prossimo anno passeranno le vacanze
invernali altrove, magari, ha fatto un esempio, a Saint
Moritz.
Che fare? Lasciare liberi gli evasori, che nel precedente
governo avevano avuto anche la paterna benedizione del
Cavaliere il quale riteneva non esecrabile nascondere
redditi al fisco, considerato troppo esoso (ma non era stato
proprio il Presidente-imprenditore a promettere dal 1994 di
ridurre le imposte?) o piuttosto fare quel che si fa negli
Stati uniti, dove tutti esibiscono la loro ricchezza, pagano
le tasse e vanno a dormire tranquilli?
L'argomento lo ha ripreso ieri sera a Piazza pulita
quell'incredibile personaggio che si chiama Straquadanio,
parlamentare del Partito della libertà, il quale si è
scagliato contro il blitz del fisco ed, in genere, contro
l'attività di riscossione di Equitalia, sostenendo
che, in questo Paese, il fisco è troppo pesante. Ma questo
incredibile personaggio, del quale è difficile capire
l'effetto sull'elettorato che segue le trasmissioni
televisive, ha fatto finta di dimenticare, nonostante
ripetute sollecitazioni del conduttore Formichi, che a
questo livello di tassazione siamo arrivati regnante Silvio
Berlusconi che nel 1994 era sceso in campo anche per
diminuire le imposte. Non le ha diminuite, ma, per non
mettere le mani nelle tasche degli italiani, come ama
ripetere, ha fatto pesanti tagli alla spesa pubblica
costringendo gli enti locali, erogatori di importanti
servizi di carattere sociale, a renderli più costosi,
alzando le tariffe. Quindi questa tesi, ossessivamente
ripetuta, di non aver messo le mani nelle tasche dei
contribuenti è falsa.
Al tempo di Berlusconi, sul finire della sua esperienza di
governo, quando era evidente che di lì a poco avrebbe dovuto
fare le valigie, l’Agenzia delle entrate si è esibita in una
campagna pubblicitaria moraleggiante che, nelle intenzioni
di chi l'ha commissionata e di chi l'ha realizzata, avrebbe
dovuto indurre gli evasori a non farlo più per tornare,
finalmente redenti, a contribuire con tasse e imposte al
bene comune!
Per concludere su questo punto vorrei ricordare a tutti una
considerazione di lapalissiana evidenza. L'elevata pressione
fiscale secondo alcuni induce all'evasione. È da dubitare
che ci sia una così diretta relazione tra livello dei
tributi ed evasione, perché è certo che molti troverebbero
sempre una giustificazione per non pagare anche imposte meno
pesanti, come è certo che, se si vuole abbassare il livello
della pressione fiscale, è necessario combattere l'evasione
per avere una più ampia platea di contribuenti. Ora
questo problema è come il classico cane che si morde la
coda, nel senso che non è possibile ridurre le imposte se
l'evasione rimane così elevata. Quindi bisogna trovare un
punto dal quale partire per avviare un risanamento del
sistema tributario che diventi più giusto. Perché non è più
possibile che a pagare siano sempre e solo i dipendenti,
pubblici e privati.
6 gennaio 2012
2012: Auguri
Italia!
di Salvatore sfrecola
Il panorama dei giornali di oggi è sconfortante. Si
preannunciano rincari, dappertutto, è una litania di tariffe
che crescono, della luce del gas, delle autostrade. Cresce
il canone RAI, cresceranno le imposte sulla casa. Aumenti
che si aggiungono a quello della benzina in un contesto nel
quale la stretta fiscale decisa del Governo Berlusconi
questa estate, ma solo per i dipendenti pubblici, colpisce
persone già impoverite. Il quadro è dunque decisamente fosco
e il governo, che pure ha detto la verità agli italiani
sulle condizioni del Paese, stenta a fornire elementi
esaustivi sulle iniziative destinate allo sviluppo, cioè
alla ripresa dell’economia e dell’occupazione. Perché la
gente accetti i sacrifici con fiducia della loro utilità.
Le indicazioni, invece, sono generiche, individuano più i
settori che le misure concrete, le liberalizzazioni,
l’intervento sulle infrastrutture, delle quali si dice
vagamente. È forse logico che sia così in questa fase, ma
occorre uscire presto dalla fase della elaborazione delle
idee per configurare una strategia normativa della quale gli
italiani possano valutare gli effetti per mettere a
confronto sacrifici e speranze e dedurne che valga la pena.
Solo in questo modo sarà possibile evitare una opposizione
strisciante, dal vago sapore qualunquistico che si sente
montare insieme ad una certa disaffezione nei confronti dei
partiti che appoggiano il governo. Questi sentono il disagio
dei cittadini e cercano di esorcizzarne gli effetti con
alcuni distinguo sostenendo che è indispensabile sostenere
il Governo ma che le misure che questo ha adottato non
sarebbero proprio quelle che loro avrebbero scelto. Un po’
di verità e un po’ di ipocrisia che fa intravedere, al
termine di una lunghissima campagna elettorale, in pratica
già in atto, un esito incerto quando nel 2013 metteremo la
scheda nell’urna.
Un anno fa, il 30 dicembre 2010 Ernesto Galli della Loggia
intitolava il suo editoriale sul Corriere della Sera “Dite
la verità al Paese” delineando “un panorama
sconfortante”, dall'istruzione “dal rendimento assai basso”
alla burocrazia “pletorica e in efficientissima”, alla
giustizia “tardigrada e approssimativa”, alla delinquenza
organizzata “che altrove non ha eguali”, alla rete stradale
e autostradale “largamente inadeguata”, mentre quella
ferroviaria “appena ci si allontana dall'Alta velocità, è da
Terzo mondo”, alla “rete degli acquedotti” “un colabrodo”,
al nostro paesaggio “sconvolto da frane e alluvioni rovinose
ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e
biblioteche versano in condizioni semplicemente penose”. Né
aveva trascurato la “corruzione capillare e indomabile” e
l'evasione fiscale “fra le più alte d'Europa”. E poi la
condizione degli operai italiani i quali “ricevono salari
ben più bassi della media dell'area-euro” ed il nostro
sistema pensionistico “fra i più costosi d'Europa”.
Tutto vero. Come il 30 dicembre 2010 anche oggi le cose
stanno così per cause antiche. Errori distribuiti nel tempo
commessi da tutte le maggioranze, di destra e di sinistra,
anche se è possibile graduare le responsabilità in relazione
al tempo nel quale le varie maggioranze sono state nelle
“stanze dei bottoni”.
Da ultimo abbiamo dovuto subire gli effetti negativi di un
ottimismo contro ogni evidenza e la vacuità di
un’opposizione che si parla addosso, in un contesto nel
quale al Paese manca un modello di sviluppo che consideri la
peculiarità delle nostre risorse, il clima, l’arte, il
turismo, alcune tecnologie d’avanguardia, dai quali
potrebbero venire elementi di sviluppo ed occasioni di
lavoro, per procedere alla giornata secondo le pressioni
delle lobby che l’autorità politica non riesce a conciliare
con gli interessi comuni.
È questa situazione a preoccupare gli italiani. L’assenza di
una classe politica che offra prospettive credibili e, sia
pure progressivamente, realizzate.
Ora abbiamo un nuovo governo con personalità di spicco,
economisti, banchieri, manager, alti dirigenti
dell’amministrazione e degli enti. Saranno all’altezza del
compito? Non è ancora chiaro. Come non è certo che abbiano
percepito la congruenza degli strumenti a loro disposizione,
normativi e umani per fare quello che pensano di fare o che
si possa fare. Intanto, tranne qualche eccezione, hanno
mantenuto staff già presenti nel precedente governo, yes
men che mai hanno contraddetto il politico di turno per
paura di perdere il posto. Pusillanimi che hanno rinunciato
far valere la loro professionalità, spesso eccellente, per
servire chi non è al servizio dello Stato ma si serve dello
Stato.
Eppure non cadiamo nella disperazione dalla quale sarebbe
facile essere trascinati.
L’Italia è una grande Nazione, come abbiamo ricordato in
questo anno nel quale sono state evocate le personalità che
hanno costellato la storia dei primi 150 anni. Cavour,
Giolitti, De Gasperi, Einaudi, che tutti consideriamo dei
punti di riferimento certi quanto a capacità politica ed a
personalità.
Ed abbiamo fiducia che se ne trovi presto l’erede.
31 dicembre 2011
Secondo Vittorio Feltri
Gli
statali, "tiranni del timbro", artisti del cavillo
Ma si
sbaglia
di
Salvatore Sfrecola
Vittorio Feltri è un giornalista di grande valore, acuto,
ironico, una penna felice, capace di grandi inchieste,
ma "tiene famiglia" anche lui e così può capitare che si faccia
prendere dal desiderio di compiacere il suo editore o i
propri lettori. Non c'è niente di male, l'editore ci mette i
soldi, i lettori sono la forza di un giornale, ma
l'etica giornalistica impone autonomia di giudizio ed anche
un impegno d'informazione indipendente accompagnato da
annotazioni che si basino su fatti verificabili e
verificati.
Si tratta di considerazioni che prendono le mosse
dall'odierno fondo del Direttore de Il Giornale,
"Ostaggio dei dittatori del timbro", il quale se la prende
con gli statali, oggi in sciopero, accusati di sfruttare una
sorta di rendita di posizione fatta di competenze
rigidamente seguite, di interpretazioni cavillose di leggi e
regolamenti, in tal modo detenendo un potere improprio
che si sovrappone a quello dei politici che impartirebbero
ordini che non sono "in grado di farli rispettare" non
avendo "dimestichezza" con la macchina amministrativa. Per
cui "il politico dice e il funzionario cerca di non fare, e
ci riesce benissimo, giustificando la propria inazione con
vari pretesti di carattere legale e procedurale". Sicché
"l'apparato non è al servizio né dei cittadini né dei loro
rappresentanti. E' al servizio di se stesso ed è efficiente
soltanto quando si tratta di esercitare un potere ostativo o
di creare, attraverso regole intricate, i presupposti di
paralizzanti contenziosi".
Feltri non ha tutti i torti, ma, partendo dalla
constatazione di fatti innegabili, non giunge ad individuare
l'origine delle cose e le cause delle disfunzioni.
In primo luogo occorrono alcune puntualizzazioni in diritto,
come si dice, e precisazioni in ordine al ruolo dei politici
e dei tecnici dell'amministrazione.
I politici sono gli amministratori della cosa pubblica, cioè
della res publica, del denaro e delle risorse messe a
disposizione dell'ente pubblico, lo Stato, la regione, il
comune e via dicendo, dal cittadino contribuente il quale
paga imposte e tasse ma vorrebbe sapere, anzi pretende di
sapere, come quelle somme vengono utilizzate se veramente
per il "bene comune" o per compiacere lobby varie e
l'elettorato di riferimento, una fettina del popolo sovrano.
Poi c'è l'apparato amministrativo composto di dipendenti di
varie professionalità - l'espressione burocrati è usata in
senso dispregiativo e già questo, caro Feltri, non va bene -
dipendenti che sono, dice la Costituzione, "al servizio esclusivo della
Nazione", non del politico di turno, anche se
all'amministratore spetta indicare l'indirizzo politico
amministrativo e verificarne l'attuazione.
Ma, sostiene Feltri, il politico dice, dà ordini, ma "non è in grado di
farli rispettare". E qui, evidentemente, il problema non è
del dipendente pubblico, ma del politico che molto spesso
non è all'altezza del ruolo che pretende di ricoprire.
Intanto, le leggi le fanno i politici in Parlamento. Se sono
insufficienti rispetto agli obiettivi, scoordinate e spesso
incomprensibili e inapplicabili non si può addossare questa
responsabilità al funzionario, tanto è vero che la
confusione e l'incertezza normativa esclude la
responsabilità per danno erariale dinanzi alla Corte
dei conti. Il danno c'è, ma non può essere addebitato al
dipendente che si trova ad applicare norme incomprensibili.
Non leggo nel pezzo di Feltri critica alcuna alla
classe politica che non è in condizione di programmare e
dirigere, come - lo abbiamo visto con la crisi finanziaria
affrontata in limine dal governo Monti - non è in
condizione di prevedere e prevenire, per cui dinanzi ad
una crisi paurosa ha preferito fuggire perché altri
adottasse quelle misure che i governo "politici" non sono
stati in condizione di assumere.
Una classe politica e di governo modestissima (ed è un
complimento!) non esclude responsabilità dell'apparato, ma
fortemente le limita. Perché se i politici
comprendessero che la pubblica amministrazione è l'unico
strumento del quale dispongono per attuare le politiche
pubbliche, cioè quanto promesso agli elettori, non
disprezzerebbero i funzionari, come spesso si è sentito
perfino dal Presidente del Consiglio - ma si
preoccuperebbero della loro preparazione professionale, del
loro numero, della loro distribuzione tra le funzioni
ministeriali e sul territorio, ne esalterebbe il ruolo
motivandoli perché avessero la soddisfazione di sentirsi
utili al Paese, veramente al servizio della Nazione.
Ora Feltri dovrebbe sapere che è pessima usanza quella di
dire che gli altri ci ostacolano per giustificare la nostra
incapacità ed inadeguatezza.
L'articolo di Feltri avrà soddisfatto i lettori del
giornale, abituati a denigrare l'esercizio della funzione
pubblica secondo una concezione politica in modo improbabile
definita "di destra" o di "centrodestra"
o, perfino, liberale, dove a comandare
sono craxiani doc, guidati da un craxiano della prima ora,
tutta gente che dicendosi liberale e di destra mente sapendo
di mentire.
Caro Feltri, con la mentalità che manifesta nel suo articolo
non si va da nessuna parte, la classe politica continuerà ad
essere scadente e i funzionari non avranno una guida
politica. Unicuique suum!
19
dicembre 2011
Governare gli italiani si può
di Salvatore Sfrecola
Governare gli italiani non è difficile, è inutile. Lo ha
detto Silvio Berlusconi in occasione della presentazione
dell'ultimo libro di Bruno Vespa richiamando una frase
attribuita a Mussolini che così si sarebbe sfogato in un
momento di difficoltà nella gestione del governo. La
citazione è tratta dal volume di Giulio Andreotti
Governare con la crisi (Rizzoli, 1991), ma c'è chi
sostiene che, in realtà, questa considerazione l'avrebbe già
fatta in precedenza Giovanni Giolitti, con una variazione.
Invece di "difficile" lo statista piemontese avrebbe detto
“impossibile”.
Con tutto il rispetto dovuto alle opinioni altrui, devo dire
che io dissento fortemente da questa conclusione. Gli
italiani hanno dato dimostrazione di grande capacità di
rispetto delle istituzioni, di impegno professionale e
civile in tanti momenti difficili della nostra storia, in
pace e in guerra. Basti pensare alle tante espressioni di
solidarietà proprie del nostro popolo, che non si trovano in
altri contesti nazionali.
Comprendo che questi profili di carattere umano non sono
significativi rispetto al ruolo di cittadino rispettoso
delle leggi che la frase evocata vuole evocare, considerata
anche l'elevata misura della evasione fiscale, una tipica
espressione di mancato senso dello Stato.
La verità molto probabilmente è più semplice. Gli italiani
in molti momenti della loro storia non sono stati governati,
se governare significa dare attuazione con capacità
realizzativa all'indirizzo politico uscito vittorioso dalle
elezioni. In sostanza la critica fatta agli italiani
andrebbe rivolta ad una classe politica si è rivelata nella
sua stragrande maggioranza estremamente modesta sia sul
piano della visione strategica dei problemi del Paese, sia
sotto il profilo degli strumenti tecnici necessari per
governare, come dimostra il livello della legislazione
caotica e spesso incomprensibile, e l'assoluta
disattenzione, da me più volte denunciata, per la pubblica
amministrazione, cioè per lo strumento principale attraverso
il quale i governi realizzano la loro politica.
Una classe politica formata da personaggi il più delle volte
senza esperienza, con scarsissima cultura giuridico
costituzionale e politica, come gli italiani hanno appreso
seguendo alcune trasmissioni televisive, come quella delle
“Iene” nel corso della quale parlamentari di varie parti
politiche hanno dimostrato di non conoscere, neppure per
approssimazione, il costo del pane. E stato un degrado
progressivo quello della classe politica soprattutto negli
ultimi anni quando sono stati posti in posizione di
responsabilità parlamentare e governativa persone di scarsa
cultura e di nessuna esperienza di governo neanche a livello
locale, scelti spesso solo per l'avvenenza fisica, le donne,
o per la giovane età, gli uomini, requisiti che
evidentemente non sono sufficienti per ricoprire un posto di
parlamentare, ministro, vice ministro o sottosegretario.
Queste cose le ha dette con maggiore autorità
Leonardo Sciascia in un discorso parlamentare del 5 agosto
1979. "In realtà - ha affermato lo scrittore siciliano
- questo Paese è invece il più governabile che esista al
mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di
pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta
viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un
qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di
qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato,
con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto
del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece
siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono:
ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso
dell'efficienza; intendo soprattutto nel senso di un'idea
del governare, di una vita morale del governare”.
In sostanza la denuncia di Giolitti - Mussolini - Berlusconi
nel criticare gli italiani costituisce una critica a se
stessi per non essere capaci di ottenere dagli
italiani quel consenso che evidentemente non hanno saputo
conquistarsi.
18 dicembre 2011
Ma Monti pensi allo sviluppo
Incredibile faccia tosta di PdL e PD
di Senator
Approvato con qualche voto in meno rispetto alla maggioranza
che aveva concesso la fiducia al governo, il decreto
contenente la manovra economica passa al Senato accompagnato
da alcuni distinguo e da non poche critiche. Sono
soprattutto gli uomini del partito di Berlusconi a
manifestare quelli che oggi si chiamano “mal di pancia”,
cioè riserve che non fanno venir meno il voto favorevole al
governo, mentre la lega apertamente dissente, come l'Italia
dei valori, ed il partito democratico limita le sue critiche
a pochi aspetti, continuando a ribadire la necessità della
massima tutela dei pensionati e di provvedimenti più
incisivi sull’economia delle famiglie.
Tuttavia quel che è incredibile è la faccia tosta
soprattutto del Partito della libertà sul quale
indubbiamente incombe la maggiore responsabilità per aver
governato gran parte degli ultimi anni senza prevedere e,
quindi, prevenire le difficoltà finanziarie internazionali e
interne che oggi il governo Monti è chiamato ad affrontare.
Faccia tosta ed ipocrisia, perché queste misure dure e
severe avrebbe dovuto prenderle il governo del Cavaliere nei
mesi scorsi, appena fu evidente che si stava manifestando, a
livello della finanza dei paesi più industrializzati, una
situazione pesante che sarebbe stato necessario seguire e
contrastare con idonee misure sul piano fiscale e bancario.
Nulla di tutto questo, neppure misure insufficienti ma
esclusivamente plateali manifestazioni di ottimismo
reiterate e quanto alla situazione dell'Italia, ritenuta
migliore di quella di altri importanti partner europei,
contestualmente all'affermazione del nostro Paese sarebbe
stato guidato dal miglior Presidente del consiglio degli
ultimi 150 anni, un leader ritenuto in testa al gradimento
dei cittadini, quanto meno in Europa. Non era vera né l'una
nell'altra affermazione, non la condizione della nostra
economia ed ancor meno il prestigio del Presidente del
consiglio rispetto agli altri che nel corso dei 150 anni
dell'unità d'anno guidato il governo.
Ora questo partito e il suo leader che non ha avuto il
coraggio di adottare misure restrittive dell'economia al
fine di contenimento del debito e del disavanzo, cercano di
prendere le distanze dal governo Monti, pensando così
allontanare dal ricordo degli italiani quelle reiterate
manifestazioni di ottimismo che alla verifica dei fatti si
sono dimostrate anche agli occhi dei seguaci del Cavaliere
fondate sul nulla.
È questa, con qualche distinguo, la posizione di tutti i
partiti che vogliono far dimenticare la loro incapacità di
affrontare la crisi, ciò che vale tanto per chi governava
quanto per chi non ha saputo svolgere appieno e fino in
fondo il compito di oppositore, un ruolo essenziale in una
democrazia parlamentare. Maggioranza e opposizione, infatti,
hanno dimostrato di essere incapaci nell'analisi della
situazione, nella definizione delle misure per fronteggiarla
e così si preparano alle elezioni del 2013 con l'intento di
cogliere eventuali possibilità di una elezione anticipata,
quasi nel timore che le misure severe di Monti abbiano la
capacità di raddrizzare la barca dell'economia e della
finanza nel nostro Paese e quindi acquisire un consenso
popolare, sia pure a posteriori, che potrebbe pesare sul
consenso elettorale. Del resto anche Beppe Pisanu ha
immaginato una maggioranza di centro-destra guidata da Mario
Monti, come del resto avevamo immaginato fin dall'indomani
della costituzione del governo e scritto su questo giornale.
È tutto in movimento, dunque, e non sono da escludere
agguati nei prossimi mesi per condizionare o forse per far
cadere il governo, per andare alle elezioni in un momento in
cui certamente prevale l'amarezza per le misure economiche
adottate dal governo rispetto ad ipotesi di sviluppo ancora
definite e comunque, per loro natura, destinate a mostrare
gli effetti positivi a distanza di tempo.
Operazioni di guerriglia dunque, e furbizie varie nella
speranza che sia l'altro a rimanere con il cerino in mano.
Un rischio che il partito democratico non vuol correre per
cui dovremo attendere distinguo vari nei confronti della
posizione del Partito della libertà.
Ne vedremo delle belle, in una pantomima tragicomica che non
sappiamo se convincerà il popolo che Berlusconi ha ben
governato e non poteva fare di più e che l'opposizione ha
proposto invano misure idonee a prevenire la crisi ed a
combatterla efficacemente.
In queste condizioni è possibile immaginare un crescente
successo di Lega e Italia dei valori, con la conseguenza di
ridurre le dimensioni della maggioranza che uscirà dalle
urne con la conseguenza di mantenere il Paese
sostanzialmente ingovernabile.
17 dicembre 2011
I biglietti di
auguri con firma prestampata
L'orgia cafona
di
Salvatore Sfrecola
Cominciamo ad essere inondati da biglietti di auguri. Li
scambiamo con amici, parenti, colleghi d'ufficio e persone
con le quali vogliamo mantenere un rapporto di cordialità o
di ossequio.
Semplici, colorati, in parte contenenti una frase augurale
esprimono una relazione alla quale in qualche modo teniamo.
Questa caratteristica tuttavia, esige il rispetto di alcune
regole elementari, prima fra tutte quella che l'augurio sia
firmato il nostro pugno, al termine di una frase già
predisposta, alla quale sarebbe bene comunque far seguire
un'espressione personalizzata, o meglio ad accompagnare un
nostro personale pensiero.
E' una regola di buona educazione, come direbbe il mio amico
Luigi Condemi, che sta dando alle stampe un libro
sull'etichetta che null'altro se non la regola del saper
vivere, del rispetto altrui nel tono garbato che si è sempre
usato nelle famiglie bene.
Torno nuovamente su questa brutta abitudine diffusa ai
vari livelli sociali e professionali perché non riesco a
comprendere il senso di un biglietto prestampato quando il
rapporto personale potrebbe essere tenuto e mantenuto
dedicando un po' di tempo a questa pratica cortese la cui
omissione è tanto più colpevole quando l'autore del
biglietto prestampato è una personalità che dispone di
segreterie le quali possono predisporre la busta con
l'indirizzo rimettendo a chi deve scrivere o rispondere un
sintetico augurio e la firma.
Ricordo che nel periodo natalizio, mio padre tornando a casa
sotto leva un paio d'ore al sonno per due o tre giorni per
curare personalmente questo adempimento di cortesia. Fin da
bambino ne ho percepito ed apprezzato l'importanza,
naturalmente, senza bisogno che qualcuno mi spiegasse il
perché di quella pratica. Con la conseguenza che non
sopporto di ricevere auguri o risposta ad auguri
prestampata, che considero espressione di cattiva educazione
e di disprezzo per la persona.
Torno così annualmente a denunciare questo comportamento
spesso ricorrendo ad esempi il più illustre dei quali è
senza dubbio quello del senatore Giulio Andreotti ce ne ha
fatto oggetto, come in altra occasione ho ricordato, di un
passo del Diario 2000 dove, alla data del 5 gennaio, si
legge che avendo trovato, al ritorno dalle vacanze di fine
anno, "tanta posta: quasi tutti auguri" affermava che vi
avrebbe risposto "personalmente". Aggiungendo; " gli auguri
burocratici non mi piacciono".
Lo ha sempre fatto, scrivendo di pugno suo perfino
l'indirizzo del destinatario sulla busta. Che differenza
dalla cafonata alla quale si assiste in questi giorni!
L'ho fatto notare l'anno scorso ad un mio amico ministro al
quale ho suggerito di mandare a casa questi suoi segretari
che rispondono con il "lei" a chi dà del "tu", senza
valutare il rapporto esistente tra le persone, in un
biglietto dalla firma stampata. Mi ha detto che erano tanti.
Più di settecento ha specificato. Mi chiedo quanto avrebbe
impiegato a scrivere anche solo la firma!
Io l'invio di più, ho acquistato una macchinetta
etichettatrice e con quella rapidamente faccio fronte alle
esigenze.
Sento già qualcuno dire che nella crisi
economica di questi giorni io perdo tempo con questioni di
etichetta e buona educazione.
A parte la circostanza che la buona educazione manca da
tempo sicché sarebbe effettivamente il momento di riportarla
ad una regola di relazioni interpersonali, è certamente il
disinteresse per gli altri e per il bene comune alla base
del malessere sociale che, unito allo scarso senso dello
Stato, ha fatto precipitare il costume politico italiano e
con esso la democrazia, l'amor di patria, il rispetto degli
altri e ne paghiamo le conseguenze, in politica come nella
vita sociale.
17
dicembre 2011
In margine all'intervista di Attilio Befera al Corriere
della Sera
Passare al conflitto di interessi
per combattere l'evasione fiscale
di Salvatore Sfrecola
Il dato ricorre un po' in tutte le analisi sulle dimensioni
dell'evasione fiscale in Italia, ma oggi è ufficiale.
L'evasione fiscale sottrae al bilancio dello Stato 120
miliardi l'anno. L'ho detto Attilio Befera, direttore
dell'Agenzia delle entrate e Presidente di Equitalia in
un'intervista al Corriere della Sera di oggi a
Massimo Mucchetti che il giornale milanese lancia in prima
pagina con un titolo a sei colonne: “così scopriremo gli
evasori”, spiegando che incrociando dati sui conti correnti,
i fondi e i patrimoni sarà possibile recuperare parte del
gettito evaso.
Befera ritiene di poter ridurre l'evasione a livelli
europei. Non sarà, tuttavia, “l’opera di un giorno”,
precisa. E pur non potendo fare previsioni ritiene che oggi
il fisco italiano possa finalmente combattere l'evasione.
“Oggi - a giudizio del Direttore dell'Agenzia delle entrate
- abbiamo finalmente tutti gli strumenti per operare:
l'accesso all'informazione completa sui movimenti
finanziari, il redditometro, i limiti dell'uso del contante
che consentono la tracciabilità delle operazioni ovvero la
notifica, da parte delle banche, delle violazioni di questi
limiti”. Inoltre, aggiunge, oggi “il sistema informatico
dell'Agenzia registra tutte le transazioni su conti
correnti, fondi, gestioni patrimoniali, polizze
assicurative…”.
Tutto questo richiede un lavoro non indifferente a fronte
del quale gli organici dell'agenzia sono passati da 37 a
32.000 unità, mentre ogni anno vanno in pensione 1000 1200
dipendenti. Evidentemente c'è bisogno di personale, tanto è
vero che lo stesso Befera si augura che il governo “confermi
la deroga al blocco del turn over”. Il che vuol dire
che le aspettative di una maggiore efficienza che puntano
sulla capacità dell'agenzia di incrociare i dati richiedono
personale, quindi un impegno non indifferente che certamente
i dipendenti del dottor Befera metteranno nel loro lavoro.
Senza togliere niente ai risultati raggiunti e alle
prospettive che il direttore dell'Agenzia si pone e presenta
alla platea dei cittadini italiani sempre più indignati per
una evasione fiscale che non abbia uguali in Europa, mi
sembra che si continua a non percepire, cosa che, per la
verità, sta emergendo ogni giorno del dibattito politico,
che la lotta all'evasione si fa innanzitutto con lo
strumento del “contrasto di interessi”, come si comincia a
chiamare, cioè mettendo i contribuenti in condizione di
controllarsi a vicenda. L'esempio classico è quello
dell'idraulico che viene a casa per riparare il rubinetto
che perde acqua, chiede, per un lavoro di pochi minuti, 100
euro, precisando “se non vuole la fattura”, altrimenti va
caricata l’Iva. Ho fatto il classico esempio dell'idraulico,
ma lo stesso vale per altre professioni. Non soltanto per
artigiani ed operatori dell'edilizia ai quali tanto spesso
dobbiamo ricorrere. Anche molti medici hanno difficoltà a
rilasciare ricevute o fatture delle loro prestazioni, in
particolare i dentisti, con la conseguenza che i cittadini,
anche se animati da sacro rispetto delle istituzioni e dei
doveri tributari che su ognuno di noi incombono, finiscono
per cedere alla proposta di risparmiare l'importo dell'Iva
perché sanno che comunque con quella ricevuta, al di là di
una certa somma, non sapranno che farne in sede di
dichiarazione dei redditi.
Vado dicendo queste cose da molti anni in tutte le occasioni
nelle quali si parla di fisco a chi si lamenta dell'evasione
fiscale che condiziona anche la misura del prelievo su
coloro i quali pagano le imposte. Nel senso che, sembra
abbastanza evidente, che se tutti pagassero tutti pagheremmo
di meno. Qualcuno ha sorriso di questa affermazione ma
continuo a non comprenderne le ragioni perché, se la
matematica non è un'opinione, 100 o 120 miliardi di nuove
entrate al bilancio dello Stato devono necessariamente avere
un effetto, considerato che le manovre di rientro nei
momenti di difficoltà hanno le dimensioni di qualche decina
di miliardi, senza rivestire una caratteristica strutturale,
cioè senza costituire un dato permanente in conseguenza di
una modifica che incida sul bilancio dello Stato sulle spese
o sulle entrate.
L'osservazione con la quale si contrasta la proposta di
deduzioni sulla base di spese documentate è sostanzialmente
una, diminuirebbe il gettito. Nel senso che, si sostiene,
deducendo dal reddito imponibile somme documentate da
ricevute o fatture si avrebbe una minore entrata a carico di
coloro i quali ricorrono alla deduzione. La tesi non
convince per l'ovvia considerazione che se io posso portare
in deduzione somme percepite da un altro soggetto il quale
non le denuncia perché non emette fattura o ricevuta, molto
probabilmente il fisco si vede privato di una fetta
importante di redditi. Ritengo, comunque, che un siffatto
sistema dovrebbe essere attuato gradualmente con deduzioni
percentuali, almeno in una prima fase, sia con riferimento
al genere del consumo o della prestazione, sia tenendo conto
della situazione finanziaria del bilancio dello Stato. Ma è
evidente che se io posso portare a deduzione del mio reddito
la percentuale di una spesa effettuata, mettiamo anche solo
del 10%, per individuare quella misura dovrò esibire una
documentazione fiscale che indichi l'intera somma per cui il
fisco saprà che ho comprato, ad esempio, un gioiello che ho
pagato 2000 euro, somma della quale porterò in deduzione
secondo l'esempio solo il 10%.
Avviene in molti paesi civili. Non si comprende per quale
motivo questa scelta che in altri ordinamenti è
virtuosa e funzionale all'abbattimento dell'evasione non
possa essere adottata in Italia. In questo modo si
colpirebbe parte del lavoro nero, così facendo emergere
esigenze lavorative che non danno luogo a nuova occupazione
ma che pensano sulla totalità dei contribuenti onesti perché
sono questi che pagano anche per quelli che evadono.
Vedo, come ho detto poco fa, che queste considerazioni
vengono fatte oggi da molti più di un tempo, sìcché è lecito
sperare che, magari gradualmente, si possa introdurre
nell'ordinamento fiscale italiano un conflitto di interesse
tra contribuenti, in modo da ridurre il peso fiscale, per
allargare la platea di quanti pagano le imposte nella misura
dovuta.
11 dicembre 2011
Dieci anni dopo
Un’occasione mancata 2
Proviamo a rimettere in moto l’Italia
di Salvatore Sfrecola
Ci siamo lasciati a dicembre del 2006, quando, nella sala
delle conferenze della Fondazione Nuova Italia, Gianni
Alemanno, Roberto de Mattei, Carlo Giovanardi, Francesco
Perfetti e Marcello Veneziani, con Luciano Lucarini,
l’editore, in funzione di moderatore, fu presentato il mio
libro “Un’occasione mancata”, nel quale riflettevo sui fatti
della legislatura appena conclusa con una sonora sconfitta
per il centrodestra che aveva governato dall’11 giugno 2001
quando Silvio Berlusconi si era insediato per la seconda
volta a Palazzo Chigi.
Una sconfitta resa più grave dal
fatto che nel quinquennio 2001 – 2006 il centrodestra aveva
avuto una maggioranza fino ad allora la più consistente
nella storia della Repubblica, che avrebbe potuto consentire
il raggiungimento degli obiettivi indicati al corpo
elettorale che li aveva vivamente apprezzati mandando
all’opposizione un centrosinistra che nei cinque anni
precedenti aveva cambiato tre Presidenti del Consiglio,
Romano Prodi, il leader indicato nella campagna elettorale
del 2001, Massino D’Alema e, infine Giuliano Amato, il
Presidente del Consiglio della “manovra” da oltre 90
miliardi del 1992, una finanziaria tutta “lacrime e sangue”,
compreso un prelievo forzoso del 6 per mille direttamente
dai conti bancari, di notte.
Una sconfitta nell’aria già da un paio di anni, alla quale
non aveva creduto solo Silvio Berlusconi, che, impegnatosi
allo spasimo, a volte con linguaggio poco convenzionale, ne
aveva limitato gli effetti. Solo 24 mila voti in più alla
coalizione di centrosinistra, un risultato, mi telefonerà
Francesco Storace dopo aver letto il mio libro, che dimostra
“perché abbiamo perso per 24 mila voti quando avremmo potuto
vincere per 2 milioni”. Una conclusione cui l’ex Presidente
della Regione Lazio ed ex Ministro della sanità era giunto
sulla base dei fatti e delle considerazioni con le quali
avevo ricostruito i miei cinque anni “a Palazzo Chigi con
Gianfranco Fini”, quale suo Capo di Gabinetto, il primo dei
collaboratori sul piano tecnico del Vicepresidente del
Consiglio, il ruolo che il leader di Alleanza Nazionale
aveva scelto all’atto della formazione del Governo. Un
incarico in un primo tempo senza deleghe. Poi avrebbe
assunto la responsabilità governativa del coordinamento
delle politiche antidroga, affidata ad una “struttura di
missione” denominata Dipartimento Nazionale delle Politiche
Antidroga diretto dal Prefetto Pietro Soggiu, già Generale
di Divisione della Guardia di Finanza e Direttore generale
dell’Antidroga del Ministero dell’interno, un esperto a
livello internazionale.
Nel 2002 Fini sarebbe stato il rappresentante del
Governo italiano nella Convenzione europea, incaricata di
redigere la Costituzione dell’Unione nel terzo millennio.
Infine, avrebbe assunto l’incarico di Ministro degli affari
esteri. Un po’ per caso, in verità, perché se Rocco
Buttiglione, designato Commissario europeo dal Governo
italiano, avesse passato l’esame del Parlamento di Bruxelles
Franco Frattini sarebbe rimasto alla Farnesina. Invece,
caduto Buttiglione nell’imboscata dei fautori delle più
diverse diversità, Frattini ha assunto l’incarico di
Commissario europeo e Fini quello di Ministro degli esteri,
pur mantenendo la Vicepresidenza del Consiglio.
“Un’occasione mancata”, dunque, un titolo che mi aveva
suggerito Fini quando gli parlai della mia intenzione di
scrivere degli ultimi cinque anni, per una maggioranza
consistente ma, evidentemente, non coesa, formata di
parlamentari, deputati e senatori, di scarsa o inesistente
esperienza politica, il più delle volte reclutati con
criteri aziendalistici (si è parlato di selezioni operate da
società di ricerca di personale i cosiddetti “tagliatori di
teste”), privilegiando giovani ambiziosi e belle ragazze
nella convinzione che la giovane età fosse, da sola, in
mancanza di esperienza e di studi adeguati, un valore da
esprimere nel delicato settore dell’esercizio della
legislazione.
Contemporaneamente governo e maggioranza si sono
disinteressati della pubblica amministrazione, lo strumento
attraverso il quale un governo governa, cioè persegue la
realizzazione del programma. Anzi, di più, sono state
adottate misure che hanno negato la distinzione tra politica
ed amministrazione introducendo uno spoil system
selvaggio per cui il funzionario, per fare carriera, si è
dimenticato di essere “al servizio esclusivo della Nazione”,
come si legge in Costituzione (art. 98), per rincorrere il
politico di turno ed ottenere, assicurandogli fedeltà cieca
per ottenere il posto di funzione e mantenerlo nel tempo.
Nello stesso tempo, del programma proposto agli italiani
governo e maggioranza si sono dimenticati, a partire dalla
politica per la famiglia, una “istituzione” che ha un ruolo
centrale nella politica economica e sociale, tanto è vero
che, nel corso della crisi attuale il Presidente del
Consiglio, di allora, in carica fino a un mese fa,
minimizzava le preoccupazioni per il futuro dell’Italia
proprio in ragione della virtuosità delle famiglie italiane
che risparmiano e sopportano oneri che se fossero riversati
sullo Stato e sugli enti locali aggraverebbero ulteriormente
la crisi.
Ne parleremo nei prossimi giorni cercando di aggiornare
considerazioni e rilevazioni anche sulla base di quanto
andiamo scrivendo su questo giornale che abbiamo voluto
chiamare “Un sogno italiano” perché non vogliamo cedere alle
delusioni ed al pessimismo ma crediamo che sia possibile
rimettere in moto l’Italia.
9 dicembre 2011
Un patrimonio male utilizzato
Lo Stato in affitto
di Salvatore Sfrecola
Torna, ogni volta che si affronta il tema della grave
situazione finanziaria del nostro Paese l'idea di alienare
parti del patrimonio pubblico. “Dismissioni”, è la parola
magica che dovrebbe indurre gli italiani a ritenere che lo
Stato faccia, in primo luogo, risparmi al suo interno, in
tal modo riducendo gli oneri a carico dei cittadini, come
contribuenti o come utenti di servizi pubblici, dalla scuola
alla sanità, ai trasporti pubblici locali.
In sostanza, in caso di difficoltà finanziarie, si può
cercare il riequilibrio dei conti con una manovra sul
versante del fisco, aumentando IRPEF o IVA o tutte e due, ma
si può ottenere lo stesso risultato limitando le risorse per
la scuola, la sanità, i servizi di trasporto, così gravando
di più sugli utenti. Classi più numerose, ticket più salati
o difficoltà di ottenere una visita o un intervento
chirurgico, con conseguente ricorso alla sanità privata,
oppure si possono aumentare i costi dei biglietti dei
servizi di trasporto per compensare le minori risorse
destinate al servizio pubblico.
In sostanza ci sono vari modi per attuare una manovra
“correttiva”.
Torniamo al patrimonio dello Stato ed alla sua
utilizzazione. Me ne sono occupato più volte, mai negando
che possa essere in parte venduto, una misura che è
certamente possibile adottare in presenza di una crisi
finanziaria grave, come l’attuale. Tuttavia, mentre si pensa
di poter vendere alcuni beni e partecipazioni in imprese,
nel bilancio dello Stato, fra le poste passive, vi è un
consistente ammontare di affitti passivi, somme che lo Stato
paga per avere la disponibilità di locali per i suoi uffici,
ma anche per caserme dei Carabinieri o dei Vigili del fuoco,
Commissariati della Polizia di Stato . Ricordate Giuliano
Amato, Ministro dell’interno, che invitava i pompieri a non
pagare l’affitto se avessero avuto problemi a pagare la
benzina per le autopompe?
Il Presidente del Consiglio dovrebbe chiedere alla
Ragioneria Generale dello Stato una rilevazione sui costi
che le amministrazioni dello Stato sopportano per affitti
passivi. Se lo facesse scoprirebbe, com'aveva segnalato
alcuni anni fa la Corte dei conti in una relazione al
Parlamento, che si tratta di somme rilevanti, certamente
eccessive per uno Stato che possiede un patrimonio di
proporzioni enormi.
Questa mattina, parlando ad Omnibus, la trasmissione
di approfondimento politico de La7, l'onorevole Crosetto,
che nel governo precedente è stato Sottosegretario alla
difesa con delega al demanio militare, ha affermato che
vanno alienati beni dello Stato ma che è difficile senza una
preventiva “valorizzazione”, cioè senza l’eliminazione dei
vincoli urbanistici che impediscono ad una caserma di
diventare un albergo, così rendendone difficile la vendita.
C’è da dire, al riguardo, che, prima di vendere. lo Stato
dovrebbe utilizzare meglio il proprio patrimonio. In primo
luogo va abolita la disposizione secondo la quale i beni
immobili della Difesa, per i quali sia cessato l’uso
militare, non tornano al Demanio generale, com’era un tempo
e come avevamo imparato dai libri di scuola, ma restano
nell’ambito del Ministero di via XX Settembre che cerca di
venderli, il più delle volte invano, per fare cassa.
Queste caserme, invece, potrebbero diventare sede di uffici
pubblici senza problemi di destinazione urbanistica, essendo
la nuova utilizzazione coerente con la precedente
utilizzazione a scopi militari.
Un esempio per tutti. A Torino importanti uffici dello
Stato, la Corte dei conti, il Tribunale Amministrativo
Regionale del Piemonte, l'Avvocatura distrettuale dello
Stato, sono in affitto ed anzi, almeno la Corte dei conti,
sotto sfratto. Esiste a di Torino, nel centro della Città -
e la centralità, si sa che per alcuni uffici è essenziale in
relazione all'esigenza dell'utenza - una caserma la “De
Sonnaz” che potrebbe ospitare i tre uffici prima indicati.
Ma è stata destinata al Comune di Torino che sembra la
venderebbe per fare cassa. Intanto la Corte dei conti ha
dovuto ricorrere a un avviso pubblico per cercare una nuova
sede in affitto
Questa vicenda di Torino è emblematica di una situazione di
incapacità dello Stato di utilizzare il proprio patrimonio
per alloggiarvi i propri uffici, così risparmiando ingenti
somme da destinare ad altre finalità di interesse pubblico.
Torno spesso su questo argomento perché mi sembra che, senza
ricorrere a professionalità particolari, a docenze
universitarie prestigiose, anche un semplice amministratore
dei beni di una vecchia famiglia nobile avrebbe avuto la
capacità di evitare di pagare affitti passivi in presenza di
un patrimonio di grande consistenza, nel rispetto di una
regola fondamentale: se il patrimonio non si può utilizzare,
va alienato e le somme così acquisite rese disponibili per
costruire immobili di attuale interesse. Non si lasciano nel
degrado, come avviene da anni in questo Paese, beni di
grande valore.
Questa immagine dello Stato, che non cura i propri beni e si
disinteressa dei propri interessi, è deleterio sul piano
dell'immagine e del rapporto con il contribuente il quale ha
un elemento in più per protestare contro il prelievo
fiscale. Può dire, ad esempio, “caro Stato chiedi soldi a
me, tra l’altro per pagare l’affitto dei tuoi uffici, mentre
hai un patrimonio immenso che non sai utilizzare".
Io mi auguro che questo governo, che ha dimostrato di avere
una visione concreta ed adeguata dell'attuale situazione
finanziaria, adottando misure di contenimento della spesa
pubblica, sappia gestire il proprio patrimonio evitando
situazioni come quella prima descritta.
8 dicembre 2011
Un forum al Salone della giustizia (Fiera di Roma)
Alla riscoperta dell'etica pubblica
di Gianni Torre
Nell’ambito
del Salone della Giustizia,
http://www.salonedellagiustizia.it/content_page.php?Id=51,
si è tenuto ieri sera, nel padiglione "Ermellino" della
nuova sede della Fiera di Roma un
Forum dell’Accademia del
Notariato sul tema “Confronto per un’etica condivisa tra le
Attività, le Professioni e le Istituzioni”.
Coordinati ed interrogati da Pier Luigi Gregori, Giornalista
autore RAI, GR Parlamento, i lavori sono stati introdotti
dal notaio Adolfo de Rienzi,
Presidente dell’Accademia del
Notariato che da tempo approfondisce il tema dell'etica nei
vari comparti professionali. Nella sua introduzione de Rienzi
ha richiamato l'etica della responsabilità, di weberiana memoria,
sostenendo che la ricerca di una dimensione etica delle
professioni, pubbliche e private, costituisce un dato
costante in chi crede nel ruolo "pubblico" delle
professioni, dal notalo, all'avvocato, al giornalista, alla
deontologia professionale cui devono ispirarsi il singolo e
gli ordini, nel rispetto dei cittadini che si rivolgono al
professionista o alle istituzioni o che ne subiscono
l'iniziativa. ha richiamato l'etica della responsabilità, di
weberiana memoria, sostenendo che la ricerca di una
dimensione etica delle professioni, pubbliche e private,
costituisce un dato costante in chi crede nel ruolo
"pubblico" delle professioni, dal notalo, all'avvocato, al
giornalista, alla deontologia professionale cui devono
ispirarsi il singolo e gli ordini, nel rispetto dei
cittadini che si rivolgono al professionista o alle
istituzioni o che ne subiscono l'iniziativa.
Sono intervenuti nel dibattito il Notaio Avv. Alberto
Vladimiro Capasso – Presidente dell’Organismo di Mediazione
A D R notariato, l’on. Prof. Giuseppe
Chiaravalloti, Vice
Presidente dell’Autority per la Privacy, il nostro
Direttore, Prof. Salvatore Sfrecola, Presidente della
Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti del Piemonte
ed il Prof. Avv Vito Tenore, Consigliere della Corte dei
conti, Docente stabile alla Scuola Superiore della P. A..
Il dibattito, che è stato seguito con estremo interesse da
un pubblico qualificato di professionisti, notai, avvocati e
commercialisti, dopo l'intervento introduttivo del notaio de
Rienzi, che ha delineato le finalità dell'iniziativa,
auspicando l'individuazione dei principi di etica comune per
tutte le professioni liberali, ha preso l'avvio con una
relazione del professor Tenore, ricca di spunti tratti
dall'esperienza personale di studioso e di magistrato che ha
approfondito in una serie di scritti di grande successo ed
interesse professionale le tematiche delle regole
deontologiche contenute nei codici di comportamento e nelle
leggi, anche alla luce della giurisprudenza che si è andata
formando in questi ultimi anni.
Tenore ha fatto specifico riferimento anche alle decisioni
della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della
magistratura, così smentendo quella diffusa sensazione di
lassismo nei confronti degli illeciti dei magistrati come
spesso fa riferimento con enfasi la stampa e parte della
classe politica.
L’on. Giuseppe Chiaravalloti, Vice Presidente dell’Autority
per la Privacy, magistrato e già presidente della Regione
Calabria ha ricordato alcune esperienze della sua attività
nell'organizzazione giudiziaria, sottolineando anche
l'esigenza che la classe politica recuperi quei valori che
sono scritti in Costituzione come espressione di quella
“legalità repubblicana” che hanno tenuto presente i
costituenti.
Salvatore Sfrecola ha avviato la sua riflessione riprendendo
uno spunto di Vito Tenore che aveva ricordato l'articolo 54
della Costituzione che impone ai cittadini “cui sono
affidate funzioni pubbliche” di adempiere ad esse “con
disciplina ed onore”. Per Sfrecola quella norma, che al
secondo comma si riferisce ai pubblici amministratori e
funzionari, al primo comma ha un significato più generale ed
in quanto afferma che “tutti i cittadini hanno il dovere di
essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la
costituzione e le leggi” ha voluto delineare un quadro di
generale rispetto della legalità per indicare un cambio di
passo rispetto a tempi, anche nell'ottocento, nei quali
amministrazione e politica hanno realizzato un connubio
perverso, come denunciato da Silvio Spaventa e Ruggero
Bonghi, siamo nel 1886, che ha mortificato lo sviluppo
civile nella prima fase dell'unità d'Italia.
Richiamando un recente volumetto di Stefano Rodotà, "Elogio
del moralismo", Sfrecola ha sottolineato come quell’autore,
giurista raffinato e politico spesso controcorrente anche
nel suo partito, abbia voluto dimostrare con rinvio ad
inchieste giudiziarie che hanno squassato il Paese negli
ultimi decenni, come la moralità pubblica in Italia sia
particolarmente bassa per la diffusa corruzione denunciata
dalla Corte dei conti cui si accompagna una elevata evasione
fiscale, anch'essa dimostrazione della scarsità dei valori
etici di molti settori del popolo italiano. Il riferimento
all'evasione fiscale ha consentito al relatore di richiamare
una iniziativa portata all'attenzione del Parlamento
elvetico nella quale, fra l'altro, si sostiene che pagare le
tasse è una questione di onore e che il cittadino vuole
anche sapere come quelle somme vengono utilizzate. In
proposito Sfrecola ha ricordato che i parlamenti nascono
nell'era moderna per controllare le spese del sovrano, in
relazione all'autorizzazione al prelievo fiscale,
sottolineando come i grandi sprechi di cui spesso i mass
media denunciano l'esistenza in Italia siano anche essi
espressione della scarsa moralità pubblica di una classe
politica la quale privilegia gli interessi del collegio o
della lobby di appartenenza rispetto alle esigenze obiettive
delle amministrazioni e dei cittadini.
Con l'occasione è stato anche fatto riferimento all'elevato
debito pubblico originato in gran parte dalla disattenzione
degli parlamenti e dei governi per le regole della buona
gestione, in particolare per quella contenuta nell'articolo
81 quarto comma della Costituzione laddove si prevede che
ogni nuova o maggiore spesa debba prevedere i mezzi per
farvi fronte. Cioè la copertura finanziaria che, ha
ricordato Sfrecola, se fosse stata sempre rispettata non ci
avrebbe portato a queste dimensioni del debito.
Nel dibattito che è seguito ha preso la parola l'Avvocato
dello Stato Paola Maria Zerman la quale ha sottolineato come
la carenza di valori etici sia attestata dal fatto che i
comportamenti illeciti non vengano quasi mai fermati prima
dell'intervento sanzionatorio degli strumenti predisposti
dall'ordinamento, sia con riferimento alla fase interna
disciplinare alle singole amministrazioni e strutture degli
ordini professionali, sia con riguardo aella fase
dell'intervento dei giudici. L'Avvocato Zerman ha
sottolineato, in particolare, la necessità di tornare al
rispetto dei valori fondanti della nostra tradizione
politica e culturale e di assumere un dato propositivo
dell'azione di ognuno nella promozione del bene comune che è
finalità propria di tutti gli appartenenti ad una comunità,
anche secondo l'insegnamento della dottrina sociale della
Chiesa, richiamata anche Stefano Rodotà nel volumetto che
Sfrecola aveva citato.
Molto apprezzata dai presenti la conduzione del dottor Pier
Luigi Gregori, un giornalista con una vasta cultura
giuridica e istituzionale, che ha saputo con le sue domande
stimolare le risposte dei relatori e trarre una sintesi
efficace dagli spunti più significativi nello spirito
dell'iniziativa del l'Accademia del notariato che, come ha
ricordato il notaio de Rienzi, si è proposta con il Forun di
individuare, sulla base del concorso di esperienze diverse,
tratti comuni per un codice etico delle professioni, in
particolare con riferimento alla loro funzione pubblica e
con riguardo ai rapporti con i cittadini.
3 dicembre 2011
Poche
novità dagli staff
Ministri tecnici ingabbiati?
di
Senator
Questo giornale, anche con articoli a firma del direttore,
ha manifestato grande apprezzamento per il Presidente del
consiglio, Senatore Monti, e per la scelta da lui compiuta
nella definizione della squadra di governo che è parsa
sufficientemente autonoma rispetto ai partiti tradizionali,
anche se alcuni ministri denunciano una marcata contiguità con
potenti lobby economiche.
Uguale distanza dai politici e dal mondo del potere non si
trova, invece, nella lista dei sottosegretari e,
soprattutto, negli staff di diretta collaborazione con i
ministri. Non faremo nomi, come hanno fatto alcuni giornali.
Cito per tutti il bell'articolo di Sergio Rizzo sul Corriere
della Sera di qualche giorno fa. Del resto sono personaggi
noti a tutti, alcuni di elevata professionalità e
sensibilità politica, altri più modesti, ma agguerriti nella
difesa delle prerogative dell'amministrazione presso la
quale operano, come nel caso di un Capo di gabinetto
che nel 2006, alla vigilia delle elezioni, impedì la formalizzazione di un provvedimento
normativo in favore della famiglia elaborato a Palazzo Chigi
per una ottusa difesa di prerogative che invece avrebbe
potuto più utilmente coinvolgere nell'iniziativa, così
contribuendo a quella sconfitta del governo Berlusconi per
24.000 voti. Chiunque lo avrebbe rispedito a casa. Invece rimane, per quali
meriti non si comprende.
Questa
serie di personaggi, i bravi e i meno bravi, sono stati
mantenuti accanto ai nuovi ministri tecnici dall'iniziativa
congiunta di un duo formidabile nella gestione del potere personale. Ne consegue che i nuovi ministri tecnici, alcuni
dei quali hanno scarsa conoscenza della struttura
amministrativa che si apprestano a governare, si troveranno
condizionati da questi personaggi, molti dei quali
rispondono direttamente a chi li ha voluti mantenere in
quella posizione. Viene meno in questo modo un connotato
fondamentale della prima Repubblica secondo la quale i
ministri sceglievano i propri più diretti collaboratori per
averli i saggiati nella loro capacità operativa e
professionale, ad esempio nel corso dell'attività
parlamentare, o per essere stati consigliati da colleghi di
partito o, aggiungiamo, di corrente.
La
situazione che si è venuta a creare, e che in parte è
riprodotta nel comparto dei vice ministri e sottosegretari,
individua un ben noto regista, anzi due, che vivono in
simbiosi, per cui è sotto gli occhi di tutti che i capi di
gabinetto, i capi degli uffici legislativi ed una buona parte
di sottosegretari sono, come si usa dire, eterodiretti ed
eterocondizionati con la conseguenza che l'autonomia
decisionale dei singoli ministri è notevolmente limitata.
Come
il nostro direttore, anche io mantengo immutata la fiducia
nel professor Monti e dei suoi colleghi di governo, ma
desideravo sottolineare questa anomalia che non si era
verificata in tempi passati quando, a capo degli uffici di
diretta collaborazione erano posti alti dirigenti dello
Stato, magistrati amministrativi e contabili, avvocati dello
Stato, legati da un diretto rapporto di fiducia con il
politico del quale seguivano le sorti, spesso rimanendo
fuori del governo quando la personalità politica aveva
perduto l'incarico. Oggi invece gli staff passano da un
ministro all'altro, appartenenti a coalizioni diverse, unico
rimanendo il regista, anche lui in qualche modo manovrato,
con piacere, certamente, considerando i lauti stipendi e gli
altri intuibili benefici. Non c'è che da sperare in qualche
granello di sabbia, di quelli che l'esperienza dimostra
capaci dell'imponderabile, che inceppi questo
meccanismo di potere per il potere.
1
dicembre 2011
Principio
del pareggio di bilancio
e vigilanza sui conti pubblici: velleitarismo normativo e
confusione di idee
di Salvatore Sfrecola
Protesta l’Associazione Magistrati della Corte dei conti
alla vigilia della votazione sul disegno di legge A.C. 4205,
"Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella
Carta Costituzionale", in calendario oggi alle Commissioni
riunite Affari costituzionali e Bilancio della Camera dei
deputati. Protesta, perché tra le diverse innovazioni
proposte è stata prevista l'istituzione di un organismo
indipendente per la valutazione degli andamenti di finanza
pubblica, le cui competenze pongono in discussione il ruolo
della Corte dei conti. Inoltre, sembra in forse la norma che
consentirebbe la promozione diretta, da parte della Corte
dei conti, del giudizio di legittimità costituzionale per la
violazione dell'obbligo di copertura finanziaria delle
leggi.
I magistrati contabili segnalano che l’eliminazione della
possibilità di accesso diretto alla Consulta priverebbe
l’ordinamento di una efficace verifica giurisdizionale delle
eventuali violazioni dell’art. 81 della Costituzione,
soprattutto in relazione alle regole dell’Unione europea,
con pregiudizio del sistema delle garanzie obiettive.
“Proprio nel momento in cui si tende all’adozione di misure
di carattere finanziario per la riduzione del debito e per
lo sviluppo del Paese – si legge in un comunicato
dell’Associazione Magistrati - un punto nodale per
l’effettiva realizzazione del principio dell’equilibrio dei
conti pubblici e del pareggio del bilancio statale, la
creazione di un nuovo soggetto giuridico finalizzato a
controllare la spesa pubblica, oltre a svilire il ruolo
costituzionalmente intestato alla Corte dei conti, di fatto
procede ad incrementarla” per l’aggravio immediato dei costi
che ne deriverebbe.
“Dell'istituenda autorità - si legge nel comunicato - non
sono comunque chiari collocazione costituzionale,
composizione e funzioni che essa appare destinata a
condividere con le funzioni oggi affidate alla Corte dei
conti. Si persegue ancora una volta il modello di un nuovo
organismo che comporterebbe tra l'altro, un immediato
aggravio di costi per le finanze pubbliche mentre non
sarebbe in ogni caso in grado di dare risposte adeguate con
la celerità e la situazione richiede”.
Il Consiglio direttivo dell’Associazione Magistrati della
Corte dei conti è convocato il 5 dicembre. Il dibattito sarà
inevitabilmente serrato tra le tante posizioni possibili,
difensive o variamente propositive. Come quella che intende
puntare l’attenzione su una soluzione istituzionale
esistente, che storicamente ha la sua genesi nel sistema
integrato Corte dei conti-Ragioneria Generale dello
Stato-Banca d'Italia (dPR 367/1994 e smi), il quale potrebbe
essere opportunamente rafforzato al fine di creare una
Commissione permanente o, nel linguaggio europeo, una
task force indipendente, con un ruolo di coordinamento
affidato alla Corte in funzione di garanzia
dell'indipendenza, coniugando così l'indipendenza, le
competenze e la specialità di una magistratura, da un lato,
e dall'altro le indiscusse professionalità e risorse (anche
strumentali, ad es. le basi di dati finanziarie) di alto
profilo della RGS e della BKI, fornendo, in tal modo, una
risposta immediata ed efficace alle aspettative europee.
Altrimenti, si sostiene, la Corte verrebbe superata in corsa
da un'autorità parlamentare indipendente (o presunta tale)
che costa, che non serve a nulla ed il cui start up
sarebbe inevitabilmente lungo.
La proposta, giudicata seria e ragionevole, sarà
approfondita nel corso della riunione del Consiglio
direttivo di lunedì investendo anche il Presidente della
Corte, Luigi Giampaolino, perché rappresenti le ragioni dei
magistrati contabili al Governo ed al Parlamento. In ogni
caso l’opinione è quella che non può bastare un semplice
anche se deciso no al disegno di legge occorrendo articolare
una proposta alternativa. Cosa che il Presidente ha fatto
investendo del problema il Presidente della Camera. A
Gianfranco Fini Luigi Giampaolino – riferisce l’Agenzia ANSA
-, ha inviato stamani una lettera in cui chiedeva di
modificare il testo della riforma dell'articolo 81 della
Costituzione ora approdato in aula. Le richiesta di
conservare il compito inizialmente attribuito alla Corte dei
Conti dal vecchio testo, non è stata accolta dal comitato
ristretto che istruisce i lavori per l'aula, il quale ha
cancellato tale compito nel nuovo testo approvato.
Nel vecchio testo era stato attribuito alla Corte dei Conti
il compito di sollevare il conflitto di attribuzione davanti
alla Corte costituzionale in caso di legge priva di
copertura finanziaria. Ma tale compito è stato eliminato dal
nuovo testo presentato dai due relatori, Donato Bruno e
Giancarlo Giorgetti, al comitato dei nove. E in tale sede è
stata recapitata da Fini la lettera di Giampaolino. Questi
ha definito ''indispensabile'' il mantenimento di questo
ruolo per la Corte dei Conti ''per assicurare l'effettiva
chiusura di un sistema che vuole garantire l'equilibrio
delle entrate e delle uscite e la sostenibilità
dell'indebitamento delle amministrazioni pubbliche''.
I motivi dell'eliminazione di questo compito, ha spiegato
Gianclaudio Bressa (Pd), è che è cambiata l'architettura
complessiva della riforma. Inizialmente essa aveva una
impostazione più rigida, con una imposizione secca di
pareggio di bilancio. Ciò avrebbe portato molti contenziosi
davanti alla Consulta, ed era stato così individuata nella
Corte dei conti un filtro. Ora il nuovo testo parla di
''equilibrio di entrate ed uscite'' ed è più flessibile, il
che toglie la necessità di un filtro nel sollevamento della
legittimità costituzionale.
''In comitato - ha commentato il ministro Piero Giarda -
hanno riconsiderato il loro precedente orientamento,
giudicandolo non più opportuno. Ciò potrà dispiacere a
qualcuno, ma sono le decisioni del Parlamento”.
Quel “qualcuno” sono i magistrati della Corte dei conti le
cui ragioni sono state efficacemente interpretate dal
presidente dell'Istituto, Giampaolino, nella lettera a
Gianfranco Fini. Il ruolo della corte non è stato
considerato nella sua giusta dimensione. D'altra parte uno
dei relatori, l'onorevole di Donato Bruno, un pugliese
garbato e colto, avvocato, ha dimostrato sempre una scarsa
disponibilità a comprendere le ragioni ed il ruolo della
magistratura contabile a garanzia della buona gestione del
denaro pubblico.
Ma il tema di fondo di questa riforma costituzionale,
presentata come necessaria ad ottenere il pareggio del
bilancio, come se l'articolo 81 quarto comma della
costituzione non assicurasse, se bene interpretato,
l'equilibrio della gestione, in realtà è un manifesto
contraddittorio che se da un lato sembra irrigidire la
regola della corretta copertura delle spese, dall'altro
introduce tante e tali deroghe che lo scopo principale
appare allontanarsi ad ogni riga del testo sottoposto
all'esame del Parlamento.
L'intenzione di disciplinare normativamente tutto e il
contrario di tutto non è un buon modo di legiferare
soprattutto in una materia, come quella finanziaria,
soggetta variabili dovute all'andamento dell'economia ed al
capriccio dei mercati internazionali. Non è materia da
normare nel dettaglio facendo ipotesi alternative che
renderanno arduo il lavoro dell'interprete, con la
conseguenza di eludere l'accertamento delle responsabilità
politiche e giuridiche in caso di conseguenze negative di
comportamenti gestori influenzati da una normativa
contraddittoria originata dallo scompiglio di questi giorni
e dall'incapacità di prevedere e quindi prevenire situazioni
che sarebbe stato più facile affrontare se tempestivamente
identificate con conseguente predisposizione delle misure
strutturali e congiunturali necessarie per far fronte
all'emergenza.
Anche l'Anci ha da ridire, come riferisce l’ASCA. Infatti,
esprime ''forte preoccupazione per il fatto che, alla
Camera, stia avvenendo la discussione su un provvedimento
vitale per lo Stato ma anche per i Comuni, come quello sul
pareggio di bilancio da inserire nella Costituzione, senza
che ci sia stato nessun tipo di interlocuzione con
l'Associazione, né in Conferenza Unificata né in Parlamento''.
A preoccupare in particolare l'Associazione dei Comuni è
l'integrazione all'art. 119 della Costituzione che potrebbe
prefigurare una riorganizzazione in modo verticale della
struttura della Repubblica italiana. L'Anci vuole ricordare,
a chi sta lavorando in queste ore, che l'art. 119 della
Costituzione è ''una norma che segue l'art. 114 e l'art. 117
lett. P): due norme che hanno sancito l'equiordinazione fra
gli enti che compongono la Repubblica e la necessità che le
funzioni dei Comuni siano interamente finanziate dalla
legislazione statale''.
“C'e' poi il tema - aggiunge l'Anci - della istituenda
Autorità sui conti pubblici. Pur apprezzando l'iniziativa,
peraltro richiesta da anni dall'Associazione, è bene tener
presente l'esigenza che l'Autorità veda al proprio interno
tutti i livelli di governo, in modo da garantire una
condivisione dei dati e degli obiettivi''. L'ANCI ritiene
inoltre che il ruolo previsto per questa nuova Autorità
debba ''coordinarsi con la Conferenza per il coordinamento
della finanza pubblica di cui si attende l'insediamento e,
in particolare, con la Copaff, considerato che in
quest'ultima sono rappresentati Ragioneria dello Stato,
ISTAT, Servizi studi di Camera e Senato''.
Per questo l'Associazione ha scritto ai Presidenti delle
Commissioni parlamentari Affari costituzionali e Bilancio e
al Ministro Giarda, per ''sollecitare un incontro urgente,
prima che il Governo presenti una riformulazione del testo
del disegno di legge''. L'Anci chiede inoltre ai gruppi
parlamentari di poter ''discutere nel merito e auspica che
il Ministro dell'Interno possa garantire una interlocuzione
ordinata e leale fra i vari livelli istituzionali che sono
interessati dal provvedimento''.
Torneremo sull'argomento per seguire la riforma e le
velleità che la spingono da parte di alcuni parlamentari.
29 novembre 2011
La TIM
e il roaming: un messaggio sibillino?
O una
corretta informazione dell'utente?
di
Salvatore Sfrecola
Sarà capitato anche i nostri lettori, recandosi all'estero,
di passare sotto la gestione di una diversa compagnia
telefonica rispetto a quella che ha emesso la sim del
telefonino. Avviene automaticamente al passaggio della
frontiera e da allora siamo sotto l'autorità del nuovo
gestore.
Nulla di speciale per le telefonate, ma se si tenta di
navigare, magari solo per consultare un comunicato Ansa,
il rischio è grosso. Gli utenti ricevono due tipi di
messaggio. Un primo di questo tenore: "gentile cliente, ti
informiamo che hai raggiunto 2/3 della soglia massima di
spesa dati all'estero. Per non essere bloccato invia 'dati
estero on'al 40915".
Passa un po' di tempo e giunge un nuovo messaggio: "gentile
cliente, la informiamo che ha raggiunto la soglia max di
spesa dati all'estero. Per riprendere il traffico dati invii
SMS 'dati estero on' al 40915".
Da notare che dal primo al secondo messaggio si passa dal
"tu"al "lei", un modo cortese che continua con un ulteriore
messaggio se lo sventurato invia l'sms richiesto. In tale
occasione Tim avverte l'utente che "a seguito del suo sms di
autorizzazione potrà continuare ad effettuare traffico dati
in roaming".
Con questo messaggio Tim ritiene di aver assolto un obbligo
di corretta informazione sulla base delle indicazioni
provenienti dall'Autorità per le comunicazioni. Ma solo
formalmente. Infatti il messaggio non indica le condizioni
nelle quali il traffico dati potrà essere effettuato con il
nuovo gestore, per cui l'utente è legittimato a ritenere che
avvenga alle stesse condizioni della prima tranche
corrisposta a Tim, una tariffa che evidentemente sconta
comunque il rapporto con il nuovo gestore.
Accade, dunque, che il malcapitato, non avendo assunto
opportune informazioni, che poteva anche ritenere inutili
sulla base della tariffa praticata fino alla concorrenza
della misura massima di spesa dati all'estero, si trova a
dover pagare una somma rilevante, di molte centinaia di
euro.
Tim ritiene di essere in regola. Probabilmente lo è sul
piano formale, ma è certo che l'informazione è parziale, non
chiara, tanto da non consentire all'utente di accertare che
sta correndo un grosso rischio. In un ordinamento giuridico
basato sulla trasparenza nella gestione dei servizi pubblici
o di pubblico interesse messaggi di questo genere non sono
ammissibili. Vanno riformulati in modo da rendere esplicito
all'utente quale onere va a sostenere in via ordinaria
quando, recandosi all'estero, continua ad effettuare
traffico dati in roaming.
28
novembre 2011
L'acconto di novembre
costerà ai contribuenti italiani il 17% in meno
di Salvatore Sfrecola
Al 30 novembre i contribuenti italiani tenuti a versare
l'acconto IRPEF non dovranno più pagare il 99% ma l'82%. A
me sembra una misura di carattere antirecessivo, destinata a
mantenere nelle tasche delle famiglie italiane una piccola
somma che comunque potrà servire a fine anno per far fronte
ad alcune esigenze rinviate. E' un segnale di quelli che il
duo Berlusconi - Tremonti non è riuscito neppure ad
immaginare dal 1994 ad oggi, pur continuando, ad ogni
occasione, a dire che avrebbero alleggerito il fisco per gli
italiani.
Naturalmente non si tratta di una riduzione d'imposta, ma
dell'alleggerimento di un onere, l'acconto di novembre, che
pesa sulle spalle degli italiani in un periodo dell'anno
particolarmente impegnativo, in vicinanza delle festività
natalizie e considerato che dalla data di pagamento dello
stipendio e della 13ª, a metà dicembre, al successivo
stipendio di gennaio corre un mese mezzo.
Non ritengo, dunque, di condividere quel che mi ha detto un
amico commercialista il quale ha giudicato l'iniziativa come
un provvedimento inutile e di facciata. In economia contano
anche fattori di carattere psicologico, per cui l'iniziativa
del Presidente del consiglio nella sua veste di Ministro
dell'economia va collocata fra quelle che i governi assumono
per dimostrare attenzione nei confronti dei contribuenti. Ci
vorrà altro, evidentemente, per restituire credibilità al
fisco agli occhi di italiani tartassati, ma la piccola
misura che trattiene un pugno di euro nelle tasche delle
famiglie per qualche consumo in più restituisce anche
fiducia ai commercianti ed ai produttori che da tempo non
navigano in buone acque, con conseguente contrazione delle
vendite sul mercato interno che significa anche contrazione
delle produzioni e dei posti di lavoro.
L'economia, come abbiamo ricordato più volte ha molti
attori. Uno dei più importanti è la famiglia nel suo
complesso, società, come la definisce la Costituzione, che
ha un ruolo centrale nella vita del Paese, perché di essa
fanno parte lavoratori, aspiranti lavoratori, risparmiatori,
consumatori capaci di stimolare il mercato interno, se hanno
a disposizione risorse da destinare all'acquisto di
un'abitazione, al mantenimento e all'istruzione dei figli,
all'assistenza degli anziani e dei malati, un ruolo
quest'ultimo che alleggerisce di molto gli oneri che per
queste funzioni incombono sullo stato degli enti locali. Un
ruolo, quello della famiglia, del tutto ignorato dal fisco
che in tal modo dimostra di non comprendere le ragioni che
abbiamo detto in ordine ai vari profili di rilievo economico
e caratterizzano i suoi componenti.
Mi auguro, dunque, che l'iniziativa del professor Monti non
sia, come teme il mio amico commercialista, inutile e di
facciata, ma espressione della volontà del governo di
presentare un fisco “dal volto umano”, premessa di una
riforma tributaria giusta in un contesto nel quale la lotta
all'evasione fiscale non sia uno slogan tante volte
ripetuto ma una realtà effettivamente percepibile dai
contribuenti.
25 novembre 2011.
Se il centrodestra vuol sopravvivere
Oltre Berlusconi
di Senator
Partiamo da una constatazione, richiamata più volte da
Silvio Berlusconi fin dalla sua discesa in campo nel 1994.
In Italia esiste una maggioranza moderata che dal 1948
consente a partiti di centro-destra, variamente coalizzati,
di gestire il potere a livello centrale. Una maggioranza
ostile al comunismo in tutte le versioni, che quando ha
imbarcato Bettino Craxi lo ha fatto in ragione del suo
anticomunismo.
Berlusconi ha approfittato di questo orientamento degli
italiani per dominare la scena da quasi un ventennio. Da
un'idea giusta è derivato un danno per il centrodestra, nel
senso che la leadership mediatica del Cavaliere,
fatta di slogan di sicuro effetto, le
privatizzazioni, la riforma tributaria, la famiglia, la
semplificazione, la riforma della giustizia, hanno convinto
gli italiani. Anche se la riforma tributaria non è stata
fatta, della famiglia ci si occupa solo alla vigilia delle
elezioni, della semplificazione non si vede nulla di
significativo, della giustizia è chiaro che Berlusconi si
sia occupato esclusivamente per assicurarsi l'impunità nei
processi che lo vedono imputato di comportamenti consueti
nel mondo dell'imprenditoria.
Preoccupato delle esigenze delle sue imprese, entrato in
politica indebitato per cifre importanti, le ha fatte
crescere nel corso della sua gestione del potere. Attento ai
suoi problemi giudiziari e di quello dei suoi amici
(ricordate l'annuncio delle limitazioni alle intercettazioni
telefoniche in un'assemblea di imprenditori, là dove
allignano i corruttori, che gli avevano tributato un
applauso scrosciante), Berlusconi ha trascurato la politica,
quella per la quale aveva detto di essere sceso in campo.
Conseguentemente ha emarginato quanti con lui avevano dato
vita a Forza Italia, Pera, Martino, Antonione, per non fare
che qualche nome noto al grande pubblico, per privilegiare
yes men, personaggi modesti, tanto per fare loro un
complimento. Modesta la squadra di governo, modesti i gruppi
parlamentari che con una maggioranza mai vista nella storia
repubblicana non sono riusciti a portare a termine le
riforme promesse ripetutamente. Gli italiani hanno sempre
creduto alle sue affermazioni, anche a quelle evidentemente
assurde, come l'essere il più grande presidente del
consiglio degli ultimi 150 anni della storia nazionale o il
più amato dagli italiani e comunque quello con maggiore
consenso in Europa. Finché non è stato chiaro che aveva
sottovalutato il pericolo di una crisi finanziaria che è
certamente mondiale ma alla quale ogni paese risponde
secondo la sua struttura produttiva e amministrativa. Così
abbiamo assistito in diretta TV ai sorrisetti di Angela
Merkel e di Nicholas Sarkozy e, da ultimo, alla scenetta
pietosa registrata dalle telecamere a raggi intenti di
Berlusconi che sorrideva come se fosse partecipe di lunga
discussione alla cancelleria tedesca e il presidente
francese mentre in realtà era evidente che nessuno gli
rivolgeva la parola e la Merkel addirittura gli volgeva le
spalle.
Come spesso accade a quanti sono autoreferenziali, leader
carismatici con scarso fondamento eppure per un certo
periodo con largo consenso, Berlusconi non ha capito che la
sua stella stava per declinare e che per dimostrare di
essere uno statista avrebbe dovuto preparare una successione
credibile ed una uscita di scena non traumatica, al punto
che oggi temiamo che con lui naufraghi anche il
centrodestra, almeno nel breve periodo. È l'accusa più
grande che si può muovere al Cavaliere il quale, fra
l'altro, finisce per svendere quel poco di buono che
sicuramente ha fatto nel frenare per tre volte, nel 1994,
nel 2001 e nel 2008, l'avanzata di una composita coalizione
di sinistra che già nel 2006 e il 2008, pur avendo come
leader un ex Presidente della Commissione europea, Romano
Prodi, non è riuscita a governare. Il Popolo della
libertà deve guardare oltre il suo fondatore. Quella
coalizione di liberali e cattolici, il nucleo moderato
tradizionale l'Italia del dopoguerra, ancora una ragion
d'essere in un futuro, ma deve passare attraverso una
ricostruzione del pensiero e dell'azione, tenendo a bada
l'anima socialista alla quale Berlusconi, ex socialista
anch'egli, a patto eccessivo risalto e responsabilità del
governo e in Parlamento.
Occorre riprendere le fila del discorso partito da lontano
che potrebbe coinvolgere Pierferdinando Casini, il leader
centrista che ha dimostrato di essere un punto di
riferimento importante dei cattolici e dei liberali.
È presto per dire chi prenderà la guida del timone della
nave degli orfani di Berlusconi, probabilmente un leader che
ancora non conosciamo ma che non sarà difficile individuare
in quel vasto mondo della cultura e delle professioni cui
può fare riferimento il mondo moderato, cattolico e liberale
che, non dobbiamo dimenticarlo, ha fatto risorgere l'Italia
distrutta dalla guerra, ha avviato il boom economico,
riordinato le istituzioni del Paese.
Dobbiamo crederci ancora e guardare oltre Berlusconi, per
guardare alle prossime generazioni e restituire all'Italia
il ruolo che le spetta in Europa e nel mondo.
23 novembre 2011
Monti alla guida del centrodestra nel 2013?
di Senator
All'estero, in un'area dalla quale non è facile connettersi
con i siti dei giornali italiani, ho difficoltà a percepire
alcuni aspetti del dibattito politico seguito
all'insediamento del ministero Monti, alla presentazione del
programma ed alle dichiarazioni di voto che ne hanno
consentito l'approvazione.
Leggo dell'altro, desumendolo soprattutto dai titoli, che
Silvio Berlusconi, il quale aveva mostrato il volto delle
armi all'indomani della formazione del nuovo governo, sembra
indotto a più miti consigli perché avrebbe affermato di
essere soddisfatto, se non altro, per due motivi: Monti gli
avrebbe assicurato che non intende candidarsi alle prossime
elezioni politiche ed inoltre non reintrodurrebbe l’I.C.I.
sulle prime case sostituendola eventualmente con una diversa
imposta.
Entrambi questi aspetti, che sembrano aver soddisfatto il
Cavaliere, sono evidentemente scarsamente rassicuranti. La
promessa del Professor Monti di non candidarsi alle prossime
elezioni che Silvio Berlusconi sembra datare 2013
costituisce un'affermazione senza dubbio sincera ma,
all'evidenza, suscettibile di subire gli effetti del decorso
del tempo. Se avrà successo, come tutti si augurano, il
Presidente del consiglio, ancorché non lo desideri oggi,
sarebbe sicuramente sollecitato a capeggiare proprio quel
centrodestra oggi guidato da Berlusconi. Il Senatore Monti,
infatti, è sicuramente persona gradita agli elettori del
centro destra, è un cattolico liberale, molto più liberale
di quanto lo sia stato Berlusconi che si è riempito la bocca
di quella parola senza che il suo governo abbia dato un
contributo effettivo ai principi del liberalismo in economia
e della legalità nella gestione del potere.
E' quindi possibile, anzi auspicabile, che il successo del
Professor Monti si trasformi in una indicazione in favore di
una sua leadership del centrodestra che con Silvio
Berlusconi è stato pesantemente mortificato sul piano
dell'immagine e della sua credibilità. Quel centrodestra che
sicuramente è maggioritario nel Paese potrebbe ritrovare,
accanto ad un Presidente del Consiglio che sia stato capace
di raddrizzare la barca dell'economia e della finanza e di
restituire credibilità internazionale all'Italia, un
significativo consenso elettorale avendo una squadra di
autentici servitori dello Stato ispirati ai migliori valori
della democrazia liberale.
È certo che il leader del centro-sinistra Bersani, costretto
alla scelta di appoggiare il Senatore Monti rinunciando ad
una ipotesi di elezioni anticipate che forse lo avrebbero
visto vincitore, sia pure con una modesta maggioranza, vedrà
sfumare ogni possibilità di ulteriore guida del partito
democratico e della coalizione, così concludendo una pur
dignitosa carriera politica.
Quanto, infine, alla vicenda della tassazione degli immobili
è certo, perché delineato nel federalismo degli enti locali,
che la nuova tassa, che si chiamerà IMU, cioè imposta
municipale unica sostituirà l'Ici, così accontentando il
Cavaliere che, ancora una volta, si mostra nient'altro che
un abile comunicatore di notizie scarsamente attendibili.
Per lui basta che la nuova tassa non si chiami I.C.I..
Io che l'ho votato e che ho fatto parte della sua squadra
parlamentare, rimasto presto deluso dell'uomo politico che
non ha saputo eguagliare il successo dell'imprenditore,
guardo con mestizia alla fine ingloriosa di un leader di
partito che tanti aveva fatto sognare nella prospettiva di
un cambiamento che neppure la più forte maggioranza
parlamentare della storia repubblicana gli ha consentito di
portare avanti, avendo riempito governo e gruppi
parlamentari di personaggi che definire modesti è quasi un
complimento.
Voltiamo pagina. Non è dubbio che coloro i quali hanno a
cuore le sorti della democrazia liberale oggi possano
individuare in Mario Monti un leader capace, dotato di
grande competenza tecnica esaltata una sensibilità politica
maturata in una lunga esperienza di commissario dell'Unione
Europea e nell’attenta individuazione dei problemi economici
e sociali del nostro Paese tante volte affrontati nelle sue
collaborazioni giornalistiche nelle quali è riuscito sempre
a coniugare il rigore che sollecita per la spesa pubblica e
le esigenze autentiche degli italiani che si soddisfano
esclusivamente con una attenta utilizzazione delle risorse
disponibili per il potere politico nella misura necessaria a
non comprimere l'industria e i commerci, cioè l'intrapresa
privata che presenta le nostre produzioni sul mercato
interno ed internazionale, assicurando posti di lavoro e
benessere alle famiglie.
Il Professor Monti ha restituito fiducia agli italiani ed ai
nostri partner europei. Se la politica deteriore non gli
farà lo sgambetto, se non preferirà guardare alle prossime
elezioni anziché alle prossime generazioni il nostro Paese
potrà tornare ad essere tra i primi in Europa e nel mondo.
20 novembre 2011
Una
buona squadra di governo
Tecnici "politici"
di
Salvatore Sfrecola
Tecnici "politici", cioè con sensibilità politica, non
tecnici "di partito" così i ministri del Governo Monti
piacciono agli italiani e mettono in difficoltà i partiti ed
i giornali "di partito" che avrebbero voluto avere un alibi
per qualche distinguo per dire domani, cioè tra un anno e
dispari, in sede di campagna elettorale, che, in fin dei
conti, le misure severe che il Governo dovrà certamente
prendere loro non le hanno sempre condivise.
Tecnici "politici" perché la politica è la capacità di
interpretare le esigenze della comunità nella sua composita
varietà di interessi, economici, sociali, culturali. In
questo senso la politica è la massima espressione
della cura del bene comune spesso interpretato meglio da un
laico che da un "chierico", ideologizzato e tenuto a
"rispondere", bruttissima espressione gergale di moda nei
partiti, ad un capocorrente o ad un suo portaborse.
Ci attendiamo molto da questo Governo al quale attribuiamo,
ragionevolmente, una sensibilità politica, nel senso che
abbiamo detto. Ci attendiamo che restituisca credibilità
all'Italia ed ai suoi BOT, non sulla base di alchimie dei
mercati ma di una ripresa dell'economia, possibile se si
darà impulso, tra l'altro, a quella grande risorsa
trascurata che è il turismo. Qui il Ministro Passera
potrebbe giocare un grosso ruolo tenuto conto del fatto che
il Ministero dello Sviluppo economico e quello delle
infrastrutture sono di sua competenza. Il turismo manca di
una visione strategica, nazionale e di infrastrutture,
portuali, aeroportuali, viarie che dovrebbero avvicinare il
turista ad aree archeologiche ed a siti ambientali che
sarebbero appetibili se raggiungibili facilmente e dotati di
strutture ricettive alberghiere ed agrituristiche. D'intesa
con un personaggio del valore di Pietro Gnudi il turismo
potrebbe tornare ad essere veramente la prima "industria"
italiana, come l'agricoltura, un'altra risorsa trascurata da
tempo mentre potrebbe anche indirizzare i suoi prodotti
verso aree del mondo che soffrono la fame ed altre che
apprezzano le delicatezze delle nostre produzioni.
C'è molto da fare, per l'emergenza e l'ordinario. La
"squadra Monti" potrà fare presto e bene. Lo consentiranno i
partiti che già vedono nel Professore della Bocconi un
pericoloso concorrente per le elezioni del 2013.
17
novembre 2011
Pro memoria per
il Presidente incaricato
Ci
sono tecnici e tecnici
di
Salvatore Sfrecola
Il Senatore Monti ha escluso l'attendibilità delle
"anticipazioni" dei giornali sui nomi della squadra di
governo. L'avrebbe fatto in ogni caso. Si tratta di scelte
delicate che il Presidente incaricato dovrà verificare con i
partiti che sostengono la sua iniziativa, soprattutto con quelli
della vecchia maggioranza che ovunque lasciano uomini e
programmi che immaginavano di portare avanti nel
prosieguo della legislatura.
In queste condizioni non tutti i tecnici possono essere
graditi, in particolare se tratti dall'amministrazione,
funzioni o consulenti, spesso in polemica con l'apparato che
rischiano di essere di ostacolo all'azione del governo.
Anche se tratti dall'università non tutti i "tecnici" vanno
bene. Alcuni sono solo teorici e non conoscono
l'amministrazione, ciò che spesso ha reso difficile il loro
dialogo con l'apparato, necessario al fine di realizzare il
programma di governo.
Tutto questo a prescindere da una certa arroganza che spesso
accompagna i tecnici.
E' meno facile di quanto può sembrare: si fa presto a dire
"tecnici", ma la scelta non è facile, anche perché le scelte
sbagliate si pagano, pesantemente. Possono far zoppicare un
governo che che bisogno di procedere rapidamente, in ogni
settore, non solo nella finanza. Si pensi solo ai beni
culturali settore vitale per l'economia del Paese, venuto
più volte alla ribalta per i crolli avvenuti a Pompei e non
solo. In chiusura il Ministro Galan ha lanciato strali di
fuoco nei confronti del Ministro Tremonti.
Ripartire dall'Amministrazione, questo deve essere
l'obiettivo del Presidente Monti. Per realizzare il
programma di governo che, non essendo a< tempo, deve
lavorare a tutto campo.
Detto questo, in via generale, quanto ai nomi che si fanno,
molti dei quali di amici che stimo per la loro
professionalità devo anche dire che alcuni di essi sono poco
adatti a svolgere il ruolo di ministro, privi di sensibilità
politica, alcuni palesemente legati ad ambienti che hanno
fatto la storia (negativa) della nostra Repubblica.
Mediti, Presidente Monti, le scelte sbagliate nella quadra
di governo errori che si pagano cari
15
novembre 2011
La
sconfitta della politica
di
Senator
Senza togliere nulla al Senatore a vita Mario Monti, già
Rettore della Bocconi, per 10 anni commissario europeo,
notista politico apprezzato, non c'è dubbio che il governo
che si appresta a varare rappresenta visivamente la
sconfitta della politica e dei partiti che si sono
confrontati in questi anni della legislatura per non avere
previsto e dominato la crisi economica che è certamente di
carattere internazionale, ma si determina in modi diversi in
relazione alla situazione finanziaria dei singoli Stati.
Non è dubbio, infatti, che il governo abbia prima negato e
poi minimizzato la crisi economica, in tal modo facendosi
trovare impreparato all'aggravarsi delle difficoltà rese
evidenti dal sempre più costoso collocamento dei titoli di
Stato sui mercati internazionali.
I motivi sono intuibili. La situazione economica avrebbe
richiesto misure drastiche di contenimento della spesa
pubblica ed interventi di natura fiscale certamente
impopolari che la maggioranza non si è sentita di adottare
per non venir meno alla promessa di non mettere le mani
nelle tasche degli italiani. In realtà un intervento pesante
a carico delle economie private era già stato attuato
attraverso la riduzione dei trasferimenti agli enti locali
che hanno inciso negativamente sui servizi resi in sede
comunale, divenuti più limitati e comunque più costosi.
Queste misure non sono state sufficienti, per cui l'esigenza
di ulteriori interventi sul piano fiscale, come la probabile
reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, non sono state
adottate dalla maggioranza preoccupata, a meno di due anni
dall'appuntamento elettorale, nel timore di negative
ripercussioni sul consenso al quale tutti i partiti mirano.
Questo timore, comprensibile, è tuttavia incompatibile con
con la responsabilità di partiti che devono saper dimostrare
nell'interesse generale delle attuali e delle future
generazioni. L'incapacità di comprendere questo dovere
fondamentale è pari alla incapacità di individuare i tempi
dell'intervento che normalmente va collocato nella fase
iniziale della legislatura in modo che il ricordo delle
misure sgradite scemi nel tempo e sia sostituito dalla
soddisfazione degli effetti positivi che quelle misure
assicurano all'economia del Paese e allo sviluppo sociale.
La responsabilità del governo Berlusconi sta, dunque, nel
non aver previsto una crisi che si andava delineando da
tempo all'orizzonte della politica economica e che sarebbe
stato necessario affrontare immediatamente per offrire ai
cittadini l'immagine di un governo capace di mettere al
riparo gli italiani da maggiori difficoltà. Invece Silvio
Berlusconi non ha affrontato la riforma fiscale promessa dal
1994, ha trascurato le esigenze delle famiglie, ha
sottovalutato la crisi dell'occupazione, non ha adottato
misure idonee a offrire incentivi allo sviluppo.
L'incapacità del governo e della sua maggioranza, che non
dobbiamo dimenticare ha esordito all'inizio della
legislatura con un numero di parlamentari senza precedenti
nella storia repubblicana, è speculare alla inadeguatezza
dell'opposizione che non ha saputo ancora nei giorni scorsi
proporre iniziative credibili, idonee al momento attuale.
Anche per l'opposizione il timore di misure impopolari è
stato determinante della sua eclissi politica.
Ora andiamo ad un governo "tecnico" nella speranza,
condivisa dalle maggiori forze politiche, che tolga le
castagne dal fuoco per tutti. Questa non è politica, è
piccolo cabotaggio di uomini incapaci di dimostrare una
profondità di pensiero e d'una visione proiettata nel tempo
degli interessi veri del Paese.
Ne escono tutti con le ossa rotte, con prospettive incerte
in vista di elezioni che sono troppo vicine perché gli
italiani dimentichino gli errori degli uni e degli altri ed
i pesanti sacrifici che ci attendono.
13
novembre 2011
Ricominciare dalla funzione pubblica
di
Salvatore Sfrecola
Nel momento in cui corrono i tempi della formazione del
governo Monti, il cui programma probabilmente è stato
delineato, sia pure per grandi linee, nei colloqui che l'ex
Commissario europeo ha avuto oggi con Bersani e Berlusconi e
tra poco (scrivo alle 16 e 15) con Casini, ritengo di dover
sottolineare l'importanza di un ruolo governativo
solitamente trascurato, tanto che nel governo uscente è
stato ricoperto con assoluta insufficienza dal professor
Brunetta.
Mi
riferisco alla funzione pubblica cioè dalla struttura
ministeriale, strettamente legata alla Presidenza del
consiglio, che ha il compito di gestire i profili generali,
organizzativi ed operativi, dell'apparato pubblico dello
Stato, con l'influenza evidente sulle strutture delle
regioni e degli enti locali.
Si tratta di un ruolo essenziale, quello che attiene al buon
funzionamento dello Stato, considerato che l'apparato
pubblico nel suo complesso costituisce lo strumento
attraverso il quale il governo persegue gli obiettivi del
suo programma. Questo ruolo è stato sottovalutato da anni,
ma particolarmente nei governi Berlusconi, trascurando una
realtà che un Presidente imprenditore, come il Cavaliere si
è più volte orgogliosamente definito, avrebbe dovuto
immediatamente comprendere e che invece trascura dal 1994,
da quando, cioè, insediatosi a Palazzo Chigi, disse, alle
sue prime dichiarazioni, che in quel grande palazzo avrebbe
lavorato alacremente avendo bisogno soltanto nella sua
segretaria, Marinella, e di un paio di archivisti.
Già allora mi
parve grave l'affermazione, soprattutto in quanto
proveniente da un imprenditore, abituato a gestire la sua
impresa utilizzando vari fattori della produzione, il più
importante dei quali è sicuramente quello umano, dato dalla
capacità manageriale e progettuale del management. Divenuto
Presidente del consiglio Silvio Berlusconi avrebbe dovuto
considerare che, come ha ben operato delle sue aziende con
mezzi tecnici di valore, avrebbe dovuto ugualmente
preoccuparsi della capacità professionale dei funzionari
dello Stato, suoi naturali collaboratori. Invece non ha
trascurato occasione per mostrare scarsa considerazione,
quando non aperto disprezzo, per i dipendenti pubblici tra i
quali, devo dirlo per l'esperienza maturata in funzioni di
collaborazione ministeriale e quale magistrato della Corte
dei conti, ho sempre trovato professionisti di valore nei
vari settori, con grande senso dello Stato, nonostante gli
stipendi e le condizioni di lavoro non siano ottimali.
Chiedo dunque al Presidente Monti di tenere presente, nella
sua difficile impresa di far funzionare l'Italia,
innanzitutto il ruolo dei dipendenti pubblici, i quali
andranno certamente redistribuiti tra le varie funzioni,
alcune delle quali da tempo trascurate (penso al settore
dell'arte e della cultura in generale che costituiscono la
grande attrattiva del nostro turismo), ma vanno
indubbiamente motivati dai ministri di riferimento e dalla
dirigenza statale perché sappiano esprimere il massimo del
loro capacità professionale, della loro voglia di fare,
della capacità di immaginare procedure più snelle, quali
desiderano i cittadini e le imprese perché l'amministrazione
non sia un costo ma un'opportunità per i singoli e per il
Paese.
Se il Presidente Monti comprenderà le ragioni di questa mia
sollecitazione indubbiamente metterà al centro della sua
azione di governo il rafforzamento dell'apparato pubblico e
la considerazione del ruolo della pubblica amministrazione e
dei suoi addetti. Per fare questo tuttavia non dovrà
ricorrere al solito professore universitario di diritto
amministrativo o dintorni che dell'attività pubblica conosce
le leggi e la patologia dell'atto, ma dovrà scegliere una
persona che sappia parlare ai dipendenti pubblici e li
sappia motivare. Perché il prestigio di servire lo Stato
deve tornare ad essere, come è stato in alcuni momenti della
nostra storia e come nelle grandi democrazie occidentali che
vantano una lunga esperienza statuale, grandi imperi, quindi
con grandi burocrazie, motivo di orgoglio per i dipendenti e
per i cittadini che ad essi si avvicinano per chiedere la
soddisfazione di diritti e il rispetto di interessi.
Non so chi potrà consigliare Monti su questo versante della
politica del governo. Non mancano conoscitori
dell'amministrazione, ma non sono molti che abbiano la
capacità di dare un senso ad un'azione di trasformazione e
di riorganizzazione dell'amministrazione che sia idonea a
contribuire in modo determinante alla rinascita del Paese.
Abbiamo ancora un po' di ore per verificare se Monti avrà
prestato attenzione ai temi della funzione pubblica o se
sarà nella scelta del ministro competente ancora
un'occasione mancata per cui evasione fiscale e corruzione
continueranno a correre ed a pensare per un paio di
centinaia di miliardi di euro ogni anno sull'economia e
sull'immagine del paese.
12
novembre 2011
Il governo dei tecnici
di Salvatore Sfrecola
Sembra ormai certo che si vada ad un governo tecnico, cioè
ad un esecutivo formato da professori universitari, alti
dirigenti dell'amministrazione, professionisti con
esperienze in vari settori dell'economia e della finanza. È
accaduto altre volte che, in un momento di difficoltà, la
politica si sia affidata a personalità estranee ai partiti,
soprattutto quando avrebbe dovuto adottare misure impopolari
delle quali nessuno intendeva assumersi le relative
responsabilità.
Tuttavia l'esperienza dimostra che ci sono tecnici e
tecnici, alcuni dotati anche di una elevata sensibilità
politica, altri chiusi nella loro esperienza ed impermeabili
a quanto proviene dalla società civile, un po' arroganti,
inadatti a dialogare con l'apparato amministrativo dello
Stato e con le categorie interessate dalle misure che il
governo "tecnico” intende adottare. L'esperienza insegna,
infatti, che, a fronte di un Lamberto Dini, ministro del
Tesoro e poi Presidente del Consiglio, con significative
esperienze alla Banca mondiale e la Banca d'Italia, altri
hanno dimostrato assoluta insensibilità ed incapacità di
guardare lontano. È il caso del Ministro Brunetta, un
tecnico la cui mancata comprensione del ruolo è pari
all'arroganza che ha caratterizzato la sua azione in un
settore delicato della cui importanza probabilmente neppure
il Presidente del consiglio si è reso conto.
Si tratta dunque di capire quale sarà la strada
percorribile, sia che venga designato Mario Monti, sia che,
per effetto del malessere che percorre la maggioranza, il
Presidente della Repubblica ricorra ad altra personalità
estranea ai partiti.
I nomi che si fanno, che probabilmente non sarebbero
indicati da Monti, dimostrano che anche gli osservatori che
operano nella stampa d'informazione sono condizionati
dall'esperienza negativa delle precedenti designazioni
tecniche. Per cui, ad indicazioni di tutto rispetto, del
tipo di Saccomanni, Direttore generale della Banca d'Italia,
si sente ripetere il nome di Franco Bassanini, giurista
certamente di valore, sapiente ispiratore di ASTRID, un
centro di studi che ha prodotto rilevanti apporti al
dibattito scientifico sui temi della Costituzione e
dell'Unione europea, ma che da Ministro della funzione
pubblica si è dedicato soprattutto ad attuare sue personali
idee dell'amministrazione che non l'hanno resa più
efficiente.
In sostanza quel che intendo dire è che la scelta va
indirizzata verso tecnici i quali, insieme ad una elevata
capacità professionale che consenta loro di proporre con
autorevolezza le riforme necessarie, abbiamo anche una
sensibilità politica che li porti a individuare la migliore
iniziativa possibile, da perseguire in tempi brevi, con
ampio consenso ed effetti percepibili dall'opinione
pubblica.
L’auspicio, dunque, è che il futuro Presidente del Consiglio
abbia la capacità di individuare i ministri con un criterio
che consenta al governo di disporre nelle varie branche
dell'amministrazione di guide illuminate ed autorevoli che
consentano di uscire dall'attuale difficile situazione
restituendo smalto alle politiche pubbliche che negli ultimi
anni hanno macinato molte risorse senza che i cittadini
abbiano percepito effetti positivi perduranti nel tempo.
Se questo non avvenisse, sarebbe una sconfitta per tutti,
per la politica che ha fatto un passo indietro riconoscendo
i propri limiti ed errori di anni, e per il Presidente
“tecnico”, che non dimostrerebbe quella capacità di guardare
lontano che fa di un tecnico uno statista.
12 novembre 2011
L'alluvione sommerge la credibilità delle istituzioni
di
Salvatore Sfrecola
Sarebbe ingiusto gettare la croce addosso a chi oggi
amministra comuni, province e regioni, per le disgrazie che
hanno colpito nei giorni scorsi Genova e prima ancora altre
aree della Liguria e l'alta Toscana, per i morti e le
devastazioni. Ma è certo che non si può tacere rispetto ad
eventi che, sia pure eccezionali, scontano in buona parte
inadempienze recenti e più antiche, nella regolazione dei
torrenti ed, in genere, nella tutela del territorio,
compresa la tolleranza degli abusi edilizi, colposamente
sanati per motivi elettoralistici.
Lo abbiamo sentito in questi giorni nelle polemiche
giornalistiche e televisive nelle quali si è sentito di
torrenti cementificati e ridotti nelle dimensioni per fare
spazio ad insediamenti che, forse, formalmente legittimi per
effetto di disposizioni comunali, sono stati consentiti in
aree che hanno violato la natura e messo a repentaglio, come
si è visto, l'incolumità della gente.
E' emerso in modo evidente nel pomeriggio di oggi sia sul
Primo canale che sul Cinque per bocca del Sindaco di Genova,
Vincenzi, che, in risposta ai cittadini che l'accusavano ed
a quanti l'interrogavano da studio, ha ammesso inadempienze
e ritardi, non imputabili a sua responsabilità ma alla
mancanza di risorse ed alle limitazioni poste dal "patto di
stabilità", che non consente di utilizzare risorse pure
disponibili (sia pure non in senso contabile).
Una somma di fatti negativi, dunque. Errori indotti dalla
demagogia e disattenzione per le opere di prevenzione. Un
dato, questo, che ricorre ad ogni disgrazia di origine
naturalistica a dimostrazione che in questo Paese la classe
politica, tutta, trascura da sempre le opere che necessarie
per mettere in sicurezza il territorio, opere importanti e
costose che, agli occhi degli amministratori, locali e
nazionali, non portano consensi. Infatti si tratta di
interventi destinati a durare nel tempo, mentre si
privilegia da sempre ciò che si può inaugurare con grande
enfasi nel corso del mandato. E' la politica del "taglio del
nastro", che esclude opere irrigue, l'intervento sugli
acquedotti, quelli che perdono oltre il 50% della loro
portata, e in genere gli interventi di messa a norma di
fiumi e torrenti e comunque la prevenzione, anche quella che
consiste nella vigilanza sul corso dei fiumi per
individuare eventuali fattori di rischio per una
esondazione, ad esempio per l'accumularsi di detriti che
possano influire sul corso normale delle acque.
Stupisce che, di fronte ad una situazione nota a tutti, che
torna all'attenzione dell'opinione pubblica ad ogni
alluvione, il prode e garbato Giletti, se la sia presa con
la burocrazia anziché con la classe politica, quella cui
spettano le scelte delle opere da eseguire e che, in fin dei
conti è responsabile anche dell'efficienza
dell'Amministrazione.
In ossequio alla verità.
6
novembre 2011
Lo
promette il governo, con cinque anni di ritardo
Una
garanzia statale sui mutui dei giovani per la prima casa
di
Salvatore Sfrecola
Questa sera a Ballarò l'On. Maurizio Lupi, Vicepresidente
della Camera ed autorevole esponente del Popolo della
Libertà, ha detto che tra le misure che il Governo si
appresterebbe ad adottare, nel quadro delle misure per il
rilancio dell'economia, ci sarebbe una garanzia dello Stato
sui mutui concessi dalle banche a giovani per l'acquisto
della prima casa.
In sostanza, lavoratori precari, che non potrebbero avere un
mutuo dalle banche, non potendo offrire idonee garanzie,
sarebbero assistiti dallo Stato attraverso una garanzia sul
pagamento delle rate del mutuo.
Ottima iniziativa, ne aveva fatto cenno anche il Ministro
della gioventù Meloni.
Ci auguriamo di vedere presto questa norma (dovrebbe essere
inserita nell'emendamento alla legge di stabilità) che, per
la verità, era stata immaginata nel disegno di legge sullo
Statuto dei diritti della Famiglia elaborato nel corso della
legislatura 2001-2006 da una apposita Commissione istituita
dal Vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, e da me
presieduta, una Commissione della quale erano stati chiamati
a far parte esperti ed esponenti delle associazioni
familiari. La Commissione aveva lavorato in Gruppi di lavoro
coordinati dall'Avvocato dello Stato Paola Maria Zerman.
Abbiamo atteso più di cinque anni. Anni perduti che
avrebbero potuto assicurare certezze a tante giovani coppie.
Una norma semplice che avrebbe consentito, pur con risorse
limitate, di assicurare garanzie ad un significativo numero
di mutui.
Perché non si è fatto prima? Né alla vigilia delle elezioni
del 2006, né successivamente?
Sono i misteri di questa politica che non coglie le
opportunità che vengono offerte dall'esperienza che, in
questo caso, i componenti della Commissione avevano
messo a disposizione di una iniziativa di grande significato
politico e sociale. Disattenzione politica colpevole e
suicida.
1 novembre 2001
Se avocassimo allo Stato i beni dei politici
che ci hanno portato sull'orlo del fallimento?
di Senator
La 13ª disposizione della Costituzione stabilisce che “i
beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di
Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti
maschi, sono avocati allo Stato”.
Mi sono sempre chiesto quale fosse la motivazione giuridica
e morale di questa espropriazione nei confronti di cittadini
italiani ai quali, altresì, una norma eccezionale,
successivamente abrogata, aveva negato il diritto di
elettorato attivo, la possibilità di ricoprire uffici
pubblici e cariche elettive, nonché l'ingresso e il
soggiorno nel territorio nazionale. Mi sono chiesto, in
particolare, perché questa norma fosse più severa e
limitativa di un diritto che la Costituzione riconosce a
tutti cittadini rispetto a quanto previsto per “ i capi
responsabili del regime fascista", quanto "al diritto di
voto e alla eleggibilità", limitati ad un quinquennio
dall'entrata in vigore della Costituzione e comunque da
stabilire con legge.
Anche la eccezionalità della situazione politica ed il
timore connesso all'iniziale fragilità della Repubblica non
sembrano poter giustificare, al di là della comprensibile
limitazione dei diritti politici, l'avocazione dei beni
personali di una famiglia la cui storia è indissolubilmente
legata alle vicende politiche dell'Italia fino alla
conclusione del moto risorgimentale ed alla istituzione del
Regno unitario.
Il ricordo di questa ricorrente riflessione su una
avocazione di beni che ho sempre ritenuto e ritengo
ingiusta, mi fa pensare alla possibilità di una avocazione,
certamente giustificata dagli eventi, da applicare nei
confronti dei responsabili dell'attuale classe politica che,
avendo trascurato di tenere sotto controllo l'evoluzione
della crisi finanziaria internazionale e di predisporre gli
strumenti per limitarne quantomeno gli effetti, sono
responsabili di un danno notevolissimo arrecato alla finanza
pubblica ed all'economia del Paese. Si tratta di una classe
di governo che, nella maggior parte dei casi, ha assunto
funzioni pubbliche disponendo di scarse risorse personali,
quando non ne era completamente priva, la quale, in
conseguenza dell'esercizio del potere, si è notevolmente
arricchita.
Questa ricchezza si può definire “profitti di regime”.
Mi rendo conto che questo non sarà possibile, che una tale
decisione potrebbe conseguire solo ad un moto rivoluzionario
che nessuno auspica. Ma è certo, che, magari solo con una
pubblica iscrizione nel registro delle infamie, i
responsabili dello sfascio del Paese dovranno essere
consegnati alla storia, a soddisfazione di quanti hanno
subito i danni per la scellerata gestione della cosa
pubblica ed a monito dei futuri politici, perché sia dato un
contenuto effettivo a quella norma della nostra
Costituzione, l'articolo 54, secondo la quale "i cittadini
cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di
adempierle con disciplina ed onore”.
Sono certo che anche questa sanzione morale non sarà
attuata, che quanti hanno profittato della loro posizione
politica, arricchendosi, potranno godere delle loro
ricchezze, e non saranno chiamati a risarcire in qualche
modo il danno enorme cagionato allo Stato e alla comunità
intera. Anzi è certo, come insegna la storia, che molti di
questi cambieranno rapidamente casacca e li troveremo a
gestire la nuova realtà politica convinti di essersi rifatti
una verginità. Per la cronaca, probabilmente, non per la
storia. Che non dimentica.
1 novembre 2011
Renzi contro Bersani
Non è un problema di età ma di idee
di Senator
La polemica che oppone Matteo Renzi, Sindaco di Firenze, a
Bersani è certamente generazionale, dei giovani che non
sopportano la gestione sclerotizzata di quanti sono
abituati, dalla prima Repubblica, ad una guerra di posizione
che, come nelle migliori tradizioni militari, in realtà è
una guerra “di logoramento”, che colpisce tutti, chi vince e
chi perde, chi governa e chi è all’opposizione, dome
dimostra la situazione attuale.
E allora Renzi precisa che soprattutto occorre
"cambiare le facce".
Sul palco della “Leopolda” il Sindaco di Firenze ne ha
per tutti: “abbiamo capito che ci sono tanti elementi di
difficoltà. Però noi pensiamo che sia di centrosinistra dire
che questo mondo globalizzato offre molte opportunità al
nostro Paese e che alla destra non si può replicare con gli
slogan, la conservazione e senza il coraggio”.
La
tre giorni del “Big bang”, nel quale Renzi si propone leader
del centrosinistra, vuol essere innanzitutto bando al
pessimismo ed al vittimismo della sinistra. Per Renzi non si
vince senza rischiare, proporre ricette innovative, premiare
il merito e rottamare “l'egualitarismo” che mortifica
“l'uguaglianza”.
Il messaggio di Renzi è innanzitutto quello del superamento
della sterile diatriba tra berlusconismo e antiberlusconismo
per guardare al futuro verso la premiership cui ha
dimostrato di riferirsi nella finzione scenica, quando si è
chiesto cosa farebbe se fosse presidente del Consiglio.
Risposte che si sono intrecciate con un dibattito
intensissimo via Internet (centinaia di migliaia di contatti
via streaming, Facebook e Twitter).
Ma il Sindaco di Firenze è prudente. “Se uscissimo da qui
con una candidatura faremmo un tragico errore”, per cui
rinvia ai prossimi tre mesi, quando, aggiunge, “faremo
conoscere le nostre proposte in tutta Italia”. Probabilmente
anche per vedere se il governo dura. Comunque è pronto a
candidarsi.
Intanto si discute delle “cento idee per l'Italia”,
consultabili via Internet, subito stroncate da Bersani che
le ha ritenute “vecchie”, degli anni ’80.
Il cuore post-thatcheriano del Sindaco di Firenze batte
forte per liberalizzazioni e privatizzazioni, senza
preoccuparsi di mandarle a dire al sindacato, e, però, al
tempo stesso, esalta la big society, il terzo settore e
l'associazionismo. E' uno schema che sa di "vecchio"?
Consentitemi di dubitarne.
Del leader del Partito Democratico dice “Ha l'età di
mio padre”. E di Berlusconi: “ha l'età di mia nonna”.
La storia, aggiunge, “la scrivono i pionieri non i reduci”.
Alla Leopolda ha parlato anche Luigi Zingales, economista,
una cattedra negli Stati Uniti. “L'Italia non cresce perché
è malata - ha detto -. Il male oscuro del Paese è che è
governato né dai migliori né dai mediocri, ma dai peggiori.
Siamo una "peggiocrazia" e se non ricostruiamo un senso
civile e morale, se non sradichiamo il sistema, non abbiamo
futuro”.
In ogni caso da Firenze è venuta una salutare boccata
d’ossigeno per un sistema Paese indubbiamente bisognoso di
modernizzazione.
Un consiglio vorrei dare al “giovane Renzi”. Punti su idee
nuove e facce nuove, ma non solamente su una rivoluzione
generazionale. L’esperienza insegna che vi sono
giovani-giovani e giovani-vecchi, anziani vivaci e pronti al
confronto ed alla novità, quando l’esperienza non si
cristallizza ma genera impegno e stimola il rinnovamento
che, non dimentichiamolo, esige piena consapevolezza degli
errori passati.
1° novembre 2011
Attacco alla Corte dei conti
Economisti magistrati? No grazie!
di Salvatore Sfrecola
Si parla in questi giorni della proposta di inserire in un
provvedimento d’urgenza di prossima emanazione,
probabilmente l’atteso decreto “per lo sviluppo”, un
“reclutamento straordinario” di laureati in economia presso
la Corte dei conti per farne dei magistrati da assegnare
alle Sezioni regionali di controllo.
Non è una boutade, ma una proposta che ha preso corpo
in ambienti della Corte dei conti, quelli che chiamo gli
“orfani della Bicamerale”, la Commissione per le riforme
istituzionali che aveva concluso i lavori proponendo per la
Corte dei conti un controllo sulla gestione senza la
verifica della legalità e l’eliminazione della giurisdizione
contabile, quella che accerta le responsabilità per danno al
pubblico erario e condanna al risarcimento del danno,
trasferita al tribunale amministrativo regionale, senza
previsione di un Pubblico Ministero che esercitasse l’azione
nei confronti dei responsabili dell’illecito.
Diffusa è la contrarietà dei magistrati della Corte dei
conti ad una iniziativa destinata inevitabilmente, ove fosse
accolta, a spaccare la Corte dei conti, a trasformarla in
una authority, come qualcuno insiste ad auspicare, e
ad emarginare la giurisdizione, considerata da alcuni un
fastidioso accidente che aliena le simpatie del potere
politico.
È una iniziativa che si iscrive in una concezione del tutto
sbagliata del “mestiere” di economista e di quello di
“amministratore” della cosa pubblica, quello che i
magistrati della Corte dei conti controllano. Le scelte di
politica economica le fanno governo e parlamento. Esse si
materializzano in direttive alle amministrazioni ed agli
enti e, quindi, in attività concrete, in decisioni che un
giurista “di amministrazione”, come deve essere considerato
il magistrato della Corte dei conti, è certamente in
condizione di valutare sotto il profilo della legittimità,
ovvero della efficienza, efficacia ed economicità
dell’azione amministrativa, sulla base dei risultati
raggiunti.
D’altra parte, i cittadini, senza essere economisti, si
rendono conto immediatamente degli effetti della gestione
delle amministrazioni e degli enti e, con un minimo di
riflessione, sanno anche individuare dov’è l’errore nella
realizzazione degli obiettivi di politica economica definiti
a monte. Sui quali, se fossero sbagliati, la Corte dei conti
non potrebbe comunque intervenire perché “atti politici”.
In ogni caso la Corte dei conti dispone da anni di
funzionari laureati in economia e statistica e di analisti
finanziari che ben possono supportare il magistrato quando
si trovasse ad affrontare temi che attengono a valutazioni
economiche nell'attività di gestione. Come un perito del
giudice.
Anni fa, auspice il vertice della Corte, l’On. Bassanini si
fece promotore di una norma che consentiva ai laureati in
economia di partecipare ai concorsi per l'accesso alla
magistratura contabile. La norma fu, poi, rimossa per
iniziativa dell'On. Frattini, sollecitato dall’Associazione
Magistrati, che la sostituì con altra più adeguata, ed oggi
vigente, che consente ai laureati in giurisprudenza, i quali
abbiano anche la laurea in economia, di avvantaggiarsi nei
concorsi per la riserva del 20% dei posti in palio.
L’iniziativa, se verrà formalizzata, non potrà non essere
contrastata dall’Associazione Magistrati della Corte dei
conti e da tutti i giudici contabili per rispondere a questo
ennesimo tentativo di destabilizzare una Istituzione che è
al centro del sistema delle garanzie che devono assistere la
gestione del denaro e dei patrimoni pubblici (in tempi in
cui si paventa una svendita dei “Gioielli di famiglia”).
Con le grane che il governo deve affrontare in questo
momento è molto probabile che non si avventuri in una
iniziativa che a Palazzo Chigi sanno non essere gradita ai
magistrati di viale Mazzini.
30 ottobre 2011
Un
articolo di Stella
sulle Maserati dei generali
Ma
nessuno si vergogna
di Salvatore
Sfrecola
Gian
Antonio Stella, il talent scout di corrotti,
corruttori e spreconi di Stato ha scoperto un nuovo
misfatto, una spesa inutile in un momento nel quale il
governo falcidia i bilanci delle istituzioni più antiche e
prestigiose, il fiore all’occhiello della cultura italiana.
“Le Maserati dei generali” è il titolo dell’editoriale di
oggi del Corriere della Sera che reca una denuncia
terribile nel momento della crisi dell’economia e
dell’immagine della politica. ”Una
sola delle 19 Maserati Quattroporte – inizia Stella -
comprate dal ministero della Difesa costa nella versione
base 22.361 euro più dell'intero stanziamento 2011 dato
all'Accademia della Crusca, che dal 1583 difende la nostra
lingua. Una volta blindate, quattro auto così valgono quanto
la dotazione annuale della «Dante Alighieri» che tenta di
arginare il declino della nostra immagine nel mondo tenendo
in vita 423 comitati sparsi per il pianeta e frequentati da
220mila studenti che seguono ogni giorno 3.300 corsi di
italiano”.
Ma nessuno si vergogna! Anzi l'acquisto di quella flottiglia
di auto blu di lusso è stato liquidato “facendo spallucce”,
con una giustificazione assurda: “la notizia è uscita ora ma
il contratto è del 2009-2010. Cioè prima che Tremonti
disponesse che «la cilindrata delle auto di servizio non può
superare i 1600 cc. Fanno eccezione le auto in dotazione al
capo dello Stato, ai presidenti del Senato e della Camera,
del presidente del Consiglio dei ministri...».
È necessaria una faccia tosta incredibile a giustificare
quell’acquisto. E non è un problema di crisi. Anche se
l’Italia fosse il paese più ricco del mondo, senza un debito
di duemila miliardi, ma con un avanzo di bilancio
quell’acquisto sarebbe comunque inutile, ingiustificabile
perché comunque quelle somme starebbero meglio nei bilanci
delle istituzioni culturali che abbiamo citato e poi in
tante altre che fanno onore all’Italia. Come l’Istituto
Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), del quale abbiamo
parlato più volte, sull’orlo di una crisi che ne può
determinare la soppressione perché lo Stato sprecone non ha
una manciata di euro per sostenere gli oneri di una
istituzione benemerita che ha un ricchissimo patrimonio
bibliografico e documentario, che conduce campagne di scavo
in paesi del medio e dell’estremo oriente, che organizza
corsi di lingue, che cerca di avvicinare culture diverse,
con una storia millenaria.
Scrive Stella: “la foto ai funerali dei due alpini morti ad
Herat nel maggio 2010 diceva tutto: il cronista
dell'Espresso contò 259 auto blu”. Il costo “un miliardo di
euro in un triennio” da risparmiare, secondo Brunetta,
mentre poliziotti e vigili del fuoco per mettere la benzina
nelle auto di servizio fanno una colletta.
Ripeto. Eppure nessuno si vergogna.
È evidente che se l’acquisto è stato incauto chi ne ha
l’autorità assuma l’iniziativa di chiudere la vicenda.
Quanto prima.
29 ottobre 2011
Il debito pubblico italiano è antico
alimentato dall'insipienza di chi ci ha governato
di Salvatore Sfrecola
Il debito pubblico italiano è certamente antico. È
conseguenza di una politica della spesa non assistita da
idonea copertura finanziaria, come previsto fin dal 1948
dalla Costituzione della Repubblica all’art. 81, quarto
comma. La responsabilità è distribuita tra i Governi e i
parlamentari in una misura che qui non è dato individuare
esattamente in quanto il debito si forma a distanza di
qualche anno dalla data di approvazione della legge che ha
deciso la spesa, cioè quando hanno luogo i pagamenti
ulteriori rispetto quelli per i quali la copertura della
spesa è assicurata.
Il debito in origine ha certamente favorito lo sviluppo
dell’Italia del dopoguerra, il cosiddetto “miracolo
economico” degli anni ’60, il riscatto delle categorie
sociali più svantaggiate. In tal modo la classe politica ha
assicurato la pace sociale.
Il debito ha favorito lo sviluppo dell’economia, in
particolare le produzioni destinate alle esportazioni, e il
rafforzamento delle imprese di Stato, che hanno consentito
la presenza dell’Italia sui mercati internazionali
garantendo una significativa occupazione anche di
ragguardevole livello tecnico, nello stesso tempo portando
nel mondo l’immagine di un Paese tecnologicamente avanzato.
Il rovescio della medaglia è stato il debito alimentato dal
meccanismo perverso dovuto al nuovo debito contratto per
pagare gli interessi del debito preesistente.
Le imprese di Stato che hanno ovunque realizzato importanti
opere pubbliche, in particolare dall’ITALSTAT, azienda IRI,
in vari paesi nei diversi continenti, o che si sono
assicurate grosse commesse nel settore tecnologico (basti
pensare alle imprese di Finmeccanica nei settori delle
telecomunicazioni e militare) hanno assicurato lavoro e
lauti stipendi ai figli del potere, ma sono state anche al
centro di fenomeni di corruzione dei quali la stampa ci ha
abbondantemente informato.
L’aumento dei costi di gestione e la perdita di
competitività sui mercati internazionali, a causa anche
degli scandali che nell’opinione pubblica straniera hanno
favorito la concorrenza, hanno determinato il declino delle
imprese di Stato, un declino durato troppo a lungo senza un
progetto concreto di risanamento. In questo periodo la crisi
degli enti ha determinato l’esigenza di massicci interventi
finanziari dello Stato. Leggevamo sulla Gazzetta Ufficiale
il periodico aumento dei fondi di dotazione (il capitale
degli enti pubblici economici) ed i più pensavano che fosse
un fatto positivo, che avrebbe conseguito un maggior impegno
industriale. Nulla di tutto questo. Quei miliardi, erogati
solitamente a fine anno, servivano per pagare gli stipendi
e, in genere, le spese di gestione.
È durata anni l’agonia delle imprese pubbliche divenute
inefficienti e costose, a cominciare da quell’IRI che,
all’indomani della crisi del 1929, aveva salvato le imprese
italiane in difficoltà.
Non si è pensato di razionalizzare il settore restituendogli
efficienza. Ed al grido di “meno stato più mercato” sono
stati svenduti pezzi di imprese che sarebbe stato possibile
recuperare, se non altro come marchio (si pensi all’Alfa
Romeo ceduta alla FIAT nummo uno) o ricapitalizzate
nei settori “strategici”, quelli nei quali l’economia
nazionale si deve necessariamente impegnare per essere
competitiva ma il privato, almeno in alcune fasi, trova
difficoltà, anche per non disporre di quella rete
diplomatica che, in teoria, dovrebbe supportare le
iniziative imprenditoriali italiane all’estero.
Il fallimento di Alitalia, la compagnia “di bandiera”, è
presente a tutti né vale la pena dire che altre compagnie
con i colori dei rispettivi paesi sono fallite. Se è vero
che aver compagno al duol scema la pena, questo non
ci può consolare. Perché, statisticamente parlando, non
appare possibile che i governanti ed i parlamentari incapaci
siano concentrati in Italia.
Anche qui si dovrebbe chiedere a gran parte della diplomazia
perché non va a scuola dai colleghi francesi e inglesi,
sempre in prima fila per assicurare commesse al made in
France ed al made in England.
Il Presidente Berlusconi ha detto più volte, negli anni
passati, che avrebbe spinto la nostra diplomazia ad una
riconversione professionale in senso “commerciale”. Non si
sono visti risultati in proposito. Un’altra occasione
mancata.
E di occasione mancata in occasione mancata il Paese
declina.
Il turismo, ad esempio, la prima “industria” italiana,
potenziale sportello finanziario di valuta pregiata e di
lavoro in tutte le regioni, continua ad essere trascurato.
Sarà per la competenza regionale che non dà spazio adeguato
all’indirizzo e al coordinamento statale, ma sta di fatto
che non sfruttiamo come potremmo questa eccezionale risorsa
che fa dell’Italia un unicum a livello mondiale per
la quantità e la qualità delle nostre opere d’arte che sono
la prima attrattiva per i turisti, opere pittoriche e
sculture conservate nei più prestigiosi musei del mondo,
insieme a palazzi, castelli, ville e dimore gentilizie,
sempre inserite in una contesto ambientale di straordinaria
bellezza. Un patrimonio sottoutilizzato, nonostante alcune
indicazioni statistiche sulla presenza di turisti nelle
città e negli alberghi.
Vi sono regioni d’Italia nelle quali mancano infrastrutture
che consentano l’accesso ad aree archeologiche e/o
paesaggistiche, dove il livello degli alberghi e dei
ristoranti lascia decisamente a desiderare, come la cortesia
dei gestori che spesso oscurano gravemente l’immagine del
paese in giro per il mondo.
Infine, mi ripeto, ma vorrei entrasse nella mente dei
politici e degli operatori economici che il turista è un
messaggero, un ambasciatore dell’Italia nel paese d’origine,
quando porta lì il sapore dei prodotti alimentari italiani,
le ceramiche di Deruta o di Gubbio, le sete di Como o le
trine e i tessuti e gli altri prodotti dell’artigianato che
sarebbe impossibile enumerare.
Intanto il Governo s’impegna ad alienare beni immobili
statali. Sarà ancora una svendita. Intanto molti uffici
statali sono sotto sfratto perché in affitto, milioni di
spese, mentre i gioielli di famiglia vengono ceduti ai
comuni che fanno cassa, o ceduti a prezzi stracciati,
ipocritamente si dice “valorizzati”.
27 ottobre 2011
In “un’ora promettente della storia”
I cattolici a Todi: ripartire dalle idee
di Salvatore Sfrecola
“L’assenteismo sociale per i cristiani è un peccato di
omissione” particolarmente grave, ha sottolineato il
Cardinale Bagnasco, se avviene in “un’ora promettente della
storia”. E siccome non intendono peccare, a Todi i cattolici
si sono incontrati per riflettere sul momento attuale
giungendo alla conclusione che ne occorre uno “forte” perché
l’attuale, ha detto Raffaele Bonanni, “non è adeguato”.
“La buona politica per il bene comune” richiede di
“ripartire dalle idee” per “far rinascere una cultura
politica nel Paese”, come ha detto Andrea Riccardi, una
cultura che si è andata progressivamente impoverendo colpita
a morte dal populismo della classe politica al governo, non
solo di destra.
È come se gli italiani avessero delegato per troppo tempo le
sorti del Paese, le scelte di carattere economico e sociale
e quelle che attengono a valori “non negoziabili” a uomini
politici che in quei non credono o dicono di credere
solamente per ricercare un consenso facile. Politici da
mandare a casa quanto prima possibile perché la rinascita
dell’Italia in un momento di gravissima crisi economica
esige personalità riconoscibili all’interno ed all’esterno
per capacità operativa e specchiata fedeltà ai valori civili
e spirituali cui crede la maggioranza dei nostri
concittadini. Così il Presidente delle ACLI, Andrea Olivero,
si riferisce direttamente a Berlusconi per dire che deve
lasciare se non altro “per tutto ciò che ha rappresentato il
suo governo in termini di disvalori”.
Ai cattolici si richiede, dunque, un nuovo impegno civile,
come aveva sollecitato Papa Benedetto XVI, perché – ha
spiegato il Cardinale Bagnasco, “la comunità cristiana con
il suo patrimonio universale” di fede e valori “deve animare
i settori prepolitici nei quali maturano la mentalità e si
affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica”.
I cattolici, tuttavia, non si apprestano a rifondare un
partito politico del tipo della Democrazia Cristiana, una
“casa comune” dei credenti. Sono in molti a contestare
l’ipotesi di un simile sbocco. Innanzitutto i cattolici del
PdL (contemporaneamente all’incontro di Todi il Sen.
Quagliariello riuniva gli amici di Magna Charta a Norcia) i
quali ritengono di essere garanti di una linea di attenzione
con creta ai valori cristiani.
Non si farà un partito, ma la pressione delle associazioni
cattoliche potrà influire sulla politica come fin qui non ha
fatto, evitando di pretendere, da una classe politica di
maggioranza che si dice attenta ai valori, quelle riforme
che avrebbero potuto attestare che il mondo cattolico è,
come sempre, il difensore del lavoro, del risparmio e della
famiglia perché in questa “società naturale fondata sul
matrimonio” sono presenti, in una straordinaria sintesi
tutte le esigenze della comunità.
Non si farà il partito unico dei cattolici, ma è certo che
da oggi tutte le loro istanze avranno una migliore
attenzione, sperando che non sia strumentale ad una scadenza
elettorale ormai prossima, al più tardi nel 2013. Com'è
accaduto sistematicamente almeno negli ultimi vent’anni.
18 ottobre 2011
Pochi
controlli sulle strade: l'esempio della Salaria
di
Salvatore Sfrecola
Queste mie brevi note non intendono essere una denuncia ma
una segnalazione. Ci sarà stato senz'altro un motivo ma
oggi, tra le 10 e le 12, nel percorso Monte Terminillo Roma
non ho incontrato nessuno che svolgesse attività di
controllo del traffico, non Polizia, non Carabinieri, non
Polizia Municipale, 100 chilometri di una strada pericolosa
nel corso dei quali ho visto di tutto, sorpassi di
doppie strisce o singole continue, sorpassi in
prossimità di una curva, rientri a sfiorare l'auto
sorpassata.
Un tempo ricordo che con gli amici, recandoci sulla Montagna
di Roma, sapevamo dove le pattuglie svolgevano il loro
servizio, a Settebagni la Polizia Stradale, a Monterotondo
ed a Passo Corese i Carabinieri, e poi ancora Polizia
e Carabinieri.
Come spesso accade in Italia si passa dal troppo
(forse) al troppo poco (certo). Tenuto conto che non è
necessario che la pattuglia stia ore nello stesso posto, ma
anzi, spostandosi con una certa frequenza, potrà assicurare
una presenza sulla strada certamente più proficua.
Nessuna protesta, dunque, ma una segnalazione che, mi
auguro, utile per chi di dovere.
16
ottobre 2011
Le
ragioni ed i torti
di
Senator
Lo ha detto anche il Governatore Draghi, i giovani che
protestano in giro per il mondo hanno buoni motivi per
denunciare la mancanza di prospettive di lavoro, cioè di
vita, avere una casa, costituire una famiglia, avere dei
figli, allevarli e dar loro un'istruzione perché possano
avere, a loro volta, prospettive migliori di quelle che loro
hanno avuto.
E' il desiderio naturale di ogni uomo e di ogni donna che
oggi appare non più prefigurabile per la maggior parte della
popolazione giovanile. Di qui la protesta, l'indignazione
che denomina la protesta. Gli indignatos da
Madrid a Londra, a Roma hanno buoni motivi di lamentarsi
della gestione della classe politica negli ultimi decenni,
accusata di non aver previsto la crisi economica e di non
aver individuato misure di crescita idonee a restituire
speranza a chi le ha perdute.
Hanno ragione, dunque, i giovani che protestano e le loro
istanze è giusto che siano esposte anche sulle piazze del
mondo e la classe politica ha il dovere di ascoltare la
protesta, anche se si nota una certa ritrosia di chi è al
governo a riconoscere responsabilità nel timore di pagarne
le conseguenze sul piano elettorale. Un errore, perché
riconoscere che la classe politica tutta, di governo e di
opposizione, non questa ma quella degli ultimi decenni, ha
commesso alcuni errori, anche grandi, sarebbe un gesto
di grande responsabilità che, accompagnata con misure
concrete per la crescita le darebbe molte chance sul
piano del consenso.
Detto questo appare evidente che le manifestazioni, iniziate
con grande apertura al confronto, anche se con motivazioni
fortemente polemiche, una volta trasformate in una battaglia
con le forze dell'ordine, non possono essere accettate.
L'azione delittuosa è addebitabile a violenti di
professione, dai quali i manifestanti si sono dissociati.
Ebbene questa dissociazione deve essere l'occasione perché
il Governo assuma un'iniziativa positiva per restituire ai
giovani quella speranza che negli anni è stata loro
progressivamente tolta. Sarebbe un'azione politica
certamente apprezzata.
Queste brevi note sugli eventi di Roma, non possono
chiudersi senza considerare alcune responsabilità nella
gestione degli scontri che hanno devastato il centro della
Città. Come ha detto Pier Luigi Celli, Direttore generale
della LUISS, poco prima delle 15 su RAI1, l'azione dei
violenti è stata preordinata e organizzata sul terreno in
forma che possiamo ben definire "militare". Se ne parlava
sul web da giorni, si conoscevano le organizzazioni e gli
organizzatori. E' mancata l'intelligence per
individuare e isolare i violenti ed evitare gli scontri. Un
tempo in un caso come questo il Prefetto sarebbe stato
collocato a riposo. Un tempo lontano. Oggi i funzionari ai
quali è attribuito un incarico superiore alle loro capacità
non vengono più rimossi ma "promossi", per i Prefetti
normalmente con la nomina a Consigliere di Stato. Un errore.
In questo modo non s'impara mai.
16
ottobre 2011
Di bis in bis: e il diritto piange
Via libera al rendiconto generale dello Stato
di Salvatore Sfrecola
Essendo stato bocciato dalla Camera il disegno di legge di approvazione
del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio
finanziario 2010, già ritenuto regolare dalla Corte dei
conti, il Consiglio dei ministri ha nuovamente approvato il
documento contabile e lo ha spedito alla Corte dei conti con
richiesta di esaminarlo ai fini della verifica della sua
regolarità, cosa che la magistratura contabile
ha fatto nell’udienza di ieri mattina delle Sezioni Riunite,
il collegio cui spetta pronunciarsi, nelle forme della
propria giurisdizione contenziosa, sulla regolarità del
documento trasmesso dal Ministero dell’economia.
"Al termine dell'udienza pubblica, tenutasi oggi 14 ottobre
2011 – si legge in una nota della magistratura contabile
diffusa dalle agenzie - le Sezioni riunite della Corte dei
conti hanno dichiarato le risultanze del Rendiconto generale
dello Stato per l'esercizio 2010, trasmesse alla Corte dei
conti dal Ministro dell'economia e delle finanze in data 13
ottobre 2011, corrispondenti a quelle contenute nel
Rendiconto parificato in data 28 giugno 2011".
In parole povere il Governo ha approvato un documento già
approvato e la Corte dei conti ha dichiarato le risultanze
del “nuovo” rendiconto “corrispondenti” a quelle del vecchio
con una pronuncia (sentenza) identica a quella già adottata.
Ed il divieto del bis in idem, cioè di pronunciarsi su una
questione già decisa con sentenza definitiva?
Si poteva trovare un’altra soluzione da parte del Governo e
della Corte? Si poteva, certo. Ci voleva un po’ di fantasia,
anzi neppure tanta. Se ne parlerà dai prossimi giorni fra
quanti s’intendono di diritto.
15 ottobre 2011
Rendiconto generale bocciato
Il Governo ci mette una pezza
di Salvatore Sfrecola
La questione del superamento della situazione
politico-istituzionale seguita alla bocciatura del disegno
di legge di approvazione del Rendiconto generale dello Stato
impegna in queste ore (la mattina del 14 ottobre), oltre
alla politica ed alla stampa, il Governo e la Corte dei
conti. Infatti, a seguito di quel voto parlamentare sembra
che il Governo abbia richiesto una nuova pronuncia della
Magistratura contabile che già si era espressa sul
rendiconto esaminandolo a Sezioni Riunite, nelle forme
proprie della giurisdizione contenziosa, con l’intervento
del Procuratore Generale. La pronuncia della Corte è una
vera e propria sentenza che attesta della regolarità
contabile delle poste contenute nel rendiconto, acquistando
formalmente le caratteristiche della cosa giudicata. Tanto è
vero che per sanare eventuali partite ritenute irregolari
dalla Corte si procede con legge di approvazione del
rendiconto.
Non è chiaro, dunque, al momento come la Corte dei conti
possa essere stata nuovamente investita della questione
risultando i dati contabili, così come forniti dal Ministero
dell’economia e delle finanze, coperti dalla precedente
pronuncia. Sul punto ci riserviamo di tornare dopo aver
conosciuto quale atto giuridicamente rilevante nell’ambito
della procedura di legge il Governo abbia inoltrato alla
Corte né quale pronuncia la Corte si appresti ad emettere
per evitare un bis in idem.
Intanto vediamo cosa ha detto ieri il Presidente del
Consiglio per formulare qualche considerazione.
“Il Rendiconto generale dello Stato – ha esordito l’on.
Berlusconi - è un atto dovuto ed il Governo non può
sottrarsi alla sua responsabilità, che è costituzionalmente
prevista. Ferme ovviamente le risultanze contabili del
rendiconto, il Governo presenterà al Parlamento un nuovo
provvedimento, di un solo articolo, al quale aggiungerà come
allegati le tabelle ed i dati contabili e di gestione delle
singole amministrazioni e delle aziende autonome. Il
provvedimento sarà adottato dopo la conclusione di questo
dibattito, sarà nuovamente sottoposto al vaglio della Corte
dei conti e sarà presentato al Senato”.
“Il Governo ha il dovere di farlo – ha aggiunto il
Presidente - ma, siccome qualcuno contesta che ne abbia il
potere, ritengo utile qualche precisazione, non per
partecipare alla disputa tecnico-giuridica che dilaga sui
giornali in queste ore, ma solo per lasciare agli atti del
Parlamento una precisa assunzione di responsabilità”.
“La legge sul Rendiconto generale dello Stato e delle
aziende autonome appartiene alla categoria delle cosiddette
leggi formali, ovvero dei provvedimenti legislativi che
hanno soltanto la forma di legge, ma non ne hanno le
caratteristiche sostanziali. Infatti, il Rendiconto è
costituito da una serie di risultanze e dati contabili,
elaborati in sede consuntiva di bilancio dell'anno
precedente da parte della Ragioneria generale dello Stato e
asseverati dalla magistratura contabile, la Corte dei conti,
con apposito giudizio di parificazione, che attesta la
veridicità dei dati ed il rispetto dei vincoli finanziari
posti dalla legge”.
“Nell'approvare la legge sul Rendiconto, il cui contenuto è
inemendabile perché è comprensivo di dati esclusivamente
contabili ormai consolidati, il Parlamento conferisce una
copertura legislativa al procedimento di accertamento e di
verifica del bilancio dell'anno precedente”.
“In caso di votazione negativa di una Camera parlare di
sfiducia nei confronti del Governo è quindi del tutto
improprio perché il Rendiconto è un atto squisitamente di
riscontro contabile, e non rientra, infatti, nell'elenco di
cui all'articolo 7 della recente legge di riforma, la n. 196
del 2009, la legge che individua gli strumenti della
programmazione finanziaria per i quali è certamente
necessaria una consonanza tra Esecutivo e Parlamento.
L'equiparazione, proclamata dai partiti della minoranza, tra
Rendiconto e leggi di bilancio e di stabilità è pertanto del
tutto forzata e strumentale. Il Governo quindi intende porre
rimedio al negativo episodio del rigetto dell'articolo 1 del
Rendiconto, nel doveroso rispetto dei poteri del Parlamento,
ma anche di quanto disposto dall'articolo 81 della
Costituzione. A questa soluzione non c'è alternativa per il
bilancio e per il funzionamento stesso dello Stato, come del
resto sul piano politico non c'è alternativa credibile a
questo Governo nelle Assemblee elettive di Camera e Senato”.
Le conclusioni sono nel senso che “non è un fattore
aritmetico quello che decide, è un fattore politico di
eccezionale rilevanza”.
Il discorso del Presidente suggerisce qualche considerazione
in diritto, sotto il profilo squisitamente costituzionale e
quanto alla natura del rendiconto generale, della pronuncia
della Corte dei conti e della legge di approvazione.
Intendo, dunque, richiamare
l’attenzione tanto dell’on. Berlusconi, per i profili
politico costituzionali, quanto del suo anonimo
collaboratore per quelli più squisitamente giuridici.
È vero che “La legge sul Rendiconto generale dello Stato . .
. . appartiene alla categoria delle cosiddette leggi
formali, ovvero dei provvedimenti legislativi che hanno
soltanto la forma di legge, ma non ne hanno le
caratteristiche sostanziali”.
Ma è anche vero che il rendiconto generale ha un
elevatissimo significato politico. Infatti con la sua
presentazione alla Corte e, poi, al Parlamento il Governo
compie un atto fondamentale nei rapporti con le Assemblee
parlamentari che gli hanno dato la fiducia, con la
conseguenza che la bocciatura del rendiconto (anche se per
un fatto tecnico, l’assenza di parlamentari della
maggioranza) incide nel rapporto di fiducia tra Parlamento e
Governo. Non è come un’altra legge. Il rendiconto (come il
bilancio di previsione) è l'atto essenziale sul quale nei
secoli si è costruito il rapporto tra legislativo ed
esecutivo.
Tutto quanto si legge nel discorso del Presidente del
Consiglio a proposito delle risultanze e dei dati contabili