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Un Sogno Italiano venerdì, 18 maggio 2012 ultimo aggiornamento

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"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)

 

 

 

Terzo Polo più leggero!

di Senator

 

Più leggero ma anche più autentico. E omogeneo. Fin dall’inizio ho ritenuto che il trio Casini, Fini e Rutelli avesse dato luogo ad un’intesa momentanea, strumentale, non essendoci nulla che realmente legasse tre esperienze diverse, tre culture diverse, tre modi di concepire la politica lontani mille miglia.

Casini è un democristiano doc, allievo di Forlani, cresciuto all’ombra dei notabili democristiani che avevano visto in Amintore Fanfani un esempio di gestione moderna del potere nel rispetto delle tradizioni del solidarismo cattolico. Non a caso Fanfani, professore di storia dell’economia, aveva scritto di Giuseppe Toniolo, economista ed attivo, a cavallo dell’800, nell’Opera dei congressi e nelle iniziative che avrebbero impegnato i cattolici nella società, con le Settimane sociali e l’Azione Cattolica.

Di Fini è difficile dire. Messo alla testa del Movimento Sociale Italiano da Giorgio Almirante, il leader carismatico della destra ex fascista (ma Gaetano Rasi un giorno mi ha detto “non so se scriverò quel che Almirante mi disse di Fini”) si è distinto per un’oratoria efficace che ha esaltato le folle missine finché non si sono accorte che quel linguaggio nascondeva idee scarse e confuse. Leader di una destra nazionale, di ispirazione cattolica, avrebbe avuto un grande spazio a confronto di un Berlusconi sempre visto dalla gerarchia ecclesiastica con qualche sospetto, essendo nota da tempo la sua passione per il Burlesque e la strumentalità delle posizioni filo cattoliche.

Così ad un certo momento il leader che con coraggio aveva traghettato i missini in Alleanza Nazionale, si è scoperto attratto dalle posizioni radicali, inopinatamente individuate a destra ed è confluito nel Partito della Libertà, salvo poi essere costretto ad andarsene, sostanzialmente per non farsi contare alle elezioni del 2008, preoccupazione che non è stata di Casini che ha avuto il coraggio di non farsi ammaliare dalla sirena berlusconiana.

Presidente della Camera, impacciato e, per certi versi, impagliato, ha trovato una sponda generosa in Casini che, pesatolo, lo ha mollato.

Come Rutelli. Che c’azzecca, direbbe Di Pietro, Rutelli con Casini, il radicale amico di Pannella con il democristiano centrista? E di fatto anche Rutelli viene mollato. Vale zero virgola qualcosa. Non aggiunge niente al Terzo Polo, ma forse gli toglie qualcosa agli occhi di quanti, anziani e giovani, hanno ancora nostalgia dello Scudo Crociato.

Fa bene Casini a tenere lontani i due. Lui deve recuperare i Pisanu, i Fioroni e forse anche i Quagliariello e quanti sono stati cooptati a suo tempo da Berlusconi “liberale” e anticomunista, capace, per le rilevanti disponibilità finanziarie, di mettere su e gestire un partito e di stare sulla scena con le televisioni e l’ignavia dei suoi avversari politici.

Ora che il PdL si dissolve, rimanendo compatto solo nella lotta alle norme anticorruzione, il “si salvi chi può” prefigura nuove aggregazioni ancora non compiutamente identificabili ma inevitabili. Vi lavorano ambienti vicini alla gerarchia ecclesiastica, quelli riuniti a Todi alla vigilia della formazione del Governo Monti, già pronti a riunirsi di nuovo nella splendida cittadina umbra per definire un programma di “buona politica per tornare a crescere” e parlare di solidarietà, di stato, mercato ed economia civile, per definire un nuovo welfare, per parlare di democrazia e partecipazione.

Lì guarda Casini e si libera di una zavorra che ancora un po’ l’avrebbe fatto affondare.

18 maggio 2012

 

 

 

Riformisti e riformatori

di Salvatore Sfrecola

 

In prima approssimazione possiamo dire che quella dei “riformisti” è una categoria particolarmente numerosa. C’era anche un quotidiano, nato nel 2002 ad iniziativa di Antonio Polito, una testata, Il riformista, che rappresentava una tribuna per intellettuali e politici di ogni schieramento, pur essendo assegnata alla sinistra moderata. Il 29 marzo 2012 ha chiuso i battenti. “Non ce l’abbiamo fatta” ha titolato Emanuele Macaluso, nel suo ultimo editoriale.

Chiude il giornale ma restano i riformisti. Tanti, in tutti i partiti. È un po’ un vezzo. Chi non si qualificherebbe riformista o progressista? Fa a la page e, in più, mette al riparo da critiche. Chi censurerebbe un riformista o un progressista. Si iscriverebbe subito tra i retrivi e i trinariciuti, nemici della modernità, e del futuro. E nessuno, certamente, vuole apparire tale.

Devo dire che i riformisti non mi hanno mai particolarmente interessato. Spesso fanno la parte di quelli che pestano l’acqua nel mortaio, inconcludenti e, talvolta, supponenti in un atteggiamento un po’ snob, salottiero.

Meglio i riformatori, quelli che si mettono al tavolo, buttano giù una riforma, che non è necessariamente una “rivoluzione”, e ne patrocinano la realizzazione.

Una ulteriore premessa.

Ho detto che una riforma non deve inevitabilmente essere una novità eclatante, rivoluzionaria. Può essere anche una semplificazione, cioè la revisione di una legge o di un regolamento, magari di un modulo che elimini adempimenti inutili o non necessari. Quante volte ho letto nelle leggi “di riforma” della pubblica amministrazione l’indicazione, come primo obiettivo, quello di eliminare gli adempimenti non più funzionali ad una gestione della Pubblica Amministrazione informati ai principi costituzionali del buon andamento e dell’imparzialità. Poi non se ne è fatto niente.

Altra premessa, conseguente della prima. In Italia le riforme debbono essere “di ampio respiro” o, meglio, “epocali”, interessare tutto e di più. Anche per questo non si fanno.

Credo, invece, che il buon riformatore, che è il buon amministratore o il buon politico, debba operare tempestivamente, avendo evidentemente un quadro di riferimento organico, anche su questioni piccole ma significative, quando, ad esempio, la giurisprudenza mette in evidenza, attraverso una eccessiva varietà di interpretazioni, che la norma applicata non è poi così chiara, crea contenzioso, impaccia l’Amministrazione, ne aggrava i costi.

Questa premessa apre ad una presa di posizione molto opportuna di Michele Ainis che il 14, sul Corriere della Sera, titola il suo fondo “Meglio poche cose che un altro rinvio”. Il noto costituzionalista, che spesso chiosa iniziative o “non iniziative” politiche, premesso che “i partiti politici, per recuperare credibilità e consensi elettorali, hanno tutto l'interesse a battere un colpo sulla riforma dello Stato”, sottolinea come “gli italiani vivrebbero assai meglio se fossero inquilini d'uno Stato meno arcaico, meno distante, meno astruso”.

Il Professore Ainis si chiede perché “ogni progetto di riforma rimane sempre fermo al palo”, dalla “bozza Calderoli” alla legge elettorale. Il fatto è che, nonostante ricorrenti incarichi riformatori assegnati a Ministri e molteplici commissioni di studio (le famose Bicamerali) le ipotesi sul tavolo non sono mai state capaci di ottenere un consenso politico e parlamentare che le facesse decollare, per la varietà degli interessi che emergono. Sempre contrastanti. Perché la mentalità del politico porta necessariamente a considerare una proposta non per la sua obiettiva validità ma per gli effetti positivi che ne deriverebbero per lui e per il suo partito se non per la sua corrente. È il balletto piuttosto deprimente, al quale assistiamo da mesi in materia di legislazione elettorale per la Camera ed il Senato.

Per Ainis è “la maledizione delle riforme costituzionali all'italiana”, migliaia di pagine di studi e progetti che riempiono inutilmente le nostre biblioteche.

Né c’è da avere fiducia, nonostante il diuturno impegno del Presidente Napolitano, che almeno la legge elettorale sia modificata, ripristinando le preferenze. La difficoltà sta nel fatto che il porcellum fa comodo a tutte le lobby politiche, anche a quelle che reclamano il ripristino del diritto di scelta, il più rilevante diritto politico del cittadino. Chi darà un potere maggiore a Berlusconi, Bersani o Casini, che oggi possono stabilire ad libitum chi sarà deputato e chi senatore?

Da questa classe politica, che ha impunemente violato le conclusioni cui è pervenuto il referendum sul finanziamento pubblico dei partiti, votando il giorno dopo una legge che ha attribuito “rimborsi” elettorali molto più lucrosi, che non vuole nessun controllo obiettivo, come quello della Corte dei conti, non ci si può attendere nulla di buono, a cominciare dalla riduzione del numero dei parlamentari. Mi sembra di sentire i discorsi che fanno tra loro: “Ma che vogliamo toglierci il pane di bocca?”

Il Professore Ainis, stanco e sfiduciato come tutte le persone perbene auspica, non essendo possibile “confezionare un vestito di ricambio” per la nostra Costituzione, almeno “qualche toppa”. E aggiunge “non ci faremo ingannare dal giochino di mettere troppa carne al fuoco - dalla legge sulla corruzione a quella sui partiti, dalle Province alla riforma della Rai - all'unico scopo di bruciare l'arrosto. Non potranno raccontarci che non hanno fatto l'uovo (la legge elettorale) perché prima dovevano generare la gallina (cambiando la Costituzione). La Carta del 1947 non parla affatto dei sistemi d'elezione, ed è sopravvissuta sia al proporzionale sia al maggioritario. Dunque questa scusa non regge”.

D’accordo Professore, ma credo che, purtroppo, sarà come lei teme, la scelta che cerca di esorcizzare sarà quella che i partiti porteranno avanti per dire alle elezioni che è stato impedito loro di fare le riforme che pure erano ben confezionate in un quadro organico e finalmente di vasto respiro.

Pensa, forse, che vogliono in realtà lottare contro la corruzione? Non ricorda che l’Alto commissario per la lotta alla corruzione era stato individuato “alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio” e nessuno aveva trovato qualcosa da ridire.

“Insomma fate poche cose, ma fatele. Il meglio è nemico del bene”. È la conclusione logica di uno studioso e buon cittadino ma il destinatario dell’appello non è sensibile a queste sollecitazioni. Purtroppo.

In queste condizioni, continuare a denunciare la demagogia del “grillismo” è l’unico sport che sembra appassionare i politici di tutti gli schieramenti. Grillo non ha un programma, si sente ripetere. Può darsi. Ma perché gli atri ne hanno uno che sia capace di coniugare rigore e crescita? Quel rigore che una classe politica attenta agli interessi degli italiani di queste e delle future generazioni avrebbe dovuto cominciare a mettere in campo alle prime avvisaglie della crisi, invece di negare, già nel 2001 un buco di bilancio di rilevanti proporzioni messo in evidenza da Corte dei conti, Banca d’Italia e Ragioneria generale dello Stato.

Politici incapaci e imbroglioni!

17 maggio 2012

 

 

 

Conversando con Armando Zippo

Alla ricerca di una ricetta per la crescita:

Vetrine Italiane all’Estero

per rilanciare l’Italian Life Style

di Oeconomicus

 

Ad agosto del 2008 e, poi, a settembre del 2009 UnSognoItaliano ha ospitato una nota che illustrava il progetto V.I.E. Vetrine Italiane Estero, un'idea per rilanciare l'export italiano in gravi difficoltà. Un progetto delineato da un abile uomo di pubbliche relazioni, Armando Zippo, da sempre nel settore dell’informazione economica, da qualche a Gibilterra, dove ha costituito una società di consulenza (Armando Zippo Consultant, a.zippo@usa.net), che rilevava ancora una volta "una mancanza di strategia e di superficialità". Quel progetto non ha avuto seguito, non ha destato interesse da parte autorità o di imprenditori.

Abbiamo incontrato nuovamente Zippo, in considerazione della difficile situazione italiana e dell’esigenza che il Governo Monti unisca al rigore motivi di crescita per stimolare il mercato interno. Richiama una iniziativa di Alitalia che sulla Rivista di Alitalia, nel fascicolo di gennaio (alle pagine 62 e 63), pubblicizza un’iniziativa di Unioncamere per la certificazione di "Ospitalità Italiana" riservata ai veri ristoranti italiani all'estero, iniziativa cui hanno aderito, oltre alle Camere di commercio, i Ministeri degli esteri, del turismo, dello sviluppo economico, dei Beni Culturali, delle Politiche Agricole ed, inoltre, Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Federalimentari e Fipe.

La stessa nota informa che:  ..." ben 3 prodotti alimentari su 4 sono falsi made in Italy. Con queste premesse si capisce bene quanto è importante riconoscere e certificare l'italianità delle nostre imprese all'estero. Basti pensare che i maggiori concorrenti dei ristoranti (autenticamente) italiani sono proprio i ristoranti falsamente italiani".

“L’iniziativa ripropone – sottolinea Zippo - quanto già anni fa aveva promosso l’On. Gianni Alemanno, allora Ministro delle politiche agricole, a dimostrazione che non c'è continuità, non c'è controllo, non c'è strategia”. Così torna sul suo vecchio progetto  V.I.E., rivendicandone la grande attualità, ed in armonia con le varie agevolazioni riservate alle Reti Associative d'Impresa.

V.I.E.: un progetto già delineato nel 2002, con analisi e comparazioni dei dati della produzione, del consumo (e dei relativi trend) dei maggiori Paesi (europei e non). Raccogliendo dati allarmanti sul danno che i prodotti enogastronomici italiani subiscono per effetto di beni “taroccati” nel 2004 Zippo lo propone a: 1) Soci Strategici, imprese di prodotti di qualità certificata; 2) Soci Finanziatori, investitori privati ed istituzionali.

Abbandonato il progetto per problemi di salute, oggi superati, Zippo ricorda che V.I.E. “è ancora d'attualità e di particolar interesse, non solo per proteggere la commercializzazione dei prodotti agro alimentari, ma anche per promuovere Arte - Cultura - Moda - Turismo proponendosi in forma alternativa ed innovativa al mercato.

V.I.E.: potrebbe utilizzare al meglio non solo la comunicazione diretta come promozione/rapporto clientela, ma anche di soluzioni E-Motional Video Interactive.

V.I.E.: aveva la vocazione di costituirsi in una Private Equity”.

Oggi, a causa della gravissima situazione finanziaria internazionale Zippo sottolinea come “la politica d'offrire più prodotti insieme rafforza la strategia di penetrazione del mercato, soprattutto se estero. Non è' impegnativo poiché si può sviluppare in modo modulare e, se del caso, in franchising selezionando attività locali già attive e qualificate”.

V.I.E., spiega, rientrerebbe in quella politica di supporto commerciale che sempre più viene evocata come necessità impellente a livello nazionale e regionale. Ma spesso non c'è una continuità, non c'è una strategia.

“V.I.E.: potrebbe anche porsi come vetrina estera di promozione oggi, e di continuità domani dopo MilanoExpo-2015.

V.I.E.: è un modello che risponderebbe in modo ottimale non solo ai mercati europei e americani ma, anche a quelli emergenti degli Emirati Arabi e dell'Est Europa ed Asiatici. L'indicazione della Francia e della Spagna è solo motivata dalla facilità di poter utilizzare al meglio la conoscenza diretta ed articolata di questi mercati.

V.I.E.: potrebbe essere d'interesse, anche per un Gruppo bancario o assicurativo per le potenzialità che ha di raggiungere:clientela primaria, costituita dai produttori; clientela secondaria, costituita dagli acquirenti esteri;  attività di tesoreria per gestione di carte credito e fedeltà”.

“In questi ultimi anni, ci sono state molte iniziative, bollini per ristoranti, globi d'oro, etc. che hanno affrontato solo in parte la gravità della situazione. Il problema è nella "catena" dei fornitori e della mancanza di centri commerciali doc all'etero. La chiave è nella distribuzione: è il "cartello" dei distributori, o vicini ad essi, coloro che spesso introducono i prodotti taroccati ai ristoranti falsamente italiani. Anche per i prodotti commerciali, l'Italia è ormai definitivamente assente, non avendo nessuna partecipazione azionaria in supermercati all'estero, mentre la vendita online dei prodotti enogastronomici, è solo aleatoria, anzi forse anche negativa, considerato l'aumento del prezzo per i costi di spedizione”.

Per cui la conclusione è che oggi, sempre di più, “solo la presenza diretta è la soluzione ideale per garantire qualità e prezzo”.

V.I.E.: sarebbe di per sé una Rete Associativa d'Imprese.

V.I.E.: ieri, come oggi, i Soci dovrebbero essere: Strategici o sponsor pubblici: Ministeri, Enti, Aziende, Consorzi, etc.; Strategici industriali: produttori doc agroalimentari e, quando del caso, editoriali, di moda o nautici; Finanziatori puri: anch'essi selezionati per evitare che possano condizionare il progetto.

Normalmente l'intervento dei soci strategici, pubblici ed industriali, dovrebbe essere di maggioranza o comunque determinante. I soci finanziatori, all'inizio, dovrebbero essere esclusivamente italiani.

Sempre per affrontare le dinamiche dei mercati, il 23 Aprile. a Milano nella sede dell'Assolombarda, si è tenuto il convegno  "Esportare la dolce vita". Sicuramente interessante ma dal titolo francamente non dei migliori soprattutto per promozione all'estero in questo periodo. Credo che sarebbe stato meglio ad un nome più collegato al gusto, che al non far niente!

13 maggio 2012

 

 

 

Il taccuino del Direttore

 

Via i ticket dalla sanità, si pagherà nell’ambito di una franchigia determinata sulla base del reddito. Dubbi da parte dei sindacati e da alcuni partiti.

Ma c’è anche chi è favorevole. Gli evasori fiscali, una categoria potente in Italia (altrimenti come saremmo arrivati a 120 miliardi annui di evasione?).

Tassa sulle bevande tassate. In arrivo, sembra, ad iniziativa del Ministro della salute, Balduzzi. La scusa è quella di evitare la diffusione dei cosiddetti cibi spazzatura, quelli che fanno ingrassare. È una tassa ipocrita, la lotta all’obesità per giustificare un balzello.

Peccato di omesso controllo, titola Beppe Severgnini su Sette del Corriere della Sera. E aggiunge “lo spreco di soldi pubblici nelle regioni un po’ è anche colpa nostra. Non abbiamo sorvegliato e non ci siamo accorti dei viaggi collettivi, delle faraoniche spese di rappresentanza, dei soldi a pioggia sulle clientele”.

Non sono solo questi gli sprechi, anche se fanno maggiore impressione sulla gente onesta. Il grosso sta negli acquisti inutili, nelle opere costate dieci volte quanto preventivato.

Comunque la Corte dei conti sono anni che denuncia puntualmente questi sprechi senza che la classe politica si corregga e senza che gli italiani la mandino a casa.

“Andiamo nelle scuole per far capire ai ragazzi che le tasse servono per finanziare i servizi pubblici”, dice Attilio Befera, Direttore dell’Agenzia delle Entrate intervistato da Vittorio Zincone su Sette.

Molto giusto, ma il cittadino ha anche diritto di sapere come le imposte e le tasse che paga vengono utilizzate, se cioè i servizi pubblici che quelle risorse servono a finanziare vengono utilizzate al meglio, nel rispetto dei principi dell’economicità, efficienza ed efficacia. Il fatto è che il cittadino-contribuente non è convinto, e ne ha buoni motivi tutte le volte che chiede un servizio.

Nonostante questo le imposte e le tasse vanno pagate. Ma almeno al cittadino si vuole consentire di mugugnare?

12 maggio 2012

 

 

 

 

La pavimentazione di piazza San Silvestro

lascia a desiderare

Da Appio Claudio a Gianni Alemanno

di Marco Aurelio

 

Ho percorso piazza San Silvestro nella parte lastricata con pietre quadrate, all’esterno della parte pedonabile.

Una realizzazione assolutamente insoddisfacente, occorrerebbe vedere cosa c’è scritto nella relazione di collaudo. Ricordo in proposito che il Console Appio Claudio, colui che volle la via che prende il suo nome, collaudò personalmente l’opera, particolarmente innovativa per l’epoca e, divenuto nel frattempo cieco, si recò sul posto per controllare, a piedi nudi, se i lastroni fossero stati collocati secondo quanto definito nel progetto e le regole dell’arte.

I collaudi, il problema sono sempre i collaudi delle opere pubbliche. Qualche anno la Corte dei conti condannò un geometra del comune di Roma che aveva collaudato (la parola significa cum laude, un accertamento positivo) un tratto proprio della via Appia dove erano stati effettuati lavori su un cavo che il consulente della Procura Generale contabile (all’epoca non c’erano ancora le sezioni e le procure regionali), un ingegnere dell’ANAS, aveva affermato non essere stati realizzati a regola d’arte. Per cui il collaudatore fu condannato al pagamento di una somma pari al costo del ripristino “a regola d’arte”.

A piazza San Silvestro Alemanno non è andato a piedi nudi per controllare l’esatta esecuzione dei lavori. Forse è andato solo a tagliare il nastro. Troppo tardi, l’impresa sarà già stata pagata e il certificato di collaudo approvato dalla competente struttura dirigenziale.

Così vanno le cose. Appio Claudio non ha insegnato niente.

12 maggio 2012

 

 

 

La primavera araba delle donne: il pericolo islamico

di Luisa Motolese

 

Le rivoluzioni del 2011 in Medio Oriente ed in Nord Africa hanno determinato e determineranno ancora grandi cambiamenti sociali e politici.

Circolano comunque molti dubbi sugli equilibri di questi stati che dovranno darsi governi democratici ed efficienti[1].

C’è una questione riguardo la quale la primavera araba non sembra garantire alcun cambiamento, e cioè i diritti delle donne.

La caduta dei regimi in Egitto e Tunisia – benché provocata da rivoluzioni che hanno visto una partecipazione rilevante delle donne - potrebbe non avere significati progressisti in questo campo ed in alcuni casi la condizione femminile potrebbe peggiorare. La condizione femminile è da tempo fonte di preoccupazione per le organizzazioni internazionali a difesa dei diritti umani. Nei rapporti sui paesi del vicino Medio Oriente la condizione femminile è stata sempre tra i problemi principali, insieme alla libertà politica ed il basso livello di istruzione , quali fattori che ostacolano lo sviluppo del mondo arabo.

La posizione delle donne all’ interno della società arabo-islamica è e rimane un nervo scoperto, un diritto che fatica a concretizzarsi. E questo fa riflettere sul perché- secondo un’opinione diffusa - la primavera è in realtà un lungo inverno. Una primavera improvvisa senza essere preceduta da quelle stagioni che le avrebbero permesso di fiorire. E’ dalle donne che può prendere avvio il disegno di una società di diritti e doveri più giusta e con una mentalità diversa. Le donne dunque sono emerse con un ruolo chiave nella primavera araba (hanno partecipato alle manifestazioni , gestito blog, praticato scioperi).

Bisogna adesso aspettare e vedere se i loro diritti saranno formalmente riconosciuti e se il loro impegno politico porterà al varo di riforme in grado di cambiare la vita delle donne stesse nel mondo arabo.

Sarà una vera primavera araba ed una vera rivoluzione il giorno in cui si assisterà – nella quotidianità – al cambiamento di quella mentalità retrogada; perché la vera primavera araba è anche il riconoscimento delle donne.

La rivoluzione – ha commentato il giornalista marocchino Zouhir Louassini-non è fatta di slogan gridati per le strade e non è solo la caduta di un regime.

La rivoluzione è il cambiamento delle mentalità.

Questo è il tema della tavola rotonda organizzata dall’ISPI, in collaborazione con la rivista Europeo, in occasione della pubblicazione del n. 3 dell’Europeo “Il vento del Maghreb: Tunisia Egitto, Libia, Algeria, Marocco dagli anni Cinquanta alle primavere Arabe ed in concomitanza con la ricorrenza dell’ 8 marzo.

All’evento hanno partecipato in qualità di relatori – con il coordinamento del direttore dell’Ispi dott. Paolo Magri- giornalisti dei più importanti quotidiani nazionali e personalità del mondo accademico.

L’incontro ha messo in evidenza che l’Islam conosce diverse forme di femminismo.

Una prima versione – che ha preso il nome di femminismo di Stato – è stato praticato in Persia, in Egitto, in Marocco ed in Tunisia.

Basti pensare che le politiche di sostegno in Egitto alla condizione femminile sono state fondamentali per mantenere buoni rapporti con il mondo occidentale . L’azione posta in essere da Mubarak e dalla moglie Sousana sono state comunque determinanti per l’approvazione di leggi che hanno vietato la mutilazione genitale femminile e l’ ingresso in magistratura delle donne.

In Iran già nel 1936 il padre dello Scià vietò il velo alle donne e lo stesso Reza Pahlavi nel dopo guerra concesse il voto alle donne. Analogamente Ben Alì in Tunisia e il monarca marocchino hanno portato avanti una azione incisiva a favore delle donne; ma queste politiche sono sempre state viste sostanzialmente come frutto dell’ influenza occidentale e quindi non condivise.

Le altre forme di femminismo conosciute sono il secolare, l’islamico ed un terzo detto anche di critica.

Quello secolare si è formato e si è rafforzato nel periodo della decolonizzazione e della formazione degli stati arabi.

Le donne cui aderiscono ricercano una uguaglianza attraverso il tema dei diritti umani; il movimento dialoga con il mondo occidentale e condivide le lotte del femminismo europeo.

Il secondo tipo di femminismo parte dal Corano, da una sua rilettura, dal tentativo di mostrare che nel Corano non vi sono discriminazioni fra uomo e donna e quindi di portare alla luce la vera essenza delle scritture coraniche attraverso una corretta interpretazione per arrivare al cambiamento e l’uguaglianza dall’interno.

Un terzo movimento che prende il nome di critica di genere vede l’adesione di donne che fanno parte di movimenti di militanza islamica.

Certo le schematizzazioni da un lato facilitano la comprensione del fenomeno, dall’ altro appaiono riduttive per capire pienamente lo stesso.

Ciò che è emerso dal dibattito è che comunque vi è un sentimento vissuto dal mondo femminile di ricerca di uguaglianza che comunque spinge verso una trasformazione della società musulmana dall’interno pur non essendoci alcuna azione di rottura; come è stato per esempio in Egitto; già nel 1919 un gruppo di donne velate marciò al Cairo contro l’ occupazione inglese e sempre in Egitto nel 1956 fu concesso il voto alle donne e nel 1957 fu eletta una donna in Parlamento.

Le sfaccettature sono tante all’interno del movimento femminista islamico con un collante comune: il desiderio trasversale di cambiamento e gli strumenti che le donne hanno adottato per cercare di raggiungere l’eguaglianza sono Internet e la lingua inglese.

Ora dunque resta da vedere se i loro diritti saranno riconosciuti e se il loro impegno politico porterà a riforme in grado di cambiare la vita delle donne nel mondo arabo.

Le notizie in proposito non sono confortanti.

Nel Parlamento Egiziano dei tempi di Hosni Mubarak le donne rappresentavano il 12% del totale dei deputati. Nel Parlamento Egiziano eletto dopo le sanguinose proteste di piazza Tahrir e sotto il vessillo della rivoluzione le donne sono il 2% del totale dei deputati.

Le donne si è visto hanno lottato e pagato quanto gli uomini. E’ stato da poco assolto il medico militare che sottoponeva le donne arrestate a Piazza Tahrir al test della verginità. Sei ragazze lo avevano denunciato ma soltanto una, Samira Ibrahim, ha avuto il coraggio di portarlo in Tribunale. Ed il medico in Tribunale ha convinto i giudici militari che ci fosse un legame tra verginità e protesta sociale. Non è da sottovalutare poi l’ influenza degli islamisti, vincitori delle ultime elezioni; Manal Abul Hassan, attivista dei Fratelli Musulmani è contro le quote rosa ma riconosce che le donne sono state inserite nelle liste elettorali soltanto per dare loro maggiore legittimità , senza alcuna intenzione di farle eleggere.

Insomma per le donne il nuovo Egitto è più vecchio di quello vecchio[2]. A quando la protesta delle Sorelle Musulmane?[3]

Non è rosea neppure la situazione in Tunisia.

Bisognerà continuare a lottare –ha detto Lina Ben Mhenni- in Tunisia non è ancora primavera, ma le donne hanno sempre goduto in Tunisia di uno status particolare rispetto alle altre donne arabe, grazie ad una legislazione favorevole, il codice dello Statuto Personale. Dobbiamo continuare a lottare- ha aggiunto- per costruire la Tunisia dei nostri sogni , dove tutti possono vivere liberamente e con dignità[4].


 


[1] Economist del 21 ottobre 2011.

[2] Così Franco Venturini in Io donna del Corriere della Sera del 31 marzo 2012 “ Il nuovo Egitto è troppo vecchio per le donne.”

[3] Lina è la più importante blogger in Tunisia .

 

 

 

 

 

Grillini e grilletti

di Senator

 

     Continua sui giornali ed in televisione la demonizzazione dei "grillini", cioè degli adepti di Beppe Grippo usciti dalle elezioni del 6 - 7 maggio con un lusinghiero successo elettorale. Continua con molta sufficienza da parte di "veterani" della politica la presa in giro, spesso neppure garbata, di giovani e meno giovani impegnati in una azione di protesta della quale ostinatamente si fa finta di non comprendere le ragioni.

     E' un grave errore politico. Demonizzare l'avversario o sottovalutarne le ragioni è sempre prova di insipienza politica. I fatti vanno considerati sempre seriamente e non è dubbio che il Movimento 5 stelle sia politicamente un fatto del quale occorre prendere atto e tenerne conto, soprattutto quando le dimensioni del consenso sono come quelle che Grillo ha conquistato, in una misura che consentirà una notevole presenza nelle assemblee cittadine e, domani, in Parlamento.

     Questa generale negazione del ruolo di Grillo e dei suoi nell'attuale contesto politico è sbagliata, ancor più se muove dalla preoccupazione, fondatissima, che quel movimento politico possa crescere nei consensi, considerato che il malessere è grande e diffuso, come ha detto ieri il Ministro Passera. Un malessere che andava colto contemporaneamente all'adozione di misure rigorose in tema di finanza pubblica. Perché quel malcontento nasce dalla crisi economica, che ha eroso posti di lavoro e determinato generalizzati aumenti dei prezzi, ma si alimenta per effetto di misure fiscali che sembrano agli occhi del cittadino scollegate da qualunque ipotesi di sviluppo, quindi di aumenti dei posti di lavoro, condizione essenziale per la ripresa dei consumi.

     Il malessere cresce anche perché le prospettive della ripresa sono state formulate in modo generico, mentre alcuni dei provvedimenti adottati, come quello sulle semplificazioni, non hanno offerto motivi di soddisfazione e neppure di speranza. Semplificare sarebbe la prima cosa da fare, ma non si è fatta.

     Così a fronte dei grillini stupidamente sbeffeggiati non ci si può nascondere il pericolo che qualche testa calda ricorra al grilletto di un'arma per protesta o per farsi giustizia a modo suo. Qualcuno si è sparato, qualche altro ha sparato, gambizzando l'amministratore delegato di una impresa pubblica.

     I colpi alla caviglia di Adinolfi possono avere tante origini e in varie direzioni, infatti, indagano le forze dell'ordine. Ma non dimentichiamo che il terrorismo è cominciato alla spicciolata e si è manifestato in vari modi. Non credo ci siano le condizioni per un ritorno agli anni di piombo. L'Italia è maturata anche nelle frange estreme. Ma il matto è sempre dietro l'angolo e con alcuni partiti che soffiano su fuoco per crearsi un alibi agli occhi degli elettori delusi e preoccupati. Per cui ci potrebbe anche essere chi si senta investito dalla missione di Robin Hood variamente interpretata.

     Attenzione, dunque, a non banalizzare risultati elettorali previsti dopo gli errori del passato ed a non sminuire il senso della protesta che se incanalata lungo le vie proprie  dell'opposizione politica è costruttiva, mentre se viene respinta e demonizzata può degenerare nelle strade e nelle piazze.

     Vedo i partiti allo stremo ed i loro dirigenti in grave difficoltà e con scarsa voglia di cambiare, di dare un colpo di reni, mandare a mare la zavorra e corrispondere alle esigenze della gente, prima che le preoccupazioni diffuse diventino in alcuni disperazione.  

11 maggio 2012

 

 

 

La solidarietà dell’Ordine di Malta

nei confronti dei poveri di Sofia

 

Nel solco delle iniziative di solidarietà umanitaria dell’Ordine di Malta, già operative in numerosi paesi del mondo, e in particolare di quelle legate alle attività svolte dalle mense sociali, l’Ambasciata dell’Ordine di Malta a Sofia, dalla metà di febbraio, distribuisce 100 pasti caldi al giorno.

La distribuzione avviene nel cortile dell’Esarcato Apostolico, sede della Conferenza Episcopale cattolica, a cura del gruppo di volontari che collaborano con l’Ambasciata dell’Ordine.

A Sofia da alcuni anni, l’Ambasciatore Camillo Zuccoli ha dato un impulso a tutte le attività proprie della rappresentanza diplomatica dell’Ordine, con iniziative nel campo culturale richiamando, altresì, l’attenzione per il ruolo di una istituzione che ha fatto dell’assistenza sanitaria la ragione attuale della sua militanza cristiana.

Un recente studio della Banca Mondiale – fa notare l’Ambasciatore Zuccoli - evidenzia che il 23% della popolazione della Bulgaria vive sotto la soglia di povertà e, per fronteggiare le difficoltà economiche, il 41% dei bulgari ha dovuto limitare l’uso di servizi come il riscaldamento e l’elettricità, mentre il 29% ha ridotto i consumi alimentari.

Una situazione grave, in relazione alla quale l’Ambasciata dell’Ordine di Malta offre un esempio concreto di umana solidarietà che potrà sollecitare altri interventi.

5 maggio 2012

 

 

 

Di fallimento in fallimento

Commissariata la politica,

commissariata l’amministrazione

di Senator

 

Commissariata la politica viene commissariata anche la burocrazia. Una doppia brutta figura per il nostro Paese.

Messi da parte i partiti che, con la loro incapacità di governare l’economia e la finanza in tempi di crisi internazionale, hanno dovuto cedere il passo ad un governo tecnico, vengono messi nell’angolo anche i burocrati, ai quali un commissario straordinario, Enrico Bondi, con esperienza di risanamento di importanti gestioni aziendali in crisi, dovrà dire come procedere alla “razionalizzazione di beni e servizi", cioè dove e quanto tagliare nella spesa pubblica improduttiva. E non è detto che si fermi lì, considerata la situazione di cassa.

Ora non è dubbio che la spesa pubblica sia da apprezzare sotto un duplice profilo. In primo luogo della scelta delle politiche pubbliche e quindi della quantità delle risorse da assegnare ad una determinata funzione, l’istruzione, la sicurezza, la sanità, la giustizia, la ricerca. Stabilendo quale percentuale della spesa pubblica la classe politica ritiene di dover assegnare ad un determinato comparto. Per cui Cavour amava dire “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò come un paese è governato”, perché nel bilancio stanno le scelte politiche di fondo.

Le dimensioni della spesa vanno apprezzate, poi, sotto il profilo della sua produttività, cioè della capacità di rendere il migliore servizio possibile in rapporto alle risorse impiegate, in una valutazione costi-benefici, espressione della quale tanti si riempiono la bocca da anni senza che se ne vedano le conseguenze.

Questo profilo, proprio della gestione, è, in primo luogo, di competenza dei tecnici delle pubbliche amministrazioni, dei giuristi, degli economisti, degli statistici di cui dispongono gli apparati di governo, al centro ed in periferia.

La nomina del Commissario Bondi certifica, dunque, e in primo luogo, il fallimento dell’alta burocrazia statale che evidentemente non è stata all’altezza di governare l’ingente spesa pubblica, assicurando all’apparato la massima, possibile funzionalità con le risorse disponibili. Uno schiaffo solenne a Capi dipartimento, direttori generali e direttori centrali, cioè a quella pletora di funzionari, cresciuti a dismisura negli ultimi anni, sicuri dell’impunità, in conseguenza di una stretta contiguità con il potere politico e dimentichi di essere “al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge nell’art. 98 della Costituzione. Un abbraccio mortale per la dirigenza e, purtroppo, per l’Italia.

Controlli interni, strategici e di gestione, monitoraggi e quant’altro ha partorito in questi anni la fantasia linguistica e tronfia di politici, burocrati e sindacalisti, non sono riusciti ad assicurare ai cittadini, che in quanto contribuenti sono gli azionisti dell’azienda stato, un minimo di efficienza efficacia e economicità ai servizi pubblici.

Di fronte al fallimento dell’Amministrazione, perché questo vuol dire chiamare un esterno a gestire approvvigionamenti e forniture, la più elementare attività di un ufficio pubblico, c’è da attendersi che l’alta dirigenza statale, la quale non ha avuto fin qui uno scatto di orgoglio e c’è da esserne certi non lo avrà neppure adesso, farà di tutto per ostacolare il supercommissario, anche per non ammettere che ha fin qui mancato alla propria missione istituzionale. Del resto, quella nomina consegue proprio, a sei mesi dalla costituzione del governo, alla accertata impossibilità di ricevere dall’apparato proposte di economie di spesa.

Com’è potuto accadere che si sia pervenuti ad un degrado così accentuato da convincere il governo a spogliare la dirigenza statale della sua prima funzione, quella di costituire un supporto tecnico affidabile del Governo quanto alla gestione dell’attività contrattuale, cioè della scelta delle forniture di beni e servizi in un contesto di oculata gestione delle risorse. Perché, c’è da chiedersi, i tecnici dell’amministrazione si sono arresi dinanzi ad una gestione delle politiche pubbliche dominata da sprechi ed inefficienze e non hanno saputo rappresentare per tempo ai politici al governo che si doveva cambiare? Li hanno informati ed i politici non se ne sono dati carico?

Qualche risposta andrà data a queste domande per trovare il modo di uscire in via definitiva dalla crisi.

Stop, dunque, a "sprechi e eccessi". Si dovranno tagliare spese per 4,2 miliardi. Dovrà farlo Bondi nell’ambito di una strategia per risanare i conti dell'amministrazione dello Stato nella speranza di evitare l'aumento dell'Iva in autunno che, comunque, secondo il Premier, "non è scongiurato".

Entro il 31 maggio – scrive Chiara Scalise per l’ANSA – “i ministeri dovranno sapere come muoversi per rispettare i nuovi paletti: il restyling del bilancio dovrà riguardare, così come stabilisce la direttiva varata dal Cdm, la revisione dei programmi di spesa, il miglioramento delle attività di acquisto di beni e servizi, nonché la ricognizione degli immobili pubblici in modo da poter giungere anche alle dismissioni. Un passo necessario per garantire risparmi che potrebbero diventare significativi: nel breve periodo la spesa rivedibile, secondo il rapporto del ministro Giarda, ammonta addirittura a 80 miliardi di euro. Che sul medio salgono a quota 295”.

Naturalmente la scelta del governo non ha convinto tutti, in testa il Pdl, il partito al quale si deve più degli altri, per aver governato più di tutti negli ultimi 20 anni, lo sfascio dell’economia e della finanza al quale Monti ed i suoi ministri tentano di mettere riparo. Così il candido Osvaldo Napoli, vicepresidente dei deputati Pdl, afferma che “un governo tecnico non può ricorrere a un ulteriore tecnico".

Dunque Bondi in campo. “La scossa del professore”, titola il fondo del Corriere della Sera di ieri firmato Dario Di Vico, che definisce la scelta un “colpo di teatro” la scelta del supercommissario “agli acquisti” che, sembra avesse in animo di nominare Ragioniere generale dello Stato.

Non è, evidentemente da addebitare qualcosa all’ottimo Mario Canzio, ma non è dubbio che l’amministrazione paga una lunga stagione di subordinazione alla politica diffusa a tutti i livelli. “Non è un mistero – scrive Di Vico - che la stessa Bce si interroghi sul perché la Ragioneria non fornisce tutto il supporto sperato in una fase estremamente complicata per la credibilità del Paese e per il giudizio dei mercati sull’effettiva bontà del risanamento avviato con la staffetta a Palazzo Chigi”.

Una volta formatasi la convinzione che non si poteva andare avanti così l’accelerazione di Monti era necessaria di fronte alle discussioni defatiganti tra i ministri ed al “rimpallo di responsabilità” sui settori nei quali tagliare. Così la scelta di Giuliano Amato per aiutarlo a riformare i trasferimenti di denaro a partiti e sindacati e di Francesco Giavazzi per riordinare la selva degli incentivi pubblici, mira a soluzioni nuove condivisibili, sia pure obtorto collo, considerata l’autorevolezza e la posizione politica dei due professori, anche da coloro che dovranno subirne le scelte.

Con l’ingaggio di Bondi, Amato e Giavazzi il Premier Monti conferma quel che questo giornale va dicendo da tempo. Gli staff tecnici, abituanti a servire il politico di turno più che lo Stato, non hanno capito che il vento è cambiato. Ma non lo avevano capito neppure coloro che hanno imposto ai nuovi ministri tecnici gli stessi staff del Governo Berlusconi, spesso solo trasferendoli da un ministero all’altro, come nel gioco dei quattro cantoni.

Una domanda, infine. D’obbligo. Quando avremo trovato “la quadra”, per dirla con linguaggio alla Bossi, sui tagli ai ministeri, che ne sarà delle regioni, delle province e dei comuni che sperperano impunemente, soprattutto in alcuni settori vitali, come la sanità, negando un buon servizio a chi ha più bisogno, ai deboli come sono, per definizione, coloro che abbisognano di cure?

2 maggio 2012

 

 

 

 

La Chiesa porta sugli altari un economista

Beatificato Giuseppe Toniolo

di Salvatore Sfrecola

 

Se è una coincidenza si deve ritenere che sia “provvidenziale”, perché, in un momento di crisi economica a livello mondiale, la Chiesa porta sugli altari Giuseppe Toniolo, economista, uomo di cultura (immaginò l’istituzione di una università cattolica, poi realizzata da Padre Agostino Gemelli), campione dell’impegno sociale dei cattolici a cavallo tra ‘800 e ‘900, nell’Opera dei Congressi e nell’Azione Cattolica, animatore delle Settimane Sociali. Ma anche padre di famiglia (così lo qualifica il decreto con il quale Papa Benedetto accoglie la richiesta di elevazione alla gloria degli altari), un esempio per la comunità e per i suoi allievi.

La cerimonia, presieduta dal Cardinale Salvatore De Giorgi, stamattina nella Basilica romana di San Paolo, si è aperta con la lettura di alcuni scritti di Toniolo, da quelli spirituali, nei quali dialoga con Dio, alla lettera alla fidanzata (13 novembre 1877), una tenerissima dichiarazione d’amore nella prospettiva di una vita in comune, alla lettera al figlio Antonio (1 luglio 1904) che invita a “ricercare e vedere e gustare sempre e le gioie della futura famiglia, e il progressi delle tue indagini scientifiche e lo scioglimento delle questioni sociali e le previsioni della futura democrazia, e la rivendicazione della patria e della sua grandezza, e il progresso della civiltà per mezzo della Chiesa”. E poi l’impegno ad aver massima sollecitudine per “i miei discepoli, trattandoli come sacro deposito, come amici del mio cuore, da dirigere nelle vie del Signore”. Toniolo uomo di fede e studioso. Il suo “Dell’importanza degli studi sociali per parte dei cattolici nell’odierno momento storico” vien pubblicato nel 1866, nel fervore di quelle riflessioni che avrebbero portato Papa Leone XIII ad emanare la Rerum novarum. Il Papa dialogava con Toniolo il quale già da tempo andava manifestando la convinzione, anche con il Segretario di Stato, Cardinale Rampolla del Tindaro, che il cristianesimo avesse molto da dire in rapporto alla questione sociale che agitava la società italiana ed europea sul finire del secolo, quando i partiti di ispirazione marxista mobilitavano le masse alla conquista del potere politico. Per Toniolo occorreva una diversa analisi del sistema economico e delle strutture sociali per formulare un “programma” di ispirazione cristiana.

Sull’Osservatore Romano il direttore, Paolo Vian, nel ricordare la figura di Giuseppe Toniolo ne sottolinea oggi l’impegno scientifico e umano nella quotidianità, “una vita totalmente immersa nella fede. Eppure, quella di Toniolo è una figura rimossa dalla memoria. Gli esponenti del cattolicesimo democratico lo hanno ricordato sino alla generazione di Alcide De Gasperi e, immediatamente dopo, fra i più giovani, di Amintore Fanfani … Ma dopo di loro venne il disluvio dell’oblio, quasi che la crisi dello Stato liberale, il fascismo e la guerra mondiale avessero cancellato il profilo di un volto riducendolo a un’immagine svanita, più che offuscata, su un muro consunto dal tempo”.

Giusta l’analisi. Ma c’è da dire che una classe politica cresciuta nella spasmodica ricerca del potere, gestito con arroganza nell’ottica preminente dell’arricchimento personale la figura dell’economista trevigiano, docente a Pisa per lunghi anni, sarebbe stato motivo di forte imbarazzo. La sua fede adamantina, l’impegno scientifico e sociale sono valori che hanno perso di significato nell’Italia che batte tutti i record nella graduatoria poco onorevole dei maggiori evasori fiscali, dei più corrotti e degli spreconi di risorse pubbliche, quelle che provengono dal sacrificio personale degli italiani.

Oggi la Chiesa riconosce la santità di uno dei suoi figli migliori e lo addita come esempio di cittadino e di uomo impegnato nella società per il bene comune. Sapranno coglierne il significato le nuove generazioni e comunque quanti, secondo la sollecitazione di Papa Benedetto XVII, ritengono necessario impegnarsi nella vita professionale e politica in un momento di grande difficoltà per il Paese?

C’è da augurarsi che avvenga. L’Italia ha bisogno di una ventata di pulizia e di onestà.

Intanto si ripubblica la sua Opera Omnia, mentre cura di Romano Molesti, con prefazione di Lorenzo Ornaghi, Ministro per i beni e le attività culturali, esce “Per un miglior bene avvenire”, Scritti scelti, 1871 – 1900 (Roma, Ecra, pagine 153, euro 18,50).

“Si torna a studiare Giuseppe Toniolo in Italia fuori d’Italia”, ha scritto Lorenzo Ornaghi. “Soprattutto, se ne riscopre la sapiente architettura della concezione, affascinati o colpiti – cattolici e non cattolici – dalla sequenza e dalla ricchezza degli elementi di perdurante attualità o rinnovata contemporaneità”. Mentre Silvia Guidi, sull’Osservatore Romano (un bel titolo, "Un contemporaneo di un secolo fa"), ricorda l’impegno nella divulgazione del pensiero di Giuseppe Toniolo da parte della Fondazione nazionale di studi tonoliani, richiamando gli studi e le iniziative che in questa stagione dimostrano una rinnovata tensione morale sui valori che hanno fatto di Toniolo, uomo di fede, uno scienziato quanto mai attuale in tema di economia e di valori sociali.

29 aprile 2012

 

 

 

Provvigioni e tangenti

di Salvatore Sfrecola

 

Si discute in questi minuti (ore 9,15) su Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La7, della vicenda della presunta (fino di decisione della magistratura) tangente che sarebbe stata pagata in relazione alla fornitura di elicotteri all’India. La vicenda vedrebbe implicati il Presidente e Amministratore delegato di Finmeccanica, Orsi, e la Lega, il partito nell’ambito del quale sarebbe stata riscossa la tangente.

Il dibattito fa emergere, anche se tra i partecipanti alla trasmissione lo ha sfiorato solo il Senatore Tiziano Treu, il problema della differenza tra provvigione e tangente. La prima costituisce il compenso di un’attività d’intermediazione tra il fornitore e l’azienda o lo stato che riceve i beni, la seconda è un illecito, sancito dal codice penale.

Ora accade che le imprese le quali intendono vendere i loro prodotti in alcuni paesi dove alta è la corruzione debbono sottostare, se intendono penetrare in quei mercati, alle richieste di politici, amministratori o funzionari. Cosa fa la nostra impresa? Paga o no la provvigione che, in questo caso, somiglia molto ad una tangente, o resta fuori dal mercato? E come la contabilizza in bilancio? Questo problema è stato sistematicamente ignorato.

Ricordo sempre, quando capita di discutere di queste cose, quanto mi diceva, ormai tanti anni fa, un mio amico dirigente di un grande ente di stato, il quale mi raccontava che aveva seguito importanti forniture in paesi retti da monarchie arabe. Non aveva difficoltà nel “piazzare” prodotti di rilevante importo in ragione di un rapporto privilegiato stabilito con un principe della famiglia reale il quale pretendeva una “provvigione” che gli veniva regolarmente corrisposta. In nero, naturalmente, perché in nessun paese del mondo il destinatario della provvigione-tangente rilascia ricevuta.

Il problema, dunque, esiste ed è noto e normalmente glissato, con la conseguenza che, naturalmente, la magistratura, quando affronta il tema per qualche indagine, individua un fondo nero, il più delle volte costituito all’estero. Che è evidentemente un reato sotto vari profili.

Come se ne esce? Non è facile conciliare una evidente esigenza dell’impresa italiana che esporta e quindi contribuisce al benessere del Paese e dei suoi lavoratori con le regole, altrettanto importanti, della chiarezza della gestione perché non siano violate norme penali e fiscali.

Non mi sento di fare una proposta concreta. Ma va studiata e presto.

Quanto alla tangente pagata a partiti o a politici non c’è niente da studiare. È un reato e va punito.

25 aprile 2012

 

 

 

Come "non" si amministra una Città

Roma: operazione decoro per le scale della metro

di Marco Aurelio

 

“Roma, operazione decoro”, titola Il Tempo in prima pagina e spiega “nelle stazioni del Metrò l’ora delle grandi pulizie”.

Ed a pagina 18 ribadisce che quelle scale “sono le porte di accesso alla Città”. Non potevano rimanere sporche.

Lo ha spiegato lo stesso Sindaco. “Non si capiva bene di chi fosse la competenza”. Gianni Alemanno ha atteso quattro anni e lo ha capito solamente in vista delle elezioni.

Sulla vicenda Dario Martini ha scritto un pezzo dignitoso, con qualche spunto involontariamente comico perché quella del Sindaco che ci mette quattro anni “per capire” è veramente incredibile ed il giornale perde la faccia.

Va bene essere amico del Sindaco, va bene supportarlo perché questa è la linea editoriale, ma c’è un limite di decenza.

Uno che ci ha messo quattro anni per capire chi deve pulire le scale di accesso alle stazioni della metropolitana deve fare un altro mestiere. Sarebbe già stato tanto se ci avesse messo quattro ore, intorno ad un tavolo con i possibili interessati.

24 aprile 2012

 

 

 

Perché i ministri tecnici deludono

di Senator

 

     Questo giornale ha accolto con favore il passaggio di mano dai partiti, inconcludenti e pasticcioni, ai tecnici. In realtà è stata la figura di Mario Monti a suggerire un commento positivo, la sua pregressa esperienza in Europa, il tono misurato con cui ha spiegato agli italiani che ci eravamo fermati sull'orlo di un baratro verso il quale ci avevano condotto le tranquillanti esternazioni del Ministro Tremonti e del Premier Berlusconi, intenti a ribadire di giorno in giorno che noi stavamo meglio degli altri e che comunque l'immagine dell'Italia teneva, considerato che a guidare il Governo era il migliore Presidente del Consiglio degli ultimo 150 anni, meglio di Cavour, di Giolitti e di De Gasperi, per non citare che alcuni tra coloro che storiografia e cronaca pongono al vertice delle esperienze governative.

     Adesso, però, oberati di tasse, senza prospettive di crescita che non siano espresse nelle esternazioni altalenanti dei ministri, gli italiani cominciano a dubitare del Governo Monti, che anche Banca d'Italia e Corte dei conti criticano, quando affermano che l'imposizione fiscale, peraltro destinata ad aumentare, strozza l'economia ed allontana la ripresa.

     Perché questa delusione? Perché, come avevamo temuto, i vari ministri, docenti universitari, manager dell'amministrazione e della finanza sono circondati dagli stessi collaboratori che, con qualche spostamento di poltrona, avevano assistito i predecessori, uomini, con qualche lodevole eccezione, proni alla volontà del  politico, oggi del tecnico, ma inidonei a fornire quelle dritte che dovrebbero provenire da chi conosce leggi e apparato ed è, pertanto, in condizione di sapere se le misure adottate sono effettivamente in condizione di dispiegare gli effetti che il governo si attende.

     Sarebbe stato necessario procedere ad un salutare azzeramento degli staff al fine di aprire la strada ad autentici servitori dello Stato laddove finora sono stati privilegiati coloro che dello Stato si sono serviti per fare carriera all'ombra dei politici di turno. Politici che, va detto, non sono stati capaci di guardare alle esigenze vere della gente, anche perché circondati da collaboratori inetti assolutamente non idonei neppure ad immaginare misure di semplificazione e ammodernamento dell'apparato amministrativo eliminando sacche di sprechi che pesano sull'immagine del Governo e del Paese, all'interno ed all'estero.

     Quei collaboratori inetti sono ancora in servizio e fanno male al Paese.

     Anche il provvedimento sulle semplificazioni ha profondamente deluso. Si vede lontano un miglio che è scritto da chi non conosce le regole vigenti, le strutture e gli uomini destinati ad attuarle. Sarebbe stata una boccata d'ossigeno per l'economia e un segnale per la fiducia dei cittadini. Invece il passo lento  di alcuni ministri ha sbiadito l'immagine positiva che il  Presidente del Consiglio si era guadagnato ed oggi il governo naviga in acque agitate per i distinguo dei partiti preoccupati più dell'imminente competizione elettorale che dei problemi veri del Paese che nessuno riesce a rappresentare all'opinione pubblica insieme ad una credibile proposta di rilancio per la crescita. In queste condizioni il futuro è buio, anche perché col 2013 pretenderanno di tornare al potere quei partiti che ci hanno condotto sull'orlo del baratro e che continuano a ragionare in termini di interessi propri e delle lobby di riferimento, senza pensare agli italiani. I quali ne hanno piene le tasche di una classe politica dove allignano soprattutto mediocri e dove i delinquenti trovano frequente asilo, come denunciano le cronache quotidiane.

24 aprile 2012

 

 

 

Presentato a Palazzo Ferrajoli, a Roma

“Dalla scuola alla vita”, un libro per i giovani

di Magister

 

Un libro per i giovani, per farne bravi professionisti, attenti all’etica civile e del lavoro. E così avviati ad essere cittadini consapevoli dei loro diritti. “Dalla scuola alla vita”, un volume che si avvale del contributo di 22 protagonisti della vita istituzionale e delle professioni, coordinato da Paola Maria Zerman, avvocato dello Stato, con la presentazione di Lorenzo Ornaghi, Ministro per i beni e le attività culturali, è stato presentato nella splendida cornice del salone al primo piano di Palazzo Ferrajoli, in piazza Colonna, a fronte di Palazzo Chigi.

Alla presenza di molti degli autori (1), con un pubblico qualificato di studiosi e personalità delle istituzioni, tra i quali Gianni letta, che aveva esordito con le scuse per doversi allontanare presto e poi è rimasto fino al termine, il volume è stato presentato da Francesco Perfetti, ordinario di Storia contemporanea alla LUISS, Angelo Maria Petroni, ordinario di Filosofia alla Sapienza e Consigliere di Amministrazione della RAI, Raffa, Presidente della Provincia di Reggio Calabria, e Luigi Frati, Rettore della sapienza di Roma. Tutti hanno sottolineato il ruolo importante di un volume come “Dalla scuola alla vita” per stimolare la riflessione dei giovani delle scuole superiori prossimi a lasciare la scuola per immergersi nel lavoro del quale il libro intende dare indicazione sulle virtù dei comportamenti da tenere con i colleghi ed i superiori, ma anche del datore dei lavoro nei confronti dei suoi dipendenti.

Al fondo per tutti un riferimento alla giustizia, come ha sottolineato Paola Maria Zerman nel prendere la parola al termine della presentazione in un intervento molto apprezzato per la sobrietà e la convinzione che ha rilanciato a tutti nella convinzione che la scuola oggi più di sempre abbia un ruolo essenziale nello sviluppo delle personalità, anche per fare quegli italiani che Massimo D’Azeglio si attendeva all’indomani della proclamazione dell’unità d’Italia. Una aspettativa che non è decollata, con effetti che anche oggi si possono verificare, se l’evasione fiscale continua ad essere una delle attitudini preferiti dai nostri concittadini.

Giustizia – ha spiegato Paola Maria Zerman – come motivo dominante nei rapporti di lavoro, laddove vengono in rilievo il dovere di corrispondere al proprio impegno professionale, ma anche di trattare il collega come persona, evitando quei comportamenti che muovono dall’invidia per emarginare, per togliere l’onore alle persone, purtroppo tanto diffusi. Giustizia, dunque, in tutti i momenti della vita, personale e sociale, per dare a ciascuno il suo, a cominciare dalle istituzioni pubbliche che devono dare in servizi quel che prendono in termini di imposte, tasse e tariffe.

Luciano Lucarini, l’editore (Pagine), infaticabile organizzatore di eventi culturali con le sue riviste ed i suoi libri ha moderato il dibattito.

 

(1)           Giuseppe Acocella, Rettore della LUSPIO e Vicepresidente del CNEL; Natale Forlani, Direttore generale dell’immigrazione; Edoardo Giardino, Docente di diritto amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza della LUMSA, Avvocato; Maria Vittoria Grazini, Avvocato; Silvia Lucantoni, Avvocato; Laura Lunghi, Avvocato; Raffaello Lupi, Ordinario di diritto tributario, avvocato; Francesca Maiorano, Avvocato; Maurizio Mirabella, Procuratore regionale della Corte dei conti per la Regione Marche; Fiammetta Palmieri, Magistrato ordinario, in servizio presso il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Maria Cristina Pasanella, Avvocato; Michelangelo Palàez, Professore di etica nel Campus biomedico di Roma; Rosi Perrone, Portavoce Forum dell’APMC; Donatella Pinto, Human Resources, Vice presidente della Camunu spa; Salvatore Sfrecola, Presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Piemonte; Silvano Treu, Ordinario di Diritto del lavoro, avvocato; Antonio Vallebona, Ordinario di Diritto del lavoro, Avvocato; Michele Vietti, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura; Antonio Zerman, Ingegnere, dirigente d’azienda; Paola Maria Zerman, Avvocato dello Stato.

23 aprile 2012 

 

 

 

 

Spesa pubblica: tagliare sì ma che cosa?

Per scaricare sui cittadini il costo dei servizi?

di Salvatore Sfrecola

 

Torniamo spesso, i collaboratori di questo giornale ed io, sulle ricorrenti esigenze di riduzione della spesa pubblica, aggiungendo, di volta in volta, qualche nuova riflessione, magari prendendo lo spunto dalla proposta dell’ultima ora.

Che la spesa pubblica sia eccessiva sembra acclarato e generalmente condiviso, ma variano le analisi, quanto alle origini dell’aumento dei costi degli apparati pubblici ed alle aree da ridurre.

In primo luogo parliamo di “apparati pubblici” perché il “dimagrimento” è richiesto non solo allo Stato ma anche a regioni ed enti locali, alcuni dei quali hanno bilanci notevolmente appesantiti da spese di dubbia utilità.

A questo punto è necessario prendere in considerazione la spesa nel suo complesso e, indipendentemente dalle singole poste di bilancio, affrontare il tema sul piano teorico, premessa necessaria per individuare alcune variabili che Governo e Parlamento dovranno tenere presenti.

La prima variabile attiene all’utilità o meno di una determinata spesa. Se si dovesse giungere alla conclusione che spendere sia inutile o dannoso, come nel caso di alcune diffuse iniziative dirette a conferire incarichi di studio e ricerca ad amici e ad amici degli amici, supporter elettorali e parlamentari “trombati”, come dimostra l’esperienza, non c’è dubbio che si deve tagliare drasticamente e subito. Si tratta di uomini e istituzioni che operano nella sfera d’influenza dei partiti di governo, al centro ed in periferia, di professionisti che hanno aiutato il politico giunto a conquistare una poltrona istituzionale nel corso della sua attività politica o che lo hanno sostenuto magari economicamente durante la più recente campagna elettorale e che vanno in qualche modo compensati o ringraziati. La generosità è certamente una virtù, ma si deve esercitare a proprie spese, non a carico dei bilanci pubblici.

Ci sono, poi, le spese che attengono all’esercizio delle funzioni proprie dei governi, l’ordine pubblico, la difesa, la scuola, la sanità, la ricerca, tanto per indicare macroaree. Qui tagliare è più difficile, perché se non ci sono spese sovrabbondanti o inutili, la riduzione delle risorse di bilancio può determinare una minore risposta istituzionale ad una domanda di servizi che proviene dalla comunità e quindi provocare ripercussioni negative sul piano economico e sociale, aprendo la strada a possibili forme di protesta.

L’esperienza ci dice che in ogni settore ci sono sprechi, ma spesso non sono quelli ad essere colpiti. La tecnica alla Tremonti, dei tagli “lineari”, un tot per cento di meno a tutti, ha quasi sempre inciso più sulle esigenze vere che sugli sprechi. Con la conseguenza che ci ritroviamo con meno sicurezza pubblica, meno istruzione, minore assistenza sanitaria, minore ricerca scientifica. Nel dettaglio, meno poliziotti e Carabinieri sulle strade, minori strumenti investigativi, e, per l’istruzione, classi più affollate, minori strutture didattiche, docenti più modesti perché malpagati. Nella sanità la scelta della riduzione indiscriminata può determinare minore possibilità di assicurare cure adeguate in tempi rapidi. Già oggi accade che un malato di tumore, con diagnosi di terapie speciali, possa essere invitato nella struttura sanitaria quando è già passato a miglior vita.

I costi nella sanità sono aumentati anche per la moltiplicazione dei primariati e delle “posizioni organizzative”. Ma questo discorso vale anche per le Pubbliche Amministrazioni dove la dirigenza, che secondo quanto previsto nel 1972, con il decreto Andreotti n. 748 sarebbero dovuti diminuire, sono cresciuti a dismisura. Basti confrontare qualche annuario e si vedrà che le divisioni, all’epoca dirette da un primo dirigente, oggi sono direzioni centrali, dirette da un dirigente generale, cioè, per fare un confronto in base al vecchio ordinamento gerarchico, da un funzionario equiparato ad un generale di divisione. Con la conseguenza che abbiamo direzioni con dieci impiegati, come se avessimo un generale di divisione con dieci soldati. E per restare ai militari tutte le posizioni funzionali sono state “rivalutate” per cui dove c’era tradizionalmente un colonnello oggi comanda, nella maggior parte dei casi, un generale, con la conseguenza che qualifiche e gradi sono sviliti, con inutile soddisfazione degli interessati che possono esibire titoli e stellette senza preoccuparsi che quella posizione è priva di una corrispondente funzione ed autorità. Chi ha esperienza di cerimonie militari sa che abbondano i generale a tre stelle ed è sempre difficile trovare un generale di brigata. Ma tant’è. I funzionari sono contenti. E così i politici. I primi soddisfano la loro vanagloria e rimpinguano il loro portafoglio, i secondi aumentano il loro potere nei confronti di una amministrazione dissestata. Il divide et impera di romana memoria funziona sempre. I politici non vogliono ostacoli nella conduzione del potere. Funzionari capaci e stabili sono per loro un ostacolo, Così si sono inventati uno spoil system che privatizza l’alta burocrazia, nel senso che il dirigente, nella maggior parte dei casi, viene scelto dal politico che stabilisce durata dell’incarico e retribuzione del funzionario. La durata è sempre inferiore a quella del Governo, in modo che il rinnovo dell’incarico ricada sotto la medesima autorità. Quanto, poi, alla retribuzione anch’essa è stabilita dal politico in relazione al “grado” di fedeltà, non allo stato ma al partito al governo. La stampa ha fornito dati in proposito. Stipendi che non hanno di uguali nel mondo, in tutti i settori presi a confronto. D’altra parte se uno stenografo del Senato guadagna più del Re di Spagna…! Dov’è l’indipendenza dell’Amministrazione?

Abbiamo fatto cenno anche alla ricerca. Ed è evidente che la riduzione dei fondi in questo settore è destinata ad avere effetti negativi sullo sviluppo dell’economia. E qui paghiamo le conseguenze di contributi a pioggia, indipendentemente dalla bontà della ricerca.

Quale dunque il pericolo del “dimagrimento” del pubblico da tante parti auspicato? Che gli sprechi veri non siano colpiti per effetto delle lobby potenti dei partiti e dei sindacati, ma che molti servizi debbano essere pagati direttamente e in misura più onerosa sui cittadini, già tartassati da imposte, tasse e tariffe.

Non è un’ipotesi azzardata ma una realtà dietro l’angolo, per l’ovvia conseguenza che se si riducono i servizi alle persone queste dovranno sopportare nuovi costi con effetti che il governo, il quale deve avere una visione globale della situazione economica e sociale, è tenuto a valutare. Il costo sociale di questi tagli, infatti, deve tener conto del reddito delle famiglie e degli altri oneri che esse sostengono.

Il rischio di un nuovo, diffuso malessere sociale, con le conseguenze che può portare, non va, dunque, trascurato. Ed il governo “tecnico” deve darsene carico.

23 aprile 2012

 

 

In margine ad un fondo di Galli della Loggia su “simboli e potere”

Applicare le leggi e rispettare il cittadino

di Salvatore Sfrecola

 

“Un Paese senza regole, abbandonato a se stesso. Un Paese che si sfilaccia nella vitalità dei propri antichi vizi, avviandosi a una sciatta decadenza. Oggi è questa l'immagine dell'Italia che rimanda la sua capitale. Che rimanda la Roma dei finti centurioni con orologio e calzini (mentre non risulta che si aggirino finti gauchos per le vie di Buenos Aires, o finti sanculotti intorno a Place de la Bastille: sarà un caso?)”.

Così apriva ieri il fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, uno sfogo amaro, di chi ama la propria Patria, è immerso nella sua storia e nella sua cultura, che assiste impotente, se non urlando tutta la sua rabbia, al disfacimento di quella che è stata una grande Nazione per la sua storia civile e istituzionale, per l’insegnamento dei suoi storici e filosofi, per il genio dei suoi poeti e degli artisti che hanno riempito i musei di mezzo mondo. Da Roma nei secoli, pur “calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi”, come ci ricorda l’Inno di Mameli, in tutte la contrade del Bel Paese sono emerse storie civili luminose, storie di libertà, dai comuni della Toscana alle città libere della Puglia. E forse siamo rimasti divisi proprio per la grandiosità della storia locale, che ha favorito il particolarismo di principi e classi dirigenti, finché una dinastia, alla guida di una regione aperta alle novità, ha sposato la causa dell’unità nazionale.

D’accordo, dunque, con Galli della Loggia e sulla sua analisi impietosa dei mali d’Italia, con la precisazione che essi non stanno nell’assenza di regole, che semmai sono troppe, ma nel loro mancato rispetto, perché la politica ha abdicato al suo ruolo di guida della società, limitandosi a “comporre” le diverse esigenze. Così si fanno le leggi per accontentare una parte della popolazione e si lasciano impunemente inosservate per accontentare l’altra parte. La prova sta, tra le tante, nella legge sul fumo, inizialmente rispettata ed oggi impunemente elusa perché, come al solito, mancano le sanzioni. Nel senso che è difficilissimo applicarle. Vorrei sapere quante contravvenzioni per divieto di fumo sono state elevate. Come vorrei sapere, da cittadino romano, quante di quelle multe per le defecazioni dei cani, minacciate dal Campidoglio, sono state irrogate. Azzardo una ipotesi: nessuna.

In questo senso il Paese è abbandonato a se stesso e “si sfilaccia nella vitalità dei propri antichi vizi, avviandosi a una sciatta decadenza”, come scrive Galli della Loggia.

È questa l'immagine dell'Italia riflessa nella sua Capitale, non, come crede Galli della Loggia, per i finti centurioni con orologio e calzini, patetici figuranti indotti a quella esibizione dalla necessità di sbarcare il lunario. Perché non credo siano sgraditi ai turisti, come non lo sono gli estudiantes con mantellina secentesca che abbiamo osservato nelle strade di grandi e  piccole città spagnole suonare la chitarra per conquistare qualche euro.

“Lo sfilacciamento italo-romano”, che denuncia il fondo del Corriere della Sera, è individuabile in ben altri momenti della vita nazionale e locale. E se non c’è motivo di dubitare che la biblioteca del Senato accolga anche studenti, anziché solo studiosi, ovviamente insigni, violando una regola esposta all’ingresso, quel che ammorba la vita pubblica italiana è l’assenza di prospettive di crescita, civile e sociale, la mancanza di attenzione vera per la scuola di ogni ordine e grado, l’assenza dello Stato in vaste aree del Paese, dove nessuno intende investire, né italiano né tantomeno straniero, per non essere taglieggiato dalle varie mafie tollerate o non combattute. Mentre ovunque, pur con diversa intensità, prospera l’evasione fiscale, si espande la corruzione, trionfa lo spreco.

Che forse questi fenomeni sono una calamità naturale o non piuttosto l’effetto dell’incapacità di governare della nostra classe politica ormai da troppi anni? Dicendo di incapacità faccio un complimento, in sostanza fingendo di non ritenere che ci siano complicità. Perché un Paese che perde 260 miliardi annui per evasione fiscale (120), corruzione (60) e sprechi (80) non può risorgere senza un salutare lavacro che metta fuori gioco quanti si sono arricchiti negli ultimi anni, alle spalle dei contribuenti e, in genere, delle persone oneste.

Le cronache ancora in questi giorni sono pieni di episodi che gridano vendetta, che costituiscono un insulto per la gente. E se Bossi dice che i soldi la Lega li può buttare dalla finestra, mentre non pochi rischiano di non giungere alla fine del mese tra bollette che crescono ed un generale aumento dei prezzi, vuol dire che manca qualcosa dentro ai nostri politici, virtù un tempo praticate, oltre l’onestà, il rispetto dei cittadini che massimo deve essere in chi vorrebbe rappresentarli.

Tutto questo mentre dietro l’angolo c’è un ulteriore inganno ancora non compreso. È bene che lo Stato riduca il suo costo, è bene soprattutto che spenda bene nell’interessi della società intera che dalle pubbliche amministrazioni attende servizi efficienti, amministrativi e alla persona, come oggi si dice. Con la precisazione che la riduzione delle spese dello Stato non diventi aggravio per i cittadini perché, se si risparmia nella sanità, tanto per fare un esempio, senza migliorare il rapporto costi – valore del servizio, vuol dire che si farà pagare di più chi ha bisogno di cure, cioè il cittadino in stato di bisogno.

Galli della Loggia, nel fondo che ha mosso queste nostre riflessioni, se la prende anche con lo spirito “appropriativo e castale” dei Presidenti del Senato e della Camera che si accaparrano “d'imperio, da anni, [di] parti sempre maggiori dello spazio pubblico che circonda le loro auguste sedi (esse pure, peraltro, in costante, vorace e costosissima espansione): anche qui solo in forza dei propri comodi e dell'arbitrio”. Verissimo, ma devo dire sinceramente che degli spazi accaparrati dalle due assemblee intorno a Montecitorio ed a Palazzo Madama non mi preoccuperei molto se quelle istituzioni dimostrassero un’efficienza adeguata ad una grande Nazione, alle esigenze degli italiani.

Invece, “vie e spazi d'ogni tipo un tempo a disposizione dei cittadini sono oggi sbarrate, riservate, chiuse, confiscate a uso dei privilegiati che solo loro possono passare e, chissà perché, devono per forza poter arrivare dappertutto con le loro automobili. Perfino a piazza Colonna, dove si trova l'ingresso di Palazzo Chigi, i sopracciò della Repubblica si sentono autorizzati, come se nulla fosse, a parcheggiare le loro grosse cilindrate intorno alla colonna Antonina (intorno alla colonna Antonina!) riversandole addosso i relativi scarichi di ossido di carbonio”. Alla faccia della tutela dell’aria, vien da dire. Un inquinamento fisico il quale si aggiunge a quello politico, che non fa e tollera che altri non facciano, in modo da accontentare le solite lobby, dai trasportatori ai tassisti, potentissime, coccolate dagli inquilini del Campidoglio, di qualunque colore. I quali, caro Professore della Loggia, non fanno rispettare le regole, che pure ci sono, come quella, per rimanere in Città, delle occupazioni abusive di suolo pubblico nelle quali si esibiscono ristoratori, baristi e giornalai, impunemente.

Ce li abbiamo mandati noi questi “Signori” nei palazzi del potere. Speriamo che si possano cacciare. Se non prevarrà l’italica abitudine di temere il salto nel buio o di votare “turandosi il naso”, di montanelliana memoria.

Il fatto è che per cambiare bisogna identificare un’ipotesi alternativa credibile.

E qui cominciano i problemi. È mancata sempre, al centro e nelle comunità locali, una vera opposizione capace di candidarsi alla successione sulla base di un programma politico alternativo, essendo prevalsa costantemente la regola dell’inciucio che determina una contiguità la quale impedisce a chiunque di scagliare la prima pietra.

Il vento è cambiato? Ci saranno veramente novità? Staremo a vedere.

21 aprile 2012

 

 

 

 

Il taccuino del Direttore

 

Chissà cosa avrà pensato Gianni Alemanno, intervenuto l’11 aprile scorso ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento politico de La7, nel sentire Matteo Renzi dire che il bello del ruolo di Sindaco è il fatto di vivere in mezzo alla gente.

Infatti, non si ha la sensazione che il primo cittadino di Roma “viva” tra i suoi concittadini. È certamente attento alle occasioni pubbliche nelle quali può esibirsi, specie oggi ad un anno dalle elezioni.

Ma il “Collega” di Firenze voleva dire altra cosa, quello che tutti pensiamo debba fare un Sindaco, sentire il polso della situazione, per capire se i cittadini sono contenti o meno del traffico, della pulizia delle strade, dei mercati, del servizio di Polizia Municipale. Perché gli abitanti di una città, soprattutto di una grande città che è anche la Capitale d’Italia, non sono tanto interessati a che il Primo cittadino sia al centro del dibattito politico sulle grandi vicende della politica, compresa quella economica e industriale, ed alle beghe dei partiti, ma si preoccupano della vivibilità dei quartieri, dell’inquinamento, della mobilità e sicurezza per la parte che compete alla Polizia locale. La microcriminalità, infatti, è ovunque in forte crescita alimentata dal disagio sociale di vasti settori della popolazione, compresi gli immigrati, a seguito della crisi economica. È soprattutto la microcriminalità che angoscia i cittadini.

Alemanno, invece, si sente sindaco pro-tempore, non nel senso naturale dell’espressione – tutti gli amministratori, infatti, sono a tempo - ma perché la sua ambizione riguarda la politica nazionale con la conseguenza che viene sempre più distratto dalle vicende dei partiti così allontanandosi dalla gente che pure pretende di amministrare.

Il ritiro dei bagagli, all’Aeroporto di Fiumicino, richiede sempre più tempo. Un tempo che a volte si avvicina a quello del viaggio. Inconcepibile. I responsabili del servizio sono pregati di farsi un giretto tra i maggiori scali internazionali. In queste disfunzioni, come per altre, siamo al vertice. Nessuno se ne vergogna, ma, soprattutto, nessuno viene punito!

17 aprile 2012

 

 

 

 

Roma: non basta mettere un pino a dimora per farlo vivere

di Marco Aurelio

 

      Forse il Servizio giardini del Comune di Roma o l'impresa da questo incaricata di mettere a dimora alcuni pini in Piazzale delle Medaglie d'Oro, alle falde di Monte Mario, si attendeva un marzo piovoso. Così non è stato, con la conseguenza che i pini che hanno sostituito quelli abbattuti dopo la nevicata perché ritenuti pericolanti, una valutazione che mi ha sempre lasciato perplesso,  mostrano le fronde vistosamente ingiallite. Evidentemente non sono stati innaffiati.

     Non è la prima volta. Anche in passato alberi messi a dimora non sono stati poi assistiti. Sono alberi da alto fusto ed hanno radici che consentono di assorbire umidità dal terreno. Per questa funzione c'è bisogno di tempo, quello, appunto, della ripresa dell'apparato radicale ricompreso nella zolla con la quale la pianta è stata inserita nel terreno.

     Lasciare morire una pianta di valore, come un pino con diversi anni, che poi dovrà essere sostituita, a tutta prima costituisce danno erariale.

     Va da se che se accadrà denunceremo il fatto alla Procura regionale della Corte dei conti presso la Regione Lazio.

10 aprile 2012

 

 

 

Il taccuino del Direttore

 

Taccuini, block notes, appunti, per dar conto di qualche breve annotazione su fatti di cronaca. Spesso con ironia, magari per sdrammatizzare una notizia che non avremmo voluto dare o leggere, o per sottolineare quella che, in realtà, è una gaffe, un fuori onda, solitamente di un politico, malaccorto o distratto.

Abbiamo tutti un taccuino in mente. Ma non tutti vogliono o possono esternare ciò che vanno osservando.

Io sono di quelli che possono, anzi che vogliono scrivere per dar conto di una notizia o, più spesso, per esprimere personali opinioni soprattutto su temi di attualità, riguardanti il funzionamento delle istituzioni, per denunciare ciò che non funziona in questa nostra Italia che, a centocinquant’anni dalla fondazione dello Stato unitario, non riesce ad essere una Nazione vera nelle menti e nei cuori. Sarà perché fatta l’Italia non abbiamo fatto gli italiani, una necessità intuita da Massimo d’Azeglio già all’indomani della proclamazione del Regno.

Ci manca l’orgoglio dell’appartenenza, la consapevolezza delle origini che affondano le radici nella storia politica e istituzionale della Roma repubblicana e imperiale, una storia culturale che vive una nuova stagione di interesse al di qua e al di là dell’Oceano. Solo in Italia quella cultura e la lingua nella quale è stata espressa sono trascurate.

Siamo italiani soltanto di fronte allo schermo televisivo, quando diffonde le immagini di una partita di calcio internazionale. Infatti più che “viva l’Italia” ha avuto successo “Forza Italia”, uno slogan indovinato proprio perché arieggia un grido da stadio.

Viviamo sfruttando furbizie, cui ci siamo abituati, per sopravvivere, nei troppi secoli in cui siamo stati sotto il tallone di potenze straniere, se si esclude il Piemonte sabaudo, la Serenissima Repubblica di Venezia e il Granducato di Toscana dove si è formata nella coscienza della gente un significativo senso dello stato. Sicché abbiamo sviluppato la tendenza all’opportunismo, a cercare la copertura del potente di turno, in prevalenza fascisti fino alla vigilia del crollo del regime, comunisti e democristiani il giorno dopo.

Lo hanno scritto tanti. Ma io ricordo due episodi che mi furono raccontati tanti anni fa da un anziano funzionario che aveva fatto parte della segreteria della Commissione di epurazione. I funzionari ministeriali che avevano optato per la Repubblica Sociale Italiana avevano ottenuto, per quella scelta, una promozione. Riunificati i ministeri i colleghi che erano rimasti a Roma senza stipendio per alcuni mesi li aspettavano al varco nella fiducia di fargliela pagare. Non ci fu niente da fare, tornarono tutti con in tasca la tessera del partito comunista o socialista. E si tennero la promozione.

Altro episodio. Alla richiesta di informazioni su un noto fascista, denunciato per alcune prepotenze, il Comandante della locale stazione dei Carabinieri risposte con un rapporto nel quale si dava conto che effettivamente quel signore era stato un “noto manganellatore” ma, nel frattempo, era diventato il segretario della locale sezione del Partito Comunista. D’altra parte non è stato Togliatti a chiudere la partita con i fascisti reduci da Salò?

Due episodi per dire che politicamente molti italiani sono assolutamente inaffidabili, saltano sul carro del vincitore, ma soltanto all’ultimo momento, s’intende, perché … non si sa mai! Felloni, pronti a tradire, infingardi! Vizi che abbiamo esaltato nel cinema, con i Sordi e i De Sica. Ci hanno fatto sorridere, ma per molti sono stati un esempio. Come per gli evasori fiscali o per quanti autocertificano qualità che non hanno mai avuto. Tanto i controlli non funzionano. Per cui si può abitare una casa popolare parcheggiando impunemente dinanzi al portone Porche o Ferrari. Nessuno protesta. Sono tutti un po’ in difetto e poi non c’è chi verifichi la persistenza dei titoli per disporre di quella abitazione.

Ora della moralità politica degli italiani non mi sono mai curato e non intendo prendermi cura, per cui in questa rubrica non mi soffermerò su vizi e virtù personali e politiche dei singoli, neppure se appartenenti ad una delle “caste”, di medievale memoria, che opprimono questo Paese. Per cui leggerete di inefficienze degli apparati pubblici, sprechi, evasione fiscale e corruzione. Per cercare di dare un contributo alla formazione delle norme e alle prassi che dovrebbero evitare tutte queste situazioni che pesano sui cittadini onesti per qualcosa come 260 miliardi ogni anno (120 di evasione fiscale, 80 di sprechi, 60 di corruzione) che, se fossero azzerati, potrebbero fare dell’Italia un’oasi felice, da far invidia, per qualità dei servizi, alla Svizzera e, forse, anche al Sultanato del Brunei.

Ne parleremo.

10 aprile 2012

 

 

 

I rimborsi elettorali: I fondi provenienti dal bilancio dello Stato sono pubblici e deve controllarli

la Corte dei conti. Infondate le perplessità del Ministro Severino

di Salvatore Sfrecola

 

Uno dopo l’altro gli scandali travolgono i partiti, anche quelli che sembravano ispirati ai più consolidati principi dell’etica pubblica quotidianamente proclamata ed orgogliosamente rivendicata. Si pone, dunque, il problema di un nuovo sistema di finanziamento dei costi “normali” della politica, quelli, per intenderci, che costituiscono obiettiva esigenza che tutti possano concorrere alle cariche pubbliche elettive, non solo i ricchi in proprio o perché finanziati da industrie e sindacati, anche se sono in molti a chiedere che, come negli Stati Uniti, i partiti siano finanziati esclusivamente dagli iscritti, dai simpatizzanti e da quanti, in piena trasparenza, ritengono di dover sostenere le loro spese.

In ogni caso è necessario porre mano ad una riforma per arginare situazioni che rischiano di minare il già difficile rapporto tra cittadini ed istituzioni, per il discredito che certi episodi gettano sull’intera classe politica. È facile, infatti, generalizzare: “così fan tutti!”.

Si sono sentite varie proposte di riforma del sistema, sia con riduzione delle somme destinate ai “costi” della politica, sia con riguardo ai controlli i quali dovrebbero rassicurare i cittadini che le somme erogate dallo Stato ai partiti siano destinate effettivamente alle attività politiche e non servano per investimenti esteri, il pagamento di appartamenti ed auto di lusso, l’“acquisto” di lauree taroccate e vacanze esotiche.

Il profilo più delicato della ipotizzata riforma sembra essere quello dei controlli. A gran voce molti evocano la Corte dei conti che nell’ordinamento costituzionale è al vertice del sistema dei controlli.

“Ho presentato una proposta di legge a metà febbraio”, ha detto l'x Presidente della Camera Pierferdinando Casini, come si legge su www.corriere.it.. “Prevede che i partiti che accedono ai rimborsi pubblici debbano dimostrare di avere un'organizzazione democratica e trasparente su congressi, iscritti, elezione dei dirigenti, con controllo degli statuti da parte di un'Authority statale. E prevede la verifica della Corte dei Conti sui bilanci . Inoltre, si possono rendere pubblici i nomi di chi finanzia i partiti sopra i 10 mila euro o anche sopra i 5.000: basta che poi questi "donatori" non siano esposti al pubblico ludibrio...”.

L’intervento della Corte non è apprezzato, invece, dal Ministro Severino dalla quale, a quanto si legge su http://www.Repubblica.it, “arriva un "no" tondo all'ipotesi di coinvolgere la Corte dei conti nella verifica dei bilanci dei partiti. Il ministro avrebbe spiegato che la loro natura privatistica impedisce un simile controllo, a meno che non si voglia cambiare l'articolo 49 della Costituzione ("Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale")”. Comunque Severino – assicura il giornale - studierà la questione.

Deve farlo in fretta la Professoressa Severino perché monta l’indignazione degli italiani sempre più tartassati (anche nella prospettiva della riforma del “mercato del lavoro”, a quanto si legge oggi sui giornali) mentre altri si arricchiscono e spudoratamente rigettano ogni ipotesi di controllo, nemmeno sui fondi che provengono dal bilancio pubblico

Rifletta ancora e giungerà alla conclusione che, per dirla con linguaggio dipietrista, non “c’azzecca” il fatto che i partiti siano associazioni private “non riconosciute” perché parliamo di controllo e non di giurisdizione contabile. Inoltre la Corte dei conti già controlla, attraverso un apposito Collegio, le spese elettorali ai sensi dell’art. 12, comma 2, della legge 10 dicembre 1993, n. 515, e riferisce al Parlamento sui risultati dei controlli eseguiti sui consuntivi delle spese sostenute dai partiti, movimenti, liste e gruppi di candidati nella campagna per le elezioni e sulle relative fonti di finanziamento (v http://www.corteconti.it/).

Il Ministro Severino è persona di buon senso e di ottime letture, converrà certamente che la Corte dei conti può avere un ruolo in funzione di controllo. A meno che non si scelga la strada dell’ennesima Autorità asseritamente “indipendente”, controllabile dalla politica perché ne nomina i componenti.

7 aprile 2012

 

 

 

Imposte, tasse e servizi

La Corte dei conti e la democrazia

di Salvatore Sfrecola

 

Nel corso del dibattito odierno ad Omnibus, la rubrica di approfondimento politico de La7, che tra le otto e le dieci del mattino mette a confronto politici e giornalisti sui temi di maggiore attualità desunti dalle cronache dei quotidiani del giorno, gli intervenuti, nell’affrontare il tema delle condizioni attuali dell’economia e della finanza in Italia, hanno ripetutamente fatto riferimento agli effetti dell’elevata pressione fiscale, mettendo in risalto come il cittadino sia portato a chiedersi se quel prelievo, che limita fortemente le sue possibilità di spesa, sia in qualche modo giustificato dal livello dei servizi che lo Stato e gli enti pubblici rendono nella sanità, nell’istruzione, nell’ordine pubblico, nella predisposizione delle infrastrutture delle quali si lamenta quotidianamente l’insufficienza.

Ed in proposito si è detto che la ragione della inadeguatezza dei servizi, rispetto al livello che si attende, il cittadino l’addebita essenzialmente agli sprechi che continuano a caratterizzare la gestione dei bilanci degli enti che rendono quei servizi, a cominciare dalla sanità, la spesa più rilevante a carico dei bilanci pubblici. In molti degli intervenuti nel dibattito di Omnibus, inoltre, sono stati manifestati timori per gli effetti preoccupanti che la pesantezza della situazione economica del Paese potrebbe avere sulla tenuta della democrazia, cioè sul consenso che la classe politica nel suo complesso, al governo o all’opposizione, riscuote tra la gente.

Nel primo pomeriggio nella trasmissione “L’Arena”, su RAI 1, nell’ambito di Domenica in, condotta da Massimo Giletti, si è parlato ancora di sprechi, tra l’altro a proposito dei tanti miliardi che finora è costata la Salerno - Reggio Calabria, di recente declassata dall’Unione Europea da autostrada a strada, un cantiere aperto da quarant’anni. Nel corso della trasmissione è stato fornito anche un dato: gli sprechi del settore pubblico ammonterebbero ogni anno ad 80 miliardi di euro. Qualcuno ha corretto, 50 miliardi. Stiamo lì!

Se agli sprechi (80 o 50 miliardi di euro annui) si aggiungono l’elevata evasione fiscale (120 miliardi annui) e la diffusa corruzione (stimata in 60 miliardi annui) viene fuori un “sistema” dagli effetti deleteri sull’economia del Paese, se non altro perché tiene fuori dal mercato le imprese serie (quelle che pagano le tasse e non scelgono la scorciatoia della mazzetta). Un “sistema” che si definisce meglio con la diffusa inefficienza delle burocrazie che pesano sui cittadini e sulle imprese con adempimenti inutili e la lentezza del decidere. In queste condizioni è evidente che si forma una miscela esplosiva, tale da mettere in pericolo la stessa convivenza sociale. La storia insegna, infatti, che tutti i sommovimenti politici hanno avuto origine da crisi economiche profonde, quelle che hanno generato disagio sociale incidendo sull’occupazione e, in generale, sulle condizioni di vita delle popolazioni, dalla rivoluzione francese a quella russa, dalla crisi del primo dopoguerra, con le rivoluzioni fascista e nazionalsocialista, a cavallo della depressione del 1929.

In queste condizioni difficili per il nostro Paese, che hanno richiesto il ricorso ad un Governo “tecnico”, in un contesto nel quale maggioranza e opposizione non sono state in condizione di assumere la responsabilità “politica” di misure necessarie ma impopolari, emerge il ruolo delle istituzioni di garanzia, quelle alle quali è affidato il compito di assicurare il buon funzionamento dello Stato e degli enti pubblici. E poiché il “buon funzionamento” significa, in primo luogo, corretto esercizio delle attribuzioni istituzionali, è evidente che l’evasione fiscale, la corruzione e gli sprechi richiedono un’attenzione tutta speciale da parte della Corte dei conti, cui la legge attribuisce il controllo della spesa, la vigilanza sulle entrate (chi se ne ricorda più?) e l’esercizio dell’azione di responsabilità in caso di illeciti fonte di danno, cioè del colpevole, mancato accertamento delle entrate, di spese inutili, di violazione delle procedure contrattuali in ragione di fatti di corruzione e di sprechi nella gestione finanziaria e patrimoniale.

Ecco, dunque, che la Corte dei conti diviene garante della democrazia, come è stato da sempre per le istituzioni cui gli ordinamenti hanno affidato il controllo della spesa pubblica nelle forme più varie, dalla verifica dei conti resi dagli agenti della riscossione e dei pagamenti, ai controlli di legittimità e sui risultati delle gestioni.

Se, dunque, inefficienze, illegalità e sprechi continuano a minare le stesse ragioni della pacifica convivenza, mettendo in forse la democrazia, è necessario un rinnovato impegno della Corte dei conti che, non a caso, la legge ha posto al vertice del sistema dei controlli, un sistema articolato che si basa su verifiche e riscontri interni (in particolare degli Uffici centrali del bilancio), in forme varie, compresa quella ispettiva, presente in tutte le amministrazioni, in particolare nel Ministero dell’economia e delle finanze che dispone dell’Ispettorato generale di finanza (articolazione della Ragioneria generale dello Stato) che effettua su tutte le amministrazioni pubbliche accertamenti approfonditi su ogni aspetto della gestione.

Occorre, dunque, che la Corte dei conti abbia gli strumenti, anche informatici, per rendere effettivo questo suo ruolo di supervisore degli organi di controllo, stimolandone le funzioni e recependone le rilevazioni, danno effettività alle sanzioni, non solo a quelle interdittive dei provvedimenti illegittimi, ma anche a quelle che, all’interno delle amministrazioni, conseguono a procedimenti disciplinari, fino alla rimozione dei responsabili.

E qui, forse, oltre ad una più puntuale applicazione della legge, come ha messo in risalto più volte la Corte dei conti nelle sue relazioni al Parlamento, occorre anche un intervento normativo che attui effettivamente la rimozione dei responsabili di gravi sprechi. In assenza di esempi di questo genere non c’è speranza.

Ricordo che qualche anno fa, incontratomi per motivi d’ufficio con alcuni avocados, così si chiamano i funzionari della Contraloria General de Venezuela, avendo loro chiesto (era il tempo in cui la Commissione Bicamerale per le riforme costituzionali prevedeva che il controllo sulla gestione da parte della Corte dei conti non dovesse verificare il profilo della legalità) se nel controllo di gestione loro verificassero la legalità o meno dei provvedimenti presupposti delle gestioni o degli stessi atti di gestione, quei signori mi risposero “primero la legalidad”. Inoltre, poiché quella Istituzione di controllo non ha funzioni giurisdizionali in materia di responsabilità per danno all’erario, alla mia richiesta di come fosse perseguito quell’evento, mi fu risposto che la Contraloria applica delle sanzioni in denaro, che chiamano “multe”, rapportate allo stipendio, ad uno o più stipendi, secondo l’entità del danno. E nel caso di recidiva, ho chiesto? La risposta: viene decretata la destituzione. Dalla Contraloria, naturalmente.

La questione di fondo, pertanto, è quella della effettività della sanzione, comunque si chiami e chiunque sia chiamato ad irrogarla.

La Corte dei conti, dunque, in Italia a difesa del buon uso del pubblico denaro e della corretta gestione dei patrimoni pubblici. Cioè a difesa della democrazia, perché evasione fiscale, corruzione e sprechi minano il rapporto tra cittadini ed istituzioni, fanno crescere la protesta che purtroppo spesso nella storia è stata incanalata da movimenti o partiti i quali diventano inevitabilmente gestori monopolistici del potere. E declinano le libertà.

1° aprile 2012

 

 

 

Una serata al Rotary Club Roma Nord Est

Dalla scuola alla vita

di Gianni Torre

 

Un libro per far crescere buoni cittadini e bravi professionisti, attenti all’etica civile e del lavoro. È “Dalla scuola alla vita”, scritto con il contributo di 22 protagonisti della vita istituzionale e delle professioni ed il coordinamento di Paola Maria Zerman, avvocato dello Stato. La presentazione è di Lorenzo Ornaghi, Ministro per i beni e le attività culturali.

Se ne è parlato martedì 27 marzo, in una serata organizzata da Paola Marrocco Trischitta Ugolini, infaticabile Presidente del Rotary Club Roma Nord Est, al termine della conviviale serale all’NH Hotel di Porta Pinciana, di fronte a Villa Borghese.

L’idea, ha spiegato Paola Maria Zerman, è nata nell’ambito delle iniziative dell’Assessorato all’istruzione della Provincia di Reggio Calabria, che ha voluto, a completamento dei corsi curriculari delle scuole superiori, come tema dell’anno scolastico 2011 – 2012, l’etica del lavoro e delle professioni, per far riflettere i giovani sulla loro esperienza scolastica diretta a formarli, per farne buoni cittadini e bravi professionisti. Di qui il titolo del volume “Dalla scuola alla vita”, alla cui stesura hanno contribuito personalità della società civile, come si usa dire: Giuseppe Acocella, Rettore della LUSPIO e Vicepresidente del CNEL; Natale Forlani, Direttore generale dell’immigrazione; Edoardo Giardino, Docente di diritto amministrativo nella Facoltà di Giurisprudenza della LUMSA, Avvocato; Maria Vittoria Grazini, Avvocato; Silvia Lucantoni, Avvocato; Laura Lunghi, Avvocato; Raffaello Lupi, Ordinario di diritto tributario, avvocato; Francesca Maiorano, Avvocato; Maurizio Mirabella, Procuratore regionale della Corte dei conti per la Regione Marche; Fiammetta Palmieri, Magistrato ordinario, in servizio presso il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri; Maria Cristina Pasanella, Avvocato; Michelangelo Palàez, Professore di etica nel Campus biomedico di Roma; Rosi Perrone, Portavoce Forum dell’APMC; Donatella Pinto, Human Resources, Vice presidente della Camunu spa; Salvatore Sfrecola, Presidente della Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Piemonte; Silvano Treu, Ordinario di Diritto del lavoro, avvocato; Antonio Vallebona, Ordinario di Diritto del lavoro, Avvocato; Michele Vietti, Vice Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura; Antonio Zerman, Ingegnere, dirigente d’azienda; Paola Maria Zerman, Avvocato dello Stato. Ognuno con l’esperienza del proprio ruolo ha affrontato i profili etici del cittadino di fronte alle istituzioni, per quanto riguarda la giustizia, la corruzione e gli sprechi. Ma anche nel lavoro.

Giustizia come leit motiv anche con riguardo al rapporto di lavoro nei riguardi del datore di lavoro e dei colleghi, laddove vengono in rilievo il dovere di corrispondere al proprio impegno professionale, ma anche di trattare il collega come persona, col rispetto che si deve a chi ha i diritti ed i doveri del cittadino lavoratore. Evitando quei comportamenti che muovono dall’invidia per emarginare, per togliere l’onore alle persone, purtroppo tanto diffusi. Ugualmente il libro ricorda che il datore di lavoro deve rispettare il lavoratore evitando quei comportamenti mobbizzanti che, oltre ad offendere la persona, gettano discredito sul luogo di lavoro e sulla stessa impresa o sull’ente , se questo avviene nel pubblico.

Giustizia, dunque, in tutti i momenti della vita, personale e sociale, per dare a ciascuno il suo, a cominciare dalle istituzioni pubbliche che devono dare in servizi quel che prendono in termini di imposte, tasse e tariffe.

Giustizia per far crescere i giovani nel rispetto degli altri e per far migliore questo Paese.

Il libro, che è stato lo spunto di riflessione per la conferenza di Paola Maria Zerman nella vivace serata rotariana arricchita dall’intervento di numerosi soci del Club, sarà presentato ufficialmente il 19 aprile, alle 18,30, a Palazzo Ferraioli (di fronte a Palazzo Chigi) da Francesco Perfetti, Ordinario di Storia contemporanea alla LUISS, Angelo Maria Petroni, Ordinario di filosofia e Presidente del Consiglio di Amministrazione di UNITELMA “La Sapienza”, Consigliere di amministrazione della RAI, e Gennaro Sangiuliano, Docente alla LUMSA e Vice direttore del TG1. Sarà presente Luciano Lucarini, l’editore (Pagine), infaticabile organizzatore di eventi culturali con le sue riviste ed i suoi libri.

1 aprile 2012

 

 

 

 

 

E partono le polemiche

Corte dei conti: una Commissione “per la riforma”

di Salvatore Sfrecola

 

C’è maretta nell’ambito dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti, a causa dell’iniziativa del Presidente dell’Istituto, Luigi Giampaolino, di dar vita ad una Commissione di studio “per la revisione e il coordinamento dei vertici della magistratura contabile”, con l’obiettivo di “adeguare la Corte dei conti alle nuove funzioni di controllo assegnate e pensare a una riforma del processo giurisdizionale che ha ancora tempi lunghi”, come è stato suggerito di scrivere all’Espresso, in edicola in questi giorni.

Ciò, nonostante il processo per responsabilità amministrativa e contabile sia, tra quanti ne conosce il nostro Paese, certamente il più celere (nella maggior parte dei casi il primo grado si conclude in un anno dal deposito della citazione, mentre dubito si pensi di potenziare le Procure regionali, oberate da istruttorie su sprechi e ruberie varie) e in molte sezioni regionali le sentenze in materia di pensioni giungano nello spazio di pochi mesi dalla proposizione del ricorso.

Non è questa la sede per riflessioni in tema di “adeguamento” della Corte “alle nuove funzioni di controllo”, espressione che nasconde, come dimostrano iniziative recenti, l’“idea” equivoca di arruolare economisti tra i giudici contabili, una categoria ignota a tutte le magistrature, dalla Cassazione al Consiglio di Stato, che pure decidono su questioni che presuppongono l’incidenza di fatti di natura economica, per i quali, all’occorrenza, i giudici ordinari e amministrativi si avvalgono di consulenti tecnici.

Ne riparleremo, perché la Corte dei conti è una essenziale istituzione dello Stato, di rilevanza costituzionale, non a caso il primo giudice istituito (in realtà riordinato perché molto più “vecchio”, risalente al XIV secolo) all’indomani dell’unità d’Italia, come ricordiamo proprio quest’anno, con riferimento alla legge n. 800 del 14 agosto 1862, ed al suo formale insediamento il 1° ottobre 1862, quando uno straordinario Ministro delle finanze, Quintino Sella, rivolgendosi direttamente ai magistrati, usava parole che ci piacerebbe sentire ancora oggi: “Altissime sono le attribuzioni che la legge a voi confida. La fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della ricchezza dello Stato, di questo nerbo capitale della forza e della potenza di un paese voi siete creati tutori”.

E poi. “È vostro compito il vegliare a chè il Potere esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito il darne contezza al Parlamento”.

Sono sconsigliate, dunque, “riforme” che abbiano il senso di avventurose “sperimentazioni” destinate ad incidere negativamente sulla pelle dei cittadini contribuenti, tartassati da un fisco che non riesce a debellare la più grande evasione fiscale (120 miliardi di euro certificati Befera, Direttore dell’Agenzia delle Entrate) dell’Unione europea, nell’ambito della quale l’Italia “primeggia”, altresì, in corruzione (60 miliardi, certificato Corte dei conti, esattamente la metà di quanto si denuncia in Europa, dove tocca quota 120 miliardi!), per non dire degli sprechi quotidianamente sotto gli occhi di tutti, che indignano quanti credono nello stato, così allontanandoli dalle istituzioni.

Anche se a via XX Settembre non c’è più Quintino Sella, per un governo serio, come è certamente l’attuale, guidato da una personalità che ha dimostrato di “conoscere per deliberare”, per ricordare Luigi Einaudi, è sempre assolutamente necessario “concentrare il controllo preventivo e consuntivo in un magistrato inamovibile”, per citare Camillo Benso di Cavour (in una relazione al Parlamento subalpino, 1852). Un magistrato cui compete una pronuncia in diritto sugli atti e le attività di gestione, in attuazione delle scelte adottate a monte con leggi di indirizzo e di programma e con direttive specifiche. Al cittadino, infatti, va spiegato perché le amministrazioni e gli enti hanno violato la legge o non sono stati capaci di raggiungere, nel rispetto dei principi di efficienza, economicità ed efficacia, gli obiettivi prefissati in vista della realizzazione di importanti riforme nell’ambito di tutte le politiche pubbliche.

Occorre, dunque, fare i conti con l’Associazione Magistrati, la quale lamenta di non essere stata informata tempestivamente della costituzione della Commissione di studio né richiesta di fornire indicazioni in ordine a qualcuno dei suoi componenti. L’Associazione, che solo per semplificare può essere chiamata sindacato, magari “delle toghe contabili”, come spesso si legge, senza aggettivi, dell’ANM, l’Associazione Nazionale dei magistrati ordinari, è espressione della intera magistratura della Corte dei conti e, pertanto, è naturalmente rivestita di una autorevolezza che non può essere trascurata. Ne hanno fatto parte anche Presidenti dell’Istituto. E quando uno di questi, Tullio Lazzaro, immediato predecessore di Luigi Giampaolino, è entrato clamorosamente in contrasto con l’Associazione, ne è stata addirittura chiesta l’espulsione dal sodalizio, da parte di quanti lo avevano ritenuto in qualche modo “promotore” di iniziative, inserite nella “legge Brunetta”, che hanno depotenziato il ruolo del Consiglio di Presidenza, attraverso la limitazione del numero dei componenti togati eletti, passati da sette a quattro, in una proporzione diversa da quella degli altri organi di autogoverno delle magistrature. Inoltre a Lazzaro si rimproverava che nella medesima legge fosse stata attuata una riforma dei poteri del Presidente divenuto “organo di governo” della Corte, espressione non consona ad una magistratura a struttura collegiale, per cui il Presidente è, in sostanza, un primus inter pares.

Fu contrastato e, persona assolutamente perbene, forse solo malconsigliato, fu anche sospettato ingiustamente di oscure trame per farsi amici governativi (quelli che hanno i controlli in gran dispitto!) e così ottenere un incarico dopo il pensionamento. Non lo ha avuto e certamente non lo ha neppure sollecitato. Era un galantuomo.

Come sia accaduto, dunque, che l’Associazione non sia stata informata dell’iniziativa di istituire una Commissione di studio, come è emerso nel dibattito all’interno del Consiglio direttivo (il “parlamentino” dei magistrati contabili), non è chiaro, considerato che alla guida della Corte sta oggi un giurista solido, un garbato signore napoletano, da sempre attento alle forme nei rapporti istituzionali e interpersonali.

Perché, dunque, una tale disattenzione, subito interpretata come uno sgarbo istituzionale nei confronti dell’Associazione? Considerato che siamo alla vigilia delle elezioni per il rinnovo degli organi associativi, in un momento di confronto serrato tra i possibili candidati alla presidenza e tra i gruppi che li supportano, per cui la vicenda della Commissione “di studio” sembra destinata ad avere l’effetto della classica benzina sul fuoco? Con inevitabili ripercussioni polemiche esterne, anche in Parlamento e sulla stampa. Poi ci sono sassolini fastidiosi nelle scarpe di alcuni dirigenti associativi. Che se li vogliono togliere.

Chi appoggia chi? E perché?

Il tempo, come spesso si sente dire, è galantuomo. Di lui c’è da fidarsi!

25 marzo 2012

 

 

 

L’italiano e le altre lingue

di Salvatore Sfrecola

 

Ha certamente ragione Giuliano Amato quando, constatato che gli italiani, tra i popoli europei, sono quelli che hanno meno dimestichezza con le lingue straniere, suggerisce di diffondere la pratica, comune agli altri paesi, di trasmettere i film in lingua originale con sottotitoli in italiano. Così, argomenta Amato, sarà più facile abituarsi al suono di una lingua, l’inglese, che oggi costituisce un importante passaporto sul piano lavorativo, anche nel nostro Paese.

Ha ragione da vendere Amato ma, a mio avviso, dovrebbe completare la proposta, perché gli italiani, non solo hanno scarsa conoscenza delle lingue estere e dell’inglese in specie, nonostante la diffusione, se non altro, delle canzoni in quella lingua, ma conoscono poco la loro lingua. Insomma, l’italiano è conosciuto poco e male nel Bel Paese dove il sì suona, non solo da parte della gente comune, in particolare di quella di più modesta cultura, ma anche degli studenti, di ogni ordine e grado, fino ai licei, compresi i classici, un tempo l’orgoglio della nostra cultura.

Di questa insufficiente conoscenza della lingua danno buona prova i giornalisti, della carta stampata e, ancor più delle televisioni. La consecutio temporum è una illustre sconosciuta, l’anacoluto è di casa, come l’allitterazione, l’assonanza fastidiosa all’interno di una frase.

Non solo giornalisti, anche avvocati e giudici scrivono comparse e sentenze in un italiano improbabile, nella migliore delle ipotesi sciatto, quando un tempo gli uni e gli altri curavano i loro atti con il busto del bel fraseggio, spesso abbondando in citazioni dotte, magari ricorrendo al latino che oggi, anche nei tribunali, è scarsamente conosciuto.

Nel 150° dell’unità d’Italia, l’unità linguistica è ancora lontana. Pur nel rispetto dei dialetti, che tanto hanno contribuito alla cultura letteraria del nostro Paese, la lingua nazionale, nella costruzione delle frasi e nell’uso delle parole, deve essere un impegno imprescindibile della scuola e della “cultura dell’informazione”. Le inflessioni tipiche regionali possono essere una simpatica coloritura dell’eloquio, ma devono costituire un’impercettibile vezzo dell’appartenenza. È inconcepibile, invece, che un uomo pubblico, politico o funzionario, non usi con proprietà la lingua italiana. Ed è gravissimo che anche i docenti nelle scuole di ogni ordine e grado a partire dalle elementari, laddove comincia la formazione dei giovani, trasmettano non la lingua italiana ma un gergo indefinibile, spesso grossolano.

È l’effetto del provincialismo che non riusciamo a scrollarci di dosso. Siamo eredi di una cultura che ha fatto scuola nel mondo e che ancor oggi segna le classi intellettuali non solo in Europa ma nel mondo, se nelle università americane, ma anche in Cina e Giappone, per non dire della Germania o della Svezia, il latino ha uno straordinario revival. Abbiamo circa l’80 per cento del patrimonio storico artistico dell’umanità che ignoriamo e del quale non sappiamo fare tesoro e trasformarlo in un business a livello internazionale, considerato che è la ragione del nostro turismo. Siamo eredi del più grande impero della storia, fatto di saggezza ed organizzazione ed abbiamo l’amministrazione pubblica più retrograda d’Europa dove ad ogni legge, anche la più chiara e di immediata applicazione, deve seguire un regolamento, una circolare e direttive interne, in modo che ogni riforma attende anni per diventare effettiva.

È la conseguenza di una classe politica, a livello centrale e locale, assolutamente incapace.

Un esempio? Il numero unico delle emergenze, il 112, non riesce a decollare nonostante una direttiva europea. Vi si oppongono i detentori del 113, 115, 117, 118 e via discorrendo. Sono anni e non se ne viene a capo. E nessuno si vergogna!

17 marzo 2012

 

 

 

Gli italiani, i partiti e la corruzione

di Salvatore Sfrecola

 

     Gli italiani hanno diritto di essere governati da persone capaci, serie ed oneste. Ce ne sono tante in politica, ma la loro presenza spesso non si nota, non fanno notizia, è come se stessero in ombra. Vedremo se verranno alla luce ora che si parla, con sempre maggiore insistenza, di affrontare il tema della corruzione, quel fardello che pesa sulla politica e l'economia e colloca l'Italia tra i paesi ove la malapianta  attecchisce di più. Per 60 miliardi circa, ogni anno, una somma pari alla metà di quella accertata in Europa, la metà del bilancio dell'Unione europea, la metà del pil dei 27 stati che formano l'Unione.

     Si va avanti così da molti anni. Lo denuncia la Corte dei conti regolarmente all'apertura dell'anno giudiziario, al centro e nelle regioni. Ma non succede niente. Anzi la classe politica prende regolarmente in giro gli italiani facendo finta di assumere qualche iniziativa. Come quando fu istituito l'Alto Commissario per la lotta alla corruzione esplicitamente posto "alle dirette dipendenze del Presidente del Consiglio". Ognuno capisce che non è questo il modo di combattere la corruzione. Chi si deve impegnare in questa difficile battaglia deve essere assolutamente autonomo rispetto al governo ed alla pubblica amministrazione nell'ambito della quale si sviluppano le intese illecite che assumono la forma della concussione e della corruzione.

     L'indipendenza dell'autorità anticorruzione è la condizione per affrontare e aggredire un fenomeno che danneggia gravemente non solo l'immagine dell'Italia ma la stessa economia del Paese. Con una corruzione di queste dimensioni gli imprenditori sono dissuasi dall'investire. La corruzione, infatti, distorce le regole del mercato perché manda avanti le imprese disoneste che in qualche modo devono recuperare l'importo della tangente, spesso realizzando lavori non eseguiti a regola d'arte o distribuendo beni scadenti o servizi inadeguati.

     Inoltre la corruzione è un fenomeno a ciclo continuo. Ad esempio, l'imprenditore che si assicura un appalto di opera pubblica pagando dovrà continuare a pagare per evitare  che in sede di collaudo sia rilevata la cattiva esecuzione delle opere o i ritardi nella loro esecuzione, tutte conseguenze della necessità di recuperare in qualche modo il prezzo della corruzione.

     C'è, poi, un effetto perverso nella corruzione. La esclusione dal mercato delle imprese serie, quelle che non percorrono la scorciatoia della mazzetta. E questo è un grave danno per l'economia italiana, a livello interno ed internazionale. Si paga con i fallimenti di operatori seri e con l'esclusione dai mercati esteri delle imprese che non possono vantare adeguati curricula professionali perché impedite di accedere al mercato interno dei lavori, servizi e forniture e, in taluni casi, perché sospettate di provenire da un contesto economico deve domina o prevale la corruzione.

     In questo momento la corruzione è presente in tutti i settori e non solo nella forma cosiddetta "propria", nella quale il funzionario o l'amministratore si fa corrompere per compiere un atto contrario ai doveri del suo ufficio, ma anche nella  forma cosiddetta "impropria" perché il funzionario o l'amministratore accetta denaro o altra utilità, come dice il codice penale, per compiere un atto del suo ufficio. E' il caso di chi si fa pagare per compiere un atto dovuto, la liquidazione della fattura corrispondente ad una regolare prestazione. E' sempre accaduto ma accadrà ancora di più in un periodo nel quale le risorse pubbliche sono scarse ed il loro accaparramento sempre più arduo. Si parla di oltre 100 miliardi di debiti dello Stato e degli enti pubblici nei confronti delle imprese, a fronte di disponibilità di un pugno di miliardi. E' evidente che si tratta di una situazione esplosiva che crea difficoltà alle imprese e le spinge a cercare di ottenere i pagamenti dovuti "ungendo" qualche amministratore o dipendente.

     Come uscirne? Le strade sono molteplici e tutte da praticare. Dall'elevazione delle pene con intervento sui termini di prescrizione, alla introduzione del reato di corruzione tra privati, alla individuazione di meccanismi di monitoraggio e controllo idonei ad accertare le anomalie nella gestione dei contratti pubblici in modo da consentire verifiche approfondite in tempo reale.

     Siamo, sembra, alla vigilia di iniziative in tema di corruzione, dopo il silenzio degli ultimi anni. Si vedrà chi è favorevole o contrario ad adottare misure serie nella lotta alla corruzione. Si vedrà, ad esempio, se c'è un "partito degli onesti", che non sarà mai un partito con nome e simbolo, ma un raggruppamento ideale di persone per bene del quale gli italiani hanno estremo bisogno.

15 marzo 2012

 

     

     

 

Ripensare al modello di sviluppo

La cultura e l’arte per la ripresa

di Salvatore Sfrecola

 

“La dittatura dell'incuria” titola Gian Antonio Stella nel fondo di oggi sul Corriere della Sera che ha un significativo occhiello, “Investire in cultura per la crescita”. Stella lo ha scritto più volte, come questo giornale che non smette di segnalare l’insufficienza di un modello di sviluppo economico che sembra ignorare o non considera nella misura opportuna l’apporto del patrimonio storico artistico italiano al turismo, una risorsa che, proprio per la ricchezza e la varietà delle nostre opere d’arte costituisce una risorsa unica, la motivazione effettiva di gran parte di quanti visitano l’Italia ogni anno, in tutti i mesi dell’anno.

È una constatazione tutto sommato banale. È evidente, infatti, che l’Italia, il bel Paese, è una meta turistica non solo e non tanto per il sole che splende sulle nostre contrade o sui mari che bagnano le sue coste. Sole e mare che sarebbe agevole trovare altrove. Magari il mare più pulito.

Quello che non si trova altrove sono le meraviglie che la storia e l’arte hanno consegnato all’Italia nel corso dei secoli caratterizzando le nostre città e tutto il Paese che è un vero e proprio museo all’aperto in un contesto paesaggistico unico al mondo. Un’arte, laica ma anche religiosa, che è più conosciuta al di qua e al di là dell’oceano di quanto possiamo immaginare, alla quale si aggiunge la cultura letteraria, storica e musicale. Perché la musica ha da sempre parlato italiano e i nostri conservatori ed alcune scuole di specializzazione sono punti di riferimento per gli artisti di tutto il mondo.

Ecco dunque la riflessione di Gian Antonio Stella e l’invito ad investire in cultura, un settore sempre trascurato dalla nostra classe politica. In proposito Stella richiama un titolo recente de Il Sole 24 Ore, “Niente cultura, niente sviluppo”, che ha lanciato un appello per fare ripartire il Paese puntando su una “costituente” che “riattivi il circolo virtuoso tra conoscenza, ricerca, arte, tutela e occupazione”, partendo dall’esperienza di ben 125 nazioni la quale dimostra che dove c'è più cultura c'è più innovazione, più sviluppo, più ricchezza e meno corruzione.

Senza andare lontano, la Francia da sempre investe in cultura in patria e all’estero, con la scuole (i licei Chateaubriand) e le istituzioni che in tutto il mondo parlano la lingua di Parigi diffondendo ovunque in ambienti colti uno spirito francofono che paga nel tempo e che costituisce un biglietto da visita importante anche in aree politicamente difficili, come nel medio e nell’estremo oriente, per non dire dei territori d’oltremare.

Cosa intende fare il Governo Monti per la cultura? Comprende il nesso tra cultura e turismo? Sembra di sì. Il Ministro Gnudi ne ha fatto cenno, mentre il collega Ornaghi ha fatto presente che il bilancio del suo Ministero, che appunto si chiama dei beni e delle attività culturali, riesce a far poco, quando ha pagato gli stipendi dei dipendenti.

Ci vuole un po’ di fantasia. Occorre indurre i privati ad investire in cultura. C’è una disponibilità in tal senso, almeno si deduce da alcune iniziative come quella del Il Sole 24 Ore che oggi nell’inserto “Domenica” titola a tutta pagina La cultura come “materia prima”, in margine al “Manifesto per la cultura” che continua a raccogliere adesioni. Il pezzo è di Pier Luigi Sacco che esordisce in modo significativo: “L’Italia, e in grande misura l’intera Europa, deve oggi fronteggiare una sfida non semplice, quella di ritrovare la via della crescita. È una sfida che non può esaurirsi nella messa a punto di vecchi modelli, e che richiede invece in larga misura un atto di coraggio e di visione: due ingredienti che mancano ormai da troppo tempo nelle pentole in cui si cucinano le ricette della politica economica nazionale e continentale”.

Torniamo al fondo di Stella: “dove c'è meno cultura c'è meno innovazione, meno sviluppo, meno ricchezza, più corruzione”. E dimostra, cifre alla mano, che dal 2001 l’Italia investe sempre meno in cultura, solo lo 0,19% del PIL. E si chiede: “è stato saggio?” Non sembra se, sono ancora sue parole, “investendo nel “Guggenheim”, spiega uno studio di Kea European Affairs per la Ue, Bilbao ha recuperato in 7 anni i soldi spesi “moltiplicati per 18”, con la parallela creazione di migliaia di posti di lavoro”.

La citazione è importante, ma è certo intuitivo che una maggiore offerta di cultura, nel quadro della sviluppo di un turismo che sia attento alle ragioni che spingono milioni di cittadini stranieri a soggiornare in Italia, si trasforma inevitabilmente in un motivo di sviluppo in infrastrutture stradali, portuali e aeroportuali, oltreché ricettive. Alberghi e ristoranti in alcune regioni d’Italia lasciano molto a desiderare. Spesso vengono agli “onori” delle cronache per servizi scadenti, prezzi eccessivi rispetto ai nostri concorrenti, dalla Spagna alla Grecia, quando non si tratta di vere e proprie truffe di cui sono vittime turisti che porteranno nel loro paese il ricordo di queste disavventure. In molti paesi c’è la polizia turistica a garantire lo straniero che soggiorna. In Italia è insufficiente la prevenzione e la repressione di questi illeciti che danneggiano l’immagine del Paese. Chi truffa un turista, al di là del profilo penale dello specifico illecito, dovrebbe essere privato della licenza, una prima volta per un tempo significativo (che non è quindici giorni), in caso di recidiva per sempre. In più la sanzione va fatta conoscere in Italia e nel mondo, in modo che il turista truffato possa, di ritorno nel suo paese, dire che l’Italia è un paese serio.

Quel turista che è un messaggero, anzi un ambasciatore, della nostra cultura e del nostro mondo, anche delle ceramiche, dei tessuti e degli altri prodotti dell’artigianato che ha acquistato, dei cibi, dei vini degli oli che ha gustato dei quali porta con se qualche campione e che cercherà nei negozi del suo paese. Quanto costerebbe ai nostri esportatori una campagna promozionale gratuitamente effettuata dai turisti?

Capisce qualcuno questi problemi?

Investire in cultura, dunque. Ma chi investe, se lo Stato non ha un euro? È certo possibile stimolare i privati con agevolazioni fiscali, ad esempio e/o contributivi per chi investe nel turismo nei termini che si sono detti, di infrastrutture e di posti di lavoro.

Non è facile, ma neppure difficile. Occorre solo mettere intorno ad un tavolo esperti e rappresentanti delle regioni e delle categorie imprenditoriali per definire un piano di sviluppo che assegni alla cultura ed al turismo il ruolo che spetta loro, un posto centrale. Perché la cultura nelle sue varie forme è per l’Italia come il petrolio per l’Arabia saudita.

L’ho scritto tante volte e continuerò a scriverlo, nella speranza che qualcuno al Governo mi legga.

4 marzo 2012

 

 

Niente taglio alle tasse. Perché?

di Senator

            È andata delusa la speranza di una riduzione delle tasse per i redditi più modesti in conseguenza dei promettenti risultati della lotta all’evasione. Presentata sulla stampa, alla vigilia del Consiglio dei ministri che ha adottato alcune misure fiscali, come una misura più che probabile tanto che l’operazione sembrava cosa fatta, la decisione di soprassedere ha sorpreso tanti, tranne da coloro che seguono le vicende del nostro fisco.

Quali i motivi della mancata riduzione? Sarebbe stato ritenuto “prematuro”, si è letto sui giornali di oggi, una parola che nasconde, dietro una formula anodina, la realtà degli accertamenti fiscali che sono stati condotti dall’Agenzia delle entrate. Monti sa bene che gli accertamenti, anche quando sembrano ineccepibili sul piano del diritto, non danno luogo ad una immediata riscossione del tributo evaso.

Specie nel commercio, nel quale tante sono le variabili nella individuazione del reddito tassabile, è inevitabile che il contribuente faccia ricorso alla commissione tributaria. Lo fa perché contesta l’accertamento che, se accettato, darebbe luogo a verifiche sugli anni precedenti fino al limite della prescrizione, lo fa perché non vuole portare un fardello che peserà negli anni successivi.

Il contenzioso tributario è costituito da un sistema giudiziario pesante, farraginoso, che si protrae per anni, in primo grado (Commissione provinciale) e in appello (Commissione regionale), per approdare inevitabilmente in Cassazione dove ricorreranno il contribuente soccombente o l’Avvocatura generale dello Stato che difende l’Agenzia delle entrate. L’una e l’altra oberate da un contenzioso dai grandi numeri.

Monti sa bene che questo antico male della giustizia tributaria rende incerta, nell’an e nel quantum, oltreche nel quando, la riscossione dell’imposta pretesa dall’Erario a seguito degli accertamenti dell’Agenzia delle entrate e della Guardia di Finanza. E, prudentemente, ha tratto la conclusione che è “prematuro” ridurre le tasse, sia pure a chi ha problemi di sopravvivenza.

25 febbraio 2012
 

Non più leggi di conversione omnibus. Napolitano richiama i Presidenti delle Camere sui limiti delle leggi di conversione dei decreti legge
di Iudex

Un importante recupero di civiltà giuridica in una recente sentenza della Corte costituzionale, la n. 22 del 13 febbraio 2012 che, intervenendo nell’esame della legge di conversione del decreto-legge n. 29 dicembre 2010 n. 225 (c.d. "milleproroghe"), ha posto limiti invalicabili allo spazio riservato al Parlamento in sede di conversione di un provvedimento d’urgenza.

Nell’occasione il Giudice delle leggi ha precisato che “il Parlamento è chiamato a convertire, o non, in legge un atto, unitariamente considerato, contenente disposizioni giudicate urgenti dal Governo per la natura stessa delle fattispecie regolate o per la finalità che si intende perseguire. In definitiva, l’oggetto del decreto-legge tende a coincidere con quello della legge di conversione”.  E pur non potendosi escludere “che le Camere possano, nell’esercizio della propria ordinaria potestà legislativa, apportare emendamenti al testo del decreto-legge, che valgano a modificare la disciplina normativa in esso contenuta, a seguito di valutazioni parlamentari difformi nel merito della disciplina, rispetto agli stessi oggetti o in vista delle medesime finalità … Ciò che esorbita invece dalla sequenza tipica profilata dall’art. 77, secondo comma, Cost., è l’alterazione dell’omogeneità di fondo della normativa urgente, quale risulta dal testo originario”. In sostanza “l’innesto nell’iter di conversione dell’ordinaria funzione legislativa può certamente essere effettuato, per ragioni di economia procedimentale, a patto di non spezzare il legame essenziale tra decretazione d’urgenza e potere di conversione”.

Lo andavamo sostenendo in molti da anni, a fronte di inserimenti di norme che non avevano nulla a che fare con il provvedimento in corso di conversione il cui oggetto veniva ampliato e consolidato nei maxiemendamenti, con fiducia, ai quali siamo stati abituati dagli ultimi governi, una barbarie giuridica che viene finalmente qualificata come tale.

E così interviene il Capo dello Stato, che evidentemente non aveva ritenuto di poter intervenire in sede di promulgazione delle leggi che oggi la Corte costituzionale giudica illegittime.

E così Giorgio Napolitano ha preso carta e penna ed ha scritto ai Presidenti delle Camere ed al Presidente del Consiglio.

Napolitano richiama la sua lettera del 22 febbraio 2011 ai Presidenti delle Camere   con la quale aveva sottolineato “la necessità di limitare gli emendamenti ammissibili, in sede di conversione dei decreti-legge, a quelli sostanzialmente omogenei rispetto al testo originario del decreto, in considerazione della particolare disciplina costituzionale e regolamentare del procedimento di conversione nonché a garanzia del vaglio preventivo spettante al Presidente della Repubblica in sede di emanazione del decreto-legge e di quello successivo sulla legge di conversione, anche per la difficoltà di esercitare la facoltà di rinvio prevista dall'art. 74 della Costituzione in prossimità della scadenza del termine tassativo di 60 giorni fissato per la conversione in legge”.

Ricorda il Presidente della Repubblica che in quella occasione aveva ripreso “considerazioni svolte dal Presidente Ciampi nel messaggio inviato alle Camere il 29 marzo 2002 con il quale venne richiesta una nuova deliberazione sulla legge di conversione del decreto-legge n. 4 del 2002 e da me in varie occasioni anticipate fin dall'inizio del settennato ai Presidenti delle Camere e ai Governi che si sono succeduti, anche in relazione alle specifiche disposizioni legislative e dei regolamenti parlamentari relative alla decretazione d'urgenza”. Criteri ai quali “la prassi parlamentare non sempre si è attenuta … con particolare riguardo al tradizionale decreto-legge di fine anno con il quale vengono prorogati termini di efficacia di varie disposizioni legislative, essendo prevalsa la linea di ritenere sufficiente, per l'ammissibilità degli emendamenti, una generica finalità di proroga non collegata con l'oggetto e spesso neppure con la materia e le finalità del provvedimento di urgenza”.

“Talora – prosegue il Capo dello Stato -, si sono anche consentite modifiche ordinamentali non strettamente limitate all'ambito temporale della proroga di tali termini. Anche in occasione del recente decreto-legge "milleproroghe" 29 dicembre 2011, n. 216 sono stati ammessi e approvati emendamenti che hanno introdotto disposizioni in nessun modo ricollegabili alle specifiche proroghe contenute nel decreto-legge, e neppure alla finalità indicata nelle premesse di garantire l'efficienza e l'efficacia dell'azione amministrativa. Le disposizioni così introdotte, se in possesso dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza, avrebbero dovuto trovare più corretta collocazione in un distinto apposito decreto-legge”.

Ritenendo di non disporre “di un potere di rinvio parziale dei disegni di legge” Napolitano afferma di non poter “esimersi dall'effettuare, nei casi di leggi di conversione, una valutazione delle criticità riscontrabili in relazione al contenuto complessivo del decreto-legge, evitando una decadenza di tutte le disposizioni, comprese quelle condivisibili e urgenti, qualora la rilevanza e la portata di queste risultino prevalenti”.

Scrupolo certamente encomiabile.

Resta la soddisfazione di una pronuncia che elimina una barbarie della quale molti hanno fatto finta di non accorgersi in Parlamento e specificamente nelle Commissioni affari costituzionali, per favorire l’inserimento di norme sicuramente estranee al decreto-legge, spesso eversive dell’ordinamento, come nel caso delle disposizioni introdotte in decreti legge riferiti alla crisi economica per limitare i poteri d’indagine delle Procure regionali della Corte dei conti e l’ambito della loro cognizione, ad esempio per quanto riguarda il danno all’immagine della pubblica amministrazione.

25 febbraio 2012
 

Rischio corruzione

se lo Stato e gli enti pubblici pagano in ritardo

di Salvatore Sfrecola

È ufficiale, le somme che il settore pubblico deve alle imprese, fino a qualche tempo fa stimate in 80 miliardi di euro, ha superato i 100 miliardi (102, per l’esattezza), una cifra paurosa che mette in difficoltà vasti settori produttivi del Paese. Infatti è evidente che le imprese le quali vantano crediti che non possono riscuotere nei termini fisiologici, che tengano conto, ad esempio, del pagamento dei fornitori di beni e servizi necessari per la produzione, accumulano interessi da pagare, ed in assenza del credito bancario, possono essere indotte a ricorrere a finanziarie senza scrupoli se non ad usurai.

In questo diffuso disagio, che spesso mette in forse la stessa sopravvivenza delle imprese, molti potrebbero essere indotti a cercare di “ungere” i funzionari addetti ai pagamenti perché anticipino quanto loro dovuto, facendo precedere la liquidazione delle loro fatture ad altre che sono avanti nel protocollo d’ufficio. In questo caso la “mazzetta”, quella che il codice penale all’art-. 318 definisce dazione “in denaro o altra utilità”, serve ad indurre il pubblico ufficiale a “compiere un atto del suo ufficio”. È la cosiddetta corruzione impropria, più diffusa di quanto non si creda a tutti i livelli e in tutte le amministrazioni.

È evidente che nelle attuali condizioni, a fronte di crediti per oltre 100 miliardi, in relazione ai quali il Governo ha messo a disposizione una somma assolutamente insufficiente, l’incentivo a cercare la scorciatoia della corruzione del funzionario che dispone i pagamenti è forte per un imprenditore che non ha la possibilità di attendere i tempi lunghi che si prospettano, spesso centinaia di giorni, in qualche caso anche un paio di anni, rispetto ai termini di legge (d.legs. n. 231 del 9 ottobre 2002) in attuazione della direttiva 2000/35/CE relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali (trenta giorni).

La tentazione è forte, come l’istinto di sopravvivenza di chi è impegnato in un’attività che è la fonte principale quando non esclusiva del suo guadagno.

In queste condizioni il governo nazionale e quelli delle regioni hanno il dovere di porre rapidamente mano alla situazione, trovando il modo di pagare i debiti e di facilitare l’accesso al credito bancario per restituire liquidità alle imprese, così mettendole al riparo di possibili fallimenti con danni rilevanti all’occupazione, con effetti negativi anche sul mercato interno. Perché chi perde il lavoro evidentemente riduce i consumi.

Parliamo complessivamente di 100 miliardi, non poco, certamente, ma quella somma in tempi ragionevoli, con meccanismi vari, deve tornare nella disponibilità delle imprese.

Nello stesso tempo va posto mano alla revisione della spesa pubblica non necessaria perché non si riformi un debito delle attuali dimensioni. Infatti forte è il sospetto che in alcuni ambiti delle pubbliche amministrazioni, in particolare nel settore sanitario, ci sia un eccesso di spesa destinata a beni e servizi non necessari o acquistati a prezzi gonfiati con danno finale per gli utenti di un servizio essenziale per la comunità.

Questo ci attendiamo dai tecnici chiamati a governarci. Non dubito della loro buona volontà. Non ugualmente di alcuni staff che sono passati dalla prima alla seconda repubblica senza dare la dovuta dimostrazione della loro professionalità. E che restano al loro posto solo perché “rispondono” a chi li ha indicati ai ministri.

19 febbraio 2012
 

La Corte dei conti denuncia la corruzione? Il Giornale della “Ditta Berlusconi” l’attacca
di Senator

 Nei giorni scorsi la stampa ha dato ampia notizia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2012 della Corte dei conti, mettendo in risalto le denunce del Presidente, Luigi Giampaolino, quanto alle disfunzioni dell’amministrazione, alle dimensioni dell’evasione fiscale e della corruzione. E Il Giornale la critica.

Tanto è il livore che quella testata ha da sempre nei confronti dei magistrati (che sia per compiacere la Famiglia Berlusconi?) che più della corruzione è disturbato dai magistrati che la denunciano e la combattono. E inizia “da che pulpito. Inquisiti, sfiorati dai sospetti, vicini alle cricche. Serviti e riveriti, i magistrati della Corte dei conti, custodi occhiuti delle finanze italiane, con stipendi e pensioni di capogiro (fino a 230mila euro l’anno) e, soprattutto, autorizzati a cumulare doppio stipendio, benefit, promozioni e scatti di anzianità. Fra i tanti c’è Lamberto Cardia, magistrato fuori ruolo, per 13 anni alla Consob e nominato presidente di sezione, che ha sommato ai 430mila euro di indennità anche lo stipendio di magistrato, poi presidente delle Fs”.

Da precisare che Cardia è da tempio in pensione.

Poi fa altri tre o quattro nomi di magistrati oggetto di indagini, poi, chiuse con assoluzione e di un paio, ancora sub iudice. Garantisti a senso unico a Il Giornale laddove si applica la norma sulla presunzione di non colpevolezza fino a sentenza definitiva (una regola che esiste in pratica solo in Italia; altrove chi è condannato in primo grado è un “presunto colpevole”) solo nei confronti dei politici della “casta”, coloro che sono inquisiti dai magistrati “cattivi”, magari “toghe rosse”.

Non più di due i magistrati della Corte dei conti sui quali i giudici ordinari stanno indagando su 500 magistrati che ogni giorno fanno il loro dovere. È questo giornalismo indipendente? O un bollettino di partito, il partito di coloro che vogliono “mani libere” nella gestione del potere, irritati se qualcuno intende esercitare quel controllo di legalità che è regola fondamentale negli stati di diritto?

Infine, quel giornale afferma di essere espressione del centrodestra liberale. E qui occorre una precisazione. Lo dice lui. Perché è ormai evidente a tutti che quello schieramento che abbiamo costruito (lo dico io da parlamentare) come espressione della destra liberale e moderna ha rapidamente perso quello spirito originario per diventare espressione del più vieto lobbysmo gestito da una pattuglia di reduci del craxismo, cioè da quella classe politica che, tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, ha raddoppiato il debito pubblico italiano. Un problema che ci portiamo ancora dietro, come sanno bene soprattutto i pensionati, la categoria sulla quale, per l’elevato numero che la caratterizza, sono ricadute le prime misure di austerità.

Ho scritto troppo. Quel giornale non merita ulteriore attenzione.

19 febbraio 2012

 

La realtà e ricorrenti rigurgiti anticlericali

La Chiesa e l’ICI – occorre equilibrio

di Senator

 

Ritorna a giorni alterni, sulla stampa ed in televisione, la vicenda dell’ICI sugli immobili della Chiesa cattolica, con sprazzi di incontrollato anticlericalismo, da un lato, e di azzardata difesa d’ufficio, dall’altro.

Sbagliano entrambi. Il tema va visto nella sua realtà giuridica e di fatto, nel senso che è evidente che una tassazione sugli immobili, se manda esenti i locali nei quali si svolgono attività di carattere sociale deve riguardare anche gli immobili di enti religiosi.

L’esenzione, ai sensi della lett. i) dell’art. 7, D.Lgs. 504/92, prevede due fondamentali requisiti: che si tratti di immobili utilizzati dai soggetti di cui all’art. 87, co. 1, lett. c) del TUIR (enti pubblici e privati, diversi dalle società, residenti nel territorio dello Stato, che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali); che tale utilizzo deve avere caratteri di destinazione esclusiva allo svolgimento delle attività elencate nella norma (assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive). L’esenzione, tuttavia, vale solo per i beni destinati allo svolgimento delle attività istituzionali e rientranti nei settori sopra elencati.

La lett. i) dell’art. 7 della legge sull’I.C.I., inoltre, consente agli enti non commerciali di usufruire dell’esenzione anche in relazione agli immobili non utilizzati direttamente (ad esempio concessi in locazione o comodato) purché siano rispettate due condizioni: che essi siano comunque utilizzati da un ente non commerciale e che siano da questo esclusivamente destinati ad una delle attività indicate dalla norma.

Infatti, va sottolineato che la norma non richiede, ai fini del diritto all’agevolazione, che l’ente non commerciale utilizzatore sia anche proprietario dell’immobile.

Fatte queste precisazioni in punto di diritto, come dicono i giuristi di professione, sarà certamente agevole individuare quali immobili di proprietà della Chiesa o di organizzazioni religiose abbiano i caratteri stabiliti dalla legge e che consentono ad altri enti di godere dell’esenzione. Può darsi che occorra una ristrutturazione degli enti per delineare meglio le loro attribuzioni, ma è certo che il “problema” è facilmente risolvibile nel rispetto della legge e della par condicio di tutti gli enti che svolgono le attività che la legge ha ritenuto meritevoli dell’agevolazione.

Vanno, dunque, in soffitta tutte le elaborazioni polemiche che si leggono da qualche tempo sui giornali, come le ipotesi di soluzione “negoziata” di cui tanto spesso si parla in margine ad incontri istituzionali che vedano presenti uomini di governo dello Stato italiano e della Conferenza Episcopale Italiana. Come nel caso del ricevimento organizzato a Palazzo Borromeo, sede dell’Ambasciata Italiana presso la Santa Sede, in occasione della ricorrenza della firma del Concordato Stato-Santa Sede (c.d. Patti Lateranensi) del 1929, rivisto nel 1984.

Un incontro che ha scatenato la fantasia della stampa di sinistra che ha accreditato di un Cardinale Bagnasco che “furioso” per l’andamento delle “trattative”, avrebbe commentato a pochi intimi: "Se lo Stato italiano vuole che ci chiudiamo in sacrestia, abbandonando opere di bene e assistenza verso i più bisognosi, noi ci chiudiamo in sacrestia".

Non è nello stile dell’alto prelato.

Caterina Perniconi de “Il Fatto quotidiano" c onferma che a Palazzo Borromeo non si è parlato di Ici sui beni immobili alla Chiesa, in ciò in linea con quanto affermato Francesco Maria Greco, Ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede.

Non se ne è parlato perché evidentemente va fatta una attenta ricognizione degli immobili e delle diverse situazioni nelle quali operano gli enti. Ma intanto va precisato che in materia si sono sentite cifre di fantasia, molto distanti da quelle stimate dall'Anci in 600 milioni di euro.

Se ne parlerà in Parlamento con il concorso degli opposti “schieramenti”, tra quanti cercano solo una precisazione normativa che elimini ogni ambiguità, e quanti saranno ancora presi da livido impegno antireligioso.

La soluzione andrà trovata in una norma interpretativa che eviti un contenzioso sul pregresso e chiarisca il metodo di calcolo della superficie no profit e della superficie commerciale quando uno stesso immobile ha più destinazioni. Probabilmente la strada è quella di intestare le attività ad enti diversi.

Probabilmente sarà anche necessario che gli enti che usufruiscono dell’agevolazione rendano pubblici i loro bilanci.

Senza polemiche.

18 febbraio 2012

 

Monti a Strasburgo

Un recupero di dignità nazionale

di Senator

           Non c’è dubbio che il discorso del Presidente del Consiglio Mario Monti, ieri, al Parlamento europeo, abbia inorgoglito molti italiani. Il tratto del Premier, sicuro e garbato, la puntualità delle citazioni, la fermezza nel rivendicare la bontà delle iniziative assunte dal Governo per risanare i conti pubblici ed avviare la ripresa dell’economia nel giorno in cui l’ISTAT ha certificato il dato della riduzione del PIL, cioè l’ingresso nell’area della recessione, hanno offerto l’immagine di un uomo di stato che sa il fatto suo e non si fa condizionare dai partiti che pure lo sostengono, sia pure con alcuni distiguo, soprattutto il Popolo della Libertà, il grande difensore delle corporazioni che ingessano il Paese ed impediscono di ottenere risultati di crescita, ormai da troppi anni.

Gli applausi seguiti al discorso, che non ha risparmiato critiche severe allo spirito con il quale alcuni stati, in primo luogo la Germania, interpretano il ruolo di stato membro di una comunità che ha abbandonato dal 1992 l’aggettivo “economica” per diventare Unione, nella prospettiva di quella svolta “politica” che gli statisti che prepararono, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, i Trattati di Roma avevano esattamente intravisto. Da Adenauer a Churchil a De Gasperi a Schuman.

Opportuna precisazione, quella di Monti, perché o l’Europa assume la connotazione di una unione politica, con una sua presenza sul piano internazionale, sia politica che economica, oppure fa la fine di quelle aree di libero scambio dal fiato corto che ansimano nella storia dell’umanità senza prospettive di lungo termine.

Una scossa, dunque, quella di Monti per tutti sulla quale torneremo nei prossimi giorni.

16 febbraio 2012

 

Il No di Monti alle Olimpiadi

Roma paga la pessima immagine della sua classe dirigente e imprenditoriale

di Senator

            Lo schiaffo a Roma Capitale, con aggiunta del plauso della Lega, è duro da mandare giù. Ma è inutile recriminare. Ne va preso atto con un profondo e sincero esame di coscienza che non può non portare alla conclusione che la decisione del Governo, giustificata dalla difficile situazione finanziaria e soprattutto dall’incertezza sui conti, sconta la modesta immagine della classe politica romana e la pessima fama dei suoi imprenditori. Quei “palazzinari” che si sono ingrassati all’ombra del potere con grave danno per la Città.

Nodi antichi che oggi vengono al pettine, scanditi dai ritardi nei lavori pubblici, dalla loro pessima esecuzione, un quadro sintomatico della mancanza di professionalità e di controlli.

Dopo le Olimpiadi del 1960, che hanno lasciato un’immagine visibile di un valore aggiunto per la Città, basti pensare ai sottovia lungotevere e di Corso d’Italia i lavori programmati ed eseguiti per i Mondiali di Calcio sono, nella maggior parte dei casi, un insulto a Roma, alla sua storia, ai suoi cittadini. Lo Stadio Olimpico realizzato a dispetto della tutela della Collina di Monte Mario (dal 1953!), un mostro che ancora oggi deturpa la vista di un’area storica di grande valore paesaggistico, poi i lavori ferroviari, le stazioni dove non entra il treno e via dicendo, dimostrano incapacità di gestire progettazione, direzione dei lavori e collaudi.

Non che in altre realtà sia stato fatto di meglio, come ci racconta di giorno in giorno “Striscia la Notizia”. Per restare ai Mondiali di calcio sappiamo che molti stadi sono aperti in deroga alle norme sulla sicurezza, che a Genova il Sottopasso di Caricamento aveva un’altezza inferiore al previsto. E poi il Mose a Venezia, una macchina mangiasoldi della cui utilità ancora si dubita da parte di molti. E via discorrendo. Il settore delle opere pubbliche è una piaga che dimostra incapacità di progettare e di controllare da parte delle pubbliche amministrazioni. La “Salerno Reggio Calabria” è l’immagine viva di questa realtà che ci fa perdere la faccia di fronte al mondo, una situazione possibile solo perché in un modo o nell’altro impediamo il concorso di imprese straniere negli appalti di opere pubbliche.

Per Roma sarebbe tuttavia ingiusto attribuire ad Alemanno il concorso in questa brutta immagine della classe politica della Città. È Sindaco da poco e non ha potuto scrollarsi di dosso i condizionamenti dei partiti e delle lobby vicine ai “palazzinari de noantri”, il peggio dell’imprenditoria, privi di tecnologia, quella che avrebbe consentito di realizzare rapidamente linee di metropolitana interrate e di superficie. Forse non tutti sanno, ad esempio, che è possibile lavorare nel sottosuolo a decine di metri di profondità, anche a 50, con macchinari adeguati che consentono di scavare velocemente, anche sotto i fiumi, là dove non si trovano certo quei reperti archeologici che sono l’incubo dei nostri imprenditori. La tecnologia costa, richiede, accanto a macchine, uomini addestrati, che gli imprenditori nostrani non possiedono. Modesti operatori delle costruzioni che, anche quando espongono grossi bilanci ed opere pubbliche, in realtà a livello europeo sono piccole realtà. Grandi in Italia, minuscole in Europa.

Se non si esce da questa situazione, se le amministrazioni italiane non recuperano capacità di programmazione e progettazione e, soprattutto, di controllo nella realizzazione delle opere, continueremo ad avere infrastrutture inadeguate, costose, in tempi biblici.

Per uscire da questa situazione occorre che la classe politica si convinca che la sua immagine pubblica, quella che porta consensi elettorali, è fatta di risultati e non di progetti sbandierati e di opera a volte pluriinaugurate secondo la politica del taglio del nastro.

Oggi Sul Corriere della Sera Sergio Rizzo (La contabilità delle ambizioni) ha scritto che “Il partito dei Giochi avrebbe dovuto ricordare che da troppi anni sbagliamo, e per difetto, ogni preventivo. Di soldi e di tempi. Non per colpa dei ragionieri, ma di una macchina impazzita che macina ricorsi al Tar, arbitrati, revisioni prezzi, varianti in corso d'opera, veti di chicchessia: dalle Regioni alle circoscrizioni. Un impasto mostruoso di burocrazia, interessi politici e lobbistici che spesso alimenta la corruzione e ci fa pagare un chilometro di strada il triplo che nel resto d'Europa. E in due decenni non è cambiato proprio nulla. Anzi. Per rifare gli stadi di Italia 90 abbiamo speso l'equivalente di un miliardo e 160 milioni di euro attuali, l'84% più di quanto era previsto? Nel 2009 ci siamo superati, arrivando ai mondiali di nuoto senza le piscine. In compenso, però, con una bella dose di inchieste giudiziarie.

Questo è un Paese nel quale da dieci anni si monta e poi si smonta, quindi si rimonta, per poi smontarla di nuovo, la giostra del Ponte sullo Stretto di Messina: incuranti di penali monstre che nel frattempo lo Stato si è impegnato a pagare. Dove i costi della metropolitana C di Roma esplodono in modo così fragoroso che non è possibile immaginare quando e se la vedremo finita. E uno sguardo andrebbe rivolto anche all'Expo 2015 di Milano, per cui la Corte dei conti ha eccepito che “la complessità, l'onerosità e la ridondanza delle strutture” decisionali rischia di causare “difficoltà e disfunzioni sul piano operativo”.

Che dire? È inevitabile. Mi rifiuto. Dobbiamo mandare a casa questa classe politica fatta di incompetenti e di molti furfanti. Gente che ha dilapidato i bilanci dello Stato e degli enti pubblici ed adesso pretende di salvare l’Italia vendendo i gioielli di famiglia, quelli che nei secoli sono stati realizzati con il sudore di milioni di italiani. Mandiamo a casa questi mestatori i quali dovrebbero essere interdetti dai pubblici uffici. L’Italia non li vuole più.

15 febbraio 2012
 

Le primarie di Genova

Un segnale solo per il Partito Democratico?

di Senator

Oggi i giornali sono impegnati a decrittare la vicenda di Genova dove il Prof. Marco Doria, battitore libero, sia pure sponsorizzato da Vendola, ha vinto le primarie battendo il Sindaco uscente, Vincenzi, e la senatrice Pinotti, data per vincitrice fino alla vigilia. Un nome che è parte essenziale della storia della città, una cattedra universitaria, Doria è il Pisapia genovese, come il Sindaco di Milano appartenente ad una importante famiglia che un curriculum professionale di tutto rispetto.

Come interpretare il “fenomeno Doria”? Certamente vi sono più motivi per questa risposta, ma uno certamente non va trascurato quello che fa emergere a sinistra, anzi diremmo all’estrema sinistra, personalità delle professioni, appartenenti all’alta borghesia, caratterizzate da forte indipendenza rispetto all’apparato di partito con una accentuata sensibilità nei confronti delle esigenze dei più disagiati. Candidature che rischiano di erodere consensi a destra, ad una destra in cerca di identità, che si è spacciata come liberale, ma di liberale ha fatto praticamente niente. Non ha liberalizzato, non ha abbassato le tasse, come pure aveva promesso fin dal primo apparire sulla scena nel 1994, non fa riformato la pubblica amministrazione. In sostanza non ha governato se, avendo gestito il potere governativo per il tempo più lungo negli ultimi 18 anni ci ha lasciato con un debito pubblico astronomico, aggravato da 120 miliardi annui di evasione fiscale (dato Agenzia delle entrate) ed oltre 60 miliardi di corruzione (dato Corte dei conti).

Ha sbagliato il centro a fare il proprio mestiere, ha sbagliato il centrosinistra che nei già ricordati 18 anni ha comunque gestito il potere e, all’opposizione, non ha saputo svolgere un ruolo essenziale nelle democrazie, pungolare chi governa e prepararsi a succedergli.

Ed è così che le preoccupazioni di Bersani, dopo le primarie che hanno lanciato la candidatura di Doria a Sindaco di Genova, devono costituire essere un campanello d’allarme per Angelino Alfano, volonteroso segretario di un PdL in trasformazione. Probabilmente anche alla ricerca di un nuovo nome er di una nuova formula.

È improbabile che a destra si facciano le primarie come abbiamo imparato a vederle nel Partito Democratico, ma è certo che il popolo moderato, tradizionalmente liberal-democratico, di ispirazione cattolica non potrà stare a guardare dopo le delusioni dell’era Berlusconi conclusasi con una stagione di lacrime e sangue, repentinamente seguita a quella dell’ottimismo a tutti i costi, quando avevano cercato di convincerci che stavamo meglio degli altri, che s’intravedeva l’uscita dalla crisi, anche perché il Presidente del Consiglio, il migliore degli ultimi 150 anni, era anche quello che conservava il più alto indice di gradimento.

In assenza di primarie, a destra possono determinarsi aggregazioni nuove, capaci di sparigliare le carte e di ricostruire un tessuto politico credibile. È il tentativo che sta conducendo l’UDC, erede di una Democrazia Cristiana che ha ancora un credito.

L’impegno di Casini in questo senso è evidente e il suo moderatismo genera senz’altro attenzione e fiducia.

Tutto è in movimento. In quest’anno che ci separa dalle elezioni può accadere di tutto, ma è certo che nulla sarà come prima, perché vorrebbe significare la fine della Grecia. Sarà Monti il leader del centrodestra o di una grande coalizione. O Passera? È certo che per i partiti come li abbiamo conosciuti sono tempi magri, a parte le fondazioni e i “rimborsi” elettorali. Non sono più credibili. Non hanno futuro.
14 febbraio 2012

 

EURO e DOLLARO: MORS TUA VITA MEA ?
di Europeo

 

"La democrazia funziona quando a decidere sono in due e uno e’ malato"

(Winston Churchill)

 

Nella sua intervista al Time del 19 gennaio 2012 il presidente Obama  ha affermato: "I think we’ve been able to establish is a clear belief among other nations that the United States continues to be the one indispensable nation in tackling major international problems" (1).

Se Winston Churchill ha ragione, allora per Obama si può  affermare che tutti gli altri non esistono, salvo un altro solo, che però è malato.

 Si può supporre che  fingano di non esserci “ancora “? Si può supporre che uno solo non stia in buona salute  di fatto o per calcolo politico?

Ma allora potrebbero decidere di esistere, quell’uno solo potrebbe guarire e potrebbero tutti scoprire che l’unico malato per davvero è  chi si crede unico medico “the one indispensable nation".

Cinque giorni dopo il presidente Obama ha tenuto il discorso sulla stato dell’Unione: di fatto ha lanciato la sua candidatura per il secondo mandato ed ha tracciato il sentiero della sua campagna elettorale.

Ha detto testualmente:  “Il più grosso colpo alla fiducia nella nostra economia l’anno scorso non è arrivato da eventi al di fuori del nostro controllo. È arrivato dal dibattito a Washington sulla domanda se gli Stati Uniti dovessero pagare il loro debito o no. Nessuna riforma può esser fatta se non abbassiamo la temperatura in questa città. Abbiamo bisogno di mettere fine all’idea che i due partiti debbono rimanere bloccati in una perpetua campagna di reciproca distruzione. Bisogna fare squadra come i Navy Seal quando hanno attaccato ed ucciso Bin Laden.

 Qualcuno di loro era democratico, qualcuno repubblicano. Non aveva importanza perché tutti lavoravano ad una causa comune. Io sono un democratico. Ma credo in ciò in cui credeva il repubblicano Abraham Lincoln”.

 Ora si può fare a meno di esercitarsi nel prevedere l’esito delle prossime elezioni presidenziali negli Usa.

Comunque vada, il debito è lì e la tentazione più forte   per l’eletto di turno  e per gli interessi che lo manderanno alla casa bianca sarà quella di far  pagare il debito statunitense agli altri e di far pagare agli altri pure il nuovo debito derivante dall’esercizio di continuare ad essere “l'unica nazione indispensabile per affrontare grandi problemi internazionali”!

Tentazione a cui gli Usa hanno ben volentieri  ceduto negli ultimi  70 anni.

Soltanto che dopo 70 anni ora c’è chi può decidere di esistere sulla scena mondiale: ed anche l’ammalato europeo può  decidere  di affidarsi ad un altro medico al minimo o, il che sarebbe meglio, decidere di guarire.

La democrazia  perciò  potrebbe non funzionare più alla “ Churchill “. E del resto è ora.

A pensarci bene proprio il Regno Unito, che  ha vinto la guerra,  ha pagato in proprio il prezzo maggiore al principio churchilliano: si è dovuto  ammalare per far funzionare la democrazia dell’altro “unico” capitalista atlantico!

Se si parte da una diagnosi sbagliata, si rischia di  arrivare dritto dritto ad una terapia disastrosa.

Per esempio potremmo applicare il concetto espresso da Obama al sistema (?) monetario internazionale e  dedurne che  “il dollaro continua ad essere l’unica moneta indispensabile per affrontare i maggiori problemi - monetari e quindi economici e finanziari – internazionali”.

Così, dopo aver fatto ammalare la sterlina inglese – in omaggio alla tesi di Churchill - e lo yen giapponese – qui per riprendere alla grande  “Madama Butterfly” siamo al quasi suicidio - potrebbe venire la voglia di “far fuori” l’euro.

Così  si può risolvere con un solo colpo  il problema del debito statunitense facendo sparire un concorrente  e facendo ben capire alla Cina, all’India, al Sud America, alla Russia, alla Turchia, all’Africa, insomma a tutti gli altri  che c’è un unico posto in cui si deve investire e bruciare risparmi: la fornace dei dollari Usa.

Il leader mangia prima dei gregari; se ne resta mangeranno poi ….

Ironia del capitalismo: predica bene “don’t put all eggs in one basket” e razzola male “vuole tutte le uova foderate di dollari statunitensi”.

Perciò una  diagnosi siffatta per risolvere il problema del debito passato e futuro statunitense potrebbe essere sbagliata.

Clemenceau aveva un tale risentimento verso la Germania che non  si fermò con la sconfitta di quest'ultima nel novembre 1918.

Alla Conferenza di Parigi del 1919 pretese che la Germania venisse messa in ginocchio sia politicamente che economicamente, con la imposizione di forti compensazioni di guerra e l'occupazione militare del Reno. Aveva ottenuto tutto quello che voleva.

Sconfitto nella corsa alla Presidenza della Repubblica nel 1920, si ritirò dalla vita politica. Scrisse due libri di memorie: ne “La Grandezza e la Miseria della Vittoria “predisse che ci sarebbe stato un altro scontro con la Germania”!

In fondo ora il problema è sempre lo stesso: la Germania.

Hamilton ha avuto un grande maestro –Jean Baptiste Colbert – e due grandi allievi: la Meiji leadership giapponese  a partire dal 1860  e la Germania di Federico List e di Bismarck.

A differenza del Giappone, la Germania dopo la seconda guerra mondiale sta cercando un’altra strada - l’Unione Europea – forse data la sua natura non insulare a differenza del Giappone fatto di isole. E potrebbe essere la strada vincente.

Il problema non è che l’allievo può superare il maestro, ma è che questo successo se si consolida porta il mondo in una direzione nuova.

Se si cerca di distruggere l’esperimento ancora non consolidato si può commettere l’errore di Clemenceau.

Questa volta però non si pone a rischio il futuro della Germania e dell’Europa - che già di per sè basterebbe a scatenare un nuovo putiferio mondiale – ma si pone a rischio la prospettiva su cui vanno incamminandosi Cina, India, Sud America, Africa, Paesi arabi.

La direzione potrebbe essere quella  di ricomporre la politica ad un livello geopolitico misurabile col potere del capitalismo.

Il potere di realizzare le cose e’ stato globalizzato dal capitalismo.

La capacità politica di decidere le cose che devono essere fatte è rimasto nazionalizzato. 

Nel suo ultimo bel libro sui paradossi della globalizzazione, l'economista  Dani Rodrik descrive il "trilemma" dell'economia mondiale: democrazia, sovranità nazionale e globalizzazione economica sono obiettivi che possono essere perseguiti solo a coppie.

1)            Se si vuole perseguire la globalizzazione economica e mantenere la sovranità nazionale bisogna rinunciare ad elementi sostanziali di democrazia.

2)            Se si vuole salvare la globalizzazione e garantire allo stesso tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna rinunciare alla centralità della nazione in favore di autorità democratiche globali.

3)            Se invece si intende salvare lo Stato nazione e la democrazia politica, allora bisognerebbe avere la forza di rinunciare alla globalizzazione.

Ma i buoi sono scappati già. Se la globalizzazione serve a dare un migliore destino all’80% della popolazione mondiale si devono accettare i rischi che comporta: quindi fuori l’opzione 3.

La globalizzazione è figlia del capitalismo. E da ciò nascono due grandi rischi.

Primo rischio. Il capitalismo non è eterno ed è già in crisi. E quello che  è più in crisi è il capitalismo liberale: Usa, Europa.

Ora il nemico più implacabile del capitalismo è il capitalismo:  non s’è ancora visto uno scontro mondiale tra sistemi socialisti e abbiamo dovuto subirne due tra sistemi capitalistici.

 In questa fase storica lo scontro sembra tra i due capitalismi liberali, tra le due sponde dell’Atlantico con gli altri capitalismi sociali che guardano- pour cause  - con più attenzione all’esperimento europeo e con più diffidenza altrove.

Ma l’agonia del capitale  potrebbe venire dallo scontro tra capitalismo liberale indebolito dalle lotte intestine  e capitalismo sociale in crescita - Cina , Russia – avente o meno per obiettivo la supremazia su Africa, Sud America, India, Paesi arabi.

 Secondo rischio. Il capitalismo è sempre più capitalismo di stato: quello liberale per via della crisi e quello sociale per via del sostrato politico su cui si è sviluppato.

 La mano visibile degli interessi, delle corporazioni, delle lobbies riesce sempre meglio  a far pagare allo stato tutti i fallimenti del mercato: si può dire che, con buon pace della mano invisibile, gli spiriti “animali” del capitalismo liberale sanno d’istinto dove andare  a chiedere: lo stato.

 Quanto ai newcomers del capitalismo sociale non fanno altro che applicare la lezione statunitense o tedesca delle origini: se proprio bisogna competere sul mercato globale quale migliore tycoon nel board dello stato?

 Un aggravamento della situazione – l’arresto della globalizzazione ad esempio – potrebbe portare alla trasformazione genetica del capitalismo: il socialismo di stato trionfante ovunque in forti mercati nazionali con rischi elevatissimi di conflitto per l’accaparramento di risorse primarie: acqua, terre, energia, minerali.

 La riduzione della probabilità di questa ultima disastrosa deriva sta nella scomparsa dello stato- nazione e quindi nell’eliminazione dell’opzione 3.

Ci resta un solo esperimento che appare meno rischioso:  per  salvare la globalizzazione e garantire allo stesso tempo la possibilità di scelte democratiche, bisogna rinunciare alla centralità della nazione in favore di autorità democratiche globali.

 E questo esperimento appare il più idoneo a rispondere ad altre sfide; in particolare la sfida  che la tecnologia e la scienza pongono  alla democrazia e la sfida ambientale di fronte cui sono impotenti  governi nazionali e capitalismo.

 E l’euro in questo scenario?

L’euro potrebbe essere la  prima guerra di indipendenza italiana;  la prima costituzione statunitense;  solo qualcosa di più dello zollverein tedesco.

Non è certamente  l’unità risorgimentale dell’Italia, la federazione degli Stati Uniti d’America, la piena  unità nazionale tedesca del 1871.

Ma da grande sarà molto di più di esse. Può consentire un nuovo ruolo agli Stati Uniti d’America ed indicare un nuovo modo di fare politica internazionale alle altre grandi aree del mondo.

L’euro è gli “ Stati Uniti d’Europa “ in fasce.

Bhagwan Shree Rajneesh ha scritto che ”anche una fiamma appena accesa basta a disperdere un’oscurità antichissima“.

Un’oscurità come quella di dire: “the one indispensable nation”.

Perciò la fiamma appena accesa dell’euro deve essere alimentata e non spenta.

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(1)          Io  penso che noi siamo stati in grado di stabilire una chiara convinzione tra le altre nazioni che gli Stati Uniti continuano ad essere l'unica nazione indispensabile per affrontare grandi problemi internazionali.
14 febbraio 2012

 

Il traffico a Roma a quattro giorni dalla neve

Cronache da inefficientopoli

di Marco Aurelio

 Eredi di un grande impero, che aveva fatto dell’efficienza la ragione del suo successo, gli odierni amministratori della Capitale si perdono in un bicchier d’acqua o, meglio, in una spruzzatina di neve.

Se ne potrebbero raccontare tante.

Oggi ci fermiamo sulla situazione del traffico, il grande trascurato dell’attuale giunta, della zona Monte Mario – Belsito – Balduina che è collegata a Prati Delle Vittorie, tra l’altro dalla cosiddetta “panoramica”, Viale Falcone e Borzellino, che dalla Trionfale porta a Piazzale Clodio.

Ebbene, quel viale è chiuso dal giorno della nevicata. Certo le sue curve sono pericolose per il ghiaccio, ma se a qualcuno venisse in mente di intervenire per eliminare quel po’ di neve rimasta ai bordi ed il ghiaccio che si forma la notte si potrebbe ripristinare l’uso del viale favorendo il deflusso delle auto dalla zona alta, che riceve il traffico da Monte Mario e Torrevecchia Trionfale.

Invece questa mattina era intasatissimo viale delle Medaglie d’Oro, in pratica la strada che raccoglie il 90 per cento del traffico da Roma Nord. Mentre scendevo mi chiedevo come mai nessuno avesse pensato di mettere dei vigili ai due semafori dopo la Balduina verso piazzale degli Eroi per accelerare il moto delle auto in fila. Sbagliato! Perché, all’incrocio con via Marziale, due vigili (vigilesse) c’erano, ma non per fluidificare il traffico ma per presidiare la corsia preferenziale. Giustissimo il rispetto della legge, ma l’esigenza prioritaria in quel momento era, in un orario di punta (8-8,30), quella di facilitare il deflusso delle automobili, anche per contenere l’inevitabile inquinamento.

È questo il caso in cui quattro vigili intelligenti, monitorando di minuto in minuto il flusso dei mezzi, avrebbero potuto rendere più flessibile una situazione irrigidita dai semafori.

Niente da fare, siamo amministrati da incapaci. Anche le cose più ovvie, come rendere percorribile viale Falcone e Borzellino che porta da Monte Mario un ingente numero di auto (forse all’Assessorato alla mobilità pensano che Monte Mario sia come il Gran Sasso!) o accelerare il traffico su Viale delle Medaglie d’Oro diventa un problema, irrisolto,anche quando risolvibilissimo.
8 febbraio 2012

 

I giovani e un modello di sviluppo inadeguato

Bamboccioni, sfigati, mammoni, siete il futuro d’Italia!

di Salvatore Sfrecola

        Bamboccioni, sfigati, mammoni e chissà quanti altri aggettivi inventeranno ancora i nostri “tecnici” al governo che sul punto stanno deludendo, mischiando valutazioni esatte con analisi insufficienti, quando non sbagliate.

Intanto sembrano confondere “posto fisso” con “posto sicuro” e la mobilità con il precariato, creando malcontento e, in qualche misura, pregiudicando le iniziative che vorrebbero assumere per restituire flessibilità al mercato del lavoro.

Anche perché poi, inevitabilmente, si scopre che chi se ne esce con certe improvvide affermazioni sui giovani ha i figli, e forse anche i nipoti, ben “sistemati” in modo stabile e vicino casa.

Ora non è dubbio che il lavoro sia una condizione essenziale per l’uomo, con influenza determinante sulla vita personale e familiare e sul suo inserimento nel contesto sociale, tutti momenti dell’esistenza umana che hanno un’importanza fondamentale e che concorrono a formare la personalità, il suo equilibrio psichico la sua capacità di convivere con altri nell’ambiente.

Lavoro significa, infatti, soddisfazione personale in relazione alla gratificazione professionale (qualunque sia il livello delle prestazioni rese), possibilità di disporre di un reddito capace di assicurare una vita dignitosa, di migliorare anche sul piano lavorativo, di farsi una famiglia e di contribuire in questo modo allo sviluppo della società. Con l’ovvia conseguenza negativa che la mancanza di lavoro determina frustrazione, risorse insufficienti, incentivo alla ribellione sociale.

Naturalmente la soddisfazione di queste esigenze non è affatto semplice, trova delle limitazioni in relazione alla situazione economica del Paese, ma non è dubbio che una generalizzata mancanza di lavoro determina una crisi sociale pericolosa per la democrazia.

La storia è piena di esempi di situazioni siffatte. Senza andare lontano possiamo ricordare la crisi economica del primo dopoguerra, dovuta in primo luogo alla riconversione dell’industria bellica, alla difficoltà di una ripresa in tempi brevi ed alla conseguente ribellione sociale di vaste categorie di lavoratori, intellettuali ed operai, che avevano perso il lavoro, magari per aver partecipato alla guerra. Italia e Germania hanno vissuto il dramma di quegli anni nei quali la classe politica dei due paesi non è stata in condizione di assicurare la ripresa con le conseguenze che tutti noi conosciamo, il Fascismo e il Nazismo.

È un problema, quello del lavoro, che il governo deve affrontare. Non per assicurare un posto fisso, ma un lavoro, che può anche essere a tempo, caratterizzato da mobilità, ma deve assicurare condizioni economiche a tutti, ad evitare la ribellione dei diseredati, una situazione che in termini economici e sociali costa molto di più.

Poi vanno pensate misure idonee a dare certezza alle persone che desiderano formarsi una famiglia e comprare una casa. Lo abbiamo detto più volte e viene ripetuto giornalmente sui giornali e nelle trasmissioni radiotelevisive. Chi ha un lavoro a termine non riesce ad ottenere un mutuo per compare casa. Qui possono intervenire lo Stato o le Regioni con una garanzia sulla restituzione del mutuo. Darebbe certezza alle banche e consentirebbe al lavoratore a tempo di investire e contribuire in tal modo allo sviluppo dell’economia.

È evidente, infatti, che il lavoro, anche con una modesta remunerazione, è un incentivo a migliorare, consente una presenza sul mercato interno che sviluppa i consumi e, a monte, la produzione, una condizione per nuovi posti di lavoro. Inoltre la ripresa dei consumi porta nuove risorse nelle casse dello Stato attraverso le relative imposte sugli scambi, l’IVA.

A questo punto è evidente che lavoro, privatizzazioni, liberalizzazioni ed ogni altra iniziativa della quale si sente parlare dal Presidente del Consiglio e dai suoi ministri “tecnici” non sono altro che tanti tasselli di un disegno complessivo che non è ancora chiaro e che dovrebbe delineare un modello di sviluppo per i prossimi anni. Un modello italiano, con le sue specificità, all’interno di un modello europeo, quando l’Europa cesserà di essere un’espressione geografica, per divenire finalmente quella potenza economica e politica che molti immaginano e che tanti temono.

Quale modello di sviluppo per il nostro Paese? Non uno qualsiasi, ad imitazione di altri paesi europei caratterizzati da altre condizioni, diverse da quelle proprie nostre, che sono storiche, ambientali, con tradizioni forti in alcuni settori della cultura, dell’arte e dell’artigianato, della moda che primeggia nel mondo.

Insomma questo Paese, che non può battere i mercati nella produzione di automobili, tanto per fare un esempio, con l’effetto di trascinare l’economia, ha delle specificità, sulle quali spesso mi soffermo, che non temono concorrenza e non suggeriscono delocalizzazioni. Penso, in primo luogo, al turismo, una risorsa che stentiamo ad implementare, coinvolgendo aree del Paese ancora fuori mercato per assenza di infrastrutture viarie adeguate, di alberghi e ristoranti al livello di flussi di visitatori molto interessanti, dalla Russia ai paesi dell’Est, alla Cina, che si aggiungono ai tradizionali ospiti europei ed americani.

Per sviluppare l’offerta turistica servono alcuni interventi sul territorio e sul sistema museale e delle aree archeologiche, che siano espressione di una moderna concezione della rappresentazione del bene artistico in condizioni di accesso a consistenti nuclei di visitatori. L’Italia, dicevo poc’anzi, non teme confronti. Nessuno, neppure la Grecia, dispone di templi della bellezza di quelli di Paestum o di Agrigento, né aree del fascino del Foro Romano o del Colosseo, che si può ripetere in tante regioni, tutte straordinariamente ricche di opere d’arte di tutti i periodi storici in un contesto ambientale mozzafiato. Non c’è regione italiana che non abbia un’attrattiva straordinaria con i suoi musei, i suoi palazzi storici le sue chiese.

Cosa aspettiamo a puntare sulla nostra ricchezza, a sviluppare l’unico settore che, in tempi rapidi, può assicurare un rilevante numero di posti di lavoro certi e duraturi.

Ma ci vuole serietà. Il ristoratore disonesto, che presenta un conto stratosferico al turista per un pranzo modesto va chiuso per sempre e tutti lo devono sapere, a cominciare dai giornali del paese del turista. Così improbabili alberghi a più stelle vanno cancellati se non offrono servizi degni della categoria che rivendicano.

Ogni tolleranza è un danno enorme che si propaga sul tam tam dei visitatori.

Ugualmente l’offerta turistica qualitativamente adeguata a prezzi contenuti ha un effetto straordinario di diffusione dell’immagine dell’Italia, perché ognuno che viene nel nostro Paese e si trova a suo agio tornando a casa diventa un ambasciatore del made in Italy, perché avrà comprato la ceramica di Deruta o di Gubbio, una seta, una borsetta di Prada o di Gucci, decanterà i vini meravigliosi che punteggiano la geografia di tutte le regioni. E poi ogni altro prodotto italiano gustato ed offerto agli amici di là dai nostri confini. È l’indotto straordinario che, a parole tutti comprendono, ma che di fatto nessuno coltiva in modo adeguato a livello istituzionale.

Ora il nuovo Ministro del turismo, Gnudi, persona di cultura e di esperienza manageriale, si né fatto garante di una crescita. Ma già non se ne parla più. Sono certo che andrà lavorando seriamente ma io vorrei che se ne parlasse ogni giorno e che si mettessero in cantiere soprattutto iniziative nuove, che offrono occupazione.

Ecco, l’Italia ha bisogno di un nuovo modello di sviluppo, che non può essere una visione astratta della nostra economia. Noi abbiamo una fiorente agricoltura, ma la nostra manifattura nel settore della conservazione e della trasformazione dei prodotti ortofrutticoli, a cominciare dalle marmellate che spesso compriamo con denominazione straniera ma fatta con frutta italiana, è ancora insufficiente.

La materia è di competenza regionale. Il Ministro Gnudi metta intorno ad un tavolo i responsabili regionali e li inchiodi ad una responsabile programmazione di una grande scommessa. Mettiamo in campo la nostra storia, fatta di arte e di cultura, “prodotti” che non si possono taroccare e riscopriamo il nostro ruolo nel Mediterraneo, che nasce da una posizione geografica unica e dalla tradizione di Roma, che è il nostro orgoglio ma anche la chiave che apre tante porte perché quella tradizione che si ritrova nelle grandi città dei paesi rivieraschi non sa di colonialismo ma di una civiltà ineguagliata.

Riprendiamoci un po’ di orgoglio e portiamo avanti un dialogo culturale nel quale possiamo vantare molte chance. Impariamo a farne una ricchezza per il Paese.

7 febbraio 2012

 

Un nuovo ruolo per le Forze Armate

Ripensiamo la protezione civile

di Senator

          Gli eventi di questi giorni, il disastro della Costa Concordia, le nevicate che hanno bloccato mezza Italia, fermato i treni, fatto mancare acqua e luce in molte località, alcune delle quali ancora isolate, hanno dimostrato che il nostro Paese non è in condizioni di far fronte ad emergenze ambientali che altrove generano minori problemi.

La polemica tra il Sindaco di Roma, Alemanno, ed il Capo della Protezione civile, Gabrielli, dimostra innanzitutto la difficoltà della politica di farsi trovare pronta, per quanto sia ragionevole attendersi, dinanzi a situazioni previste o prevedibili, sia un’alluvione, una nevicata o una siccità, com’è accaduto alcuni anni indietro, cosa gravissima per un territorio ricco di acque, come l’Italia.

Cominciamo da quest’ultimo caso. Tutti ricorderanno il Po in secca e così gli altri fiumi in un’estate di fuoco, nella quale si parlava di razionamento dell’acqua. Perché? Perché gli acquedotti perdono oltre il 50% della loro portata, perché non si fa manutenzione (costosa e di scarso impatto sull’opinione pubblica), non si fanno più invasi artificiali. Dopo la tragedia del Vajont, senza che nessuno si sia posto il dubbio a suo tempo se fosse giusto fare una diga a monte di alcuni paesi o alcuni paesi a valle di una diga, se non dovesse prevedersi che per un attentato, un terremoto, una guerra, la diga avrebbe potuto versare l’acqua a valle, con valutazione della direzione che l’acqua avrebbe assunto. Perché gli invasi artificiali, un tempo funzionali alle centrali idroelettriche, un modo di produrre elettricità a basso costo e senza inquinamento, avevano anche estrema utilità nelle esteti calde, quando le aziende idroelettriche mettevano l’acqua a disposizione delle attività irrigue.

Così un anno l’acqua è mancata. Ci sono state le solite polemiche, le denunce dei tecnici e dei politici più accorti, poi il silenzio, fino alla prossima siccità.

Una penosa constatazione dell’incapacità di gestire, che significa incapacità di prevedere e prevenire e poi operare.

Lo stesso nella vicenda delle nevicate di questi giorni. Previste, come abbiamo sentito tutti noi che seguiamo i notiziari meteorologici che ci avevano messo in guardia, segnalando date e orari e l’intensità delle precipitazioni. Per quanto è prevedibile, ovviamente, nei limiti di una certa approssimazione, perché non è possibile, come vorrebbe il Sindaco di Roma, che le informazioni meteo fossero precise al millimetro, tanti centimetri e non più né meno. Per cui è assurda la querelle sulle dimensione della nevicata per chi ha cercato di giustificare l’inefficienza dei servizi perché la Protezione Civile avrebbe indicato qualche centimetro meno di neve rispetto a quelli effettivamente caduti.

Non è questo il modo di gestire i pericoli e le emergenze. È necessario che chi ha competenza in materia di protezione civile eserciti le relative funzioni con ragionevole prudenza. Per cui un sindaco che aveva disposto la chiusura delle scuole, immaginando evidentemente del disagio per la popolazione, avrebbe dovuto mettere in campo mezzi e uomini ed i materiali occorrenti (alludo al sale) per affrontare l’emergenza neve così come si sarebbe manifestata. Con un po’ di sopravalutazione piuttosto che con una sottovalutazione evidente nei fatti, con noncuranza, ma non è necessaria una nevicata per accorgersene, del traffico cittadino, un aspetto essenziale in una grande città, tra l’altro capitale dello Stato.

Siamo stati sulla bocca di tutti nel mondo e sulle prime pagine dei giornali perché una capitale non può andare in tilt per pochi centimetri di neve, anche fossero 10, 20 o 30, al punto da chiudere gli uffici pubblici, compresi quelli giudiziari, tanto che la seduta inaugurale dell’anno giudiziario della Corte dei conti di Roma, che doveva svolgersi oggi alla presenza del Capo dello Stato, non c’è stata.

È stata la neve, ma ugualmente poteva essere un nubifragio, a bloccare le strade urbane ed exaurbane allagate per mancata manutenzione degli scarichi, anche in prossimità del fiume, dove si formano aree allagate vicino ai ponti, come a ponte Mazzini, a Roma, tanto per fare un esempio, che si sarebbe potuto evitare chiamando qualcuno a fare un condotto dalla sede stradale al fiume.

E che dire dei treni e delle autostrade, fermi per ore nelle stazioni o in mezzo alla campagna o bloccate per molte ore, per cui ho potuto sentire in televisione un camionista che aveva attraversato l’Ungheria, con temperature mediamente di 15-20 sottozero, dire che lì le autostrade erano percorribili senza l’insidia della neve e del ghiaccio.

I treni sono stati bloccati perché gli scambi si gelano. Un problema irrisolvibile all’inizio del Terzo Millennio? Quando esistono modi di riscaldare gli scambi con strumentazione neppure particolarmente costosa.

Ma si sa. Contiamo sempre sulla fortuna che non sempre ci assiste, ovviamente.

Qualcuno ha evocato Bertolaso, quasi se ci fosse stato lui le cose sarebbero andate meglio.

Intanto Bertolaso, laddove la sua attività ha raggiunto effetti positivi nelle varie emergenze che si sono susseguite nel Paese (ogni anno c’è un terremoto almeno con un po’ di danni, un’alluvione e qualche nevicata di particolare consistenza), ha operato con altissimi costi, tra l’altro utilizzando in primo luogo strutture dello Stato, in particolare militari, e degli enti locali.

Per completare l’analisi va anche detto che ci sono stati cambiamenti dopo il tentativo di trasformare la Protezione Civile, che tra l’altro era divenuta strumento di intervento per ogni evenienza, compresi i “grandi eventi”, in una società per azioni sottratta ad ogni controllo.

Ne è risultata una Protezione Civile depotenziata, messa in difficoltà quanto ai tempi di intervento dal necessario preventivo concerto con il Ministero dell’economia, oltre che da un controllo preventivo della Corte dei conti sulle ordinanze di protezione civile che non è certo funzionale alla gestione dell’urgenza.

Occorrerà, dunque, riconsiderare l’organizzazione del sistema Protezione Civile perché persegua gli obiettivi previsti nel migliore dei modi ai costi più contenuti.

Come riorganizzare la Protezione Civile? Me lo sono chiesto più volte seguendo le vicende delle tante crisi dovute a terremoti ed alluvioni nelle quali i responsabili hanno utilizzato di tutto, miliari, imprese civili, volontari, per scavare, assistere, alloggiare, alimentare le persone, per creare infrastrutture provvisorie, per ripristinare quelle inagibili. E mi sono fatto l’idea che la Protezione civile, sotto la supervisione di un funzionario con funzioni di coordinamento e direzione, debba essere costituita essenzialmente dalle Forze Armate le quali dispongono, in via permanente, dei mezzi e degli uomini per intervenire. Dal genio militare che dispone di mezzi per tutte le evenienze, che può costruire ponti, sistemare tendopoli, ripristinare strade dissestate, reti.

Le Forze armate hanno una presenza sul territorio con mezzi che consentono il monitoraggio dei luoghi. Pensiamo agli Alpini, per le montagne, alla Marina per le coste. Pensiamo alla disponibilità di mezzi per l’assistenza, delle ambulanze, degli ospedali militari, delle cucine da campo, dei ponti radio per le comunicazioni.

Perché questo non accade, anche se poi sono le Forze Armate ad intervenire per prime sotto l’egida della Protezione Civile?

Credo che abbiano concorso due fattori negativi. Da un lato una certa diffidenza dei partiti per le Forze Armate, quasi l’impegnarle in via preponderante e permanente determinasse un rischio per la democrazia. Dall’altro lato sono state le stesse Forze Armate, soprattutto negli anni ’90, a respingere l’idea, come se l’intervento dei protezione civile costituisse una deminutio in relazione alla “vocazione” militare, diremmo “combattente” dei militari.

Sbagliano entrambi i fautori delle due opinioni. Intanto le nostre Forze Armate non hanno mai avuto una vocazione golpista e comunque è facile controllare la gestione della struttura. Inoltre credo che l’immagine delle Forze Armate sarebbe estremamente positiva agli occhi della gente, soprattutto dei giovani che vi operano, in un’attività di soccorso alle persone e di difesa del territorio e dell’ambiente. Credo che sarebbe un ruolo esaltante, per nulla meno importante di quello di difesa in armi la Patria. Perché anche il soccorso, l’ambiente, la tutela del territorio sono espressione nobile della difesa della Patria.

È questa la mia proposta, considerato che l’emergenza richiede organizzazione e coordinamento che sono tipiche espressioni del mondo militare, come la disciplina, necessaria quando si lotta contro il tempo.

C’è, poi, il problema dell’approvvigionamento dei mezzi necessari per intervenire. È ovvio che acquisti programmati, monitorati e controllati, come è possibile nelle Forze Armate che dispongono di procedure ben ordinate darebbe garanzie di risparmio della spesa e di economicità della gestione.

Una proposta o, se volete, una provocazione alla ricerca di una migliore organizzazione della quale l’Italia ha estremo e urgente bisogno.

6 febbraio 2012

 

A proposito di una multa per eccesso di velocità. In Inghilterra un ministro si dimette per aver detto il falso

di Senator

          Verrà processato per eccesso di velocità. Intanto il ministro dell'Energia britannico, Chris Huhne, si è dimesso, perché aveva affermato che l’infrazione l’aveva compiuta l’ex moglie.

       “Abbiamo concluso che ci sono prove sufficienti per accusare Huhne e la ex moglie di aver interferito con il corso della giustizia”, ha detto il procuratore Keir Starmer. L'accusa contro Huhne è quella di aver falsamente attribuito nel 2003 all'allora moglie Vicky Pryce una multa per eccesso di velocità. La vicenda è emersa dopo la separazione della coppia.

Nel Regno Unito non è concepibile che un ministro menta anche su una vicenda banale come l’attribuzione di una multa per eccesso di velocità. In Italia a violare il Codice della Strada, con diminuzione dei punti patente, sono, di solito, le mamme ottantenni, arzille vecchiette scoperte a confondere le nostre strade statali con un circuito da Formula 1. Così figli e parenti vari evitano la sanzione della diminuzione dei punti della patente scaricando su mamme e nonne gli effetti dell’infrazione.

Sembra una banalità, una bugia per non apparire automobilisti indisciplinati, e tale la considereranno molti italiani abituati a ben altre bugie di politici, su case e cose.

Il fatto è che l’etica pubblica sembra più materia per saggi dotti o conferenze brillanti che regola di vita in chi ricopre una funzione istituzionale. “Non è superfluo ricordare di questi tempi che l’etica pubblica non può che essere condivisa – scrive Michele Vietti nel suo “La fatica dei giusti” – perché chi parla in nome di altri (si pensi ai poteri rappresentativi elettivi o alle responsabilità dell’alta amministrazione del governo) o chi decide per conto di altri (e qui entra in gioco il sistema della giustizia) deve rendere conto a questi “altri” delle motivazioni delle proprie azioni”.

L’etica pubblica impone, dunque, comportamenti corretti, anche personali, perché la persona che riveste un ruolo istituzionale deve non solo essere ma anche apparire rispettosa delle regole. Il che vuol dire che anche l’immagine conta, che in un Paese di antica democrazia, come l’Inghilterra, nel quale il rispetto del cittadino è fondamentale, un ministro non può dire una bugia all’autorità preposta al rispetto della legge. Come in Germania, dove un Ministro che venti anni prima (!) aveva scopiazzato nello scrivere la tesi di laurea si è dovuto dimettere.

Eppure continuiamo a ricordare della “moglie di Cesare”, di colei che non poteva neppure essere sospettata di un comportamento scorretto.

Dobbiamo ritrovare una moralità pubblica che tenga fuori dalle sedi istituzionali, politiche ed amministrative, coloro i quali vengono meno a regole giuridiche e deontologiche. È la condizione perché la politica venga considerata dalla legge una nobile attività nell’interesse del bene comune e non una cosa sporca, come sono convinti molti italiani, che giustifica ogni nefandezza, dalle scorrettezze politiche alla disinvolta gestione del denaro pubblico.

Riusciremo a recuperare questi valori?

4 febbraio 2012

 

Con Gianni Barbacetto, Giuliano Pisapia,

Bruno Tabacci e Marco Travaglio

A Milano Di Pietro ricorda i 20 anni di “Mani pulite”

di Salvatore Sfrecola

A Milano, il 17 febbraio, alle ore 17, al Teatro Elfo Puccini, Antonio Di Pietro organizza un incontro per ricordare l’inizio di “Mani pulite”, l’inchiesta che è stata un tassello importante della lotta alla corruzione in Italia.

20 anni da Mani Pulite (e rubano ancora), scrive il leader dell’Italia dei valori in una mail inviata a quanti si riferiscono al suo impegno politico.

Il 17 febbraio, alle 17. “Infatti – scrive Di Pietro - quel giorno, a quell’ora, cade il ventesimo anniversario dall’arresto di Mario Chiesa. Di lì a due anni nelle aule giudiziarie di Milano furono chiamati leader ed esponenti dei partiti per parlare di un sistema di potere, fatto di commistioni tra affari e politica, che aveva portato l’Italia sull’orlo della bancarotta. A tanti anni di distanza poco o niente è cambiato. Anzi quel sistema si è ingegnerizzato, affinato e la politica ha tentato di demonizzare la magistratura, ha depenalizzato quei reati, come il falso in bilancio, in modo da poter agire indisturbata”.

“In questi giorni – scrive il leader dell’IdV - , l’operazione rischia di completarsi e il cerchio è pronto a chiudersi con la denigrazione e la delegittimazione di quei giudici che venti anni fa, rispondendo al dettato costituzionale, individuarono la malattia presente nei partiti. Non è certo un caso che oggi i media e i noti soloni della politica si apprestino a ricordare quella data con un inedito, seppur scontato, copione: una rivisitazione strumentale di quelle vicende, al fine di riabilitare e giustificare personaggi e metodi che sono ancora in auge.

Infatti, in questi salotti mediatici per ricordare Mani Pulite, troviamo volti conosciuti alle aule giudiziarie di quel tempo. Coloro che avevano snocciolato cifre e dettagli sulle tangenti, adesso si affrettano a smentire la testimonianza rilasciata ai giudici, scritta e sottoscritta, e parlano di abuso dell’autorità giudiziaria.

Insomma gli imputati di allora si ergono a giudici. Così in una storia tra guardie e ladri le parti si invertono. Unoperazione scientifica, fatta al fine di giustificare l’operato di dirigenti politici, di logge massoniche e di comitati daffari, noti alle cronache di questi anni, di questi giorni, come a quelle dell’epoca. È un modo per mettere tutto nel calderone, per appannare e nascondere la verità.

La morale di quanto sta avvenendo è che oggi, come allora, il Parlamento cerca di fermare l'azione dei magistrati. Quando c'era “Mani pulite”, ci provarono con il decreto Biondi, oggi con la norma “anti-toghe” inserita nella Comunitaria. Si tratta di una legge che è una vera e propria vendetta, un ammonimento nei confronti dei magistrati.

Sembra proprio di tornare al lontano febbraio del '92, quando stavamo scoprendo le malefatte del Palazzo e, dentro le aule di Camera e Senato, tutti si facevano scudo dell'immunità parlamentare, etichettando come semplici mariuoli quelli che erano, in realtà, gli anelli terminali della catena. Anche oggi, mentre i cittadini assistono allibiti alle ruberie della casta, agli illeciti finanziamenti, e i magistrati portano alla luce reati gravissimi, la classe politica, invece di prendere provvedimenti contro coloro che violano la legge, pensa a punire i giudici per autotutelarsi.

La votazione di ieri ha reso evidente l’esistenza di una P2 parlamentare che si è nascosta dietro al voto segreto ed ha messo in atto la propria vendetta. Insomma, mi sembra proprio che nulla sia cambiato in questi vent’anni”.

Fin qui Antonio Di Pietro che al Teatro Puccini sarà con Gianni Barbacetto, Giuliano Pisapia, Bruno Tabacci e Marco Travaglio.

È certo che la corruzione in Italia dilaga, come dimostrano i dati forniti dalla Corte dei conti che ha stimato in 60 miliardi di euro il “costo” ogni anno di questi illeciti che hanno effetti devastanti sul Paese e sulle imprese serie, quelle che non accettano di ricorrere a scorciatoie illecite per ottenere appalti e forniture. Ecco l’effetto ulteriore, l’espunzione dal mercato delle imprese migliori, con effetti negativi sull’esecuzione delle opere, come attestano i costi lievitati oltre ogni ragionevole misura, per non dire della loro realizzazione in tempi superiori (il più delle volte di anni) a quelli preventivati, spesso con gravi difetti, come attestano quasi quotidianamente le denunce di “Striscia la notizia”, il giornale satirico di Canale 5.

Insomma, la corruzione è il grande male di questo Paese che, unito alle dimensioni dell’evasione fiscale, 120 miliardi secondo il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, costituisce un peso insopportabile. Circa 200 miliardi annui che potrebbero eliminare rapidamente il nostro pesante debito pubblico che ci mette in difficoltà in Europa e rende poco appetibili i nostri titoli di Stato.

Senza corruzione ed evasione fiscale questo Paese potrebbe vivere serenamente assicurando servizi efficienti ai cittadini ed abbassare il peso delle imposte. Ne risentirebbero positivamente i consumi e l’occupazione.

C’è molto da fare, dunque. Non c’è solo bisogno di controlli più efficienti e di mettere a disposizione della magistratura strumenti idonei per contrastare l’illecito, ma di procedure trasparenti che non consentano facilmente l’inserimento di interessi criminali.

Ma soprattutto ci vuole un risveglio di valori, il ritorno ad un’etica pubblica che un tempo ha caratterizzato la politica nel nostro Paese, ai tempi in cui governavano Camillo di Cavour e Quintino Sella e, più di recente, Luigi Einaudi ed Alcide De Gasperi.

4 febbraio 2012

 

Traffico in tilt per la neve a Roma

Niente sale (in zucca)

di Viator

     Traffico in gravi difficoltà a Roma per pochi centimetri di neve. Caos sulle strade urbane ed extraurbane, compreso il Grande raccordo anulare. Automobilisti in panne per ore.

    Naturalmente se la sono presa tutti con il Sindaco, come hanno documentato questa mattina i notiziari radiotelevisivi che hanno dato voce alla protesta degli automobilisti intrappolati un po’ ovunque in una città con zone collinari dove tutto diventa più difficile. Ma anche in basso, come nella zona di Saxa Rubra, dov’è il centro di produzione RAI, di cui hanno riferito in diretta gli stessi giornalisti del TG3 che la situazione hanno subito ieri sera e questa mattina. Alcuni sono rimasti in loco.

      Perché prendersela con il Sindaco Alemanno? È preso detto. Come hanno osservato alcuni automobilisti incolonnati in strada, il “pericolo neve” era noto da diversi giorni, tanto è vero che i notiziari radiotelevisivi hanno indicato da giorni il giorno nel quale a Roma avrebbe nevicato. Quali le misure adottate? Non si conoscono. Sembra che solo un quarto dei mezzi pubblici disponga di catene o di gomme da neve. Certo la Città non è abituata alla neve, per cui talune precauzioni, adottate normalmente in località del Nord dove nevica sistematicamente ogni anno, potrebbero sembrare eccessive e dispendiose. Ma il sale? Almeno il sale l’amministrazione comunale poteva procurarselo, organizzando la sua distribuzione sulle strade della città, magari con l’aiuto dell’Esercito e delle altre Forze armate che dispongono di uomini e mezzi.

E non c’è dubbio che il Comune in proposito abbia fallito proprio su un punto fondamentale per chi amministra, la previsione degli eventi e la prevenzione degli effetti negativi. E così i romani e quanti nella Capitale d’Italia operano o si erano recati ieri per lavoro o turismo sono rimasti intrappolati nella “morsa del gelo” per pochi centimetri di neve.

Il fatto è che è mancato il sale, sulle strade e nella zucca degli amministratori, come si usa dire.

4 febbraio 2012

 

Riflessioni sulla responsabilità civile dei magistrati

E se a “sbagliare” è il giudice d’appello?

di Salvatore Sfrecola

C’è un argomento ricorrente nella polemica sulla responsabilità civile dei magistrati, il giudice che si vede riformata la sentenza in appello ha sbagliato, dunque deve pagare per i danni causati alla parte indagata e condannata in primo grado.

L’affermazione – stavo per scrivere “il ragionamento”, poi mi sono accorto che non è così – è semplicistica. Parte dal presupposto che la sentenza di secondo grado accerti una “verità giudiziaria” negata in primo grado per colpa del giudice (ma lo sanno questi nostri “legislatori” che pressoché in tutti gli ordinamenti chi è condannato in primo grado è un “presunto colpevole”, mentre da noi è “presunto innocente” fino a che non intervenga una sentenza che le lungaggini del codice e degli avvocati spesso interviene solo per pronunciare la prescrizione).

Non è quella “la verità”. In primo luogo perché il giudice d’appello può disporre di elementi che il primo giudice ignorava o che gli erano stati prospettati in modo sbagliato o possono esserci fatti nuovi. Un pentito affidabile le cui dichiarazioni sono state attentamente vagliate può cambiare versione, una prova pur correttamente acquisita può essere oggetto, a seguito di una nuova perizia, di una diversa valutazione del giudice di secondo grado.

Tutto questo è fisiologico, tutto questo è accaduto e non vuol dire che il primo giudice abbia “sbagliato”, non dico per dolo ma neppure per colpa grave, cioè per quella negligenza e imperizia inescusabili che incardinano una qualche responsabilità.

Ma, poi, non è accettabile il mito secondo il quale la ragione sta nella pronuncia del giudice di secondo grado perché può accadere, ed è accaduto, che in Cassazione la sentenza d’appello venga annullata con rinvio a nuovo giudice.

Tutto questo per dire che la materia della responsabilità civile del magistrati che, contrariamente a quanto si crede, è attualmente disciplinata dalla legge, è estremamente complessa in quanto attiene all’esercizio della funzione giurisdizionale, certamente la più importante e delicata tra le funzioni dello stato perché attiene alla pacifica convivenza della comunità, sia per quanto riguarda la giustizia penale, quale espressione della funzione punitiva dello stato per evitare la vendetta della vittima o dei suoi familiari – ne cives ad arma veniant si diceva un tempo – sia per quanto concerne la giustizia civile, che deve assicurare certezze in ordine ai rapporti contrattuali come per quanto attiene alla responsabilità extracontrattuale, quella che scatta a seguito della violazione del principio del neminem laedere, la cosiddetta responsabilità aquiliana, dalla lex aquilia che la disciplinava in diritto romano.

Questa essenziale funzione dello stato è esercitata da pubblici funzionari, reclutati sulla base di una severa selezione, in nome dello stato, anzi in nome del popolo italiano, per cui ogni responsabilità per eventuali danni provocati dai “giudici dello stato” ricade sullo stato che risarcisce il privato. Lo stato, poi, si rivarrà sul magistrato ove questi abbia causato il danno (il risarcimento del danneggiato per effetto dell’attività giudiziaria) con condotta inescusabile che l’emendamento approvato ieri alla Camera qualifica in vario modo.

Secondo le nuove disposizioni "chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell'esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale. Costituisce dolo il carattere intenzionale della violazione del diritto".

Sempre secondo quanto prevede la norma, "ai fini della determinazione dei casi in cui sussiste una violazione manifesta del diritto, deve essere valutato se il giudice abbia tenuto conto di tutti gli elementi che caratterizzano la controversia sottoposta al suo sindacato con particolare riferimento al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto. In caso di violazione del diritto dell'Unione europea, si deve tener conto se il giudice abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea, non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 234, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea, nonché se abbia ignorato manifestamente la giurisprudenza della Corte di giustizia dell'Unione europea".

L'emendamento, si sostiene, trarrebbe origine da una sentenza della Corte di giustizia delle comunità europee in cui si è stabilito che c'è contrasto tra il diritto comunitario e una legislazione nazionale che esclude in maniera generale la responsabilità dello stato membro per i danni arrecati ai singoli a seguito di una violazione del diritto comunitario "imputabile a un organo giurisdizionale di ultimo grado per il motivo che la violazione controversa risulta da un'interpretazione delle norme giuridiche o da una valutazione dei fatti e delle prove operate da tale organo giurisdizionale".

La sentenza individua un contrasto anche tra il diritto comunitario e "una legislazione nazionale che limiti la sussistenza di tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave del giudice, ove una tale limitazione conducesse ad escludere la sussistenza della responsabilità dello Stato membro interessato in altri casi in cui sia stata commessa una violazione manifesta del diritto vigente".

L’Associazione Nazionale Magistrati (ANM) ha protestato e minaccia lo sciopero. Ma a ben vedere dovrebbero essere i cittadini a protestare perché la norma introdotta nella legge comunitaria (ma che c’entra la responsabilità dei giudici con quella materia?), immaginata come riferita al processo penale, si applica evidentemente anche al processo civile, con l’effetto che una controversia che vedesse una domanda risarcitoria contro un colosso economico (persona fisica o giuridica) potrebbe mettere in difficoltà il giudice nel timore che, eventualmente danneggiando il potente per aver adottato, ad esempio, una misura cautelare, possa un domani essere chiamato a risarcire una danno che non ha certamente voluto ma che potrebbe essere stato determinato da una scelta del giudice il quale “abbia ignorato la posizione adottata eventualmente da un'istituzione dell'Unione europea” (ma potrebbe averla solamente interpretata in modo diverso) o “non abbia osservato l'obbligo di rinvio pregiudiziale ai sensi dell'articolo 234, terzo paragrafo, del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea”. Anche qui siamo in una materia opinabile, che attiene all’interpretazione propria del giudice. Infatti il “rinvio pregiudiziale” è previsto “quando una questione del genere (di interpretazione n.d.A.) è sollevata in un giudizio pendente davanti a una giurisdizione nazionale avverso le cui decisioni non possa proporsi un ricorso giurisdizionale di diritto interno, [per cui] tale giurisdizione è tenuta a rivolgersi alla Corte dei giustizia”.

Com’è evidente dall’intero emendamento è sempre in discussione la funzione dell’interpretazione del giudice, cioè il suo ruolo fondamentale, com’è ugualmente evidente che la norma attua – nell’intensione o meno dei promotori – una intimidazione dei magistrati i quali, per non avere guai, potrebbero essere indotti a dare ragione al più forte in una controversia di rilevante interesse economico. Infatti tutte le qualificazioni della condotta “colposa” del magistrato sono un fumo negli occhi per nascondere la verità che abbiamo appena detto, perché solo in casi rarissimi e patologici ci sarà un magistrato che decide dolosamente (e va condannato prima di tutto all’interno dell’ordinamento giudiziario), mentre quando si fa riferimento “al grado di chiarezza e di precisione della norma violata, al carattere intenzionale della violazione, alla scusabilità o inescusabilità dell'errore di diritto” si introducono parametri di riferimento ampiamente opinabili.

Insomma, si è fatta tanta confusione per la soddisfazione di giornalisti superficiali e di politici di basso conio che ripetutamente s’ingegnano a minacciare i magistrati per poter fare quello di cui le cronache dei giornali anche oggi sono piene: affari.

E il cittadino comune? Non interessa perché se chi propugna la riforma della Giustizia, che poi, in realtà, riguarda solo l’attività dei magistrati, volesse realmente  soddisfare le esigenze dei cittadini si dovrebbero introdurre riforme dirette ad accelerare la durata dei processi sia civili e penali. I primi perché la certezza del diritto in tempi ragionevoli va assicurata a tutti, i secondi perché, ugualmente, chi è indagato e la parte offesa devono nel minor tempo possibile vedere l’effetto della pronuncia del giudice. Per cui vanno eliminate tutte quelle inutili procedure che il nostro ipergarantismo ha introdotto nei codici dei processi ed in conseguenza delle quali la Corte di cassazione ha un numero di processi che nessuna corte suprema conosce al di qua ed al di là dell’oceano.

3 febbraio 2012

  

 

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