Home
Un Sogno Italiano martedì, 31 maggio 2016 ultimo aggiornamento

Menu principale

Home

Presentazione del Direttore

Il Taccuino del Direttore

Archivio articoli pubblicati

Download

Image Gallery

Scrivi   in Redazione

 

 

 

 

Segnala ad un amico  

 

UnSognoItaliano.it

Il giornale degli italiani liberi

 

 


Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Artisti e letterati ed il loro rapporto con l’identità nazionale*

di Domenico Giglio

 

La nascita ed il consolidamento dell’identità nazionale di un popolo può durare secoli e deve essere favorita da una unità statale o meglio, come è accaduto in Europa e particolarmente in Francia da una monarchia e nonostante ciò non sempre mette radici profonde, per cui dopo secoli possono esserci fenomeni di rigetto, come vediamo oggi in Catalogna, in Scozia e nelle Fiandre. Ora, in Italia, prima della proclamazione del Regno, il 17 marzo 1861, non è possibile trovare una identità nazionale se non in poeti, letterati e scienziati, cominciando da Dante, che, facendo incontrare nel Purgatorio i due mantovani, Virgilio e Sordello, prorompe nell’invettiva sulla “Serva Italia”, e sulle divisioni cittadine “vieni a veder Montecchi e Cappelleti”, e sempre all’Alighieri si deve la descrizione dei confini orientali dell’ Italia, “sì come a Pola, presso del Carnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna”. Poco dopo segue l’altro massimo poeta, il Petrarca che sferza “I Signori d’Italia” ed indirizza una canzone, che è una invocazione all’Italia , “…latin sangue gentile..” e speranza”…che l’antico valore- negli italici cor non è ancor morto…”, e dopo anche l’ Ariosto, nello “Orlando Furioso”, trova modo di incitare gli italiani, “…dormi Italia imbriaca”, fattasi “ancella”. Niccolò Machiavelli, auspica “…che Dio le mandi qualcuno (all’Italia ), che la redima, un capo che provveda la pratica di armi proprie, con la virtù italica…”, per poi giungere a Leopardi, che invoca sì l’ Italia, “O Patria mia, vedo le mura e gli archi…ma la gloria non vedo…” e depreca che italiani abbiano combattuto fuori d’ Italia, riferendosi alle campagne militari napoleoniche, entrando in contrasto con il Foscolo, che proprio nelle truppe del Regno Italico, aveva visto rinascere l’antico spirito combattivo e dato prova di indubbio valore.

Questo filo italico che collega, attraverso cinque secoli di storia e di vita, non si limita a questi grandi poeti e pensatori, ma ne coinvolge numerosi altri, che forse è ingiusto definire minori, provenienti da ogni parte dell’ Italia, che pure denunciano e deprecano le risse, le divisioni, le rivalità interne, che portarono alle invasioni straniere ed al loro successivo governo in tante nostre regioni, auspicando invece l’ indipendenza dallo straniero, l’unificazione della penisola, dedicando all’Italia poesie, canzoni, lettere ed appelli., il tutto come scrive il grande critico Francesco Flora, nella sua “ Storia della letteratura italiana”: “soltanto nella lingua e nella poesia e nelle arti della luce e della pietra…i figliuoli dell’Italia riconobbero…una patria comune”.

Sono nomi, probabilmente oggi dimenticati, e dalla scuola e dalla società, che vanno dal Sassoferrato, “…piangi Italia, giardino del mondo…”, a Pietro Bembo, letterato e Cardinale, a Baldassarre Castiglioni, che descriveva la miseria dell’ Italia, con toni gravi e mesti, al Guicciardini, con la sua “Storia d’Italia”, a Gabriello Chiabrera, forse il maggior poeta del XVII secolo, al Filicaia, “…deh (Italia), fossi tu men bella, o almen più forte…”, ad un Tassoni, che non scrive solo “La secchia rapita”, che è anch’essa una critica, sia pure scherzosa” alle rivalità provinciali, ma anche le “filippiche”, contro gli spagnoli ,denunciando “…veramente quegli (italiani) infelici, che hanno l’animo tanto servile, che godono o almeno non curano d’essere dominati da stranieri, (per cui) non sono degni del nome d’italiani…”, ed è interessante notare che alcuni di questi autori non piemontesi, si rivolgano a Casa Savoia, particolarmente a Carlo Emanuele I, figlio del grande Emanuele Filiberto, come il ferrarese Fulvio Testi che lo definisce “ Carlo, quel generoso invitto core ,da cui spera soccorso Italia oppressa”, e a Vittorio Amedeo II, come Eustachio Manfredi, bolognese, che per la nascita del suo primo figlio scrive “Italia, Italia, il tuo soccorso è nato…” e come Felice Zappi, di Imola, che dedica un’ode “Al serenissimo principe Eugenio” dove è questo bellissimo verso “..dovunque vai Tu, va la vittoria..”.

Questi poeti e pensatori hanno dei valori comuni, compreso quello dell’eredità di Roma, che in molti di essi non è solo rimpianto, ma sprone per risollevare l’Italia dalle divisioni e dalla servitù e così bastarono pochi uomini, di secolo in secolo, a serbare la memoria della libertà e della dignità italiana ed a mantenere viva la fiamma dell’ identità nazionale, che, con il sorgere del XIX secolo, l’ascesa ed il declino dell’astro napoleonico, il sia pur breve Regno Italico, purtroppo limitato all’Italia settentrionale, il tentativo sfortunato di Gioacchino Murat, con il suo “Proclama di Rimini”, acquista luce e calore dando inizio a quello che sarà poi definito Risorgimento. Sia pure limitata quindi ad una ristretta cerchia di intellettuali, ai quali si aggiungono gli scienziati, con i loro congressi nella prima metà dell’Ottocento, tenuti nelle capitali dei vari stati preunitari, tanto che alcuni governi di questi stati, quasi si pentirono di aver dato spazio ai congressi stessi, questa identità si rafforza, anche se vi è un abisso con la maggioranza della popolazione, specie delle campagne, e per il predominante analfabetismo, e per una diffusa identità limitata solo al proprio comune e alla propria provincia, rara se non inesistente invece l’identità regionale, eccetto la Sicilia, ed anche qui con profonde divisioni, eredità di guelfi e ghibellini, e con la differenza tra Nord e Sud d’ Italia, separati ed impediti a conoscersi e comprendersi, dalla illogica e negativa presenza dello stato pontificio che ha diviso per un millennio l’Italia..

La ripresa e l’ espandersi di questa fiamma nazionale, vede nuovamente in prima linea letterati, poeti, pensatori, ed anche pittori e musicisti, ed abbiamo così Vittorio Alfieri, con il “Misogallo” e “Italia, Italia, egli gridava a’ dissueti dissueti orecchi, a i pigri cuori, a gli animi giacenti : Italia, Italia – rispondeano le urne d’ Arquà e Ravenna”, e particolarmente Cesare Balbo, con le sue “Speranze d’Italia”, e Vincenzo Gioberti con il famoso “Primato morale e civile degli italiani” e con il successivo “Rinnovamento civile d’Italia”, che dettero una base storica e dottrinale alla richiesta di riscatto, e poi Luigi Settembrini con la denuncia “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, Giuseppe Mazzini con i “Doveri dell’uomo”, ed Antonio Rosmini, con “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, Silvio Pellico con “Le mie prigioni”, il racconto della sua prigionia allo Spielberg, e poi un Alessandro Manzoni, sia con “I promessi sposi”, sciacquati nell’Arno e con “Marzo 1821”, ricordando l’ Italia “una d’ arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor.” e ancora Ippolito Nievo, garibaldino, mancato a soli trent’anni, con le “Confessioni di un italiano” ed i già ricordati Giacomo Leopardi ed Ugo Foscolo di cui non possiamo dimenticare l’altissima poesia dei “Sepolcri”, dove parlando della Chiesa di Santa Croce, a Firenze :”…beata che in un tempio accolte, - serbi l’itale glorie, uniche forse - da che….l’alterna onnipotenza delle umane sorti – armi e sostanze t’invadeano ed are – e patria e, tranne la memoria, tutto.- Che ove speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all’Italia,-quindi trarrem gli auspici..”. A questi maggiori via via si uniscono tante altre voci, che diventano un vero e proprio coro, e così si raggiungono altri strati della popolazione culturalmente più avanzati e si approfondiscono i motivi autenticamente italiani della riscossa nazionale, e quindi della identità nazionale..

Il milanese Giovanni Berchet (1783- 1851), tra i fondatori de “Il conciliatore”, prende spunto dalla rievocazione del giuramento di Pontida, per incitare alla riscossa, un altro milanese, Giovanni Torti (1774-1851), scrive un inno, dedicato alle cinque giornate del 1848, l’abruzzese Gabriele Rosseti ( 1783-1854), canta “L’amor di Patria”, Angelo Brofferio, (1802-1866), piemontese, ed anche uomo politico, scrive un inno :”Viva il Re, dall’Alpi al mar – il Baiardo di Savoia – Re Vittorio l’ha giurato – che giammai non spergiurò”. Da Napoli, Alessandro Poerio (1802-1848) va a combattere e morire nel 1848, nella difesa di Venezia, e prima aveva scritto “Il Risorgimento” con “O patria, fiorente, possente, d’un solo linguaggio”, mentre il toscano Giuseppe Giusti (1809-1850), risponde al poeta francese Lamartine, con “La terra dei morti”, ed un giovanissimo poeta genovese, Goffredo Mameli ( 1827-1849), caduto nella difesa di Roma contro i francesi, scrive un primo “ Inno di guerra”, con “Viva l’Italia, era in sette spartita, le sue membra divulse”, ed un secondo ben più famoso, anche se vi è qualche dubbio sulla sua paternità, “Fratelli d’Italia”, musicato da Michele Novaro. All’inno di Mameli, si aggiunge un “Inno popolare di guerra” di Giovan Battista Niccolini ,( 1782-1861), toscano, più noto come drammaturgo, con i versi “Giuste leggi e non cieca licenza- libertade ad un tempo e potenza,- non servile ma forte unità”, ed il marchigiano, Luigi Mercantini (1821-1872), con i versi “l’ardente destriero, Vittorio spronò, a dir viva l’Italia, va il Re in Campidoglio” e la “Canzone italiana”, meglio conosciuta come “Inno di Garibaldi”, musicato da Alessio Olivieri, che ha un tono quasi religioso “Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”. Sempre tra i poeti, anche se più noto per altre opere, fra le quali il grande “Dizionario della lingua italiana”, il dalmata, Niccolò Tommaseo (1802-1974), scrive una poesia “All’Italia”, nel 1834, incitando alla rinascita, ed un trentino, Giovanni Prati, (1814 – 1884), fedelissimo alla Casa Sabauda, ricordando i giovani universitari di Curtatone ,scrive “Viva la bella Italia! – orniam di fior la testa ;-o vincitori o martiri ,- bello è per lei cader”: A tale proposito è bene sottolineare che fino al 1849 i canti o gli inni non si rivolgevano solo a Casa Savoia, perché vi erano anche autori di fede mazziniana, ma fin da allora si deve notare una tendenza da parte di questi patrioti non monarchici di voler discriminare coloro che la pensavano diversamente, come nel caso di Prati, che per aver scritto un inno a Carlo Alberto si vide voltare le spalle dai repubblicani che lo additarono con avversione crescente per la sua intimità con la corte sabauda.

Oltre alla poesia una parte non trascurabile, forse anche più diffusa, di incitazioni patriottiche è dovuta ad opere teatrali ed ai romanzi storici, perché, anche se riferentisi ad eventi e personaggi del passato, gli autori, tutti patrioti, trovavano il modo di inserirvi elementi che facessero pensare ad eventi contemporanei o facendone i protagonisti, campioni d’ italianità, e di questo il caso più tipico e conosciuto è “Ettore Fieramosca” del piemontese Massimo Taparelli d’Azeglio, (1798-1866) rievocante la disfida di Barletta, tra cavalieri italiani e francesi, fra i quali si annida il rinnegato Gano che osava dire: “ho in tasca gli italiani, l’Italia e chi le vuol bene; servo chi mi paga, io . Non sapete …che per noi soldati dov’è pane è la patria”. Anche nella “Margherita Pusterla” del lombardo Cesare Cantù (1804-1895) grandeggia il motivo del Risorgimento sotto lo schermo di una storia lontana, e nella “Battaglia di Benevento”, del toscano Francesco Domenico Guerrazzi (1804 -1873), l’inizio del romanzo è un inno all’ Italia, “L’ Italia, che sedeva, regina del mondo”.

E così si giunge, il 17 marzo 1861, a conclusione di quello che un moderno studioso, Domenico Fisichella, ha definito “Il miracolo del Risorgimento”, alla proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, e Cavour, nel suo genio multiforme, vuole onorare anche artisti e letterati, per cui chiede e quasi impone a Giuseppe Verdi, il grande, massimo musicista italiano, il cui nome preceduto da “Viva”, aveva anche significato “Viva V (ittorio) E (manuele) R (e) DI(talia), a presentarsi candidato per il primo parlamento del Regno, e pure fa appello all’altro grande Alessandro Manzoni. Dunque hanno vinto anche i poeti, i letterati ed altri artisti ,ma ora bisogna consolidare l’opera ed anche i pittori prima e poi gli scultori debbono ricordare le vicende del Risorgimento ed i suoi protagonisti, per allargare ulteriormente le conoscenze delle stesse e favorire l’identità nazionale.

Aveva iniziato il veneto Francesco Hayez (1791- 1882) con i suoi grandi quadri storici ed il famoso “Bacio”, poi un suo scolaro Domenico Induno (1815-1878) ed il fratello Gerolamo (1827-1890), con i soggetti militari, di cui ricorderemo “La battaglia di Magenta”, “La battaglia della Cernaia”, “La partenza da Quarto”, “Garibaldi al Volturno”, ( tutte esposte al Museo del Risorgimento di Milano), “Garibaldi in divisa di generale dell’esercito Sardo” ed il “Racconto del garibaldino”. I grandi quadri storici al Palazzo Madama, in Roma, sede del Senato, ed a Siena, nel palazzo comunale ,tra i quali “La consegna dei risultati del plebiscito di Roma a Vittorio Emanuele II”, sono opera del senese Cesare Maccari, (1840-1919) e sempre riguardanti il ciclo di affreschi di Siena, vi sono due lavori di un altro toscano, Amos Cassioli (1832 -1891) uno raffigurante “La battaglia di Palestro”, l’altro “La battaglia di San Martino” ed infine, il grossetano, Pietro Aldi (1852-1888), dipinge “L’armistizio di Vignale”. ”Garibaldi a Digione”, (esposto al Museo del Risorgimento di Milano), è del milanese Sebastiano De Albertis (1828 -1897), garibaldino, che dipinge pure “La carica dei Cavalleggeri di Monferrato a Montebello”, mentre sempre a Siena vi è il famoso “Incontro di Teano”, opera di Carlo Ademollo (1823 – 1911), fiorentino, autore anche della “Battaglia di San Martino (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), nonché della “Breccia di Porta Pia”, mentre Clemente Origo (1855-1921), romano, dipinge la carica della cavalleria alla Bicocca del 1849, e Gustavo Dorè (1832 – 1883) al quale dobbiamo le meravigliose tavole della “Divina Commedia”, disegna gli episodi principali dell’impresa garibaldina del 1860, e Carlo Alberto a Novara è ricordato da Gaetano Previati (1852 -1920), ferrarese, che dipinge anche il popolano milanese, Amatore Sciesa, condotto, nel 1851, alla fucilazione dagli austriaci, mentre pronuncia la celebre frase “tiremm innanz”. Vengono poi i “macchiaiuoli” toscani e fra questi Telemaco Signorini (1835 -1901), con il quadro degli “Zuavi francesi ed artiglieri italiani” (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), ed il loro maggiore esponente, Giovanni Fattori (1825-1909), che ai paesaggi maremmani seppe unire la rappresentazione dei nostri soldati in due momenti particolari, uno felice “Il campo di battaglia italiano dopo (la vittoriosa battaglia di) Magenta”, l’altro relativo alla sfortunata “Battaglia di Custoza” (esposti entrambi alla Galleria d’arte moderna di Firenze). Tutti dipinti che se al momento furono visti da una ristretta cerchia di persone, sarebbero successivamente divenuti le illustrazioni di libri di scuola e di storia e quindi conosciute da una più vasta platea, che così riviveva tanti principali episodi del Risorgimento, ed a questi pittori, dobbiamo doverosamente aggiungere Achille Beltrame, che sul settimanale “La Domenica del Corriere”, in edicola dall’8 gennaio 1899, disegnava delle bellissime tavole a colori, sui principali avvenimenti della settimana accaduti in Italia e nel Mondo, compresi quelli riguardanti i nostri Reali, che, data la tiratura del giornale che già dopo pochi anni aveva raggiunto le 600.000 copie, per superare poi il milione, arrivava in tante famiglie, anche di modeste condizioni economiche.

Dal punto di vista non solo artistico, ma della identità nazionale, fu senza dubbio la scultura, divenuta civile e patriottica, maggiormente atta a serbare le memorie, con le statue ed i monumenti, particolarmente di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi, e di altri artefici del Risorgimento, a coinvolgere anche la massa della popolazione, essendo per lo più situate nelle piazze principali di quasi tutte le città e nei Municipi. Pensiamo al ticinese, Vincenzo Vela (1820 – 1891), ai torinesi Carlo Marocchetti (1805 – 1867), con la statua equestre di Emanuele Filiberto nella piazza San Carlo, e Davide Calandra ( 1856 – 1915 ), con altra statua equestre di Amedeo di Savoia, ed il marchigiano, Ercole Rosa (1846-1898), a cui si deve il monumento equestre di Vittorio Emanuele II a Milano, nella piazza del Duomo, e sempre dedicati al Re, sono i monumenti a Venezia di Ettore Ferrari, e a Palermo di Benedetto Civitelli, mentre ad Enrico Chiaradia (1851- 1901), friulano, spetta la grande statua equestre del grande Re, nel “Vittoriano”, mirabile sintesi di architettura e scultura. Infatti questa opera monumentale, progettata dall’architetto bresciano Giuseppe Sacconi (1854- 1905), vincitore di un concorso nazionale indetto per erigere a Roma un monumento celebrativo della raggiunta Unità e del primo Re d’Italia, inaugurata dal nipote, il Re Vittorio Emanuele III, nel 1911, in occasione del cinquantenario del Regno, presenti i Sindaci di tutta Italia, nonché i rappresentanti di tutti i Reggimenti del Regio Esercito, che riempivano l’intera Piazza Venezia, rappresenta il maggiore contributo che l’architettura abbia dato all’affermazione dell’identità nazionale, per cui è anche chiamato “Altare della Patria”. Ritornando alla scultura ricordiamo che al senese Giovanni Duprè (1817 – 1882) si deve uno dei pochi monumenti del conte di Cavour, ed ai fiorentini, Cesare Zocchi, (1851 -1922) ed Emilio Gallori (1846 -1924), si devono rispettivamente, il grande monumento a Dante, inaugurato nel 1896, nella ancora asburgica Trento, a riaffermare l’italianità del trentino, e la statua equestre di Garibaldi sul Gianicolo, entrambe opere di notevolissimo valore artistico, sia scultoreo che architettonico, per terminare con il bresciano Angelo Zanelli ,(1879 -193.), vincitore del concorso per il grande fregio decorativo dell’Altare della Patria, e per la statua della Dea Roma, che sovrasta il sacello del Milite Ignoto.

Il ruolo dei letterati, dei poeti e degli scrittori non cessa, ma anzi si fa più costante e metodico per rafforzare i valori dell’unità ed indipendenza raggiunti, ed il campione di questa azione è il toscano Giosuè Carducci (1835- 1907), che con le sue poesie riguardanti storia e glorie passate, eventi, regioni, personaggi, avvicina tra loro le genti italiche, ne rafforza la coscienza nazionale, come pure con i suoi superbi discorsi celebrativi e commemorativi, tra i quali quello pronunciato il 7 gennaio 1897 a Reggio Emilia, per il centenario del tricolore, dove celebra il natale della Patria, ed esalta “la bella, la pura, la santa bandiera dei tre colori”, quasi come un sacerdote della religione della patria, che il suo erede, nella cattedra universitaria, il romagnolo Giovanni Pascoli (1855- 1912), avrebbe continuato ad officiare nei suoi discorsi, in occasione del cinquantenario della proclamazione del Regno, parlando all’Università di Bologna il 9 gennaio 1911, che chiamò “anno santo” della Patria e, poi il successivo 9 novembre all’Accademia Navale di Livorno ed infine il 26 dello stesso mese, a Barga, “La grande proletaria si è mossa.”, in occasione della guerra di Libia. Carducci con “Piemonte”, celebra la regione e lo stato sabaudo che dette inizio alla prima guerra d’indipendenza, e Carlo Alberto, “Re per tant’anni bestemmiato e pianto, che via passasti con la spada in pugno…”, con “Cadore”, celebra i montanari che si opposero agli austriaci, ed il loro comandante, “anima eroica, Pietro Calvi”, con il “Canto dell’amore” ricorda i perugini che si batterono per la libertà, e non ultima, anzi cronologicamente prima, con la canzone “Alla Croce di Savoia”, che è una mirabile sintesi risorgimentale della Toscana e di Firenze, con il Piemonte e la casa Savoia, di cui ricorda la storia italiana, con la rievocazione dei grandi italiani dei secoli bui, canzone che non esaurisce il suo valore storico e poetico, nella strofa più conosciuta “Dio ti salvi, o cara insegna, nostro amore e nostra gioia! Bianca Croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re”. Carducci capiva infatti che l’identità nazionale aveva bisogno di un punto di riferimento che non fosse solo un uomo, sia pure in molti casi necessario, se non indispensabile, come Garibaldi, al quale pure dedicò discorsi e poesie, ma una dinastia, un istituto che continua nel tempo, quale la Monarchia, artefice dell’unità, di cui scrisse “la Monarchia fu ed è un gran fatto storico e rimane per molta gente una idealità realizzata..” concludendo che “il capo della famiglia di Savoia, rappresenta l’Italia e lo Stato”, ed è così che si spiegano le sue liriche “Alla Regina d’Italia”, del 20 novembre 1878, “quali a noi secoli-si mite e bella ti tramandarono..” e la successiva “Il liuto e la lira”, entrambe dedicate alla prima Regina d’Italia, Margherita, “..figlia e regina del sacro- rinnovato popolo italiano.”, nelle quali parla dell’eterno femminino regale, e che Margherita lo incarnasse, rafforzando l’identità nazionale, lo conferma dopo oltre un secolo, uno storico contemporaneo, Giuseppe Galasso, che l’ha definita in un suo scritto: “Icona dell’Italia unita.”

E come Carducci a Bologna, dall’Università di Napoli, contribuiva alla creazione di questa coscienza unitaria, l’irpino Francesco De Santis (1817- 1883), patriota, carcerato dal governo borbonico ed uomo politico e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo del Regno d’Italia, con Cavour, ed anche in successivi governi, con la sua “Storia della letteratura Italiana”, da lui inserita nella storia della nostra civiltà, così che dall’unità politica veniva a poco a poco nascendo una identità di cultura, opera sulla quale, successivamente, hanno studiato tante generazioni di studenti, e poi professori.

Su di un piano diverso, ma non meno importante, è la figura del ligure Edmondo De Amicis (1846 – 1908), militare, combattente nel 1866, viaggiatore, giornalista, scrittore, particolarmente con una sua opera “Cuore”, stampata per la prima volta nel 1886, la cui immediata fortuna e diffusione, protrattasi nel tempo, ha favorevolmente influito sulla coscienza nazionale, superando pregiudizi regionalistici e classisti, sia con il suo testo base, ambientato in una scuola elementare, vedi l’arrivo dell’allievo calabrese e la morte del “muratorino”, ma soprattutto e volutamente con i “racconti mensili”, dove De Amicis, sa trovare il modo di esaltare il comportamento di giovani di ogni parte dell’ Italia, dal “Piccolo patriota padovano”, alla “Piccola vedetta lombarda”, al “Piccolo scrivano fiorentino”, al “Tamburino sardo”, al “Sangue romagnolo”, a “L’infermiere di Tata”, al “Valore civile”, al giovane viaggiatore “dagli Appennini alle Ande”, ed infine al “Naufragio” . Ed effettivamente la scuola dette pure un importantissimo contributo all’identità nazionale con i suoi maestri e maestre, come la maestra descritta da Guareschi e così pure l’esercito, sia con l’istruzione civile, militare ed anche tecnica, nonché agricola, sia con le prime campagne nell’Africa Orientale, sia pure sfortunate e tragiche, dai cinquecento morti di Dogali, con il colonnello De Cristofori, e poi Macallè con Galliano, l’Amba Alagi con Toselli ed infine Adua, con ben due generali caduti sul campo ,Giuseppe Arimondi e Vittorio Dabormida, dove, ovunque risaltò il valore dei soldati italiani, quasi tutti contadini delle regioni italiane, per cui, Giovanni Pascoli, ad esempio, dedicò una sua poesia, inserita nella raccolta “Odi ed Inni”, “Alle Batterie Siciliane”, comandate dal capitano Masotto, medaglia d’oro al valor militare, per l’eroico comportamento tenuto ad Adua, dove aveva difeso con i suoi soldati siciliani, i cannoni fino alla morte.

Perciò nel 1911 poteva dirsi abbastanza diffuso il concetto d’identità nazionale, collegato alla diminuzione sensibile dell’analfabetismo ed al generale progresso economico e sociale, e sia le grandi celebrazioni del cinquantenario, sia la contemporanea conquista della Libia ne furono autorevoli testimonianze, anche se le nuove generazioni di letterati operanti nelle numerose riviste sorte nel primo decennio del novecento erano abbastanza critiche nei confronti dell’Italia, chiamata “Italietta”, per la quale auspicavano più alti destini e la stessa monarchia, così “borghese”, con il nuovo Re, non sembrava loro abbastanza autorevole e rappresentativa . Se leggiamo ad esempio Trilussa (Carlo Alberto Salustri – 1871-1950), nelle sue poesie romanesche più volte, in forma indiretta, critica la “democraticità” di un ipotetico Re, molto simile a Vittorio Emanuele. Letterati che poi si, però, si riscattarono nel maggio del 1915, partecipando alla guerra, che avevano chiesto, pagando un doloroso e sanguinoso prezzo! Ben diverso invece l’atteggiamento costruttivo, nei loro scritti, dei grandi storici da Benedetto Croce (1866-1952), a Gioacchino Volpe (1876-1971), entrambi abruzzesi, a Pietro Silva (1887-1954), parmense, ed a Niccolò Rodolico (1873 -1969), di Trapani, sui cui testi hanno studiato generazioni di studenti liceali, fin quasi agli anni ’50 del secolo scorso, nel valutare positivamente l’esperienza unitaria, specie se commisurata ai punti di partenza in tutti i settori. Un discorso a parte va dedicato a Gabriele d’Annunzio (1863- 1938), perché se aveva salutato l’avvento al trono di Vittorio Emanuele III, “…miri Tu lontano ?...Giovine, che assunto dalla morte –fosti Re nel mare”, negli anni successivi, anche lui era tra i meno entusiasti del governo dell’Italia, quella “…Italia, Italia – sacra alla nuova Aurora – con l’aratro e la prora!”, per cui si riavvicinò solo con la guerra di Libia, per la quale scrisse le “Canzoni delle gesta d’oltremare”, pubblicate integralmente, a tutta pagina, dal “Corriere della Sera”, salvo una dove aveva chiamato Francesco Giuseppe,”…l’angelicato impiccatore, l’angelo dalla forca sempiterna”, per poi essere tra i maggiori fautori del nostro intervento in guerra nel 1915 e dedicare al Re, un altra poesia, dove lo vede in panni bigi, vicino ai suoi soldati. A fronte di questa opera per l’identità nazionale, rifacentesi al Risorgimento, ai suoi artefici, tipica la riunione in stampe e dipinti di Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, vi era una costante propaganda repubblicana, spesso con toni abbastanza abbastanza volgari e virulenti, tipico il giornale “L’Asino”, di Podrecca, sia proveniente dai repubblicani storici, che ritenevano la monarchia traditrice degli ideali risorgimentali in tema di irredentismo, arrivando a dire nel 1915 “O guerra o repubblica!”, sia dai socialisti, che erano per principio contro spese e campagne militari, che ritenevano dovute alla monarchia, di cui non vedevano o non volevano vedere l’azione di elevazione e pacificazione sociale ed il grande esempio di senso del dovere del Re e della sobrietà di vita e di costume dato della famiglia reale, concentrando questa loro opposizione proprio sulla Casa Savoia. “I Savoia” detto con tono di disprezzo, oppure “maledetti Savoia”, dinastia di cui ignoravano la storia e che, invece, con suoi esponenti, come il Conte di Torino, che aveva respinto sul terreno le ingiurie di un principe francese nei confronti dei soldati italiani che avevano combattuto ad Adua, ed il Duca degli Abruzzi, scalatore delle più importanti vette dall’America, all’Africa ed all’Asia, imprese che in tutto il mondo erano state seguite con interesse ed ammirazione, non ultima quella di raggiungere il Polo Nord, che non fu raggiunto, ma per l’epoca fu la spedizione che vi era giunta più vicino, avevano innalzato il nome ed il prestigio dell’Italia e degli italiani, specie quelli che erano emigrati all’estero, tranne i gruppi anarchici a cui era dovuta la progettazione e l’esecuzione dell’ assassinio del Re Umberto.

E questo senso dell’ identità nazionale, diffuso, ma ancora parziale, ci consentì di affrontare la guerra, e di condurla per quasi quarantadue mesi, dal 24 maggio del 1915 al 4 novembre 1918, e durante questi lunghi mesi, crebbe, sia pure ad un carissimo prezzo, sì che alla sua conclusione vittoriosa, potevasi dire che la guerra stessa, “Fu lo strumento, grazie al quale si rafforzò l’identità nazionale, la diretta conoscenza del RE, che moltissimi soldati avevano conosciuto, fino ad allora, solo sulle monete e sui francobolli, e si sviluppò il senso di una comune appartenenza allo Stato unitario, costruito attraverso tanti sacrifici e tante lotte”, come ha scritto Francesco Perfetti, in quanto fu la prima grande, difficile ed anche dolorosa esperienza collettiva di tutti gli italiani, e di questa identità fu, due anni dopo, testimonianza la moltitudine degli italiani che si assiepò lungo tutti i binari ad attendere ed onorare il passaggio del treno che da Aquileia trasportava a Roma, dove era ad attenderla il Re, la salma del Milite Ignoto, per essere deposta all’Altare della Patria, all’ombra della statua del grande Re, Vittorio Emanuele II, simbolo, ancor oggi, della nostra identità nazionale.

31   aggio 2016

*Relazione tenuta il 28 maggio al Convegno di studi promosso dall'Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Tombe Reali del Pantheon

 

 

 

 

Verso il referendum sulla riforma costituzionale

Il SI delle bugie

di Salvatore Sfrecola

 

Ancora un premier che racconta balle. Berlusconi si diceva il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni dall’unità d’Italia, ignorando che avevano ricoperto quella carica Cavour, Giolitti e De Gasperi, per fare solo qualche nome, Renzi ne dice una al giorno sulla “riforma” costituzionale, raccontando di risparmi ed “efficientamento” della produzione legislativa. Aggiungendo che, se prevalessero i NO si tornerebbe agli inciuci che, a suo dire, sarebbero esclusi dall’Italicum, la legge elettorale che prevede un premio al partito che raggiunge il 40% dell’elettorato, tetto fissato secondo l’illusione ottica provocata dall’esito delle elezioni europee. E sempre ricordando a noi stessi, come dicono gli avvocati, che il 40% dei voti espressi è intorno al 20% del corpo elettorale. Bisognerebbe ricordarlo ai reduci del comunismo degli anni ’54 ed ai loro emuli del Partito Democratico che definirono “truffa” la legge elettorale che dava un premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 50% più 1 dei voti, cioè a chi aveva già la maggioranza assoluta.

Nella campagna referendaria che Renzi ha iniziato forse troppo presto, con ampio dispiegamento di giornali, televisioni e giuristi vari, che qualche giorno fa erano 100, poi sono diventati 184, in previsione (di Renzi) che arriveranno a 1000, in origine costituzionalisti, poi definiti, più prudentemente, giuristi, non meglio aggettivati, il premier esibisce il documento per il SI, un testo sbiadito sottoscritto per evidente dovere di appartenenza, senza entusiasmo.

Di bugia in bugia Renzi ne dice alcune di immediata percezione. Non è necessario essere dei costituzionalisti per capirlo. Basta un po’ di buon senso.

La prima bugia è quella secondo la quale la riforma costituzionale, modificando le competenze del Senato e riducendo il numero dei senatori, determinerà un risparmio. In effetti i senatori passano da 315 a 100, e va benissimo (è lo stesso numero dei senatori degli Stati Uniti d’America, un paese con oltre 281 milioni di abitanti, uno ogni 2 milioni e 800 cittadini) ma i deputati rimangono 630, un numero certamente eccessivo. Non averne prevista la riduzione dimostra l’intento di non incidere realmente sui numeri della casta, cioè sulle aspettative dei politici, quelli che hanno come unico mestiere e come unica lauta fonte di reddito la politica.

Ancora in tema di risparmio mi chiedo se qualcuno può ragionevolmente credere che i senatori, consiglieri regionali e sindaci verranno a Roma a proprie spese. Impensabile, ovviamente. Si dovrà pagare loro trasporto vitto e alloggio (in albergo a 4 stelle immagino!). Avranno ben diritto ad una segreteria che li assista degli impegni dell’attività legislativa e comunque nelle incombenze in aula e nelle commissioni. Nel frattempo nelle regioni e nelle città i consiglieri regionali ed i sindaci, divenuti senatori, non lavoreranno nell’esercizio delle loro funzioni non essendo previsto per loro il requisito dell’ubiquità.

C’è poi un’altra considerazione da fare. Solamente Renzi può pensare che le istituzioni dello Stato debbano essere valutate per quanto costano e non per quanto rendono in relazione alle attribuzioni sono proprie.

Tuttavia quello del risparmio, cioè del presunto risparmio, è un argomento che fa presa sulla gente che da sempre odia la casta, considerata luogo di privilegi che si riversano non solo sui politici ma su famiglie e clientes. È evidente che il taglio dei costi poteva essere perseguito più e meglio con scelte diverse.

Proseguiamo con le bugie. La presenza di due Camere che svolgono le stesse funzioni, quella condizione che chiamiamo di bicameralismo perfetto o paritario o piùcheperfetto, per dirla con Pitruzzella, secondo la vulgata renziana rallenterebbe i tempi della produzione legislativa. Lo si dice perché molte volte è stato necessaria la cosiddetta “navetta” (quando un provvedimento va avanti e indietro tra le Camere) ma si trascura di considerare che questo è avvenuto solamente quando sul testo non era stato raggiunto l’accordo nell’ambito della maggioranza. In presenza di accordi, le leggi sono state approvate rapidamente, anche nel giro di pochi giorni. E comunque si trascura di considerare che molti errori nella normativa in fieri sono stati corretti immediatamente dall’altra Camera. Senza andare molto lontano di recente, in televisione, il relatore al Senato sulla riforma della scuola a chi gli faceva osservare che vi erano degli errori di formulazione di alcune norme, ha risposto tranquillamente “li correggiamo alla Camera”.

Non è vero in ogni caso che il bicameralismo sia stato eliminato. La maggioranza non ha ritenuto di forzare la mano nella direzione del monocameralismo, da sempre caro alla sinistra comunista ignoto agli ordinamenti democratici. E così ha creato un sistema normativo complesso nel quale si intrecciano varie forme di legislazione con attribuzione al Senato delle materie delle autonomie e delle disposizioni di attuazione della normativa europea, sempre più pervasiva. Inoltre il Senato potrà chiedere di esaminare una legge di competenza della Camera che peraltro deciderà in ultima istanza. Un autentico pasticcio..

In questa prospettiva appare assurdo che i senatori non siano eletti dal popolo ma reclutati in relazione alla titolarità di un diverso mandato politico, con lesione del principio “della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale”, come osservato nel documento del Comitato per il NO. Che mette in risalto come “l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie (è) smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto Stato-Regioni che solo in piccola parte realizza quegli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione che pure erano necessari, determinando, senza valorizzare per nulla il principio di responsabilità, per contro fortissimi rischi di inefficiente e costoso neo-centralismo”. Evidente, del resto, nel trasferimento di poteri già delle regioni allo Stato centrale.

Per non dire del pasticcio della soppressione delle province, l’autentica realtà storica, ambientale, culturale ed economica dei territori. Semmai si dovevano abolire le regioni, enti inutili e costosi, che gestiscono, come sappiamo, quasi esclusivamente i fondi del Servizio Sanitario Nazionale, sostanzialmente vincolati. Che senso ha avere un ente che decide solo sul 5-10% dei propri bilanci?

Preoccupa soprattutto il cambiamento surrettizio della forma di governo che si avvia a costituire una sorta di “Premierato assoluto” fondato su una legge l’Italicum che, con il premio di maggioranza di cui si è visto, consentirà al partito egemone di decidere in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali, dal Presidente della Repubblica ai giudici costituzionali, ai componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nello spazio funzionale alla testata che pubblica queste riflessioni non c’è spazio per specifici approfondimenti che riserviamo a singoli contributi. Ma non può non rilevarsi che questo voluto da Renzi è stato il peggior modo di riscrivere la carta di tutti, attraverso molteplici forzature di prassi e regolamentari che hanno determinato nelle Aule di Camera e Senato spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale. Un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale che ha “osato”, diranno gli storici del diritto, cambiare nientemeno che la Carta fondamentale dello Stato, un Parlamento che in quasi tre anni ha visto ben 244 membri (130 deputati e 114 senatori) cambiare Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza (in linguaggio politico si chiama inciucio), utilizzando gli strumenti parlamentari acceleratori più estremi, delineando un vero e proprio sopruso nei confronti delle garanzie e delle prerogative riconosciute in un ordinamento democratico alle minoranze.

Ed è grave che la Costituzione del 48, che certamente necessitava di essere riformata, venga alterata nella parte migliore della nostra tradizione costituzionale. Ne sono consapevoli anche i fautori del SI i quali scrivono che “il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie”, come se si trattasse di una legge ordinaria che è possibile modificare ed integrare con un semplice codicillo. Basti questo per segnalare la gravità di quello che si propone agli italiani dicendo fra l’altro, con straordinaria ipocrisia, che potranno approfondire il testo e così decidere come votare . Una presa in giro. Chi è in condizioni di approfondire un testo complesso e pasticciato come questo per poi decidere? Anche sotto questo profilo è innegabilmente leso il diritto politico degli italiani.

25 maggio 2016

 

 

Non è così in Italia

In Svezia “trasparenza totale” per battere la corruzione

di Salvatore Sfrecola

 

“Trasparenza totale” è la ricetta adottata nel Regno di Svezia per battere la corruzione. Lo ha riferito Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), che, intervenendo ad un Convegno sui “Valori morali ed etica pubblica: presupposti per il perseguimento del bene pubblico in una società solidale” organizzato dal Gruppo di Presenza Cattolica della Corte dei conti, in un dialogo con il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, ha richiamato quanto gli aveva detto di recente il ministro della funzione pubblica di quello stato lassù, in cima all’Europa, in testa ai paesi più virtuosi secondo Transparency International, l’Istituto che rileva la percezione della corruzione, una realtà molto lontana da quella che relega l’Italia in coda alla medesima statistica.

Chissà che effetto avrà fatto quella regola svedese risuonata nell’Aula delle Sezioni Riunite della Corte dei conti, laddove i magistrati contabili ripetutamente denunciano l’opacità delle pubbliche amministrazioni, vizio antico del potere arrogante, ostile ad assoggettarsi al controllo di legalità. Anche in tema di accesso agli atti sempre riguardato dal destinatario della relativa istanza come un atto di lesa maestà, cui si aderisce spesso con fastidio, cercando di ritardare il più possibile la consegna degli atti, perché intuitivamente destinati all’esercizio della tutela giurisdizionale in presenza di un provvedimento ritenuto lesivo di diritti.

Anche da noi, infatti, la legge n. 190 del 2012 prevede la trasparenza amministrativa quale strumento di prevenzione della corruzione, come attesta sui siti delle amministrazioni e degli enti la pagina “amministrazione trasparente” dove spesso si rilevano significative omissioni.

“Trasparenza vo cercando”, si potrebbe dire a leggere oggi Il Fatto Quotidiano che si sofferma, in uno scritto di Thomas Mackinson, sul testo dell’ultimo decreto sulla trasparenza, firmato Madia, nel quale l’attento giornalista rileva un neo non di poco conto, che esenta dalla pubblicazione gli atti relativi agli incarichi conferiti dalle pubbliche amministrazioni a titolo gratuito, “ivi inclusi quelli conferiti discrezionalmente dall’organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione”. Letta superficialmente, come il potere vorrebbe che facessero gli italiani, la norma sembra neutrale, quasi logica. Il consulente scelto “discrezionalmente”, cioè senza riferimento a requisiti di professionalità (titolo di studio, esperienze pregresse), non è pagato a carico del bilancio dello Stato, quindi perché preoccuparsi del suo curriculum professionale e personale? Sennonché altro è l’interesse pubblico. In primo luogo il consulente che assiste e consiglia il politico di fatto si inserisce in procedimenti amministrativi diretti all’adozione di scelte dell’Amministrazione per cui ha un ruolo è rilevante in ragione del quale, in assenza della pubblicazione dei dati personali, potrebbe non rilevarsi una sua situazione di incompatibilità o di conflitto di interessi per attività pregresse o coesistenti. Inoltre è poco credibile che un professionista si impegni in un lavoro senza retribuzione. È evidente che, proprio in ragione della sua collaborazione gratuita con un “organo di indirizzo politico”, sarà compensato, come insegna l’esperienza di chi conosce la storia delle pubbliche amministrazioni, con “altra utilità” (un’espressione che significativamente il legislatore identifica all’art. 318, c.p. quale compenso per la corruzione) con altri incarichi per i quali la consulenza “gratuita” farà premio su possibili concorrenti in un continuum politica-amministrazione che è la negazione stessa della trasparenza. In quanto, come scrive Il Fatto Quotidiano la nuova normativa “fa calare un velo proprio sugli incarichi che, in assenza di un compenso in denaro, meglio si prestano a contropartite poco chiare”.

Del resto la storia del potere in Italia espone un catalogo ricchissimo di utilità conseguite all’ombra del potere. Ma anche di comportamenti virtuosi. Ancora una volta ricordo in proposito la lettera di Quintino Sella, in procinto di diventare Ministro delle finanze del Governo Rattazzi, il quale scrive al nonno per segnalargli che dal giorno del suo giuramento “le imprese di famiglia dovranno ritirarsi dagli appalti pubblici”. Altri tempi, altro stile!

21 maggio 2016

 

 

 

In un appello a Mattarella la denuncia di Zagrebelsky

Indebite pressioni del Governo per il SI al referendum

di Salvatore Sfrecola

 

L’appello, autorevolissimo, è diretto al Capo dello Stato. Lo fa Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale, uno dei massimi costituzionalisti italiani, da sempre orientato a sinistra. Il quale, in occasione della presentazione a Torino, al Salone del Libro, del volume di Salvatore Settis, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, si rivolge, “con rispetto” al Presidente Mattarella affinché dica “al presidente del Consiglio che chi governa non può legare la sua sorte all’esito del referendum costituzionale”. Così attuando una forma di pressione indebita che fa comprendere quale sia il modo di intendere la democrazia da parte di Matteo Renzi.

Le ragioni dell’appello al Presidente della Repubblica sono fondatissime e muovono dalla considerazione che il referendum è “del popolo” e non “del governo”, così come del Parlamento e non del governo doveva essere la riforma costituzionale, ancorché a promuoverla fosse il partito del premier. Ed è facile tornare all’esperienza della Assemblea Costituente quando il dibattito in aula vedeva il banco del governo sistematicamente vuoto, convinti com’erano i padri costituenti e l’esecutivo che la costituzione fosse un atto proprio dell’assemblea. È accaduto il contrario con il governo Renzi, nel corso delle letture, che l’articolo 138 della Costituzione impone ad ogni modifica della Carta fondamentale, che il Premier ed il ministro delle riforme Maria Elena Boschi siano stati attori in prima linea della riforma costituzionale. Così facendo intendere che ad essa legavano le sorti del governo e della maggioranza che, sulla base del combinato disposto, come si usa dire, della riforma e della nuova legge elettorale, l’Italicum, consente al partito che vince le elezioni  di conquistare quell’ampio potere, per certi versi assoluto, che discende dal premio di maggioranza con la possibilità di eleggere, senza il concorso di altre forze politiche, il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Quell’impegno improprio in sede di dibattito parlamentare oggi si ripropone nella campagna referendaria, nella quale il Presidente del Consiglio si spende in favore del SÌ, non come qualunque altro politico ma facendo intendere agli italiani che il voto negativo sulla riforma costituirebbe una bocciatura del governo con conseguenti sue dimissioni. Ed anche se, sul piano giuridico, questo collegamento è privo di qualunque fondamento costituzionale non c’è dubbio che l’essersi impegnato in prima persona nella riforma della Costituzione costringe oggi Renzi a prospettare in quel modo l’eventuale esito negativo della consultazione di ottobre per galvanizzare i suoi seguaci e confondere le idee degli italiani che quella riforma poco conoscono, essendo stato loro prospettato, tra l’altro, quasi solo un risparmio di spesa che all’evidenza è, in ogni caso, modesto essendo sufficiente considerare che, avendo ridotto i senatori da 315 a 100, un numero assolutamente congruo (si pensi soltanto che gli Stati Uniti d’America, con una popolazione di molto superiore alla nostra,  hanno un identico numero di senatori), ha mantenuto 630 deputati, certamente eccessivi. E senza considerare che le istituzioni della Repubblica non possono essere valutate per quanto costano ma per quanto la loro presenza giova al buon andamento della democrazia. Ciò che non è assolutamente dimostrato leggendo la pasticciata riforma che ci viene proposta.

“Ci va di mezzo la democrazia”, dice infatti Zagrebelsky, spiegando come le pressioni del governo e del premier si accompagnino alla previsione di  scenari drammatici in caso di sconfitta in un referendum che segue ad una campagna elettorale per il rinnovo di sindaci e consigli comunali che vede il partito democratico in forte affanno sicché, sull’onda di quei risultati, è prevedibile che l’ampio schieramento di quanti propongono di votare NO possa riservare al governo ed alla maggioranza brutte sorprese. Nonostante l’impegno di Renzi che non ha esitato, come in altri casi, a dare alla sua polemica il tratto sgradevole dell’offesa personale, come quando ha apostrofato i giuristi favorevoli al NO “archeologi travestiti da costituzionalisti”, rivolta agli stessi, tra cui proprio Gustavo Zagrebelsky, che Maria Elena Boschi, all’inizio del percorso parlamentare della riforma, aveva definito “professoroni” con evidente disprezzo, un atteggiamento che non si confà a chi riveste incarichi di governo, non dico a statisti, perché parliamo di persone modeste e di pochi studi la cui cultura giuridica è attestata in modo inequivoco dalla lettura della Gazzetta Ufficiale dove si leggono provvedimenti legislativi e amministrativi nei quali oltre al diritto assai spesso anche l’italiano è una variabile indipendente.

Tornando all’appello al Capo dello Stato non è dubbio che esso sia indirizzato a chi ha il dovere di assicurare un corretto esercizio dei diritti tra i quali indubbiamente vi è quello di esprimere il voto sulla riforma costituzionale in piena serenità e consapevolezza della scelta, senza pressioni indebite che costituiscono un vero e proprio ricatto nei confronti dei cittadini. Per cui l’appello contro “l’ideologia della rassegnazione”, come ha scritto Zagrebelsky nell’epilogo del suo bel libro “Moscacieca”, nonostante si debba constatare che oggi “negli organi di governo, nelle posizioni-chiave, siedono ormai solo uomini di fiducia dell’oligarchia finanziaria globalizzata”.

16 maggio 2016

 

 

Se l’università non prepara per la professione:

a colloquio con un giovane laureato in giurisprudenza

di Salvatore Sfrecola

 

Un colloquio di alcuni giorni fa con un giovane laureato in giurisprudenza in cerca di lavoro mi ha confermato una valutazione negativa del rapporto università-professione del quale sono consapevole da tempo, prima come studente, più di recente, come docente. Il giovane in cerca di lavoro, una brillante laurea, un master importante, la partecipazione ad attività didattiche, mi ha rappresentato la difficoltà di trovare un posto di lavoro in realtà privatistiche perché alla domanda, che gli viene sistematicamente rivolta sulla sua esperienza non può esibire altro che quella maturata nei corsi e nei master che ha effettuato. Poco, troppo poco in assenza di una esperienza professionale maturata presso uffici pubblici o privati.

Naturalmente formulata così, la domanda di chi conduce la selezione, compito non facile che comporta la capacità di intuire le attitudini e le potenzialità del candidato al di là del freddo linguaggio di un curriculum, non corrisponde alle aspettative reali di chi intende reclutare un venticinquenne. È evidente, infatti, che il giovane laureato non ha e non può avere una significativa esperienza lavorativa. Anche uno stage non è un vero e proprio lavoro, è meno di un apprendistato, assicura certamente una esperienza ma indubitabilmente limitata e comunque non significativa. Solamente una collocazione che prevede un impegno e delle responsabilità, sia pure circoscritte, assicurano che la formazione richiesta abbia la necessaria consistenza. Eppure non c’è dubbio che, rimanendo alla Facoltà di giurisprudenza, si rilevano gravi carenze sotto il profilo della preparazione dello studente all’impatto con il mondo del lavoro. Le lezioni ed i seminari, che danno una preparazione teorica significativa agli studenti trascurano alcuni aspetti che sono essenziali nella formazione del giovane nel momento in cui cercherà un impiego. In primo luogo, tranne casi rarissimi, nessuno studente è chiamato ad effettuare elaborazioni scritte se si esclude la compilazione della tesi di laurea. Alla quale arriva avendo in precedenza scritto l’ultima volta al liceo quando era chiamato a svolgere temi di critica letteraria, storia della letteratura, arte, storia. Il giovane che si appresta a redigere la sua tesi di laurea non ha mai scritto su temi di diritto e quindi, pur avendo letto molto trova sicuramente gravi difficoltà nella stesura del documento, tanto da rimanere sulle prime smarrito. Il linguaggio giuridico ha sue peculiarità che vanno affinate col tempo perché una sentenza o una memoria di costituzione non è necessariamente un orrore linguistico fatto di ripetizioni, assonanze e orribili neologismi forensi. Inoltre quello studente, nella maggior parte dei casi, non è stato educato a fare delle ricerche, a consultare le banche dati di dottrina e giurisprudenza e il più delle volte non ha neppure sfogliato una rivista giuridica della quale non conosce neppure il titolo, non ha visto, non dico letto, una sentenza né un’ordinanza e neppure un atto amministrativo, una istanza di accesso agli atti, una domanda di autorizzazione né un provvedimento adottato dall’autorità amministrativa e soggetto ad impugnazione davanti al giudice amministrativo. Nessuno avrà messo davanti a lui gli atti di una procedura concorsuale diretta alla stipula di un contratto di appalto di lavori o di fornitura di beni e servizi, l’attività più consistente delle pubbliche amministrazioni, quella che impegna una parte significativa delle risorse dei bilanci pubblici. Una materia che impegna quotidianamente i giudici civili, amministrativi e contabili e, di recente, sempre più spesso quelli penali.

Questa carenza informativa generalizzata fa sì che il giovane laureato, che non avrà certamente una preparazione pratica come quella che deriva dalla frequentazione di uno studio legale, di una segreteria giudiziaria o di un ufficio comunale o statale, sarà privo anche di quella preparazione teorica che attiene all’impatto quotidiano con la realtà delle leggi, delle sentenze degli atti dell’amministrazione. Con la conseguenza che si vedrà eccepita la mancanza di esperienza da un soggetto privato ma avrà anche una difficoltà di accedere ad uno studio legale perché, alla prima richiesta di come si fa una ricerca giurisprudenziale o di come si redige una memoria di costituzione in giudizio, probabilmente avrà non poche difficoltà.

Questa carenza dell’Università, che è antica, diviene tanto più grave nel momento in cui la ricerca di un posto di lavoro diventa sempre più difficile per un giovane in una realtà occupazionale complessa, dove i posti di lavoro sono pochi, remunerati pochissimo, più spesso quasi gratuiti e dove la richiesta di un’esperienza pregressa, che comunque è sempre difficile per un giovane appena laureato, si unisce alla richiesta di conoscenza della lingua straniera, normalmente l’inglese, non facile da maneggiare perché anche su questo la scuola italiana ha gravi carenze. La lingua di Sua Maestà Elisabetta II, facile nella grammatica, è in realtà difficile nella pronuncia. Devo dire, ad esempio, che nella mia esperienza, nei contatti con autorità diplomatiche italiane e straniere, ho notato che è difficile trovare chi abbia la capacità di dialogare in modo fluente. Inadeguata la preparazione delle scuole medie superiori, leggermente migliore quella delle università che spesso hanno docenti di madrelingua. Comunque nel complesso chi non ha la possibilità di soggiorni prolungati sulle rive del Tamigi e dintorni è difficile possa superare un colloquio in lingua inglese che spesso avviene, in una seconda fase della selezione, anche telefonicamente, prova assai più ardua e più selettiva.

Le considerazioni che nascono dall’esperienza e che sono state stimolate dal colloquio con il giovane laureato in cerca di lavoro dimostrano che, al di là degli slogan e delle dichiarazioni di principio di autorità pubbliche la scuola in generale e specialmente l’università ha bisogno di una riflessione profonda e di un adeguamento alle esigenze di una didattica che sia anche protesa verso la pratica verso quegli elementi di preparazione che consentono di avvicinarsi con maggiore sicurezza al mondo del lavoro. È vero che molti docenti hanno scelto la strada delle visite a Tribunali ed a Corti, ma questo non è sufficiente per sviluppare una conoscenza utile a fini professionali. Sono stati anche previsti degli stage. Ne ho promossi presso la Corte dei conti quando insegnavo Diritto amministrativo europeo alla LUMSA. Ho fatto conoscere alle persone che mi sono state assegnate biblioteca, archivi, segreterie in modo che avessero la possibilità di rendersi conto anche visivamente di come si lavora in un ufficio giudiziario tra l’altro con importanti attribuzioni di controllo su enti di diverse dimensioni e ruoli. È qualcosa, certamente, ma non è sufficiente. È necessario che i docenti, utilizzando anche i loro collaboratori di cattedra, assistenti e ricercatori, introducano realmente con delle simulazioni di attività giudiziarie o amministrative i loro studenti sulla via della professione, facendo sì che quel che hanno imparato sui libri, dove la dottrina insegue le leggi e sentenze, diventi viva conoscenza di come si lavora attraverso la guida di persone con esperienza, considerato che nella maggior parte dei casi i ricercatori, gli assistenti, i tutor svolgono anche attività professionale nei Tribunali, nelle Corti o nelle Amministrazioni.

Si tratta di iniziative tutto sommato semplici, facili da organizzare, idonee a perseguire quello scopo che dovrebbe essere proprio dell’Università, cioè assicurare agli studenti una preparazione, scientifica e pratica, adeguata alle esigenze professionali alle quali saranno chiamati nel mondo del lavoro.

Non potrei chiudere queste riflessioni originate dal colloquio con il giovane laureato se non facessi cenno, insieme alle carenze denunciate, da me individuate già al tempo dei miei studi universitari, anche un’ulteriore accusa che egli muove al nostro sistema scolastico, quella che la cultura della quale la scuola media superiore fornisce i nostri studenti attraverso lo studio della lingua e della letteratura italiana, del latino e del greco, della filosofia, della storia e delle materie scientifiche, sia in gran parte inutile per le prospettive di lavoro. Non è vero. Non è assolutamente vero, come insegna l’esperienza. La cultura, intesa come formazione a tutto campo attraverso l’acquisizione di conoscenze varie, soprattutto di quelle pertinenti alla nostra tradizione, in un quadro di solida formazione, costituisce la base sulla quale costruire la specializzazione universitaria. Ho, infatti, constatato nel corso degli anni come la padronanza della lingua italiana e la formazione classica siano fondamentali nello scritto come nei rapporti con le persone, collaboratori e superiori e interlocutori in genere. Costituiscono un valore aggiungo che in un colloquio diretto all’assunzione fa la differenza.

Quella base culturale è stata sempre la forza della nostra scuola. Del resto nelle scuole estere importanti la formazione di base è affidata a un percorso scolastico che ha le caratteristiche proprie della nostra formazione classica, ovunque negli istituti di maggiore rilievo.

Ricordo, al riguardo, una intervista televisiva fi alcuni anni fa a Furio Colombo, all’epoca corrispondente de La Stampa dagli Stati Uniti che lì viveva e lì studiavano le sue figlie. Alla domanda dell’intervistatore sulle scuole che frequentavano rispose “una scuola classica”. Ed alla domanda dell’intervistatore su cosa significasse quell’espressione nel paese della tecnologia più avanzata Colombo rispose: “Una scuola classica, studiano latino e greco”.

Forse quel brillante laureato in giurisprudenza mio interlocutore non si è reso conto del patrimonio che la scuola gli ha fornito e che forse non ha saputo valorizzare nei colloqui (un po’ di umiltà è indice di intelligenza) ed, amareggiato per non aver ancora trovato lavoro, lo addebita all’impegno della scuola media superiore nell’insegnamento di Dante e di Petrarca, di Giotto e di Michelangelo. Per concludere semplicisticamente “non serve”. Probabilmente altro è il problema.

16 maggio 2016

 

 

 

Renzi confuso tra Costituzione e Vangelo

di Salvatore Sfrecola

 

“Ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo”. A parte l’intrinseca volgarità della frase, il Presidente del Consiglio Segretario del Partito Democratico dimostra una inammissibile ignoranza per chi ricopre una elevata funzione istituzionale ed una colpevole semplificazione. Quella di ritenere che le questioni attinenti alla famiglia, al suo  ruolo nella società e, pertanto, ai suoi diritti, sia un problema religioso, in specie cattolico, come dimostra l’improprio riferimento al Vangelo. Visione distorta della realtà ma, purtroppo, diffusa nella classe politica, spesso frenata nella determinazione di misure di sostegno alle famiglie, specie a quelle numerose, nella convinzione che in tal modo si faccia un piacere alla Chiesa, anzi, per molti, “al Vaticano”.

Il Presidente del Consiglio, che sul documento ha giurato, dovrebbe ben conoscere la Costituzione che alla famiglia dedica norme importanti, le quali costituiscono un riferimento essenziale per il legislatore ordinario, quello, appunto, che ha votato la legge sulle cosiddette “unioni civili”, ignorando, è la tesi di chi si prepara a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, i parametri di riferimento essenziali scritti nella Carta fondamentale dello Stato. Precisò, infatti, l’On. Tupini, in Assemblea Costituente, a nome della Commissione per la Costituzione, che il progetto constava “di due elementi fondamentali: uno di carattere normativo assoluto, l’altro di direttive al futuro legislatore perché vi si conformi e vi si adegui…”.

Ed ecco l’impianto. Cominciamo con l’art. 29, che apre il Titolo II dedicato ai “rapporti sociali”, dove si legge che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” che, precisa il secondo comma, “è ordinato all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Regole innovative che avrebbero dovuto, come precisato dall’on. Mortati e come è avvenuto, modificare il codice civile che all’epoca quella eguaglianza non assicurava in toto.

Qualificando la famiglia come “società naturale”, della quale lo Stato “riconosce” i diritti, il Costituente ha inteso prendere atto che essa, come ebbe a precisare l’on. Moro, “ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato”, “un ordinamento di diritto naturale”, disse l’on. La Pira, al cui insegnamento Renzi afferma spesso di ispirarsi, un ordinamento che preesiste allo Stato, alla sua costituzione ed alle norme che lo disciplinano. Un dato storico, come insegnano quanti si sono occupati di ricostruire le vicende degli insediamenti umani ovunque sul pianeta, individuando modalità di formazione delle famiglie e delle regole che le riguardano individualmente ed in rapporto alle altre famiglie con le quali nel tempo si forma quell’“ordinamento generale” che più tardi si chiamerà stato.

Ma la Costituzione non ha soltanto le norme assolute, come abbiamo visto ricordare dall’on. Tupini, dà anche direttive al legislatore in forma che delineano chiaramente il ruolo della famiglia. Infatti nell’art. 30 si legge che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”, ai quali “la legge assicura… ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”. Se ne deduce che la famiglia è ordinata in via prioritaria alla procreazione, all’istruzione e alla educazione dei figli che sono i futuri cittadini italiani, i futuri lavoratori, il cui ruolo nella società la Costituzione individua e intende tutelare. Infatti all’art. 31 “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”, precisando, al secondo comma, che “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Un bel pacchetto di indicazioni al legislatore molte delle quali, la gran parte delle quali, ignorate, come dimostra la legislazione fiscale che in nessun modo agevola le famiglie, così contravvenendo palesemente alla disposizione che impone l’adozione di misure dirette alla “formazione della famiglia” e all’adempimento dei compiti connessi. Ciò che è stato fatto e viene fatto in altri ordinamenti che, proprio per effetto delle agevolazioni assicurate ai nuclei familiari, hanno visto un consistente incremento delle nascite che in Italia invece, purtroppo, sono da tempo in calo.

Tutti sanno, perché se ne parla spesso, che altri paesi, i quali hanno a cuore il mantenimento della società con le sue caratteristiche culturali e storiche, dalla Francia alla Svezia alla Norvegia, per citare solo i più noti e con tradizioni diverse, in vario modo agevolano nuove famiglie escludendo dall’imposizione fiscale le spese per il mantenimento dei figli, assicurando una scuola gratuita (compresi i libri di testo) e capace di formare i futuri professionisti. Con agevolazioni economiche ai giovani fino all’ingresso nel mondo del lavoro.

Tutto questo non è, all’evidenza, un problema religioso, come il nostro premier vorrebbe far intendere, tanto è vero che in Assemblea Costituente, che si apprestava a votare articoli successivi a quelli che richiamano i Patti Lateranensi, fu respinta la proposta di affermare l’indissolubilità del matrimonio ritenendo quell’istituto più pertinente al profilo religioso, anche se l’on. Iotti (PCI, antenato del PD) affermò di non essere contraria “a fissare tale principio nella legge ordinaria”.

Il Premier ignora comunque che la stragrande maggioranza degli italiani, al di là del credo religioso, si riconosce nelle norme della Costituzione, nei suoi principi e nelle sue direttive. Gli italiani certamente vorrebbero fare più figli se lo Stato fosse consapevole del ruolo della famiglia, assicurando a tutti quelle agevolazioni che la Costituzione prevede, convinti che l’istruzione e l’educazione dei figli sia un dovere primario dello Stato rispetto alla società.

Ancora una volta con una buona dose di arroganza, che sempre si accompagna alla scarsa conoscenza di ciò di cui si parla, il Presidente del consiglio divide gli italiani in modo artificioso per guadagnarsi un pugno di voti trascurando che altri, molti, ne perderà a breve, anche per questo suo atteggiamento, e quando sarà posta ai voti popolari quella riforma della Costituzione che così palesemente dimostra di non conoscere o di voler ignorare.

13 maggio 2016

 

 

 

 

Mostra i muscoli per compattare una maggioranza incerta

Renzi e la mozione di fiducia: debolezza e arroganza di un leader

di Salvatore Sfrecola

 

Straordinaria vignetta di Giannelli oggi sul Corriere della Sera dal titolo Peccati Democratici con Renzi che confessa ad un sacerdote, che ha le sembianze di Mattarella, “non ho resistito alla tentazione di chiedere la fiducia”. Il Presidente-confessore lo interroga: “quante volte figliolo? Quante volte?”. Tante, viene da dire a noi osservatori, troppe in una democrazia parlamentare nella quale il Governo resta in carica fino a quando gode della fiducia delle Camere. Fiducia nel programma di Governo “che ha già avuto una investitura elettorale” (Manzella). Bastano queste poche parole di uno dei massimi studiosi del Parlamento per rendere evidente che  siamo fuori dalle regole costituzionali. Infatti il provvedimento oggetto della mozione di fiducia non faceva parte del programma del governo sul quale a suo tempo si sono espresse le Camere e il Governo non ha avuto sul punto una investitura elettorale.

Si comprende, dunque, la vivace polemica delle opposizioni ed i “mal di pancia” di parti significative della maggioranza in quanto l’anomalia, gravissima, di un voto di fiducia su un provvedimento che non è di iniziativa del governo, altera il ruolo dello strumento usato, attraverso il quale i governi ricompattano la loro maggioranza attraverso un voto su un provvedimento qualificante del programma che ha lo scopo di verificare che permanga il consenso che ne giustifica l’esistenza.

Con il ricorso improprio alla mozione di fiducia il Presidente del Consiglio ha voluto forzare la mano dei parlamentari della sua maggioranza, nonostante questa sia numerosissima e quindi capace di affrontare il voto anche senza bisogno della pressione del voto di fiducia. Che, in realtà, dà dimostrazione della “sfiducia” del Premier Segretario del Partito Democratico nella sua maggioranza, un segnale di debolezza considerato anche che Renzi aveva promesso di liberare i suoi parlamentari dal vincolo di partito trattandosi, nella specie, del voto su un provvedimento eticamente rilevante e significativo.

L’uso della forza, come insegna la storia, non solamente parlamentare, quando non necessaria è quasi sempre dimostrazione di debolezza. Chi ha la forza dei numeri, come in questo caso, non dovrebbe ricorrere ad uno strumento che ha come unico effetto quello di strozzare il dibattito parlamentare, evitando qualunque confronto di idee. Una scelta pensata per un esecutivo che teme di non godere più del consenso necessario per continuare a governare. Accade invece che da alcuni anni si sia abusato del ricorso al voto di fiducia, abuso al quale ha fatto ampio ricorso l’attuale Presidente del consiglio. In questo modo si delinea una trasformazione della Repubblica parlamentare incentrandosi di fatto ogni iniziativa legislativa rilevante nel governo anche quando la proposta nasce da un parlamentare. È una grave lesione del principio (art. 70 Cost.) secondo il quale la “funzione legislativa” è esercitata dalle Camere, tanto più grave quando viene esercitata in presenza di una maggioranza rilevante come in questo momento alla Camera a favore del governo Renzi. Al voto di fiducia si sono affidati anche governi precedenti, ma in casi più contenuti e sempre per provvedimenti d’iniziativa governativa. Anche il governo Berlusconi era stato criticato per il ricorso alla mozione di fiducia, avendo quel governo la più ampia maggioranza parlamentare della storia repubblicana. Ma quella maggioranza, di nominati e scelti senza attenzione all’esperienza ed al merito, era a tratti inaffidabile. Ed è quello che accade oggi. Per cui il premier mostra i muscoli. E se si considera che questo comportamento è posto in essere da chi si è fatto promotore della riforma costituzionale che di fatto concentra direttamente o indirettamente nel governo, anche quale effetto dell’Italicum, un porcellum elettorale riveduto e corretto, ampi poteri di legislazione e di gestione c’è da temere per la democrazia parlamentare che può piacere o no ma è senza dubbio la sola che assicura una adeguata rappresentanza al popolo.

Al riguardo sono state particolarmente puntuali alcune considerazioni di Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti e Vasto, il quale, in una intervista al Corriere della Sera di oggi, a proposito del voto di fiducia sulla legge sulle unioni civili, ha affermato esplicitamente che “la democrazia è tale se su tutte le questioni - ma specialmente su quelle che hanno uno spessore etico e ricadute sociali e culturali - c’è la possibilità di portare e discutere tutti gli argomenti, pro e contro, e valutarli in un dibattito libero e aperto”. E alla osservazione di Gian Guido Vecchi, che lo ha intervistato, secondo il quale “se ne discuteva da anni”, il prelato risponde “vero, ma è proprio nel momento in cui si arriva al voto che tutti hanno il sacrosanto diritto di esprimersi. Mi pare scorretto, tanto più in questo caso: sui temi etici le posizioni sono trasversali rispetto agli schieramenti. Se si vuole ricompattare con un sì o con un no, si fa un danno a tutti”.

E trasversali erano le opinioni dei parlamentari sulla riforma costituzionale, essendo in discussione ipotesi diverse, tratte dalla dottrina costituzionalista e dall’esperienza di altri paesi. Esempi sempre da tenere presenti sia pure considerate le diversità storiche e antropologiche dei vari popoli. Non si è voluto discutere e chi si è opposto non ha avuto risposte ma spesso solamente insulti, dall’epiteto di “professoroni” affibbiate da Maria Elena Boschi ai vari Zagrebelsky, Rodotà, Gallo e Azzariti, alla qualificazione di “archeologi” dallo stesso Renzi attribuita loro in quanto presunti fedeli del Codice di Hammurabi. Certo lui non lo ha letto. Ma è già un fatto positivo che ne abbia sentito parlare.

12 maggio 2016

 

 

 

 

Ben più della scelta dei sindaci

Le elezioni del 5 giugno sono un test sulla politica del Governo

di Salvatore Sfrecola

 

Ha un bel dire Matteo Renzi che il 5 giugno alcuni milioni di italiani saranno chiamati a scegliere soltanto Sindaci e Presidenti di Municipi per amministrare città e quartieri. Per cui il test elettorale nulla avrebbe a che fare con il suo governo. Lo ha smentito in modo chiarissimo Stefano Fassina questa mattina ad OmnibusLa7 ricordando come i problemi dei comuni, quelli con i quali gli amministratori hanno a che fare quotidianamente, dalle buche al trasporto locale, dalla raccolta dei rifiuti al decoro urbano, sono significativamente aggravati dal fatto che Governo e Parlamento nel corso degli anni hanno progressivamente fatto scontare a comuni e province le difficoltà finanziarie dello Stato centrale. Ciò ai fini del rispetto del patto di stabilità interno e degli impegni assunti in sede europea, senza che sia stata avviata una riforma dell’amministrazione e della finanza degli enti locali, tra l’altro gravati da adempimenti che costituiscono voci di costo pesanti per i rispettivi bilanci.

Naturalmente non tutte le difficoltà dei comuni vanno addebitate ad errori od omissioni dello Stato. Buona parte dell’inefficienza dei comuni sono conseguenza delle cattive amministrazioni locali che non hanno saputo passare dai rimborsi statali sostanzialmente a piè di lista ad un regime di responsabilità finanziaria idoneo ad offrire servizi nell’ambito delle risorse disponibili, risparmiando dove possibile e gestendo in modo corretto ed economicamente proficuo ad esempio il patrimonio immobiliare, spesso dato in locazione a canoni assolutamente fuori mercato. Il caso di Roma, dove l’Amministrazione capitolina non sa quanti appartamenti ha, quanto e se pagano gli inquilini tenuti a canoni vecchi di decenni, non è solamente della capitale. Un autentico scandalo che fa immaginare intese fraudolente con funzionari ed amministratori quando non colpevoli omissioni, casi accertati un po’ dovunque in Italia, spesso oggetto di indagini da parte delle Procure regionali della Corte dei conti. Che hanno portato a condanne nei confronti degli amministratori disattenti o dei funzionari complici.

La finanza locale, dunque, va riformata come parte essenziale della finanza pubblica e nel quadro dell’unità economica della Repubblica. Una sfida importante che non si affronta con le misure spot alle quali ci ha abituati il premier a fini di consenso elettorale e per distrarre l’attenzione degli italiani dalle difficoltà che giorno dopo giorno assillano un numero sempre più vasto di cittadini. Mentre s’intravedono all’orizzonte nuove stangate per i pensionati, in primo luogo.

Per questo le elezioni comunali sono inevitabilmente un test sul governo e sulla sua maggioranza che ha dato pessima prova di se, non solo per gli scandali che qua e là per l’Italia hanno messo sotto accusa amministratori assolutamente inadeguati ma sempre proni agli interessi dei settori economici di riferimento, ma soprattutto per l’incapacità di immaginare, al di là delle frasi ad effetto, che questo è effettivamente il Paese più bello del mondo che va in malora per una lunga serie di governanti incapaci di guardare al futuro, governi tra i quali spicca l’attuale che, a differenza degli altri che non facevano neppure finta di volere, cerca di confondere le idee agli italiani illudendoli che sia “la volta buona”. Auspicabile se il risultato delle elezioni dirà loro in modo inequivocabile che è ora vadano a casa.

8 maggio 2016




Dirigenti, generali, magistrati

Conflitti di interessi e illecite contiguità

di Salvatore Sfrecola

 

Con l’espressione conflitto di interessi l’opinione pubblica identifica normalmente situazioni diverse, di interferenza tra interessi pubblici e privati solo parzialmente corrispondenti a quelle previste dalle leggi che tutelano il corretto esercizio di funzioni pubbliche. La gente, infatti, si preoccupa che non si verifichino situazioni anche solo potenzialmente capaci di determinare influenze negative sulla gestione delle pubbliche amministrazioni con conseguente deviazione dalle finalità istituzionali e dispendio di denaro pubblico. E si sofferma sulle vicende professionali di alcuni alti esponenti delle pubbliche Amministrazioni che destano perplessità.

Vediamo qualche esempio. Accade da molto tempo che personalità che hanno operato con funzioni di vertice nelle amministrazioni pubbliche, alti dirigenti dello Stato, delle regioni e degli enti locali, gradi elevati delle Forze Armate ed anche magistrati con importanti funzioni requirenti o giudicanti, all’atto del pensionamento, quando non si avviano verso qualche libera professione, vengano impiegati in imprese, pubbliche o private, quali amministratori o consulenti, in ragione dell’esperienza a lungo maturata negli uffici pubblici. Naturalmente ci riferiamo ad attività che vengono prestate, con funzioni di consulenza o di gestione, in strutture che operano nel settore degli appalti di opere pubbliche o di forniture di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni. Accade anche per alti gradi delle Forze Armate che hanno maturato importanti esperienze nell’approvvigionamento di materiali di carattere strategico, dagli armamenti alle infrastrutture tecnico scientifiche, i quali, dismessa l’uniforme, passino ad amministrare industrie che lavorano anche per l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica. Ovviamente in linea di principio non c’è nulla di male nel fatto che imprese del genere si avvalgano della collaborazione di esperti, particolarmente qualificati, che ben conoscono le esigenze delle Forze Armate. Il dubbio, che costituisce per il cittadino motivo di giusta preoccupazione, è che la utilizzazione di queste professionalità derivi da una contiguità con l’attività già svolta in servizio. È evidente, infatti, che se ci fosse stato un condizionamento delle amministrazioni nella scelta delle forniture attraverso una persona di riferimento nella struttura pubblica si determinerebbe una situazione di conflitto che potrebbe aver determinato scelte distorte, effettuate nell’interesse non dello Stato ma dell’impresa. Per cui il successivo passaggio al privato, come dirigente o consulente, sarebbe il frutto di un non corretto esercizio di un ruolo istituzionale, che abbia assicurato vantaggi non dovuti all’impresa dal dipendente infedele. Ciò quando non si configurasse una vera e propria ipotesi delittuosa qualificabile come corruzione.

Ugualmente per i magistrati, i quali hanno svolto attività requirente o giudicante in una certa area geografica, sarebbe assolutamente inopportuno assumere un incarico di consulenza in favore di un’autorità politica o amministrativa i cui atti potrebbero essere stati oggetto di valutazione sotto il profilo della liceità/legittimità nella veste di pubblico ministero o di giudice. Situazione imbarazzante ove si trattasse, di un magistrato di una Procura della Repubblica al quale fossero state segnalate o denunciate irregolarità di un amministratore locale dal quale poi fosse chiamato a collaborare. Ma anche di un magistrato amministrativo che abbia deciso su questioni importanti di interesse per l’ente o per un appaltatore. Lo stesso può dirsi di chi ha svolto funzioni di revisore dei conti in rappresentanza di una pubblica amministrazione vigilante il quale andasse, all’indomani del collocamento a riposo, a fare il consulente presso l’ente già vigilato.

Naturalmente queste ipotesi possono essere solamente inopportune e non necessariamente illecite. L’utilizzazione dell’ex dirigente, dell’ex generale o dell’ex magistrato può avvenire senza che ci sia stata in passato alcuna sua complicità nei confronti dell’ente o dell’impresa con la quale, da pensionato, va a collaborare

La materia è molto delicata e attiene alla libertà di esercizio di una funzione professionale che non si può negare ad un dipendente pubblico a riposo, a meno che pretenda di svolgerla presso l’amministrazione appena lasciata. Ma questa ipotesi è stata disciplinata dalla legge e precisata da una circolare del Ministro Madia.

Le legittime aspettative dell’opinione pubblica alla chiarezza ed alla trasparenza, inducono ancora una volta a tornare alla storia, ad un esempio che sovente richiamo per essere espressione di un comportamento che indica straordinaria correttezza morale e istituzionale, quello del ministro delle finanze del 1862, Quintino Sella. Chiamato all’incarico governativo ed in vista del giuramento di fedeltà al Re, Sella, si rivolge al nonno, il patriarca della famiglia, per segnalargli l’esigenza inderogabile che, da quel giorno, le imprese di famiglia si sarebbero dovute ritirare dagli appalti pubblici. Siamo in un periodo storico che costituisce il nerbo morale e politico dell’Italia risorgimentale, quando nella costituzione del nuovo Stato si impegnano personalità della politica e della cultura di elevatissimi valori morali. Quell’Italia e quegli uomini e le idee che hanno portato avanti negli anni sono espressione della cultura liberale che è l’unico patrimonio politico del nostro Paese, sopravvissuto al Fascismo e che ha permeato la primissima fase della Repubblica, rapidamente scivolata verso Tangentopoli. Oggi quelle idee, quei comportamenti sembrano lontanissimi e fanno quasi sorridere. Mentre dilaga la corruzione, della quale, come ha detto Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, oggi non si vergogna più nessuno, il nostro Paese sembra aver perso ogni riferimento morale, il senso della dignità della funzione che altrove è richiesta inderogabilmente per chi esercita un ruolo pubblico. Anche la nostra Costituzione richiama l’esigenza di comportamenti virtuosi, quando afferma, all’articolo 54, che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempiere con disciplina ed onore”. Tuttavia la sensibilità dei partiti e dei cittadini non è certamente uguale a quella che si registra in alcuni paesi, in Germania, ad esempio, dove non molto tempo fa il ministro della difesa, astro nascente del partito di maggioranza, ha sentito il dovere di dimettersi perché gli era stato contestato di aver copiato qualche pagina della sua tesi di laurea una ventina di anni prima. Immagino che a quella notizia, enfatizzata dalla stampa internazionale, molti politici di casa nostra abbiano sorriso. Chissà quanto hanno copiato, a cominciare dai banchi di scuola, laddove si dovrebbe insegnare e imparare ad essere dei cittadini rispettosi delle leggi. O come il parlamentare inglese dimessosi per aver addebitato alla moglie una contravvenzione stradale che invece atteneva ad una sua infrazione.

Con Quintino Sella siamo lontani nel tempo, giusto 154 anni dall’unità d’Italia, con gli esempi tedesco ed inglese siamo ai giorni nostri, a dimostrazione del fatto che la moralità pubblica non ha tempo. Ma in casa nostra la politica sembra non saper selezionare i migliori, quanto a professionalità ed a rigore morale. Forse perché a scuola non si insegna a diventare italiani. Lo diceva già Massimo d’Azeglio all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia: “pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani”. All’epoca poteva essere una constatazione prematura. Oggi è una realtà.

3 maggio 2016





Legalità e controlli

Come si favoriscono sprechi e corruzione

di Salvatore Sfrecola

 

Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, è stato perentorio. Intervenuto qualche sera fa ad Otto e Mezzo, la trasmissione de La7 condotta da Lilli Gruber, ha addebitato alla soppressione dei Co.Re.Co., i Comitati regionali di controllo sugli atti degli enti locali, avvenuta nel 2001, il dilagare della illegalità e degli sprechi di pubblico denaro. Infatti, in assenza di controlli è difficile individuare tempestivamente l’atto o la condotta fonte dell’illecito e del danno.

Previsti dalla legge 10 febbraio 1953, n. 62 (cosiddetta Legge Scelba) in attuazione dell’art. 130 della Costituzione, anche se hanno iniziato ad operare solo nel 1971, a seguito dell’attuazione dell’ordinamento regionale, i Comitati esercitavano un controllo preventivo di legittimità su tutte le deliberazioni dei consigli e delle giunte (art. 59) ai quali, all’epoca, era attribuita la competenza ad adottare la maggior parte degli atti amministrativi degli enti locali, così garantendo la legalità dell’azione amministrativa. Inoltre, quando rilevavano fatti i quali potevano costituire un pregiudizio finanziario o patrimoniale per l’ente, ne riferivano alla Corte dei conti. Alla quale, dalla loro soppressione, le denunce arrivano col contagocce (per non dire che sono pari a zero). Infatti, in presenza dei Co.Re.Co., sindaci e presidenti delle province non volevano correre il rischio di essere imputati di omissione di denuncia e quindi di essere coinvolti nella responsabilità amministrativa. Sapevano che il Comitato, individuata una ipotesi di danno erariale, lo avrebbe immediatamente denunciato. E si mettevano al riparo.

La legge 833/1978 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale) ha esteso i controlli dei Co.Re.Co. alle deliberazioni delle unità sanitarie locali (art. 49) e degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (art. 42). Controlli poi soppressi dall’art. 4, comma 8, della legge 412/1991.

Nel frattempo la legge 142/1990 aveva ridotto gli atti sottoposti a controllo di legittimità, rendendolo obbligatorio solo per le deliberazioni riservate alla competenza dei Consigli (art. 45). Passano pochi anni e nel 1997 arriva un’altra sforbiciata: gli atti sottoposti a controllo sono ulteriormente ridotti dall’art. 17, comma 33, della legge 15 maggio 1997, n. 127 (cosiddetta legge Bassanini-bis), poi recepito dall’art. 126 del d.lgs 18 agosto 2000, n. 267 (T.U delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), che lo limita a statuti, regolamenti di competenza del consiglio, bilanci e rendiconti. Insomma solamente ad atti generali, con esclusione, dunque, degli atti di gestione, laddove si annidano spreco e corruzione.

Non bastava ai fautori delle “mani libere” (nonostante non fosse poi tanto lontana l’esperienza di “mani pulite”). E così i controlli vengono aboliti per effetto dell’emanazione della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, di riforma del Titolo V della Costituzione e dell’abrogazione dell’art. 130 Cost. che ne aveva previsto l’istituzione. I Co.Re.Co. potevano essere mantenuti in vita, come era previsto, con funzioni consultive. Anche i pareri, evidentemente sono invisi. Mettono in evidenza errori ed omissioni. Così tutte le regioni hanno scelto di sopprimere i Comitati.

“Quello che nel bene e nel male era stato un sistema che aveva assicurato il buon funzionamento degli enti locali e l’oculato utilizzo delle risorse pubbliche – ha scritto l’Avv. Alfredo Lonoce www.studiolonoce.it - è apparso all’improvviso in contrasto con il sistema costituzionale delle autonomie locali”. Aggiungendo che “con l’attuazione del federalismo si è introdotto il concetto della "pari soggettività" o "pari dignità" costituzionale fra Stato, Regioni, Comuni, Province e Città Metropolitane, enti autonomi tutti costituenti l'organizzazione dei pubblici poteri, per cui l’assetto della repubblica non è più piramidale ma orizzontale. Secondo questa singolare visione di federalismo il controllo di legittimità sugli atti, esercitato da un organo che emana da un'altra amministrazione (statale o regionale), comporterebbe una subordinazione dell’ente destinatario del controllo. Eppure nel resto d’Europa, anche negli stati federali, esistono controlli successivi che riguardano la legittimità degli atti, la loro efficacia, economicità e la regolarità dei bilanci. In Spagna e Germania, caratterizzati da forti autonomie, i controlli sono su base regionale, mentre nella realtà anglosassone sono di competenza  dello stato centrale. Addirittura in Irlanda e Svizzera agli organi regionali di controllo sono conferiti veri e propri poteri giurisdizionali. Obiettivamente non crediamo che le regioni autonome spagnole o quelle tedesche si sentano subordinate o menomate nella loro autonomia per il fatto di essere soggette a controlli esterni. Ecco quindi che non viene minimamente lesa l'autonomia degli Enti locali ex art. 114 della Costituzione”.

È la conferma che la verifica della legittimità degli atti non è nel dna dei nostri politici che, a confronto dei colleghi di altri, importanti stati europei di antica tradizione amministrativa, appaiono disattenti rispetto ad elementari principi del buon andamento e della imparzialità dell’amministrazione, che è regola costituzionale (art. 97) espressione del principio di legalità troppo spesso trascurato.

2 maggio 2016

 

 

Un nuovo volume nella Biblioteca di Storia e Politica

Costruttori dello stato – Sovrani di Casa Savoia

di Domenico Giglio*

 

La Biblioteca di Storia e Politica, diretta da Domenico Fisichella, ed edita da “Pagine”, è giunta già al suo terzo volume (Costruttori dello Stato – Sovrani di Casa Savoia, pp. 131, € 14,50) dedicato ai profili che tre grandi storici, Pietro Silvia, Ettore Rota, e Francesco Cognasso hanno dedicato a fondamentali sovrani di Casa Savoia , Emanuele Filiberto, Carlo Alberto e Vittorio Emanuele II.

La prefazione di Fisichella, iniziando con il ricordo e le motivazioni che Luigi Einaudi, scrisse alla vigilia del referendum del 1946 per spiegare il “Perché voterò per la Monarchia”, si sofferma sulla figura dei tre personaggi sabaudi per spiegare il senso di costruttori dello stato, che li differenzia da altri pur illustri e meritevoli sovrani della millenaria dinastia, che Croce definì nella sua “Storia d’Europa”, uscita nel 1932 , come “la più antica stirpe sovrana che rimanesse in Europa”. E per questo compito di illustrarne, sia pure in sintesi, la vita e le realizzazioni la scelta di tre illustri storici e cattedratici che, scrive Fisichella, “..si caratterizzano per spirito di libertà intellettuale, per chiarezza di informazione e per serenità di giudizio”, punto questo finale che distingue l’autentico storico, dai tanti dilettanti della storia ed ancor peggio dai tanti che ne scrivono con la mente offuscata dalla ideologia o dalla passione politica.

Pietro Silva, infatti, non tace alcuni caratteri negativi del principe, ma ne sottolinea le doti di comandante e di uomo di azione, malgrado le tristi condizioni iniziali in cui si era trovato a vivere da ragazzo, sottolineando ad esempio il severissimo proclama alle truppe, all’inizio del suo comando, “…diretto a proibire, con minacce di pene tremende, le violenze e le rapine e l’indisciplina dei soldati”, sicuramente ispiratogli dal quadro delle devastazioni soldatesche avvenute nel suo ducato, che appunto dovette ricostruire dalle fondamenta, quando lasciò il comando supremo dell’esercito imperiale. In questa ricostruzione, per cui fu anche definito “il secondo fondatore di Casa Savoia”, spicca la decisione, rivelatasi determinante per il futuro della dinastia, di trasferire la capitale da Chambery a Torino ed il rafforzamento delle strutture difensive e dello spirito militare della popolazione, di cui Silva ricorda successivi episodi, oggi sicuramente sconosciuti, che testimoniano lo stretto legame tra i principi ed il popolo, consolidatosi proprio con Emanuele Filiberto, principe “italiano”, come lo definì un ambasciatore veneto, il Lippomano, in una relazione al suo governo.

La non facile figura del secondo personaggio, Carlo Alberto, è trattata con obiettività ed ampiezza di riferimenti, da Ettore Rota, senza sottacere, le vicende del marzo 1821, quando con la concessione della Costituzione, effettuata come Reggente, salvo l’approvazione del Re Carlo Felice, che si trovava a Modena, il quale non riconobbe tale concessione, nacque la leggenda nera di questo Principe, che faticò tutto il resto della sua vita per cancellare le accuse di tradimento, o le definizioni un po’ più benevole di “italo Amleto”, o “Re tentenna”, o come disse il Santarosa, pure monarchico e “suddito affezionato al Re e leale piemontese”, ”voleva e disvoleva”, per cui Carducci, in una mirabile sintesi parlò “…del Re per tant’anni bestemmiato e pianto…”. In questa analisi del Rota largo spazio è poi dedicato alle riforme amministrative e militari, e da qui il “costruttore”, che favorirono e poi portarono alla sia pure sofferta concessione dello Statuto, la carta costituzionale che dal Piemonte divenne la Carta del Regno d’Italia, fino al 1946.

E da questa fedeltà allo Statuto, ed al mantenimento della bandiera tricolore, anche dopo la sconfitta di Novara nel 1849, il nuovo Re, Vittorio Emanuele II, come tratteggiato nel suo saggio da Francesco Cognasso, trasse la forza politica e morale, grazie prima al D’Azeglio e poi ancor meglio al Cavour, di diventare il punto di riferimento di quanti si battevano per la indipendenza dell’Italia, non più soggetta a principi stranieri, e retta da un regime costituzionale e liberale, opera che fu appunto realizzata con questo Sovrano, che va valutato nel suo significato storico di garante all’interno ed all’estero del nuovo Stato unitario e di mediatore tra forze ed uomini non sempre concordi, e non per i suoi fatti personali e privati.

Con Vittorio Emanuele II, la costruzione statale iniziata con lungimiranza da Emanuele Filiberto, giungeva a compimento, dando il giusto posto al padre, il Re che voleva fare l’Italia, ma che se fallì allo scopo per eventi superiori alle forze a sua disposizione, ne gettò le basi per il figlio, che ne seppe essere degno e di questa dignità e continuità dinastica, nel 1859, all’inizio della seconda Guerra d’Indipendenza, partendo con l’esercito, nel timore che gli austriaci, tardando l’arrivo delle alleate truppe francesi, potessero giungere a Torino, così scriveva al Ministro della Real Casa , Giovanni Nigra: “Io proverò a sbarrare la via di Torino; se non ci riesco e che il nemico avanzi, ponete al sicuro la mia famiglia ed ascoltate bene questo: vi sono al Museo delle Armi quattro bandiere austriache prese dalle nostre truppe nella campagna del 1848 e là deposte da mio Padre. Questi sono i trofei della sua gloria. Abbandonate tutto, al bisogno, valori , gioie, archivi, collezioni, tutto ciò che contiene questo palazzo, ma mettete in salvo quelle bandiere. Che io le ritrovi intatte e salve, come i miei figli. Ecco tutto quello che vi chiedo, il resto non è niente”.

 

·        Presidente del Circolo di Cultura ed educazione politica REX

 

 

 

 

Berlusconi sceglie Marchini: per dare una mano a Giachetti e non farsi contare

di Salvatore Sfrecola

 

Berlusconi, sondaggi alla mano, ha dato il benservizio a Guido Bertolaso, l’“unico”, come diceva alla vigilia, in grado di vincere a Roma. E sposa la sorte di Alfio Marchini, che nei suoi manifesti si proclama “libero dai partiti”. Sicché “Arfio” adesso si trova in imbarazzo forte. Potrà contare su qualche voto in più, pochi, pochissimi vista la crisi profonda di ForzaItalia avviata all’estinzione dopo i balletti in giro per l’Italia dove spesso è alleata del NuovoCentroDestra, l’odiato movimento di “Alfano il traditore”, come si legge su FaceBook, l’uomo al quale Berlusconi rimproverava la mancanza del quid e che, come dice Marco Damilano, vicedirettore de L’Espresso, fa di tutto per dimostrare che è vero. Non ha il quid per guidare un partito né per gestire il Ministero dell’interno. Ossessionato dai magistrati che lui, piccolo avvocato di provincia, vede sempre come il fumo negli occhi.

Ma torniamo a Berlusconi, al “Patto del Nazareno” che ancora ne guida i passi, più preoccupato delle sue aziende che del partito e meno ancora dell’Italia, il “Paese nel quale vivo”, come disse all’atto della discesa in politica quando fece credere agli italiani che effettivamente la sua preoccupazione fosse quella di salvare l’Italia dal comunismo per avviare una svolta liberale. Fu subito evidente che altra era la sua preoccupazione. Quella di salvare le sue aziende in gravissime difficoltà, indebitate fino al collo. Desiderio legittimo per un imprenditore, ovviamente. Ma se questi decide di “scendere” in politica per salvare la Patria e molti, tantissimi gli hanno dato credito, deve essere coerente e pensare prima di tutto all’Italia, preparare una classe dirigente di partito, anche per affermare e perpetuare questa sua iniziativa politica.

Se, invece, la sua “discesa” è strumentale ad interessi personali e familiari, certo legittimissimi, è giusto che porti al governo del Paese e del partito amici, compagni di scuola, imprenditori e professionisti in evidente conflitto di interessi, una classe politica assolutamente incapace di pensare al Paese che si è illuso di aver trovato il leader carismatico capace di aiutare famiglie ed imprese ad uscire dalla crisi. E così la più grande maggioranza parlamentare del dopoguerra nel 2001 ha illuso gli italiani che fosse giunta la svolta. Invece è stata “Un’occasione mancata”, come ho titolato in un libro ancora oggi di successo tra gli addetti ai lavori.

Così, mentre l’Italia non faceva un passo avanti, le imprese del Presidente del Consiglio s’ingrassavano all’ombra del conflitto d’interessi più grande della storia. Immaginate un imprenditore che nel fare pubblicità sulle televisioni escluda quelle del Capo del Governo?

Ed alla fine il presidente-imprenditore che era sceso in politica è risalito nel mondo delle imprese, delle sue imprese per aiutare il giovanotto che ha preso il suo posto a Palazzo Chigi, ottimo affabulatore e come lui specialista di boutade alle quali gli italiani cominciano a credere sempre meno.

Così, sul viale del tramonto, inevitabile per l’età e la progressiva perdita di consensi, Berlusconi, chiuso nella ridotta di Palazzo Grazioli, richiama all’ordine i fedeli e li spinge ad aggregarsi a Marchini, il “palazzinaro rosso”, altro giovanotto da copertina di rotocalco, di quelli che le signore leggono dal parrucchiere, uno che dice quello che i suoi collaboratori gli hanno scritto, attenti ad evitare parole e frasi che facilitino la sua naturale disposizione alla zagaglia, come a Roma si chiama propensione a balbettare.

Anche Marchini non ce la farà. Ma Berlusconi lo aiuta per dar man forte in realtà a Roberto Giachetti, l’improbabile candidato di Matteo Renzi, nella speranza che possa arrivare al ballottaggio e perdere con onore nel confronto con Virginia Raggi che i giornalisti vicini all’ex Cavaliere stanno cercando in infangare con improbabili rivelazioni di cose non scritte nel curriculum. Perché irrilevanti

E trascura l’appeal di Giorgia Meloni, romana ruspante che dice con chiarezza quel che i cittadini della Capitale vogliono sentire. La bionda Giorgia va alla carica, nella fiducia di travolgere tutto e tutti in una città dove la destra ha significativi consensi, anche con l’apporto di NoiConSalvini, la lista che ha messo in campo persone per bene che hanno gettato il cuore oltre l’ostacolo perché a Roma sia travolto il male che ha mortificato la città più bella del mondo.

28 aprile 2016

 

 

 

 

Berlusconi ricompatterà il Centrodestra partendo da Roma,

in vista dell’Italicum?

di Senator

 

C’era un tempo, neppure troppo lontano, nel quale il Cavaliere Silvio Berlusconi, padre padrone del Centrodestra, si chiamasse ForzaItalia, Popolo delle libertà e di nuovo ForzaItalia, sceglieva a suo piacimento capilista e candidati per le elezioni parlamentari, regionali e locali senza preoccuparsi molto di quel che pensassero in proposito non solo i cittadini della circoscrizione o di quella determinata regione o città ma neppure i responsabili locali del partito. Che comunque lui nominava direttamente o avallando scelte dei propri fiduciari.

Quel tempo è passato, ForzaItalia denuncia una progressiva riduzione di consensi, in gran parte dovuta al fatto che quel metodo di scelta non ha creato una adeguata classe dirigente mentre molti, constatato che il partito ha perso potere, si sono dileguati, spesso bussando alla porta di via del Nazareno per arruolarsi nelle schiere del giovanotto di Rignano sull’Arno, visto come una reincarnazione del Cavaliere, nel frattempo divenuto ex, considerata anche l’ambiguità della linea politica portata avanti da Renzi che lascia spazio a molti forzisti, in particolare a quelli che avevano militato in passato sotto le bandiere del partito socialista di craxiana memoria. Spariti spesso per motivi giudiziari poi, essendo rimasti privi di casa, risuscitati sotto la benevola ala protettiva di Berlusconi.

Nel tempo di oggi la cooptazione non funziona più e la scelta dell’ex Cavaliere passa necessariamente attraverso il consenso degli altri partiti della ideale coalizione di Centrodestra, Fratelli d’Italia e la Lega, anche nella versione NoiConSalvini che si presenta soprattutto al centro-sud. Ne consegue che l’imposizione di Guido Bertolaso quale candidato sindaco di Roma non è stata accettata da Giorgia Meloni e da Matteo Salvini. Non solo perché il personaggio è al centro di una complessa vicenda giudiziaria, mentre molti esprimono dubbi sulla sua capacità di manager che ha gestito la Protezione civile dalla comoda condizione di chi può disporre di ingenti risorse da utilizzare in deroga alla legge di contabilità e ad ogni controllo. In realtà il personaggio è a pelle, come si usa dire, antipatico, sprizza arroganza da tutti i pori, non ha quella attitudine a riscuotere l’attenzione che è necessaria per correre in una città difficile come Roma in una condizione che vede sul centrodestra l’attivismo di Fratelli d’Italia, partito che ha la maggiore consistenza proprio nella Capitale, e di NoiConSalvini, la nuova aggregazione curata dal Presidente del Gruppo parlamentare della Lega al Senato, Gianmarco Centinaio, che è riuscito ad arruolare sia nel coordinamento romano che nelle liste per il Comune ed i municipi esponenti della cultura e della società civile rigorosamente esenti da pecche giudiziarie. A tutti, infatti, è stata richiesta la presentazione, insieme al curriculum che ne attesta la professionalità, del certificato del casellario giudiziario e dei carichi pendenti.

Insistere su Bertolaso appare, dunque, un errore per Berlusconi, quanto alla persona del candidato ed alla difficoltà, in ragione di quella scelta, di creare un nesso forte con gli altri partiti del centrodestra che darebbe la pressoché totale certezza della partecipazione al ballottaggio con l’avvocato Virginia Raggi, candidata del Movimento 5 Stelle che viene data come favorita. Un errore che rischia di mettere in forse la possibilità di una vittoria alle prossime elezioni politiche che viene, invece, data dai sondaggi come possibile se il centrodestra si presentasse al ballottaggio unito e compatto.

La posta in gioco dunque è alta e non si comprende come Berlusconi insista nel mantenere una posizione rispetto alla quale non sembra avere via d’uscita. Ha scritto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera del 25: “se Silvio Berlusconi avesse a cuore la sua creatura, cioè il centrodestra forgiato nell’impresa impossibile del ‘94, affronterebbe con urgenza la prova suprema per ricostruire una leadership ormai dissolta e inghiottita dall’autolesionismo suicida delle elezioni per il sindaco di Roma. Convocherebbe gli Stati generali del centrodestra per dare una forma e soprattutto un’anima smarrita ad uno schieramento ormai informe, pazzotico, rissoso, spaccato tra fazioni che si fanno una guerra senza quartiere, esploso come sotto l’effetto di una deflagrazione devastante”. È un’analisi sulla quale convergono molti, soprattutto in ForzaItalia, sicché ci si chiede perché l’ex Cavaliere mantenga questo atteggiamento evidentemente perdente, al punto che molti sospettano che ragioni nell’ottica del “Patto del Nazareno”, per venire in aiuto di Renzi al quale peserebbe molto una sconfitta a Roma, in particolare ove il suo candidato, Roberto Giachetti, non giungesse al ballottaggio, un esito ritenuto dagli osservatori plausibile in presenza di un Centrodestra compatto.

Quale che sia la ragione che spinge Berlusconi ad insistere sul suo candidato, quella del patto con Renzi o di una risposta stizzita a Meloni e Salvini che lo considerano sul viale del tramonto, non c’è dubbio che una sconfitta a Roma di Bertolaso (dato al 5 % nei sondaggi) e dell’intero centrodestra rappresenterebbe una ferita difficilmente rimarginabile e la sua definitiva scomparsa dalla scena politica anche se, come è probabile, a Milano vincesse Stefano Parisi, l’unico possibile successo, essendo escluso che abbiano qualche speranza i candidati di Torino, l’inconsistente Osvaldo Napoli, e di Napoli, Gianni Lettieri, “l’imprenditore scugnizzo”.

Berlusconi ci ha abituato ad iniziative dell’ultima ora. Sarà così anche stavolta? Salverà la coalizione in vista dell’Italicum che prevede il premio di maggioranza al partito più votato? Un percorso tutto da costruire che non può che partire da Roma.

26 aprile 2016

 

 

In un’intervista a La Repubblica

Renzi stempera la polemica con l’ANM che lui stesso aveva iniziato

di Salvatore Sfrecola

 

E una miccia a lenta combustione quella che è stata accesa in tema di giustizia e non è detto che al termine faccia esplodere qualcosa. Anzi, ritengo che non esploda nulla dopo che il presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Piercamillo Davigo, ha risposto a tono, con argomentazioni strettamente giuridiche ed esempi concreti alla generica accusa di “deriva giustizialista” lanciata dal Presidente del consiglio in Parlamento con i toni corruschi che caratterizzano la sua oratoria quando vuole aggredire qualcuno o qualche categoria, immaginando di giocare d’anticipo. Stavolta ha trovato un interlocutore che, con immediatezza e argomenti logici, ha detto chiaramente che la riforma della giustizia attende interventi normativi del governo e del Parlamento già abbondantemente delineati, come ha spiegato ad Otto e mezzo Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, il quale ha anche presieduto una commissione governativa che ha indicato le riforme necessarie, che il Governo non ha mandato avanti. Ricordiamo che si dava per certo, all’atto della formazione del Governo Renzi, l’indicazione di Gratteri a Ministro della Giustizia.

Ristabiliti così i termini esatti del confronto tra Presidente del consiglio e Presidente dell’Associazione magistrati, Matteo Renzi ha rilasciato un’intervista a Claudio Tito per La Repubblica nella quale parla di tutto e di più soffermandosi anche su quanto aveva detto Davigo. “I politici che rubano fanno schifo. E vanno trovati, giudicati e condannati”. E aggiunge: “dire che tutti sono colpevoli significa dire che nessuno è colpevole”. Senonché Renzi travisa, come hanno fatto altri in questi giorni, le parole del suo interlocutore (Davigo). Il quale non ha detto che tutti i politici rubano, che sarebbe stata un’affermazione intrinsecamente sbagliata la quale non corrisponde al pensiero del Presidente dell’Associazione magistrati, uomo di logica ferrea, il “Dottor sottile”, come lo chiamavano ai tempi di Tangentopoli. Ha detto, invece, che quelli che rubano non si vergognano. Cosa molto diversa e abbastanza facilmente verificabile da chiunque. Ricordo, in proposito, che mi colpì molto una espressione di Raffaele Cantone, appena nominato Presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC) il quale attribuiva alla diffusione di quegli illeciti il fatto che non esistesse nell’opinione pubblica una adeguata “stigmatizzazione” della corruttela. In sostanza, l’opinione pubblica si è assuefatta. Altrimenti non saremmo il paese più corrotto d’Europa (esclusa la Grecia), e d’altra parte, come dice Davigo, corrotti e corruttori non si vergognano.

Poche parole, dunque, da parte del Presidente del consiglio cui qualcuno deve aver ricordato che in materia di giustizia serve estrema cautela perché, al di là di certa stampa e di certi politici, è ben noto che gli italiani la pensano come Davigo. Lo ha sottolineato lo stesso Marcello Maddalena, ex Procuratore generale a Torino, come ricorda Anna Maria Greco in un suo articolo di due giorni fa su Il Giornale.

Poche parole anche in tema di prescrizione che, dice, “va bene allargare”. Forse voleva dire allungare, ma il suggerimento non è giunto in tempo. In realtà non è da allungare. La prescrizione non ha ragione di decorrere quando lo Stato esercita l’azione penale. È noto infatti come la prescrizione abbia lo scopo di adeguare la situazione di diritto a quella di fatto in assenza di una iniziativa delle titolare del diritto. Nel caso, il diritto punitivo dello Stato, se non esercitato entro un tempo stabilito dalla legge va interpretato come disinteresse all’esercizio dell’azione. Ma se il soggetto presunto responsabile viene rinviato a giudizio da quel momento non ha più senso che decorra la prescrizione. Naturalmente non è ugualmente ammissibile che una persona, la quale è innocente fino a sentenza definitiva di condanna, resti per anni sotto scacco giudiziario. Ma se non c’è inerzia del pubblico ministero, del giudice e della difesa il processo segue i suoi tempi fisiologici (e qui come ha suggerito Gratteri va evitata la riproduzione di attività giudiziaria in caso della sostituzione anche solo di uno dei componenti del collegio giudicante) e si concluderà rapidamente perché l’imputato avrà interesse ad una sentenza di assoluzione, mentre oggi l’imputato, che sa di avere qualcosa da rimproverarsi, fa di tutto per allungare i tempi perché scatti la prescrizione. Che non è una assoluzione, ma il fallimento della giustizia. Perché è evidente che l’imputato che non rinuncia alla prescrizione si ritiene colpevole ma preferisce avvalersene.

Avremo ancora nei prossimi giorni effetti della schermaglia a distanza tra Presidente del consiglio e Presidente dell’ANM. Si potrà ricomporre se il governo assumerà le iniziative suggerite dalla commissione Gratteri che prevede norme capaci di rendere veloci i processi e di far risparmiare allo Stato cifre consistenti. Per esempio quei 70 milioni che costituiscono il costo del trasferimento dei detenuti in giro per l’Italia per partecipare ai processi che potrebbero essere gestiti in videoconferenza, come già si fa per i processi di mafia. Con 70 milioni si possono acquistare nuove strumentazioni informatiche e assumere quei cancellieri che mancano (circa 10 mila), senza i quali non si possono fare processi ad esempio nel pomeriggio.

Vediamo se alle parole seguiranno i fatti. Se il Presidente del consiglio assumerà una iniziativa al riguardo. Finora, da quello che leggo sui giornali, sembra che non abbia incontrato nessuno dei suoi naturali interlocutori.

25 aprile 2016

 

Dimenticanze e non conoscenza

di Domenico Giglio*

 

Alla vigilia del 25 aprile appaiono i consueti articoli sulla repubblica nata dalla resistenza, per cui anche il Corriere della Sera del 23 aprile, si è unito al coro con un articolo di Marzio Breda dal titolo “Nella resistenza i primi passi della repubblica”. Non ripeteremo che questo slogan suona offesa ai militari che, fedeli al giuramento al Re, per primi scelsero la difficile strada della resistenza nei confronti dei tedeschi, ma ci soffermeremo su uno dei punti in cui l’articolista cita le cosiddette “repubbliche partigiane” , per definire alcune zone del Piemonte dove per brevi periodi le stesse furono liberate dalla presenza germanica, e si ressero autonomamente, dando a queste zone, che meglio sarebbe definire “comuni liberati”, il significato di anticipazione della successiva scelta repubblicana, in quanto la loro esperienza “…non poteva più coincidere con la forma monarchica….”.

Ora migliore smentita alla tesi dell’articolista è data dai risultati del referendum del 2 giugno 1946, dove Varallo Sesia, in provincia di Vercelli, città medaglia d’oro della resistenza, citata nell’articolo come esempio di “repubblica”, vide la maggioranza degli elettori scegliere il mantenimento della Monarchia con 2.983 voti contro i 2.287 repubblicani e la famosa “libera” Alba, in provincia di Cuneo, così ben descritta dall’indimenticabile Beppe Fenogllio, nel suo “I 23 giorni della città di Alba”, vide ben 6.709 voti per la Monarchia contro 3.334 repubblicani, dati di un estremo interesse e particolarmente significativi in provincie dell’Italia del Nord, dove fu quasi impossibile svolgere una qualsiasi propaganda monarchica e dove, non dimentichiamolo, i due maggiori quotidiani La Stampa ed il Corriere della Sera, che uscivano con i nomi diversi dati loro in quell’epoca, erano decisamente schierati per la scelta repubblicana, che avrebbe prodotto l’esilio e la confisca dei beni per i Sovrani di Casa Savoia, ma mantenuto invece la proprietà dei suddetti giornali e di altri beni ai loro storici precedenti possessori.

Sempre sul Corriere della Sera del 24 aprile vi è invece un lungo articolo del piemontese Aldo Cazzullo, che costituisce la nuova introduzione al suo libro “Possa il mio sangue servire”, dove viene ripetutamente dato atto della presenza monarchica nella resistenza, anche se, quando ricorda i capi della resistenza piemontese, fucilati a Martinetto, e cita i militari dal giovane tenente Silvio Geuna, unico scampato, e che ritroveremo schierarsi per la monarchia nel referendum, al capitano Franco Balbis, agli ufficiali di complemento Errico Giachino e Massimo Montano ed al generale Giuseppe Perotti, non spiega che questa numerosa e qualificata presenza di ufficiali era dovuta a quella fedeltà al giuramento al Re che abbiamo già ricordato, ma questa è o sarà “solo” una “dimenticanza” !

25 aprile 2016

 

·        Presidente del Circolo di Cultura e di educazione politica REX

 

 

 

 

Ecco perché preoccupa la classe di governo

Davigo dice quel che pensano gli italiani

di Salvatore Sfrecola

 

Per comprendere le ragioni delle preoccupazioni della classe politica di governo dopo le dichiarazioni di Piercamillo Davigo, neopresidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), bisogna leggere le ultime parole dell’articolo di Anna Maria Greco, oggi su Il Giornale, la testata della famiglia Berlusconi da sempre ferocemente ostile ai magistrati. Sono le parole di Marcello Maddalena, ex Procuratore generale di Torino, messe a confronto con le dichiarazioni di Carlo Nordio, che aveva ritenuto le espressioni di Davigo “sbagliate nel merito e inopportune”. No, dice Maddalena, sono “largamente condivise dai cittadini”.

D’altra parte nel Paese, dove altissima è la corruzione “percepita”, un dato empirico ma che interpreta la verità, meno corrotto solamente della Grecia, come diceva già all’inizio del secolo scorso Giovanni Giolitti, non c’è da stupirsi che le parole ben misurate, accompagnate da significativi esempi tratti dalla sua lunga esperienza di pubblico ministero, prima, e di giudice, dopo, corrispondano al sentire della gente quotidianamente informata dai giornali e dalle televisioni di gravissimi reati contro la pubblica amministrazione imputati a politici ed a funzionari pubblici, dagli appalti assegnati a imprese amiche che realizzano opere pubbliche a costi superiori al preventivato, in tempi notevolmente più lunghi di quanto previsto, alle forniture inutili. E, soprattutto, opere eseguite spesso senza rispetto delle prescrizioni contrattuali e delle regole dell’arte. Gli ultimi in ordine di tempo, ma non sono certo di essere aggiornato, gli scandalosi casi delle strade e dei ponti crollati in Sicilia a pochi giorni dalla loro inaugurazione. E, poi, i “furbi del cartellino”, che violano impunemente una regola fondamentale del rapporto di lavoro, quella di rendere la prestazione per la quale sono pagati.

E nessuno si vergogna! Questo ha detto Davigo, non per una generalizzata critica della intera società politica, che sarebbe evidentemente ingiusta, ma per una ovvia constatazione che gli imputati e, più, i condannati non si occultano, ma continuano spesso ad esercitare impunemente le loro funzioni.

Rileggiamo l’intervista di Davigo interpretata ad usum dei nemici della magistratura per soffermarci su una considerazione che è difficile non condividere. Posto che l’imputato è innocente fino a sentenza definitiva, il Presidente dell’ANM invitava i partiti, di fronte alle prove che hanno giustificato un avviso di garanzia o un rinvio a giudizio, ad assumere una autonoma valutazione “politica” per decidere se, ai fini della tutela dell’immagine del partito quei fatti consigliano un passo indietro da parte del politico.

Invece si sta cercando di buttarla in caciara, come si dice a Roma, scelta rischiosa perché potrebbe consolidare ulteriormente nell’opinione pubblica quella convinzione di cui parla Maddalena, pudicamente messa dalla Greco in coda all’articolo nel quale tenta di far intendere che, al di là della classe politica “di governo” (perché 5Stelle, Lega e SEL hanno preso posizione nettissima a favore di Davigo), le parole del Presidente dell’ANM non siano gradite anche ad ambienti della magistratura, senza dire che si tratta di notori timidi e di personaggi che in passato hanno ricoperto incarichi nell’ambito di commissioni governative, ruoli cui, si sa, alcuni magistrati tengono molto perché li avvicina al potere.

Diversamente da quanto scrive la Greco, Nicola Gratteri intervenuto ad Otto e Mezzo ha espressamente detto dinanzi alla Gruber, pur ritenendo i toni da contenere, di convenire con le osservazioni di Davigo, tra l’altro segnalando (denunciando?) che i risultati della commissione di studio da lui presieduta per la riforma del codice penale e di procedura penale, che ha predisposto proposte semplificative del processo, con possibilità di recuperare ingenti risorse, sono stati del tutto ignorati dal premier, per cui rimarrà quasi certamente l’ennesimo libro “bianco”, o come diversamente colorato, utile solamente per gli studiosi.

Gli altri, come il Segretario dell’ANM, Francesco Minisci, i quali sottolineano come l’Associazione non intenda alimentare lo scontro, avendo come unico obiettivo quello del migliore funzionamento del sistema giudiziario, sono perfettamente in linea con Davigo il quale si è presentato come colui il quale auspica che la Giustizia funzioni, come desiderano tutti i magistrati. Essendo evidente che qualunque professionista desideri disporre degli strumenti idonei a gestire le incombenze di competenza.

D’altra parte solo in malafede si può dire che il Presidente dell’ANM, abbia generalizzato nelle sue critiche, evidentemente dirette solamente a chi delinque e non si vergogna. Non ha mai dato del corrotto a tutti i politici, ha solamente, come pensano gli italiani, fatto intendere che ritiene, ne ha scritto insieme a Grazia Mannozzi (La corruzione in Italia. Percezione sociale e controllo penale) anche in un libro documentato, che la corruzione sia molto diffusa. È anche la mia tesi che ricollega gli sprechi di pubblico denaro, ingenti e quantificati, alla corruzione, in quando è evidente che il funzionario che acquista beni o servizi non necessari o ad un costo superiore al loro effettivo valore o è uno sprovveduto o uno che così agisce per fare un piacere a qualcuno. Ricchissima è la letteratura. Per semplificare, da “Silenzio si ruba”, di Mario Giordano a “Il saccheggio” di Daniele Autieri, a “Rapaci” di Sergio Rizzo, un assaggio di una ricchissima biblioteca che cresce di giorno in giorno.

Ancora, è di pochi giorni fa un mio articolo nel quale, prendendo lo spunto dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla corruzione nella prima guerra mondiale, ho ricordato, con la parsimonia di chi ha carità di Patria, sprechi immensi e ruberie di tutti i generi, dei singoli e delle imprese che hanno realizzato ingentissimi, ingiusti guadagni.

Anche la critica a Davigo basata sulla frase nella quale auspica nuove carceri è letteralmente ridicola. Siamo stati censurati in Europa per l’affollamento dei nostri istituti di pena, non perché fossero troppi i detenuti, che sono nella media dei paesi europei delle nostre dimensioni. Quanto poi alla richiesta di “una repressione penale più forte” è evidente che uno dei requisiti del buon governo della giustizia è quello della certezza della pena che, infatti, caratterizza le migliori democrazie occidentali.

C’è da dire che Matteo Renzi, aduso ad aggredire a destra e a manca la categorie più diverse, sempre generalizzando, per intimidirle, ha ridimensionato alcune sue iniziali esternazioni a margine dell’inchiesta in corso a Potenza. Forse ha capito quel che ha detto Maddalena e che comunque, a differenza dei predecessori, che non si facevano mai capire in televisione e sui giornali, il nuovo Presidente dell’ANM ha le idee chiare e le fa capire alla gente. E questo, in democrazia, va tenuto sempre presente.

24 aprile 2016

 

 

 

Il nuovo codice degli appalti:

le lobby e gli interessi pubblici

(dal massimo ribasso alle commissioni di gara)

di Salvatore Sfrecola

 

Non sono sfuggiti e non potevano sfuggire a Sergio Rizzo, da sempre attento a tutto ciò che genera sprechi e favorisce la corruzione, quelle che sul Corriere della Sera di ieri chiama “le falle nel codice degli appalti”, in particolare le norme sui ribassi nelle offerte delle imprese che partecipano ad una gara e la nomina dei componenti delle commissioni di aggiudicazione affidata all’Autorità nazionale anticorruzione (ANAC). Per cui il titolo: “Cantone non potrà indagare su gare inferiori a 5 milioni”.

Annunciato come un grande evento di semplificazione rispetto a un Codice obiettivamente ridondante, il nuovo testo normativo sugli appalti appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale (decreto legislativo 18 aprile 2016, n. 50) è sicuramente più snello. Ha meno articoli ma disciplina in modo inadeguato due aspetti importanti, quelli, appunto, rilevati da Rizzo, che riguardano due momenti fondamentali della disciplina degli appalti pubblici, l’offerta delle imprese che partecipano alla gara di appalto che in qualche misura condiziona le loro realizzazione, e la costituzione delle commissioni di aggiudicazione.

Osserva Rizzo che, “nella migliore tradizione di una politica per cui il confine tra gli interessi della collettività e quelli delle lobby è sempre impalpabile”, si lasciano aperte due strade pericolosissime. Il “massimo ribasso”, infatti, è stato il male assoluto degli appalti di opere pubbliche in quanto, affidando i lavori a chi ha proposto di realizzarli al prezzo più basso, spesso poco o per nulla remunerativo, si è aperta la strada a lavori eseguiti male o con molto ritardo rispetto ai tempi contrattuali, sempre con la giustificazione dell’esigenza di integrare il progetto con perizie di variante, a cominciare dalla famigerata sorpresa geologica, che sorpresa non sarebbe stata in presenza di affidabili sondaggi geognostici. Poi le “riserve” su questioni contabili o l’applicazione dei prezzi contrattuali spesso derivanti da contrasti tra appaltatore e direzione dei lavori, con le quali le imprese hanno costantemente tentato, quasi sempre riuscendoci, di recuperare quello che avevano perduto facendo un’offerta poco remunerativa. Oggi il Codice propone l’offerta “più vantaggiosa”, “individuata sulla base del migliore rapporto qualità/prezzo” (art. 77) fissata in un milione di euro (era stato inizialmente previsto 150 mila euro), un limite, ricorda Rizzo, al di sotto del quale tutto resta come prima. Cioè per l’81% del totale degli appalti di lavori. Per cui la frase con la quale si apre l’articolo “il massimo ribasso è morto, viva il massimo ribasso”. È evidente che il governo in questo modo ha ceduto alle pressioni provenienti dalle imprese disattendendo, fra l’altro, il parere che le Camere avevano reso sulla bozza di decreto legislativo.

Altro aspetto fondamentale, da tempo messo in evidenza, è quello della costituzione delle commissioni di aggiudicazione, attraverso le quali, come insegna l’esperienza, passano molti degli “inconvenienti” che hanno riguardato sprechi e corruzione. L’idea di cambiare sistema affidando la scelta dei commissari di gara all’Autorità nazionale anticorruzione, che li avrebbe sorteggiati da un apposito elenco, non è passata per le opere inferiori a 5,2 milioni di euro che costituiscono, ricorda sempre Rizzo, il 95% degli appalti. La proposta di affidare ad un sorteggio presidiato dall’ANAC la scelta dei commissari, che costituisce un potere in mano alla politica soprattutto negli enti locali, è stata respinta e limitata alla somma che abbiamo indicato perché si sosteneva che si sarebbe speso troppo (evidentemente per commissari provenienti da altre città o regioni, che, tra l’altro, avrebbe rappresentato una garanzia di neutralità rispetto all’ambiente). Questa osservazione fa il paio dell’altra, non affrontata da Rizzo, che attiene ai collaudi, altro momento fondamentale per combattere la corruzione attraverso il controllo rigoroso della realizzazione dell’opera, che è un settore nel quale il politico di turno si sente libero di affidare ad amici e ad amici degli amici un controllo fondamentale per la realizzazione dell’opera pubblica. In questo caso la logica perversa e ipocrita del risparmio ha ridotto l’importo dei compensi, in tal modo tenendo lontano da questa fondamentale attività professionisti capaci e indipendenti, l’unica garanzia per l’amministrazione. Convinti come sono da sempre che il guadagno illecito della costruzione di un’opera pubblica si realizza attraverso opere fatte male ed in tempi prolungati rispetto al programma contrattuale così facendo lievitare i costi, le commissioni di aggiudicazione e le commissioni di collaudo costituiscono all’inizio e alla fine del procedimento lo strumento fondamentale per tenere lontana la corruzione o per impedire che il corruttore tragga vantaggio ingiusto dall’opera.

Naturalmente, come ho scritto più volte, il collaudatore ben pagato e professionalmente capace va tenuto al riparo da ogni tentazione attraverso una disciplina di incompatibilità con l’impresa della quale ha collaudato i lavori (o di imprese collegate) presso la quale non avrebbe dovuto avere incarichi di qualunque genere per un lungo periodo, almeno un quinquennio. Divieto da estendere a parenti ed affini e collaboratori di studio che in atto consentono quella vischiosità che è fonte di spreco e di corruzione.

Due punti del codice degli appalti non marginali e non secondari ai quali non si è voluto attribuire la necessaria attenzione a dimostrazione che come sempre, come per tutti i governi, la lobby degli interessi privati riesce a scalfire gli interessi pubblici alla trasparenza e alla correttezza e, infine, alla utilizzazione rigorosa del pubblico denaro esclusivamente nell’interesse pubblico. Ma, si sa: i governi passano, le lobby restano.

23 aprile 2016

 

 

 

La destra anomala che critica Davigo perché allergica alla legalità

di Salvatore Sfrecola

 

“Davigo, la toga che vede solo colpevoli”, così Stefano Zurlo accoglie su Il Giornale del 18 aprile la nomina a Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati di Piercamillo Davigo, avvenuta pochi giorni prima. Ed ecco l’incipit dell’articolo “da mani pulite in poi il presidente dell’ANM ha un unico credo: non esistono innocenti, solo colpevoli da incastrare a tutti i costi”. Viene spontaneo chiudere il giornale gettarlo nel cestino tanto è evidente la somma dei preconcetti che muovono in questo caso l’autore, un giornalista di valore evidentemente condizionato dall’ambiente nel quale lavora, dal clima culturale del giornale per il quale scrive. Una testata “di destra”, da sempre lividamente ostile alla magistratura alla quale si attribuiscono le peggiori ignominie, forse perché spesso sono stati imputati e condannati politici e imprenditori o politici-imprenditori vicini alla proprietà.

Per carità, ogni posizione ideologica è legittima, ma richiederebbe un minimo di serenità di giudizio, se non altro distinguendo i fatti dalle opinioni, antica regola del buon giornalismo. Invece il giornale indulge all’arroganza di certa imprenditoria italiana vicina al potere politico, all’ombra del quale da sempre prospera attendendo dalle forze politiche di governo non solamente concessioni e appalti ma, quando occorre, anche leggi e leggine che rendano più difficili le indagini giudiziarie, depenalizzano (sintomatiche le vicende del falso in bilancio) o abbassano la soglia della prescrizione. Ambienti lontani da quel culto della legalità che ha sempre caratterizzato la democrazia liberale, quella che chiamiamo destra e che abbiamo riconosciuto come tale fino a quando non se ne è impossessato un abile imprenditore, astuto comunicatore che, avendo avuto il merito di spazzare via nel 1994 e nel 2001 i residui di un comunismo becero e antistorico ha conquistato il cuore di molti italiani i quali sentimentalmente continuano, anche se sempre in numero minore, a votarlo per riconoscenza.

Ma torniamo alla prosa di Zurlo su Davigo del quale estrapola qua e là frasi tratte da contesti diversi dalle, quali vorrebbe dedurre il modo di intendere il ruolo di magistrato del presidente dell’ANM. Come quella secondo la quale “in Italia non ci sono troppi detenuti, ma troppe poche carceri”, una realtà oggettiva, perché il numero dei nostri detenuti è nella media degli altri paesi occidentali e se l’Italia è stata oggetto di censure sotto il profilo delle condizioni di vita negli stabilimenti carcerari è stato esclusivamente per l’affollamento degli stabilimenti di detenzione. Iniziare con questa frase dimostra faziosità pressappochismo preconcetti che non vanno mai bene ma ancor meno bene quando si parla di giustizia e di persone che nel settore sono impegnate con “disciplina e d’onore”, come si legge nell’articolo 54 della Costituzione laddove è indicata la regola cui devono attenersi coloro cui sono affidate funzioni pubbliche.

Basti pensare che Zurlo ritiene “perfettamente calzante sul Davigo-pensiero” una frase che riconosce non essere stata da lui mai detta “rivolteremo l’Italia come un calzino”.

Il fatto è che Pier Camillo Davigo, oltre ad essere un magistrato di valore, coerente nell’esercizio delle sue funzioni, prima di pubblico ministero e poi di giudice, col sistema normativo che è tenuto ad applicare, è anche un uomo di spirito, dalla battuta facile, che condisce i suoi ragionamenti con esempi tratti dall’esperienza sua e dei colleghi, attraverso i quali illustra in modo chiarissimo le origini e gli effetti del malaffare che attanaglia questa nostra Italia da moltissimi anni, come dimostrano gli scandali per sprechi e corruzione che risalgono nel tempo, come ho scritto in un recente articolo tratto dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla corruzione nella prima guerra mondiale, e che fece dire a Giovanni Giolitti “meno male che c’è la Grecia altrimenti saremo i più corrotti d’Europa”.

In questo contesto è evidente che l’articolo di Zurlo non poggia su una riflessione approfondita delle tematiche che vuole affrontare. Come quando, con riferimento all’accusa di Renzi ai magistrati che non chiuderebbero rapidamente i processi, Davigo individua questa situazione nell’effetto della prescrizione. Un fatto a tutti noto in conseguenza dell’abuso legislativo di un istituto che costituisce un unicum negli ordinamenti giudiziari dei paesi occidentali nei quali, quando lo Stato esercita l’azione penale la prescrizione perde il suo ruolo e quindi non decorre più.

Pensare che Zurlo ricorre all’odiato Renzi per attaccare Davigo è la migliore dimostrazione della strumentalità di una impostazione. Il fatto è che il nuovo presidente dell’associazione nazionale magistrati, grande comunicatore, non di favole ma di ragionamenti facilmente percepibili dal cittadino, costituisce un pericolo per coloro i quali giocano con la giustizia in un continuo dibattito dal quale non si esce con proposte concrete e credibili. Ricorda un po’ l’eloquio di Enrico Ferri che teneva banco con contraddittori di tutte le tendenze. Perché, ad onta di una certa incomprensione tra toghe e cittadini, sempre propensi ad aggirare quando possibile le leggi, per cui vedono nel magistrato colui che li richiama all’ordine, le persone oneste, che sono certamente la maggioranza del nostro popolo, guarda con attenzione al ruolo della giustizia e comprende facilmente il perché della sua lentezza in relazione alla farraginosità processuale scritta in leggi che non fanno certamente i magistrati ma i politici.

Né poteva mancare nella prosa di Zurlo un riferimento alle intercettazioni, difese da Davigo in più occasioni, anche quando sembrano di interesse esclusivamente privato mentre delineano un quadro comportamentale certamente rilevante al fine di comprendere il ruolo che in determinate circostanze ha avuto il soggetto intercettato. Naturalmente si parla dell’ormai famosa frase di Federica Guidi quando dice al fidanzato “mi hai trattato come una sguattera del Guatemala”, frase certamente privata ma che nel contesto della vicenda fa risaltare la ribellione del ministro nei confronti del suo compagno, che evidentemente non le è grato nonostante i numerosi piaceri che lei gli aveva fatto nella sua veste di imprenditore. La frase attesta le pressioni subite dal ministro e potrebbe, nel quadro di altre espressioni registrate dagli investigatori, sottolineare la sua responsabilità cioè il suo coinvolgimento nelle vicende oggetto delle indagini penali ovvero scagionarla perché, nonostante quelle pressioni, non sarebbe venuta meno alla sua responsabilità di ministro e di componente del governo. In questo dibattito è il limite oggettivo delle tesi con le quali si vorrebbe limitare l’uso delle intercettazioni, che è il vero problema che viene presentato all’opinione pubblica come una, condivisibile, critica alla loro diffusione indiscriminata. Pratica che i giornalisti conoscono bene che è conseguenza della diffusione di quei testi il più delle volte da parte degli avvocati difensori.

Alla ricerca di argomenti per attaccare Davigo, che è di destra e che dovrebbe quindi essere omogeneo al giornale sul quale Zurlo scrive, se a guidare la linea editoriale non fosse il Berlusconipensiero, il Nostro arriva a ridimensionare quella appartenenza ideale del magistrato sostenendo che essa non sia riferita all’attualità. D’altra parte la destra ha perduto da tempo ogni riferimento ideologico, basta richiamare il pensiero e gli scritti di Marcello Veneziani. Per cui il richiamo ideale di Davigo andrebbe a personaggi lontani nel tempo, a Cavour, a Ricasoli, a Quintino Sella. Ed è certo che Davigo ne sarà orgoglioso, lui che ha scritto “La giubba del Re” per indicare con un riferimento all’abito indossato da chi serviva lo stato con “disciplina ed onore”, già prima che ne parlasse la Costituzione della Repubblica italiana, perché la dignità del funzionario pubblico risale nel tempo, per quanti vi credevano e vi credono.

In chiusura mi piace ricordare la frase di un mio amico, il professore Emanuale Itta, che, qualche anno fa, a commento di alcune mie considerazioni sullo stato delle istituzioni e sul loro ruolo oggi, mi disse “tu sei proprio un uomo del Risorgimento”. Mi ci volle poco per capire che era un complimento, che non significava appartenere a un mondo superato, perché le regole della democrazia e dell’esercizio delle pubbliche funzioni sono immutabili nel tempo, come nell’antica Polis o nella Roma repubblicana e imperiale, esempi straordinari di fedeltà alla legge e alla missione storica delle istituzioni dello Stato.

20 aprile 2016

 

 

 

 

Referendum, hanno vinto tutti, ha perso la democrazia

di Salvatore Sfrecola

 

Com’è consuetudine all’indomani di una consultazione elettorale tutti si proclamano vincitori o, comunque, “non perdenti” assumendo che, in vario modo, l’esito abbia dato ragione alla indicazione fornita al corpo elettorale. C’è, però un sicuro perdente, la democrazia, sempre quando il risultato del voto è determinato dall’astensione degli elettori. E perde la politica se quell’astensione è stata effetto della insufficiente o distorta informazione intorno al quesito e alle conseguenze che la sua approvazione o meno avrebbe determinato.

Non entro, dunque, nel merito del controverso quesito referendario, sul quale, peraltro, si sono sentite non solamente tesi diverse, com’è normale che sia, ma autentiche bugie, evidenti anche alle orecchie del più modesto degli osservatori, purché desideroso di apprendere, ciò che dimostra come la democrazia in questo nostro Paese sia ancora incompiuta. Come attesta la polemica sull’astensione, certamente consentita sulla base della norma costituzionale la quale (art. 75, comma 4) prevede che “la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi”. Escluse, dunque, le schede bianche o nulle. Questo limite fu oggetto di accesa discussione in Assemblea Costituente. Fu proposto (Paolo Rossi) di elevare il quorum ai due quinti. Poi passò la formula dell’on. Perassi. E fu la maggioranza degli aventi diritto. La preoccupazione era quella di evitare che una legge, magari approvata a larghissima maggioranza dal Parlamento, potesse essere abrogata anche solamente dal quindici per cento degli elettori.

La preoccupazione si comprende ma non convince. Il referendum è istituto cosiddetto di democrazia diretta, attraverso il quale si intende verificare la rispondenza della volontà degli eletti ai sentimenti degli elettori. È espressione autentica di democrazia per cui il limite imposto dal quorum a mio avviso non ha senso, in quanto, in vista del quesito, le associazioni ed i comitati schierati sul si o sul no, i parlamentari ed i partiti sarebbero costretti ad un impegno importante per sollecitare l’elettorato a votare in favore delle rispettive posizioni. Fidare sull’assenteismo, indotto da disinteresse per la partecipazione alle scelte della comunità o, peggio, da insufficiente o distorta informazione non è degno di una democrazia matura come noi crediamo sia quella italiana. O forse come vorremmo che fosse.

Sulla base di questo mio modo di intendere la partecipazione dei cittadini alle decisioni dissento dalla tesi di Alessandro Campi, docente di Storia del pensiero politico all’Università di Perugia, esposta oggi su Il Messaggero, secondo la quale “in democrazia non votare è comunque un modo per esprimere la propria opinione”. Ed aggiunge: “l’idea che solo recarsi alla urne rappresenti una prova di maturità civile o un esercizio virtuoso di cittadinanza nasconde un’idea pedagogica della politica e una visione della democrazia che sacrifica la mobilitazione di massa alla libertà individuale”. Dissento perché è difficile immaginare nella diserzione delle urne una scelta politica rispetto ad una decisione legislativa, come in questo caso, od all’indirizzo politico presentato dai partiti in una competizione elettorale. E, poi, da quale partito, considerata la varietà delle proposte in campo sulle politiche pubbliche, dovrebbe intendersi realizzato il dissenso del non voto?

Neppure l’ipotesi che il cittadino non vada a votare perché disgustato, come taluno afferma non senza qualche fondatezza, dalla politica e dagli scandali che da anni la caratterizzano, può identificare una “scelta” politica, sia pure implicita in una “non scelta”.

Diamo alle cose l’interpretazione più corretta o solamente più verosimile. Il popolo italiano non è stato educato alla partecipazione elettorale. Non lo è stato nei primi anni del Regno, quando votavano solamente i possidenti e coloro che sapevano leggere e scrivere, non lo è stato ai tempi del Fascismo, quando la “religione della libertà”, per dirla con Benedetto Croce, è stata sistematicamente compressa. Non lo è stato neppure nei primi anni della Repubblica nata sotto la minaccia del “caos” se non avesse prevalso sulla Monarchia. Ha avuto una parvenza di dignità essenzialmente negli anni della contrapposizione Democrazia Cristiana-Partito Comunista quando, come nel 1948, fu netta la contrapposizione nelle piazze d’Italia tra libertà e comunismo filosovietico, negatore dei diritti civili. Presto il compromesso storico e la esaltazione della fine delle ideologie, hanno decretato, in realtà, la fine delle idee che distinguevano destra e sinistra. Sicché, come ha scritto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di domenica 17, si è realizzata quella “erosione di identità che omologa la politica” ed attua, attraverso la fine dei partiti storici, il superamento del confronto, per cui il cittadino non è stimolato a riflettere, anche nel modo più semplice o semplicistico, per identificare il partito o l’uomo politico del quale condividere e sostenere i programmi. In tutto questo non ha aiutato una legge elettorale che fa del Parlamento un’assemblea di nominati dai partiti e non di soggetti eletti dai cittadini perché radicati sul territorio. Anzi, si è fatto di tutto per allontanare gli eletti dagli elettori trasferendo i candidati da una regione all’altra, spesso a distanza di molte centinaia di chilometri. In queste condizioni appare estremamente arduo considerare il non voto una scelta “politica”.

18 aprile 2016

 

 

 

Occorre cambiare le regole e abolire il quorum

Referendum tra si no e astensione

di Salvatore Sfrecola

 

Votare è un diritto ma anche un “dovere civico”, come dice la Costituzione all’art. 48, comma 2, esprime “la pienezza della cittadinanza”, ha scritto Michele Ainis, costituzionalista, oggi sul Corriere della Sera (“È meglio votare, niente espedienti”), rende effettiva la partecipazione del cittadino alle decisioni e alle scelte della comunità. Naturalmente si può non votare, anche se la legge per le elezioni delle Camere prevede come obbligatoria la partecipazione al voto. Se ne occupò anni addietro Mario Vinciguerra in un l’esilarante pamphlet “Il voto obbligatorio nel paese dei balocchi”, dove racconta dei suoi vani tentativi di farsi incriminare perché non aveva voluto votare. Naturalmente chi non vota non può lamentarsi di come vanno le cose. Anche se il suo voto può poco è evidente che la somma dei voti esprime una scelta importante, determina l’indirizzo politico elettorale.

Passando al referendum che ci impegna in questi giorni, quello, per semplificare, delle trivelle, è certamente lecito votare sì o no ma anche astenersi, in ragione del sistema di voto che prevede la validità della consultazione solo al raggiungimento del quorum rappresentato dalla partecipazione alla consultazione del 50% più uno degli aventi diritto al voto. Tuttavia il fatto che l’astensione abbia lo stesso effetto del no dimostra che il meccanismo è sbagliato e che la legge va cambiata eliminando il quorum. Infatti chi si oppone al quesito referendario e conta sull’assenteismo, cioè sul disinteresse delle persone magari perché, come accade sovente anche a causa della complessità dei quesiti, non percepisce l’importanza della iniziativa non va premiato perché fa leva sull’ignoranza dell’elettore. E questo non è certamente un esempio di democrazia diretta, quella che, appunto, è rappresentata da questo strumento di consultazione popolare. Per cui sarebbe necessario mettere a confronto il sì e il no di coloro che intendono manifestare la loro opinione. Sarebbe inoltre un fatto che stimolerebbe la partecipazione dell’elettorato, con evidente crescita di una maturità politica della quale in Italia si sente forte il bisogno. Diciamo che contare sul disinteresse indotto dalla cattiva informazione è un mezzo imbroglio, considerato che già il quesito referendario è reso difficile dal sistema stesso, per cui se vuoi abrogare una norma devi segnare si, se la vuoi mantenere devi barrare il no.

I partiti, tuttavia, sembrano restii a sollecitare un approfondimento del tema ed una più compiuta informazione degli elettori. Ricorda Michele Ainis, nell’articolo già citato, che “un tempo, durante la gioventù della Repubblica, la sfida si giocava in campo aperto”. E fa l’esempio del referendum sul divorzio nel quale “le truppe” di Fanfani e di Pannella “si contarono nelle urne, non davanti alla TV; E, infatti, andò a votare l’87,7% degli elettori”.

Se Ainis ritiene necessario votare Angelo Panebianco, sullo stesso giornale, opta per il non voto (“Si può non votare, è un mio diritto”) ma riconosce che “c’è un importante risvolto pratico che riguarda il votare o l’astenersi. Sia in elezioni che in referendum privi di quorum chi si astiene abdica al proprio potere di influenzare gli esiti, lascia che la decisione sia nelle mani di altri, dei votanti”. E in queste considerazioni è la conferma della necessità di modificare la legge sul referendum ed abolire il quorum. Sarebbe certamente educativo, un importante passo avanti nel segno della democrazia che è fatta di partecipazione, non di astensione.

15 aprile 2016

 

 

 

I costi della Grande Guerra

Non solo eroi, anche corrotti e corruttori

di Salvatore Sfrecola

 

Da storico “dilettante” vado da qualche tempo approfondendo alcune tematiche relative alla Grande Guerra. Ne ho fatto oggetto di relazione e conferenze e mi sono imbattuto su realtà diverse. In particolare mi sono accorto, indugiando tra libri e riviste, che dAbituati a pensare alla Grande Guerra come ad uno scontro di popoli e di eserciti sullo sfondo di una ridefinizione della geografia dell’Occidente e della mappa delle potenze europee ed a considerare soprattutto l’importanza delle operazioni militari e le gesta di generali e soldati, tendiamo a dare poco rilievo all’economia, cioè ai costi della guerra, alla acquisizione delle risorse necessarie, ai prestiti interni ed internazionali, alle imposte ed alle tasse con le quali è stato alimentato il bilancio dello Stato. E ancora alla regolamentazione dei consumi ed alla disciplina dei prezzi che ha interessato le popolazioni civili, in sostanza alle condizioni di vita di chi non era al fronte ma doveva contribuire, affrontando gravi sacrifici, all’impegno della Nazione in guerra.

La guerra ha avuto costi altissimi, superiori a quelli preventivabili ed inizialmente preventivati sulla base dell’esperienza delle guerre dell’Ottocento, tutte alimentate pressoché esclusivamente dalle imposte ordinarie e finanziate, ove esistente, dal bottino conquistato in guerre precedenti.

Tuttavia non sono solamente questi i costi finanziari. Perché vanno considerate in primo luogo le perdite umane, ingentissime, ed i connessi oneri per l’assistenza degli invalidi, degli orfani e delle vedove, gli oneri per la ricostruzione delle infrastrutture viarie, ferroviarie e portuali, distrutte dalle operazioni militari, la riconversione dell’industria bellica. Per non dire del disagio e dei disordini sociali dovuti alle rivendicazioni di chi era al fronte ed ha perduto le attività professionali coltivate con personale sacrificio ma anche di coloro che si sono impegnati nelle fabbriche a guerra finita in fase di riconversione ed hanno perduto il lavoro. Tutte situazioni che hanno pesato molto sulla ripresa dell’economia.

Ogni calcolo è, dunque, necessariamente parziale ed inadeguato, come dimostra la varietà delle cifre  che si leggono nei libri, anche perché i costi globali della guerra vanno depurati degli oneri ordinari, quelli che lo Stato avrebbe comunque dovuto sostenere anche in tempo di pace. Non tutti i costi, inoltre, sono stati registrati nelle contabilità dello Stato e degli enti pubblici.

Accanto ai costi “ordinari”, ingenti ma legittimamente pagati, vanno calcolati quelli conseguenti agli illeciti che come sempre, e dovunque, sia pure in misura diversa, hanno soddisfatto interessi privati indebiti, a cominciare da quelli della grande industria, in particolare la metalmeccanica impegnata nelle forniture militari, interessi che hanno consentito guadagni colossali, un affare per diverse categorie di industriali. Guadagni andati spesso oltre il dovuto, essendosi instaurato un meccanismo di “corruzione sistemica in grado di pompare dallo Stato risorse insperate attraverso merce non consegnata, ma fatturata; merce avariata o scadente; merce pagata più volte; merce pagata tre o quattro volte il valore di mercato” (V. Gigante – L. Kocci – S. Tanzarella, La grande menzogna, Il Giornale – Biblioteca storica, 2015, 36). È stato accertato, infatti, che sul debito prodotto dai costi della guerra, che penserà per decenni sulla vita della Nazione, molto ha influito la corruzione, per la quantità di denaro che ha mosso, lucrando sul bilancio dello Stato, e per il discredito che ha gettato sull'Amministrazione civile e militare e sul mondo imprenfitoriale per le persone coinvolte, ministeriali, politici, militari e industriali. “Si può dire che non vi fu nella vita dell’Italia un fenomeno corruttivo di pari dimensioni se non forse per la ricostruzione del terremoto dell’Irpinia 1980” (Ivi).

Il fatto è che, finita la guerra, la vittoria ed il successivo cambio di regime hanno messo la sordina su questi scandali, sicché ne è rimasta poca traccia nella memoria nazionale, nonostante alla fine del conflitto siano state avviate indagini che portarono alla costituzione di una “specifica commissione parlamentare d’inchiesta che, pur tra difficoltà e resistenze, recuperò una quantità di materiali, prove e testimonianze che resero incontrovertibile la realtà: non ci fu quasi fornitura che non fosse stata sottoposta al fenomeno corruttivo” (Ivi).

Il coinvolgimento negli illeciti di vasti settori dell’amministrazione civile e militare rese difficile l’avvio delle indagini si che il materiale raccolto è rimasto per molto tempo accantonato e soltanto all’inizio degli anni ‘90 raccolto, catalogato e inventariato ha dato luogo al primo studio complessivo su una selezione del materiale disponibile sulla base di un lavoro pubblicato dalla Camera dei deputati (C. Crocella – F. Mazzonis (a cura di), L’inchiesta parlamentare sulle spese di guerra (1920-1923), vol. I-III, Camera dei deputati, Roma 2002). È solo uno stralcio del grande materiale disponibile ma già questa selezione offre un’idea della spaventosa capacità di penetrazione della corruzione e del danno economico provocato. Significativi, al riguardo, alcuni passaggi del famoso discorso del 12 ottobre 1919 con il quale Giovanni Giolitti, parlando a Dronero, si era impegnato ad affrontare il problema. Partendo dai costi della guerra, dal valore economico delle vittime. “Valutando a solo lire mille il prodotto annuo del lavoro di un uomo nel pieno dl suo vigore – è il giudizio dello statista piemontese - un milione di morti o inabilitati rappresenta per la nazione la perdita di un miliardo all’anno. Vengono in seguito i debiti verso l’estero, che ammontano a più di 20 miliardi e che rappresentano un corrispondente impoverimento del Paese; il valore del materiale bellico consumato, armi, munizioni, vestiario, approvvigionamenti automobili, cavalli, materiale sanitario ecc.; il valore degli impianti per industria di guerra non utilizzabili per industrie di pace; le distruzioni nelle province invase dal nemico e nei paesi vicini al fronte guerra; la distruzione di oltre la metà della marina mercantile; la rovina del materiale ferroviario, l’abbandono e la cattiva coltivazione di terre per mancanza di braccia; le perdite derivanti dal mancato lavoro di cinque milioni di uomini per quattro anni; la riduzione del patrimonio zootecnico a circa la metà; la grande diminuzione del patrimonio forestale; la scomparsa quasi totale di importazione d’oro da parte dei forestieri ed migranti, il disastroso rialzo del costo della vita in conseguenza della mancata produzione e della svalutazione della moneta. Non è possibile valutare neanche approssimativamente la somma che tali danni rappresentano” (Discorso di S.E. Giovanni Giolitti pronunciato in Dronero il 12 ottobre 1919 agli elettori della provincia di Cuneo, Topografia Artale, Torino, 19191, 13-14).

Tutto questo va aggiunto al costo per la finanza dello Stato che si legge nell’esposizione fatta dal Ministro del Tesoro alla Camera dei deputati il 10 luglio 1919. Cifre di tutto rispetto, le quali segnalano che al 31 maggio 1919 i debiti contratti per la guerra ammontavano a 64.166 milioni; a questi vanno aggiunti 8.378 milioni per le spese di guerra dell’esercizio 1919-20 ed ancora 6 miliardi di debiti che il governo prevede di dover contrarre all’estero per gli approvvigionamenti nel corrente esercizio (1919) sicché, spiega Giolitti a commento di quelle cifre, nei 12 mesi dal 1 luglio 1919 al 30 giugno 1920, cioè in un esercizio finanziario cominciato sette mesi dopo la firma dell’armistizio, “noi dobbiamo ancora fare 17.000 milioni di debiti. Il debito contratto per la guerra salirà quindi alla fine dell’esercizio corrente a circa 81 miliardi, ai quali si aggiungeranno poi, negli esercizi seguenti, i debiti che si dovessero contrarre per coprire i disavanzi finché si sia raggiunto il pareggio del bilancio” (Ivi, 14-15).

Prima della guerra il nostro debito pubblico era di circa 13 miliardi: dunque l’Italia alla fine del 1919 ha un debito di 94 miliardi. Con la precisazione che i 13 miliardi del debito pregresso comprendevano i debiti lasciati dagli stati preunitari e tutti i debiti contratti dal regno d’Italia dal 1860 al 1914: per l’impianto del nuovo Stato italiano, per le guerre del 1866, dell’Eritrea, della Libia, per costruire ferrovie e le altre opere pubbliche, e per coprire i disavanzi di quei 54 anni. Insomma la Grande Guerra da sola lascia un debito oltre sei volte superiore alla somma dei debiti accumulati in un secolo da tutti i governi d’Italia.

Torniamo alla corruzione, a quella “crudele e delittuosa avidità di denaro – sono ancora parole di Giolitti - che spinse uomini già ricchi a frodare lo Stato imponendo prezzi iniqui per ciò che era indispensabile alla difesa del paese; a ingannare sulla qualità e quantità delle forniture con danno dei combattenti; e a giunger fino all’infamia di fornire al nemico le materie che gli occorrevano per abbattere il nostro esercito. La Camera nuova sentirà certamente la voce del Paese, che reclama giustizia” (Ivi, 21-22).

Tornato al governo il 24 giugno 1920 Giolitti presenta un disegno di legge che istituisce la Commissione parlamentare d’inchiesta per le spese di guerra. L’iter parlamentare sarà breve ma si cercherà con ogni mezzo di limitarne i compiti e, pur tuttavia, avrà come scopi l’accertamento degli oneri finanziari sostenuti dallo Stato per le spese di guerra, come essi siano stati erogati quanto il tutto sia stato legittimo, quali siano state le responsabilità morali, politiche, amministrative e politiche.

Il lavoro della Commissione sarà complesso e tormentato. Molte le resistenze, “al limite del boicottaggio, costituirono un ostacolo oggettivo spesso insormontabile. Il fatto apparve ancora più grave quando la Commissione parlamentare cercò di comprendere quante commissioni ministeriali fossero state costituite e avessero funzionato appena prima, durante gli anni di guerra e subito dopo. I risultati furono impressionati: i ministeri ne dichiaravano complessivamente 90 e la Commissione parlamentare ne scoprì 297. In questa incertezza fu impossibile stabilire quanto fossero costate le medaglie di presenza per i funzionari che vi facevano parte, tuttavia si riuscì a ricostruire che 100 di queste commissioni erano costate appena 80 milioni e mezzo di lire. Per i funzionari ministeriali e per i consulenti le commissioni rappresentarono l’Eldorado nel quale le loro competenze e compresenze erano infinite” (V. Gigante, cit., 41).

Si legge nella relazione generale della Commissione d’inchiesta: “ Vi sono funzionari che fanno parte di tante e svariate e tra loro disparate commissioni che solo se fossero onniscienti, e solo se potessero disporre di un tempo dieci volte maggiore di quello che è a disposizione di ogni mortale potrebbero attender con coscienza agli incarichi assunti. Vi sono commissioni la cui inutilità sorge dalla loro stessa denominazione e la cui efficienza induce semplicemente al riso” (Relazione generale, 37).

Un commento: “il proliferare di inutili e costose commissioni mostra la farraginosità della burocrazia della Pubblica amministrazione e ne segna anche la vulnerabilità, dalla negligenza degli omessi controlli fino alla conclamata corruzione” (V. Gigante, cit. 42).

“Emerge un quadro impietoso – è il commento -, in base al quale la cupidigia e la spregiudicatezza di tanti imprenditori e intermediari privati coinvolti (le cui innegabili responsabilità, con buona pace della Confindustria e dei suoi difensori e sostenitori, ben risaltano di volta in volta nelle indagini sui singoli contratti) poterono incontrare il successo auspicato grazie alla connivenza di gran parte dei responsabili delle pubbliche amministrazioni (senza tanto distinguere tra politici e funzionari) a sua volta resa possibile da strutturali carenze organizzative (aggravate dal venir meno delle norme di controllo contabile)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese. Storia della Commissione parlamentare d’inchiesta, in C. Crocella – F. Mazzonis (a cura di) L’inchiesta, cit., 225).

Da notare il “venir meno del controllo contabile”, la deroga utilizzata in tutte le emergenze, ancora di recente dalla Protezione civile in caso di calamità naturali e di “grandi eventi”, la porta aperta per ogni possibile illecito.

Corruzione, improvvisazione, imperizia. Le vicende iniziano nel 1914 con i primi approvvigionamenti di materiali. Un caso emblematico è quello di muli e cavalli sul mercato degli Stati Uniti. Gli ufficiali incaricati si recano in America, i più non conoscono la lingua inglese e in ogni caso non sono in grado di leggere e capire contratti e clausole. Gli incaricati decidono di non appoggiarsi all’Ambasciata italiana ma di muoversi autonomamente. Ricorrono a mediatori e a sensali italoamericani di dubbia moralità di cui diversi appartenenti della criminalità. I risultati sono disastrosi. Prima della partenza, a causa del mancato acclimatamento, più della metà dei cavalli muore. Sopravvivono cavalli bolsi e vecchi fisicamente inadatti all’uso militare. Le navi utilizzate per il trasporto erano inadeguate, spesso vecchi rottami, come nel caso della Evelyn che si incaglia nei fondali dell’Oceano Atlantico e che per disincagliarsi sacrifica 900 cavalli, gettati a mare.

In generale emerge un sistema di tangenti e di corruzione nel quale sono coinvolti numerosi ufficiali impegnati nella “Rimonta”, con un danno rilevantissimo: cavalli pagati molto di più del prezzo di mercato, di qualità scadente, spediti in Italia senza precauzioni e cura.

Un caso di incompetenza, superficialità e piccola corruzione rispetto a quanto emerso in Commissione a proposito dei grandi giganti dell’industria italiana, l’Ilva e l’Ansaldo. La prima imponeva i pezzi che desiderava e, libera dalla concorrenza straniera, sia era impegnata in una estesa campagna di finanziamento di giornali e talvolta di acquisto degli stessi. L’impegno economico aveva scopi strategici, capaci di garantire di fatto il pieno controllo dei mezzi di informazione. L’elenco dei giornali finanziati è impressionate: 221 testate nazionali, locali e straniere con contributi in due anni dalla fine del 1917 e la fine del 1919 di ben 4 miliardi.

Si legge nella relazione finale della Commissione: “l’acquisizione delle azioni delle società editrici di molti giornali, nelle diverse città d’Italia non fu certamente compiuta per collocare in imprese redditizie dei milioni rimasti inoperosi ed infruttuosi nelle casse dell’Ilva: bisognava aumentare intorno alla società, che viveva e prosperava a spese dello Stato, il coro delle voci dei grandi giornali ed il plauso compiacente dei piccoli, della platea. Bisognava, mediante la sapiente propaganda giornalistica, persuadere l’opinione pubblica del paese che la siderurgia è un dono offerto dalla provvidenza alla nostra vita nazionale; prepararla a batter le mani alla scandalosa liquidazione che si sperava per i contratti di guerra; indurla ad approvare quei governi che si apprestassero a mantenere e anche ad aumentare il presidio della protezione doganale e il privilegio delle commesse di favore. Bisognava inoltre assicurare a uomini politici amici la difesa di grandi organi della stampa, imporsi a quegli avversari o tepidamente favorevoli con la minacciosa ostilità dei giornali importanti” (I rapporti dello Stato con la società Ilva, in Camera dei deputati, Atti parlamentari, XXI, Relazioni della Commissione parlamentare delle spese di guerra, 233).

È in questo contesto di sovraesposizione mediatica che l’Ilva avanza richieste di liquidazione di pagamenti infondati o irregolari. A guerra finita lo Stato, che pure era in credito, si sentì richiedere ben 131 milioni.

E non stato un caso isolato. “Disorganizzazione, incompetenza, negligenza” in ogni settore. Anche l’Ansaldo non fu estranea ad illeciti. In particolare avendo venduto le stesse armi (cannoni) due volte. Fu per “pura distrazione”, si disse, e la società ammise la frode e restituì 9 milioni di lire.

Anche nel settore aeronautico ci furono “irregolarità”, sia per la Caproni che per la FiatSia. La prima ricevette somme per aerei mai consegnati, la seconda ebbe somme per aerei inadatti al volo ma regolarmente pagati.

Anche in materia di forniture si ebbero sprechi e illeciti, come nell’acquisto di trattori, vecchi rottami inadatti ai terreni italiani. Scadenti erano le scarpe, il vestiario, le coperte, inservibili e pagate a caro prezzo. Un caso emblematico quello del panno grigioverde che avrebbe dovuto avere caratteristiche idrorepellenti. Invece il tessuto era scadente e si imbeveva di acqua.

Insomma la corruzione dilagò sovrana. Ma come spesso accade in Italia e, in quel periodo, forse per non oscurare l’immagine dell’Amministrazione civile e militare e per non coinvolgere personalità vicine al governo si rinviò tutto. Neppure Mussolini mandò avanti la Commissione d’inchiesta. Forse alcuni degli industriali coinvolti avevano finanziato il suo movimento. Insomma si fece di tutto perché non venisse alla luce “quel mondo di vaste e ramificate collusioni e di giganteschi sperperi in cui sono state ampiamente coinvolte fette consistenti delle classi dirigenti e della pubblica amministrazione (compresi i militari)” (F. Mazzonis, Un dramma borghese, Storia, cit., 2094).

Una storia ignobile, accanto ad eroismi ed a sacrifici inenarrabili di quanti nelle trincee combatterono per l’onore della Patria e della bandiera, bagnati fino all’osso perché qualcuno aveva fornito panno grigioverde inadatto e qualche altro aveva chiuso un occhio e pagato somme non dovute, certamente intascando una ricca “provvigione”.

15 aprile 2016

 

 

 

La nuova costituzione

Una riforma pasticciata e vi spiego come

di Salvatore Sfrecola

 

La Costituzione è la legge fondamentale di uno Stato, lo “costituisce” e definisce le regole della democrazia, i diritti fondamentali delle persone e delle formazioni sociali, l’equilibrio dei poteri, il rapporto tra le istituzioni. La Costituzione rappresenta l'identità politica di un popolo. E’ così, sempre e dovunque. Per questo nel 1947 (entrerà in vigore nel 1948) i Costituenti l’approvarono quasi all’unanimità, raggiungendo, con grande saggezza, un non facile equilibrio tra culture politiche molto distanti, la liberale, la cattolica, la comunista, ma nella convinzione che quelle regole fossero un bene per tutti.

Quella Costituzione ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo democratico e sociale del nostro Paese. Ed è stata fatta per durare, come accade in tutti i paesi occidentali, fino a quando il popolo non decide di modificarla poco o tanto. Modifiche che avvengono sempre con ampie maggioranze, come ha previsto anche l’attuale Costituzione italiana che all’art. 138 ha stabilito una procedura, cosiddetta “aggravata”, che prevede plurime letture delle Camere. Infatti la nostra è una Costituzione definita “rigida”, come ha voluto l’Assemblea costituente sulla base dell’esperienza negativa del precedente ordinamento: infatti lo Statuto Albertino, la Costituzione liberale che ha retto l’Italia dalla fondazione del Regno unitario all’avvento della Repubblica era una costituzione flessibile, cioè modificabile da una semplice maggioranza parlamentare. È andata bene finché si sono alternate maggioranze liberali. Ma con l’avvento del Fascismo quella Costituzione è stata impunemente e ripetutamente violata.

Ebbene, la riforma voluta dal duo Renzi-Boschi è stata approvata con quello che può definirsi “un colpo di mano”, il voto di una minoranza che, grazie ad una sovrarappresentazione parlamentare assicurata da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza solo sulla carta. Una simile maggioranza non avrebbe dovuto avere l’improntitudine di cambiare i connotati fondamentali della Costituzione. È un dato non solo formale. Ma la cosa non ha fatto alcun effetto a Matteo Renzi sfruttando la disattenzione di molti italiani per i principi di diritto e le regole della democrazia.

Non solo. Il metodo utilizzato nel processo di riforma per riscrivere la Carta di tutti ha seguito molteplici forzature nel corso del dibattito parlamentare, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale, legata da interessi di bottega e prevaricando le garanzie e le prerogative riconosciute all’opposizione. Che, infatti, ha abbandonato l’aula in occasione della votazione finale. E ricordiamo che il rispetto per l’opposizione è un connotato fondamentale della democrazia parlamentare, come dimostra il Regno Unito, dove il premier consulta sistematicamente il capo dell’opposizione che, infatti, costituisce il cosiddetto “governo ombra”.

Alla mancanza di legittimazione della riforma in atto non potrà sopperire nemmeno il referendum, ove ad ottobre prevalessero i “si”. Il vizio di fondo, infatti, resta. Il voto di un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale incostituzionale è una lesione grave della democrazia. Ci auguriamo che i cittadini capiscano che questa riforma è un imbroglio, perché non farà funzionare meglio lo Stato, non garantirà più democrazia, non ridurrà i costi della politica (basti pensare che avendo, giustamente, ridotto i senatori da 315 a 100, ha lasciato 630 deputati). Il che appare assurdo ed evidenzia la volontà di questa “maggioranza”, il cui unico scopo è far durare questo Governo, di occupare soprattutto il potere, come dimostra l’intento di attuare un plebiscito sulla politica del premier. Una politica, ormai lo hanno compreso gli italiani che leggono i giornali, di furbesche, periodiche regalie (gli 80 euro ne sono un esempio) i cui effetti l’abile comunicatore enfatizza tra slogan, mezze verità ed autentiche bugie.

L’augurio è che gli italiani non stiano al gioco, non si facciano confondere le idee da improvvisazioni che non hanno nessun effetto duraturo. Lo dimostra la flessione dei contratti di lavoro a tempo indeterminato una volta diminuiti gli incentivi ai datori di lavoro. E quando cesseranno del tutto?

È certo che la Costituzione aveva bisogno di essere ritoccata su alcuni aspetti, come si chiede da più parti da decenni, dai politici e dai tecnici più avveduti. Ma questa riforma è eversiva, non migliorativa, dell’assetto costituzionale. Trasforma una repubblica parlamentare, dove il potere è esercitato dal popolo attraverso i suoi rappresentanti eletti, in una repubblica i cui poteri confluiscono nell’esecutivo, come dimostra l’esperienza del governo Renzi che più di ogni altro è ricorso al voto di fiducia impedendo la libera espressione della volontà del Parlamento. Lo ha fatto nonostante l’ampia maggioranza. È stata una prova di quello che ci attenderà se la riforma entrerà in vigore.

Infatti la riforma costituzionale collegata alla riforma elettorale, il cosiddetto Italicum (perché mai si usa la nobile lingua del diritto per una riforma antidemocratica?), travolge i principi della repubblica parlamentare. L’“Italicum”, infatti, aggiunge, all’azzeramento della rappresentatività del Senato, l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei deputati. Il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera - che può decidere senza difficoltà in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali - nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale.

Contemporaneamente saltano i pesi e i contrappesi che caratterizzano l’attuale ordinamento costituzionale creando una sorta di “Premierato assoluto” che assicura al Governo un potere senza precedenti che si esprimerà nell’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, e del Consiglio Superiore della Magistratura.

Il Senato viene modificato sulla base dell’idea di dover superare il bicameralismo “perfetto” o “paritario” (due Camere con identici poteri). Si  poteva procedere in vari modi. Molte sono state nel tempo le proposte di riforma. Nessuna come quella scelta dal duo Renzi-Boschi.

La scusa, la lentezza della procedura legislativa per il doppio esame è una balla. L’esperienza dimostra che quando i disegni di legge sono rimasti troppo a lungo tra Camera e Senato è stato perché non vi era la volontà politica di approvarli. Perché quando si è voluto in pochi giorni le leggi sono state varate. Il Senato lo ha dimostrato in un rapporto dati alla mano. E poi quante volte sono stati corretti nella seconda lettura gli errori di una camera? Proprio in occasione della approvazione della legge sulla scuola, il relatore, al quale in un dibattito televisivo si faceva osservare un errore, ha risposto “lo correggiamo alla Camera”.

Anche il risparmio è una balla. I neosenatori consiglieri regionali avranno certamente una diaria e il pagamento delle spese di missione per la permanenza a Roma. E una segreteria. Sarebbe assurdo che non fosse così.

Le funzioni attribuite al nuovo Senato sono ambigue e il modo di elezione dei nuovi senatori è totalmente confuso, prevedendo che siano rappresentati enti territoriali (regioni e comuni) con funzioni molto diverse. Non potrà funzionare.

Anche il nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni, voluto dalle sinistre nel 2001 con una maggioranza di soli tre voti, che ha avuto gli effetti deleteri sui rapporti Stato-Regioni, e che adesso si vorrebbero sanare, non porterà affatto alla diminuzione dell’attuale pesante contenzioso costituzionale. Probabilmente anzi lo aumenterà. L’elenco di ciò che spetta allo Stato o alle Regioni, è infatti largamente impreciso ed incompleto. Non è vero, ad esempio, che la competenza concorrente è stata eliminata: in molte materie, come nel “governo del territorio” rimane una concorrenza tra “norme generali e comuni” statali e leggi regionali. Inoltre, a causa dei poteri legislativi del nuovo Senato configurati in maniera confusa, nasceranno inevitabilmente ulteriori conflitti di legittimità costituzionale.

Inoltre la stessa riforma del Titolo V della Costituzione torna ad accentrare nello Stato materie che in atto sono assegnate alle Regioni. Da un eccesso all’altro. Senza esperienza e con scarsa cultura giuridica, e nella fiducia di arraffare tutto il potere in conseguenza dell’Italicum, Renzi ha voluto un centralismo che non è funzionale all’efficienza del sistema. Determinerà un aumento della spesa statale e di quelle regionale e degli enti locali, specie per il personale.

È una grave lesione del pluralismo istituzionale e la negazione del principio, di derivazione europea e prima ancora proprio della cultura cattolica, della sussidiarietà. Alle parole non seguono i fatti. L’intento dichiarato di dar vita ad una più efficiente Repubblica delle autonomie è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

È stato anche osservato che lo Stato, attraverso la clausola di supremazia (una vera e propria clausola “vampiro”, come è stata definita), potrebbe riaccentrare qualunque competenza regionale anche in Regioni che si sono dimostrate più virtuose e responsabili dello Stato stesso, contraddicendo tanto l’efficienza quanto il fondamentale principio autonomistico sancito all’articolo 5 della Costituzione, secondo il quale la Repubblica “riconosce e promuove le autonomie locali”.

Torneremo sui vari aspetti della “riforma” perché gli italiani sappiano che dietro gli slogan del giovanotto di Rignano sull’Arno non c’è una solida idea di costituzione ma solamente la volontà strumentale di conquistare e tenere il potere.

14 aprile 2016

 

 

 

 

Il nuovo Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati

sa farsi capire

Davigo ai politici: rispettare la Magistratura

di Salvatore Sfrecola

 

Infine i magistrati associali hanno calato i loro assi, un Presidente “forte” una Giunta unitaria. Un Presidente comunicatore, Piercamillo Davigo, un magistrato che, a differenza dei suoi predecessori alla testa dell’Associazione Nazionale Magistrati sempre a disagio dietro ai microfoni, saprà far comprendere alla gente quali sono i veri problemi della Giustizia e di chi le responsabilità di annosi ritardi e di gravissime inefficienze. Perché l’opinione pubblica torni a considerare la Magistratura veramente al centro del buon funzionamento della società e dello Stato, così spingendo governo e Parlamento a mettere mano ai problemi veri, non a quelli inventati dai politici a tutela della “Casta”, come nel caso delle ripetute depenalizzazioni e della limitazione dei poteri del Pubblico Ministero e del Giudice. E sullo sfondo la ricorrente voglia di operare una stretta sulle intercettazioni che rivelano vizi pubblici e privati, l’habitat dove maturano abusi e corruzione.

Di riforma della Giustizia si parlerà, dunque, con individuazione dei problemi che effettivamente pesano sull’efficienza del sistema, così da allontanare i cittadini e gli imprenditori dal ricorso ai tribunali, dissuadendo chi volesse investire in Italia. Un Paese dove la certezza del diritto è improbabile non è un luogo dove investire, dove rischiare per realizzare un’attività imprenditoriale. Se, infatti, la giustizia penale arriva quasi sempre ad anni di distanza dai fatti che hanno prodotto illeciti, e il più delle volte i processi impantanati muoiono per prescrizione, la giustizia civile ha tempi incompatibili che le esigenze dell’economia per la quale, come per la vita di ciascuno di noi, il tempo è un valore rilevante.

Ora Davigo ha una grande esperienza. È stato il “dottor Sottile” del Pool di “Mani Pulite”, sempre puntuale nella formulazione delle imputazioni nella tangentopoli milanese la cui storia illustra frequentemente in conferenze ed interviste destando sempre diffuso interesse perché fatti di permanente attualità. Passato poi alle funzioni giudicanti è un riferimento nella Cassazione penale. Inoltre è autore di pubblicazioni sul malaffare e sulla corruzione in generale che sono da anni alla base del dibattito degli studiosi e dei politici, fin da quando con “La Giubba del Re”, un libro di straordinario successo, ha rivendicato il ruolo nobilissimo del servizio allo Stato, quello che si assume indossando, appunto, la “Giubba” che è segno distintivo del delicatissimo esercizio della giurisdizione.

È un compito difficile quello che attende il nuovo Presidente dell’ANM nel contesto attuale nel quale il Presidente del Consiglio, mentre dice di attendere dai giudici risposte rapide agli scandali, si muove spesso come un elefante in un negozio di cristalli creando disagi e disfunzioni. Con la tecnica antica di giocare d’anticipo aggredendo quello che addita all’opinione pubblica come “il nemico” dell’efficienza, come nel caso delle ferie dei magistrati (i più produttivi d’Europa), un problema inesistente, creato per intimidire la categoria, dopo che aveva bloccato il trattenimento in servizio degli ultrasettantenni in vista di un “ricambio generazionale” che non c’è stato e non è neppure alle viste. Intanto ha creato vuoti significativi nei vertici istituzionali, mandato a casa presidenti e procuratori di tribunali e di corti d’appello, interrotto carriere onorate e determinato scavalcamenti nell’assegnazione degli uffici, fonte di un ricco contenzioso. Non sapeva evidentemente cosa faceva e perché lo faceva. Ma lo sapevano bene i suoi suggeritori. Qualcuno parlerà di poteri forti, di lobby e di altre variabili che da sempre fanno politica dietro ai politici. Con Davigo, almeno per la magistratura, i politici dovranno essere espliciti e chiari. “È essenziale farsi capire – va ripetendo in questi giorni – spiegare ciò che altrimenti resterebbe incomprensibile”. Il comunicatore politico, che parla per slogan e luoghi comuni, e il magistrato che chiede “rispetto” per l’istituzione e per gli operatori del diritto perché la buona giustizia la fanno le buone leggi e magistrati indipendenti, “soggetti soltanto alla legge”, come sta scritto in Costituzione. Sarà dura per il giovanotto di Rignano sull’Arno.

9 aprile 2016

 

 

 

 

In margine ad un articolo di Alessandro Penati su Repubblica

Per far funzionare l’Italia:

buona analisi e frettolose conclusioni

di Salvatore Sfrecola

 

Leggo sempre con attenzione quel che scrive Alessandro Penati editorialista di Repubblica, una solida base professionale, economista e professore di Scienze bancarie, laureato alla Bocconi, docente della Cattolica, importanti esperienze estere, al Centro Studi del Fondo Monetario Internazionale, un Phd all’Università di Chicago. Un liberista, come egli stesso si definisce, e questo lo rende simpatico a chi, come me, ha letto molto di Cavour e di Einaudi e ad essi torna per misurare, con l’esperienza di ieri, la realtà di oggi, nell’economia, come nella organizzazione dei poteri dello Stato e della Pubblica Amministrazione, lo strumento per governare, per indentificare le regole e per farle rispettare. Da sempre convinto che se non funziona l’apparato c’è poco da fare, le politiche pubbliche rimangono sulla carta, un bel libro di sogni. Non a caso Cavour amava dire “datemi un bilancio ben fatto e vi dirò come un paese è governato”. Dove “ben fatto” significa veritiero ed idoneo ad identificare dove e come le risorse sono impiegate. Un riferimento al consuntivo, al rendiconto generale dello Stato, laddove nel conto del patrimonio sono iscritti l’ammontare del debito, i crediti e le partecipazioni, i dati della gestione di tesoreria.

Quella lettura è impegno di pochi in politica, come evidente dall’andamento dei dibattiti parlamentari, e, spesso, dalle riflessioni degli studiosi.

Quelle carte Penati le ha lette, uno dei pochi, e su di esse ha meditato a tutto tondo. E in lui deve essere montata la rabbia per aver constatato come da quel documento, specchio fedele della salus rei pubblicae, emerge un Paese in affanno, che non cresce e che ha poche speranze di sviluppare benessere e occupazione.

L’analisi è spietata, per certi versi irrimediabilmente pessimista, se, di fronte a “sperpero e corruzione”, da anni “regolarmente documentati da inchieste giornalistiche, libri e programmi Tv”, la denuncia “non genera idee e proposte efficaci”. Né in politica, né in sede giudiziaria. E neppure nell’Amministrazione che non si riforma perché “il problema del suo malfunzionamento è endemico e irrisolvibile”, ma si aggiungono nuove funzioni e nuovi enti “senza alcuna garanzia che la nuova burocrazia funzioni meglio di quella surrogata”. Intanto leggi e regolamenti, spesso “incomprensibili (volutamente?) per i non “addetti ai lavori”, come in materia di appalti, scoraggiano gli imprenditori e gli investitori.

Ne ha per tutti Penati, anche per le università, che accusa di essere non responsabili delle scelte sbagliate che “non seguono criteri squisitamente meritocratici”. “Un problema intrinseco al pubblico: chi decide lo fa coi soldi degli altri, e non c’è relazione tra le sue prospettive di reddito e carriera e il valore della sua decisione”.

Di fronte a questa situazione “non esistono soluzioni facili, ma bisogna cercarle in cambiamenti radicali del “manico””. Secondo Penati per superare questa situazione quattro sono le indicazioni concrete. In primo luogo responsabilizzare regioni e comuni, per i quali non è stato imposto di assumersi la responsabilità della spesa. Per cui "o si decentra anche il potere impositivo o si riportano al centro funzioni e decisioni di spesa". È il tema del federalismo.

Poi privatizzare il possibile. “Il privato non è esente da problemi; ma per lo Stato è più facile regolamentare che gestire direttamente. Per quanto criticabile sia il sistema tariffario, è meglio delegare costruzione e manutenzione delle strade a concessionari che farle gestire dall’Anas. Privati regolamentati sono più efficienti nel gestire poste, ferrovie, lotterie, tabacchi, elettricità rispetto a enti pubblici in monopolio”.

La terza indicazione è quella di “separare la decisione di investimento, che appartiene all’area pubblica, dall’intero processo esecutivo (progettazione, selezione di imprese e fornitori, gestione dei contratti, controllo avanzamento lavori e standard di qualità: per questo ci sono società specializzate nel mondo”.

Infine, la proposta di “istituire un revisore contabile della spesa, indipendente dal Governo. Non l’ennesima Autorità o magistrato, ma un vero revisore dei conti pubblici che certifica la regolarità delle poste di bilancio e verifica il rispetto delle regole contabili e contrattuali da parte di tutte le amministrazioni pubbliche. Per gli eventuali errori, irregolarità o illeciti c’è la giustizia ordinaria”. Con l’aggiunta che “la Corte dei Conti andrebbe soppressa per manifesta inutilità. Tribunali amministrativi, radicalmente riformati. Dovrebbe essere il primo capitolo della prossima spending review”.

Sarebbe difficile non essere d’accordo con Penati, quanto all’analisi delle cose che non vanno nella legislazione e nell’amministrazione pubblica, temi che spesso tratto e che mi appassionano, convinto, come ho detto, che l’amministrazione pubblica efficiente sia al centro del buon funzionamento dell’istituzione governo. E sembra opportuno approfondire, per capire il senso di un articolo e la sua efficacia nel dibattito politico, il riferimento finale alla “inutilità” della Corte dei conti, un verdetto buttato lì senza motivazione, a meno che non si intenda attribuire alla Corte la responsabilità dello sfacelo che sino a qualche riga prima è stato denunciato con evidenti responsabilità diffuse, a partire dal “manico”, che va identificato innanzitutto, e senza mezzi termini, nella classe politica, a cominciare da quella che si siede in Parlamento, là dove si fanno le leggi che amministrazione e magistrature applicano. Con la conseguenza che quel fiducioso riferimento alla giustizia ordinaria appare quanto meno azzardato in considerazione della, a tutti nota, difficoltà di perseguire i reati e di assicurare la giustizia civile in tempi rapidi, una doglianza antica, denunciata innanzitutto dai magistrati.

Ma tornando alla Corte dei conti, che Penati vorrebbe sostituita da un “revisore contabile della spesa pubblica, indipendente dal Governo”, senza tener conto che in tutte le autorità, definite nella denominazione “indipendenti”, i componenti li nomina il governo o il Parlamento, quindi la politica, voglio ricordare una mia esperienza dei primi anni 90, quando fui incaricato dal Ministro dei lavori pubblici pro-tempore di esaminare i documenti con i quali erano stati certificati i bilanci delle Ferrovie Nord di Milano che ne avevano attestato la regolarità. Tuttavia gran parte dei vertici aziendali erano inquisiti. Alcuni associati alle patrie galere.

Delude, dunque, sul punto l’articolo di Alessandro Penati del quale non intendo comunque sminuire la capacità di analisi già in altre occasioni condivisa. Ritengo tuttavia che onestà di analisi scientifica richieda l’approfondimento della presunta inutilità di una istituzione che dal 1300 ha garantito lungo i secoli, e nella evoluzione del sistema di governo, prima la corretta gestione degli uffici operanti nell’ambito della curia regis del Re di Francia, poi del Ducato di Savoia, quindi del Regno d’Italia e della Repubblica, sempre in uggia ai potenti di turno. Un’analisi di questo ruolo di garanzia, se non altro per rispetto alla storia ed alle persone, avrebbe dovuto comportare qualche considerazione sulle leggi che l’istituzione regge e su quelle che applicano i controllati, senza trascurare il problema dell’adeguatezza degli strumenti operativi e del personale, di magistratura e amministrativo, che opera al centro e nelle regioni. Uno sparuto numero di magistrati, che soffre una scopertura del ruolo vicina al 40%, numeri che furono determinati oltre 50 anni fa, mentre nel frattempo la spesa pubblica è aumentata e si è diversificata e in alcuni casi è stata gestita in deroga alle disposizioni della legge di contabilità e della normativa sugli appalti. E non solamente nel settore della protezione civile, in un Paese nel quale la regola è quella di rinviare la soluzione dei problemi perché divengano un’emergenza da affrontare con misure speciali. Avrei voluto sentire da Penati, ad esempio, qualcosa sui controlli in materia di opere pubbliche, sui collaudi, in particolare, che, come nel caso delle certificazioni di bilancio dianzi richiamate, attestano sempre la corretta esecuzione dei lavori secondo le disposizioni contrattuali e le regole dell’arte, anche quando quelle opere, realizzate con ritardi spesso di anni, richiedono presto interventi manutentivi straordinari.

La conclusione non può essere altra che un invito ad approfondire i singoli temi al di là di una generica e generalizzata critica dell’esistente che effettivamente “non genera idee e proposte efficaci”, per dirla con le parole di Penati. Mentre è estremamente pericoloso, in un momento storico nel quale il dire spesso fa aggio sul fare, gettare in pasto all’opinione pubblica sentenze non motivate le quali possono lasciare in orecchie inesperte ma velleitarie giudizi errati e comunque ingenerosi, tali da indurre a rammendare la tela partendo dal filo sbagliato. Non ce lo possiamo permettere.

27 marzo 2016

 

 

 

Riordiniamo un po’ le idee, tra realtà e fantasia

L’Isis e l’Occidente “corrotto”:

siamo in guerra o no?

di Salvatore Sfrecola

 

Giornali e televisioni, con il concorso di esperti di politica estera e della sicurezza, ci presentano a giorni alterni letture diverse degli eventi che vedono l’Occidente sotto attacco terroristico. Ed indicano soluzioni alcune delle quali al limite della ragionevolezza, come quando si affidano esclusivamente ad una integrazione che si è dimostrata difficile o, più spesso, impossibile perché è l’integrando che la rifiuta in ragione della difesa della propria cultura e religione, isolandosi nel contesto sociale del paese che lo ospita, anche quando ne ha ottenuto la cittadinanza. E si sente dire di “schegge impazzite”, di “lupi solitari”, di “organizzazioni terroristiche”, alla ricerca di spiegazioni da offrire alla gente giustamente preoccupata della sicurezza delle città, non solamente nelle stazioni, nelle metropolitane, negli aeroporti. Lo scopo dei terroristi, ci spiegano, è quello di spargere il terrore. Con quali finalità? Il terrore per il terrore? E poi chi sono gli “operatori” del terrore? Pazzi, come qualcuno li qualifica, o “agenti”, più o meno consapevoli, di un’organizzazione più ampia con proprie finalità? Una sorta di Spectre, verrebbe da dire, come quella che combatte l’agente segreto James Bond.

Sono queste le domande che dobbiamo farci, perché la tesi dello scontro di civiltà, in conseguenza della matrice islamica dei terroristi, non va trascurata ma non è certo sufficiente.

Occorre, infatti, tornare alla classica domanda che da sempre ci aiuta a comprendere un fenomeno complesso, al cui prodest, all’identificazione del movente, dell’interesse che muove le azioni terroristiche che abbiamo sotto gli occhi, non solamente in Occidente, ma anche nel Medio Oriente e nell’Africa settentrionale. In modi diversi, nell’ambito di un disegno politico generale per il mondo islamico. In Irak o in Siria per la ricerca della supremazia di una fazione sull’altra per conquistare un nuovo equilibrio dei poteri in un assetto di aree che sono state troppo sbrigativamente disegnate sulla carta geografica dopo la prima e la seconda guerra mondiale, confini tracciati con il righello, così trascurando che al di qua e al di là di quelle righe vivono popoli con tradizioni a volte inconciliabili, come nel caso dei curdi distribuiti dalla politica in tre stati. Occasione permanente di conflitto.

In altre realtà più vicine all’Occidente l’obiettivo viene perseguito colpendo l’economia, come in Egitto e in Tunisia, da Sharm El Sheikh al Museo del Bardo, dove è stata minata la stessa speranza di un riscatto sociale affidato al benessere proveniente dal turismo, fonte importante di ricchezza e di lavoro. È la ragione degli aiuti che l’Unione Europea assicura al governo di Tunisi mediante l’ampliamento delle esportazioni di prodotti agricoli verso l’Europa, da ultimo con l’olio che ha mosso le proteste dei produttori italiani.

Il fine evidente dei terroristi e di chi li manovra è quello di mettere in difficoltà quei regimi “moderati”, alleati dell’Occidente, che hanno scelto una via diversa dall’affermazione dello stato islamico, esempi pericolosi per chi intende perseguire l’obiettivo di un Islam integralista dove vige la legge della sharia attraverso un rigido controllo dell’autorità religiosa.

Sullo sfondo il “Grande Islam”, del quale ho sentito parlare da un importante esponente governativo anni addietro al Cairo con l’aggiunta, preoccupante, che fino a quando l’Islam non avesse raggiunto i suoi “confini naturali” non ci sarebbe stata pace? Quali sono i confini “naturali” dell’Islam? Quelli immaginati a Lepanto o sotto le mura di Vienna?

Se, dunque, c’è una strategia politica dietro gli attentati, coerente con lo spirito espansionistico che ha accompagnato la storia dei paesi musulmani a cominciare dagli ultimi anni della vita di Maometto, va individuata la “mente”, il “regista” che sta dietro la strategia del terrore e che muove le masse dei diseredate galvanizzate dalla fede nell’Islam.

Che ci sia una strategia ed un regista del resto è evidente a chiunque abbia un minimo di capacità di osservazione ed una qualche memoria storica. Qualcuno ricorderà i moti di Bengasi dopo le stupide vignette satiriche su Maometto (scherza coi fanti e lascia stare i santi, ho ricordato nell’occasione) pubblicate da un giornale danese. Si riunirono migliaia di persone esagitate, anche sotto il Consolato d’Italia, e furono bruciate decine di bandiere del Regno di Danimarca. Mi domandavo come fosse possibile rinvenire in terra di Libia, dall’oggi al domani, tutte quelle bandiere. Sarebbe stato difficile a Roma. Fu agevole a Bengasi.

Del regista, tuttavia, pare non darsi carico nessuno, forse per la obiettiva difficoltà di individuare un soggetto o un governo del terrore e per evitare di dover accusare qualche stato “amico”, mentre ci si dedica molto alle comparse, alla manovalanza, spesso reclutata nelle enclave musulmane delle città europee, da Parigi e Bruxelles. E si afferma la natura, per certi versi, endogena del terrorismo jihadista spesso alla ricerca delle “colpe” degli stati europei e dell’America intervenuti quasi sempre malamente in Medio Oriente ed in Libia. Si insiste sul fatto che sono cittadini europei, spesso di seconda o terza generazione, cresciuti nelle nostre città, che in alcuni casi lavorano in uffici e aziende pubbliche, soggetti che, secondo gli standard di cui tanto si parla, dovrebbero essere pienamente integrati. Evidentemente non è così. E si cerca di guardare in direzioni diverse per non dover ammettere che l’integrazione è il più delle volte fallita o più esattamente impossibile per soggetti appartenenti a comunità permeate di forte spirito religioso che tendono a costituire una sorta di enclave nel contesto sociale del paese nel quale vivono. Mantengono le proprie tradizioni, hanno strutture di assistenza e finanziarie autonome. Insomma non sono cittadini con diversa religione e cultura, che tuttavia partecipano della vita politica e sociale del paese condividendone storia e tradizioni. Ne rimangono estranei. Per cui è naturale che la manovalanza del terrorismo sia reclutata in questi ambienti dove i figli degli immigrati che in Europa hanno trovato quel lavoro che nelle terre d’origine non avrebbe consentito loro una vita dignitosa sono cresciuti con un sentimento di ostilità nei confronti del paese del quale hanno anche ottenuto la cittadinanza. Confinati nelle periferie delle metropoli dell’Occidente opulento, gelosi delle proprie usanze e tradizioni, pur avendo superato la fase del disagio economico coltivano una diffusa ribellione nei confronti dell’Occidente corrotto, immorale, dove le donne non portano il velo e fanno vedere a tutti i capelli, un simbolo di femminilità che attira l’attenzione dell’uomo, dove pretendono di indossare vestiti che ne sottolineano le forme, come le europee. Usanze che rischiano di contaminare le loro donne le quali spesso “pretendono” di studiare e lavorare e magari di formare una famiglia con un cristiano, un infedele. È lì che maturano sentimenti di rivendicazione della “purezza” dei seguaci di Maometto, la ripulsa per l’Occidente il desiderio di tornare nella terra degli avi e comunque di operare per l’Islam. Accadeva tra gli esuli russi che, pur decisamente anticomunisti, si facevano spie dell’Unione Sovietica perché quella era pur sempre la Grande Madre Russia.

In questo contesto preoccupa una diffusa tendenza al ragionamento astratto, cui contribuiscono soprattutto gli “esperti” che discettano se siamo o no in guerra, come se la guerra fosse una realtà con formule tipiche, quando l’esperienza storica denuncia una varietà estrema di atti di ostilità tra stati, basti pensare alla guerra di corsa, alla quale i regni di Spagna e d’Inghilterra si affidavano per danneggiare le economie degli stati avversi o concorrenti, pur non risultando direttamente coinvolti nel conflitto, o i blocchi navali organizzati per impedire i commerci ed i rifornimenti nell’esperienza napoleonica.

Il fatto stesso che alcuni paesi siano impegnati nel finanziare organizzazioni terroristiche dall’Isis ad Al-Quaida o nella costruzione di moschee in tutto il mondo, come l’Arabia Saudita, dimostra che l’idea del Grande Islam non è peregrina e non solo filosofica ma corrisponde ad un’idea espansionistica cui molti aderiscono volontariamente o perché soggiogati dal ricatto del terrorismo.

È difficile ritenere che, in queste condizioni, non ci sia un obiettivo politico, una strategia ed un regista.

27 marzo 2016

 

 

 

 

Il “topo” di Siviglia

(ovvero non c’è tre senza quattro)

di Dora Liguori

 

Dopo aver disquisito (e non piacevolmente) su tre, più che discutibili, spettacoli andati in scena alla Scala di Milano (Giovanna d’Arco) al San Carlo di Napoli (Carmen) e al comunale di Bologna (Attila), non poteva mancare, nel distinguersi in negativo, il quarto spettacolo, ovvero: Il Barbiere di Siviglia gloriosamente messo in scena dall’opera di Roma; spettacolo che a definirlo brutto gli si farebbe un complimento.

Ho sempre pensato che non esistano limiti alla rappresentazione dell’orrido ma quello che è stato propinato al pubblico romano, con detto Barbiere, non solo questo limite lo ha raggiunto ma anche sorpassato. E tanta era la bruttezza che si celebrava in scena che persino la musica di Rossini era quasi impossibile riconoscerla, né il direttore Renzetti si sforzava molto in questa impresa.

Ovviamente la critica ufficiale ha parlato di dissensi in sala, dicasi: è caduto giù il teatro per i fischi e le urla del pubblico.

Detto questo, con quali acconce parole è possibile spiegare il fattaccio intervenuto ad opera del regista Davide Livermore?

Forse, sarebbe più giusto, quale prima considerazione chiedere a chi di dovere: che esigenza aveva il Tetro dell’Opera di procedere ad un nuovo costoso allestimento e di farlo chiamando un signore che ha pressoché distrutto il Barbiere, e lo ha fatto proprio nel momento che, quest’anno, ricorrevano due secoli dalla prima rappresentazione a Roma al Teatro Argentina del capolavoro rossiniano?

E ancora: perché il ministro Franceschini (visto che i soldi sono dei contribuenti) non interviene a frenare il continuo vilipendio che ormai la maggior parte dei registi fanno avverso i capolavori della musica?

In ultimo: perché se uno sfregia “La pietà” di Michelangelo o “La Gioconda” di Leonardo commette un reato e chi sfregia un’opera lirica no?

Alla luce di questi obbrobri, occorrerebbe almeno sapere quali siano i criteri governanti le nomine di determinati Sovrintendenti e Direttori artistici e quale preparazione venga loro richiesta, viste le improponibili scelte che fanno. Ma simile chiamiamola curiosità resterà ovviamente elusa. Infatti ce lo vedete il Ministro Franceschini che, come logica vorrebbe, chieda conto a certi teatri dello sperpero di denaro pubblico che, appunto, fanno ingaggiando determinati personaggi?

E se poi il pubblico si ribella… che importa? Alla fine se l’improponibile spettacolo frana, il torto non è di chi lo ha voluto e messo in scena ma di chi dissente, in quanto  costoro (i dissenzienti) sono notoriamente gente incolta e incivile che vive nel buio  priva com’è dell’illuminata percezione avuta, invece, da taluni geni circa la metafisica introspezione che si asconde nelle riposte pieghe simboliche di determinate partiture. Infatti, esse (le partiture) senza l’apporto dei geni di cui sopra, mai sarebbero state svelate, non solo al volgo ma evidentemente anche all’autore che, tapino nella sua pochezza, non aveva appunto compreso i simbolismi che “motu proprio” s’erano, con ogni evidenza a sua insaputa, andati a intrufolare nel lavoro.

Insomma ci voleva Livermore per far capire al poco accorto Rossini il suo “Barbiere”.  

Peccato che il pubblico, in probabile accordo con Rossini, fischiando, si sarà chiesto: signor Ministro, visti i risultati, come già detto, in base a quali criteri sono stati  nominati i vertici del teatro?

Una domanda che potrebbe apparire ingenua, essendo dette motivazioni più o meno note a tutti. Infatti, a parte sparute eccezioni, i criteri che sovrintendono (è il caso di dire) alle nomine dei sovrintendenti, in genere, rispondono a tante esigenze tranne che al bagaglio di professionalità e competenza che occorrerebbe per dirigere un teatro.

E allora, come diceva un passato presentatore, la domanda sorge spontanea: per quanto tempo ancora il pubblico dovrà sopportare simili scelte?

Non resta che pazientemente attendere che il futuro si “disveli”!

Comunque, dopo le dovute lagnanze e annesse domande alle quali nessun ministro mai risponderà, è giunto il momento di fornire un piccolo assaggio dello, chiamiamolo, spettacolo.

Come noto “il barbiere” ha inizio con una scintillante sinfonia, in genere eseguita a sipario chiuso … e invece no! Il grande sipario è stato aperto per dare spazio alla passeggiata di un enorme topo (in italiano colto “pantegana” e in italiano meno colto … zoccola) che ha attraversato l’intero palcoscenico (deliziando tutti) per lasciare poi spazio (a conforto della cena) alla visione proiettata di una serie di busti di dittatori e non, i quali, gentilmente, venivano decapitati, con ovvio e poco piacevole spargimento di sangue. Tra le tante teste tagliate c’erano pure quelle di Francisco Franco, il dittatore spagnolo (morto invece nel suo letto) e del giornalista commediografo Beaumachais (autore del “barbiere”) anch’egli morto nel suo letto.

Ma é probabile che di questi “insignificanti” particolari storici nessun abbia informato il Livermore.

L’opera è poi continuata in quasi oscurità per via delle scene dai toni di nero e grigio (causa probabile stato depressivo dello scenografo) mentre ad arricchire lo spettacolo c’erano costumi bruttissimi, spruzzati qui e là di sangue, indossati da una serie di signori attornianti (inutile dire fastidiosamente) i poveri cantanti; signori che, sempre per gradire, si dimenavano senza testa. Tutto questo “Amba Aradam”  (altopiano etiope divenuto sinonimo di caos) era coronato, sul fondo, dalla visione di un orso (notoriamente Siviglia pullula di orsi) posto a presidiare gli avvenimenti.

Ma non basti: alla fine di ogni parte dell’opera, gloriosamente, riemergeva l’enorme topo che in tutta tranquillità riattraversava il palcoscenico dando il via (almeno questa ci è parsa la recondita sua funzione) a un salto di epoca. Insomma il barbiere, così contrassegnato dalla zoccola, aveva inizio nel settecento e finiva negli anni 1980, con il povero mezzosoprano (non proprio una silfide) che pagava il pedaggio maggiore, costretta come era a cantare infagottata in orripilanti costumi, compresa una minigonna degli anni ’80. 

Che altro dire: vista la quasi oscurità e i toni della scenografia e della regia, più che ad un liberatorio Barbiere, sembrava di assistere alla pubblicità televisiva di quel signore che, avendo mangiato pesante, si svegliava nella notte ritrovandosi con un cinghiale sullo stomaco…insomma un incubo notturno!

In questo incubo, quasi impossibile parlare della resa dei cantanti, se non per dire che, in Italia, di mezzosoprani o meglio di contralti rossiniani e di tenori, ce ne sono di migliori rispetto alla Amaru e al Rocha. Bravissimo il basso D’Arcangelo (don Basilio) e il baritono Del Savio, costretto a interpretare, sempre per illuminata intuizione della regia, un don Bartolo centenario e paralitico con tanto di carrozzella.

Cari amici, come dice la povera Mimì della Boheme “altro di me non vi saprei narrare… se non che, essendo da anni un’abbonata al teatro della capitale, dopo simile spettacolo, non solo rivorrei i soldi spesi per l’abbonamento ma anche ottenere dei danni avendo il teatro, nel propinarmi un simile spettacolo, offeso anche la mia intelligenza di spettatrice. Stessa cosa debbono averla pensata gli spettatori presenti in sala che, una volta tanto e in perfetto accordo, hanno giustamente protestato, scatenando l’inferno ... mentre i colpevoli (dicasi regista etc) impassibili a momenti ringraziavano, sorridendo pure. Forse, avendo intascato non pochi “spiccioli” per una simile prestazione, sorridevano (a ragione) della dabbenaggine degli italiani. E vai a dargli torto!

 

P. S. Con grande sforzo di fantasia sono riuscita a capire la recondita, nonché metafisica e temporale, funzione del topo a Siviglia ma… l’orso? Chissà la soluzione dell’enigma, Livermore, o per lui il sovrintendente dell’opera, me la spedirà a casa.

 

 

 

Una “Lega” per unire nel rispetto delle diversità

di Salvatore Sfrecola

 

Nella scomposizione-ricomposizione del Centrodestra un ruolo importante è della Lega Nord e del suo Segretario che, al di sotto del Po, ha favorito la nascita di un soggetto politico denominato NoiConSalvini. Lo hanno conosciuto i romani nel fine settimana del 27 – 28 febbraio, quando è stato chiesto loro di scegliere tra vari possibili candidati quello che, a loro giudizio, poteva correre per sindaco.

Hanno risposto in 15 mila, pochi in assoluto, tanti se poco più di 30 mila sono stati coloro che hanno votato ai gazebo del Partito Democratico, forza di governo con desiderio di riscatto dopo l’esperienza Marino, richiamata nei giorni scorsi dalle cronache dei giornali a seguito della relazione di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), che ha segnalato molteplici, gravissime inadempienze in materia di legalità e trasparenza degli appalti, da Alemanno a Marino, appunto.

Salvini, dunque, tasta il polso ai romani. Lo fa con la determinazione di chi vuole contare nella campagna elettorale per il futuro sindaco della Capitale. E già i cittadini dell’Urbe dimostrano di aver dimenticato quella “Roma ladrona” che non era evidentemente riferita ai quiriti ma alla politica che naturalmente si fa nella Capitale. Il leader della Lega guarda lontano, ad un partito nazionale che possa competere con quello dell’omonimo Presidente del Consiglio, con la prospettiva di vincere.

Ne ha la possibilità e vi spiego perché. L’Italia, che il 17 marzo del 1861 si è costituita in Regno unitario raggruppa stati diversi, con storie diverse, politiche, economiche e sociali. Stati che si sono formati attraverso vicende complesse, spesso con contrapposizioni che li hanno l’un contro gli altri armati per interessi di classi politiche e di regni, di signorie e di repubbliche gelose della loro tipicità, financo dei dialetti nei quali si esprimevano prosa e poesia, spesso di elevato livello culturale, per non dire dei filosofi, degli storici e degli artisti che hanno fatto delle varie regioni, fin nelle più piccole contrade, scrigni di inestimabile valore.

Divisi dalle storie, tuttavia gli italiani hanno compreso, dopo i moti liberali dei primi decenni dell’800, che anche questo Paese “dove il sì suona” doveva affiancare antichi stati e più recenti ordinamenti per partecipare alla vita politica ed economica dell’Europa che si intravedeva possibile e, da molti auspicata, al di là dell’assetto risultante dalle conclusioni del Congresso di Vienna che aveva chiuso l’epopea napoleonica.

L’Italia, dunque, si fa con operazioni varie, politico-militari prevalentemente sancite da plebisciti nei quali votano soprattutto gli intellettuali ed i possidenti, quindi una minoranza. E si fa senza che fossero stati ancora fatti gli italiani, per dirla con Massimo d’Azeglio. Si unisce con le leggi del Regno di Sardegna che si sovrappongono a quelle degli stati preunitari, tutti con legislazioni di tutto rispetto, dal Granducato di Toscana alla Serenissima Repubblica di Venezia al Regno delle due Sicilie. In quel momento non si poteva fare altro che centralizzare, anche per dissuadere, a volte lo si è fatto con la forza, taluni movimenti centrifughi, spesso pilotati dall’esterno. Un momento delicato quello dell’unità nel quale è mancato un Cavour (Einaudi lo avrebbe detto anche con riferimento alla preparazione dell’intervento alla vigilia della Prima guerra mondiale), cioè uno statista che certamente avrebbe saputo, come risulta dalle sue parole in varie occasioni, financo in punto di morte, apprezzare la varietà della storia delle regioni italiane e comprendere le ragioni della diversità facendone una ricchezza per l’intera Nazione.

Non è stato così. E ci portiamo dietro il fardello si una unità che non ha compreso il valore della diversità che pure percepiamo naturalmente dall’ambiente, ovunque meraviglioso, e dai profili dei monumenti che arricchiscono città e villaggi.

Di questa diversità è espressione la Lega che ha saputo incarnare lo spirito di alcune nostre regioni del Nord, con  pregi e difetti, ovviamente. Come altrove, come ovunque in Italia. Ed è da questa esperienza, dalla comprensione della diversità pur nella consapevolezza della Casa comune che Salvini può e deve partire, per federare, per unire, per legare in una visione nazionale. Una Lega Italica, si potrebbe dire. Che poi non è una novità. Ce ne è stata una nel 90-88 avanti Cristo, Lega Italica, appunto, un'alleanza conclusa tra i vari popoli dell'Italia centrale per combattere i  romani ai quali si erano ribellati.

E, ancora, Lega Italica, l'alleanza conclusa a Venezia il 30 agosto 1454, a cui aderirono la Serenissima e gli Stati di Milano e Firenze, che fa seguito alla Pace di Lodi siglata qualche mese prima. Proclamata solennemente il 2 marzo 1455, con l'adesione di papa Nicolò V (1447-1455), di Alfonso V d'Aragona e di sovrani di altri Stati minori, sancì il reciproco aiuto in caso di attacco all'integrità di uno degli stati membri ed una tregua venticinquennale fra le potenze italiane che si impegnarono a rispettare i confini stabiliti. Ebbe una parte essenziale nella politica di equilibrio. Tuttavia a differenza di Francia, Spagna ed Inghilterra, in Italia non riuscì a formarsi uno Stato nazionale, colpa, secondo Guicciardini, del particolarismo italico.

Se lo mettiamo da parte forse possiamo avere un futuro migliore. Può provarci la Lega da sempre vicina al particulare, se Salvini saprà interpretarlo in funzione dell’interesse nazionale, che non è altro che l’interesse dell’unità nella diversità delle storie e delle tradizioni che, tutte insieme, hanno fatto grande l’Italia, anche quando i singoli non se ne sono accorti.

17 marzo 2016

 

 

 

Sgarbo al Capo dello Stato

Renzi firma in diretta televisiva

una legge non ancora promulgata

di Salvatore Sfrecola

 

Abilissimo nel gestire la comunicazione, stavolta Matteo Renzi ha strafatto, rischiando un richiamo del Quirinale. Infatti, dopo l'approvazione della legge sull’“omicidio stradale” ha sottoscritto il provvedimento dinanzi alle telecamere, alla presenza dei rappresentanti delle associazioni delle vittime della strada. Sennonché non spetta al Presidente del Consiglio attribuire efficacia alle leggi. La promulgazione, infatti, è atto proprio del Presidente della Repubblica, ai sensi dell'art, 74 della Costituzione, mentre il Presidente del Consiglio “controfirma” la legge in qualità di proponente.

Tuttavia il Capo dello Stato, “prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione” (sempre l’art. 74). Non sarà questo il caso, ma è certo che, con questa firma in diretta televisiva, Renzi ha mancato di rispetto al Capo dello Stato, uno sgarbo che non è solamente una questione di “educazione istituzionale”, per i giuristi “leale collaborazione”, ma rivela un atteggiamento disinvolto che non si addice al suo ruolo istituzionale, in una parola arrogante.

Capisco che la buona educazione, tra le persone e tra le istituzioni, ha perduto da tempo molta dell'importanza che aveva un tempo, ma questo non fa venir meno una “anomalia”, diciamo così, idonea, inoltre, ad ingenerare effetti negativi sui rapporti tra le due autorità.

Da ultimo una osservazione. Nessuno ha tirato il premier per la giacchetta? Neppure il Segretario generale della Presidenza del Consiglio, Paolo Aquilani, un funzionario del Senato trasferitosi a Palazzo Chigi, del quale si dice un gran bene, buon conoscitore delle leggi e delle procedure amministrative, sempre garbato con tutti? Non è stato informato dell'iniziativa del Presidente del Consiglio o questi non lo ha ascoltato? In un caso o nell'altro non va bene. Un tempo I capi di gabinetto (così si chiamava fino al 1988 quello che oggi è il Segretario generale di Palazzo Chigi) avevano anche il compito di mediare tra autorità politica, struttura tecnica e le altre istituzioni dello Stato, guidando Presidenti e Ministri, come fosse un cerimoniale. Non formale, ma capace di stabilire quel clima di leale collaborazione che è preziosa risorsa delle persone e delle istruzioni.

16 marzo 2016

 

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

A conclusione del 68° Ciclo di Conferenze 

 

Domenica 20 marzo 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel Cortile del complesso

 

Conferenza dello storico Prof. Andrea Ungari

Docente di Teoria e Storia dei Movimenti e Partiti politici alla LUISS

 sul tema:

 “Monarchici di ieri , monarchici di oggi: monarchici senza il RE”

^^^^^^^^^^^^^^^^^

Ingresso libero

 

 

 

 

Culture politiche a confronto

Fare il sindaco a Roma, Parigi o Londra

di Salvatore Sfrecola

 

In questi giorni si dibatte molto delle candidature a sindaco in due grandi città, Roma, la Capitale d’Italia, e Napoli, che di un Regno è stata anch’essa Capitale. I nomi in campo escono da “primarie” e “consultazioni”, tutte dalla efficacia molto dubbia se già negli anni scorsi sono stati eletti molti che quei contesti di partito non avevano vinto o vi erano rimasti estranei. De Magistris a Napoli, Pisapia a Milano.

E se a Napoli ci si chiede cosa farà Bassolino, a Roma i riflettori sono puntati soprattutto sul Centrodestra squassato da polemiche, soprattutto tra Berlusconi e Salvini, il primo alla ricerca della conferma di una leadership obbiettivamente in difficoltà, il secondo impegnato a valorizzare prospettive che gli vengono dai consensi crescenti a NoiConSalvini in particolare nella Capitale. E ci si chiede cosa farà Giorgia Meloni che, dopo aver fatto sapere di non volersi candidare in ragione della gravidanza che appesantirebbe la campagna elettorale, sollecitata da più parti, fa sapere che potrebbe cambiare idea.

Quali i motivi di questa incertezza? La gravidanza, ovviamente, motivo più che valido. Ma per alcuni, se ne parlava ieri ad Omnibus, quotidiana trasmissione televisiva di approfondimento de La7, la titubanza del Segretario di Fratelli d’Italia è da attribuire al timore, in caso di sconfitta, di veder compromessa la propria carriera politica.

In proposito torna alla mente un precedente significativo, tra l’altro di area. Quello di Gianfranco Fini uscito sconfitto di misura nella competizione, proprio per sindaco di Roma, con Francesco Rutelli. Il prestigio politico di Fini non ne risentì, anzi Alleanza Nazionale divenne il partito di riferimento di un più vasto elettorato, assunse responsabilità ministeriali e la Vicepresidenza del Consiglio, attribuita nel 1994 a Pinuccio Tatarella. Carica che rivestirà Fini nel nuovo governo Berlusconi, dal 2001 al 2006.

Questo precedente se ci dice che la sconfitta – quando dignitosa, ovviamente - in una competizione difficile come quella per sindaco della Capitale d’Italia non è destinata ad incidere negativamente sulla carriera di un politico nazionale, rivela anche che nella cultura politica italiana sembra essere diffusa opinione che i sindaci siano figure politiche minori, compreso quello della Capitale.

Se così è vuol dire che la classe politica italiana stenta a crescere rispetto ad esperienze di altri paesi occidentali. Infatti, in Francia, Chirach, da Presidente del consiglio, è stato per molti anni, 15 se non erro, sindaco di Parigi, e nel suo governo sedevano ministri sindaci di grandi città Tolone, Marsiglia. Personalità di grande spessore. Come il sindaco di Londra Boris Johnson, esponente autorevole del partito conservatore inglese, oppositore agguerrito del Primo Ministro David Decameron nel dibattito che ruota intorno al referendum sulla permanenza o meno del Regno Unito nell’U.E.. Johnson vorrebbe uscire, Cameron si batte per rimanere in Europa, avendo ottenuto una sorta di statuto privilegiato in occasione di un recente Consiglio europeo.

La conclusione è che in paesi occidentali di grande democrazia la classe dirigente politica si forma attraverso un cursus honorum lungo importanti e variegate responsabilità di gestione della cosa pubblica. Perché l’esercizio delle funzioni di sindaco di una grande città, di una capitale in particolare, Parigi o Londra, è considerato un’esperienza politica che misura la capacità di un amministratore pubblico. In sostanza, i cittadini di Parigi e di Londra vedono nel loro sindaco non solo uno che risolve i problemi difficili e complessi di una grande realtà cittadina ma, in ragione di questa esperienza, un politico capace di assurgere a più alti incarichi istituzionali, raggiunti i quali, non disdegna di mantenere la carica di sindaco.

Siamo evidentemente in un’altra dimensione culturale, laddove l’esperienza dell’amministrare è valorizzata e vista come un bagaglio professionale che si arricchisce a mano a mano che vengono assunte nuove e maggiori responsabilità nell’esercizio delle quali si misurano la capacità di chi può assumere più elevati incarichi governativi. Un tempo era così anche in Italia. Oggi, invece, abbiamo a Palazzo Chigi un giovane, tra l’altro non parlamentare quindi privo di esperienza politico legislativa, che può a suo vantaggio presentare solo la carica di sindaco di Firenze, una città che è certamente nel cuore degli italiani per la storia e l’arte, ma che, quanto all’esperienza che può assicurare, ha un rilievo nettamente inferiore al più piccolo dei municipi di Roma. Una mancanza di esperienza che si nota nella individuazione dei collaboratori, nella definizione dei programmi e nella loro proiezione nel tempo.

Non è un problema di età, ovviamente, ma della capacità di farsi un’esperienza che è un valore non legato solamente al passare del tempo ma all’attitudine dei singoli di cogliere, dall’osservazione delle esperienze altrui, elementi da far propri ed elaborare in vista di una proposta e della sua realizzazione. Ce lo hanno insegnato i giovani che nella storia hanno guadagnato presto importanti cariche politiche nell’esercizio delle quali hanno lasciato un segno, Napoleone Bonaparte, generale a 24 anni, Primo Console a 30 nel 1799 e poi imperatore, e William Pitt il Giovane, leader del Partito Conservatore, primo ministro di Re Giorgio III nel 1783, a 24 anni.

Questa divagazione storica, della quale i lettori di perdoneranno, necessaria per non sembrare un parruccone o un laudator temporis acti, per dire che i partiti devono tornare ad essere laboratori di idee e scuola di talenti politici i quali debbono maturare attraverso  l’esperienza concreta di attività amministrative complesse nella realtà difficile degli enti locali nell’età della limitazione delle risorse in conseguenza dei limiti rigidi stabiliti dal patto di stabilità interno, in alcune realtà ulteriormente aggravate dalla presenza di ingenti debiti pregressi, come nel caso di Roma. Condizioni che concorrono ad una certa disaffezione per il ruolo di sindaco, tanto che si è detto e scritto che alcuni non vorrebbero vincere, proprio nella Capitale, in ragione della difficoltà di gestire realtà amministrative complesse dal punto di vista operativo e finanziario.

Ci sarà pure chi avrà il coraggio di affrontare questa sfida, per vincerla e crescere a livello nazionale, come a Parigi, come a Londra.

12 marzo 2016

 

 

Per aiutare il PD a Roma

Bertolaso, il candidato spaccatutto

di Salvatore Sfrecola

 

Un candidato che divide, Guido Bertolaso, fin dal primo annuncio della sua discesa in campo, per dirla alla Berlusconi. Che lo ha voluto all’evidente scopo di aiutare Renzi in gravissima difficoltà a Roma, come si vede di giorno in giorno, con le primarie del Partito Democratico che, con scarso concorso di cittadini, hanno incoronato Giachetti mentre cresce l’appeal di Fassina e spunta Bray, Presidente della Treccani, già ministro per i beni culturali, fedelissimo di Massimo D’Alema.

Ha cominciato con alcune gaffe il candidato di Berlusconi. Dicendo di non essere mai stato di destra, che se non fosse entrato in gioco avrebbe votato Giachetti, per poi uscirsene sui poveri Rom discriminati dai romani. Troppo per Matteo Salvini, troppo per i romani che lo hanno relegato molto indietro nei sondaggi del 27 e 28 febbraio quando, tra coloro che si sono avvicinati ai gazebo di NoiConSalvini, circa quindicimila, solamente 2.203 hanno indicato come candidato sindaco l’ex Direttore della Protezione Civile.

In questo fine settimana Berlusconi ci riprova. Indice una “consultazione popolare per confermare il candidato sindaco del Centrodestra”. L’indicazione è per Guido Bertolaso “la persona giusta per battere le sinistre e governare Roma Capitale”. Quindi non una scelta, come si fa con le primarie, ma la conferma, sì o no per Bertolaso, un sondaggio da raccogliere nelle piazze con i 54 gazebo autorizzati alla Questura di Roma, divenuti presto 100 nella propaganda di ForzaItalia. Alcuni di questi gazebo sono presso uffici privati, studi legali e sedi di associazioni forziste, con quali conseguenze sulla genuinità (diciamo solo così) del voto è facile immaginare.

Dunque il “patto del Nazareno” colpisce ancora. Per dividere a destra ed aiutare Renzi, in affanno a Roma come in altre città, e mettere in difficoltà NoiConSalvini in forte crescita nella Capitale, come dimostra l’affluenza ai gazebo (15mila non sono pochi) che hanno bocciato il candidato di Berlusconi.

È un passaggio delicato, cruciale. Che faranno i “salviniani” di Roma? Lo vedremo in questo fine settimana. Condividere la scelta Bertolaso significherebbe accettare una sconfitta non onorevole perché è assolutamente improbabile che arrivi al ballottaggio. Ma soprattutto sarebbe un’emarginazione che ne potrebbe decretare la fine.

Dopo “Mafia Capitale” i romani cercano un riscatto, possibile solo con qualcosa di nuovo e qualcuno che lo impersoni, desiderano una guida politica, un campione nel quale riconoscersi, che lotti per loro, contro i profittatori, gli incapaci o i capaci solamente di spartirsi appalti di lavori e forniture. Hanno visto il nuovo in NoiConSalvini e nel Movimento5Stelle che i sondaggi danno per certo al ballottaggio. Se i salviniani uscissero di scena avrebbero via libera, forse anche al primo turno.

E, poi, c’è un problema nazionale. Il Centrodestra è alla ricerca di un nuovo leader. Al momento si vede solamente Matteo Salvini. Berlusconi lo sa e cerca di metterlo in difficoltà per frenare l’esodo da ForzaItalia verso il segretario della Lega Nord che sempre più appare come una guida di statura nazionale. E Roma, in questa strategia, è fondamentale.

10 marzo 2016

 

 

 

 

Scenari su cui riflettere a Roma e Napoli

Crisi delle primarie, crisi della politica

e delle idee

di Salvatore Sfrecola

 

Ride bene chi ride ultimo, dice di un proverbio, uno dei tanti che da sempre invitano alla prudenza. Ed imprudenti sono stati i commenti degli esponenti del Partito Democratico che hanno ironizzato sui 15.000 romani che hanno partecipato alle primarie di NoiConSalvini in un fine settimana di pioggia, vento e blocco del traffico. In pratica la metà dei voti che hanno espresso a Napoli i partecipanti alle primarie del partito del governo ed a Roma dove risultano dimezzati i consensi che avevano incoronato candidato sindaco Ignazio Marino che, eletto, è stato poi defenestrato dallo stesso segretario del partito.

È evidente il disagio dei partiti, soprattutto dei partiti che hanno governato di recente e che governano tuttora, di fronte alla assoluta insufficienza della gestione degli enti locali, ovunque. Per cui nei dibattiti televisivi che, con il concorso di giornalisti e politologi cercano di analizzare il voto, emerge chiarissima l’assenza di programmi che non siano delle generiche espressioni di fiducia nel futuro e nella buona volontà del candidato e della sua squadra. In realtà come quella di Roma, assolutamente ingovernata e difficilmente governabile i partiti che avessero voluto vincere avrebbero dovuto mettere in campo una personalità forte, capace di trascinare l’elettorato, di recuperare sull’assenteismo e di proporre alla città delle formule adeguate di gestione, non generiche ma specifiche. Questo non avviene perché nella politica ormai si cerca di navigare a vista, per evitare di dispiacere qualcuno e in questo modo non si accontentano quelli che potrebbero formare una maggioranza sicura e forte. In questo contesto è evidente che assume un ruolo determinante l’opposizione che manifesta il Movimento Cinque Stelle che unisce a molte critiche poche, ma concrete indicazioni sul da farsi, tanto che tutti ritengono che un posto sicuro al ballottaggio lo conquisterà Virginia Raggi, il giovane avvocato, con una esperienza di consigliere comunale, che il Movimento ha messo in campo, con buone possibilità di conquistare la più alta poltrona del Campidoglio.

Lo scenario che si prospetta è quindi quello di una competizione per entrare in ballottaggio fra il Partito Democratico, la Sinistra oggi impersonata da Fassina, domani forse da Bray, l’ex ministro per i beni e le attività culturali molto vicino al Massimo D’Alema, e il Centrodestra nel quale manifesta particolare vivacità il gruppo di NoiConSalvini che ha messo un po’ in difficoltà Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che indubbiamente avrebbe potuto aspirare a giocarsi in proprio la finale per il Campidoglio. A questo punto perde efficacia anche il tentativo di Berlusconi di attribuire una qualche credibilità alla candidatura di Bertolaso, al di là di quella che appare come una manovra verosimilmente diretta a dividere il centrodestra per aiutare Renzi in una realtà difficilissima per il segretario del PD e Presidente del Consiglio.

A questo punto si può dire che la competizione è aperta e che se il Centrodestra troverà il candidato giusto, capace, come si dice, di scaldare i cuori e di presentare un programma ed una squadra credibili, potrebbe arrivare al ballottaggio con buone possibilità di competere con la rappresentante dei CinqueStelle per la poltrona di sindaco di Roma.

Vedremo come si sviluppa la campagna elettorale, nel corso della quale si potranno cogliere elementi importanti per un pronostico più attendibile di quello che si può fare oggi quando peraltro possiamo dire che comunque i partiti trascurano ancora una volta l’esigenza che il sindaco della capitale d’Italia debba essere una grande personalità come accade all’estero. L’esempio è sempre quello di Chirac che da Presidente del Consiglio ha ricoperto per oltre 15 anni la carica di Sindaco di Parigi.

D’altra parte la difficoltà di gestire una comunità locale, lo si vede a Roma come a Milano, dove Centrodestra e Centro-Sinistra mettono in campo due manager e non due politici, come si sarebbe atteso, dimostra due cose, che in molti manca il coraggio di misurarsi su una realtà particolarmente complessa come quella di gestire grandi città con gravi difficoltà di bilancio incapaci di soddisfare le molteplici esigenze della popolazione locale, e che i partiti non abbiano saputo far crescere una classe dirigente locale capace di acquisire sul posto consensi e le esperienze necessarie, com’era una volta, per ricercare poi maggiori responsabilità politiche e amministrative, in Parlamento e al governo del Paese. È questo un degrado grave della politica, che è anche conseguenza, a mio modo di vedere, di quella crisi delle ideologie che troppi hanno ritenuto un passaggio fondamentale e positivo ma che, in realtà, è un fatto che nasconde una grave, anzi gravissima, crisi di idee.

La politica deve tornare a governare la realtà delle comunità a livello locale e nazionale, deve tornare ad essere una cosa bella, importante e nobile, come nobile è il compito di gestire le esigenze della cittadinanza in una prospettiva di miglioramento delle condizioni economiche e sociali della popolazione. È questa, in realtà, la sfida che oggi i partiti hanno di fronte. Chi riuscirà a vincerla o anche solo a prospettare un rinnovamento della politica avrà certamente l’attenzione degli italiani, di quelli che votano e dei tanti, troppi, che restano fuori dei seggi elettorali, un fatto negativo che non può essere giustificato dai politologi con la circostanza che anche in altri paesi la presenza alle urne è scarsa e spesso tende a diminuire. Anche lì evidentemente c’è una crisi della politica e delle idee della politica. Non sono, dunque, esempi da seguire.

7 marzo 2016

 

 

 

Dopo le primarie di NoiConSalvini

Centrodestra: avanti in ordine sparso

di Salvatore Sfrecola

 

Berlusconi insiste, vuole Bertolaso candidato a Roma, anche se è consapevole che perderà. Lo ha promesso a Renzi? È un’appendice del “patto del Nazareno”? Lo credono in molti. Il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico è in grosse difficoltà nella Capitale dove oggi si tengono le primarie con l’incubo dei troppi candidati di peso, e sullo sfondo l’incubo Marino, sia che si presenti, sia che il ricordo della sua gestione porti acqua al mulino dei 5Stelle se non del centrodestra.

NoiConSalvini cresce dopo le primarie del 27 e 28 febbraio. 15.000 votanti non sono pochi, in un fine settimana di pioggia, a tratti torrenziale, e vento forte, ed una domenica con blocco della circolazione.

Il sondaggio, infatti, è stato certamente un successo, che ha rivelato una significativa attenzione per il leader leghista in una Roma che generosamente ha dimenticato le vecchie polemiche di Bossi contro “Roma ladrona” comprendendone le ragioni politiche, la delusione della politica governativa (in questo senso Roma) da parte degli abitanti delle regioni più produttive. Ed è stato certamente merito del senatore Gian Marco Centinaio, commissario per Roma e il Lazio di NoiConSalvini, e dei suoi collaboratori, aver fatto convergere in poco tempo l’attenzione di tanti romani su questo evento che ha assicurato ai banchetti ed ai gazebo distribuiti per la città una significativa affluenza, come ha potuto constatare chi è stato presente ed ha parlato con coloro che si sono avvicinati ai seggi, giovani e meno giovani.

Il risultato della votazione, invece, ad una analisi politica più approfondita, desta perplessità e conferma la tradizionale italica abitudine a dividersi. A destra come a sinistra dove, per la verità le divisioni sono state nel tempo ancora più frequenti e ancora oggi di attualità, come sa bene Matteo Renzi costretto a gestire il malessere di una fronda interna, radicata sul territorio, mentre si va delineando alla sua sinistra una significativa presenza alla quale certamente non mancherà un buon consenso. Fassina, si sente dire, rastrella voti.

La frammentazione rivelata dall’esito dello scrutinio è stata immediatamente colta da Matteo Salvini, a riprova che nell’elettorato di destra vi è uno sbandamento molto probabilmente agevolato dalla circostanza che Giorgia Meloni, la quale nella capitale ha un notevole seguito ha dovuto rinunciare alla candidatura a sindaco in ragione di comprensibili, importanti esigenze familiari, la gravidanza annunciata al Family Day, poco compatibile con una campagna elettorale particolarmente impegnativa.

La rinuncia della Meloni ha agevolato la candidatura Marchini e quella della Pivetti . La prima conferma lo sbandamento presente a destra. “Arfio”, come viene chiamato a Roma l’ingegnere Alfio Marchini, ha sempre navigato sotto le ali protettrici della sinistra romana, anche a trascurare che la sua famiglia è stata negli anni definita dei “palazzinari rossi”, per cui non si comprende questa attenzione di parte del popolo di centrodestra se non per una prima indicazione di Berlusconi, da sempre attratto da figure di carattere imprenditoriale delle quali trascura sistematicamente la fragilità politica e personale, che pure avrebbe dovuto imparare a proprie spese. E forse anche dall’aspetto di “giovin signore” che Arfio ha cercato di accreditare.

La figura della Pivetti, spuntata all’improvviso, è quella di una personalità certamente rimarchevole, colta, vicina al mondo cattolico che a Roma conta sempre molto, abile nei dibattiti televisivi, determinata. Ma anch’essa estranea al centrodestra capitolino.

La modesta performance di Guido Bertolaso conferma la sua estraneità al mondo del centrodestra e il non gradimento dei romani per un personaggio la cui efficienza è costata molti milioni di euro ai contribuenti. Considerato che Bertolaso non ha alcuna possibilità di essere eletto, la sua candidatura è evidentemente strumentale, come ho detto in apertura, nell’ottica di un aiuto a Renzi. Uno scambio per cosa? Il vecchio leader è veramente l’alfa e l’omega del Centrodestra, lo ha creato ed è pronto a distruggerlo. La politica non c’entra, è solo una questione di affari.

Troppi galli a cantare a destra ed a sinistra faranno il gioco del Movimento Cinque Stelle, che anche nella fase conclusiva della gestione Marino ha dimostrato molta determinazione, così conquistando molta visibilità.

La frammentazione del voto sottolinea, inoltre, la diversa provenienza ed esperienza politica dei candidati che hanno avuto voti nelle primarie del 27 e 28 febbraio. Infatti non si tratta di personaggi riconducibili a varie anime di un partito politico ma di persone che o non hanno mai militato in partiti, come Bertolaso, o sono lontani anni luce dalla storia delle destra romana, come Marchini e la Pivetti. Questo deve aver preoccupato Salvini perché è indice di una varietà di orientamenti nell’elettorato che può rivelarsi estremamente dannosa al momento del voto, in quanto potrebbe favorire l’astensionismo e, in qualche modo, limitare il numero dei consensi a favore del candidato sindaco. E c’è da chiedersi perché il centrodestra che, secondo ogni sondaggio, a Roma come nel Paese intero, gode di ampi consensi, non riesca ad individuare una personalità politica capace di rappresentare un mondo variegato ma certamente unito da valori determinanti, una personalità che non abbia scheletri negli armadi, che abbia la capacità di esporre con chiarezza e determinazione le idee per le quali chiede il consenso e che sia individuato dall’opinione pubblica di centrodestra come il campione al quale affidare con fiducia le sorti della competizione.

Non c’è dubbio che questo variegato e composito mondo di professionisti, impiegati, artigiani, imprenditori sia stato tenuto lontano dalla politica dai comportamenti di Silvio Berlusconi il quale ha riordinato il centrodestra all’inizio degli anni 90, lo ha portato al governo con una maggioranza come non se ne ricordano altre della storia della Repubblica italiana, ma composta di gente arruolata sulla base di valori non propriamente politici, come la giovane età e la gradevolezza, quasi sempre senza alcuna esperienza politica e professionale e, ciò che è più grave, spesso senza la capacità di farsene una sui banchi di Montecitorio e di Palazzo Madama. Ciò ha impedito al Governo di acquisire quel forte consenso nell’elettorato necessario per avviare le riforme delle quali l’Italia aveva ed ha bisogno. Nel quinquennio 2001 - 2006 quella maggioranza ha perduto più occasioni per essere protagonista di una svolta che il Paese auspicava per uscire da quella morta gora nella quale l’aveva tenuta la sinistra dei Prodi dei D’Alema degli Amato. Quella sinistra che Matteo Renzi si è proposto di rottamare senza però offrire al Paese, al di là di slogan e battute di spirito, una alternativa istituzionale e di governo efficace, come dimostra l’estrema modestia delle decisioni cosiddette riformatrici finora assunte, al di fuori di una visione d’insieme, incapace di far leva sulle risorse disponibili attraverso un’autentica revisione della spesa che non siano tagli indiscriminati e illogici fatti qua e là per recuperare qualche risorsa da distribuire a destra e manca più che altro a scopo elettorale.

In questo contesto di generale confusione dove i leader politici cercano consensi parlando alla pancia dell’elettorato di riferimento, la destra liberale è in condizione di svolgere un ruolo importante perché presente nel Paese a tutti i livelli con personalità di rilevante spessore morale e professionale. Su questo patrimonio naturale i leader del centrodestra devono puntare, evitando le ripicche, le scelte non meditate, soprattutto avendo la capacità di svolgere un’azione di contrasto al governo in carica senza compromessi.

Il Paese ha di fronte un momento difficile sul piano economico dacché i risultati dello zero virgola, registrati dall’ISTAT, ottimisticamente interpretati, non sono sufficienti a realizzare condizioni significative di sviluppo, mentre i venti di guerra che soffiano sull’altra sponda del Mediterraneo fanno temere complicazioni non indifferenti sotto il profilo della sicurezza per il nostro Paese e costi rilevanti in termini umani e finanziari. L’ipotesi di intervenire militarmente in un paese che ben conosciamo, nel quale non è mai esistito uno Stato centrale, essendo retto da un dittatore che con la forza ha condizionato gli interessi e l’azione delle varie tribù, rende difficile la pacificazione della Libia, come dimostra l’impossibilità ad oggi di dar vita ad un governo che sia espressione di una parte significativa delle popolazioni e dei territori. E se è certo che un paese non si pacifica senza truppe di terra è evidente che un conflitto sul territorio, pur condotto con la maggiore prudenza possibile, limitando l’esposizione degli uomini al fuoco avversario con utilizzazione in gran numero di mezzi blindati, aerei ed elicotteri comporterà comunque vittime che gli italiani non sono abituati a metabolizzare, come dimostra l’esperienza delle operazioni di pace che finora hanno comunque comportato morti per ognuno dei quali solo in Italia si fanno funerali di Stato, proprio a dimostrazione del fatto che non siamo un popolo guerriero e che ogni morte determina un grave choc nella popolazione, al di là del naturale dolore di parenti ed amici.

6 marzo 2016

 

 

 

 

Il Colosseo chiuso per topi

Figuraccia capitale

di Salvatore Sfrecola

 

Dopo mafia capitale registriamo “figuraccia capitale”, a livello mondiale. Il Colosseo, il monumento che, più di ogni altro, individua Roma nella immaginazione di tutti nel mondo viene chiuso a causa della presenza di topi, con grande protesta degli stranieri in visita nella capitale. Una ennesima figuraccia, non solamente dell’amministrazione capitolina ma dell’Italia intera, della quale nessuno sembra preoccuparsi. Né, ovviamente, vergognarsi.

Anzi la cosa fa sorridere e sollecita battute, che vorrebbero essere spiritose, nei bar e sui mezzi pubblici. Magari ricordando la famosa frase, attribuita al Sindaco di Roma Ernesto Nathan, che dovendo risanare il bilancio dell’amministrazione cittadina dopo l’annessione al Regno d’Italia, cancellò una voce di spesa che riguardava l’acquisto di trippa per alimentare i gatti arruolati per tenere indenni dai topi gli archivi del Campidoglio. Per cui se ne uscì con la famosa frase “non c’è trippa per gatti” i quali furono da allora invitati ad alimentarsi diversamente, pur continuando a fare il loro dovere.

Che tristezza! La città dalla quale nel mondo si è irradiato il diritto che deve molto alla storia delle istituzioni civili non riesce ad essere all’altezza del suo ruolo di capitale d’Italia e di città d’arte e di storia, perché a Roma l’arte si confonde con la storia lungo 3000 anni, la storia civile, la storia religiosa della quale gli italiani ed i romani di oggi dovrebbero essere orgogliosi e gelosi custodi. Invece dobbiamo rimpiangere il praetor urbi che sarebbe intervenuto immediatamente.

C’è da essere indignati per il fatto in sé, e perché nessuno si dà carico di questa situazione, anzi si ricerca un alibi, arte antica dei politici e dei funzionari nella Capitale dell’inefficienza, oggi amministrata da un funzionario dello Stato di elevata qualificazione la cui presenza nessuno ha notato, certo perché occupato dell’ordinaria amministrazione, l’attività propria, come ho scritto più volte, di pubblici amministratori e funzionari se questa città funzionasse bene e non fosse, invece, da troppo tempo abbandonata a se stessa.

È chiaro che un commissario straordinario incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione non può avventurarsi in programmi a lunga scadenza ma è evidente, proprio per essere l’incarico attribuito ad un prefetto della Repubblica, che il tema della sanità pubblica messa in pericolo dalla presenza dei ratti in tutta la città, così come l’altro tema dell’immagine che viene lesa gravemente da questo evento, sono argomenti di stretta competenza di un funzionario incaricato di mandare avanti la macchina amministrativa del Comune di Roma.

È dunque gravissimo quel che è accaduto ed è ancor più grave che non si senta parlare di misure adeguate per far fronte a questo come agli altri problemi che la città è chiamata ad affrontare nella vita ordinaria dei suoi cittadini.

Siamo tutti consapevoli del lungo degrado che mortifica la capitale d’Italia da troppo e delle difficoltà di un’amministrazione che non è stata governata nel rispetto della legalità e della trasparenza, ma proprio da un alto funzionario dello Stato ci si attendeva un colpo d’ala, almeno in vicende come questa dell’invasione dei topi e della condizione delle caditoie che, se tenute sgombre da foglie e cartacce, dovrebbero consentire il deflusso dell’acqua piovana negli scarichi diretti ad alimentare le fognature, a cominciare da quella cloaca massima, orgoglio della Roma antica ad evitare che, ad ogni acquazzone, le strade ed i marciapiedi della città si trasformino in torrenti fangosi.

La situazione di oggi a Roma è veramente preoccupante perché evidentemente neppure un funzionario dello Stato, appartenente a quella categoria che un tempo era considerata un esempio di efficienza e celerità nelle decisioni, riesce ad affrontare un’emergenza sanitaria che contribuisce ad offuscare gravemente l’immagine della Città. Viene voglia di dire “Prefetto Tronca, se ci sei batti un colpo”.

4 marzo 2015

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

68° Ciclo di Conferenze    

 

Domenica 6 marzo 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel Cortile2

 

Conferenza del Prof. Fabio Torriero

Direttore de “La Destra Italiana”

 sul tema:

“Cristianità ed Islam: qual’è la nostra identità di italiani e di europei?”

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^

Ingresso libero

 

 

 

 

 

I

Importante contributo alla ricerca della verità

Il “caso Moro”: “Identikit di un omicidio”

in un libro di Filippo de Jorio*

di Salvatore Sfrecola

 

Alla sua seconda edizione, aggiornata ed ampliata, “Identikit di un omicidio - il caso Moro”, un saggio storico – politico che ha la fondata ambizione di fornire nuovi strumenti di lettura dei drammatici eventi del sequestro e della uccisione dello statista democristiano, viene presentato a Bari, nella splendida cornice del Circolo dell’Unione, a fianco del teatro Petruzzelli, con gran presenza di giornalisti e antichi amici del professore che nel capoluogo pugliese aveva iniziato la sua carriera universitaria e la scalata ai vertici del partito, la Democrazia Cristiana.

Con questo libro, al quale hanno decretato successo, fin dalla prima edizione presentata a Roma e a Montecarlo nel 2014, politici, giornalisti e storici, Filippo de Jorio, politico, docente universitario, avvocato, ha voluto mantenere fede ad un antico impegno nei confronti dello statista tragicamente scomparso. Un impegno con sé stesso, prima di tutto, contratto nel gennaio del 1978, quando Aldo Moro, per il tramite di un suo fedelissimo, Raniero Benedetto, consigliere comunale di Roma e poi della Regione Lazio, gli chiese se fosse vero il sospetto della “origine democristiana” dell’attentato che de Jorio aveva subito qualche tempo prima. La risposta fu laconica quanto perentoria: “sì”, quell’attentato che poteva costargli la vita Filippo de Jorio riteneva di poterlo attribuire ad ambienti criminali che, in qualche modo, era possibile ricollegare ad esponenti del suo partito. Una indicazione che certamente contribuì a preoccupare Moro, il quale si era accorto che proprio in quel periodo il suo ufficio privato, nella centralissima via Savoia, era sorvegliato ed era stato perquisito. Intromissioni che facevano percepire a Moro di non essere adeguatamente tutelato dalle forze di sicurezza, lui che aveva ricoperto prestigiose cariche politiche, di partito e di governo, giungendo a ricoprire per sei volte il ruolo di Presidente del Consiglio. E in atto era il Presidente della Democrazia Cristiana, partito di maggioranza con la responsabilità del governo.

L’attenzione di Moro, uomo integerrimo, per l’avvocato de Jorio, che aveva dovuto abbandonare l’Italia per essere stato ingiustamente accusato (come risultò immediatamente nel corso delle indagini) di aver addirittura tramato contro la sicurezza dello Stato, gratifica l’esule rifugiatosi nel Principato di Monaco e lo avvicina allo statista con il quale pure non aveva avuto una sintonia politica, in quanto i due erano schierati in diverse, e per certi versi opposte, correnti del grande partito cattolico. La stima supera le divisioni politiche, e de Jorio riversa su Moro l’affetto che nutriva per il suo collaboratore “persona preparata e perbene”, della quale ancora oggi è amico.

E così, all’indomani del sequestro e dell’uccisione di Moro, Filippo de Jorio si sente impegnato a ricercare la verità, quella che invoca da anni Giovanni Moro, da sempre contrario a rincorrere le dietrologie alimentate in questi anni da giornalisti e politici. Passano 36 anni e vede la luce la prima edizione del libro per la cui stesura de Jorio si avvale della collaborazione di Giada Pacifici e di Antonio De Pascali, psicologa, la prima, e quindi impegnata nell’interpretare il profilo psicologico di Moro, come desumibile dalle lettere scritte nella prigione delle Brigate Rosse, giornalista, il secondo, puntuale nella ricostruzione degli avvenimenti che hanno contraddistinto i giorni della detenzione.

In questo libro accurato nella scelta delle fonti, puntuale nella interpretazione dei fatti, c’è tutta la personalità di Filippo de Jorio, la sua passione politica al servizio allo Stato e della Comunità con il rigore dell’uomo delle istituzioni, erede di una antica consuetudine familiare di servitori dei sovrani del Regno di Napoli, sempre in posizione di elevata responsabilità amministrativa. È la tradizione della nobiltà di toga cresciuta a fianco dei Re di Napoli per servire prima di tutto lo Stato. E c’è anche il fervore della fede nel diritto e nei valori della legalità, insegnata nell’Ateneo e praticata nel Foro, con quell’impeto proprio di chi crede negli ideali che affondano le loro radici nella storia giuridica di questo nostro Paese. Una passione che ritrovo nei nostri frequenti colloqui tra politica, storia e diritto, sempre impegnato nel ricercare le ragioni della legge e di coloro i cui diritti difende nei Tribunali e nelle Corti.

Questo libro è, dunque, una lunga, argomentata e appassionata arringa dell’Avvocato de Jorio che corre lungo i fatti che hanno caratterizzato quei terribili giorni, tra il 16 marzo e il 9 maggio del 1978, traendo spunto dalle lettere di Moro, dalle iniziative del Governo, dalla posizione assunta dai partiti e dalle indagini di polizia che non riuscirono ad individuare il carcere delle Brigate Rosse, dalle testimonianze che, anche successivamente, sono state raccolte da studiosi, politici e giornalisti. Per dire che lo statista DC fu abbandonato. In una parola che non lo si volle salvare. Per molte ragioni, tutte politiche – è la tesi – perché il Presidente della Democrazia Cristiana era da tempo fautore di una intesa di governo tra cattolici e comunisti, ostacolata anche nel suo partito, che lo aveva relegato in un ruolo tutto sommato formale. La sua iniziativa politica, inoltre, era vista con preoccupata diffidenza da alcuni nostri alleati, in particolare negli U.S.A. (c’è stato anche chi ha collegato le morti cruente di Kennedy e di Moro, entrambi disponibili ad un’apertura “a sinistra”), sicché più di qualcuno sarebbe stato favorevole comunque all’uscita di scena di Moro. Alla sua fine politica, non necessariamente alla sua morte, come sembra dedursi dalle parole, che leggeremo più avanti, di Steve Pieczenik, rappresentante del Governo USA in Italia per partecipare ai lavori del Comitato di crisi istituito dal Ministro dell’interno Francesco Cossiga.

Comunque si voglia interpretare l’intera vicenda, il caso Moro è certamente uno dei più oscuri misteri della storia d’Italia. Se ne sono occupati più giudici. Uno, Ferdinando Imposimato, ha scritto in proposito due libri (“Doveva morire”, con Sandro Provvisionato, pubblicato nel 2008 con Chiarelettere, e “I 55 giorni che hanno cambiato l’Italia – perché Aldo Moro doveva morire? La storia vera”, Roma, 2013, Newton Compton Editori). Due Commissioni parlamentari d’inchiesta hanno cercato anch’esse la verità. Come le indagini giornalistiche e le trasmissioni televisive, i saggi, i romanzi, le autobiografie ed i film. Un mistero per molti aspetti, al quale le lettere di Moro aggiungono sempre nuove prospettive, specialmente se rilette alla luce delle successive “rivelazioni”, mentre restano alcuni punti non chiariti, come quello della struttura del commando che rapì lo statista il 16 marzo 1978 in via Fani, della presenza di agenti dei Servizi sul posto dell’agguato, o delle influenze straniere che ancora oggi aprono interrogativi importanti sui quali questo libro s’interroga desumendone, come ho detto, che non si sia voluto salvare la vita di Moro.

Misteri e lati oscuri hanno alimentato un filone di ricostruzioni le più varie, a cominciare da quelle che definiscono intenzionali le “clamorose inadempienze e le scandalose omissioni da parte degli apparati dello Stato”, come scrive Imposimato, terreno fertile per innestare ulteriori teoremi che possono avere anche distolto dall’individuazione della verità. Lo stesso Giovanni Moro ha più volte messo in guardia da certe divagazioni non sorrette da ancoraggi documentali verificati, tra veri o presunti interventi di Servizi “deviati”, P2, Gladio, Servizi tedeschi e “consulenti” americani, via via confermati e smentiti.

La vicenda è senza dubbio complessa, molto complessa, con variegati risvolti politici e tecnici. “Come in una tragedia greca - ha osservato Agostino Giovagnoli (Il caso Moro – una tragedia repubblicana, Edizioni de Il Giornale, 2005) - anche durante il sequestro Moro si è scatenata una tempesta morale, che ha improvvisamente svelato profonde incertezze etiche nella società italiana” che già da anni “conviveva con un terrorismo dai molteplici volti, moralmente inaccettabile, per i tanti innocenti colpiti, e politicamente inquietante, per i suoi fini occulti. Ma fino a quel momento il fenomeno era stato sottovalutato e soltanto da allora si cominciò a pensare che poteva colpire a morte non solo singole vittime, ma anche le istituzioni di un’intera collettività, mentre, a loro volta, tali istituzioni potevano non essere più in grado di difendere la vita dei singoli cittadini da una simile minaccia” (pagina 10).

Sono molto grato, dunque, all’amico professor de Jorio per avermi coinvolto ancora una volta nella presentazione di questo suo bel libro che ci chiama a riflettere su alcuni aspetti della vicenda dal punto di vista politico ed anche, sulla sua personalità del leader democristiano e sui rapporti con il suo e con gli altri partiti, come traspare dalle lettere di Moro.

Ho detto di una tragedia italiana di proporzioni enormi, un passaggio cruciale della vita politica che qualcuno ha paragonato alle vicende dell’8 settembre 1943 quando qualche studioso di storia e di politica ha addirittura parlato di “Morte della Patria”. Galli della Loggia ne ha scritto nel 1993, tema ripreso da Renzo De Felice, in un suo libretto - intervista intitolato Il Rosso e il Nero, che ha fatto molto discutere, dove ha riassunto le sue interpretazioni intorno alla perdita del senso di identità nazionale degli italiani quando, appunto con l’8 settembre 1943, si sarebbe consumata, nella coscienza popolare, una catastrofe ideale, la perdita dell’idea di Nazione che avrebbe "minato per sempre la memoria collettiva nazionale" (R. De Felice, 1995, 33). Anche se la fine doveva intendersi dello Stato e non della Patria, c’è chi ha rifiutato l’alternativa sostenendo che, in realtà, in molti non si era ancora realizzata quella comunità degli italiani che Massimo d’Azeglio aveva auspicato quasi un secolo prima.

Momenti diversi, tempi diversi e diversi i protagonisti. Ma se durante il sequestro Moro la discussione si concentrò intorno ad un dilemma, difesa dello Stato o salvezza della vita umana, e l’Italia si divise tra i sostenitori della fermezza e i fautori della trattativa, non c’è dubbio che gli uni e gli altri erano alla ricerca di valori ai quali ancorare le rispettive posizioni. Un conflitto che coinvolse lo stesso papa Paolo VI, dolorosamente combattuto tra l’affetto per l’amico, del quale voleva salvare la vita, e le preoccupazioni per l’Italia e per la tenuta delle istituzioni.

Non c’è dubbio che una chiave di lettura della vicenda vada ricercata anche nelle conseguenze della tragedia del rapimento, della detenzione e della uccisione di Moro, cioè nella sconfitta delle Brigate Rosse, nel loro isolamento, proprio per effetto degli interrogativi etici e civili che l’azione criminale aveva suscitato in un dibattito pubblico che in passato non c’era stato perché la crisi delle ideologie, stoltamente esaltata con conseguente affievolimento delle ragioni dell’appartenenza politica, aveva trascurato ogni approfondimento delle ragioni ideali del diritto e dello Stato.

Da quel 16 marzo 1978 l’etica tornò ad alimentare il dibattito della politica impegnata a contrastare il terrorismo ma anche a preoccuparsi della sorte dell’uomo.

Non c’è dubbio, ad esempio, che la tragedia abbia influito su un passaggio fondamentale nella vita politica nazionale allontanando il Partito Comunista Italiano da posizioni fortemente influenzate da condizionamenti esterni portandolo ad avere una maggiore fiducia nelle istituzioni democratiche nelle quali veniva coinvolto, abbandonando quel pesante fardello ideologico che aveva caratterizzato la sua presenza politica negli anni dell’immediato dopoguerra. Nei giorni tragici del sequestro, tra il marzo e il maggio 1978, quella forza politica, egemone nella Sinistra, avviò concretamente un cambiamento importante sul piano culturale e umano con effetti politici rilevanti. Passando dalla filosofia dello Stato che-si-abbatte-e-non-si-cambia ad una scelta, che oggi chiamiamo riformista, stimolata proprio dal pensiero illuminato e profetico dello statista pugliese. Partito Comunista e Democrazia Cristiana, con la scelta contraria alla trattativa, significativamente patrocinata, invece, dal socialista Craxi proteso a scardinare proprio l’incipiente “compromesso storico”, delusero i brigatisti che ritenevano di poter fomentare uno scontro aperto in tutto il Paese. Perfino l’ala più dura del sindacalismo di sinistra dimostrò di essere impermeabile alle istanze dei brigatisti, assumendo posizioni più vicine a quelle dialoganti con le imprese di cui era portatore Guido Rossa, dirigente sindacale all’Italsider, che, individuato come un “traditore” della classe lavoratrice, fu ucciso a Genova dalle BR il 24 gennaio 1979.

C’è poi tutto il capitolo delle operazioni di polizia, sicuramente inadeguate, la cui insufficienza ha alimentato il dubbio della volontà di non liberare l’ostaggio, trascurando, perché dobbiamo contestualizzare la vicenda, che l’Italia, come gran parte dei paesi occidentali, non era in quel momento abituata a contrastare il terrorismo e i rapimenti politici. Le forze dell’ordine non erano addestrate a fronteggiare i terroristi clandestini che ancora oggi non è agevole individuare, come insegnano le vicende dell’aggressione dell’ISIS ai pacifici abitanti di Parigi il 13 novembre 2015. E non possiamo non ricordare che, per motivi politici, sui quali forse si dovrebbe ulteriormente indagare, i servizi di intelligence erano stati smantellati a seguito di vere o presunte loro deviazioni. A partire dal 1967, con la denuncia del cosiddetto “scandalo SIFAR” (lo scandalo per la verità stava nelle cose che il Servizio aveva scoperto a carico di personalità della politica, come attestò in Parlamento il Ministro della difesa Tremelloni) e poi successivamente con lo scioglimento della struttura antiterrorismo denominata SDS, le organizzazioni che avrebbero dovuto fronteggiare il terrorismo erano state sostanzialmente azzerate dopo che, a seguito dell’arresto dei capi storici dell’organizzazione che aveva rapito il giudice Sossi, si ritenne che il problema Brigate Rosse fosse stato sostanzialmente risolto.

In sostanza, quel che appare oggi a volte inverosimile con l’esperienza di sistemi informativi basati sull’uso di sofisticate strumentazioni all’avanguardia della tecnologia, si pensi soltanto alle intercettazioni ambientali ed alla capacità di seguire il movimento delle persone attraverso le celle della rete della telefonia mobile, all’epoca era pura fantascienza. Non che le forze di polizia non avessero personale di elevata professionalità, ma non è dubbio che l’addestramento fosse diretto ad affrontare altre emergenze, in particolare il pericolo rappresentato dai movimenti sovversivi di massa.

E, ancora, si è molto dubitato dell’attività del Comitato di crisi, nel quale pure sedeva il Sottosegretario al Ministero dell’interno, l’On. Nicola Lettieri, moroteo, delegato dal Ministro Cossiga, Comitato la cui azione “era basata sull’inerzia totale e sull’intralcio della Procura di Roma, per legge incaricata delle indagini”, come scrive il giudice Antonio Esposito nella prefazione al libro di Imposimato “i 55 giorni”.

Se consideriamo che l’assassinio di Moro costituì per le Brigate Rosse l’inizio della fine, noi dobbiamo ritenere che la linea della fermezza, indipendentemente dalle motivazioni che l’hanno suggerita, ha dato ragione a chi l’ha portata avanti ed ha evitato all’Italia una stagione di plurimi, ripetuti sequestri in un ricatto continuo nei confronti dello Stato che non poteva essere accettato. In questa valutazione concorrono la mia formazione giuridica ed anche la mia attenzione per gli studi di storia che, congiuntamente, mi convincono che mai lo Stato può trattare con i sovversivi se non attribuendo loro una inammissibile legittimazione politica. Uno Stato sovrano non viene a patti con chi si è posto al di fuori della legalità, come dimostrano gli eventi odierni nel Medio Oriente, dove inglesi e americani non hanno mai accettato il ricatto dei sequestratori dei loro concittadini catturati, per la liberazione dei quali era stato richiesto un compenso. Né può essere un precedente valido, per un giudizio di valore sulla scelta contraria alla trattativa, il caso del sequestro Cirillo, Consigliere regionale democristiano della Campania, spesso richiamato, gestito da ambienti del suo partito e che non ha coinvolto direttamente lo Stato.

Nella vicenda Moro le Brigate Rosse fecero prevalere la logica della violenza sulle ragioni della politica ed in questo senso esse appaiono un’espressione della transizione dal mondo della guerra fredda a quello della apertura che porterà alla caduta del muro di Berlino.

Infatti, diversamente dalle previsioni di molti, compreso lo stesso Moro, dopo il suo assassinio non esplose quella violenza generalizzata che i terroristi auspicavano ma si verificò una parabola discendente delle Brigate Rosse messe in difficoltà dalla fermezza dello Stato. D’altra parte manca la controprova, cioè che il cedimento alle pretese dei terroristi avrebbe salvato la vita del prigioniero e non destabilizzato le istituzioni.

Resta, tuttavia, l’interrogativo se si poteva fare di più e di meglio nello spazio della iniziativa autonoma dello Stato, tra fermezza o clemenza, senza cedimenti.

Non va trascurato in quel momento che alcuni i quali volevano trattare vi erano indotti dalla convinzione che il terrorismo avesse già vinto ed erano portati ad operare in un terreno ambiguo di trattative non sappiamo con quanto reale interesse per la salvezza del leader democristiano. Quella che ha prevalso è stata la logica delle istituzioni nonostante il comprensibile dolore degli amici e degli estimatori dell’onorevole Aldo Moro che, come il professor de Jorio, sentono soprattutto la perdita dell’uomo di valore, dello studioso, del politico profetico che ha dato, in un momento difficile della vita politica italiana, aperture che, anche quando non condivise, hanno offerto al dibattito importanti occasioni di approfondimento che saranno riprese negli anni successivi.

Per educazione, per il ruolo professionale che rivesto, e per una certa dimestichezza con gli studi storici, coltivati insieme a quelli giuridici, io sono da sempre restio a ricercare dietrologie se non vi sono elementi probanti. Il libro ritiene di averne individuati alcuni, tratti da testimonianze assunte in contesti diversi, dalle lettere, spesso struggenti di Moro. Lettere dalle quali peraltro la personalità dello statista risulta in parte oscurata, certamente per l’effetto psicologico della costrizione nella quale si trovava. Un aspetto rilevato eppure rimosso o contestato da quanti hanno ritenuto che la personalità dello studioso e del politico non fosse stata intaccata dalla prigionia. Encomiabile la stima e l’affetto per l’uomo,  ma insufficiente la considerazione, per gli effetti che la costrizione e l’isolamento possono avere anche su una personalità che ha forti riferimenti ad ideali religiosi e civili.

Una cosa è certa, non si può chiedere ad un uomo di essere diverso da se stesso, non si può chiedere ad un filosofo della politica, ad un uomo del “dialogo” e del “compromesso storico”, al teorico delle trattative, di esprimere una forza di volontà che lo porti a dire lo Stato innanzitutto, la legge innanzitutto, nessun cedimento alla violenza, neppure per evitare il pianto della moglie e dei figli e il dolore degli amici.

Il libro offre uno spaccato significativo delle lettere più importanti di Moro e le sue riflessioni politiche con l’accorata protesta nei confronti dei colleghi di partito che, a suoi dire, lo lasciavano in mano ai terroristi, quasi un agnello sacrificale che lui immagina scelta strumentale ai loro interessi personali. de Jorio richiama un suo articolo di quei giorni dal titolo significativo “Il Giuda è tra noi”, a dimostrazione di quell’atmosfera, dai tratti sicuramente equivoci, che definisce “di inferno e di orrore, così come da più di 2000 anni ispira il comportamento di Giuda”.

L’idea del complotto è sposata in qualche modo anche da uno dei magistrati che hanno indagato sul sequestro Moro, Ferdinando Imposimato. Anche lui parla de “I giorni di Giuda”, riflessioni indotte dalle indagini e dalle lettere di Moro che sospetta dei suoi compagni di partito.

Il racconto dà anche conto di posizioni politiche che in qualche modo avrebbero accettato una soluzione cruenta rispetto al timore della liberazione di Moro. Ho sempre ritenuto che l’uccisione dello statista pugliese sia stato nell’ottica “politica” delle Brigate Rosse, come ho detto, un errore perché nei fatti è stata la certificazione della fine della loro strategia rivoluzionaria ed ho sempre ritenuto che, nell’ottica eversiva che esse perseguivano, sarebbe stata molto più sconvolgente la sua liberazione accompagnata ad esempio da un comunicato stampa che affermasse l’inutilità di una ulteriore detenzione, nel presupposto che il parlamentare democristiano avesse detto tutto quello che i brigatisti da lui si attendevano. Avrebbe avuto un effetto dirompente nel mondo politico perché Moro non avrebbero potuto difendersi, non avrebbe potuto gridare la propria innocenza, ed avrebbe inutilmente affermato che nulla aveva detto dei segreti politici, interni ed internazionali, dei quali, per la sua lunga esperienza di capo del governo e di ministro degli esteri, aveva certamente conoscenza.

A sottolineare l’ipotesi che vi fossero interessi politici alla fine cruenta della prigionia di Moro – in sostanza la tesi del complotto, per cui, come scrive Imposimato, riprendendo nelle conclusioni la tesi di Rosario Priore, “il governo italiano venne quasi subito esautorato di ogni potere nella gestione del sequestro, perché il caso era stato avocato a sé dalla rete Gladio della NATO” - Filippo de Jorio ricorda una frase del diplomatico americano Steve Pieczenik, consulente del Comitato di crisi, che, dopo molti anni di silenzio, ha affermato che era stato “manipolato rigidamente il caso Moro al fine di stabilizzare la situazione in Italia”. In sostanza per il governo americano sarebbe stato forte il timore che, alla fine, Moro venisse rilasciato. "Mi aspettavo che le Brigate Rosse si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo (nel programmare la sua uccisione) e che lo liberassero, mossa questa che avrebbe fatto fallire il mio piano”. Per de Jorio una esplicita confessione, che peraltro contrasta con altre parti della dichiarazione dello stesso Pieczenik, quando afferma che il suo compito era di cercare di salvare l’ostaggio senza cedere alle pressioni dei terroristi (a pagina 291 del libro di Imposimato) tanto che – in relazione all’andamento delle indagini – egli se ne è andato via “prima del previsto”. In sostanza smentendosi. Un personaggio sulla cui attendibilità, dunque, è lecito nutrire dei dubbi in ordine al ruolo avuto nella vicenda dal nostro più importante alleato internazionale, considerato che appaiono singolari le dichiarazioni di un diplomatico che, sia pure a distanza di anni, attesta di una intromissione gravissima negli affari interni di un paese alleato, per di più con una finalità sicuramente illecita. Per poi rifugiarsi in un ruolo di osservatore che, deluso dall’esautoramento del Comitato di crisi, torna a casa.

Non c’è dubbio, comunque, che la confusione fu tanta, a livello politico e investigativo, da alimentare i sospetti di una macchinazione nella quale probabilmente, tra inefficienze di ogni genere, si sono inseriti degli autentici millantatori ritenuti affidabili anche da chi, per motivi politici, aveva interesse a creare e ad alimentare contrapposizioni tra Moro e i vertici del suo partito in un contesto internazionale ancora dominato dall’ombra di Yalta, come dimostrano le successive inchieste giudiziarie legate all’attentato al Papa Giovanni Paolo II, che hanno rivelato un intreccio di interessi particolarmente complesso.

Il libro di Filippo de Jorio costituisce un apporto significativo alla conoscenza dei fatti e ad una riflessione approfondita della psicologia dello statista pugliese attraverso una riconsiderazione delle sue lettere dal carcere che rivelano, ad un tempo, la sua umanità e la sua fede, religiosa e civile. Moro è un cattolico, di quelli della sinistra democristiana, più di altri legati ad una tradizione nella quale prevale la concezione sociale, meno quella istituzionale. In realtà proprio dalle sue lettere, nelle quali mai sono richiamati principi dello Stato, si percepisce quel distacco dalla storia nazionale conseguenza del non expedit con il quale Pio IX, per contestare l’annessione di Roma al Regno d’Italia, ha tenuto i cattolici fuori dalla fase di formazione dello Stato unitario, così impedendo loro, che avevano costruito una presenza significativa nel contesto economico e sociale delle varie regioni italiane, basti rileggere in proposito L’opposizione cattolica di Giovanni Spadolini, di concorrere, nella fase delicatissima della nuova legislazione del Regno, alla definizione delle politiche pubbliche nelle quali si identifica uno Stato democratico e liberale dei nostri tempi.

Paghiamo ancora oggi quella lontananza dei cattolici dal pensiero democratico liberale che ha animato lo spirito unitario del Risorgimento, nel quale sono confluiti significativi apporti del più vasto pensiero politico laico e religioso, da Mazzini a Gioberti, compresi quanti avevano visto con favore che il papalino Generale Durando si fosse schierato, nel marzo del 1848, a fianco dei piemontesi del Re Carlo Alberto contro l’imperial regio esercito austro-ungarico.

28 febbraio 2016

 

·        Dalla presentazione del 12 febbraio 2016 al Circolo dell’Unione di Bari

 

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

68° Ciclo di Conferenze      

 

Domenica 28 febbraio 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco, Sala Uno nel Cortile

 

Conferenza del Prof. Don Ennio Innocenti

sul tema:

“Stato e Chiesa sorpresi ed impreparati alla Grande Guerra”

 

^^^^^^^^^^^^^^^^^

Ingresso libero

 

Italia 1915-1918: l’economia e la finanza.

Riflessioni su una guerra

che doveva durare poco

di Salvatore Sfrecola

 

C’è un dato che accomuna un po’ tutte le guerre, la previsione, alla vigilia, che sarebbero durate e costate poco. Così la prima guerra mondiale, così la seconda. Previsioni basate, nel 1914, sull’esperienza delle guerre dell’Ottocento, tutte di pochi mesi, al massimo un anno. Nel 1866 da guerra dell’Italia e della Prussia contro l’Austria, iniziata a giugno, era finita ad agosto. In precedenza la seconda guerra d’indipendenza, nel 1859, aveva impegnato gli eserciti da aprile a luglio, la prima (1848) da marzo ad agosto. Tutte guerre combattute con l’impiego di molti uomini a piedi ed a cavallo e un po’ di artiglieria da campagna.

Nel frattempo la guerra era cambiata. In America, la guerra di secessione aveva visto in campo in modo massiccio una nuova arma, la mitragliatrice, che aveva decretato la fine della cavalleria e degli assalti all’arma bianca, tipici delle guerre napoleoniche. Contemporaneamente ad un impiego sempre più massiccio dell’artiglieria non più solamente ippotrainata ma trasportata da treni dai quali spesso era utilizzata per colpire le linee nemiche e, ove possibile, da pontoni, lungo i fiumi ed in vista delle coste.

In quella guerra aveva esordito anche il mezzo aereo, sia pure in forma di mongolfiere, per scrutare dall’alto l’esercito avversario e così indirizzare il tiro dell’artiglieria ed il dispiegamento dei reparti. Un uso che aveva sperimentato anche il Corpo di spedizione italiano in Libia nel 1911.

Ma, si sa, spesso si dimentica presto.

Solamente inglesi e tedeschi avevano previsto una strategia di più ampio respiro, peraltro prevalentemente marinara, tanto da attuare già da anni un progressivo potenziamento della flotta, i primi per garantirsi il controllo del mare ai fini dei necessari approvvigionamenti di materie prime e di derrate alimentari, i secondi per isolare il Regno Unito ed impedire quegli approvvigionamenti. Intanto, gli uni e gli altri, più di Francia e Italia avevano potenziato le industrie metalmeccaniche nazionali nei settori strategici a fini militari e civili, anche per non dipendere dall’estero, in particolare da paesi che potevano schierarsi dalla parte opposta.

Inoltre doveva essere evidente ai governi europei che la guerra, com’era accaduto in America, non sarebbe stata alimentata da requisizioni nei territori occupati e dal bottino, cui tutti erano ricorsi in passato, ma avrebbe richiesto un rilevante impegno finanziario a causa dell’esigenza di sviluppare un’industria degli armamenti sempre più costosa, e misure, anche di carattere tributario, per acquisire le risorse necessarie, regolare l’economia in genere e venire incontro alle esigenze della popolazione civile.

La guerra dunque era cambiata nel 1914, ma pochi se ne erano accorti negli stati maggiori e nei governi. Con la conseguenza che un po’ tutti gli eserciti entrarono nel conflitto con una preparazione assolutamente inadeguata, quanto all’armamento individuale e dei reparti, all’abbigliamento, ai mezzi di trasporto divenuti essenziali, a cominciare dai treni. In Italia solamente la Marina, comandata dall’Ammiraglio Thaon di Revel aveva adottato mezzi nuovi e studiato strategie adatte al prevedibile conflitto. Si penso all’uso del M.A.S., il motoscafo antisommergibile, che infliggerà pesanti perdite all’imperial regia marina austro-ungarica.

L’impreparazione degli eserciti è apparsa palese, fin dai primi mesi di guerra, sui campi di battaglia francesi che presto si coprirono dei corpi dei fantaccini, ancora con le divise blu e rosse dell’800, falciati dalle mitragliatrici tedesche che non avevano difficoltà ad individuare le uniformi colorate di soldati che, tra l’altro, non avevano ancora un elmetto.

Se i generali francesi erano rimasti all’Ottocento ed alle tattiche che in quelle battaglie ancora si giustificavano, anche il nostro Comando supremo non aveva percepito le novità, tanto che Cadorna, il 25 febbraio del 1915, teorizzava con la circolare 191 assalti all’arma bianca e il successivo impiego della cavalleria (sarebbe divenuto un volumetto do sessantadue pagine dal titolo “Attacco frontale e ammaestramento tattico”). Con il risultato di quelle inutili carneficine delle quali impietosamente ci danno conto i filmati dell’epoca, stragi assurde davanti ai reticolati presidiati dalle mitragliatrici. Come nel famoso film “Orizzonti di gloria” con Kirk Douglas, un bravo colonnello francese costretto da un generale incapace ad assaltare una collina irta di mitragliatrici tedesche.

Sul campo, tuttavia, rifulge il sacrificio e l’eroismo dei combattenti e, impietosamente, è sempre più evidente l’inadeguatezza del Comando supremo fino alla rotta di Caporetto (24 ottobre 1917) la cui responsabilità Cadorna cercò di addebitare ai soldati (“Gli uomini non si battono, non hanno abbastanza slancio”). Il governo lo corresse e il bollettino fu modificato (“La violenza dell’attacco e la deficiente resistenza di taluni reparti della Seconda armata…). L’8 novembre 1917 il Re ne chiese le dimissioni.

Abbiamo ancora memoria dei nomi e del ruolo dei comandati delle armate schierate e delle divisioni sotto l’occhio vigile di Vittorio Emanuele III, che per questa sua costante presenza al fronte si è guadagnato l’appellativo di “Re soldato”. Del quale ricordiamo anche la determinante presenza a Peschiera dove rivendicò il valore dei “suoi” soldati dinanzi agli alleati perplessi sulla nostra capacità di resistenza dopo la crisi dell’ottobre 1917.

Con il nuovo Comandante cambia tutto. Armando Diaz si mostra subito un generale moderno, capace e attento alle esigenze dei suoi uomini, al loro armamento, al vestiario, al morale, in continua intesa con il Re (che con Cadorna aveva avuto un rapporto solo formale) e con le autorità politiche a Roma. Riuscirà presto a riordinare i reparti ed a definire nuove modalità di impiego portando le armi italiane alla vittoria. Non a caso Diaz è stato paragonato all’americano Eisenhower, un grande organizzatore che consentirà, nella seconda guerra mondiale, alle armate angloamericane di imprimere una svolta decisiva al conflitto dopo quattro anni di combattimento organizzando lo sbarco di centinaia di migliaia di uomini e migliaia di mezzi in Normandia.

All’esordio delle operazioni militari nel maggio del 1915 l’esercito aveva scontato antiche e più recenti trascuratezze e la disattenzione dei governi. Significativa, al riguardo, una considerazione di Luigi Einaudi: “era mancato un Cavour”. Colui che aveva preparato il piccolo Piemonte alla occorrenza, potenziando l’esercito, l’industria militare e le comunicazioni, senza trascurare l’intera economia del Regno di Sardegna e il benessere delle popolazioni.

Infatti, l’economia di guerra, quella strategia economico-finanziaria che prende in considerazione tanto il finanziamento delle spese militari quanto le esigenze della popolazione civile, è parte dell’economia generale e assume il complesso delle iniziative occorrenti in un difficile, ma necessario, impegno di un’intera Nazione. Anzi immagina per tempo ogni tipo di esigenza, anche curando l’industria di più agevole adeguamento alle esigenze dell’impegno militare, così preparando un intero paese a soddisfare i bisogni delle sue forze armate mediante la loro organizzazione secondo le esigenze di tempo e di luogo, dal vestiario all’armamento, avendo presenti le tecniche di combattimento note e quelle prevedibili sulla base della evoluzione dell’industria degli armamenti e meccanica. Tenendo presente che prevedibilmente la guerra avrebbe richiesto importanti innovazioni tecnologiche e l’uso di mezzi di trasporto nuovi. Sia per le truppe che per il traino dei cannoni. Anche le ferrovie entreranno, dunque, nel conflitto per le esigenze degli approvvigionamenti di materiale bellico, di sostentamento delle truppe e assistenza (si pensi ai treni ospedale) e della popolazione civile.

Economia di guerra significa, infatti, “preparare animi e mezzi, fin dal tempo della pace” (G. Stammati), immaginando ed adottando all’occorrenza e con i tempi utili un complesso di misure volte a finanziare l’impegno militare attraverso prestiti, interni ed internazionali, ed imposte, per acquisire risorse e regolare i consumi privati, in alcuni casi attraverso calmieri in relazione alle esigenze delle popolazioni cittadine e delle campagne.

Nulla, invece, era stato pianificato, pur essendo già allora evidente che era tramontato per sempre il tempo nel quale le guerre si sostenevano con limitate risorse materiali, finanziate prevalentemente con le entrate fiscali.

Pesarono sui ritardi nella preparazione alla guerra la debolezza del governi e l’incertezza delle maggioranze parlamentari.

Illuminanti, in proposito, le parole di Antonio Salandra, il Presidente del Consiglio che preparò l’ingresso dell’Italia in guerra (nel suo libro L’intervento) il quale descrive, con accurato puntiglio, l’affannosa ricerca del necessario al momento della mobilitazione. La insufficiente dotazione di mezzi di ogni genere, dal vestiario agli armamenti, in una condizione dell’industria italiana di grande arretratezza. In particolare, l’Italia era dipendente dall’estero per l’artiglieria, che veniva fornita dalla tedesca Krupp, ma anche per bende e medicinali per il Servizio Sanitario, oltre che per il frumento. Mancavano medici e infermieri, esigenze in parte soddisfatte dalla Croce Rossa Italiana e dalle unità del Sovrano Militare Ordine di Malta. Mancavano ingegneri ed architetti per l’artiglieria da fortezza, per il genio e per gli stabilimenti di costruzioni e riparazioni. Mancavano i cavalli per la cavalleria e per il trasporto dei cannoni. Dovemmo comprarli negli Stati Uniti, con non poche difficoltà nel trasporto.

Tuttavia va dato atto che il Paese si è poi mobilitato con grande impegno, attuando un’enorme riconversione industriale (nel 1917 la produzione dell’Italia in alcune categorie di armi era già diventata imponente scrive D. Stevenson, La Grande Guerra, Corriere della Sera, 2014, Vol. I, 392). In quel contesto emersero “uomini politici, alti burocrati e imprenditori in grado di trovare soluzioni per problemi del tutto nuovi” (La Banca d’Italia e l’economia di guerra 1914-1919).

La guerra ha avuto da subito un costo elevato. Per ogni arma, per ogni pallottola o bomba. Il soldato doveva essere pagato, anche se poco, vestito e nutrito e trasportato avanti e indietro dal fronte; curato, se ferito o malato. Alle famiglie dei soldati erano assegnate indennità, gli invalidi e le vedove avevano bisogno di sostentamento, come le migliaia di rifugiati. Poiché per fortuna gran parte della popolazione viveva sopra il livello minimo di sussistenza poté essere dirottata dagli scopi civili a quelli militari una maggiore percentuale delle entrate pubbliche rispetto alle guerre precedenti.

Il costo della guerra non ebbe un andamento uniforme durante i quattro anni del conflitto. Nel 1915 le spese belliche furono pari, grosso modo, all’aumento del prodotto interno lordo. Il 32 nel 1916, il 40 nel 1917, il 46 nel 1918.

Il totale delle spese raggiunse, dall’esercizio 1914-15 al 1918-19, 75.707 milioni di lire a prezzi correnti e il debito 51.471 milioni (68,0 per cento del totale dell’incremento delle risorse finanziarie), a fronte di 12.312 milioni di lire per le entrate tributarie pari al 16,3 per cento delle risorse finanziarie. Il 15,8 per cento ha riguardato la circolazione di Stato e la circolazione bancaria a favore dello Stato.

L’indebitamento interno ed estero fornì circa i due terzi delle nuove risorse necessarie. Si ricorse per la sottoscrizione anche a sollecitazioni morali. Einaudi si chiedeva “chi, tra i risparmiatori italiani, vorrà più tardi incorrere nel muto rimprovero che i suoi figli gli muoveranno di non aver compiuto ogni sforzo possibile, nell’ora solenne, per fare cosa utile ad essi ed insieme alla patria?” Fu convogliato sui prestiti circa il 30% del reddito nazionale.

L’Italia chiese un prestito di 50 milioni di sterline sulla piazza di Londra, una somma limitata, perché il Governo non voleva che si indebolisse il nostro potere contrattuale nei negoziati territoriali che, definiti nel memorandum di Londra, dovevano essere confermati al momento della pace.

 “Troppi furono gli errori inutili e le improvvisazioni”, è il lapidario giudizio di Einaudi, in materia economica e finanziaria. Tardive e a volte confuse, soprattutto le scelte fiscali, spesso con effetti nulli o contrari a quelli programmati. Come per le imposte sui sovraprofitti di guerra, che favorirono la creazione di impianti inutili e spese superflue allo scopo di sottrarre legalmente al tesoro la materia imponibile.

Non si ebbe il coraggio di aumentare le imposte e si dovette perciò ricorrere all’emissione di carta moneta, il metodo più semplice. Una scelta che apparentemente non costa nulla, almeno immediatamente, allo Stato. Ma fu la causa del deprezzamento della lira. La circolazione passò, infatti, dal 1914 al 1918 da 2 a 12 miliardi, con un tasso di inflazione che fu tra i più alti dei paesi belligeranti.

Altre misure furono azzardate. Come il dazio sul frumento, inutile dovendosi utilizzare in farina. E fu abolito. Poi il governo, con calmieri, requisizioni e tesseramento per il frumento ritenne di dover mantenere il prezzo del pane ad un livello politico, con perdita per l’erario.

Dalla parte della domanda le spese ingenti dello Stato determinarono una maggiore offerta di beni necessari alla guerra, che si traducessero in maggiori salari e maggiori profitti dei produttori e in maggiori interessi dei risparmiatori, e maggiori prezzi.

Ne risentirono le condizioni di vita delle popolazioni che peggiorarono progressivamente, per l’inflazione che falcidiava stipendi e salari e innalzava il costo della vita (già alla fine del 1916 i prezzi dei generi alimentari di prima necessità erano cresciuti del 50%). Le condizioni materiali differivano a seconda che la popolazione risiedesse nelle città o nelle campagne, dove, a prezzo di non pochi sacrifici, i membri delle famiglie contadine riuscirono a supplire ai vuoti lasciati da coloro che erano partiti per il fronte ed a non far diminuire di molto il precedente tenore di vita, anche se i calmieri e le requisizioni a prezzi non remunerativi produssero ingenti danni ai produttori. La situazione era comunque diversa da regione a regione. Nel Sud le condizioni peggiorarono nettamente-anche per effetto dell’emigrazione

Nelle città il livello di vita era assai più basso a causa della carenza di prodotti e dell’aumento dei prezzi, per cui i consumi crollarono drasticamente, soprattutto a partire dal secondo anno di guerra. Tra il 1917 e il 1918 in alcune città le quantità di pane furono ridotte anche sotto il 200 grammi al giorno. Aumentarono la mortalità infantile e le malattie polmonari. Diminuì la natalità. Le condizioni di vita si avvicinarono pertanto più a quelle degli imperi centrali, ridotti quasi alla fame dal blocco navale della flotta britannica, che non a quella dei paesi alleati occidentali.

Delle difficili condizioni di vita nelle città risentirono fortemente anche le classi medie il cui tenore di vita si livellò verso il basso, per avvicinarsi sempre più a quello di alcuni settori specializzati della classe operaia. Peggiorarono le condizioni dei professionisti, molti dei quali videro fortemente ridotta la propria attività, e le cui famiglie, in caso di richiamo al fronte, dovevano accontentarsi di una retribuzione il cui livello, per gli ufficiali di complemento, rimase sempre assai basso. Furono, invece, favoriti dall’economia di guerra industriali e commercianti che si giovarono del repentino aumento dei prezzi (oltre che, non di rado, delle opportunità di guadagno attraverso il mercato nero). Naturalmente non mancarono gli illeciti arricchimenti di industriali senza scrupoli, frodi e corruzione.

Quanto alla condizione della classe operaia, sebbene l’accresciuta richiesta di lavoro avesse assicurato un salario certo, le retribuzioni rimasero sempre molto basse e falcidiate nel potere d’acquisto.

La necessità di manodopera portò nelle fabbriche e nei servizi le donne che alla fine della guerra raggiunsero quasi le 200.000 unità. È famosa nell’iconografia di quegli anni la guidatrice tram. Importante, altresì, l’opera di assistenza attuata nelle città dai comitati femminili.

L’atteggiamento popolare verso la guerra, dopo un primo periodo di tranquillità grazie al riassorbimento totale della disoccupazione, mutò con l’approssimarsi dell’inverno 1916. Tutta la penisola fu interessata da una serie di manifestazioni popolari, a cominciare dalle campagne, protagonisti le donne, i vecchi ed i ragazzi, quasi sempre per motivi contingenti, dal ritardo nella devoluzione del contributo statale alla mancanza di pane, più tardi alle requisizioni. Alcune manifestazioni furono violente: scontri con le forze dell’ordine, saccheggio di forni o altre forme di ostilità nei confronti del governo, come aggressioni alle case dei notabili e invasioni di municipi.

Dopo Caporetto ed un primo smarrimento il Paese reagì con grande impegno. La “cura Diaz” ristabilì fiducia tra soldati e popolo e l’effetto fu evidente ben presto. L’esercito riprese i territori abbandonati sotto la spinta degli austro-tedeschi e giunse Vittorio Veneto.

15 febbraio 2016

 

·    Dalla conferenza tenuta al Circolo di cultura ed educazione politica Rex il 14 febbraio 2016

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

68° Ciclo di Conferenze

 

Domenica 14 febbraio 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco,

Sala Uno nel Cortile

 

Conferenza del Prof. Salvatore Sfrecola

sul tema:

  

“Italia 1915-1918:

 l’economia e la finanza di guerra”

 

***

Ingresso libero

 

 

 

 

Il “conflitto di interessi” dal Regno d’Italia alla Repubblica,

da Quintino Sella a Maria Elena Boschi

di Salvatore Sfrecola

 

Il tema del “conflitto di interessi” ricorre di frequente nella polemica politica e giornalistica per additare all’attenzione dell’opinione pubblica situazioni che si ritengono contrarie all’interesse primario dell’esercizio di pubbliche funzioni quando, in forme diverse, le autorità politiche e/o amministrative non sarebbero potenzialmente neutrali in vista di decisioni con effetti su realtà economiche pubbliche e private.

Diciamo subito che di conflitto di interessi si può parlare in rapporto alle norme che lo disciplinano, la legge 20 luglio 2004, n. 215 (c.d. legge Frattini, dal Ministro della funzione pubblica che aveva presentato il relativo disegno di legge) ed il decreto legislativo 8 aprile 2013, numero 39, che detta norme anticorruzione in materia di pubblico impiego. Al fine di valorizzare quella che viene chiamata “cultura dell’integrità”, attraverso l’applicazione di valori, principi e norme nelle attività quotidiane delle organizzazioni pubbliche che vanno anche oltre l’attuazione delle misure anticorruzione. In proposito, la Commissione ministeriale (della pubblica amministrazione) ha rimarcato che l’integrità “costituisce... un principio che sottende tanto le politiche di prevenzione della corruzione quanto le misure di etica pubblica, quali, ad esempio, i codici di condotta, le discipline della stabilità, incompatibilità e ineleggibilità, i limiti al conflitto di interesse”. Con la conseguenza che le norme presenti nell’ordinamento costituiscono un sistema di misure finalizzate anche ad incidere in quelle aree “grigie” che, pur non giungendo a situazioni di illegalità, vengono normalmente considerate come moralmente inaccettabili e potenzialmente idonee a degenerare in pratiche corruttive. Da questo punto di vista il conflitto di interessi “percepito” dall’opinione pubblica, come avviene per la corruzione, va molto al di là delle fattispecie espressamente previste dalla legge, perché la sensibilità della gente su questi temi è particolarmente acuita da una diffusa diffidenza nei confronti della politica.

Ne dà dimostrazione il dibattito parlamentare e giornalistico sulla vicenda di Banca Etruria e sul comportamento tenuto dal Ministro per le riforme e i rapporti con il Parlamento Maria Elena Boschi, in ragione della circostanza che il padre della stessa era, al momento della crisi dell’istituto di credito, vice presidente. Nessuna incompatibilità normativamente percepibile. Tuttavia il fatto che un membro del governo si sia assentato nel corso di un Consiglio dei ministri destinato ad adottare misure tese a salvare la banca, insieme ad altre nelle stesse condizioni di crisi, se può soddisfare una valutazione di stretta legalità costituisce, agli occhi dei cittadini, certamente una situazione quanto meno inopportuna per chi è titolare di una altissima funzione governativa. Infatti l’espediente di assentarsi nel corso di un Consiglio dei ministri che discute, per adottarle, misure in favore di un istituto di credito al cui vertice siede il familiare di un ministro evidentemente non soddisfa quelle ragioni di etica istituzionale che debbono presiedere all’esercizio di una funzione pubblica. In ragione della circostanza che il ministro, temporaneamente assente, è comunque partecipe di una riflessione comune ai membri del Gabinetto che si realizza attraverso l’adozione di quelle misure di sostegno alle banche che formalmente non approva.

Ugualmente è stata oggetto di attenzione, da parte del Fatto Quotidiano, citiamo dal titolo del 5 febbraio, la vicenda dell’ex Amministratore di EXPO’, oggi candidato Sindaco di Milano: “Sala e il vicesindaco che gli dà le varianti e poi gli fa la villa”. Si parla della ditta di Michele Sacco, numero due in comune a Zoagli fino al 2014. Il figlio, Assessore al patrimonio, dice: “Uno che costruisce non può stare in politica?” Certo che può stare in politica, ma ne trarrebbe solamente un danno in quanto dovrebbe astenersi ogni volta che la sua attività politica sfiora, anche indirettamente, gli interessi professionali propri o della categoria di appartenenza, cioè assai spesso. E se sta in politica – pensa la gente - è perché sa di poterne trarre qualche vantaggio, quanto meno in termini di conoscibilità che, anche quando non illecito, è pur sempre un interesse che può collidere con decisioni assunte o da assumere nell’interesse della Comunità amministrata: siano di carattere fiscale, urbanistico o dirette alla disciplina del commercio.

È materia, questa, molto delicata che in altri ordinamenti, fortemente permeati di valori etici, non danno neppure luogo a discussione. Chi si trova in una situazione anche solamente “imbarazzante” non entra in politica e se il conflitto è sopravvenuto, normalmente deve abbandonare l’incarico pubblico. Un imbarazzo che può nascere dall’attività professionale, oltre che propria  di un coniuge o di un parente stretto. O dal possesso di importanti partecipazioni in attività imprenditoriali che forniscono beni o servizi per le amministrazioni o gli enti pubblici. In genere è considerato in potenziale conflitto chiunque è titolare di una rilevante attività imprenditoriale perché facilmente si trova a decidere di questioni che direttamente o indirettamente lo interessano. E questo è sempre più evidente a mano a mano che si sale nelle responsabilità do governo della cosa pubblica, dal comune alla regione allo stato.

Così accade dappertutto nei paesi ad elevata moralità pubblica, così accadeva all’inizio dello Stato nazionale. In proposito vale la pena di riandare ad un episodio che ha riguardato un famoso Ministro delle finanze del Regno d’Italia, Quintino Sella, proprio al momento di decidere sulla richiesta di entrare a far parte del governo. Siamo nel 1862, Presidente del Consiglio incaricato è Urbano Rattazzi. Quintino Sella, ingegnere idraulico a venti anni, presto professore di geometria applicata e mineralogia a Torino, poi di matematica, una passione per i minerali dei quali sarà un  esperto internazionalmente riconosciuto, appartiene ad una potente famiglia piemontese, attiva nel biellese nel settore della lavorazione della lana fin dal 1600, impegnata nell’800 in una significativa meccanizzazione del settore. In seguito avrà un istituto bancario ancora oggi di rilievo, la Banca Sella. Insomma attività industriali per le quali la famiglia aveva vinto gare di appalto per l’attribuzione di commesse pubbliche. Accade dunque che, richiesto dal Presidente del Consiglio di entrare a far parte del governo come Ministro delle finanze (lo sarà per tre volte con alcuni intervalli fino al 1873) il giovane Quintino (classe 1827, aveva, dunque, 35 anni) abbia indirizzato al nonno, il patriarca della famiglia, una lettera nella quale gli chiedeva un consiglio se accettare l’incarico ministeriale  facendo presente che, in caso di accettazione, dal momento del giuramento le imprese di famiglia avrebbero dovuto ritirarsi dagli appalti pubblici. La risposta del nonno è esemplare. Per la famiglia l’incarico di ministro del Re sarebbe stato un grande onore e conseguentemente dal giorno del suo giuramento le imprese di famiglia si sarebbero ritirate dagli appalti pubblici.

È stato un grande Ministro delle finanze, esponente di primo piano della Destra storica, anche se conosciuto dai più per l’aumento delle imposte e, in particolare, di quella, odiosa, sul macinato. Il Ministro che ha portato al pareggio il bilancio dello Stato e immaginato ed avviato un grande progetto di investimenti pubblici utili allo sviluppo economico e sociale del Paese, tanto da essere definito un keynesiano ante litteram.

Successivamente qualche polemista, tra quanti amano denigrare il proprio Paese “a prescindere” dalle vere responsabilità, una genia mai scomparsa, ebbe a definire “italietta” quella che visse il difficile avvio dell’unità d’Italia, che portava sotto un unico governo realtà storiche, culturali ed economiche tanto diverse con problematiche antiche e pesanti, come dimostra la realtà di molte regioni meridionali le quali pure avrebbero avuto la possibilità di raggiungere condizioni di benessere in relazione al valore economico dell’agricoltura, dell’industria di trasformazione, dell’immenso patrimonio ambientale oltre che storico artistico che una intelligente valorizzazione sarebbe stata capace di sfruttare in termini di ricchezza per le imprese e di occupazione. Basti pensare che oggi la Regione siciliana a statuto speciale, anzi specialissimo, vive in condizioni non molto distanti da quelle del tempo del Principe di Salina, che tutti conosciamo attraverso Il Gattopardo, lo straordinario romanzo storico di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Duole veramente che, per rimarcare l’esigenza di una gestione corretta del potere, si debba tornare indietro negli anni per individuare personalità della politica integerrime per le quali il sacrificio di carriere e ricchezze per servire lo Stato era la regola. Una regola non giuridica, di quelle che i cittadini onesti sentono istintivamente come necessarie e logiche. Il politico, l’amministratore pubblico devono farsi da parte quando le funzioni esercitate sfiorano situazioni nelle quali il fare o il non fare influenzano i mercati e/o la gestione e l’economia delle imprese. Per cui non è sufficiente, come si legge nell’art. 2 della legge n. 215/2004, definire come incompatibile la posizione di un titolare di cariche governative con l’assunzione di impegni all’interno di Consigli di Amministrazione, di amministratore delegato o direttore generale, e più in generale di svolgere l’attività di imprenditore. Fino al sostanziale divieto ad esercitare il diritto di voto in assemblea nel momento in cui il governante sia socio di un’impresa. Né che (art. 3) il conflitto d’interessi sia definito in rapporto ad un’incidenza, derivante da un atto od omissione del soggetto, sul proprio patrimonio, su quello del coniuge, o su quello dei parenti entro il secondo grado, con danno per l’interesse pubblico.

Infatti il testo è stato duramente criticato anche sotto il profilo punisce il conflitto d’interesse, senza però prevenirlo.

Secondo alcuni pareri i principali punti di criticità sono rappresentati dal fatto che la legge non prevede l’ineleggibilità di un soggetto in potenziale conflitto di interessi, ma solamente l’incompatibilità nell’assumere incarichi differenti da quelli di governo, o nell’adottare atti od omissioni da cui deriverebbe “un’incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio”.

Quest’ultimo aspetto è definito come conflitto d’interessi solo quando da un atto od omissione deriverebbe un “danno per l’interesse pubblico”. Inoltre un secondo punto di particolare problematicità risiede nel fatto “che la legge 215 non ricomprende la “mera proprietà” di un’impresa né tra le ipotesi di incompatibilità né tra le ipotesi di conflitto di interessi”.

Un altro argomento di critica è rappresentato dalla determinazione del “danno per l’interesse pubblico”, valutazione sostanzialmente politica che è arduo definire in termini di consentano un’efficace intervento dell’Autorità giudiziaria.

8 febbraio 2016

 

 

 

Presentato oggi all’Istituto Sturzo

Libro intervista di Pino Nano

 ad un Grand Commis

Giuseppe Borgia, una vita al servizio dello Stato

di Salvatore Sfrecola

 

Si legge tutto d’un fiato questo libro-intervista di Pino Nano a Giuseppe Borgia, uomo delle istituzioni, un Grand Commis dello Stato, come si usa dire con un accettato francesismo che ricorda i fasti dell’amministrazione napoleonica e dell’ENA, scuola prestigiosa di funzionari e politici che hanno fatto la storia di Francia. Lo presentano oggi a Roma, nella sala Perin del Vaga dell’Istituto Sturzo, in via delle Coppelle, 35, alle 17.00, Nicola Antonetti, Presidente dell’Istituto, con Gianni Letta, Flavia Nardelli, Antonio Catricalà e Francesco Malgeri. Concluderà lo stesso Autore.

Quella di Giuseppe Borgia è una storia personale e professionale non comune, come sottolinea Pino Nano riandando alle conversazioni nel corso delle quali è stato costruito il libro. La cosa più bella, scrive il giornalista “che mi porterò sempre dentro, è la determinazione con cui quest’uomo di Stato mi ha parlato per mesi e mesi della vita, dell’amicizia, della lealtà, della riconoscenza, del rispetto, della Ragion di Stato, della Chiesa, della fede, della crisi dei valori, dei fallimenti della politica, del coraggio delle idee della libertà dal bisogno, della semplicità della gente comune, ma anche del fascino misterioso della morte”.

Nel libro si intrecciano ricordi personali, a cominciare da quelli vissuti nella patriarcale comunità della sua infanzia, tra San Procopio e Palmi, dove la famiglia si trasferisce al momento degli studi medi dei ragazzi Borgia, una scelta necessaria in quanto nella cittadina dell’Aspromonte, la terra di uno dei più bei romanzi di Corrado Alvaro, mancavano appunto le scuole superiori. Di questa stagione della sua vita Giuseppe Borgia ricorda il rapporto col padre, “una presenza forte”, e della madre, “la regina del nostro mondo, e della nostra casa”. Ricordi tenerissimi, come quelli dei nonni “il passato, il presente e il futuro di ogni famiglia patriarcale”, un sentimento comune a tutti coloro i quali credono nella famiglia, nei suoi valori civili e spirituali, nella sua storia, di sentimenti e di esperienze professionali, spesso ricorrenti nelle “buone famiglie”, quelle che un tempo identificavano la “nobiltà di toga”.

Terminati gli studi medi il giovane Giuseppe attraversa lo Stretto per ascoltare le lezioni dei più grandi docenti della prestigiosa Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina dove insegnavano Salvatore Pugliatti, Angelo Falzea, civilisti eccelsi, e Temistocle Martinez, uno dei più grandi costituzionalisti del tempo. Ne esce con un bel 110 e lode e tanta voglia di affidare allo Stato il suo impegno professionale, nel nome della legalità, alla quale l’aveva educato il padre, insegnante, con la passione per il suo lavoro. Giuseppe Borgia “sale”, come dicono i suoi conterranei, nella Capitale. Aveva pensato in un primo tempo di rivestire la toga dell’avvocato. Indosserà in seguito quella di Consigliere della Corte dei conti. Poi l’occasione del bando di selezione dell’Istituto “Luigi Sturzo” per dei corsi di specializzazione in sociologia, che, non lo nega, lo attira perché “avrebbe potuto diventare un trampolino di lancio per il mio futuro”. In tutti i sensi, perché l’incontro con Luigi Sturzo, Gabriele de Rosa e Guglielmo Negri consolida la sua formazione culturale e spirituale, soprattutto nei colloqui con il sacerdote di Caltagirone, una icona del cattolicesimo liberale. Il corso si conclude con una tesi sulla vita e la storia di Giuseppe Toniolo, il grande economista e sociologo cattolico seguito e stimato da Leone XIII. E poi l’incontro, nelle aule dell’Istituto Sturzo, con la donna della sua vita, Piera Rapelli, alla quale Borgia riserba tenerissimi ricordi di affetti sempre attuali. Figlia di Giuseppe Rapelli, Costituente, cattolico, grande esponente sindacale, vicepresidente della Camera dei deputati, con Piera è veramente un consortium totius vitae. Sembra quasi la storia dell’unità d’Italia, il giovane calabrese e la giovane piemontese si incontrano per formare una famiglia, per allevare i figli, giornalisti dei quali Giuseppe Borgia parla con non celato orgoglio.

Inizia così la sua carriera amministrativa che passerà attraverso gli incarichi più prestigiosi delle pubbliche amministrazioni, l’Ufficio studi della Cassa per il mezzogiorno, diretta dal professor Giuseppe Di Nardi, un eminente economista. Poi gli enti mutualistici al Ministero del Lavoro, alla sanità, direttore generale dell’Istituto di previdenza degli operatori agricoli, chiamato dal ministro De Michelis, la Direzione generale della previdenza, dove collabora con il ministro Tiziano Treu e con il Presidente del consiglio Lamberto Dini alla riforma previdenziale del 1996. Quindi il prestigioso incarico di Provveditore Generale dello Stato.  Infine la nomina a Consigliere della Corte dei conti, poi a componente dell’Autorità di vigilanza sugli appalti pubblici di servizi e forniture (AVCP), prima della sua incorporazione nell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC).

Giuseppe Borgia presenta una straordinaria vicenda umana e professionale in un libro da leggere e da meditare, perché la storia di quest’uomo ci porta, attraverso il ricordo delle sue esperienze professionali e del rapporto con grandi personalità dello Stato (i suoi ricordi sono un annuario di personalità della Prima e della Seconda Repubblica, da Giulio Andreotti a Flaminio Piccoli, a Carlo Azeglio Ciampi ad Antonio Marzano, Giorgio Napolitano, Oscar Luigi Scalfaro, Clemente Mastella, Corrado Calabrò, Paolo Salvatore, Franco Frattini, Federico Tedeschini, per citare qualcuno) a conoscere amministrazioni ed enti pubblici, ad apprezzarne il ruolo, a capire come si opera al loro interno. Anche quando Borgia indica soprattutto “come si dovrebbe”, lui rigido cultore della legalità e dell’efficienza. Un libro da meditare perché nelle varie esperienze amministrative e gestionali che hanno contraddistinto la carriera di Giuseppe Borgia si individua uno spaccato delle pubbliche amministrazioni con le loro luci e le loro ombre, tra personalità di grande spessore professionale e culturale e mezze maniche. È una storia professionale unica, perché raramente un pubblico funzionario ha conosciuto tante realtà diverse in posizione di elevata responsabilità, alla direzione di importanti strutture amministrative o quale collaboratore, come consigliere giuridico o capo di gabinetto, di ministri che Giuseppe Borgia ricorda con simpatia e stima e non nascosta nostalgia per quella classe politica della cosiddetta “Prima Repubblica” che ha ricostruito l’Italia dopo le distruzioni della guerra e l’ha portata ad un grado di elevato benessere. Quella prima Repubblica nella quale le autorità politiche sapevano apprezzare le doti dei migliori funzionari, la loro cultura giuridica professionale, l’esperienza e le capacità di esprimere al meglio il ruolo istituzionale al quale erano destinati.

Leggendo l’intervista a Borgia, che si differenzia da tutte le altre per la dovizia di particolari e la capacità di interessare e di comprendere ciò che sta a cuore al cittadino-lettore, impariamo a conoscere le doti che devono caratterizzare un Grand Commis, al di là della preparazione professionale specifica, requisito minimo per questi ruoli, la capacità di coinvolgere i propri collaboratori facendo intravedere loro l’obiettivo della buona amministrazione. Questo è, dunque, un libro che dovrebbero leggere tutti i dipendenti pubblici, un libro che insegna a lavorare, a interloquire con altre amministrazioni ed enti, a gestire, e anche a comandare, perché l’arte del comando non può essere disgiunta dall’esempio e da quel tratto signorile che Borgia ci presenta nel ricordare episodi della sua vita professionale. Non gli si poteva dire di no, sia che parlasse a nome di uno dei tanti ministri con i quali ha collaborato nelle varie amministrazioni, sia che preparasse con esponenti dei partiti e dei sindacati quelle riforme che ha contribuito a disegnare nel settore del lavoro.

Lo conosco da anni. Con lui spesso ho riflettuto sul pubblica amministrazione e sulle istituzioni in genere, comprese le magistrature. Spesso partendo dalle ombre che a noi appaiono lesive, gravemente lesive, dell’immagine dello Stato e dei suoi dipendenti. Perché noi riteniamo che il pubblico funzionario sia effettivamente al servizio esclusivo della Nazione e ci rammarichiamo quando l’inefficienza e il mancato rispetto delle leggi, da parte di alcuni, oscurano agli occhi dei cittadini il ruolo super partes dell’amministrazione, strumento del buon governo, nell’interesse della comunità nazionale.

4 febbraio 2016

 

 

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

68° Ciclo di Conferenze

 

Domenica 7 febbraio 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco,

Sala Uno nel Cortile

 

Conferenza dell’avvocato Benito Panariti

Presidente Emerito del Circolo sul tema:

 

 

“ Donne italiane nella Grande Guerra”

 

***

Ingresso libero”

 

 

 

 

Dal Family Day un avvertimento ai politici.

È ora di cambiare

di Salvatore Sfrecola

 

Chissà se si saranno sentiti a disagio, almeno un po’, i politici intervenuti al Family Day, e quelli che comunque vi hanno aderito pur essendo rimasti lontani dal Circo Massimo, di fronte alla marea festante e determinata di coppie giovani e anziane, con figli e nipoti al seguito, che rivendicava quelle politiche familiari sempre promesse e mai neppure avviate in Italia. Perché quelle famiglie sul prato dell’antico stadio romano delle bighe non sono contro altre possibili forme di convivenza, ma chiedono che lo Stato faccia la sua parte e consideri finalmente i figli un investimento per la società, come altrove in Europa, come nella vicina Francia, dove da qualche anno i nati superano i morti, come nelle più lontane Norvegia o Svezia, non cattoliche e apertamente progressiste, dove lo stato facilita i compiti della famiglia sostenendola concretamente, assicurando ai figli una scuola gratuita (libri compresi), dall’asilo all’università, in vari modi, con sussidi mensili consistenti e varie agevolazioni fiscali.

L’Italia, invece, non solo non aiuta la famiglie ma anzi rende loro difficile la vita penalizzandole sul piano fiscale e dei servizi. Con la conseguenza che alcune convivenze fuori dal matrimonio non rivelano precarietà di sentimenti ma una scelta utilitaristica indotta dal sistema fiscale e dalle regole di gestione di alcuni servizi per cui è il reddito complessivo della famiglia che decide l’ammissione o l’esclusione dagli asili nido e fissa l’importo delle tasse universitarie. Infatti i figli dei “separati fiscali” hanno precedenza negli asili e pagano meno tasse all’università.

Sono situazioni note a tutti ma non  si fa nulla di concreto, neppure un piccolo passo, per far intendere che si vuole cambiare. Neppure a livello di annunci, nei quali il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico solitamente eccelle, si sentono dire cose nuove per la famiglia che, come hanno ricordato gli intervenuti al Circo Massimo, è, secondo le parole della Costituzione (art. 29), una “società naturale fondata sul matrimonio”, che non è necessariamente il matrimonio religioso ma un impegno personale forte, basato su una condivisione di valori e di progetti per la coppia ed i loro figli.

Non c’è dubbio che non ha giovato alla famiglia la considerazione, diffusa e sbagliata, che i valori che essa incarna siano esclusivamente religiosi, più esattamente cattolici. Un errore grossolano che, tuttavia, fa comodo ai politici per poter dire che la materia è controversa e “divisiva”, come oggi di usa dire. Un errore che la società italiana paga caro perché la famiglia è al centro della società e della vita economica e deve essere al centro delle politiche economiche e sociali. Perché la famiglia è formata da lavoratori, aspiranti lavoratori, risparmiatori e consumatori. Ed è nel risparmio e nei consumi il motore dell’economia che ha bisogno di investimenti e di interventi sul mercato interno perché solo attraverso queste attività la produzione tiene e si espande e, con essa, l’occupazione. Più consumi, più produzione, più occupati e il circolo diventa sempre più virtuoso e produttivo di effetti positivi per le famiglie. E per il fisco. Dovrebbe ben saperlo il Ministro dell’economia Padoan che sa fare di conto. Ma se il fisco incombe e falcidia i redditi, i risparmi ed i consumi ne risultano compressi e contenuti la produzione e l’occupazione.

Sentiamo ogni giorno ripetere della crisi economia e della difficoltà di uscirne pienamente. Ed è evidente che finché non si attuerà una sollecitazione degli investimenti pubblici e privati l’economia è destinata a battere il passo, come dimostrano i dati che tuttavia il Premier Renzi enfatizza ad ogni piè sospinto, quello zero virgola che sale e scende e non tranquillizza gli italiani.

Ecco, dunque, che i politici, i quali hanno prestato il loro assenso alla manifestazione del Circo Massimo, se non voglio perdere la faccia  dovranno da domani fare proposte concrete impegnandosi ad attuarle rapidamente, anche con misure graduali e prudenti ma tali da far comprendere il senso di una svolta decisa e nella direzione giusta. Le famiglie aumenteranno perché non sarà più conveniente separarsi “in nome del fisco” per lucrare vantaggi. Così quella società naturale che chiamiamo famiglia, luogo di affetti ma anche di iniziative economiche e culturali per i figli cittadini e professionisti di domani, potrà contribuire a far prospero il Paese e rinsaldare le sue radici culturali e spirituali.

Altre convivenze potranno avere la loro regolamentazione integrando, ove occorra, il codice civile in relazione alla specificità dei rapporti ed al ruolo che possono assumere nella società. Le coppie dello stesso sesso, per definizione sterili, potranno tenere i figli naturali ottenuti con un partner dell’altro sesso, esclusa l’adozione da parte del partner sopravvenuto perché il bimbo ha un padre ed una madre naturali titolari di diritti inalienabili. Ma soprattutto lo Stato deve tener conto, in primo luogo, dei diritti dei bambini ai quali nessuno chiede se gli va bene avere due papà o due mamme, bambini deboli di fronte all’egoismo dei grandi e ad essi soggetti perché in stato di bisogno.

31 gennaio 2016

 

 

 

 

A proposito delle statue velate

E il politico lasciò il funzionario col cerino in mano

di Salvatore Sfrecola

 

L'espressione “restare con il cerino in mano", si legge nello “Scioglilingua”, la rubrica del Corriere della Sera a cura di Giorgio De Rienzi e Vittoria Haziel, significa “rimanere nella situazione di potere essere biasimato e incolpato da tutti per qualcosa che è successo”. È la prova della colpevolezza. Ma a volte col cerino in mano resta, incolpevole, chi viene destinato ad assumersi una responsabilità di altri che non vuole o non può apparire. Di solito un politico. La storia ci ricorda che più volte, specialmente ai tempi di Giolitti o di Mussolini, prefetti e questori sono stati rimossi per aver eseguito disposizioni poi rinnegate dal Presidente del Consiglio o dal Ministro dell’interno, quando le reazioni dell’opinione pubblica o delle opposizioni parlamentari erano diventate difficili da gestire.

È quel che si vorrebbe oggi dopo la brutta figura delle statue romane e greche, nudi femminili di straordinaria bellezza, esempio di un’arte eccelsa, “velate” in occasione della visita a Roma del Presidente iraniano Rouhani, per non offendere la sensibilità dell’ospite islamico, come si è detto e scritto. Forse esagerando, considerato che l’ospite è persona di cultura che certamente conosce e apprezza l’arte greco-romana e occidentale in genere. E siccome la vicenda ha destato ilarità planetarie e reazioni indignate tra chi ha visto violate identità culturale e dignità, oltre che il buon senso, si è andati – italico more - alla ricerca del colpevole che si è ritenuto di dover individuare nel responsabile del Cerimoniale di Palazzo Chigi, la dottoressa Ilva Sapora. Ne ha scritto, in particolare, il Corriere della Sera del 27 gennaio con un articolo a firma di Marco Galluzzo, un bravo giornalista che si è fatto prendere dal gusto del gossip, senza pensare alle conseguenze che certe sue considerazioni avrebbero determinato sulla persona e sull’Istituzione. Un articolo che mi ha disturbato per la faciloneria, di cui non credevo capace Galluzzo, con la quale tratta un tema delicato che è quello della professionalità e competenza di un alto dirigente dello Stato, in un articolo che chiude, come vedremo, sul livello di conoscenza dell’inglese e del francese della dottoressa Sapora.

In sintonia con gli inquilini di Palazzo Chigi negli ultimi anni, sempre accanto al Presidente del Consiglio che la televisione ci ha mostrato introdurre con garbo nei luoghi e con le persone, sempre sorridente, un abbigliamento sobrio, secondo le circostanze, Ilva Sapora dirige il Cerimoniale di Palazzo Chigi dal 2013. In precedenza ne era il vicario, sempre mantenendo la direzione dell’Ufficio onorificenze ed araldica, un settore estremamente delicato che ha informatizzato e gestisce con grande rigore. In passato, infatti, più di qualcuno aveva mormorato sui “meriti” di chi era stato insignito delle decorazioni dell’Ordine al Merito della Repubblica, spesso segnalati da politici di tutti gli schieramenti desiderosi di un “riconoscimento” alla fedeltà di amici e clientes non sempre muniti di adeguati curricula.

Ed ecco “l’incidente” dei nudi occultati agli occhi del Presidente iraniano che rischiano di oscurare, verso la fine della carriera, l’immagine di un funzionario di elevata professionalità ovunque riconosciuta. Dunque “è difficile che possa avere preso la decisione di coprire i nudi del Campidoglio in totale autonomia”, scrive Galluzzo che trascura l’ipotesi, più semplice, che se a decidere fosse stata la dirigente, forse avrebbe immaginato un diverso percorso museale con esposizione di altre opere d’arte.

Ilva Sapora ha garbatamente rifiutato, attraverso la sua segreteria, una telefonata del Corriere per “ragioni di etica professionale”. E così al giornalista non è restato altro che andare a scrutare nel curriculum pubblicato sul sito della Presidenza del Consiglio dove il dirigente ammette una scarsa conoscenza delle lingue straniere: un inglese a livello elementare, un francese a livello intermedio. Come, o forse più dei suoi predecessori. Ma tant’è. E così Galluzzo si chiede in chiusura “se il capo dell’ufficio del Cerimoniale di un Paese come l’Italia possa permettersi di avere un dirigente che dichiara di non saper parlare l’inglese, almeno ad un livello decente. Ma questa è un’altra storia. Forse”. Lo stesso avrebbe potuto dire del Presidente del Consiglio, spavaldo oratore in inglese e francese che Twitter e Face Book hanno fatto conoscere al mondo intero, mentre gli astanti sorridono ironici e imbarazzati.

Diciamo che Galluzzo non è stato garbato con una signora “raffinata ed elegante, che indubbiamente spicca, nella delegazione del governo, non solo per meriti estetici”. Dunque una che fa bene il suo difficile lavoro. Punto.

30 gennaio 2016

 

 

 

 

La vicenda dei “furbetti del cartellino” e la latitanza della dirigenza

Perché l’Amministrazione italiana non si riforma dell’interno

di Salvatore Sfrecola

 

La riforma della Pubblica Amministrazione, annunciata ripetutamente dal premier e dal ministro Madia, attende di essere perfezionata. La delega, infatti, generica come tutte le deleghe in questa stagione della Repubblica, richiede i provvedimenti di attuazione, i decreti legislativi (delegati, appunto) che scendono nel dettaglio della normativa che deve essere comunque conforme ai “principi direttivi” della delega, come afferma l’articolo 76 della Costituzione. Altrimenti sono guai. Infatti il mancato rispetto dei limiti della delega è motivo di incostituzionalità della normativa delegata.

Intanto scoppia l’ennesimo caso di assenteismo, i cosiddetti “furbetti del cartellino” un’antica vergogna italiana denunciata dai filmati di Carabinieri e Guardia di Finanza che riprendono impiegati pubblici di varie amministrazioni, dello Stato e degli enti locali, che timbrano all’ingresso per altri o che, dopo aver timbrato, vanno altrove, per un secondo lavoro o per esigenze personali. Il governo interviene, prevede sanzioni più severe e immediate. Annuncia un licenziamento in 48 ore, assolutamente impossibile, occorrendo comunque la contestazione degli addebiti, anche nei confronti del dipendente colto in flagranza. Forse si potrà nell’immediato provvedere solamente alla sua sospensione, per iniziare un procedimento disciplinare da concludere in tempi brevi.

Il governo del grande comunicatore cavalca abilmente il giusto sdegno dei cittadini, anche per distrarre l’opinione pubblica dal pressing che parte della stampa sta conducendo, in particolare il Fatto Quotidiano, sulla vicenda di Banca Etruria, che vede coinvolto il padre del Ministro Maria Elena Boschi, delle tasse e delle tariffe che aumentano, mentre l’economia non dà significativi segnali di miglioramento. Comunque fa bene il Governo ad intervenire. Forse le norme previste sono confezionate un po’ approssimativamente (ne parleremo nei prossimi giorni, quando saranno conosciute nel dettaglio) e questo potrà rallentare la loro applicazione. Il Professore Luca Antonini, ordinario di Diritto costituzionale a Padova ha commentato su Face Book la performance televisiva del Ministro della pubblica amministrazione intervenuta a Piazza Pulita con queste parole: “Spiegate alla Madia la sua riforma. Non la conosce”.

Questa vicenda, tuttavia, richiede qualche riflessione su un aspetto al quale ho dedicato più di un intervento. Perché – mi sono ripetutamente chiesto - la pubblica amministrazione italiana deve essere riformata “da fuori”, anche se dal governo che, per definizione, è il vertice dell’Amministrazione, anziché trovare nel suo interno le regole da applicare e applicarle? La Corte dei conti in una memorabile relazione al Parlamento sullo stato dell’esercizio del potere disciplinare denunciò alcuni anni fa una situazione terrificante di gravissima trascuratezza. Procedimenti male impostati e quindi destinati a chiudersi senza gli effetti che ci si attendono, protratti nel tempo in modo di giungere all’archiviazione. Procedimenti mai iniziati. Anche in presenza di reati, spesso gravissimi con responsabilità accertate con sentenza passata in giudicato a fronte delle quali la sospensione è stata inflitta in misura ridicola, a volte un solo giorno. Niente licenziamenti, neppure in presenza di violenze sessuali perpetrate da docenti su loro alunni, una negazione del ruolo proprio dell’insegnante, “maestro” di cultura e di vita.

Una vergogna. Perché i dirigenti non avviano i procedimenti disciplinari o non li portano a conclusione rapidamente adottando le decisioni che il caso richiede? Varie le cause: norme di incerta interpretazione, intervento dei sindacati, troppo spesso a tutela di chi non lo merita, incapacità della politica di assumersi le proprie responsabilità anche quella di far funzionare le regole. Che dirigenti e amministratori abbiano la coda di paglia, le loro mancanze da nascondere?

Questa situazione di gravissima trascuratezza, che lede pesantemente l’immagine della pubblica amministrazione agli occhi dei cittadini deve finire e fa bene il governo ad agire. Ci saremmo attesi da tempo uno scatto di orgoglio della dirigenza pubblica, a dimostrazione che quel ruolo non è puramente figurativo, non è un’etichetta da affiggere fuori della porta dell’ufficio né da esibire sulla carta da visita, ma identifica un ruolo, funzioni e responsabilità. Non cambierà molto in Italia se i dirigenti della pubblica amministrazione non sapranno riappropriarsi del loro ruolo, quello che un tempo, nell’Italia liberale, ne faceva servitori dello Stato con la “S” maiuscola, capaci di governare l’amministrazione e di farne agli occhi dei cittadini una delle eccellenze del Paese. Quell’Amministrazione che ha fatto l’Italia dopo l’unificazione nazionale e che l’ha ricostruita dopo la prima e la seconda guerra mondiale. Anche oggi ci sono molte macerie negli apparati, ma non si intravede chi abbia la capacità di ricostruire e di gestire per dare all’Italia un’amministrazione degna di uno stato moderno, efficiente e, pertanto, capace di avere un ruolo positivo nello sviluppo economico e sociale. Purtroppo l’efficienza di pochi non può compensare l’inefficienza dei molti.

24 gennaio 2016

 

 

Dalla parte della Storia

Buon Compleanno Maestà Carlo III di Borbone

(Il buon “antico” e i danni dell'età moderna)

di Dora Liguori

 

Il 20 gennaio 1716 nasceva a Madrid, figlio di Filippo V e Elisabetta Farnese, colui che avrebbe rappresentato par Napoli, anche a detta di Benedetto Croce, l' “età dell'oro”; insomma un periodo che nulla avrebbe avuto da invidia-re all'elisabettiana “età dell'oro” inglese.

Questo buon re, nato in Spagna, amò tanto profondamente Napoli da voler, una volta giuntovi giovanissimo, dopo una lunga diatriba sul come dovesse chiamarsi: Carlo VI, VII o VIII (a seconda dei punti di vista francesi, spagnoli o austriaci ) finire col decidere d'essere, semplicemente, e tanto per non far torto a nessuno, Re di Napoli e Sicilia. Co-munque, una volta acclarato il titolo, non rivendicò il ruolo del conquistatore o del figlio raccomandato, causa i vari accordi intessuti da sua madre, la temibile Farnese, ma con estrema umiltà volle, da subito, capire il popolo che anda-va a governare, e per farlo decise di prendere lezioni, ogni mattina, di lingua napoletana (si badi bene: lingua non dia-letto).

Sul piano della politica interna, poi, dopo aver ricostruito, grazie ad un'ottima riforma, le finanze del regno, tanto per non farsi mancare nulla, impegnò i maggiori ingegni dell'epoca per la costruzione della reggia di Portici (omaggio alla diletta consorte Maria Amalia che amava particolarmente il luogo) e della reggia di Capodimonte, ove artistica-mente fece ricca Napoli trasferendoci la famosa collezione Farnese, di proprietà materna. Inutile, pertanto, fare l'e-lenco di tutte le benemerenze del buon Carlo, basti dire che, a parte una serie infinita di altre iniziative positive, quella che potrebbe avergli fatto davvero guadagnare il paradiso (ammesso che esista) consiste nella sua volontà ( impegno che dovrebbe essere di tutti i governanti) di soccorrere i poveri, gli infermi, gli orfani, i disoccupati, insomma i reietti della società. E per farlo il re s'affidò all'architetto Fuga chiedendogli di creare quello che ancora oggi rimane il più grande complesso assistenziale che la storia europea, e forse mondiale, ricordi: il cosiddetto “Real albergo dei poveri”. Una struttura davvero monumentale, dai costi notevolissimi, volta, però, almeno agli inizi a un intendimento sociale fra i più impegnativi e avanzati, non dicasi del settecento, ma, ahimé, anche di oggi. Infatti, pensando all'odierna assistenza, nel paragone, ci sarebbe davvero di che vergognarsi, ammesso che i responsabili di determinati sfaceli riescano anche a vergognarsi.

In ultimo, per chi ama la musica, creò quel prodigio del Teatro San Carlo che, per oltre due secoli e mezzo, è stato non solo il più bel teatro del mondo, ma anche quello con la migliore acustica. E, a tale proposito, ancora... ahimé! In-fatti, se è vero che ogni tempo ha i suoi barbari, anche il San Carlo, qualche anno addietro, ha avuto la sventura d'in-contrare i suoi. Gente che a definirla barbara gli si fa un complimento poiché costoro, più che procedere ad una ristrutturazione (necessaria solo ai loro intendimenti), hanno, invece, proceduto ad una distruzione, se non altro acustica del teatro. E se ancora non bastasse, corre notizia che nel palco reale siano state anche sostituite le antiche poltrone con delle “bellissime” sedie in plexiglas o similari. Complimenti!

Buon compleanno Maestà e, visto come è andata dopo di lei, mi consenta una piccola raccomandazione: se mai le sovvenisse idea di passare da Napoli, a sostegno delle sue coronarie, la prego, eviti di entrare al... San Carlo.

 

 

 

I  10 PUNTI DEL NO DEL CENTRODESTRA ALLA RIFORMA COSTITUZIONALE

 

1) NO PERCHE’ NON SI CAMBIA LA COSTITUZIONE CON UN COLPO DI MANO DI UNA FINTA MAGGIORANZA.

Questa è la riforma di una minoranza che, grazie alla sovra rappresentazione parlamentare fornita da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza solo sulla carta. Una simile maggioranza non può spingersi fino a cambiare, con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione.

2) NO PERCHE’ QUELLA ITALIANA ERA LA COSTITUZIONE DI TUTTI.

Il metodo utilizzato nel processo di riforma è stato il peggior modo di riscrivere la Carta di tutti: molteplici forzature di prassi e regolamenti hanno determinato nelle Aule di Camera e Senato spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale. Quello stesso Parlamento la cui composizione è deformata e alterata da un premio di maggioranza illegittimo, e che ha visto in quasi tre anni ben 244 membri (130 deputati e 114 senatori) cambiare Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza, ha infatti portato avanti la riforma, su richiesta dell’Esecutivo, utilizzando gli strumenti parlamentari acceleratori più estremi, delineando un vero e proprio sopruso nei confronti delle garanzie e delle prerogative riconosciute all’opposizione.

3) NO PERCHE’ IL REFERENDUM NON POTRA’ SANARE NE’ COMPENSARE UN VIZIO DI ORIGINE

Alla mancanza di legittimazione della riforma in atto non potrà sopperire nemmeno il referendum. Quest’ultimo infatti non può essere sostitutivo di una deliberazione viziata nel suo fondamento. Soprattutto se la riforma è stata costruita per la sopravvivenza di un governo e di una maggioranza privi di qualsiasi legittimazione sostanziale, come confermato dall’enfasi che è stata posta dallo stesso Presidente del Consiglio sul futuro risultato referendario, che ha grottescamente trasformato il referendum su una Costituzione che dovrebbe essere di tutti in una sorta di macro questione di fiducia su se stesso.

4) NO PERCHE’ LA COSTITUZIONE DEVE UNIRE E NON DIVIDERE.

La Costituzione costituisce l’identità politica di un popolo. E’ stato così nel miracolo costituente del 1948, con una Costituzione approvata quasi all’unanimità e che ha svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del nostro Paese. Certamente quell’impianto necessitava di riforme, che si inseguono invano da decenni, ma questa riforma costituzionale per il suo codice genetico e per i suoi contenuti destituisce il meglio della tradizione democratica del nostro Paese: divide anziché unire, lacera anziché cucire, porta le cicatrici di una violenza di una parte sull’altra. Questa riforma nasce già fallita.

5) NO PERCHE’ IL COMBINATO DISPOSTO CON LA LEGGE ELETTORALE PORTA A UN PREMIERATO ASSOLUTO

La sommatoria tra riforma costituzionale e riforma elettorale spiana la strada ad un mostro giuridico che travolge i principi supremi della Costituzione. L’“Italicum”, infatti, aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato e al centralismo che depotenzia il pluralismo istituzionale, l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei deputati. Il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera – che può decidere senza difficoltà, a maggioranza, in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali – nelle mani del leader del partito vincente (anche con pochi voti) nella competizione elettorale.

6) NO PERCHE’ SALTANO PESI E CONTRAPPESI

E’ il modello dell’uomo solo al comando. Nascerebbe una sorta di “Premierato assoluto” che, come sottolineato da tanti esperti in materia, diventerebbe privo degli idonei contrappesi. Ne vengono effetti collaterali negativi anche per il sistema di checks and balances. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, del Csm.

7) NO PERCHE’ IL NUOVO SENATO E’ SOLO UN PASTICCIO

Le funzioni attribuite al nuovo Senato sono ambigue e il modo di elezione dei nuovi senatori è totalmente confuso, prevedendo peraltro che siano rappresentati enti territoriali (regioni e comuni) con funzioni molto diverse. Non potrà funzionare.

8) NO PERCHE’ NON FUNZIONA IL RIPARTO DI COMPETENZE STATO-REGIONI-AUTONOMIE LOCALI.

Il nuovo riparto di competenze tra Stato e Regioni non porterà affatto alla diminuzione dell’attuale pesante contenzioso. Piuttosto lo aumenterà. La tecnica elencativa di ciò che spetta allo Stato o, invece, alle Regioni, è infatti largamente imprecisa ed incompleta. Non è vero che la competenza concorrente è stata eliminata: in molte materie, come quella “governo del territorio” rimane gattopardescamente una concorrenza tra “norme generali e comuni” statali e leggi regionali. Inoltre, siccome i poteri legislativi del nuovo Senato sono configurati in maniera confusa, nasceranno ulteriori conflitti di legittimità costituzionale riguardo ai diversi procedimenti previsti nella riforma.

9) NO PERCHE’ SI SOSTITUSCE IL CENTRALISMO AL PLURALISMO E ALLA SUSSIDIARIETA’, E SI CREA INEFFICIENZA.

La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza del sistema. Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Ci si avvia solo verso la destituzione del pluralismo istituzionale e della sussidiarietà. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo. Se proprio si voleva ragionare sul taglio dei costi, e sulla riduzione degli eletti, andavano magari fatte scelte più drastiche, come l’accorpamento delle Regioni, la costituzionalizzazione del divieto di istituire società partecipate, i costi standard anche per i Ministeri.

10) NO PERCHE’ NON SI VALORIZZA IL PRINCIPIO DI RESPONSABILITA’.

Lo Stato attraverso la clausola di supremazia (una vera e propria clausola “vampiro”) potrebbe riaccentrare qualunque competenza regionale anche in Regioni che si sono dimostrate più virtuose e responsabili dello Stato stesso, contraddicendo tanto l’efficienza quanto il fondamentale principio autonomistico sancito all’articolo 5 della Costituzione, secondo il quale si dovrebbero riconoscere e promuovere le autonomie locali.

 

 

 

 

Quei no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi che stupisce siano tanti

di Salvatore Sfrecola

 

Non avrebbe dovuto stupire Angelo Panebianco, intervenuto sul Corriere della Sera del 17 gennaio (Quel club anomalo anti riforma), se, in vista del referendum costituzionale di ottobre, il fronte del “NO” issa più bandiere che in politica identificherebbero schieramenti opposti. È proprio della Carta fondamentale dello Stato, infatti, una convergenza più ampia di quella che oppone destra e sinistra sulle politiche pubbliche, in particolare nel settore economico e sociale. Come fu in Assemblea costituente tra il 1946 e il 1947 quando le forze politiche in campo, dai cattolici ai comunisti ai liberali individuarono compromessi diretti ad assicurare una base solida al futuro assetto delle regole della Repubblica. E vollero che si continuasse così stabilendo, all’art. 138, che non si sarebbe fatto ricorso al referendum popolare se la riforma fosse stata “approvata nella seconda votazione di ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti”, quella che si usa definire maggioranza “qualificata”. Perché in questo caso, sostenne l’on. Perassi che l’aveva proposta, si deve fondatamente presumere che la  riforma risponde ad esigenze sentite dalla maggioranza del Paese.

Ed è anche nella realtà delle variegate espressioni del pensiero politico istituzionale che su alcuni aspetti possano ritrovarsi esponenti di orientamenti diversi, per una volta accomunati dalla condivisione di principi fondamentali della forma di stato e di governo. Per cui appare sterile l’osservazione del Professore che taluni siano “per lo meno coerenti con la propria storia”, altri no. E che scendano in campo due comitati per il no, l’uno guidato dal Professor Alessandro Pace, l’altro vicino agli ambienti del Centrodestra cui aderiscono Annibale Marini, già Presidente della Corte costituzionale, Renato Brunetta, Gian Marco Centinaio, Luca Antonini che si presenta giusto oggi alla stampa in Senato nella Sala Nassiria.

Ma veniamo alla sostanza delle critiche alla riforma voluta dal governo Renzi, circostanza che la dice lunga sul ruolo strumentale alle esigenze del governo dacché le riforme costituzionali sono state sempre iniziativa del Parlamento e dei partiti e non dell’Esecutivo. Una riforma che va giudicata anche in rapporto all’Italicum, la legge elettorale voluta dallo stesso premier ed approvata a colpi di mozioni di fiducia.

Viene in primo luogo la questione dell’abolizione del bicameralismo paritetico o perfetto o paritario (due Camere con uguali poteri), tema sul quale da tempo ampia è la convergenza delle forze politiche e degli studiosi. Non solamente di coloro che ricordano i tanti casi in cui la seconda Camera rimediò a qualche grave errore commesso dalla prima. Anche in occasione della recente riforma della scuola ricordo che il relatore, al quale in un dibattito televisivo era stato fatto notare un errore nella formulazione di una norma, se ne uscì dicendo “rimedieremo alla Camera”.

Il fatto è che superare il bicameralismo come oggi è previsto si poteva realizzare in tanti modi come insegna la dottrina costituzionalista che ha immaginato varie soluzioni, essenzialmente basate su una distinzione di materie affidate alla seconda Camera ed una limitazione dei provvedimenti sui quali attuare una doppia lettura. Ad esempio i decreti legge, da convertire necessariamente in 60 giorni. E visto che parliamo di tempi è anche da smentire la vulgata, che fa molto presa nell’opinione pubblica, secondo la quale le lungaggini dell’approvazione delle leggi sarebbero state una costante nell’esperienza parlamentare di questi anni, mentre è noto che, quando si è voluto, le due Camere hanno deciso spesso in poche ore o in pochi giorni. Si è anche detto di un Senato più attento ai controlli sulla finanza, al sistema delle autonomie e alla normativa europea. Sempre con numeri ridotti. Ed è singolare che, mentre riduce giustamente i senatori da 315 a 100, la riforma Renzi lascia 630 deputati.

C’è poi da dire che desta forti perplessità l’abolizione delle Province (“che avevano tradizioni e dignità amministrativa”, scrive Panebianco, ma direi anche un ancoraggio alla storia, all'economia e alle tradizioni del territorio) anziché quei carrozzoni burocratici, inutili e costosi, che sono le Regioni, alle quali, invece, è attribuito un potere decisivo nella formazione del nuovo Senato, che i maligni ritengono previsto per assicurare ai futuri “senatori-consiglieri regionali” l’immunità parlamentare. “Critiche legittime anche se non dirimenti – scrive Panebianco: l’alternativa, lasciare le cose come stanno, tenersi il bicameralismo paritetico, è peggiore. Ma che dire, invece, dell’obiezione (la principale obiezione dei nemici della riforma) secondo cui il superamento del bicameralismo paritetico sarebbe parte di un disegno autoritario?” Ed aggiunge: È vietato ridere. Perché dietro una simile convinzione c’è qualcosa di molto serio: ci sono, nientemeno, una tradizione costituzionale e una cultura politica che per decenni sono stati dominanti nel nostro Paese. Tutto si decise ai tempi della Costituente. Fu allora che il “complesso del tiranno” da una parte e i reciproci sospetti fra comunisti e democristiani dall’altra, spinsero a creare un assetto costituzionale fondato sulla debolezza dell’esecutivo, un assetto che non doveva permettere in alcun caso la formazione di governi forti e efficienti ma solo di governi fragili, circondati, e anche eventualmente paralizzati, da forti poteri di veto. Un assetto istituzionale in cui c’erano (ed erano fortissimi) i “contrappesi” ma in cui mancava il “peso” di un forte esecutivo. Il bicameralismo paritetico che ora si tenta di superare fu uno di questi cosiddetti, e mal detti, contrappesi”. Richiamo pedissequamente le parole del Professore Panebianco, una icona del pensiero liberale, che possono essere contraddette ma il suo argomentare deve essere rigorosamente rappresentato.

A questo punto mi chiedo perché si debba individuare la scorciatoia del depotenziamento del Parlamento e dei gruppi parlamentari per far funzionare meglio il Governo quando in un paese sicuramente democratico come il Regno Unito l’esecutivo ha tradizionalmente la necessaria autorevolezza senza che il Parlamento risulti oscurato nel suo ruolo di espressione della rappresentanza popolare. Dovremmo molto imparare da quella esperienza politico istituzionale che, a suo tempo, fu presa ad esempio da Montesquieu per disegnare il moderno costituzionalismo nel rispetto dell’idea che i parlamentari sono portatori per mandato popolare.

L’esperienza negativa del governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006 nel quale, nonostante una rilevante maggioranza parlamentare, non riuscì a gestire le politiche pubbliche nell’interesse generale, tanto da perdere le elezioni, dimostra che il nodo nevralgico nella determinazione della legislazione e nell’impegno governativo va ricercato nella gestione dei gruppi parlamentari, nella loro selezione, sul piano politico e dell’esperienza, e nella loro coesione in sede di votazione. Le scorciatoie sono sempre pericolose e l’esperienza insegna che la limitazione del ruolo del Parlamento è gravemente pregiudizievole della democrazia, come dimostra la legge Acerbo del 1924 che, in mancanza di contrappesi ad una maggioranza parlamentare coesa ed energicamente guidata, aprì la strada alla dittatura fascista. E in quel caso c’era un Re che, in qualche modo, ha tentato di frenare, nell’assenza dei partiti antifascisti, la deriva autoritaria ciò che nella Germania di Hitler non fu possibile avendo quel regime assorbito anche la carica di capo dello Stato.

Un uomo solo al comando, si sente dire spesso come effetto della riforma costituzionale che, in uno alla legge elettorale, consentirebbe alla maggioranza di dominare Camera e Senato, di eleggere il Presidente della Repubblica e parte dei giudici costituzionali. Scommetto non piacerebbe al Professore Panebianco. Ma è questo sullo sfondo ed oggi viene trascurato.

20 gennaio 2016

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

“REX”

68° Ciclo di Conferenze    

Inaugurazione Seconda Parte

 

Domenica 24 gennaio 2016 ore 10.45

Roma Via Marsala 42

Casa Salesiana San Giovanni Bosco,

Sala Uno nel Cortile

  

Conferenza del Sen. Prof. Domenico Fisichella

sul tema

“Il sistema politico italiano fra le due guerre”

***

 Ingresso libero”

 

 

 

 

Sempre attiva la lobby degli amministratori di società pubbliche

Non si vuole che sia la Corte dei conti

a perseguire i danni da cattiva gestione

di Salvatore Sfrecola

 

C’è un “intento lobbistico” dietro l’esclusione della giurisdizione della Corte dei conti dalla disciplina della responsabilità degli amministratori delle società a partecipazione pubblica all’o.d.g. di un prossimo Consiglio dei ministri? Sono in molti ad esserne convinti dopo che l'art. 3 della legge n. 220/2015 ha aggiunto nel decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (T.U. della radiotelevisione), l’art. 49-bis (Responsabilità dei componenti degli organi della RAI-Radiotelevisione italiana Spa) il quale prevede al comma 1 che “L’amministratore delegato e i componenti degli organi di amministrazione e controllo della RAI-Radiotelevisione italiana Spa sono soggetti alle azioni civili di responsabilità previste dalla disciplina ordinaria delle società di capitali”.

Tradotto in parole semplici, nei confronti degli organi di gestione della RAI come delle altre società pubbliche (la riforma che il Consiglio dei ministri si appresterebbe ad adottare sulla scorta di tale precedente) l’azione di responsabilità per danno non potrà essere esercitata dal Pubblico Ministero presso la Corte dei conti (che nel 2010 aveva convenuto in giudizio e ottenuto la condanna per oltre 10 milioni di euro dell’intero Consiglio di amministrazione della RAI) ma nelle forme ordinarie delle società di capitali. Quale la differenza? Sostanziale. L’azione sociale di responsabilità per il risarcimento del danno è promossa a seguito di deliberazione dell’Assemblea (art. 2393, c.c.) o del collegio sindacale o dai soci che rappresentano un quinto del capitale (art. 2393-bis, c.c.), quindi da coloro che hanno nominato quegli amministratori con scelta politica ampiamente discrezionale tra soggetti “di area”. Un’azione che oggi, come insegna l’esperienza, non viene esercitata. Solamente l’attribuzione ad un organo pubblico – il pubblico ministero appunto - tenuto all’esercizio dell’azione (obbligatoria) garantisce l’effettività della tutela del socio pubblico. Un esempio, il caso ATAC a Roma, di cui abbiamo letto nelle cronache giudiziarie penali, era stato oggetto di una citazione in giudizio da parte della Procura regionale della Corte dei conti per il Lazio che aveva individuato un rilevante danno erariale nell’acquisto e nella manutenzione delle vetture. Ma su ricorso dei presunti responsabili le Sezioni Unite della Cassazione hanno affermato che il danno rilevato dal P.M. contabile non era all’ente (Comune di Roma) ma all’azienda, con esclusione quindi della giurisdizione contabile. Un orientamento giurisprudenziale, il quale si basa sulla natura “privata” dell’azienda che gestisce denaro “pubblico”, che i cittadini contribuenti, tartassati anche a causa degli sprechi degli enti pubblici, hanno sempre più difficoltà ad accettare. Il Comune di Roma, infatti, è socio unico di ATAC ed è evidente che solo formalmente il danno è alla società perché in effetti è al comune che, in qualche modo, dovrà ripianare le perdite di gestione.

È quanto con molto garbo fa osservare in un comunicato l’Associazione Magistrati della Corte dei conti che, nel prendere posizione critica sull’imminente approvazione, da parte del Consiglio dei Ministri, del T.U. in materia di società a partecipazione pubblica, manifesta “ancora una volta, forte preoccupazione per le predette disposizioni che incidono negativamente sulle funzioni giurisdizionali e di controllo in materia”. E “nel ribadire che la Corte dei conti ha sempre denunciato gli sprechi, le cattive gestioni ed i gravi abusi che si sono verificati nel settore con danni per diversi milioni di euro, adoperandosi efficacemente per il recupero delle risorse pubbliche ed il risarcimento dei danni, richiama l’attenzione sulla circostanza che molti dei settori affidati alle predette società, come quello dei rifiuti e del loro smaltimento, sono particolarmente esposti a fenomeni di corruzione e di malaffare”.

Osserva ancora l’Associazione che “nell’attuale situazione nella quale, a causa della limitatezza delle risorse si comprimono bisogni essenziali della collettività è imprescindibile l’esigenza, anche per realizzare quell’indispensabile effetto di deterrenza, che la tutela sia posta in essere attraverso un’azione efficace a carattere pubblico, quale è quella del PM contabile, sì da evitare che lo schema ed il modello privatistico diventino il mezzo attraverso il quale venga meno, sostanzialmente, il risarcimento, spesso di rilevante entità, del danno erariale che resterebbe affidato, esclusivamente all’azione dei soci”.

La lobby degli amministratori pubblici messi in campo dai politici, dunque, ha colpito ancora. E all’Associazione non rimane che sensibilizzare l'opinione pubblica facendo conoscere i risultati fin qui raggiunti, sia in sede giurisdizionale che di controllo, nonostante le esigue forze in campo.

18 gennaio 2016

 

 

 

 

L’introduzione del Prof. Domenico Gallo *

La riforma costituzionale è la madre di tutte le battaglie

 

Non sfugge a nessuno l’importanza di questa giornata. Con la votazione di questo pomeriggio alla Camera viene a compimento la prima lettura della riforma costituzionale Boschi Renzi, quindi il testo di questa riforma diventa definitivo, non più contentibile, non più negoziabile.

Questa giornata ci annuncia una cattiva novella: che attraverso una profonda riforma della Costituzione  il modello di Repubblica definito dai Padri costituenti è stato decretato obsoleto e mandato in archivio, con grandi espressioni di giubilo da coloro che hanno dichiarato che aspettavano questa riforma da 70 anni.

Per dirla con le parole di Maurizio Viroli, la cattiva novella è questa: “il 2016 consacrerà la fine della Repubblica nata 70 anni fa e il consolidamento del principato renziano. Il regime renziano – precisa Viroli - è un principato perché con l’entrata in vigore dell’Italicum e della riforma costituzionale Renzi avrà sul Parlamento, ridotto ad una sola camera deliberativa (..) un potere di fatto senza limiti. A restringere il potere della maggioranza restano il Capo dello Stato e la Corte Costituzionale, ma sono deboli argini.”

 

In effetti l’impostazione di fondo che c’è dietro questo progetto di grande riforma (comprensivo della riforma elettorale), non è quello della revisione della Costituzione, ma del suo superamento, cioè dell’abbandono del progetto di democrazia costituzionale prefigurato dai padri costituenti per entrare in un nuovo territorio, dove le decisioni sono più “semplici”, perché, per legge, il governo è attribuito ad un unico partito, sciolto dagli impacci di dover mediare con partiti e partitini di una coalizione; dove il Parlamento è ridotto ad un’unica Camera (che legifera e dà la fiducia, mentre l’altra Camera, il Senato, ha un ruolo sostanzialmente decorativo), sottoposta ad un ferreo controllo da parte del Governo del partito unico, al quale la legge elettorale garantisce  una maggioranza assicurata e la riforma costituzionale garantisce il controllo dell’agenda dei lavori parlamentari, dove le istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale) sono deboli e non possono interferire con l’esercizio dei poteri di governo che, invece, sono “forti”.

 

Se questa è la cattiva novella, noi non siamo venuti qui a strapparci le vesti e a piangere sulla Repubblica tradita, noi siamo convenuti qui per annunciare una buona novella.

 

La buona novella è che la fine della Repubblica nata 70 anni fa non è per niente scontata, questo progetto può essere arrestato e rovesciato nel suo contrario. Grazie alla lungimiranza dei Costituenti l’ultima parola, quando nel Parlamento non vi è concordia sulle scelte di revisione, spetta al popolo sovrano.

Sono sempre valide le considerazioni di Raniero La Valle in occasione della riforma Berlusconi del 2005: “Cadute le linee di difesa del patto costituzionale, venuti meno i pastori posti a presidio dei cittadini, il popolo rimane ora l’ultimo depositario della legittimità costituzionale e l’ultima risorsa, l’ultima istanza in grado di salvare la democrazia rappresentativa nel nostro paese. Esso non dovrà semplicemente “difendere” la Costituzione del 48, ma dovrà instaurarla di nuovo. Non dovrà solo sottrarla all’oscuramento cui oggi è condannata, ma riscoprirla ed illuminarla come mai ha fatto finora.”

La buona novella è che è stato costituito il Comitato per il No al referendum costituzionale, che questo Comitato, che raccoglie i più autorevoli esponenti della cultura democratica, oggi inizia il suo percorso pedagogico mettendo a fuoco il discorso sui valori ed i principi della democrazia costituzionale, discorso che deve animare la battaglia che le associazioni, i soggetti politici e sindacali condurranno per convincere i cittadini italiani a votare No.

Quello a cui saremo chiamati è un referendum sui valori della Repubblica, sulla democrazia costituzionale, non sul Governo o sulla sorte di un Capo politico.

Bisogna respingere       questa mistificazione, evitare che i contenuti del voto siano oscurati e che il referendum venga trasformato in un plebiscito volto ad acclamare un Capo politico.

Per questo il Comitato ha scritto a tutti i parlamentari invitando coloro che si oppongono alla riforma e votano no ad impegnarsi a chiedere, immediatamente, un minuto dopo la votazione finale, il referendum previsto dall’art. 138 Cost, in modo che sia chiaro che si tratta di un referendum oppositivo, chiesto dall’opposizione per chiamare il popolo a bocciare la riforma.

Deve essere respinto il mantra del conflitto fra riformatori (che vogliono modernizzare le istituzioni) e conservatori (che vogliono difendere i privilegi della casta).

Solamente la cancellazione della memoria può consentire di far passare come innovazione delle riforme istituzionali che tendono a restaurare forme di potere autocratico superate dalla storia. Soltanto attraverso la cancellazione della memoria si può far passare per innovativa una legge elettorale che restaura gli stessi meccanismi manipolatori della legge Acerbo.

 

E qui veniamo al secondo aspetto del dilemma che abbiamo dinanzi. La grande riforma si compone di due capitoli che costituiscono due facce dello stesso progetto: la revisione della Costituzione e la riforma elettorale.

Se possiamo dare per scontato  che il popolo sarà chiamato a pronunciarsi sul referendum relativo alla riforma costituzionale, non è per niente scontato che il popolo possa pronunciarsi con un referendum anche sulla legge elettorale.

Per questo, un gruppo di cittadini ha depositato in Cassazione la richiesta di due referendum abrogativi relativi all’Italicum. Il primo quesito è volto ad abrogare il meccanismo dei capilista bloccati e delle pluricandidature, restituendo ai cittadini italiani la facoltà di scegliere i loro rappresentanti, il secondo quesito è volto ad abrogare il premio di maggioranza ed il ballottaggio, restaurando l’eguaglianza dei cittadini nell’esercizio del diritto di voto e la rappresentatività delle assemblee elettive.

Quindi si è costituito il Comitato promotore per i due referendum abrogativi dell’Italicum che in primavera raccoglierà le firme necessarie. Se l’iniziativa avrà successo il popolo italiano sarà chiamato, attraverso il referendum costituzionale ed il referendum abrogativo dell’italicum a restaurare la sovranità che in questi anni gli è stata sottratta.

E’ questa la seconda buona novella.

Il Presidente del Consiglio ha detto che “la riforma costituzionale è la madre di tutte le battaglie”.

Siamo perfettamente d’accordo con lui.

E’ bene che si ricordi l’esito che ebbe quella battaglia per quel capo politico che adoperò per primo quest’espressione.

 

·        All’Assemblea dell’11 gennaio 2016

 

 

 

 

Le ragioni del NO nelle parole del Prof. Alessandro Pace, Presidente del Comitato per il No *

 

1. Per evitare che il silenzio serbato dal Capo dello Stato, nel discorso di fine anno, relativamente alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, assumesse un significato negativo per il Governo, l’Unità del 4 gennaio ha pubblicato un commento al  discorso del 21 dicembre del Presidente Mattarella, limitatamente al passaggio nel quale aveva affermato che se la  riforma Renzi non dovesse giungere a compimento in questa legislatura, subentrerebbe un senso di incompiutezza che «rischierebbe di produrre ulteriori incertezze e conflitti, oltre ad alimentare sfiducia, all’interno verso l’intera politica e all’esterno verso la capacità del Paese di superare gli ostacoli che pure si è proposto esplicitamente di rimuovere».

Beninteso, il Presidente Mattarella ha sottolineato di non voler entrare «nel merito di scelte che appartengono alla sovranità del Parlamento». Pertanto non  sembra corretto interpretare tale passaggio, come ha fatto il commentatore, nel senso di una scelta di campo in favore della riforma Renzi-Boschi. E’ tuttavia vero che la frase del Presidente registra un sentimento di incompiutezza che qualsiasi Capo dello Stato avvertirebbe di fronte ad un prolungato impegno parlamentare non conclusosi positivamente.

Ciò premesso è però opportuno fare chiarezza su due punti del passaggio.

Il primo punto è che la vittoria del No, proprio perché il referendum ha sempre un significato bidirezionale, non sarebbe priva di significato. Se, come noi auspichiamo, la riforma Renzi verrà respinta dagli elettori, ciò vorrebbe dire che non noi, ma la Costituzione del 1947 ad aver vinto ancora, come già avvenne nel referendum confermativo del 2006, quando il 65 per cento degli elettori respinse la riforma Berlusconi, che prevedeva il “Premierato assoluto”, antesignano della riforma Renzi.

Tale sconfitta non produsse né incertezze né conflitti. Anzi, la netta vittoria del No fu salutata da Leopoldo Elia - vicino culturalmente e affettivamente al Presidente Mattarella come io lo fu a lui - come la legittimazione popolare che finalmente aveva coronato la Costituzione del 1947.

Ma c’è di più. Il referendum costituzionale è previsto e disciplinato dalla nostra Carta fondamentale come una “garanzia” della Costituzione (v. il Titolo VI intitolato “Garanzie costituzionali”), nel senso cioè che esso è stato studiato e previsto per “opporsi” alle modifiche della Carta che non siano votate dai due terzi delle Camere. E quindi è un espediente truffaldino che il Governo si faccia promotore del referendum, come già anticipato da Renzi, al fine di distorcerne il senso e le finalità “oppositive”, per trasformarlo in un plebiscito in favore del Governo.    

Il secondo punto è che l’auspicabile fallimento della riforma Renzi sarebbe tutt’altro che immotivato, perché essa privilegia la governabilità sulla rappresentatività;  elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sei o sette tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca contraddittoriamente la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-time delle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci.

Mi fermo qui, ma potrei continuare ancora a lungo: dall’esclusione del Senato nella deliberazione dello stato di guerra (leggi: l’invio all’estero delle missioni militari) ai cinque inutili senatori rappresentanti pro-tempore del Presidente della Repubblica in carica, ai difficili raccordi del Senato delle autonomie sia con lo Stato, sia con le stesse Regioni (i governatori stanno là e non a Palazzo Madama!) sia infine con l’Unione europea… 

 

2. Ma come si è potuti pervenire a questo risultato a dir poco confuso e contraddittorio? Sulla base di quali accadimenti storico-politici ciò è stato possibile?

Ciò dipende da due accadimenti tra loro contrastanti: da un lato la sentenza n. 1 del 2014 con la quale la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità della legge elettorale in forza del quale la XVII legislatura era stata costituita; dall’altro l’inosservanza, da parte del Governo e della maggioranza parlamentare, dei limiti temporali che tale sentenza imponeva al legislatore.

Mi spiego meglio. La Corte, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum,  consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.); la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra  limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi!

Pertanto, ammesso pure che le nuove elezioni non potessero essere indette  nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti del Bund tedesco, è però del tutto evidente l’azzardo istituzionale, da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente. Il che è dimostrato dal record, nella XVII legislatura, di passaggi da un gruppo parlamentare all’altro «con 325 migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti» [il Fatto Quotidiano, 3.1.15, p. 4; Trasformismo in Parlamento in Repubblica.it, 4.1.16; S. Settis, Metamorfosi del deputato, ne L’Espresso, n. 1 del 7.1.16, p. 59; Il puzzle dei cambi di partito ne il Corriere della sera, 7.1.16, p. 12 s.].

Di questa situazione di fatto, priva di chiarezza istituzionale e politica, l’attuale Presidente del Consiglio ne ha approfittato, abilmente e spregiudicatamente, con indubbio tempismo e col favore dell’allora Presidente della Repubblica, mettendo immediatamente in cantiere sia la riforma costituzionale sia il c.d. Italicum, la combinazione dei quali conduce alle distorsioni costituzionali ed istituzionali che ho precedentemente elencato ( e non solo!).

 

3. Il 29 dicembre, nella conferenza di fine anno, Matteo Renzi si è formalmente impegnato a dimettersi da Presidente del Consiglio dei ministri qualora prevalesse il No nel referendum confermativo. Nell’impegnarsi a dimettersi in caso di sconfitta, Renzi ha però inequivocabilmente ammesso che la paternità della riforma costituzionale è stata del Governo e non del Parlamento, come invece dovrebbe essere e come è sempre stato finora (con l’eccezione della riforma costituzionale Letta, altrettanto criticabile).

Il che risponde alla semplice, ma ovvia, ragione istituzionale di non coinvolgere nell’indirizzo politico di maggioranza il procedimento di revisione costituzionale, il quale si pone ad un livello ben più alto della politica quotidiana: un livello al quale anche le opposizioni devono poter avere voce in capitolo.   

Se ciò è vero, gli accadimenti occorsi sia in commissione sia in aula, che qui di seguito ricorderò, non costituiscono delle discrepanze procedurali. Sono invece perfettamente funzionali all’indirizzo governativo incostituzionalmente impresso al procedimento di revisione costituzionale. Mi limito a citarne quattro.

Primo. La rimozione, nel luglio 2014, dalla Commissione Affari costituzionali del Senato in sede referente, di due parlamentari (i senatori Mauro e Mineo), i quali, insieme ad altri 14 senatori, avevano invocato il rispetto della libertà di coscienza per ciò che attiene alle modifiche della Costituzione. Venne però eccepito, dall’allora vice capo gruppo del PD al Senato, che la libertà di coscienza non poteva essere invocata perché «Tra i principi fondamentali della Costituzione non rientrano certo le modalità di elezione del Senato», evidentemente qualificando come una semplice modifica del sistema elettorale lo stravolgimento in atto del ruolo e delle funzioni del Senato.

Secondo. In sede di prima lettura del d.d.l. cost. n. 2613  la sen. Finocchiaro  assunse le funzioni di relatore di maggioranza e il sen. Calderoli le funzioni di relatore di minoranza. In sede di terza lettura (d.d.l. cost. n. 2613-B), mentre le funzioni di relatore di maggioranza della sen. Finocchiaro le vennero confermate, le funzioni di relatore di minoranza non vennero assegnate. Eppure si trattava di un procedimento di revisione costituzionale di cui la minoranza è parte necessaria.  

Terzo. Nella seduta del 1° ottobre 2015 venne messo in votazione l’emendamento (n. 1.203) a firma dei senatori Cociancich e Luciano Rossi[1], strutturato in modo tale da precludere tutta una serie di votazioni che avrebbero richiesto il voto segreto, con notevoli rischi per il Governo e per la maggioranza. Il sen. Mineo giustamente lamentò che l’emendamento Cociancich avrebbe impedito all’Assemblea di «migliorare in ordine alla competenze del Senato» e avrebbe ristretto «ancora di più il dibattito trasformandolo soltanto in un sì o in un no rispetto a ciò che vuole il Governo». E così è stato.

Quarto. La versione definitiva del futuro art. 57 Cost., di cui all’art. 2 d.d.l. n. 2613-B, prevede, nel momento in cui scrivo, due commi tra loro antitetici, uno che prevede che i senatori saranno eletti dai consigli regionali (comma 2), l’altro secondo il quale tale elezione dovrà avvenire «in conformità alle scelte degli elettori» (comma 5). Il che non sfugge alla seguente alternativa: o l’elezione da parte del Consigli regionali sarà meramente riproduttiva della volontà degli elettori e sarà quindi inutile; oppure se ne distaccherà, e in tal caso finirebbe per violare l’art. 1 Cost. che garantisce l’elettività diretta degli organi titolari della potestà legislativa.

Per la verità la via per uscire da questa contraddittorietà era addirittura …un’autostrada! La Giunta del Regolamento della Camera, Pres. Napolitano, il 5 maggio 1993, nel corso della modifica dell’art. 68 Cost., «in considerazione dell’atipicità del procedimento di revisione costituzionale» (e quindi in considerazione del doveroso rispetto nei confronti della Costituzione!), aveva infatti correttamente ritenuto ammissibile l’emendamento soppressivo di un comma già favorevolmente votato dai due rami del Parlamento (caso analogo all’attuale).

Ciò nondimeno la Presidente Finocchiaro, nella seduta del 2 ottobre 2015, senza andare troppo per il sottile, ha affossato tale precedente sulla base di un duplice, specioso argomento: 1) che la riaffermazione dell’eleggibilità diretta del Senato avrebbe altresì implicato la titolarità del rapporto fiduciario col Governo; 2) che l’ammissibilità dell’emendamento soppressivo dell’art. 2 comma 2 d.d.l. n. 1429-B sarebbe stato preclusivo dell’intera riforma.

Argomenti entrambi inesatti. E’ infatti falso che il conferimento agli eletti della titolarità del rapporto fiduciario consegua dall’elettività del Senato, costituendo piuttosto una mera scelta di diritto positivo spettante al legislatore costituzionale. Altrettanto falso è che l’emendamento soppressivo del comma 2 avrebbe precluso l’intera riforma Renzi. Se esso fosse stato favorevolmente votato, la sola conseguenza sarebbe stata la riconferma dell’elettività diretta del Senato. Nulla di più.

 

·        All’assemblea dell’11 gennaio 2016 nell’Aula dei Gruppoi parlamentari



[1] «Al comma 1, capoverso «articolo 55 della Costituzione», sostituire il quinto comma con il seguente:  «5. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all'esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all'esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l'Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all'attuazione degli atti normativi e delle politiche dell'Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l'attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l'impatto delle politiche dell'Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l'attuazione delle leggi dello Stato».

 

 

 

Le ragioni del NO nel referendum sulla riforma costituzionale *

di Gustavo Zagrebelsky, Presidente onorario del Comitato per il No

 

Coloro che, la riforma costituzionale, la vedono gravida di conseguenze negative non si aggrappano alla Costituzione perché è “la più bella del mondo”. Sono gli zelatori della riforma che usano quell’espressione per farli sembrare degli stupidi conservatori e distogliere l’attenzione dalla posta in gioco. La posta in gioco è la concezione della vita politica e sociale che la Costituzione prefigura e promette, sintetizzandola nelle parole “democrazia” e  “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale (al cui proposito c’è da dire che nessuna questione costituzionale è mai solo tecnica, ma sempre politica).

 

Molte volte sono state chiarite le radici storiche e ideali di quella concezione, perfettamente conforme alle tendenze generali del costituzionalismo democratico, sociale e antifascista del II dopoguerra, tendenze riassunte nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, approvata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel dicembre del 1948, di cui la nostra Costituzione contiene numerose anticipazioni, perfino sul piano testuale. Quelle, le radici della Costituzione che c’è. E quelle della Costituzione che si vorrebbe che fosse, quali sono?

 

Quali credenziali possono esibire gli attuali legislatori costituzionali? A parte la questione, bellamente ignorata, dell’incostituzionalità della legge elettorale in base alla quale essi sono stati eletti; a parte la falsificazione delle maggioranze che quella legge ha comportato, senza la quale non ci sarebbero stati i numeri in Parlamento; a parte tutto ciò, la domanda che deve essere posta è: quale visione della vita politica li muove? A quale intento corrispondono le loro iniziative? C’è un “non detto” e lì si trovano le ragioni di tanta enfasi, di tanto accanimento, di tanta drammatizzazione che non si giustificherebbero se si trattasse solo di riduzione dei costi della politica e di efficientismo decisionale. La posta in gioco non è di natura economica e funzionale (risparmiare sui costi e sui tempi delle decisioni). Se fosse solo questo, si dovrebbe trattare la “riforma” come una riformetta da discutere tecnicamente, incapace di sommuovere acute passioni politiche. Invece, c’è chi la carica d’un significato eccezionale, si atteggia a demiurgo d’una fase politica nuova e dice d’essere pronto a giocarsi su di essa perfino il proprio futuro politico.

 

Ciò si spiega, per l’appunto, con il “non detto”. Cerchiamo, allora, di dirlo, nel quadro delle profonde trasformazioni istituzionali degli ultimi decenni, trasformazioni che hanno comportato un ribaltamento della democrazia parlamentare in uno strano regime tecnocratico-oligarchico che, per sua natura, ha come suo punto di riferimento l’esecutivo. Viviamo in “tempi esecutivi”! La politica esce di scena. I tecnici ne occupano lo spazio nei posti-chiave, cioè nei luoghi delle decisioni in materia economica, oggi prevalentemente nella versione della finanza, e nel campo della politica estera, oggi principalmente nella versione degli impegni militari. La partecipazione politica che dovrebbe potersi esprimere nella veritiera rappresentazione del popolo, cioè in Parlamento, a partire dai bisogni, dalle aspirazioni, dagli ideali non è più considerata un valore democratico da coltivare, ma un intralcio. Così, del fatto che la metà degli elettori sia lontana dalla politica al punto da non trovare attrattive nell’esercizio del diritto di voto, nessuno si preoccupa: pare anzi che ce ne si rallegri. Il fatto che i sindacati trovino difficoltà nel rappresentare i bisogni dei lavoratori, invece che a spingere a misure che ne rafforzino la capacità rappresentativa, induce ad atteggiamenti sprezzanti e di malcelata soddisfazione. Che i diritti dei lavoratori siano sottoposti e condizionati alle esigenze delle imprese, non fa problema: anzi il ritorno a condizioni pre-costituzionali si considera un fattore di modernizzazione. Che i partiti siano a loro volta ridotti come li vediamo, a sgabelli per l’ascesa alle cariche di governo e poi a intralci da tenere sotto la frusta del capo e di coloro che fanno cerchio attorno a lui, non è nemmeno da denunciare con più d’una parola. A questa desertificazione social-politica  corrisponde perfettamente la legge elettorale. Essa dovrebbe servire a incoronare “la sera stessa delle elezioni” il vincitore, cioè il capo politico che per cinque anni potrà governare controllando il Parlamento attraverso il controllo del partito di cui è capo. La piramide si è progressivamente rovesciata e non abbiamo fatto il necessario per impedirlo. La democrazia dalle larghe basi voluta dalla Costituzione è stata sostituita da un regime guidato dall’alto dove si coagulano interessi sottratti alle responsabilità democratiche. L’informazione si allinea; la vita pubblica è drogata dal conformismo; gli intellettuali tacciono; non c’è da attendersi alcuna vera alternativa dalle elezioni, pur se e quando esse si svolgano, e se alternative emergessero dalle urne, sarebbe la pressione proveniente da fuori (istituzioni europee, Fondo monetario internazionale, grandi fondi d’investimento) a richiamare all’ordine; nella scuola si affermano modelli verticistici e i nostri studenti e i nostri insegnanti gemono sotto programmi ministeriali finalizzati a produrre non cultura ma tecnica esecutiva.

 

Può essere che questo è quanto richiedono i tempi che viviamo, i tempi dello sviluppo per lo sviluppo, dell’innovazione per l’innovazione, della competitività che non ammette deroghe, della spremitura degli esseri umani, dei diritti dei più deboli e delle risorse naturali per tenere il passo sempre più veloce della concorrenza. Può essere che solo a queste condizioni il nostro Paese sia annoverabile tra i virtuosi, nei quali la finanza sovrana consideri conveniente investire le sue immani risorse; cioè, in termini più realistici, consideri conveniente venire a comperarci, approfittando delle tante privatizzazioni che segnano l’arretramento dello Stato a favore degli interessi del mercato. Gli inviti che provengono dalle istituzioni sovranazionali, legate al governo della finanza globale, sono univoci. I moniti che provengono dall’Europa (“ce lo chiede l’Europa”) sono dello stesso segno. Perfino una banca d’affari (gli “analisti” della J.P. Morgan) ha dettato la propria agenda, nella quale è scritta anche la riduzione degli spazi di democrazia che le costituzioni antifasciste del II dopoguerra (è detto proprio così e nessuno, tra le autorità che avrebbero il dovere di difendere la democrazia e la Costituzione ha protestato) hanno garantito ai popoli usciti dalle dittature. La riforma della Costituzione, promossa, anzi imposta dall’esecutivo, s’inserisce in questo contesto generale. Il “non detto” è qui. Occorre dimostrare d’essere capaci di rispondere alle richieste. Se, come si dice nella prosa degenerata del nostro tempo, non si riesce a “portare a casa” il risultato, viene meno la fiducia di cui i governi esecutivi devono godere rispetto ai centri di potere che stanno sopra di loro e da cui, alla fine dipende la loro legittimazione tecnica. La chiamiamo “riforma costituzionale”, ma è una “riforma esecutiva”. Stupisce che tanti uomini e tante donne che hanno nella loro storia politica numerose battaglie per la democrazia, si siano adeguati a subire questa involuzione, anzi collaborino attivamente chiudendo gli occhi di fronte a ciò che a molti appare evidente. La riforma costituzionale è il coronamento, dotato di significato perfino simbolico, di un processo di snaturamento della democrazia che procede da anni. Coloro che l’hanno non solo tollerato ma anche promosso sono oggi gli autori della riforma. Sono gli stessi che ora ci chiedono un voto che vorrebbe essere di legittimazione popolare a un corso politico che di popolare non ha nulla.

 

I singoli contenuti della riforma importano poco o nulla di fronte al significato politico. Contano così poco che chi avesse voglia di leggere e cercare di capire ciò su cui ci si chiede di esprimerci nel referendum resterebbe sconcertato. A parte la lingua, a parte la tecnica più da “decreto mille proroghe” che da Costituzione (si veda il modo di elencare le competenze del nuovo Senato), non si arretra né di fronte alle leggi della matematica e della sintassi, né alle esigenze della logica. Si prenda quello che viene presentato come il cuore della riforma, il nuovo Senato: 95 senatori che rappresentano Regioni e Comuni, più cinque che “possono essere nominati” dal Presidente della Repubblica. Quale logica regga un mélange come questo che poteva spiegarsi nel vecchio Senato che portava tracce di storia costituzionale pre-repubblicana, sfugge. Ogni Regione “ha” (sic!) almeno due senatori, e così anche le Province di Trento e Bolzano. Se si ritiene (ma non è chiaro) che tra i due non sia compreso il sindaco, che dunque si deve aggiungere al numero fisso minimo per ogni Regione, il conto è presto fatto: le Regioni sono 20; venti per 2 fa 40. A ciò si aggiungono 4 senatori per le Province anzidette, e fa 44. Si aggiungono i 22 senatori eletti tra i sindaci, uno per ciascuno dai consigli regionali e provinciali e fa 66. 95 meno 66 fa 29. Questi 29 seggi senatoriali dovrebbero servire a garantire la “ripartizione proporzionale” tra le Regioni, secondo le rispettive popolazioni! 29/20! Se si fa qualche calcolo, risulta tutto meno che la proporzionalità che pure è prevista dal IV comma dell’art. 2. Non cambia di molto il risultato, se il sindaco entra a far parte del numero due garantito a ogni regione. È un guazzabuglio di logiche diverse: la garanzia di almeno due posti in Senato corrisponde all’idea della rappresentanza degli Enti regionali, ma la distribuzione proporzionale dei seggi ulteriori corrisponde invece all’idea che, a essere rappresentate sono le popolazioni. Per non parlare del caso del Trentino Alto Adige che si troverebbe ad “avere” 6 senatori, due per ciascuna Provincia e due per la Regione (a meno che si sostenga, contro ciò che dice lo Statuto speciale, che il Trentino non è una Regione, ma è semplicemente la risultante delle due Province, nel qual caso avrebbe comunque quattro senatori). Anzi, forse ne avrebbe 7, calcolando il sindaco fuori del numero minimo di due, garantito alla Regione. Qual è il filo conduttore ha seguito il legislatore costituzionale? Ma c’è un filo conduttore o siamo allo sbando?

 

L’art. 2 avrebbe dovuto superare lo scoglio su cui, per un certo periodo, sembrava doversi incagliare la riforma: l’elezione indiretta o diretta. È storia parlamentare nota e non merita d’essere raccontata ancora una volta. Si è creduto di superare l’ostacolo lasciando ferma l’elezione da parte dei Consigli regionali e provinciali: dunque, elezione indiretta, aggiungendo però, in un comma (il V) che tratta di tutt’altro (la durata del mandato dei senatori), lo shibbolleth: eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo” dei Consigli regionali e provinciali. Bel rompicapo! Se “in conformità” significa che i Consigli non dispongono di poteri di scelta autonoma, l’elezione non è più un’elezione ma è una ratifica. Se possono operare scelte, è la “conformità” a essere contraddetta. In più, il II comma stabilisce che i Consigli “eleggono con metodo proporzionale”: presumibilmente, in proporzione alla consistenza dei gruppi consiliari. Ma gli elettori si esprimono sulle persone. I gruppi consiliari si formano dopo. Come può esserci “conformità” quando non c’è omogeneità delle volizioni? Come può esserci proporzionalità, inoltre, se si tratta di assegnare due posti o pochi di più?

 

Questo articolo 2 è esempio preclaro del modo con cui si è giunti all’approvazione della riforma. Essendo prevalsa l’opinabile opinione secondo la quale nella “lettura” del Senato si sarebbe potuto intervenire solo su norme modificate dalla Camera, si è sfruttata la circostanza che alla Camera, in quel V comma, si era sostituito un “nei” con un “dai” per appiccicarci “la conformità”, oltretutto con una virgola e un inciso sintatticamente scorretti. Tutte queste difficoltà dovranno essere affrontate in una legge di attuazione. Ma, ci può essere attuazione di contraddizioni?

 

Queste considerazioni precedono la discussione circa l’opportunità di superare il c.d. bicameralismo perfetto, opportunità peraltro da gran tempo largamente condivisa. Ma, una cosa è il cambiare, un’altra è il come cambiare. Siamo di fronte a un testo incomprensibile. Verrebbe voglia di interrogare i fautori della riforma - innanzitutto il presidente della Repubblica di allora, il presidente del Consiglio, il ministro -  e chiedere, come ci chiedevano a scuola: dite con parole vostre che cosa avete capito. Qui, addirittura, che cosa avete capito di quello che avete fatto? Saprebbero rispondere? E noi, che cosa possiamo capirci?

 

·                  Discorso per l’assemblea del Comitato per il NO nell’Aula dei gruppi parlamentari, 11 gennaio 2016

 

 

 

 

Va prendendo forma lo schieramento del “NO” alla riforma costituzionale

di Salvatore Sfrecola

 

C’erano quasi tutti i “professoroni” sui quali si era appuntata nei mesi scorsi l’ironia di Maria Elena Boschi ieri pomeriggio alla Camera dei deputati al numero 78 di via di Campo Marzio, nell’Aula dei Gruppi parlamentari, per la presentazione del Comitato che inviterà gli italiani a votare “NO” al referendum sulla riforma costituzionale voluta dal Governo Renzi ed approvata nuovamente dall’assemblea di Montecitorio proprio nelle stesse ore. Un fuoco di fila di critiche serrate a quella che è stata definita, senza mezzi termini, una riforma liberticida, che dice addio alla democrazia parlamentare per aprire la strada ad una “democrazia dell’investitura plebiscitaria”, come ha detto Stefano Rodotà, uno dei più applauditi fra gli intervenuti. A dire che la riforma Renzi-Boschi modifica la forma di governo e in qualche modo la forma di stato, ricordando come in Assemblea costituente fu netta la distinzione tra ruolo del governo e ruolo dei costituenti e dei partiti che li avevano espressi. Una critica della prima ora, da quando il Presidente del Consiglio si è intestata una revisione della Carta fondamentale che è naturalmente delle assemblee parlamentari e dei partiti. In questo è già in nuce l’opzione direttoriale del premier sottolineata da quell’appello al popolo che è stato al centro di tutte le esternazioni del Presidente del Consiglio Segretario del Partito Democratico il quale guarda all’appuntamento referendario alla ricerca di una investitura plebiscitaria di fatto snobbando le elezioni comunali, espressione autentica del consenso popolare rispetto alla gestione della politica del territorio laddove i cittadini si confrontano con il grado di rispondenza della classe dirigente locale alle esigenze della vita quotidiana. È un po’ la “fuga dal Parlamento” di cui aveva parlato Leopoldo Elia, una sorta di “rottamazione” della sovranità popolare.

Presenti i massimi esponenti dell’intellighenzia della sinistra nelle sue varie sfumature, da Fassina a Landini, da Ingroia a Salvi, da Maddalena (Paolo, l’ex Giudice costituzionale) a Flick, a Di Pietro, i lavori, dopo una introduzione di Domanico Gallo, li aveva aperti Alessandro Pace, costituzionalista e Presidente del Comitato, con una non velata critica ai Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per non aver messo alle strette le Camere all’indomani della sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale che ha dichiarato la illegittimità del porcellum, perché varassero in tempi brevissimi una nuova legge elettorale e tornare al voto. Ma anche Sergio Mattarella si è preso la sua dose di critiche per essersi riferito a “ciò che vuole il Governo”, così convalidando in qualche modo l’anomala iniziativa di Renzi di intestarsi la riforma costituzionale.

Molto applauditi anche Gaetano Azzariti, ordinario di diritto costituzionale a Roma, (“va bene modificare il bicameralismo perfetto, ma non a favore di questo bicameralismo confuso”) e Felice Besostri, l’Avvocato che ha difeso alla Consulta la tesi della incostituzionalità del Porcellum il quale ha definito “deforme” queste di Renzi che mettono in pericolo la democrazia. Ed ha fatto l’esempio delle province, svuotate proprio della struttura democratica, il Consiglio provinciale.

Applauditissimo anche l’appassionato intervento di Lorenza Carlassare, già Giudice costituzionale, secondo la quale se passasse la riforma avremmo un capo del governo che diventerà “l’unto del Signore di berlusconiana memoria. Dopo, sarà difficile ripulirlo”. Chiudendo con “auguri alla nostra Costituzione”, incisa anche da una riforma che potrà far vincere anche chi supera la soglia minima di consensi che, in presenza del calo di partecipazione al voto, certamente preoccupa. Un concetto ribadito anche da Gianni Ferrara che prefigura un premio ad una minoranza un po’ più forte delle altre. Anche Massimo Villone è impietoso, a cominciare da quelli che ha ricordato essere degli autentici strafalcioni del premier e di quanti la Costituzione provano a cambiarla “da settant’anni, da quando ancora non era in vigore”.

I lavori avrebbe dovuto chiuderli Gustavo Zagrebelsky, Presidente onorario di “Libertà e Giustizia”, già Presidente della Corte costituzionale rimasto nella sua Torino a causa della classica influenza di stagione. Oggi Il Fatto Quotidiano pubblica un suo articolo dove afferma che “una cosa è cambiare, un’altra è come cambiare. Il superamento del bicameralismo perfetto è largamente condiviso, ma siamo di fronte a un testo incomprensibile e al ritorno a condizioni pre-costituzionali”. “La posta in gioco – continua - è la concezione della vita politica e sociale che la costituzione prefigura e promette sintetizzandola nelle parole “democrazia” e “lavoro” che campeggiano nel primo comma dell’art. 1. Qui c’è la ragione del contrasto, che non riguarda né l’estetica (su cui ci sarebbe peraltro molto da dire, leggendo i testi farraginosi, incomprensibili e perfino sintatticamente traballanti che sono stati approvati) né soltanto l’ingegneria costituzionale”.

Insomma, una serie di critiche non formali ma sostanziali con riferimento alla funzionalità delle istituzioni, in particolare del nuovo Senato, con sullo sfondo le preoccupazioni per la democrazia parlamentare che dal combinato disposto della riforma costituzionale e di quella elettorale esce di scena per formare un corpo di legislatori proni al volere del premier in assenza di un bilanciamento dei poteri, secondo le regole del sistema liberal-democratico delineato da Montesquieu che lo aveva desunto dall’osservazione di quanto accadeva nel Regno Unito dove la governabilità è stata sempre assicurata. Un argomento da sempre cavalcato da Renzi e, prima di lui, da Berlusconi per travolgere le libertà parlamentari, non essendo stati in grado di dominare i gruppi parlamentari.

Di governabilità non si è parlato ieri nell’aula dei gruppi parlamentari. E questo è senza dubbio un errore di quanti si apprestano a convincere gli italiani a respingere la riforma costituzionale Renzi-Boschi perché l’argomento è fortemente sentito, come quello del risparmio e della lotta alla casta. È un problema di capacità di comunicazione oggi essenziale e che potrebbe nascondere le buone ragioni di coloro che si oppongono alla riforma e che devono tener conto della capacità del premier di semplificare i concetti e di entrare in sintonia con la gente. Sarebbe un grave danno per la democrazia se il linguaggio dei professori e dei politici non fosse in condizioni di far percepire dall’opinione pubblica le difficoltà che la democrazia incontrerebbe ove fosse approvata dal referendum la riforma che un premier non eletto ed un Parlamento delegittimato hanno voluto e approvato stravolgendo l’assetto delle istituzioni parlamentari e del governo.

12 gennaio 2016

 

 

Intanto Paolo Becchi se ne va

Forza e debolezza del Movimento 5 Stelle

di Senator

 

Paolo Becchi, il filosofo del diritto dell’Università di Genova, a lungo considerato l’ideologo del Movimento 5 Stelle, l’ispiratore delle sue iniziative sui temi istituzionali, se ne va. È deluso. “Il Movimento si sta trasformando in un partito ibrido e ha stretto con il Pd un nuovo patto dopo quello del Nazareno facendo da stampella al governo Renzi”, sostiene in una intervista a Formiche.net. Un patto ripetutamente negato. Ma che nei fatti si è materializzato in occasione dell’elezione dei giudici della Corte costituzionale. Nelle scelte e nei veti. Per Augusto Barbera, prima criticato, poi votato, contro Francesco Paolo Sisto, ad esempio, per essere l’avvocato di Berlusconi e di Fitto, e poi contro Raffaele Squitieri, Presidente della Corte dei conti, che si dice fosse fortemente voluto da Renzi, ostacolato, sembra, su ispirazione di Imposimato, molto ascoltato su questioni che attengono alla giustizia. Dopo 30 inutili votazioni l’accordo è fatto nella logica dei partiti, osserva Becchi, originariamente estranea ad un Movimento “anti-sistema”, come è nato e si proclama ancora. Un aiuto a Renzi in grosse difficoltà per la fronda interna e le divisioni su molti dei temi cardine della sua politica sui quali le molte anime della sinistra nelle sue varie sfumature si dividono. La prova dell’accordo sarà evidente se riguarderà anche il ddl Cirinnà sulle unioni civili. Ancora una “stampella” al PD in grosse difficoltà. Poi lo ius soli. Un abbraccio mortale per Renzi, del quale il premier si è reso conto al punto da non sollecitare l’iter parlamentare.

Per Becchi, Grillo inoltre non avrebbe più il controllo pieno del Movimento, sconfessato dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, addirittura sul Financial Times al quale ha detto che i 5 Stelle non sono favorevoli all’uscita dell’Italia dalla NATO, come aveva sostenuto Grillo. E se da un lato condiziona Renzi, è anche la prova delle difficoltà del Movimento cresciuto sulla base della protesta contro il malcontento della gente, sul preannuncio di una rivoluzione dal basso, come una “seria alternativa alla casta”, scrive Michele Monina (Il perché di una vittoria – Il Movimento 5 Stelle), per l’ambiente, la mobilità sostenibile, lo sviluppo la connettività, il reddito di cittadinanza. E poi la rinuncia a parte delle indennità per finanziare il mediocredito alle piccole imprese. Temi che i 5 Stelle portano avanti da subito anche grazie alla competenza e all’esperienza di alcuni. Si sono formati presto nel confronto parlamentare, al punto che, ad un anno dal loro ingresso in politica, è venuto meno il divieto di partecipare alle trasmissioni televisive di approfondimento. Una scelta iniziale di Grillo per nascondere non tanto le ingenuità dei neofiti quanto le diversità degli orientamenti dovuti alla varietà delle posizioni ideologiche, quelle che potrebbero costituire nei prossimi mesi il tallone di Achille del Movimento. Di Maio, Di Battista, la Ruocco bucano lo schermo. La loro popolarità cresce nei sondaggi e se ne parla per incarichi di governo e per candidature amministrative, nonostante il divieto statutario. Cresce, in particolare, Di Maio, un argomentare composto anche quando polemico, un atteggiamento rassicurante che piace ai moderati e fa dimenticare che tra i 5 Stelle c’è chi vorrebbe le adozioni delle coppie omosessuali. La sua intervista al giornale inglese era inimmaginabile qualche tempo addietro. Adesso è stata ripresa dal blog di Grillo.

Insomma, senza dirlo, il Movimento si trasforma in partito, con tutte le conseguenze che ne derivano, anche nella formulazione delle scelte. Per cui si registrano forme di distacco dalla rete. Inizialmente una forza quasi misteriosa è divenuta un peso per il Movimento che vi ricorre quando non è necessario assumere una decisione particolarmente importante e rapida. Come a Bologna dove, secondo Becchi, si vuole lottare “per vincere davvero”. Lo vedremo quando dovranno essere definite le candidature per le prossime amministrative. I sondaggi danno il M5S in forte crescita, eppure secondo Becchi il Movimento sembra abbia paura di vincere, anzi che non voglia vincere, come a Roma, una sfida che fa veramente tremare i polsi dopo decenni di inefficienza dell’apparato amministrativo e delle aziende dei servizi.

“Dal Movimento liquido di Grillo al partito ibrido di Casaleggio” è il titolo di un articolo del Professor Becchi per Monto Operaio, un partito che ignora le regole d’un tempo, come per l’espulsione della senatrice Serenella Fucksia che, al di là delle motivazioni, non è stata decisa da un’assemblea di parlamentari, con voto poi ratificato dalla rete.

Il fatto è che il Movimento, partito con il vento in poppa della contestazione ai potenti di turno ha eletto in Parlamento soggetti provenienti da esperienze diverse, portatori di valori diversi, spesso confliggenti, come nel caso delle unioni civili o dello ius soli dove il soccorso “5 Stelle” a Renzi rischia di far perdere consensi e forse pezzi dei gruppi parlamentari. È evidente, infatti, che mentre per un partito di governo il dissenso può essere ricomposto nella spartizione del potere, per un movimento “alternativo” è solamente un motivo di debolezza, ragione di possibile appannamento dell’immagine agli occhi dell’elettorato che sui temi “sensibili” si riappropria immediatamente dei propri valori e rientra nei ranghi.

Perché non si lancia una forte campagna di opposizione alla riforma costituzionale in vista del referendum sul quale Renzi punta tutto quest’anno? Si chiede Becchi che giudica “opposizione di facciata” quella sul caso della mozione di sfiducia alla Boschi su Banca Etruria. Insomma, a giudizio del Professore, il Movimento sta diventando opportunistico, nel senso che cerca di guadagnare qualcosa in ogni situazione. E per la verità al momento ci riesce benissimo. La democrazia diretta è stata da tempo accantonata e sostituita dalla democrazia eterodiretta da Casaleggio.

“Becchi, è deluso?” chiede l’intervistatore di Formiche.net. La risposta è decisa: “Sì, tanto che il 31 dicembre ho cancellato la mia iscrizione al Movimento al quale avevo aderito con grande convinzione e entusiasmo; l’ho fatto perché non corrisponde più a quella speranza dell’inizio”. Forse, è la sua opinione, anche Grillo sta provando “un po’ di delusione… è sempre più politicamente assente”. Ed aggiunge che il suo discorso di fine anno “era uno spot pubblicitario al suo spettacolo, un intervento teatrale nel quale dice che tutti siamo ologrammi ma, ahimè, è diventato un ologramma pure lui. Forse era inevitabile che il Movimento si istituzionalizzasse, ma il sogno è finito”. Sembra di tornare ai commenti dei politologi in vista della dissoluzione dell’Uomo Qualunque di Giannini che fu inevitabile quando vennero al pettine i nodi delle questioni di fondo, istituzionali e ideali, quelle che dividono, da sempre.

6 gennaio 2016

 

Il 13 gennaio il Coordinamento romano

“Noi con Salvini” alla prova della Capitale

di Senator

 

Prende il via la settimana prossima, con ogni probabilità il 13, il nuovo Coordinamento romano di “Noi con Salvini”, ridisegnato dal Senatore Gian Marco Centinaio, Presidente del Gruppo parlamentare della Lega a Palazzo Madama, il Commissario per Roma e per il Lazio voluto da Matteo Salvini per dare slancio al Movimento sulla “piazza” difficile della Capitale, la città delle pubbliche amministrazioni e dei servizi, della cultura internazionale. Azzerate le cariche precedenti, Centinaio ha quasi ultimato il nuovo Esecutivo cittadino, l’organo collegiale che dovrà guidare l’impegno di “Noi con Salvini” confrontandosi con le altre componenti del Centrodestra, in particolare con Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni che non nasconde l’ambizione di riconquistare alla destra il Campidoglio. L’impegno è anche quello di acquisire forze nuove non compromesse con i vecchi partiti che con i loro errori hanno perduto credibilità agli occhi dei romani. Un impegno difficile per il senatore Centinaio, perché il successo di Matteo Salvini, in alto nei sondaggi, ha convinto molti, già impegnati nella politica cittadina e laziale a vari livelli, ad avvicinarsi al movimento che, tuttavia, vuol evitare personaggi del sottobosco romano la cui presenza potrebbe oscurare quell’aura di novità che “Noi con Salvini” intende rivendicare.

Al momento fanno parte del Coordinamento romano, diretto da Pierluigi Campomizzi, Barbara Saltamartini (deputato), Barbara Mannucci (coordinatrice nazionale Donne NcS) Souad Sbai (giornalista, docente universitario ed ex parlamentare del PdL), Iva Garibaldi (addetto stampa del Carroccio dei gruppi parlamentari) e Fabio Sabbatani Schiuma (Segretario nazionale di Riva Destra ed ex consigliere comunale).

Per completare il coordinamento romano mancano alcune pedine che, assicura Centinaio, non saranno costituite da politici professionisti. “Inseriremo un paio di elementi fuori gruppo, provenienti dall’associazionismo, sconosciuti al grande pubblico - spiega – ma impegnati soprattutto sul piano culturale e delle istituzioni”. Tra queste un rappresentante di Agorà, il Gruppo di intellettuali che fa capo al Prof. Giuseppe Valditara, ordinario di Diritto privato romano nell’Università di Torino, già senatore di Alleanza Nazionale, che ha dato vita alla rivista Logos www.logos-rivista.it, la quale vanta un Comitato scientifico formato da studiosi delle varie discipline che ha l’ambizione di mettere a disposizione della Lega e dei Gruppi parlamentari l’esperienza e la professionalità di chi insegna ed opera nei settori della pubblica amministrazione, del trasporto pubblico, aereo e ferroviario, dell’energia e della finanza. Si tratta di un gruppo consistente, del quale già ha parlato più volte Salvini come di coloro che stanno preparando il futuro programma di governo, che ha l’ambizione di mettere a disposizione di quanti saranno chiamati a compiti più squisitamente politici esperienze scientifiche e professionali di alto profilo.

Per quanto riguarda Sabbatani Schiuma, per Centinaio “Fabio è un ottimo acquisto, sarà il responsabile dell’organizzazione. Ha creduto sin da subito in “Noi con Salvini”, su di lui investiremo tanto, anche a livello mediatico e per la sua profonda conoscenza del mondo politico romano”.

5 gennaio 2016

 

 

Sprechi di denaro pubblico (Crozza ricorda lo Stadio del polo di Giarre)

Quanti mancano al loro dovere.

E dietro l’angolo c’è corruzione

di Salvatore Sfrecola

Ieri 1°gennaio, in prima serata, La7 ha trasmesso nuovamente quanto Crozza aveva detto già tempo addietro a proposito di vari sprechi di denaro pubblico, soffermandosi in particolare sul caso dello Stadio del polo, capienza 20 mila posti, costruito con finanziamenti pubblici in una cittadina di 22 mila abitanti, Giarre, in provincia di Catania,  circa 4 milioni di euro messi a disposizione dal CONI su una iniziativa assunta dal Comune nel 1984. Il comico genovese aveva ripreso la notizia da un servizio di “Striscia la notizia”, il telegiornale satirico di Canale5.

Non si hanno notizie di iniziative a livello dell’ente finanziatore finanziatore dell’opera e della magistratura, in particolare della Corte dei conti, considerato che ad essa spetta, al di là degli eventuali profili penali della vicenda, esercitare l’azione pubblica di risarcimento del danno in caso di pregiudizio arrecato alla finanza pubblica con dolo o colpa grave che, nel caso, sembra “gravissima”. Immagino, conoscendo la solerzia della Procura regionale della Corte dei conti per la Regione Siciliana che sulla questione siano in corso accertamenti.

Al di là della vicenda giudiziaria il caso dello Stadio del polo di Giarre merita alcune considerazioni che ci consentono di riflettere su sprechi e corruzione. Sì corruzione, perché uno spreco di quelle dimensioni – Wikipedia, come ricordavo, parla di 4 milioni di euro – non può essere avvenuto senza complicità politiche, amministrative e imprenditoriali che sicuramente configurano, almeno tra alcuni partecipi un accordo illecito, molto probabilmente di natura corruttiva. Poi ci sono, o ci possono essere, “disattenzioni” delle amministrazioni interessate al finanziamento e di coloro che hanno compiti di controllo.

Cominciamo dalle regole base di un’opera finanziata con denaro pubblico. L’ente interessato riceve una proposta di esterni, ad esempio da un ente locale come nel caso o da una società sportiva, che viene valutata dagli uffici sotto il profilo della “fattibilità”, parola magica che significa che si deve considerare l’utilità dell’impianto in relazione al numero dei prevedibili fruitori (rispetto ai quali è individuata la dimensione) che non è detto debbano essere locali. Infatti un importante impianto sportivo può attirare “tifosi” dall’hinterland o dall’intera regione. Superata la fase della valutazione dell’utilità dell’opera l’ufficio che cura l’istruttoria deve considerarne l’aspetto tecnico il quale attiene alla adeguatezza dell’impianto, quanto alla capienza ed alla sicurezza rispetto al pubblico prevedibile e previsto. Una valutazione importante, basti considerare che molti degli stadi italiani costruiti per i mondiali del 1990 sono stati oggetto di numerose prescrizioni tecniche da parte dell’apposita Commissione sulla sicurezza degli impianti sportivi del Ministero dell’interno. E molti sono stati aperti al pubblico con deroga della Commissione e dei prefetti, sempre nella fiducia che tutto vada per il meglio. Ricordo, ad esempio, di aver letto che, almeno fino ad una certa data il campo dello Stadio Olimpico di Roma era inaccessibile alle autoambulanze.

Fatte queste premesse di ordine burocratico, l’ente finanziatore, valutata positivamente l’utilità dell’impianto sportivo, quanto ad ubicazione in considerazione dei prevedibili utenti (a Giarre e non a Palermo, ad esempio) e le sue caratteristiche tecniche, di affidabilità e sicurezza, ne approva l’esecuzione contestualmente individuando le risorse necessarie per la sua realizzazione. A questo punto, per semplificare, si apre il cantiere ed iniziano i lavori i quali sono affidati alla responsabilità di un apposito direttore (è previsto anche un responsabile del procedimento) e della Commissione di collaudo in corso d’opera, la quale dovrà anche redigere la relazione finale. Collaudo viene dal latino cum laude, che esprime la valutazione positiva della Commissione, nel senso che i lavori sono riconosciuti essere stati effettuati a regola d’arte e secondo le prescrizioni contrattuali, quindi anche con i costi e nei tempi previsti.

Per completezza aggiungo che ogni ente pubblico finanziatore ha una struttura di riferimento la quale verifica come i lavori sono realizzati e come le somme accantonate per quell’opera vengono spese. È anche previsto un Collegio dei revisori dei conti (in alcuni casi chiamato dei sindaci) che ha compiti di vigilanza sull’andamento del bilancio dell’ente e dovrebbe accendere un faro sulle opere più importanti e più costose monitorando l’andamento dei lavori.

Tutto questo in teoria. Se, tuttavia, è potuto accadere che in una cittadina di 22 mila abitanti sia stata prevista la costruzione di un impianto destinato a 20 mila spettatori per una disciplina sportiva in Italia non particolarmente diffusa, con prevedibile scarso afflusso di pubblico, e se quest’opera, iniziata non è stata terminata è presumibile, anzi è certo, che in alcuni dei passaggi procedimentali prima illustrati qualcuno non abbia fatto il proprio dovere. Forse chi ha valutato che l’impianto fosse importante e destinato alle previste presenze, chi lo ha finanziato, chi ha controllato – si fa per dire – l’andamento dei lavori che si sono fermati. Perché ci si è accorti che l’opera era inutile, non adeguatamente finanziata (spesso accade che in corso d’opera manchino le risorse), perché il progetto non era idoneo. In ciascuno di questi momenti c’è un responsabile o più responsabili (spesso a decidere sono organi collegiali). A questo punto chi avrebbe dovuto intervenire? Il Consiglio di amministrazione dell’ente, il Collegio dei revisori dei conti? Chi ha fatto finta di non sapere? E quando? Perché dopo le trasmissioni televisive nessuno può dire di non essere informato della vicenda e nessuno, pur non avendo partecipato alla fase della decisione (di costruire e di finanziare) può tirarsi indietro adesso che lo scandalo è consegnato alle impietose telecamere di “Striscia la notizia” ed al commento sarcastico di Crozza dinanzi ad un pubblico che unisce all’ilarità per il commento del comico l’indignazione del cittadino-contribuente che vede dilapidate somme con personale sacrificio poste a disposizione dell’autorità pubblica. E monta la rabbia perché è immaginabile che dietro una decisione come quella del campo di polo a Giarre ci sia qualche sollecitazione politica, qualche interesse elettoralistico che probabilmente si è legato ad interessi delle imprese che hanno lavorato in quel cantiere. Sollecitazione politica che deve aver seguito la trafila delle decisioni maturate lungo le fasi del procedimento. Sollecitazioni a fare ma anche, forse, a non fare. Ad esempio a non controllare la fattibilità globale dell’impianto, l’adeguatezza del finanziamento e l’esecuzione dei lavori. Per finire con il Collegio dei revisori dei conti che “non poteva non sapere”.

Ho cercato tramite Google se il CONI avesse proferito verbo in proposito. Non ho trovato nulla. Ma forse non ho saputo fare la ricerca.

Così finisce il 2015 ed inizia il 2016, un anno nel quale gli italiani saranno chiamati ad altri duri sacrifici, economici e di vivibilità nelle città dove lo spreco degli anni scorsi ha fatto esaurire le risorse per trasporto, viabilità e servizi. Così allontanando i cittadini dalla politica, come attestano i sondaggi sulla disaffezione dal voto.

Infatti non si ha notizia di iniziativa alcuna per individuare e punire i responsabili dello scempio di denaro pubblico che non è un caso isolato a Giarre (sempre nella stessa trasmissione Crozza ha mostrato le immagini di un’altra incompiuta, la piscina comunale tra l’altro fuori norma) né in Italia.

Il Presidente Mattarella ha giustamente parlato nel discorso di fine anno dell’evasione fiscale che mortifica il Paese e gli italiani costretti a pagare le tasse anche per gli evasori. Forse avrebbe dovuto far cenno allo spreco di denaro pubblico. Anch’esso pesa ingiustamente sugli italiani.

2 gennaio 2016

Francesco Caringella, “Dieci minuti per uccidere”

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricc

Dopo Il colore del vetro (Robin Edizioni, 2012) e Non sono un assassino (Newton Compton Editori, 2014), Francesco Caringella torna in libreria con un nuovo avvincente romanzo Dieci minuti per uccidere (Newton Compton Editori, 2015).

Francesco Caringella, magistrato ordinario e oggi Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, dalla personalità poliedrica, è autore di numerose ed apprezzate pubblicazioni giuridiche di larga diffusione tra gli operatori del diritto.

Dieci minuti per uccidere è lavoro che va ben oltre un thriller, ricco com’è di meditate suggestioni, di raffinati momenti narrativi e di coinvolgenti tensioni.

Molte pagine risultano esemplari, sotto il profilo stilistico e concettuale; in particolare, quelle dedicate allo scontro generazionale tra il padre e il figlio primogenito.

E’ la storia di Antonio De Santis, un affermato imprenditore che, dopo aver trascorso, nella propria villa, una serata a cena con i suoi famigliari, di lì a poco viene colpito a tradimento da un colpo d’arma da fuoco.

Ma chi ha potuto compiere un delitto così efferato, che condurrà De Santis alla morte entro pochi minuti?

In questo brevissimo lasso di tempo, potrà l’imprenditore scoprire chi è il suo assassino e le motivazioni che hanno armato la sua mano?

L’assassino, protetto dal buio della notte, ha atteso che l’ultimo alito di vita abbandonasse la sua vittima. Gli occhi di Antonio sono spalancati dallo stupore. È la sorpresa di chi, all’ultimo istante, ha scoperto il mistero della vita e il significato della morte.

Sulle labbra del defunto c’è il nome dell’omicida. Ha l’espressione soddisfatta di chi è arrivato a capo di un dilemma. Una sola persona ha potuto togliergli quel poco che rimaneva della sua esistenza. Solo l’assassino aveva la disperazione necessaria per uccidere.

Una storia appassionante che attrae ed emoziona il lettore, condividendo con la vittima seicento secondi ad alta tensione.

Nei ringraziamenti finali dell’autore ho avuto il piacere di incontrare anche il nome di “Licia Grassucci, grande dirigente del Consiglio di Stato che si è concessa con tutta la sua ricca umanità in una serie interminabile di riletture e di revisioni” (pag. 246), del cui valore posso essere buon testimone avendola avuta come preziosa collaboratrice, per oltre un decennio, nella mia vita accademica.

30 dicembre 2015

 

PROFILO DELLA GRANDE GUERRA DEGLI ITALIANI

La battaglia della Bainsizza 17 agosto - 5 ottobre 1917

di Michele D’Elia

 

Fritz Weber, tenente di artiglieria austriaco, scrive nel suo Diario:

“Non vi era nascondiglio, un angolo o una conca in cui qualcosa di vivente avrebbe potuto cercare riparo che non fosse colpito dal maglio dell’artiglieria italiana … Il suo tiro era diventato micidiale, colpiva tutti i punti immaginabili, era – se così si può dire – fantasioso nella sua metodicità, satanico per quanto concerne il logoramento dei nervi dell’avversario”[1].

* * * * *

Il RE

Le fasi dell’attacco allo Jelenik si svolsero brillantemente sotto gli occhi di S.M. il Re, che dall’osservatorio del monte Kalì assisteva all’azione … Il nostro Sovrano sentiva l’impazienza del Comandante del XXIV Corpo e con parola calma e sicura gli diceva la sua soddisfazione per la manovra delle nostre truppe” [2].

 

CANTARE E PORTARE LA CROCE

Se Caporetto e Vittorio Veneto sono le metafore e la poesia della nostra storia recente, la vittoria della Bainsizza, ne è la prosa. Con occhi nuovi continua la nostra indagine su fatti universalmente noti, ma spesso riportati in maniera grossolana, artificiosa e conformistica. Niente elucubrazioni, solo essenziale cronaca in onore del Soldato italiano. Né può essere diversamente. Per noi. Finalmente, alziamo la coltre del silenzio interessato e ingeneroso verso i nostri soldati.

Prodromi. Sesta battaglia dell’Isonzo. 9 agosto 1916. Entriamo a Gorizia. Gli Imperiali si arroccano a nord della città e sbarrano la strada per Trieste e Lubiana. Cadorna, pressato dagli Alleati, concepisce un attacco risolutivo per alleggerire il fronte occidentale, dove le armate tedesche li tenevano sotto scacco. Cadorna intende conquistare l’altopiano della Bainsizza, nelle Alpi Giulie, territorio slavo, e contemporaneamente attaccare sul Carso.

Durante la battaglia dell’Aisne, il 17 aprile, si era verificato il primo ammutinamento dei soldati francesi; Pètain, succeduto a Nivelle aveva adottato lo schieramento difensivo. Si allungava l’ombra degli Stati Uniti.

Altopiano della Bainsizza – Coordinate geografiche. La Bainsizza si estende per 200 km. È limitata ad ovest dall’Isonzo, ad est dall’Idria e a sud-est dal vallone di Chiapovano, che lo separa dalla Selva di Tarnova. L’altezza media è di 500-600 metri, ad est si eleva un picco di 1000 metri.

L’attacco, secondo il piano del Comando Supremo, elaborato dal generale Luigi Capello, comandante la II Armata, prevede: 1 – la III Armata, Duca d’Aosta, avrebbe continuato l’attacco sul Carso per prendere l’Altopiano del Comen; 2 – la II Armata, avrebbe avuto per obbiettivi la Selva di Ternova e, l’Altopiano della Bainsizza. Circa la testa di ponte austriaca di Tolmino, a nord, obiettivo ultimo e più importante, il Comando Supremo lascia al generale Capello “la facoltà di definire l’estensione dell’azione verso sinistra”[3]. Questa libertà d’azione si rivelerà un errore.

Le forze nemiche in campo. Contrasta il nostro schieramento la V Armata austro-ungarica [Isonzoarmee – ISA] più le riserve, generale Svetozar Boroevič von Bojna, il più brillante e acuto dei capi militari imperiali.

Il XXIV Corpo d’Armata, perno della manovra sulla Bainsizza

Caviglia comanda il XXIV dal 4 luglio 1917, prepara il piano specifico per la presa della Bainsizza. Il Generale lo sintetizza come segue:

“1) Passaggio dell’Isonzo; occupazione dell’orlo dell’altipiano fra Semmer e lo Jelenik; occupazione dell’orlo della Bainsizza fra l’Ossoinca e quota 856 dell’Oscedrik;

2) Successivamente, prosecuzione dell’azione verso il margine del vallone di Chiapovano”.[4]

Il XXIV Corpo d’Armata dispone delle divisioni: 47ª divisione, generale Fara; 1ª brigata; 60ª , generale Novelli, 66ª divisione ternaria, generale Squillace; infine, dei battaglioni alpini Monte Tonale e Pasubio[5].

Da nord a sud le grandi unità sono così schierate: 47ª da Ronzina al ponte di Canale e 60ª da Canale ad Anhovo, segue la 66ª. Il Generale lamenta che da molto tempo le offensive sull’Isonzo vengano lanciate “contro un tratto di fronte provato e riprovato.. sicché non sarà possibile agire per sorpresa”[6].

Fanti e Artiglieri. Sono molto affiatate e si integrano sotto il profilo operativo e psicologico. In particolare: la fanteria dal Carso all’Isonzo si era dissanguata in attacchi e contrattacchi, senza mai essere completamente reintegrata. Caviglia fa quest’esempio: “… La [brigata n.d.r.] Bari nel 1915 restò per 75 giorni di seguito nel settore più pericoloso, in quel torno di tempo di tutta la fronte, quello del San Michele, ed in quei due mesi e mezzo perdette 6.500 uomini 3.750 ufficiali. Discesa dal Carso, dopo la 3ª battaglia dell’Isonzo, rognosa e pericolosa, vi ritornò nelle stesse condizioni tre giorni dopo con gli effettivi ridotti a un terzo. Quando si vuol parlare della fanteria italiana, bisogna sapere queste cose”[7].

Il piano generale, semplice ma geniale prevede: gli attacchi ai Monti Kuk e Jelenik, quota 711; il gittamento di sei ponti ed alcune passerelle per il passaggio dell’Isonzo. In base a questi movimenti il XXIV avrebbe, per intero passato l’Isonzo, presso il Lom di Tolmino, dominato il corso del fiume Idria per “minacciare di rovescio le posizioni di Santa Maria e Santa Lucia di Tolmino”. Il progetto assegna alla 47ª il compito di aggredire l’Ossoinca ed aggirare l’Oscedrik, posto ad oriente della Conca di Vrh. (Vrh = altura) Nei fatti la 47ª è disegnata come il perno di tutta la manovra[8].

L’Isonzo: teatro delle operazioni: “… la valle dell’Isonzo, nel tratto di fronte assegnato al XXIV Corpo e formata da fianchi montani boscosi d’altezza variabile da 300 a 600 metri sul fiume, il quale scorre incassato tra le due rive. Queste, a monte di Aiba, diventano rocciose ed a picco sul letto del fiume …”[9]. L’Isonzo, largo dai 20 ai 45 metri e profondo da 1 a 3 metri, con una velocità che varia da 2,50 metri a 3,50, si presenta come inguadabile, ma non per i nostri pontieri.

Scopi essenziali. Passare dalla riva destra alla riva sinistra del fiume, prendere la Bainsizza e Tolmino. Queste operazioni presupponevano l’occupazione del vallone di Chiapovano.

L’estensione dell’altopiano consentiva, per la prima volta una battaglia manovrata sulla fronte italo-austriaca. L’osservazione aerea ci consente di risparmiare vite umane e piazzare l’artiglieria in funzione dei bersagli riconosciuti ed inquadrati.

Il concetto d’insieme sta nell’uniformità operativa dei tre Corpi d’Armata, sino al gittamento dei ponti.

La difesa austriaca. Il nemico disponeva sulla riva sinistra dell’Isonzo si avamposti di osservatori ed era scientificamente attestato su tre linee, dal basso verso l’alto: A - La riva sinistra dell’Isonzo presenta avamposti di osservatori.

1. Prima linea di difesa alle spalle degli osservatori, con mitragliatrici e cannoni a tiro rapido;

2. seconda linea di arresto, più in alto;

3. Terza linea, dall’altura del Fratta, tra il Semmer e il Kuk (= Cucco in italiano) quota 711, sino allo Jelenik [10].

CRONACA

19 agosto. Giorno N ( N = giorno di inizio dell’attacco)

17 agosto. Giorno N meno due, inizia l’intervento dell’artiglieria; lo stesso 17 il Comandante del XXIV stabilisce il proprio quartier generale sul Monte Kalì, che per posizione topografica favorevole, gli consente di osservare “…tutto il terreno della battaglia del XXIV Corpo d’Armata e dei due Corpi d’Armata laterali, tra il Lom di Tolmino e il Vodice… senza creare sopraccapi per chi ha la più grave di tutte le responsabilità, qual è quella di condurre una brigata, un reggimento od un battaglione all’attacco” [11].

17 agosto. Ore 14. Inizia il nostro tiro sui Comandi e sui centri operativi…

Pomeriggio e sera. Ammassamento delle fanterie nei settori d’attacco.

Notte tra il 17 e il 18. Continua il bombardamento.

18 agosto. Ore 6,30. Tutte le batterie aprono contemporaneamente il fuoco sul nemico, che risponde impreciso e lento.

Diversivo politico. Il tenente Ardengo Soffici, finito il bombardamento è meravigliato da una singolare novità: la visita del ministro Bissolati al Comando di battaglione. “A mezzogiorno, mentre eravamo tutti riuniti a mensa,… è capitato improvvisamente il ministro Bissolati… A desinare finito, il maggiore Casati si alza e saluta e ringrazia brevemente l’ospite a nome suo e nostro. Bissolati risponde, e le sue parole tutte ispirate all’amor della patria e dell’umanità hanno una cadenza e sincerità che commuovono”[12]. I soldati si affollano intorno al ministro, non è visitando i Comandi all’ora della mensa che il Soldato possa sentirsi più amato e capito dai politici. Prosegue Soffici: “ … Questo buon Bissolati è un vecchio. Come tutti i suoi pari…, egli crede che le belle parole dell’eloquenza parlamentare … possono soddisfare della gente alla quale si domanda e ridomanda la vita….La cultura dello spirito, …; tutto quello che è caro e sacro per noi, è oscurissimo per essì [ndr i politici]. …E quanto ai nemici, il popolo d’Italia non sa odiare, specialmente quelli che combatte… il soldato… Fa quello che deve fare …. Per una specie di pudore, detesta l’esibizione dei suoi atti. … anche il caro amico di Casati e mio, Giovanni Amendola, che è capitano, è salito fra noi e per lo stesso fine che Bissolati; ma con quale altro spirito, incontro e successo”. Il capitano Botti riassume in un verso la maniera di farsi amare dal soldato. Pidocchi condividerne e fatiche”.

Soffici, sempre il 18 agosto: ”L’ordine è venuto di partire domattina per l’avanzata. Ridiscenderemo nella valle del Rohot, e di lì inizieremo l’attacco per la conquista della quota 652 del monte Kobilek[13].

18 agosto mattina I Pontieri: “E noi getteremo i ponti

Gittare i ponti sarà, insieme, fulcro e conclusione della manovra iniziale: o passiamo sulla riva opposta o l’attacco fallisce. Tutto dipende dai pontieri. Dell’operazione è incaricato il 4° battaglione pontieri, 5ª, 8ª e 14ª compagnia; a ciascuna è aggregata una compagnia ausiliaria. Gli uomini erano esperti barcaioli, le cui tradizioni e la cui tecnica risalivano almeno al 1500. Essi avevano già trasportato i pesanti barconi dalle mulattiere sino alla riva del fiume durante la notte e li avevano nascosti dietro le case diroccate negli scontri precedenti; non solo, avevano anche studiato la tecnica per “…arrestare le mine galleggianti che il nemico poteva abbandonare alla deriva nel fiume a Tolmino”[14].

I barcaioli del Po, dell’Adige, del Ticino, dell’Adda, qualcuno dell’Arno, del Tevere e della Liguria, avrebbero anche potuto pensare di non farcela. È umano. Il Comandante del XXIV, intuitone lo stato d’animo, li incontra e dice loro: “Voi tutti siete barcaiuoli di padre in figlio da decine di generazioni. Duemila anni fa i vostri avi più remoti erano barcaiuoli come voi, negli stessi luoghi dove siete nati, e Giulio Cesare li portò con sé nelle Gallie per gettare i ponti sul Reno. Poté così conquistare la Germania, e portarvi la civiltà latina.

E quando Napoleone, cent’anni or sono, passò il Danubio all’isola di Lodau, portò con sé i pontieri della Padana: erano quelli i vostri bisnonni. Nella storia sono questi i due passaggi di fiumi più memorabili, e furono i vostri avi che li prepararono gettando i ponti agli eserciti vincitori.

Non saprete voi gettare i ponti sull’Isonzo?

Io so cosa vi preoccupa. Voi vedete gli Austriaci a cinquanta, a cento metri di distanza che sorvegliano il fiume, e vi pare impossibile che vi lascino gettare le barche in acqua, ancorarle, e compiere tutte le altre operazioni per le quali occorre almeno un’ora. Ma io ho buone batterie di bombarde e di cannoni e molte mitragliatrici, ed intanto che voi gettate i ponti, farò stare gli Austriaci con la testa bassa, nascosti, così che non oseranno neppure guardare quando voi getterete i ponti.

“E noi getteremo i ponti”, essi risposero[15].

Molte regioni, ma un solo popolo ed una sola lingua[16]. Questo è il Regio Esercito.

Ore 22. Ancora il 18 agosto. Inizia il gittamento dei ponti sotto il fuoco ed i riflettori del nemico. 19 agosto, ore 2 del mattino. La 47ª divisione conclude il gittamento dei ponti: A – sul Loga;

B – Aiba; C – Bodrez; seguiranno: D – Canale; E – Morsko; F - Anhovo.

I bersaglieri raggiungono sulla riva opposta le avanguardie degli Arditi, traghettate durante di notte.

Relazione ufficiale austriaca.

Il nemico vive così il veloce forzamento dell’Isonzo: “19 agosto. Grazie ad una preparazione molto accurata, gli italiani riuscirono a superare l’Isonzo, costituente un notevole ostacolo di fronte le posizioni dei difensori, e dopo, con relativa rapidità travolti i posti di guardia, produssero ben presto una situazione critica per la difesa”[17]. Il ponte A viene ceduto al XXVII Corpo, schierato alla sinistra del XXIV. Vi passa la brigata Trapani.

19 agosto. Alba. Le brigate della 47ª sono tutte sull’altra riva[18]. Più difficile la situazione della 60ª a sud, nel settore di Anhovo: qui viene gettato solo il ponte F e vengono costruite soltanto due passerelle, sulle quali, tuttavia, riescono a passare altri quattro battaglioni. Obbiettivo: prendere quota 747; Caviglia è preoccupato dal sorgere del sole, per il quale il nemico avrebbe inquadrato i ponti.

Ore 4,30. Caviglia dal Monte Kalì sveglia il Comando dell’artiglieria, che intensifica il bombardamento e copre i battaglioni della 60ª.

Prime ore del mattino. Il Comando d’Armata integra le forze del XXIV con la brigata Alba, 66ª divisione, che si schiera nella zona di S. Jacob.

Situazione, 1. La 47ª procede verso Fratta-Semmer, la 66ª resta inchiodata sulla riva.

Pomeriggio. La 47ª. Velocemente raggiunge la cresta Fratta-Semmer, verso l’Ossoinka; manovra risulta incompleta, perché manca l’altro braccio della tenaglia.

L’Artiglieria. In sintonia con i fanti piazza due sezioni da montagna della 47ª sui costoni di Loga e Bodrez; e due batterie sul Fratta e sul Semmer[19].

Situazione, 2.

a)           la 60ª bloccata davanti all’abitato di Canale:

b)           le mitragliatrici nemiche, dalle rovine del centro abitato, impediscono il gittamento del ponte;

c)           la colonna centrale della 60ª divisione, due battaglioni del 257° reggimento di fanteria, attraversata la passerella n° 2, è costretta a ripararsi alla meglio sulla riva sinistra del fiume, e viene isolata per la distruzione della passerella.. [20]. Uguale sorte tocca al 2° battaglione attraversata la passerella n.° 3; ed agli altri due, che avevano superato il ponte di Plava. Anche la 3ª divisione del II Corpo è bloccata.

Rischio: essere ributtati in acqua.

Manovra Per Caviglia unica via d’uscita è : “…aggirare Canale ed attaccarlo a monte con due battaglioni di bersaglieri della 1ª brigata”[21]. Il generale Fara, attua la manovra. La fantasia del fuori programma, in un combattimento statico, sorprende il nemico, che non può contrattaccare dal monte sotto il tiro della nostra artiglieria né può utilizzare la propria, per non colpire le sue stesse truppe.

Prime ore della sera. Canale è presa e i difensori superstiti si arrendono[22]

Schematismi. L’impiego delle truppe negli eserciti dell’epoca, e specialmente sul fronte alpino, rispondeva a disegni rigidi; la vittoria arrideva, anche nei piccoli scontri, solo a chi manovrava la fanteria, spezzandoli. In grande scala questo avrebbero fatto gli austro-tedeschi a Caporetto.

Notte tra il 19 e il 20. Stallo. Vengono gettati i ponti D a Canale ed E a Morsko. Il fuoco di sbarramento impediva l’avanzata della 60ª. Nondimeno, il 6° reggimento bersaglieri scendeva da Cambresco sulla sinistra dell’Isonzo, si collegava con il 262° fanteria, mentre il II era ancora bloccato dalla resistenza nemica.

Il XXVII Corpo è ancora in difficoltà, per questo il XXIV gli cedere anche il ponte B.

Chi impedì a Caviglia di procedere da solo come aveva progettato?.

Scrive il Generale: “Si può affermare che nell’azione del XXIV Corpo d’Armata si compendia la parte interessante di tutta la battaglia, ed è bene di compendiarla così. Perciò la battaglia prese per noi il nome della Bainsizza, mentre i nostri nemici la chiamarono la 11ª battaglia dell’Isonzo… Contribuì alla vittoria pure il XXVII Corpo d’Armata (Vanzo fino al 22 agosto, poi Badoglio) favorendo l’operazione del XXIV Corpo, col coprirne il fianco sinistro. Il II Corpo (Badoglio fino al 22 agosto, poi Montuori) trasse profitto dalla caduta delle linee austriache – che esso invano attaccava di fronte – provocata dall’aggiramento operato dal XXIV Corpo”[23]. Caviglia non risparmia motivate critiche ai colleghi e nota che Cadorna proprio nella fase iniziale della battaglia, con decisioni repentine rimuove, sostituisce o sposta da un Corpo d’Armata all’altro alcuni comandanti. Questa specie di balletto, si svolge in piena battaglia e ne incrina gli effetti, come documenta anche da Angelo Gatti[24].

20 agosto. Mattina. Situazione poco allegra. Il XXIV è schierato a gradoni con la 47ª sull’avvallamento del Vrh; la 60ª a destra non riesce a passare i ponti di Canale e Morsko.

Per sciogliere il nodo, Caviglia segue un suo personale progetto, noto a Capello, così scandito:

1.           far procedere la sinistra dello schieramento verso l’Ossoinca;

2             aggirare l’Oscedrik,

3             prendere la conca del Vrh e da qui aggirare lo Jelenik e tutta la difesa austriaca, organizzata di fronte al II Corpo d’Armata[25].

20 agosto. Sera. Su e giù, giù e su …

L’ala sinistra della 47ª è isolata, ma la 1ª brigata bersaglieri raggiunge la conca del Vrh, tra i monti Semmer e Kuk; la sera stessa il 262° reggimento della brigata Elba raggiunge i ponti di Loga. In questo momento la manovra prevede che la 5ª brigata bersaglieri aggiri l’Oscedrik, passando tra il vallone dell’Avscek e la conca Vrh; però i generali in sottordine, Fara 47ª e Boriani - 5ª brigata bersaglieri, non si sentono sicuri; pertanto, Caviglia sospende l’operazione. La 60ª anche se con quasi 24 ore di ritardo, fa passare tre battaglioni a Canale, aggira Morsko e si attesta a 400-500 metri di altezza, ripulendo la riva sinistra dai nidi di mitragliatrici. Lo scatto successivo prevede l’avanzata dal fondo della Valle Judrio alla cresta, tra i fiumi Judrio e Isonzo e quindi la ridiscesa all’Isonzo e la risalita sulla linea Fratta-Semmer-Kuk-Jelenik.

Fine giornata

Il XXVII Corpo progredisce poco; il II è bloccato;

il XXIV deve ancora prendere quota 747, cioè il monte Jelenik, cosa che viene insistentemente chiesta dal Comandante del II Corpo (Badoglio).

Notte tra il 20 e 21 agosto. Anche il resto della 60ª passa sulla sinistra dell’Isonzo, meno due battaglioni della brigata Tortona, ritirati perché decimati.

21 agosto. Ore 7,30. Questo è il quadro: la 47ª sull’orlo della conca di Vrh , linee Semmer-Fratta, dispone della 1ª e 5ª brigata bersaglieri, dei battaglioni alpini Tonale e Pasubio e della brigata Elba

Obiettivo: l’Oscedrik, massiccio boscoso, quota 716. La 3ª brigata bersaglieri parte all’attacco e raggiunge quota 716; contemporaneamente, la 1ª brigata bersaglieri parte dal Semmer, attraversa la conca di Vrh e si attesta sulle propaggini occidentali del monte.

Bosco di Rutarsce – Prigionieri.

Soffici si dilunga nella dettagliata descrizione di alcuni interrogatori, dai quali trae spunti umoristici come quello di un prigioniero, che, a lungo interrogato, “in quasi tutte le lingue della monarchia”, non aprì bocca. “Soltanto all’ultimo, quando stavamo per avviarlo giù per il bosco con gli altri, un suono piccolo come un miagolìo uscì dalla sua bocca : «Magiar …”. “Manda via codesto macaco!» disse Casati irritato …”[26].

Ore 14. Avanti – Fermi –Avanti … La 60ª avanza. Il 258° e un battaglione del 257°, brigata Tortona, occupano il Kuk, quota 711. Il 159° della Milano, procede verso lo Jenelik, quota 747.Nè il 166° della 60ª davanti a Lastivnsca né questa né il II Corpo d’Armata possono procedere, se il XXIV non occupa lo Jenelik. Il nemico reagisce ostinato

Sera. Finalmente a Cambresco arriva la brigata Grosseto, 237° e 238° autotrasportati , una rarità. Però anche queste truppe devono arrestarsi.

Notte. Passato l’Isonzo, i primi pezzi da campagna vengono trainati a braccia lungo la mulattiera Canale-Vrh. Il II Corpo è ancora bloccato e chiede insistentemente al XXIV di attaccare lo Jelenik a quota 747 a sud del monte[27]. Valle dell’Avscek: Capello ordina che il giorno 22 il XIV Corpo d’Armata venga incuneato tra il XXVII e il XXIV.

21 agosto

Mentre infuria la battaglia, a Torino, proprio il 21 agosto, scoppia la rivolta del pane, che finirà solo il 28 e causerà molti morti tra i cittadini e tra i soldati impiegati per sedare il moto.

INTERLUDIO

22 agosto. “È la giornata decisiva”.

Prima dell’attacco allo Jenelik Caviglia riflette: “Nella valle regnava un silenzio perfetto. Non uno squillo di tromba, non il nitrito d’un cavallo, non il suono d’un comando. La natura e gli uomini riposavano. Dopo tanta tempesta e tanta distruzione un silenzio religioso esaltava l’anima ad ascensioni mistiche di amore e di pace. Tutto passa e lascia nel cuore solo il rammarico dell’ora ardente vissuta”[28].

Duello di artiglierie. L’artiglieria nemica ritiratasi dall’Isonzo, non spara o spara a casaccio perché troppo distante e senza osservatori. La nostra, invece, è così descritta dal tenente di artiglieria Fritz Weber nella sua testimonianza del 18 agosto: “In questi due anni, inoltre, il nemico si era trasformato radicalmente. Forse, a quest’ora aveva già superato lo zenit della saldezza interiore – durante la decima battaglia, infatti, certi reggimenti italiani avevano tentato pericolosi ammutinamenti – eppure rimaneva un fatto inoppugnabile che aveva imparato a morire, che aveva fatto l’abitudine alle perdite cruente e che bastava la più vaga speranza di un successo per renderlo addirittura temerario, preoccupato soltanto di arrivare alla meta, non importa se fosse un trascurabile pezzetto di terreno o una cima irrilevante.

L’artiglieria italiana, … sapeva fare un uso ben diverso, adesso, delle munizioni, non le sprecavano più senza scopo e senza risultato come nelle prime battaglie. Il suo tiro era diventato micidiale, colpiva tutti i punti immaginabili, era – se così si può dire – fantasioso nella sua metodicità, satanico per quanto concerneva il logoramento dei nervi dell’avversario. E poi c’erano gli aviatori italiani …”[29].

Non vi era un nascondiglio, un angolo o una conca in cui qualcosa di vivente avrebbe potuto cercare riparo che non fosse colpito dal maglio dell’artiglieria italiana. Da Mrzli Vrh fino all’Adriatico, su un fronte lungo più di sessanta chilometri la terra tremava, fumava, l’aria era lacerata dall’urlo ininterrotto delle granate e delle bombarde. Neppure questo teatro di guerra aveva mai visto qualcosa di simile. Si stentava a credere che quanto stava accadendo, una distruzione così fulminea e così sapientemente organizzata, potesse avvenire per opera dell’uomo. Non erano, forse, demoni quelli che trasportavano i proiettili, servivano il volantino di puntamento, si gettavano sul pezzo, aprivano l’otturatore, cacciavano altro acciaio nella bocca da fuoco arroventata? Non erano, forse, demoni quelli che pensavano, calcolavano, osservavano in un simile mondo impazzito, imprimendo a questa follia scatenata il suggello della più metodica esecuzione di un piano predisposto?”[30].

22 mattina. Assalto all’Oscedrik, quota 856 – Fasi:

1)           la 47ª divisione parte all’attacco della cima e la conquista una prima volta;

2)           il nemico contrattacca e, con le riserve, riprende la vetta;

3)           il successivo corpo a corpo ci ridà l’Oscedrik;

4)           lo riperdiamo subito dopo.

Ore 14,30. Improvvisare ancora.

5)           il nemico tiene saldamente il monte

6)           il Comandante del XXIV ordina alla 47ª di condurre un nuovo assalto ed autorizza l’impiego dei battaglioni alpini Tonale e Pasubio, che però sono lontani. Che fare?

Il Comandante constata:

a)           la 60ª è sul Kuk con quattro battaglioni della brigata Tortona e tutto il 279° della Vicenza;

b)           il 159° inizia l’ascesa dello Jelenik;

c)           il generale Tisi, con la brigata Elba, è sul Semmer;

e decide di attaccare per cresta lo Jelenik, così manovrando:

1) ammassamento,

2) schieramento,

3) attacco.

Il Comandante prevede la conquista dello Jelenik per le ore 18.

Ore 17. Lo Jelenik cade.

Ore 18. Cade anche quota 747. La 60ª procede verso il villaggio di Bate per chiudere la conca del Vrh ed aggirare il massiccio che si erge di fronte al II Corpo d’Armata.. La fanteria manovra. Si chiede con orgoglio Caviglia: “Potrebbero altre fanterie, che non fossero italiane, manovrare così in momenti simili, dopo d’esser rimaste per mesi e mesi immobili, impantanate in trincee di fango? Riacquistare così rapidamente tanta facoltà di movimento, dopo diversi mesi d’atassia locomotrice? Io ho visto in diverse guerre le fanterie delle principali nazioni europee, asiatiche ed americane, ma credo che nessuna di esse, neppure la francese (che più si avvicina alla nostra per prontezza di intuito, sveltezza e facilità di movimento) avrebbe potuto far meglio e più prontamente quella manovra in analoga situazione”[31].

Il Re. Sappiamo che Vittorio Emanuele III si spingeva sulle prime linee del fronte. Anche ora è presente, presso l’osservatorio del monte Kalì[32].

Sulla figura del giovane Sovrano, che ha “… attorno, delle vere mummie …” cfr. anche il profilo che ne tratteggia Angelo Gatti[33].

Caduti lo Jelenik e l’Oscedrik, si poteva aggredire il tratto meridionale della linea austriaca, procedere verso il Kobelik, investire il vallone di Chiapovano, e puntare su Tolmino

Sera Il XXVII Corpo è fermo sulle nuove posizioni; il II Corpo con la sua 3ª divisione occupa la prima linea nemica. Qui si ferma e blocca anche la 60ª, generale Squillace.

Notte tra il 22 e 23 agosto. Occasione perduta.

Il Comando d’Armata non si rende conto che la sosta:

1)           permette alle forze austroungariche di sfilarsi;

2)           arresta l’avanzata generale.

Capello ed i suoi più stretti collaboratori, mancano di quella flessibilità del pensiero tattico-strategico, necessaria per adeguare uno schema prestabilito all’imprevista evoluzione della battaglia, che a questo punto, per proseguire, avrebbe richiesto l’impiego di “truppe disponibili presso la Conca di Vrh”, che non c’erano perché non previste; perciò, nulla accade in questa notte[34].

Carlo I. Gli Imperiali sgombrano la Bainsizza

Nel campo opposto, quasi a sottolineare l’errore strategico del Comando italiano, avvengono incontri decisivi. Fritz Weber “Il 22 agosto l’Imperatore Carlo I arrivò a Postumia ed ebbe un colloquio segreto di due ore con il feldmaresciallo Boroevič. Il risultato di quest’incontro fu una decisione che non sarebbe mai stata adottata spontaneamente dall’incrollabile volontà del comandante della 5ª armata austro-ungarica: ritirare il fronte a nord del Basso Vipacco, portandolo sul margine orientale del vallone di Chiapovano …

Alle 21, il feldmaresciallo Boroevič convocò il capo di Stato Maggiore e il capo dell’ufficio operativo per informarli delle proprie intenzioni e per sentire il loro parere... Il colonnello von Pitreich osservò che sarebbe stato opportuno agire senza eccessiva fretta. Durante la notte, forse, la situazione si sarebbe chiarita sulla Bainsizza consentendo di limitare lo sgombro completo dell’altopiano a una ritirata parziale. La proposta riscosse il pieno consenso del comandante della 5ª armata….La speranza di seuna vittoria senza pari prometteva di diventare realtà e spronava gli italiani a insistere con rinnovato ardore…. Il colpo subito dalla difesa era, fuor di dubbio assai duro …tre divisioni - la 21ª la 43ª e la 106ª, dodici valorosi reggimenti, 22000 uomini circa – erano state praticamente polverizzate…”[35].

Notte tra il 23 e il 24: il nemico conclude lo sgombero tecnico della linea e si ritira a sud dell’Altopiano.

Effetto: l’artiglieria italiana all’alba del 24 spara sui luoghi abbandonati, vale a dire “fra la quota 652 del Vodice, il Kobilek ed il villaggio di Bate …”[36].

Al dire di Weber, gli italiani attaccano alle ore 10 verso est, non incontrano resistenza, ma “il Monte Santo fu espugnato dopo un breve selvaggio corpo a corpo”[37].

23 agosto. Il prezzo dell’Oscedrik.

Prima che iniziasse l’aggiramento del monte da sud, nelle prime ore antimeridiane, i battaglioni alpini Pasubio e Tonale, avevano ripreso il monte. I vincitori, arrivati in cima, vedono questo: “Su quella vetta la furibonda lotta, sostenuta a più riprese dalle nostre truppe e da quelle austro-ungariche, aveva lasciate terribili e dolorose tracce negli strati di cadaveri nemici e nostri, sovrapposti alternatamente, nelle armi infrante ed abbandonate, frammiste ad essi, nelle pietre divelte, negli alberi schiantati e nei rami stroncati. Si vedeva allora quante volte quella vetta fosse stata perduta e ripresa.

Ai valorosi nostri compagni, che colà combatterono e caddero, rivolgo il pensiero reverente e grato. ed ai nemici vada il tributo di ammirazione, meritato dal loro valore”[38].

23 agosto. Pomeriggio. Nuova manovra. Finalmente: la brigata Grosseto dà il cambio alla 5ª brigata bersaglieri e occupa le alture di Stari San Duha, oltre l’Oscedrik;

1)           la 3ª divisione del II Corpo avanza e sostituisce la 60ª, tra quota 747 e 652;

2)           la 60ª occupa i boschi a sud dell’Oscedrik per aggirare il Kobelik.

L’altopiano della Bainsizza ora è isolato ma non preso.

Situazione. Dal 17 al 23 agosto, da Tolmino al mare il XXVII e il XXIV Corpo hanno superato l’Isonzo, ma con due velocità: più lento il XXVII, bloccato sui Lom, per la mancata sorpresa; più veloce il XXIV del quale con soddisfazione così scrive Caviglia a pag. 101: “Il XXIV Corpo, solo con un lavoro di sgretolamento aveva sfondato tutte le linee nemiche sulla sua fronte dell’Avscek allo Jelenik, e fatte cadere, per aggiramento le linee austriache dallo Jelenik al Monte Santo (compreso), aprendo una porta di 15 km”.

Schiodare. Ipotesi di manovra oltre la nuova linea del nemico.

Gli austro-ungarici stanno arretrando sino all’estremo lembo meridionale dell’altopiano.

È il momento cruciale: gli Imperiali in ritirata dovrebbero essere incalzati per stadi successivi, così delineati da Caviglia:

a)           “far passare la maggior quantità di forze possibile”[39] attraverso lo squarcio di 15 km;

b)           dividere le forze armate nemiche, sistemate a nord della foresta di Ternova, da quelle schierate più a sud;

c)           tagliare la via della ritirata verso Lubiana.

Palese la crisi degli Imperiali che Caviglia definisce “vacillazione morale… perciò il giorno 23 anche la III Armata avrebbe, forse, dovuto attaccare per approfittare di quelle debolezze”. Il Comando Supremo lo capì, ma diede gli ordini tardi[40]. Concludere subito la manovra con la presa di Tolmino, questo il pensiero di Caviglia, ma non del comandante d’Armata. Capello non colse il momento propizio. Il fronte rimase fermo 24 ore. Così Caviglia: “La lezione che noi non abbiamo dato il 23 agosto agli Austriaci, la dette a noi il 24 ottobre di quell’anno la 14ª Armata austro-tedesca”, comandata dal generale tedesco Otto von Below[41].

24 agosto. Il XXIV procede per suo conto. L’abbandono dell’Oscedrik, l’assenza di contrasto di artiglieria e, soprattutto, gli incendi avvistati sulla Bainsizza, chiariscono l’estrema debolezza degli Imperiali. E’ il momento di attaccare su tutta la Conca del Chiapovano, per aggirare il Kobilek. Da qui l’ordine di operazioni, N.° 9 diramato dal generale Caviglia, che avrebbe aperto la strada al II Corpo. Esso recita: “Occorre inseguire l’avversario e non dargli tregua, affinché non possa riordinarsi ed affermarsi in posizione.

“Date la nostra preponderanza di forze e le speciali condizioni di disorganizzazione dell’avversario, raccomando ancora la manovra di avvolgimento, anziché ostinarsi ad una lotta frontale.

“E’ mia intenzione proseguire celermente l’avanzata fino a raggiungere l’orlo nord-occidentale del vallone di Chiapovano per impadronirci del valico della strada di Lokve, prendendo possesso delle alture laterali Veliki-Verh e Cerni-Verh”[42].

Sequenza delle operazioni:

1)           alla 40ª divisione Caviglia ordina di marciare verso il ciglio della conca di Chiapovano;

2)           alla 60ª di prolungare a sud la linea della 47ª per creare un unico schieramento difensivo tra il monte Zgorevnice e Sveto.

Tutto è pronto per l’assalto finale ma il generale Capello convoca tutti i comandanti di Corpo per consultazioni: “…non si conclude nulla, perché durante la conferenza giunse la notizia che la 53ª divisione, [generale Gonzaga] aveva occupato il Monte Santo”[43].

Chi vuole concludere qualcosa deve agire da solo.

Prime ore del mattino. La 47ª si dirige tra quota 747 e il monte Sleme.

Tardo pomeriggio. Artiglieria al galoppo. La 47ª occupa l’abitato di Trusnje, mentre la 60ª occupa Bate e raggiunge la linea quota 801-Sleme, quota 700-Lohka. In questo momento si distinguono 2 batterie del 46° artiglieria da campagna che prendono posizione al galoppo e aprono il fuoco.

Entusiasmo delle truppe. Ungaretti. “Brigate che avrebbero dovuto essere sostituite non vogliono essere sostituite: altre, che sono in riserva come la brigata Regina, chiedono di essere impiegate. E’ una marcia in avanti piena di entusiasmo…”[44].

Questo clima di convinzione promana anche dall’opera e dall’impegno sul campo di Giuseppe Ungaretti, che, comandato in servizio per malattia presso una compagnia presidiaria, chiede ripetutamente di “riandare a un reggimento combattente, al mio 19° … ma presto “ – 11 luglio 1917 [45].

Parole estrapolate da una delle lettere con le quali Giuseppe Ungaretti ‘bombardò’ al suo amico Mario Puccini ufficiale presso lo Stato Maggiore della III Armata, perché lo facesse rientrare in linea, e da soldato semplice. Alla fine ci riuscì. L’argomento merita ben altro approfondimento, qui impossibile.

25 agosto. L’Imperatore. Carlo, angosciato dalle gravi perdite subite dal suo esercito chiede a Guglielmo II aiuti in truppe e artiglieria, poiché :”L’ esperienza che abbiamo acquisito nell’undicesima battaglia mi porta a credere che capiterà di peggio nella dodicesima …”. I tedeschi concederanno sette divisioni e artiglieria in limitata quantità[46].

25 agosto. Mattina. La 47ª vola. S’impadronisce di quota 920 ad ovest del Volnik e precede di due km. la 60ª. Questa, a sua volta, avanza verso Breg, ma viene fermata. La brigata Milano decimata, è sostituita dalla Sassari. Il Comando del Corpo d’Armata lascia il monte Kalì e si trasferisce sull’Ossoinka[47]. Nella giornata, truppe austro-ungariche provenienti dalla Galizia, dove l’esercito russo era stato nuovamente sconfitto, rafforzano il nemico.

Sera. Gli austro-ungarici incalzati, si rischierano così: linea di mitragliatrici e artiglierie leggere, sulle alture intorno al lato occidentale della conca di Chiapovano.

Notte Le nostre batterie di medio calibro passano sulla riva sinistra dell’Isonzo.

26 agosto. Cavalli e ciclisti. La 53ª divisione raggiunge “l’orlo meridionale del vallone di Chiapovano”. Il generale Gonzaga, suo comandante, attestatosi in località Caverna, chiede di procedere nella conquista del vallone. Capello gli ordina di fermarsi[48].

Il Comando d’Armata assegna al XXIV Corpo una divisione di cavalleria e tre battaglioni di ciclisti; Caviglia, con ironia, osserva che la mancanza d’acqua sull’altopiano della Bainsizza, rende inutili i cavalli, perciò “…era necessario lasciare la cavalleria in valle Isonzo … “[49].

I ciclisti, intanto, vengono mandati sulla Bainsizza. Cadorna ordina alla III Armata di prepararsi ad un nuovo attacco sul Carso.

In parallelo, sotto la stessa data, il generale Angelo Gatti scrive: ”Io credo che la battaglia, concepita bene, nell’attuazione non sia stata altrettanto felice... Da quattro giorni tutta la 3ª armata è del tutto ferma…. Fino a San Gabriele nulla di nuovo….Se il nemico fosse stato premuto su tutti i fronti avrebbe dovuto, almeno, pensare parecchie cose…. Il colpo non è stato fortissimo”[50].

Erich Ludendorff, comandante supremo tedesco. La botta scuote a tal punto il morale del nemico, che Ludendorff così si esprime: “L’undicesima battaglia dell’Isonzo era stata ricca di successi per l’esercito italiano. Le armate imperiali avevano bravamente resistito, ma le loro perdite sulle alture del Carso erano state così rilevanti, il loro spirito così scosso, che le autorità militari e politiche dell’Austria-Ungheria erano convinte che le armate dell’Imperatore non avrebbero potuto continuare la lotta e sostenere un dodicesimo urto dell’Italia”[51]. Da qui il diretto intervento tedesco.

27 agosto. La brigata Grosseto si ritira sulla strada di Vrhovec per un violento contrattacco austriaco ma subito dopo riprende la posizione. Alla II Armata viene assegnato l’incarico di espugnare il San Gabriele e il San Daniele per aprire la strada alla III Armata. Tuttavia, per il generale Caviglia la battaglia finisce ora e qui[52].

Perdite Il generale Caviglia chiude la descrizione della battaglia nel suo settore con il quadro delle perdite: “Il XIV Corpo d’Armata s’era trovato di fronte 56 battaglioni, e ne aveva organicamente distrutti 45 oltre a diverse compagnie di mitragliatrici autonome. Erano caduti nelle nostre mani circa 150 bocche da fuoco ed 11.000 prigionieri….

Le perdite del XXIV Corpo in questo periodo (13-31 agosto) furono:

Ufficiali: morti 35, feriti 168, dispersi 11,

Truppa: morti 914, feriti 3932, dispersi 1286,

In tutto circa 6400 uomini perduti. Nell’intera 11ª battaglia dell’Isonzo, le 51 Divisioni, che vi presero parte, perdettero 140.000 uomini; in media circa 3.000 uomini per divisione”[53].

29 agosto. Il Comando Supremo rinuncia ad una nuova offensiva.

L’attacco sul Carso fallisce. Contemporaneamente alla battaglia per la Bainsizza, ormai conquistata, si svolge un’altra feroce lotta sull’altopiano carsico, che di seguito sintetizziamo. Lo stesso 29 il Comando Supremo, mentre sospendeva l’offensiva generale, ordinava un ultimo assalto al sistema difensivo nemico, a nord e ad est di Gorizia, per facilitare le attività della III Armata. Questa, dal 19 agosto, aveva ottenuto limitati successi nelle zone circostanti le colline di Tivoli, nel settore monte Faiti-Castagnavizza, Selo-Sella delle Trincee, paludi di Locavaz, catturando alcune migliaia di prigionieri, oltre i precedenti 19.000. Tuttavia, il Carso resta in mano nemica.

Lo scontro per la Bainsizza si frammenta.

Leggiamo in Amedeo Tosti [54]

“Da fonte nemica sappiamo che il Comando austriaco, disperando ormai di poter porre riparo alle gravi falle aperte nella sua linea sul margine occidentale della Bainsizza, aveva predisposto, nella notte del 23, la ritirata sulla linea Masniak-Kal-Vrhovec-Madoni-Zagorie-San Gabriele: le ultime resistenze, quindi, del giorno 23, avevano avuto soprattutto lo scopo di coprire il ripiegamento”[55].

Dopo il 24 agosto, come per Caviglia anche per Tosti[56], la grande battaglia si spezzetta in una serie di scontri sanguinosi che si esauriscono in rettifiche della linea del fronte: ne sono testimonianza, gloriosa e amara, i monti Hermada e San Gabriele; l’uno sul Carso, l’altro nella corona di alture intorno a Gorizia. Contemporanei gli assalti, il 4 e 5 settembre, alle due montagne.

Hermada. 4 settembre. Alba. Il XXIII e il XIII Corpo, avanzati da qualche giorno verso Brestovica, vengono contrattaccati. Il primo respinge il nemico, il secondo deve cedere tutto il terreno conquistato.

Pomeriggio. I nostri raggiungono la ferrovia, quota 43, liberano un migliaio di fanti asserragliati in uno dei tunnel e catturano 500 austriaci

5 settembre. Pomeriggio e Notte tra il 5 e il 6. Un poderoso nuovo attacco costringe il XIII Corpo a ripiegare sulle trincee di partenza, in località Lisert[57]. L’Hermada sarà preso solo nel novembre del 1918.

4 settembre. Attacco al San Gabriele L’11ª divisione del VI Corpo aggredisce d’impeto le pendici del monte, sale a quota 552 e 646, cattura 2000 soldati, contrattacca il nemico, ma poi scende di 100 metri di quota, quindi la cima non è presa[58].

4 sera. Altalena di notizie. Gatti riferisce: “Le notizie oscillano: pare che siamo soltanto un 150 metri sotto la cima. Invece sulla fronte della 3ª armata, le cose non sono andate bene di fronte a Medeazza. I nostri sono stati rigettati da un contrattacco da q. 146, 145, 110, nelle antiche trincee di partenza”[59].

La II e la III Armata vivono ormai in continua fibrillazione, poiché il Comando Supremo, vale a dire Cadorna, non imprime la spinta definitiva alla battaglia: anzi, lascia che gli attacchi si spengano. Perché? Il suo disegno, ancora oggi, a noi, rimane oscuro. Tutto sembra lasciato all’iniziativa dei singoli reparti.

Notte tra il 4 e il 5 settembre. Riprendiamo le quote perdute

5 settembre. Ore 5,35. Prendiamo una cima del San Gabriele.

La presa del San Gabriele è avvenuta così. Alle 5,35 il t. col. Bassi. Dopo aver detto a S. E. Gatti che non facesse né intensificare il tiro, né altro, per non dare l’allarme al nemico, balzò fuori con i suoi 450 uomini, divisi in 3 parti: una diretta a q. 367 per salvaguardare il fianco destro, una verso S. Caterina per il fianco sinistro, e la principale in mezzo, per salire sulla cima del San Gabriele.

Avanti i bombardieri, dietro i lanciafiamme. Gli austriaci furono sorpresi nelle caverne…. la cima fu raggiunta in 30 minuti…. Il generale austriaco preso in una caverna, comandante la zona S. Gabriele, si suicidò, il maggiore comandante del settore tentò, ma non riuscì. Tutto il monte, specialmente alla cima, era forato come un alveare. Il battaglione d’assalto [ndr il reparto sperimentale degli Arditi] al S. Gabriele fino alla mattina del giorno 5: poi, sostituito da una brigata, ridiscese a riposo al Natisone”[60].

5 Sera. Riperdiamo quota 146. Gli Austriaci si incuneano tra le tre quote del San Gabriele da noi occupate: Veliki, 552 e 646[61].

Due testimoni diversi ma uguali. Italiani e Austriaci prendono e perdono, riprendono e riperdono i fianchi del monte, ormai una fornace che brucia la vita dei soldati con una velocità oggi impensabile. Scrive il tenente colonnello Sauer del 14° reggimento di fanteria austriaco:

“…chi potrebbe descrivere a fondo questo San Gabriele, questa specie di Moloch, che ingoia un reggimento ogni tre o quattro giorni, e senza dubbio, anche se non lo si confessi, cambia giornalmente il suo possessore?” [62].

Il nostro fante Antonio Pardi , classe 1898, del 247° reggimento, 6ª compagnia, II Armata, ci ha lasciato una vivida e impressionante fotografia di quelle giornate: “Ricordo la grande battaglia del monte San Gabriele, in cima al quale, ogni sera, saliva una divisione di fanti. Io servivo allora nelle corvées, di rifornimento munizioni alla prima linea, la quale si trovava in cima al San Gabriele. Ci muovevamo sotto un diluvio di cannonate …ognuno di noi aveva sulle spalle una cassetta di munizioni. Salii diverse volte quel maledetto fianco del monte. … bisognava stare attenti dove si mettevano i piedi, per non correre il rischio di urtare le bombe… del commilitone caduto …Ogni secondo che passava era un secondo di vita in più…. I morti erano così fitti che non si potevano più scansare… Gloria a tutti i caduti, ai soldati tutti che combatterono con coraggio. Gloria sia anche quando non avremo più bisogno di pensare alla guerra”[63].

6 settembre. Stallo. I nostri non vanno né avanti né indietro.

7 settembre. Del San Gabriele controlliamo, alla fine, un terzo, poiché solo una delle tre punte, che si ergono sul pianoro di quota 600, quella a nord-ovest, è nostra, come registra Gatti a pag 230.

Falso successo la presa del San Gabriele?

15 settembre.- Bainsizza. La Brigata Sassari conquista le quote 895 e 862.

29 settembre. La 44ª divisione, comandata dal generale Achille Papa, muove alla conquista di quota 800, sulla linea Madoni-Na Kobil.-Zagorje, che domina la parte superiore del Chiapovano.

5 ottobre. Bainsizza. Durante un assalto il generale Achille Papa è colpito a morte. Medaglia d’Oro alla memoria.

EPILOGO

Nella temperie della Grande Guerra, l’Italia presenta i caratteri di una giovane nazione, che rielabora se stessa attraverso tensioni, contrasti, limiti della classe politica, problemi sociali, rivolte interne e al fronte, che non furono mai né rivoluzione né tradimento.

A chi intona la solita trenodia della “generazione perduta” rispondiamo: Niente storie!

Tutti i Soldati caduti in battaglia, potrebbero dire di sé: Cursum feci fidem servavi”.

 


 


[1] Fritz Weber, Da Montenero a Caporetto – Le dodici battaglie dell’Isonzo, Ed. Mursia, Milano, 1967, 341-337.

[2] Enrico Caviglia, La battaglia della Bainsizza, Ed. Mondatori, Milano, 1930, VIII, 96-97. Il volume ci farà da guida nella descrizione della battaglia.

[3] Enrico Caviglia, op. cit., 22.

[4] Enrico Caviglia, op. cit., 55.

[5] Enrico Caviglia, op. cit., 50, nota 1.

[6] Enrico Caviglia, op. cit., 23.

[7] Enrico Caviglia, op. cit., 44,-51,-52.

[8] Enrico Caviglia, op. cit., 57-58.

[9] Enrico Caviglia, op. cit., 60.

[10] Enrico Caviglia, op. cit., 62.

[11] Enrico Caviglia, op. cit., 79.

[12] Ardengo Soffici, Kobilek, Ed. Vallecchi, Opere, Volume III, Firenze, 1960, 113-119.

[13] Ardengo Soffici, op. cit., 114-119.

[14] Enrico Caviglia, op. cit., 73.

[15] Enrico Caviglia, op. cit., 74.

[16] Per l’unità linguistica: cfr. Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Ed. Laterza, Roma-Bari 1991, 108-109. [1ª edizione Bari 1963].

[17] Cit. in Paolo Antolini, http.//memoriadibologna.it-battaglia dell’Isonzo).

[18] (Enrico Caviglia, op. cit., 82.

[19] Enrico Caviglia, op. cit., 83.

[20] Enrico Caviglia, op. cit., 84.

[21] Enrico Caviglia, op. cit., 84.

[22]  Enrico Caviglia, op. cit., 85.

[23] Enrico Caviglia, op. cit., 110.

[24] Angelo Gatti, Caporetto – Diario di guerra inedito maggio- dicembre 1917, a cura di Alberto Monticone, Ed. Il Mulino, Bologna 1964, 182-183. Gatti offre una lettura “politica” e non solo tecnica delle operazioni da maggio a dicembre 1917.

[25] Angelo Gatti, op. cit., 86-87.

[26] Enrico Caviglia, op. cit., 148-154.

[27] Enrico Caviglia, op. cit., 92.

[28] Enrico Caviglia, op. cit., 93.

[29] Fritz Weber, op. cit., 337.

[30] Fritz Weber, op. cit., 337.

[31] Enrico Caviglia, op. cit., 95.

[32] Enrico Caviglia, op. cit., 96-97.

[33] Angelo Gatti, op. cit., 181-182.

[34] Enrico Caviglia, op. cit., 99.

[35] Fritz Weber, op. cit., 351-353.

[36] Fritz Weber, op. cit., 354.

[37] Fritz Weber, op. cit., 354.

[38] Enrico Caviglia, op. cit., 100.

[39] Enrico Caviglia, op. cit., 101.

[40] Enrico Caviglia, op. cit., 101.

[41] Enrico Caviglia, op. cit., 102.

[42] Enrico Caviglia, op. cit., 104-105.

[43] Enrico Caviglia, op. cit., 104.

[44] Giuseppe Ungaretti, Lettere dal fronte a Mario Puccini, Ed. Archinto, Milano, novembre 2014,, 187.

[45] Giuseppe Ungaretti, op. cit., 38.

[46] Roberto Raja, La Grande Guerra giorno per giorno, Ed. Cliché, Firenze, 2014, 137.

[47] Enrico Caviglia, op. cit., 106.

[48] (Enrico Caviglia, op. cit., 102, nota 1.

[49] Enrico Caviglia, op. cit., 109.

[50] Angelo Gatti, op. cit., 191-192.

[51] Erich Ludendorff, Ricordi di guerra, 384 – in Amedeo Tosti op. cit. 272.

[52] Enrico Caviglia, op. cit., 109.

[53] Enrico Caviglia, op. cit., 110-111.

[54] Amedeo Tosti, La guerra italo-austriaca – 1915-1918, Ed. I.S.P.I., Milano, 25 ottobre 1938 - XVI

[55] Relazione del generale von Pitreich sull’11ª battaglia dell’Isonzo nella citata opera dello Shwarte, e la Relazione ufficiale austriaca. (A. Tosti op. cit., 265.

[56] Angelo Tosti, op. cit., 266.

[57] Amedeo Tosti, op. cit., 268.

[58] Amedeo Tosti, op. cit., 269.

[59] Angelo Gatti, op. cit., 223.

[60] Angelo Gatti, op. cit., 230.

[61] Angelo Gatti, op. cit., 223-224.

[62] K. Sauer, Un libro di ricordi dei grandi tempi, Lienz, 1920, 282 - in Amedeo Tosti, op. cit., 269, nota 1.

[63] Generale Emilio Faldella [a cura di], I racconti della grande guerra, Ed. Mondatori, Milano, 1966, 73-75.

Dopo la nomina del nuovo Presidente del Consiglio di Stato. Occorre unificare le norme sulle nomine dei gli alti gradi delle magistrature

di Salvatore Sfrecola

Alessandro Pajno è il nuovo Presidente del Consiglio di Stato. Nella seduta del 23 dicembre 2015 il Consiglio dei ministri ha deliberato di indicare il suo nome “al fine della proposta del Presidente del Consiglio”, come si legge nel comunicato stampa di Palazzo Chigi. L’“indicazione” è avvenuta scegliendo il magistrato (Pajno era Presidente della Quinta Sezione giurisdizionale) tra una “rosa” di cinque nomi che il Governo aveva chiesto al Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa[1], l’organo di autogoverno del Consiglio di Stato, così modificando la prassi secondo la quale Palazzo Chigi ha costantemente sollecitato la indicazione di un solo nominativo “tra i magistrati che abbiano effettivamente esercitato per almeno cinque anni funzioni direttive”, come si esprime l’art. 22 della legge 27 aprile 1982, n. 186[2]. Ed era sempre il primo del ruolo ad essere designato, sicché Franco Frattini, Presidente di sezione, consapevole della prassi, un giorno mi disse di sapere giorno mese ed anno nel quale sarebbe stato nominato Presidente del Consiglio di Stato. D’ora in poi non ne sarà più sicuro.

Non è, ovviamente, in discussione Alessandro Pajno, un magistrato di elevata professionalità con una lunga esperienza tanto nell’attività consultiva quanto in quella giurisdizionale che connotano il Consiglio di Stato ai sensi degli artt. 100, comma 1, e 103, comma 1, della Costituzione. È, invece, la discontinuità rispetto alla prassi seguita in precedenza, fin dall’entrata in vigore della legge n. 186/1982, a destare notevoli perplessità, in quanto attua il recupero, da parte del Governo, di un potere di scelta fortemente datato, che ricorda da vicino l’amplissima discrezionalità prevista dall’art. 1, comma 2, del R.D. 26 giugno 1924, n. 1054 (T.U. delle leggi sul Consiglio di Stato), e che si riteneva definitivamente superato per effetto dell’istituzione del Consiglio di Presidenza, quale organo di governo della magistratura amministrativa, come il Consiglio Superiore della Magistratura lo è per i giudici ordinari. Infatti, i governi, di destra e di sinistra, si sono fatti guidare dall’esperienza del CSM, considerato che, ai sensi dell’art. 100, comma 3, “la legge assicura l’indipendenza dei due Istituti (Consiglio di Stato e Corte dei conti, n. d. A.) e dei loro componenti dal Governo”, ribadita dall’art. 108, comma 2, della Costituzione, laddove è stabilito che “la legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali”[3], indipendenza che si riferisce sia alla composizione dell’organo che alle modalità di provvista dei suoi componenti[4], e riguarda “sia lo status del singolo componente, sia l’istituto nel suo complesso, come qualcosa di più della somma delle garenzie accordate ai singoli (ordinamento dello stato economico e giuridico, funzioni direttive, distribuzione della materia degli affari, disponibilità di mezzi per l’esercizio delle funzioni, autonomia di spesa)”[5]. È sufficiente, al riguardo, considerare che il Consiglio di Stato è il giudice degli atti della Presidenza del consiglio e dei ministeri e che quando svolge funzioni consultive opera a “tutela della giustizia nell’amministrazione” (art. 100, comma 1, Cost.) per giungere alla conclusione che Palazzo Chigi non può scegliere ad libitum il vertice della Magistratura Amministrativa. Montesquieu l’avrebbe ritenuta gravissima lesione di uno dei principi cardine dello Stato costituzionale di diritto, una prevaricazione dell’Esecutivo sul Giudiziario.

È evidente, infatti, che nel sistema delle garanzie di indipendenza alle quali si è fatto cenno, la richiesta di una “rosa” di candidati tra i quali scegliere il nuovo Presidente introduce una discrezionalità non consentita.

L’indipendenza delle magistrature è assicurata, infatti e in primo luogo, dal procedimento di nomina dei magistrati nelle varie funzioni, a cominciare dai titolari di quelle più rilevanti, Primo Presidente della Corte di cassazione, Presidenti del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, uniti nelle regole che attuano le garanzie costituzionali. Ed è certo che la prassi fin qui seguita era conforme alle norme sull’ordinamento giudiziario con riguardo al conferimento degli incarichi direttivi, ai sensi dell’art. 11, comma 3, della legge 24 marzo 1958, n. 195, cui provvede il Consiglio Superiore della Magistratura che “delibera, su proposta, formulata di concerto col Ministro …, di una Commissione”[6]. Considerato che la maggioranza degli studiosi, sulla scia di indicazioni della giurisprudenza costituzionale, ritiene che “le delibere consiliari sono l’elemento sostanzialmente preponderante di un atto composto ineguale, dove l’ineguaglianza formalmente indica la prevalenza del Ministro, ma sostanzialmente esprime la preminenza del Consiglio, alla cui esclusiva volontà risale il contenuto vincolante del decreto” [7], con esclusione di ogni “potere sindacatorio” del Ministro[8]. Il quale non può scegliere, essendo il suo ruolo limitato alla semplice verifica della legittimità del procedimento di indicazione del candidato espressa dal CSM. E difatti in data 22 dicembre 2015 il sito della Presidenza della Repubblica ha dato notizia dell’Adunanza plenaria del Consiglio Superiore della Magistratura, presieduta dallo stesso Capo dello Stato, “in occasione della nomina del Primo Presidente della Corte Suprema di Cassazione”.

È per questo motivo che le norme che disciplinano la nomina dei Presidenti del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, diverse ma analoghe nel contenuto, pur prevedendo una proposta governativa “sentito il Consiglio di Presidenza” sono state fin dall’inizio applicate come se l’organo di autogoverno adottasse una designazione vincolante. “Sentito il parere” è espressione che attiene all’attività consultiva[9]. Cioè, ad una funzione che si esercita su una proposta in ordine alla quale si richiede una valutazione di legittimità o di opportunità, una procedura a rischio di incostituzionalità per violazione dell’art. 108, comma 2, Cost..

Il Governo Renzi ha, dunque, cambiato orientamento ed ha chiesto che la designazione avvenisse in forma di una “rosa” di nomi, così riservandosi un’ampia facoltà di scelta, una decisione senza precedenti che non può essere ritenuta conforme a Costituzione, anche se il nominato è il secondo della lista, aperta da chi ha un periodo di servizio residuo relativamente breve.

Nulla di male, dunque, che il Governo si sia fatto recapitare una “rosa” (Stefano Baccarini, Alessandro Pajno, Filippo Patroni Griffi, Sergio Santoro e Raffaele Carboni) ed abbia liberamente scelto? No, perché al di là del prescelto, sulla cui indipendenza e professionalità, voglio ribadire ancora una volta, non è assolutamente da dubitare (come per gli altri della “rosa”), si è modificata una prassi che attuava una interpretazione costituzionalmente orientata, formulata sul procedimento di nomina del Presidente della Cassazione nel rispetto dell’art. 108, comma 2, Cost..

Sul finire degli anni ’90 si pose un problema di adeguamento anche della normativa sulla nomina del Presidente della Corte dei conti. L’intendimento era quello di limitare la discrezionalità del Governo che, sulla base del T.U. delle leggi sulla Corte, approvato con R.D, 12 luglio 1934, n. 1214, avrebbe potuto nominare al vertice della magistratura contabile anche un estraneo, com’era accaduto con Giuseppe Carbone, appena andato in pensione, Presidente non proveniente dai ruoli della magistratura contabile[10]. E così fu la legge 21 luglio 2000, n. 202, recante “Disposizioni in materia di nomina del Presidente della Corte dei conti”, la quale prevede, appunto, che la nomina debba riguardare un magistrato appartenente ai ruoli della Corte[11]. E fu il primo del ruolo ad essere scelto, il Presidente di sezione Francesco Sernia la cui nomina mi fu anticipata pochi minuti prima dell’inizio del Consiglio dei ministri dal Vice Presidente on. Sergio Mattarella che aveva condiviso dal primo colloquio le sollecitazioni dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti della quale all’epoca ero Presidente.

La richiesta di una “rosa” tra cui scegliere il Presidente del Consiglio di Stato, è, dunque, un segnale che preoccupa e deve preoccupare tutti coloro che credono nell’indipendenza della magistratura (nei prossimi mesi sarà la Corte dei conti a rinnovare il suo Presidente) e nel rispetto delle regole costituzionali sulla separazione dei poteri e sul principio di imparzialità, cioè di legalità, che permea l’assetto della Repubblica.


 


[1] Legge 27 aprile 1982, n. 186, art. 22.

[2] “Il presidente del Consiglio di Stato è nominato tra i magistrati che abbiano effettivamente esercitato per almeno cinque anni funzioni direttive, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del consiglio di presidenza”

[3] Giurisdizioni che la giurisprudenza della Corte di Cassazione considera “ordinarie” in quanto esercitano in via normale la giurisdizione nelle materie assegnate loro dalla legge.

[4] D. Monego, Nota all’art. 100 Cost., in Commentario breve alla Costituzione, a cura di Bartole e Bin, CEDAM, Padova, 2008, 913.

[5] R. Chieppa, Consiglio di Stato, in Enciclopedia Giuridica Treccani, vol. VIII, 2.

[6] R. Romboli – S. Panizza, Ordinamento giudiziario, in Digesto delle discipline pubblicistiche, vol. X, UTET, Torino, 1995, 384.

[7] G. Volpe, Ordinamento giudiziario gen., in Enciclopedia del diritto, Giuffrè, Milano, 1980, vol. XXX, 867.

[8] Ivi.

[9] E. Casetta, Manuale di Diritto amministrativo, Giuffré, Milano, 2012, 495.

[10] Già funzionario parlamentare, poi Consigliere e quindi Presidente di sezione del Consiglio di Stato, Giuseppe Carbone all’atto della nomina al vertice della Corte dei conti era Consigliere giuridico del Presidente della Repubblica.

[11] Legge 21 luglio 2000, n. 202: “Disposizioni in materia di nomina del Presidente della Corte dei conti” che all’art. 1 dispone: “Il Presidente della Corte dei conto è nominato tra oi magistrati della stessa Corte che hanno effettivamente esercitato per almeno tre anni funzioni direttive ovvero funzioni equivalenti presso organi costituzionali nazionali ovvero di istituzioni dell’Unione europea, con decreto del Presidente della Repubblica, su proposta del Presidente del Consiglio dei ministri, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio di presidenza”.

 

A proposito del Procuratore di Arezzo che indaga su Banca Etruria

Etica e giustizia: l’immagine di un magistrato

di Salvatore Sfrecola

 

“Etica e giustizia” è l’occhiello che sovrasta il titolo di un articolo del Professore Sabino Cassese, “Il paradosso delle regole (inesistenti) per i magistrati”, a commento della vicenda del Procuratore della Repubblica di Arezzo, Roberto Rossi, che indaga su Banca Etruria essendo consulente (a titolo gratuito) della Presidenza del consiglio dei ministri nel cui ambito opera, come Ministro per le riforme istituzionali e per i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi, il cui babbo, Pierluigi, è stato consigliere e poi Vice presidente di quella Banca.

La questione, sulla quale il Consiglio Superiore della Magistratura ha acceso un riflettore, su sollecitazione di un consigliere forzista, merita alcune considerazioni che ci aiutano a svolgere sia l’articolo di Cassese sia una intervista al dottor Rossi di Fiorenza Sarzanini sullo stesso il Corriere della Sera del 21 dicembre 2015, entrambi in prima pagina.

Cominciamo da quel che dice il dottor Rossi “assolutamente tranquillo. Per me – aggiunge - non c’è nessun incarico politico (l’incarico è nell’ambito del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio, n. d. A.), le accuse nei miei confronti sono assurde”. Precisa che ha avuto “la consulenza con Palazzo Chigi il 1° agosto 2013 quando capo del governo era Enrico Letta e il CSM mi ha autorizzato perché si tratta di un ruolo che non ha alcuna connotazione politica”. Per cui manifesta la sua serenità rispetto alla richiesta di accertamenti con la quale si intende verificare “se sussistano profili di incompatibilità, sotto il profilo dell’appannamento dell’immagine di terzietà e imparzialità, tra l’incarico extragiudiziario assegnato al magistrato e la funzione requirente da lui svolta”. “Il vero nodo da sciogliere – scrive la Sarzanini - riguarda comunque il possibile condizionamento che il rapporto con Palazzo Chigi può provocare rispetto al ruolo inquirente. Una eventualità che Rossi ha sin dall’inizio respinto “con sdegno, perché noi giuristi che svolgiamo questa attività abbiamo compiti meramente tecnici, dobbiamo fornire pareri giuridici su testi normativi in materia di diritto e procedura penale. E io posso garantire di non essermi mai occupato di normative in materia bancaria o finanziaria”.

Ho voluto richiamare ampiamente le parole del dottor Rossi per aiutare i lettori a capire dov’è il vero problema. Che non è certo quello di un eventuale, effettivo condizionamento del magistrato inquirente che abbia in atto una consulenza giuridica da parte di un ufficio della pubblica amministrazione nell’ambito della quale opera, in posizione politica preminente, un ministro il cui padre potrebbe essere indagato nell’ambito di una indagine di competenza del predetto magistrato che, in caso di effettivo condizionamento in ordine alle sue decisioni, potrebbe essere responsabile di un vero e proprio illecito.

Premetto che non è in discussione la legittimità della consulenza affidata al dottor Rossi, come di quelle attribuite ad altri magistrati chiamati a fornire pareri sull’applicazione di norme esistenti o sulla elaborazione di riforme. La loro competenza specifica, infatti, ne fa naturali destinatari di questi incarichi (come per il medico che fosse interpellato su una riforma sanitaria). Ma se parliamo di “etica e giustizia”, molto opportunamente premessa al titolo dell’articolo di Cassese, va affermato, al di là di incompatibilità giuridicamente definite, al momento esclusa, che il magistrato ha un dovere etico di rappresentare all’esterno, alla platea dei cittadini che devono poter credere senza dubbio alcuno nella indipendenza dei giudici e dei pubblici ministeri, l’assoluta assenza di situazioni che sconsiglino l’esercizio di attività che possano far ritenere possibili dei condizionamenti anche solo psicologici. Inquisire il babbo di una persona che si conosce, con la quale sono state intrattenute relazioni anche solo formali, per il semplice fatto di operare in uno stesso contesto istituzionale anche se con ruoli diversi, crea o potrebbe creare una situazione di imbarazzo che è bene non ci sia. Ugualmente se le indagini riguardassero un amico, un compagno di scuola, di sport, di svago. Opportunità e buon gusto consiglierebbero di allontanarsi perché nessuno possa dubitare dell’indipendenza ed onestà di giudizio del magistrato. È interesse dello stesso magistrato che non vi siano dubbi sulla propria condotta. Ed è interesse dell’intera categoria che dalla condotta di un singolo riceve lustro o disdoro. In sostanza ogni magistrato è artefice della propria immagine e con essa concorre a quella dell’intera magistratura. Anche perché è facile generalizzare.

Se la persona dice di poter lavorare con assoluta serenità certamente afferma il vero. Ma quella che appare alla comunità è un’immagine diversa e stupisce che il procuratore Rossi non se ne renda conto. Probabilmente perché gli incarichi presso le amministrazioni, gli enti e gli organismi sportivi affidati a magistrati sono diventati così frequenti da non apparire, in alcuni casi, inopportuni. Non basta precisare “io sono onesto e non mi farò condizionare” perché questo appaia certo agli occhi dei cittadini.

Ricordo che mio padre era solito dire che “il magistrato deve essere come il prete, non avere legami sociali che possano minare la propria immagine di uomo di Dio”. Lo diceva in tempi lontani e dubito che lo ripeterebbe oggi, quando notizie di stampa si dicono frequentemente che spesso tra gli uomini di Chiesa ve ne sono alcuni che intrattengono relazioni non perfettamente coerenti con l’immagine che i fedeli hanno di chi indossa quell’abito.

Tornando ai magistrati per Cassese “c’è un vuoto di regole di condotta. Un vuoto che potrebbe essere riempito da un forte spirito di corpo, da un’etica condivisa dalla maggioranza”. “C’è carenza di regole morali e giuridiche e, dove presenti, sono elementari o rudimentali”. Perché “più il sistema giudiziario si sposta verso il centro del potere e il cuore dello Stato, più diventa inaccettabile che i magistrati siano tanto legati ai luoghi dove si esercita il potere, sia la sanità, o l’amministrazione, o la politica, o gli uffici legislativi. Questo è un paradosso di cui il corpo dei magistrati dovrebbe rendersi conto: più essi parlano al popolo e all’opinione pubblica in nome della giustizia, più forte diventa il bisogno che la loro legittimazione discenda dalla loro indipendenza e imparzialità”. Con l’effetto che “Grazie a leggi che hanno affidato la loro attuazione all’Autorità garante della concorrenza e del mercato e all’Autorità nazionale anticorruzione, il personale politico e il personale amministrativo è ora stretto da norme talora eccessivamente severe in materia di incandidabilità, conflitti di interesse, incompatibilità, incarichi esterni, altre regole di condotta miranti ad assicurare l’imparzialità dello Stato. I magistrati, quelli ai quali spetta il potere ultimo, quelli che possono decidere della dignità e della libertà delle persone, quelli che possono mettere alla gogna e talora tenere alla gogna per anni indagati, sono invece immuni da queste norme di condotta”. Per concludere che “a speciali poteri debbono corrispondere doveri particolari di astenersi, di isolarsi, di evitare rapporti”.

D’altra parte, per essere “soggetti soltanto alla legge”, come afferma l’art. 101, comma 2, della Costituzione, i magistrati “debbono astenersi da rapporti che possano stabilire legami, o dare il segno esterno di legami in conflitto con la loro funzione imparziale e indipendente. Per questi motivi - aggiunge Cassese  sono urgenti interventi moralizzatori, non quelli sanzionatori, ma quelli preventivi, che fissino regole chiare sulla partecipazione, in generale, dei magistrati alla vita pubblica, sui conflitti di interesse, sulle incompatibilità, sugli obblighi di astenersi, sulle incandidabilità, sugli incarichi esterni. In una parola, c’è bisogno anche e soprattutto per i magistrati di quelle “regole dell’onestà” che essi fanno valere ogni giorno nei confronti di tanti cittadini”.

Non accade spesso che io concordi con le opinioni che il Professor Cassese negli ultimi tempi affida al Corriere, ma questa è una di quelle nelle quali la concordanza è piena, nell’interesse dell’ordinamento innanzitutto, ma anche dei magistrati, della loro immagine di “speciali” servitori dello Stato.

L’occasione di queste riflessioni muove da una vicenda che interessa un magistrato impegnato in una indagine penale, ma analoghe considerazioni si potrebbero fare in alcuni casi per i magistrati del Consiglio di Stato, dei Tribunali Amministrativi Regionali e della Corte dei conti quando i legami con le amministrazioni e gli enti possano far ritenere che certi incarichi condizionino le loro decisioni quando impegnati nell’esercizio delle rispettive funzioni.

26 dicembre 2015

Un’ordinanza del Consiglio di Stato

Per fortuna c’è un giudice a Roma

di Salvatore Sfrecola

Pubblico senza commenti, assolutamente non necessari considerata la chiarezza dell’ordinanza con la quale il Consiglio di Stato si è pronunciato in relazione ad un ricorso per l’ottenperanza di una precedente ordinanza cautelare alla quale non era stata data attuazione.

La pronuncia riconduce a principi di effettività della giustizia amministrativa, strumento cardine per la corretta gestione delle attività delle Pubbliche Amministrazioni.

Nella specie l’omessa attuazione della precedente ordinanza del Consiglio di Stato è stata imputata al Consiglio di Presidenza della Corte dei conti.

Affido alla lettura del testo ogni conseguente valutazione.

 

 

N. 05623/2015 REG.PROV.CAU.

N. 06662/2015 REG.RIC.           

logo

REPUBBLICA ITALIANA

Il Consiglio di Stato

in sede giurisdizionale (Sezione Quarta)

ha pronunciato la presente

ORDINANZA

sul ricorso numero di registro generale 6662 del 2015, proposto da:

 

Salvatore Sfrecola, rappresentato e difeso dall’avv. Edoardo Giardino, e presso lo studio di questi elettivamente domiciliato in Roma, alla via Adelaide Ristori n. 9, per mandato a margine del ricorso per esecuzione dell’ordinanza cautelare;

 

contro

- Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona del Presidente del Consiglio in carica;

- Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti, in persona del suo Presidente pro-tempore;

- Corte dei Conti, in persona del suo Presidente pro-tempore;

tutti rappresentati e difesi ex lege dall’Avvocatura generale dello Stato e presso gli uffici della medesima domiciliati per legge in Roma, alla via dei Portoghesi n. 12;

nei confronti di

Luciano Calamaro e Teresa Bica, controinteressati intimati, non costituiti;

per l’esecuzione

dell' dell’ordinanza del Consiglio di Stato - Sezione IV, n. 3764 del 28 agosto 2015, resa tra le parti, con cui, in riforma dell’ordinanza del T.A.R. per il Lazio, Sezione I, n. 2353 del 18 giugno 2015, è stata accolta l’istanza incidentale di sospensione presentata nel ricorso in primo grado n.r. 2184/2015, integrato con motivi aggiunti, proposto per l’annullamento dell’interpello urgente per la copertura del posti di funzione di Presidente della II Sezione centrale giurisdizionale d’appello, delle presupposte deliberazioni relative ai requisiti per la nomina, della successiva deliberazione del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti del 24-25 febbraio 2015 nella parte recante declaratoria d’inammissibilità della domanda di partecipazione del ricorrente per difetto del requisito temporale (almeno diciotto mesi per il collocamento a riposo) e della conseguente nomina del dott. Luciano Calamaro sul predetto posto di funzione di Presidente della II Sezione giurisdizionale centrale d’appello

 

Visto l'art. 62 cod. proc. amm;

Visti il ricorso in appello e i relativi allegati;

Visti tutti gli atti della causa;

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti e della Corte dei Conti;

Vista l’ordinanza di questa Sezione n. 3764 del 28 agosto 2015;

Vista l’istanza di esecuzione della predetta ordinanza;

Vista la relazione del Direttore dell’Ufficio Studi e Documentazione del C.P.C.d.C., depositata in Segreteria il 14 dicembre 2015;

Relatore nella camera di consiglio del giorno 17 dicembre 2015 il Cons. Leonardo Spagnoletti e uditi per le parti l’avv. Giardino e l'avvocato dello Stato Ventrella;

 

Considerato che la “presa d’atto” dell’ordinanza n. 3764 del 28 agosto 2015 non costituisce ex se atto elusivo, sebbene presupposto ricognitivo dell’attività conformativa doverosa;

Considerato che l’ordinanza cautelare suddetta, in riforma dell’ordinanza del T.A.R. per il Lazio, Sezione I, n. 2353 del 18 giugno 2015, ha accolto l’istanza incidentale di sospensione presentata nel ricorso in primo grado n.r. 2184/2015, integrato con motivi aggiunti

Ritenuto che l’attività adempitiva del giudicato cautelate va individuata, essendo sospesa l’efficacia della nomina del controinteressato, nella rinnovazione dello scrutino comparativo dei candidati, incluso il ricorrente, al posto direttivo di Presidente della II Sezione giurisdizionale d’appello della Corte dei Conti;

Ritenuto di dover assegnare il termine di giorni 15, decorrente dalla comunicazione a cura della Segreteria ella presente ordinanza, per la convocazione del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti ai fini dell’esecuzione dell’ordinanza n. 3764/2015, con la rinnovazione dello scrutinio nei sensi dianzi indicati;

Ritenuto di dover nominare sin d’ora quale commissario ad acta per la sostitutiva convocazione del Consiglio di Presidenza e l’iscrizione all’ordine del giorno del medesimo della rinnovazione dello scrutinio comparativo nei sensi dianzi indicati, il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, con facoltà di delegare il Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, che provvederà nell’ulteriore termine consecutivo di quindici giorni;

Ritenuto di liquidare le spese della presente fase di ottemperanza come da dispositivo.

P.Q.M.

Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quarta) accoglie l’istanza di esecuzione dell’ordinanza cautelare n. 3764 del 28 agosto 2015, e per l’effetto dispone che il Signor Presidente del Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti e il Consiglio di Presidenza della Corte dei Conti provvedano, ciascuno nell’ambito delle proprie attribuzioni, alle attività adempitive del giudicato cautelare nel termine di cui in motivazione; nomina sin d’ora quale commissario ad acta il Signor Presidente del Consiglio dei Ministri, con facoltà di delegare il Segretario Generale della Presidenza del Consiglio dei Ministri, per l’eventuale attività sostitutiva, nell’ulteriore consecutivo termine di cui in motivazione; condanna le Autorità appellate al pagamento delle spese della presente fase esecutiva, liquidate in complessivi € 3.000,00.

La presente ordinanza sarà eseguita dall'Amministrazione ed è depositata presso la segreteria della Sezione che provvederà a darne comunicazione alle parti e al commissario ad acta nominato.

Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 17 dicembre 2015 con l'intervento dei magistrati:

Paolo Numerico, Presidente

Nicola Russo, Consigliere

Raffaele Greco, Consigliere

Silvestro Maria Russo, Consigliere

Leonardo Spagnoletti, Consigliere, Estensore

 

DEPOSITATA IN SEGRETERIA

Il 18/12/2015

IL SEGRETARIO

(Art. 89, co. 3, cod. proc. amm.)

 

 

La Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ricorda i suoi docenti

Il 15 dicembre 2015, nella Facoltà di Economia dell'Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, organizzato dal Prof. Massimo Stipo, si è tenuto un Convegno di studi, presieduto dal Prof. Cesare Mirabelli, in memoria di giuspubblicisti illustri che hanno insegnato nella Facoltà, Giuseppe Chiarelli, Giulio Correale, Luigi Galateria, Raffaele Resta e Stelio Valentini.

Presenti il Rettore Magnifico, Prof. Eugenio Gaudio, ed il Preside della Facoltà di Economia, Prof. Giuseppe Ciccarone, hanno svolto relazioni i Professori Roberto Miccù, Maria Vittoria Lupò Avagliano, Massimo Stipo, Pietrangelo Iaricci e Sandro Amorosino.

 

 

Da Caporetto a Vittorio Veneto

di Michele D’Elia

 

Il Re Soldato dopo Caporetto:

Italiani!

“… Cittadini e soldati siate un esercito solo. Ogni viltà è tradimento, ogni discordia è tradimento, ogni recriminazione è tradimento. Questo mio grido di fede incrollabile nei destini d’Italia suoni così nelle trincee come in ogni più remoto lembo della patria; e sia il grido del popolo che combatte e del popolo che lavora. Al nemico, che ancor più che sulla vittoria militare conta sul dissolvimento dei nostri spiriti e della nostra compagine, si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: tutti sian pronti a dar tutto per la vittoria e per l’onore d’Italia!”.

Vittorio Emanuele

Quartier Generale 11 novembre 1917

 

Caporetto e Vittorio Veneto sono metafore: indaghiamo fatti universalmente conosciuti con occhi nuovi. Niente elucubrazioni, solo essenziale cronaca, in onore del soldato italiano. (1)

Vogliamo dimostrare che la prima non fu la vergognosa “rotta” della quale si sproloquia da cento anni; e che la seconda non fu la casuale ed insignificante vittoria contro un nemico stremato.

L’Austria dopo la nostra vittoria sulla Bainsizza, agosto 1917, rinnova con insistenza la richiesta di rinforzi alla Germania per stroncare, una volte per tutte, gli italiani “traditori”. Il Comando supremo tedesco prima di decidersi a spendere uomini e mezzi per sostenete l’alleato, incarica uno dei suoi più brillanti strateghi, il generale Kraft von Dellmensingen, di una ricognizione sul fronte alpino. Il generale individua la fragilità della difesa italiana nella linea corrente tra la località di Plezzo, a sud del monte Rombon, e la testa di ponte austriaca di Tolmino a nord del monte Jeza, vale a dire sul fronte dell’Isonzo.

Il 5 settembre il generale von Dellmensigen espresse ai suoi superiori parere favorevole all’offensiva. (2) L’idea geniale è questa: sfondare il velo di truppe italiane tra Plezzo e Tolmino, distanti tra loro 50 km., ed occupare il fondovalle. In definitiva il fronte delle Alpi Giulie è il luogo di partenza per arrivare al mare. Da questo momento in poi combatteremo non più contro gli austro-ungarici, ma contro gli austro-tedeschi. I Comandi austriaco e tedesco costituiscono ex novo la XIV Armata, sotto gli ordini del generale tedesco Otto von Below, che si coordina con i gruppi Stein, Berrer e Krauss. La tecnica utilizzata è la guerra di movimento su tre colonne, che ci attaccano contemporaneamente e in modo autonomo l’una dall’altra, sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Von Below ha di fronte la nostra II Armata, Generale Luigi Capello, le cui forze sono schierate secondo il concetto di offensiva però mal distribuite sul terreno. Questo  era il limite di tutto l’esercito, che presentava 40 divisioni su 50 km. di fronte tra Tolmino e Monfalcone e solo 22 divisioni  sul resto del fronte, per 600 km. Gli austro-tedeschi impiegando 14 divisioni contro 3 nostre, tra Tolmino e Plezzo, per 50 km., colsero sulle prime un successo tattico che divenne strategico per la mancanza di riserve italiane sulla via del Tagliamento. In sintesi il nemico avanzò su questa linea: Isonzo – Tagliamento – Udine – Piave.

 

CAPORETTO: battaglia lunga 47 giorni

Mercoledì 24 ottobre

h. 2 del mattino. L’artiglieria nemica investe tutto il fronte dal Rombon a nord, alla Bainsizza a sud, vale  tenuto dal  IV, XXVII, e XXIV C d’A.. Il bombardamento a gas distrugge le trasmissioni  subito in parte riparate dai soldati; da Tolmino a Plezzo, nelle ore successive il nemico aprirà uno squarcio ampio circa 50 km.

h. 6  del mattino. Persiste il tiro nemico diretto sulle  seconde e sulle prime linee. Le artiglierie dei corpi d’armata IV e XXVII non effettueranno il tiro di controbatteria; anzi, ai comandanti  che l’avevano iniziato con decisione autonoma, fu ordinato di sospenderlo! Perché?  “Per i metodi tattici di tiro inadatti alla difensiva”. Diario del Comando del III Corpo d’Armata bavarese: “La prima posizione nemica era scomparsa tra il fumo dei proiettili ad alto esplosivo”.

Il generale Caviglia attribuisce questo sbagliato impiego delle batterie alla “mancanza di sensibilità e di pratica difensiva dei Comandi”.

Manovra sulla destra dell’Isonzo

h. 7- 8. Le fanterie del gruppo Stein scattano dalla testa di ponte di Tolmino. L’Alpenkorps esce dalle trincee e  si dirige verso Costa Raunza ed il Colovrat. Nello stesso tempo la 50ª divisione austriaca urta contro la brigata Alessandria mentre protegge la 12ª divisione slesiana, che deve dirigere su Caporetto.(3)

h. 9.Cinque battaglioni slesiani sboccano da Tolmino”.

Alle 10 l’Alpenkorps s’infiltra nei vuoti esistenti tra le compagnie della brigata Taro, schierata su 5 km. di fronte. Lo ferma un battaglione della brigata Napoli arrivata poco prima, tra Foni e Monte Plezia, che cade solo alle 13. Abbiamo un fucile ogni 30 m. sulla linea avanzata; uno ogni 9 m. sulla seconda.

h. 10.30 – 12. Sono catturate le nostre batterie su Costa Raunza e Costa Duole, che non avevano sparato perché convinte di essere protette da due linee di difesa; gli artiglieri difesero i pezzi anche con le pistole e li resero inutilizzabili; poi si ritirarono verso la valle Judrio,.

 h. 11 – 12. Cinque battaglioni della 12ª slesiana vengono bloccati da una sola compagnia della brigata Napoli, lì giunta proprio la mattina, 100 fucili e 2 mitragliatrici, su un km di fronte.

Sino a Caporetto la via sembra libera. Gli slesiani, superata la brigata Napoli, tra le 11 e le 12, puntano su Caporetto, senza incontrare forze italiane, ma compagnie del 182° fanteria li scorgono dalla riva sinistra dell’Isonzo, passano il ponte di Idersko e sulla riva destra li bloccano temporaneamente. Alcuni plotoni del 182° combattono nelle case di Idersko. Da qui il nemico si dirige su Caporetto, dove la resistenza fu “frammentaria”.

h. 13.30. Salta il ponte di Idersko.

h. 14. Idersko  è occupata dopo una lotta casa per casa.

h.15.30. Salta il ponte di  Caporetto.

h.16. Gli slesiani occupano Caporetto ed iniziano la conquista del Monte Matajur, i gruppi Stein e Krauss, si saldano. Le tre divisioni del IV corpo sfuggono all’accerchiamento per il ponte di Ternova, a nord di Caporetto.

La manovra sulla sinistra dell’Isonzo.

h. 8. Quattro dei nove battaglioni slesiani escono da Tolmino, attraversano i 500 metri che li separano dalle nostre linee e si uniscono con un reggimento della 50ª austriaca.

Non vi è nostra resistenza, perché il 23 era stata inspiegabilmente  sgombrata la linea di Volzana. Due sole compagnie della brigata Alessandria trattengono il nemico per un’ora. Gli slesiani proseguono sino a Selisce, contrastati da un solo battaglione del 155°, del 150° e dal 2° del 147° brigata Caltanissetta.

h. 12. Il diario del 63° slesiano registra:”Sino alle 12 lotta accanita”. Poco dopo la nebbia si dirada. Il nemico si scontra con l’ultimo dei nostri tre battaglioni, davanti a Kamno. Il suo comandante, maggiore Piscicelli apre il fuoco, viene ferito ma prima di morire ordina al reparto di dirigersi  a Caporetto.

Constatazione

La resistenza costruita dai nostri momento per momento, impedisce la tenaglia tra i 9 battaglioni slesiani.

 

COME NASCE UN FALSO STORICO 

I servizi non armati che sono dietro le nostre prime linee, per rifornire le truppe del Monte Merzli, vedendo avanzare gli slesiani lungo la destra dell’Isonzo, si ritirano su Caporetto: sono alcune migliaia di uomini, con carri, che ingombrano le strade che conducono all’abitato, ritardando anche l’arrivo dei rinforzi e portando la falsa notizia della caduta del Merzli

 “ A Caporetto viveva al sicuro un corrispondente  di guerra [Caviglia non ne rivela il nome n.d.r.] che, sorpreso, divulgò poi al mondo la notizia del suo pensiero [del giornalista n.d.r.] attribuendolo alle truppe di prima linea. Egli riteneva che la nostra 43° divisione (Farisoglio) si fosse ritirata mentre combatteva sulle sue linee e vi rimase fino a sera tarda.

Questa è la casereccia origine della ‘rotta di Caporetto’. Qui noi la rintuzziamo perché Caporetto è   una sconfitta ed una ritirata non solo analoga a quelle che la storia ci ha fatto conoscere su tutti i fronti, ma di gran lunga inferiore a quelle subite, per esempio, dagli eserciti dell’Intesa nelle pianure di Francia.

h. 14. L’ultimo battaglione del 282° viene impiegato per la difesa di Caporetto.

Pomeriggio. La 50ª  austriaca, uscita alle 7 dalla sua  trincea, è bloccata sul Merzli e sullo Sleme, dal solo 2° reggimento bersaglieri, schierato su ben 7 km di fronte.

Il Gruppo Krauss

h. 2-3 del mattino. Plezzo. Il nemico annienta con il gas i 600 difensori del vallone di Ravolnik a sud di Plezzo. (4)

h. 8. Krauss attacca. La nostra 50ª divisione lo ferma sino alle 18.

h. 19. Il comandante del settore del Rombon, pur avendo respinto il nemico, si ritira sul monte Stol, per non restare isolato, come poi avverrà.

24 sera. Le due colonne nemiche si congiungono. L’occupazione della valle isontina, vanifica la resistenza italiana e dà ragione a von Dellmensingen, che aveva inventato l’attacco a valle, per isolare le nostre truppe.

Ancora il 24 ottobre: operazioni  dei Gruppi Scotti e Berrer.

h. 8. Il generale Berrer attacca la destra della brigata Taro, 2 battaglioni e la brigata Spezia per attaccare il monte Jeza e poi collegarsi con il gruppo  Stein.

h. 14. La Taro con 15 compagnie, su 9 km di fronte, ostacola 75 compagnie nemiche..

h. 15.30. La brigata inizia la sua lenta ritirata, difendendo la valle dello Judrio sino al 25. Il 26 a Castel Del Monte, il colonnello Casini sarà  ucciso mentre contrattacca con il suo 208° .

h. 14.30. La brigata Spezia è tra la Val Duole e il Krad, ma se ne ritira verso la linea d’armata, essendo “proibito” chiedere rinforzi per guarnire i tratti di linea scoperti, dove s’era infilato il 3° reggimento Jäger.

h.13. Il comandante della 19ª divisione, generale Villani, ordina al 75° fanteria della brigata Napoli di occupare la linea tra il passo di Zagradan e Bukova-Jeza, dove erano già arrivati i tedeschi. L’aspra lotta durò sino alle 17 del 25. Intanto, la brigata Firenze riceve l’ordine di riprendere la linea del  Monte Piatto

“ Ufficiali della Brigata Napoli, 75° reggimento,  che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni  della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima  del  Podklabuk…. L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”.  (5)

Il battaglione Val d’Adige, difese lo Jeza per quasi tutta la notte; dopo si unì  ai resti della 19ª divisione,  diretta a Clabuzzaro. Diario del LI C.d’A. tedesco: “Gli Italiani difesero lo Jeza con straordinario valore” .

Il generale Villani. Clabuzzaro. Il comandante del VII Corpo d’A. accoglie i resti della 19ª. Villani nel suo diario scrive: “ le truppe hanno compiuto il loro dovere”. Anch’egli l’aveva compiuto, ma il Comando l’aveva lasciato solo, né l’aveva saputo o voluto apprezzare. Villani e i suoi soldati difenderanno la zona Rochin-Lombai, a nord di Peternel sino al pomeriggio del 26. Villani si uccise il giorno dopo a San Leonardo. (6)

Il Gruppo Scotti

Obiettivo: prendere prima il Krad e poi il Globocak, per aprire la strada al generale austriaco Svetozar Boroevič von Boina, comandante la V Armata o Isonzoarmee, ISA.

A difesa del Krad il X gruppo alpini, due battaglioni in linea e uno di riserva, 600 m. vuoti tra i due reparti. Il nemico non si avvide che la strada per l’Isonzo era libera e per questo non scese da Selo a Canale.

24 ottobre - XXVII Corpo d’Armata

Il Comando ha sede nel villaggio di Cosi. Per l’intera giornata fu assente dalla prima linea: non coordinò le operazioni, ma addirittura ritenne che il Globocak fosse in mano nemica, quando invece era ancora nostro alla mezzanotte del 24.

Il comandante del XXVII Corpo, generale Pietro Badoglio, aveva ordinato al colonnello Cannoniere, comandante l’artiglieria di corpo, di non  aprire il fuoco se non dietro suo personale  ordine. Questo non fu mai dato. (7)

VII Corpo d’Armata 

Ha sede a Praponitza. È schierato con intento difensivo in seconda linea per 8 km. di fronte.

h. 12. Caduta Selisce, il Monte Matajur  è ora  isolato.

Attacco a sud di Tolmino

h. 8 - 9. La II armata austriaca investe il settore tra Tolmino e la Bainsizza, tenuto da 3 div. del XXVI e due dal XXIV, schierati sui Lom di Tolmino. dopo qualche successo iniziale,il nemico, verso mezzogiorno, venne respinto sulle posizioni di partenza lasciando in mani italiane “alcune centinaia di prigionieri”.

h. 22-24. Il XXIV contrattaccò con  tale violenza, sostenuto dai  concentramenti di artiglieria, che il nemico pensò ad una controffensiva su quel settore.

Nello stesso tempo: “le colonne dei fuggiaschi del XXVII Corpo andavano ingrossando sulle strade delle due rive del fiume, e portavano notizie esageratamente disastrose”. (8)

24 ottobre h. 24. Situazione.

La prima giornata è finita. Dallo squarcio apertosi da Tolmino a Saga, l’invasione  sembrava,  inarrestabile. Nei due vuoti marciavano a nord il gruppo Krauss e a sud la 12ª slesiana; ciò poneva in grave pericolo lo schieramento italiano sul basso Isonzo, che restava l’unica via di ritirata eventuale.

Possibili vie d’invasione.

A)           A nord, valle Resia e Uccea;

B)           la stretta di Stupizza. Notte. Messe in allarme, le riserve della II Armata immediatamente rinforzano il Globocack e chiudono la via per l’Isonzo.

La XIV armata austro-tedesca si ferma davanti alla Bainsizza. Il mare è un miraggio e tale resterà.

Riflessioni

“Il Comando Supremo alle h. 12 del 24…, temeva che l’attacco fosse diretto contro la III Armata…” .Questa fibrillazione derivava soprattutto dall’abitudine burocratica di “alcuni suoi uffici [della II Armata n.d.r.] pacifici e lontani moralmente dalla guerra”; ne nasce, alle 21,15  del 24, l’ordine di resistenza che il Comando Supremo  invia a tutte le armate, “Come se l’azione nemica stesse per cominciare; quasi contemporaneamente un altro ufficio ordinava la ritirata delle truppe della Bainsizza sulla linea di resistenza ad oltranza”. Intelligenza tattica, spirito di iniziativa, resistenza fisica, intuizioni dei comandanti e – specialmente - il valore delle truppe, misero un punto fermo agli errori del Comando Supremo. 

25 ottobre. Decisioni e movimenti

La II Armata si ritira lungo la linea Montemaggiore - Monte Santo, che è la terza di quelle indicate dal Comando Supremo alle 23 del 24 ottobre. Il movimento si concluse in modo ordinato e il 26.

h. 15. Capello ordina a Caviglia di ripiegare sulla destra dell’Isonzo nel tratto Globocak – Ronzina. Era necessario, una volta assicurata la Bainsizza ?

25 pomeriggio

Il XXIV Corpo d’Armata si ritira.

L’artiglieria del XXIV Corpo

Deontologicamente, gli artiglieri svolsero il proprio ruolo coprendo la ritirata delle divisioni e facendo saltare i pezzi che non potevano trasferire, non avendo né i cavalli né le trattrici, imbottigliati sulle strade della ritirata. Gli artiglieri salvarono i pezzi dei reggimenti da campagna

10°, 46° e 50° “Erano con le loro batterie in ritirata sulla linea delle fanterie, le quali aiutavano a trainare i pezzi a braccia”.  Così, senza  interruzione dall’Isonzo al  Tagliamento al Piave.

La capacità tecnica della nostra artiglieria era ben nota al nemico, poiché le nostre batterie “… spazzavano tali località [avvallamento di Chiapovano n.d.r.] da varie direzioni a raffiche improvvise. Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe”.

 

26 – 31 ottobre. La ritirata oltre il Tagliamento

26 ottobre

Capello lascia il comando per malattia. Gli subentra il generale Luca Montuori.

h. 6. Caviglia riceve l’ordine n. 6332 dal nuovo comandante della II Armata. Questi stabilisce di sbarrare la strada al nemico rischierando le truppe da Montemaggiore a Gorizia.

Anche il nemico commette degli errori; infatti, mentre la II Armata eseguiva l’ordine, il comando austro-tedesco, per rinforzare l’ala marciante della XIV Armata, trasferiva un numero consistente di  grandi e piccole unità sulla sua destra e per un giorno sospendeva le operazioni in Val Natisone e Valle Judrio. La decisione salvò l’ala destra della II e della III Armata.

L’Alto Comando austro-tedesco attuava un progetto previsto burocraticamente all’inizio dell’offensiva, ma superato dal movimento della battaglia Il nemico si  doveva accontentare di tallonare i nostri.

Sera.

La 10ª divisione, generale Chionetti, scende dall’altopiano della Bainsizza, dopo averlo   accanitamente difeso.

27 ottobre. Prime ore

Bollettino austriaco: “Gli Italiani hanno difeso la Bainsizza  a passo a passo”.(9)

Dietro il Torre il generale Sagramoso continua a riordinare le truppe affluite dalla prima linea.

Il Piave: un’idea

Cadorna raggiunge Treviso e pensa  di riorganizzare le nostre forze sul Piave. Un’idea antica considerata di estrema difesa dai tempi di Teodorico e Odoacre sino a Napoleone.

27 mattina.

Il nemico entra a Cividale.

Sera /notte

Il nemico è fermato sul Torre. La sera del 27 le brigate Venezia, a Verhovlje; la Palermo, sul rovescio del Corada; infine la Livorno, anch’essa sul Corada sfilano davanti ai rispettivi comandanti, prima di lasciare le loro posizioni e dirigersi verso il Torre.

Considerazione

Difficile, se non impossibile, rintracciare in altri eserciti grandi unità che, in piena battaglia conservano la calma, la lucidità e il dominio di sé per rendere spontaneamente gli onori ai propri comandanti. Questo significa che i soldati non erano e non si sentivano fuggiaschi. Domanda: chi ancora scrive e parla di “rotta di Caporetto” si è mai documentato? E’ ora che lo faccia.

28 ottobre mattina

h. 13

A metà giornata il gen. Cadorna, per ragioni ancora oggi a noi oscure, ed in contrasto con gli onori che più volte lo stesso nemico – non certo tenero - aveva reso ripetutamente ai nostri soldati. dirama

Il Bollettino di guerra 887- Zona di guerra 28 ottobre 1917, ore 13, che così recita:

“La mancata resistenza di reparti della II Armata vilmente ritiratisi senza combattere ignoniniosamente arresisi al nemico…” (10) Altro aveva già fatto il Comandante Supremo: il 26 ottobre aveva inviato ai generali Foch e Robertson una lettera con la quale li informava della rottura del fronte tra Plezzo e Tolmino e poneva in luce “l’utilità somma dell’intervento diretto alleato nella misura concordata o anche in maggiore misura …”. (11)

Questa non è la sede per esaminare la personalità del Generale, tuttavia riteniamo che quelle parole siano state un immeritato schiaffo a soldati, che avevano dimostrato sempre la propria fedeltà alla Patria e ubbidienza agli ordini.

h 15.  Situazione sul Torre

Il reggimento  Cavalleggeri di Saluzzo, colonnello  Airoldi di Robbiate, carica più volte i tedeschi tra Godia e Udine. Perde la metà degli effettivi. La 200ª tedesca è temporaneamente fermata.

In questo torno di tempo, Udine è ormai abbandonata dal grosso delle nostre forze. Il generale tedesco Berrer entra nella città, credendola occupata dalla 26ª divisione, ma viene ucciso dai nostri ultimi nuclei in ritirata. La 2ª divisione di cavalleria, intanto, chiudeva la strada tra Udine e Codroipo

28 sera

La divisione del generale Vigliani e la divisione bersaglieri, generale Boriani, contrattaccano il nemico, che passerà solo il 29.

La sinergia tra le armate impedisce l’avanzata del nemico, ma l’alto Comando guasta pure i successi, poiché nega  alla II Armata l’uso dei ponti della Delizia, nella zona di Codroipo.

La zona Carnia

Qui il XII Corpo d’Armata, con le divisioni 26ªe 36ª, presidia un fronte di 100 km.

Il 27 la Edelweiss e la Deutsche Jäger avevano urtato  contro la nostra 63ª.

Da Udine a Treviso

Si ritira ora il Comando supremo con questi effetti:

 “la ritirata del Comando supremo da Udine a Treviso, avvenuta il 27 ottobre … fu per tutta la zona friulana come l’annuncio d’un disastro. (12)

29 pomeriggio

Cominciano ad affluire in zona le unità del XXIV Corpo,  erano molto stanche “da una settimana combattevano di giorno e marciavano di notte“

29 ottobre. Sera. Udine

L’invasore non sa sfruttare il successo perché bloccato dagli ordini contraddittori del generale von Dellmensinger.

30 sera  Le teste di colonna del gruppo Krauss  e del gruppo Stein si scontrano presso il ponte di  Pinzano, oltre il Tagliamento, con le brigate Bologna e Siracusa.

 

Bollettino di guerra tedesco del 30 ottobre

 “L’esercito nemico offrì  violentissima resistenza sulle posizioni che si protendono verso Udine, via Bertiolo, Galleriano, Pozzuolo, allo scopo di  proteggere il ripiegamento della III armata, sopra la riva destra del Tagliamento”.

31 ottobre. h. 2 del mattino.

Il Comandante del XXIV passa il Tagliamento a Latisana.

1 - 9 novembre. Dal Tagliamento al Piave.

Il 31  il grosso del Regio Esercito aveva oltrepassato il Tagliamento:era una forza ben più esigua di quelle originaria, per numero di effettivi, equipaggiamento, armamento, trasporti, artiglierie etc. La salute stessa degli uomini era malferma.

Il nemico non stava tanto meglio, però marciava sulle ali della vittoria .

Cadorna, il 25, si era reso conto della impossibilità di fermare il nemico e tra il 26 e il 27 aveva predisposto uno schema di linea sul Piave.Il  29 il progetto era pronto. Il 30 era definito.

Il disegno del Comandante supremo prevedeva l’impiego di alcune divisioni francesi e inglesi, che gli Alleati le rifiutarono.

“Fu buona ventura” scrive sarcastico Caviglia.

I concetti informatori dell’atteggiamento dei cosiddetti nostri alleati sono  e saranno sempre due: il teatro di guerra sul fronte alpino è periferico; la guerra sulle Alpi è questione “privata” tra  Austria  e Italia.

2 novembre

Il generale Cadorna ordina alla 63ª e alla 36ª divisione, che si trovavano dietro il Tagliamento, di difendere ad oltranza il Monte San Simeone: se questo fosse caduto, il nemico avrebbe potuto aggirare tutta la linea, ma questo ordine condannava le due unità.

4 nov. h. 12

Nuovo ordine per la 36ª e 63ª divisione: raggiungere  Clauzetto e Paludea.

pomeriggio

La valle Arzino è chiusa.

5 mattina.

Il generale Carlo Rocca assume il comando dei resti delle due divisioni e le concentra a S. Francesco d’Arzino, marcia verso Clauzetto e Paludea, batte il nemico a  Pielungo e avanza su Forno, dove si assesta il 5 sera.

6 mattina.

Rocca investe di nuovo la divisione Jäger sul costone di Pradis.

6 novembre h. 16

Il Comandante. della 36ª è catturato a San Vincenzo.

6 sera.  La fine della 63ª

Intorno al Comando della 63ª si raccolgono circa 800 soldati, compresi i resti della 36ª. Il reparto più solido è il battaglione Val Ellero. Pur isolato dal resto dell’esercito ed accerchiato dal nemico nelle Alpi Carniche, questo nucleo di tenaci italiani, Comandante un testa, rifiuta di arrendersi alla sorte. Prosegue nella sua marcia. E’ una combattuta catabasi: nei quatto giorni successivi, il Comandante ed i pochi rimasti, tentarono tutte le strade per giungere a Longarone ma tutte erano ormai chiuse. Imboscate e piccoli scontri ne assottigliavano sempre di più il numero.

9 novembre.

 “… dopo un ultimo impari combattimento a Selis (alto Meduna), il generale Rocca raccolse intorno a sé tutti i  rimasti, meno il battaglione Val Ellero, che stava combattendo. Erano una trentina uomini con cinque prigionieri austriaci. Chiamò gli ufficiali e disse loro: “Signori, ho fatto quanto era possibile per porre in salvo gli avanzi della mia divisione. Il tentativo è fallito. Sciolgo gli ufficiali dal dovere dell’obbedienza. Ognuno si regoli come crede. Io mi do alla montagna per cercare di raggiungere da solo le nostre linee”

Salutati i presenti, si diresse verso il Canal Grande con il colonnello Murari, il suo attendente e un’ordinanza. Quattro in tutto. Quel giorno saltavano gli ultimi ponti sul Piave.

Il generale Krauss dichiarerà, più tardi, di essere stato costretto ad impegnare ben tre delle migliori divisioni della XIV armata contro le truppe delle Prealpi Carniche.

 

LE TRE BATTAGLIE DEL PIAVE

Ecco l’altra metafora: Vittorio Veneto fu vittoria facile contro un nemico stremato. E’ invece il risultato della metodica riorganizzazione dell’Esercito, durata un anno e del passaggio alla strategia e alla tattica difensiva. Sarà, ora, il nemico a sfiancarsi. Vittorio Veneto fu la sconfitta di  tre grandi offensive, che avrebbero dovuto buttarci a mare.

Il nemico non si ferma. E perché mai?

Lo Stato Maggiore austro-tedesco dopo un confronto acceso, al quale partecipa il giovane imperatore Carlo I, decide di insistere nell’avanzata modulata su tre momenti:

a)           superare il Piave;

b)            prendere  Venezia;

c)            dilagare nella pianura padana.

Vengono mantenute le tre colonne d’attacco già sperimentate: Conrad avrebbe attaccato sugli Altipiani; Krauss sul Grappa; von Below sul basso Piave. Falliscono tutti gli attacchi; unico successo: la costituzione di una testa di ponte, oltre il Piave, nell’ansa tra Zenson  e la Grave di Papadopoli.

 

LA  PRIMA BATTAGLIA DEL PIAVE 

9-10 novembre: la ritirata si conclude.

12 novembre: fine dei lavori di assestamento della linea di resistenza,  lunga 300 km., la metà della precedente e permette una maggiore densità di presenze, in uomini, armi e mezzi.

La difesa è incardinata a tre capisaldi principali, da nord a sud: l’Adamello, il Grappa e il Basso Piave. Gli italiani avrebbero retto?

Scrive Fisher: “Che, dopo simile disfacimento del morale militare, il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia.Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”.(13)

Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche da fuoco, siamo al 19 settembre 1917. (14) Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Lo stesso Foch pochi giorni dopo la prima battaglia del Piave, disse al generale Dall’Olio: “L’esercito italiano può resistere da solo sul Piave. Gli Italiani mi saranno grati un giorno di averli lasciati soli sul Piave a combattere gli austro-tedeschi”.(15)   Solo il Re a Peschiera aveva dichiarato la propria fiducia nel soldato italiano ma, senza la risposta dell’Esercito, tale affermazione sarebbe rimasta un moto dell’animo o un pio desiderio del Re soldato.

Il passaggio del Piave – Epitome della guerra degli Italiani

Siamo al momento cruciale. Qui precipita la fine militare dell’Aquila bicipite, che, però, avevano appena scalfito l’esercito austro-ungarico, difensore,  sostegno leale ed ultimo della Monarchia. Chi, come lo storico Antonio Gibelli, ha scritto che sconfiggemmo un esercito sbandato e che “…i toni trionfalistici con cui fu accolta e commentata l’offensiva italiana [Vittorio Veneto n.d.r.] erano fuori luogo, anche se comprensibili” (16) non ha voluto considerare l’effettiva situazione, ma si è perso dietro la moda, ormai costume mentale: gli italiani perdono anche quando vincono.

Noi non cadiamo in questo errore, ma nemmeno in quello opposto della rettorica.

Tutto era pronto per passare il Piave, ma quando?

22 - 25  ottobre.

Il fiume era impetuoso e in piena, ma ugualmente la X armata occupò della Grave.

 Notte del 25.

Trasporto di materiali e truppe sulla riva.

26 sera.

La piena inizia a scendere, il Comandante dell’VIII Armata ordina il gittamento dei ponti. Il nemico è tranquillizzato dalla piena. E’ il momento.

Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave.

“La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza.

Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria.

La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XXII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori già avanzati per gittare un ponte  e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”. (17)

Inizia la nostra anabasi.

27 mattina.

Gli italiani sono organizzati su tre teste di ponte da nord a sud: Pederobba:XII armata  107° reggimento francese, battaglione alpini Bassano e Verona, due compagnie della brigata Messina;

Sernaglia: VIII divisione d’assalto Zoppi, 57ª  Brigata Pisa e Mantova, divisione Cicconetti, Brigata Cuneo; Grave di Papadopoli: X armata, il XIV C.d’A. britannico, generale Babington, XI C.d’A. generale Giuseppe Paolini. Fallito il passaggio a Nervesa, parte dell’VIII Corpo e la 2ª divisione d’assalto erano rimaste al di qua del fiume.

Notte dal 27 al 28.

La piena aveva distrutto alcuni ponti. Il Genio Pontieri li ricompose solo per poco tempo, poiché l’artiglieria nemica  non solo era riuscita a distruggere gran parte dei primi, ma anche questi ultimi. Si trattava ora di proteggere i reparti rimasti isolati sulla riva tenuta dal nemico. Qualche aiuto venne dalla Aviazione, che lanciò viveri e munizioni. L’artiglieria d’Armata protesse le teste di ponte dal contrattacco nemico.

28 ore 12.

La situazione, per i nostri, si aggrava, ma il generale Vaccari non riduce il cuneo,  temendo che il generale Boroevič avrebbe impiegato, prima o poi, le sue otto divisioni di riserva, che costituivano il vero pericolo per i nostri  oltre il fiume.

Il Comando Supremo è in preda al panico, ma  fatta eccezione per gli ordini del Comandante dell’VIII, non pare che in questo momento ne vengano dati altri da parte del Comando.

Il campo avverso

Boroevič il 27 aveva capito che il nostro attacco risolutivo non era quello condotto sul Grappa e per questo era stato autorizzato a trattenere la 34ª divisione, la 10ª e la 43ª. In teoria le sue forze avrebbero potuto contrattaccare il 29, ma già la sera del 28, Boroevič fu costretto ad arretrare la propria difesa sulla seconda linea: Montica – Alture di Conegliano-Vittorio, Prealpi Bellunesi.

Non ci fu contrattacco per l’esiguità delle forze disponibili.

28 ottobre, ore 14.

Caviglia, convinto dalla necessità di far sentire alle truppe la vicinanza dei propri comandanti e quindi di riconoscerne moralmente il loro valore, indirizza alla sua Armata l’ordine del giorno che comincia così: “…Alle truppe tutte dell’armata sento il dovere di chiedere che mantengano il loro animo all’altezza della situazione.… E’ necessario che stanotte tutti i ponti siano nuovamente gettati… E’ l’Italia che l’ordina. Noi dobbiamo obbedire”.

Per le misteriose ragioni che governano l’animo umano, quelle parole colsero nel segno: soldati sfiduciati e isolati sulla riva opposta e truppe che non erano ancora riuscite a passare, nella notte, tra il 28 e il 29, gettarono tutti i ponti e il 29 costituirono il cuneo centrale separatore delle forze austro-ungariche da Val Mareno a Conegliano.

 

Il Re

A Sua Maestà il Re, che tutti i giorni passava nelle trincee del Montello qualche ora, e verso le 16 veniva a Villa Frova, il comandante dell’8ª  armata annunciò l’azione delle due Brigate del XVIII corpo, sicuro preludio della vittoria”.

29 ottobre, ore 23.

Il XVIII Corpo supera il canale Monticano ad est del Piave ed entra a Conegliano. 30 ottobre. Mattina

Anche la X Armata procede lungo il Monticano. Truppe del corpo d’armata d’assalto, oltre una cavalleria del XXII entrano a Vittorio Veneto La VI austro-ungarica è così spezzata dalla nostra manovra laterale. Boroevič capì che nemmeno l’impiego delle sue riserve avrebbe potuto ristabilire la situazione e pertanto emana l’ordine n. 1626 con il quale rinunciava ad ogni resistenza e si preoccupava di salvare  uomini e materiali. La resistenza del gruppo Belluno salva la Isonzoarmee dall’imbottigliamento.

30 ottobre. Sera

Alle ore13 del 30 ottobre, i bersaglieri prendono il ponte sul Piave e costringono gli austriaci a ritirarsi dal Basso Piave, liberando la strada per Livenza e l’Isonzo.

“La VI Armata austro-ungarica era scompigliata”.  Boroevič resisteva ancora sul Grappa. Contemporaneamente la  ISA, sul Monticano, sbarrava la strada alla X Armata; e sul Piave alla III.

Gli Imperiali

 “Il Comando del Gruppo Belluno [Feldzeugmeister Goglia]  aveva valorosamente ritardato fino all’estremo la ritirata dei difensori del Grappa. Quando si accorse che la via della loro salvezza stava per essere tagliata dalle Armate italiane, 12ª e 8ª, ordinò il ripiegamento. Così, al mattino del 31 ottobre, le truppe austriache lasciarono le loro linee tra Brenta e Piave, affidando a retroguardie la resistenza dei punti più forti, per ritardare l’inseguimento delle divisioni della IV armata”. (18)

31 ottobre

La nostra 7ª divisione della VII Armata, risale il Brenta sino a Cismon, contemporaneamente le avanguardie della VI Armata entrano a Feltre. Reparti della XII Armata giungono a Busche, dove  gli  austriaci avevano già fatto saltare il ponte sul Piave.

Il XXVII Corpo, generale Di Giorgio, non riesce a raggiungere il Cordevole “per mancanza di ponti”. Intanto il generale Vaccari occupava il Passo di Sant’Ubaldo, mentre il generale Grazioli prendeva il Passo di Fadalpo e si spingeva verso Ponte nelle Alpi. La sera del 31, il Gruppo Belluno, fatti saltare tutti i ponti sulla Livenza, tranne il ponte Fiaschetti, si ritira per la Val Cordevole.

La 2ª divisione di cavalleria, generale Emo Capodilista, punta su Pordenone seguono i battaglioni ciclisti che giungono a Maniago l’1 novembre.

L’inseguimento e la battaglia di Vittorio Veneto sono tecnicamente conclusi. La via per Vienna è aperta.

3 novembre

Alle ore 18 l’armistizio di Villa Giusti fissa il termine delle ostilità alle ore 15 del 4 novembre, e cosi stronca l’avanzata italiana verso l’Austria. Il generale Pecori-Giraldi entra a Trento e navi italiane entrano nel porto di Trieste,

4 novembre. Nostre navi entrano a Fiume, occupata nei giorni precedenti da truppe croate. Diaz firma il Bollettino della Vittoria.

10 novembre.

Il Re sbarca a Trieste

Solo il 17, nostre truppe sbarcarono a Fiume.

Epilogo

La Grande Guerra fu vinta dall’Intesa non sulle pianure di Francia ma sulle Alpi italiane.

 

(1) Seguiremo la traccia di due opere dello stesso Autore, il Maresciallo Enrico Caviglia, all’epoca generale, prima di corpo d’armata, il XXIV; poi d’armata, l’VIII.

La dodicesima battaglia - Caporetto, Ed. Mondadori, Milano XI 1933,  XII

Le tre battaglie del Piave, Ed. Mondadori, Milano, XI, 1934 XIII

(2) E. Caviglia, La dodicesima battaglia, pag. 67

(3) Cfr. Caviglia pagg. 118- 123 -133

(4) E. Caviglia, op. cit., Nota n. 1 a pag. 141 -144

(5) Guido Sironi, I vinti di Caporetto, pag 34, Editrice -Libraria  L. di .G. Pirola, cit, in Caviglia pag. 150

(6) Giorgio Bini Cima, La mia guerra, Ed. Corbaccio, Milano, in Caviglia, op. cit. pag. 151

(7) I particolari di questo assurdo comportamento sono descritti dal gen. Caviglia nell’All. 5 dell’op. cit. a pag. 298 – 299)

(8) Caviglia analizza l’intero movimento sino alla sera del 27 ottobre nell’All.1 nell’op. cit. pag 269-277

(9) Caviglia, op. cit. pag. 180. Nota 1

(10) Cfr.  I bollettini della guerra MCMXV – MCMXVIII, Ed. Alpes, Milano 1923;

(11) Documenti Diplomatici serie V, vol. IX Doc. n°. 310, I.P.Z.S. Roma MCMLXXXIII

(12) E. Caviglia, op. cit. pag. 199-20

(13) H. A. Ficher, Storia d’Europa, Ed. Laterza, Bari 1981, vol. III, pag. 401

(14) E. Caviglia, “La dodicesima battaglia”, pag 29

(15) E. Caviglia, Le tre battaglie del Piave, Nota 1, pag. 38

(16) Antonio Gibelli La grande guerra degli Italiani, Ed BUR 1998-2014, pag. 320 e seg.

(17) E. Caviglia, op. cit. pagg. 174-175

(18) E. Caviglia Le tre battaglie, pag 186

  

Se Atene piange, Sparta non ride

Se la regia, alla Scala, di Giovanna d’Arco ci ha fatto piangere (e non di commozione) la regia e scenografia della Carmen a Napoli non è stata da meno…anzi una tragedia!)

di Dora Liguori, Segretario generale dell’Unione degli artisti

 

Ieri, 13 Dicembre, è andata in scena a Napoli Carmen per la direzione di Zubin Metha e, dopo averla “eroicamente” vista e ascoltata … credo che non solo io ma in molti si saranno fatti una serie di domande del tipo: ma perché, senza rispetto alcuno per gli autori, si va a deturpare un’opera lirica sino a questo punto? Esiste a riguardo un controllo e una tutela avverso determinate, chiamiamole distruttive, contaminazioni di, comunque, opere dell’ingegno? E ancora: perché se uno deturpa una statua o un quadro di valore va in galera (forse) e se invece profana un’opera lirica (sia pure in maniera temporanea) consegnando di quest’opera un’immagine deformata agli ignari spettatori, non paga nulla anzi viene pagato? E poi: perché con tante belle voci italiane, i sovrintendenti e i direttori artistici delle Fondazioni liriche italiane continuano a tutti i costi a ingaggiare cantanti stranieri che, salvo eccezioni (leggasi Netrebko) quando va bene sono mediocri e se va male … inascoltabili? E alla fine esiste un controllo per quei sovrintendenti che, afflitti da endemica distrazione o meglio scarsa conoscenza degli spettacoli che vanno a programmare, non essendo in grado di formulare un giudizio qualitativo, finiscono col provocare quella che potrebbe essere soprattutto definita una distrazione di denaro pubblico?

Evidentemente non esiste. Infatti la prassi costante ci dice che peggio fanno e più confermati sono.

Pertanto, visto che certe tragedie sconfinano spesso nel comico, volendo raccontarvi cosa è successo sulle tavole del glorioso San Carlo, preferisco procedere avvalendomi di un pizzico di amara ironia; e lo faccio iniziando dai “colpevoli” maggiori, dicasi regista e scenografo.

A mio modesto avviso questi due signori, lo svizzero Finzi Pasca e Hugo Gargiulo incaricati rispettivamente di regia e scenografia, per motivi loro, prima di mettere mano all’opera avuta in affidamento, debbono essere passati, onde farsi venire una qualche ispirazione, da Salerno, ove “Vicienzo’a lampadina” (il già sindaco Vincenzo De Luca così affettuosamente chiamato dai salernitani) un giorno s’è svegliato ed ha deciso di illuminare, tipo festa paesana, tutta Salerno. E ciò con gran “sollievo” non solo del traffico cittadino ma anche delle incolpevoli e vetuste piante dei giardini salernitani che, come è risaputo, possono soffrire dei fili della corrente se inseriti fra i loro rami. Ma tant’è!

Questa mia presupposizione salernitana è tutt’altro che peregrina poiché risulta avvalorata dal fatto che l’elemento scenico, caratterizzante questa Carmen, era proprio una specie di portale di cattedrale addobbato con migliaia di lampadine. Pertanto: niente più tabacchificio e indolenti sigaraie (come ben commenta la musica di Bizet) ma una serie di signore, dal mestiere incerto, che si agitavano insieme ad un certo numero di popolani e militari, tutti rigorosamente in giallo canarino. Vista l’omogeneità del colore prescelto viene facile pensare che, pur non essendoci ancora i telefonini, quel giorno gli abitanti dell’intera città di Siviglia, passandosi la voce, avessero deciso, per motivi oscuri, di presentarsi in piazza tutti vestiti alla stessa maniera, ovvero in varie espressioni di giallo. E passi per i militari spagnoli che realmente, nella prima metà dell’ottocento, vestivano di giallo, ma gli altri?

Mistero!

Comunque, procedendo, il regista, non pago delle lampadine, ha fatto attorniare i cantanti, soprattutto Carmen, da determinati figuri che, dando un fastidio maledetto, agitavano lunghi cilindri fosforescenti del tipo mattarello. Una paralisi completa dell’ azione scenica.

L’utilità di questi aggeggi francamente sfugge (e non solo a me) ma volendone dare una chiave di lettura potremmo azzardare che: o il mattarello, dopo l’infausta Traviata scaligera, per determinati registi ha ormai assunto una simbologia di tipo forse onirico-sessuale, oppure che l’aggeggio voleva essere, per l’assonanza con il nome, un omaggio alla presenza in sala del Presidente Mattarella.

 Ancora mistero!

Passando ai poveri cantanti (per la cronaca la spagnola Montiel , l’americano Jadge e il greco Moriginas … a quando un lappone?) che dovevano muoversi in tale contesto è comprensibile capire come in quel tripudio di mattarelli fosforescenti apparissero alquanto spaesati; e se poi Carmen, nel sedurre don José, ha finito col metterci lo stesso entusiasmo con il quale si sarebbe servita del mattarello di cui sopra per stendere la pasta, la poveretta non aveva tutti i torti. Né poteva aiutarla il tenore, un don José, infagottato a sua volta in una palandrana che molto lo faceva assomigliare ai maggiordomi dei cartoni animati della Disney, e che ci ha trasmesso una presenza recitativa e scenica che rimandava a quella di un carciofo, magari anche belloccio, ma sempre carciofo era. Idem, più o meno dicasi per Escamillo.

Passando alla vocalità occorre ricordare che nell’opera chi affronta davvero rischi e pericoli è proprio don José in quanto la parte della protagonista, a parte la difficoltà interpretativa del più che complesso e sensualissimo personaggio, ha una tessitura vocale relativamente agevole. Infatti pochi ricordano che il personaggio di Carmen è stato tagliato più o meno su misura, da George Bizet, per la cantante Célestine Galli-Marié, la quale, più che un mezzosoprano, era un soprano privo di acuti e di note basse. Insomma una cantante di assoluta modestia vocale che in compenso possedeva, nonostante la piccola statura e nemmeno l’eccelsa bellezza, una tenuta scenica non comune. Insomma era una perfetta “macchina” da palcoscenico sprigionante sensualità da tutti i pori … al punto che a subirne fascino e conseguenze fu proprio Bizet.

Pertanto il musicista, mettendo in musica la novella di Prosper Mérimée, modellò la partitura della protagonista sulle possibilità della Galli-Marié (cosa non si fa per amore) mentre, fatalmente, nel personaggio di don José, finì col riversare il suo strazio e la sua gelosia essendo stato, come pare, respinto dalla cantante. Se poi a questo desolante quadro andiamo ad aggiungere l’insuccesso che il popolo parigino decretò all’opera, definita scandalosa (e non avevano neppure tutti i torti visto soggetto e ambientazioni), è facile comprendere come il sensibile Bizet non riuscisse a sopportare ben due rifiuti in fila. infatti, a tre mesi dalla prima, il musicista morì letteralmente di dolore.

Tutto questo per dire che non essendo Carmen un’opera con urgenza di cantanti stratosferici, sarebbero bastati degli italiani, persino alle prime armi, per dare una prova di certo superiore a quella data dal cast impegnato dal San Carlo. E infatti l’unica che ha recuperato dignità per lo spettacolo è stata proprio la splendida prova dell’italiana Eleonora Buratto che ha offerto al pubblico (nonostante l’orrido infagottamento a cui è stata soggetta) un’esemplare esecuzione di Micaela.

Infine, parlare di Zubin Metha è davvero difficile ma il direttore, pur raffinato e sempre attentissimo ai colori della partitura, di questa sua ennesima Carmen ha dato un’esecuzione, come dire, al “rallentatore”.

Tornando al regista, ebbene occorre ammetterlo, il meglio costui lo ha raggiunto allorché (a parte il monocolore dei costumi usato anche negli altri tre atti: bianco nero e rosso) la scena della montagna l’ha fatta restare illuminata da uno pseudo lampadario composto da lucette (sempre stile festa paesana) che, come tutti sanno, è appunto in uso … fra le montagne.

Che dire? L’impressione finale è la seguente: quale uomo in “servizio effettivo permanente” non ha sognato d’avere tra le braccia, almeno per una volta nella vita, una Carmen? Decisamente tutti! Ma, in quelle condizioni, ne sono certa, don José, tralasciando la fatale gitana, si sarebbe convinto a scappare con una tranquilla Micaela, lontana da mattarelli, simbologie varie e soprattutto registi.

 

P.S A proposito d’interrogativi irrisolti il San Carlo ha forse previsto di dare agli spettatori, magari mandandola a casa, una spiegazione logica sui mattarelli e sul giallo itterizia? Mah! Nel frattempo è stato il pubblico napoletano che ha mandato a regista e scenografo una buona dose di fischi. Ma questo sulla critica ufficiale forse non ne verrà data alcuna notizia poiché tutti, in Italia, tengono … famiglia.

TOTALITARISMO:–un regime del nostro tempo. La nuova edizione di un classico di Domenico Fisichella

di Domenico Giglio

Sono quasi quarant’anni dal 1976 quando uscì il volume “Analisi del Totalitarismo”, edito da D’Anna, opera di un giovane professore, Domenico Fisichella, allora titolare della cattedra di “Dottrina dello Stato”,  della Facoltà di Scienze Politiche, dell’Università di Firenze, intitolata a “Cesare Alfieri” che, studioso di scienze sociali e ministro di Carlo Alberto, era stato tra gli estensori e firmatari dello “Statuto” elargito dal Re.

Il libro, con la copertina raffigurante un celebre dipinto di Goya, “Il Colosso”, attirava l’attenzione, e dopo averlo letto, chiariva in maniera, possiamo dire definitiva, il significato di questo termine, ”Totalitarismo”, da non più confondersi con ”dittatura” o “regimi autoritari”, sia che fossero civili o militari. Questa analisi, effettuata con argomenti sviluppati con quel rigore scientifico che fin da allora costituiva il carattere dei lavori di Fisichella, ebbe un indubbio successo e le edizioni si susseguirono, con nuovi editori e con il titolo modificato in “Totalitarismo –Un regime del nostro tempo”.

Questa, appena uscita (editore Pagine s.r.l., Via Gualtiero Serafino 8 - 00136 Roma – euro 19,50), è praticamente l’ottava edizione, e come le precedenti si è via via arricchita di nuovo materiale, per tenere conto di successive vicende, quale il regime instauratosi in Cina, ma rimane ferma nella sua tesi originaria, ribadita nella copertina del nuovo libro, dove si vede la svastica e la falce e martello, e cioè che i due regimi veramente totalitari del secolo scorso furono il nazionalsocialismo hitleriano, che è opportuno scrivere per intero dato che nazismo non chiarisce il significato del movimento, ed il comunismo sia sovietico che, ad esempio, cambogiano, per indicare un regime dove il totalitarismo ha forse raggiunto il suo culmine.

Nella premessa alla nuova edizione, che costituisce fra l’altro un “titolo” che entra a far parte di una “Biblioteca di Storia e Politica”, Fisichella, che ne è il Direttore, giustamente rivendica l’importanza che ha avuto il suo studio, citando tutti gli autori che successivamente si sono riferiti in termini positivi al suo lavoro, e ribattendo a quei pochi che, specie per quanto riguarda il fascismo, non hanno condiviso la sua conclusione. Infatti in un “codicillo sul fascismo”, Fisichella non include questo regime tra quelli totalitari per la presenza in Italia della Monarchia, alla quale erano fedeli, nella stragrande maggioranza, le Forze Armate, una parte degli stessi fascisti, specie di provenienza nazionalista, ed i ranghi più elevati della Burocrazia, tra cui la Diplomazia e la Magistratura, come si vide nelle giornate che seguirono l’armistizio del 1943, e della Chiesa Cattolica, che, firmati i Patti Lateranensi, costituiva una imponente realtà con la sua struttura territoriale di base e specie con le sue organizzazioni studentesche, strenuamente difese, di cui il regime fascista doveva tener conto, nella creazione di quell’uomo “nuovo” al quale tendevano i regimi effettivamente totalitari.

 Prove tecniche di regime

Le mani del Governo sul Consiglio di Stato

di Salvatore Sfrecola

Si sente dire, uso questa espressione per carità di Patria nella speranza non sia vero, che il Governo avrebbe chiesto al Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, l’Organo di autogoverno di TAR e Consiglio di Stato, una rosa di cinque nomi tra i quali scegliere il prossimo Presidente del Consiglio di Stato, carica vacante da quando, alcuni mesi fa, Giorgio Giovannini si è dimesso per protesta nei confronti della decisione governativa di “sfoltire” il ruolo dei giudici amministrativi mandando in pensione anticipata un bel numero di essi, nell’ambito di un preannunciato “ricambio generazionale” che ha mandato a casa i più anziani senza contestualmente reclutare giovani.

È una decisione senza precedenti quella di cui si sente dire, perché i governi hanno fin qui seguito una prassi secondo la quale la norma, la quale prevede che il Presidente del Consiglio di Stato sia nominato con decreto del Presidente della Repubblica su deliberazione del Consiglio dei Ministri, “sentito” il Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, è stata costantemente interpretata come una designazione dello stesso Consiglio (tramite l’Organo di autogoverno) nel rispetto dell’autonomia della magistratura amministrativa, in un sistema normativo nel quale la deliberazione del Governo deve essere intesa solamente come una forma di adozione dell’atto di nomina, rimanendo la scelta assegnata all’Organo di autogoverno.

Il sistema della “rosa” di candidati lede a fondo l’autonomia della magistratura amministrativa in quanto introduce un sistema di scelta che attua una accentuata discrezionalità in favore del Governo assolutamente incompatibile con l’indipendenza della magistratura.

Sarà perché il Consiglio di Stato, dimostrando una spiccata indipendenza, ha in questi ultimi tempi adottato una serie di pronunce che hanno dispiaciuto il Governo arrivato a vette di improntitudine straordinarie, addirittura ritenendo irrilevanti l’effetto di talune pronunce “sgradite” del Consiglio in sede consultiva.

La richiesta di una rosa è un segnale che deve preoccupare tutti coloro che credono nell’indipendenza della magistratura (a breve sarà la Corte dei conti a rinnovare il suo presidente) e nel rispetto delle regole costituzionali sulla separazione dei poteri e sul principio di imparzialità, cioè di legalità, che permea l’assetto della Repubblica.

Ornai è evidente che il Presidente del Consiglio nutre fastidio per le regole della democrazia, come dimostra il fatto che ha inteso mortificare ripetutamente il Parlamento costretto a votare sulla base di mozioni di fiducia tutte le leggi che lo interessano, comprese quelle di conversione di alcuni decreti legge che hanno manomesso importanti regole del diritto, come quelle che riconoscono i diritti acquisiti, convalidati da pronunce della Corte costituzionale. Altro organismo inviso al leader che, infatti, non riesce a far eleggere i giudici costituzionali mancanti da tempo perché, a differenza di quanto è avvenuto fin qui con una equilibrata scelta delle varie forze politiche, vuole dalla sua parte tutti i giudici da eleggere, nel timore che una Consulta indipendente potrebbe riconoscere l’incostituzionalità di alcune delle riforme alle quali il Ministro Boschi ha affidato la sua notorietà nella storia del diritto italiano. E non a caso si sentono fare nomi di personaggi, Crozza imitando il Governatore della Campania, De Luca, li chiamerebbe “personaggetti”, i quali avrebbero conquistato il cuore del Presidente del Consiglio con una serie di favori dei quali anche si vanno gloriando nelle anticamere del potere.

Sono note le prepotenze dei governi. E sappiamo che sono sempre indice di intolleranza per le regole. Alle quali spesso ha messo ordine la magistratura. Per questo Renzi cerca di scegliersi il Presidente del Consiglio di Stato che più gli aggrada. Calcolo in ogni caso miope. Le magistrature si esprimono in forma collegiale, laddove il Presidente è soltanto un primus inter pares. Sempre che gli altri componenti del collegio abbiano la spina dorsale dritta.

11 dicembre 2015

 La “prima” alla Scala con una sconcertante (dall’ottica della regia) Giovanna d’Arco

di Dora Liguori, Segretario Generale dell'Unione degli Artisti

 

Un tripudio di osanna ha accolto la prima di Giovanna d’Arco, né poteva essere altrimenti, essendo risaputo che, quasi sempre, alla critica ufficiale viene impedito di  esprimere, sulle produzioni scaligere (e non solo su quelle), ciò che realmente pensa o meglio la verità su certi spettacoli (ammesso che esista poi una verità assoluta) che, a volte, meriterebbero di essere criticati … e come!

Infatti la verità spesso è diversa da quella che si racconta ed andrebbe onorata con più frequenza; ed è proprio rifacendomi a questa convinzione, e invocando quello che viene definito il diritto di libera espressione, che tento, senza presupporre l’infallibilità, di raccontare quelle che ritengo siano verità taciute. Forte quindi della mancanza di legami o soggezioni d’alcun tipo, procedo, davvero liberamente, a formulare alcune modeste considerazioni, come ovvio controcorrente e che, almeno così immagino, difficilmente verrebbero espresse sui giornali.

Per una volta debbo subito dire che la scelta di affidare alla Netrebko il ruolo principale di Giovanna è, più che felice, perfetta; tale da mettere persino in ombra, per maggiore corposità di voce dai risvolti anche caldi e passionali, la già mirabile interpretazione che di questo personaggio fece la mitica Montserrat Caballé. Infatti la Netrebko, giunta al culmine della sua maturità, oltre alla bellezza intrinseca della voce, è padrona delle mezze voci (che non sono insopportabili falsetti) e sa passare  all’emissione piena della voce con estrema naturalezza, senza fastidiosi cambi d’impostazione. Ma, detto questo, per una eccelsa Netrebko, quanti cani (e chiedo scusa ai cani, nobilissime creature) di stranieri ci rifilano le Fondazioni liriche italiane? Tanti! Senza parlare dei registi, anzi … per l’ occasione, sempre per onorare la verità, dobbiamo proprio parlarne.

Inutile aggiungere che anche gli altri cantanti, una volta tanto italiani, a partire dal bravissimo tenore Meli, al baritono Cecconi (in sostituzione di Alvarez), hanno dato davvero una grandissima prova; insomma un cast di tutto rispetto, compresa la puntuale direzione di Chailly, rispettoso dei tempi e delle volontà timbriche verdiane, ad iniziare dal famoso valzerino…tu sei bella etc.

Passando al difficile discorso della musica, e rifacendomi proprio al sopra citato valzerino (anticipatore delle streghe del Macbeth), occorre che io sottolinei come esso fu subito alquanto bistrattato, insieme ad altri momenti dell’opera, dalla critica dell’epoca (e spesso anche dall’attuale), e che invece ci consegna un Verdi che, dopo i successi di Nabucco, Lombardi ed Ernani, è ben intenzionato ad affrancarsi da Rossini e Donizetti (Bellini per rispetto lo evita sempre), e  lo fa proprio affidandosi a sistemi di apparente fragilità compositiva. Insomma è un Verdi che vuole imporre, a costo di sembrare persino puerile, il suo stile che è fatto di cose primitive, popolari ma sentite e che non teme neppure di apparire bandistico (come ben interpreta Chailly). Un compositore che, a conti fatti, pare voglia dire al pubblico: signori, io sono così: prendere o lasciare!

Ed io penso (anche se il mio pensiero non fa scuola) che è proprio il primo Verdi  quello che più lo rappresenta e che riesce, scrollati da dosso il macigno dei grandi del passato, a creare, con questo suo stile scarno, ma penetrante e pugnace, un modello compositivo nuovo, barbaro e delicato insieme: lo stile, appunto, inimitabile di Verdi!

L’ultimo, e comunque sempre immenso Verdi, ad iniziare da “Un ballo in maschera” (opera perfetta) risente (essendo stato messo in qualche modo in crisi da Wagner, anche se non lo ammetterà mai) del suo procedere ad una interiore ricerca di rinnovamento. E per farlo deve tradire se stesso. E comunque, quelli che compone, sono sempre dei bei tradimenti.

Detto questo passiamo ai punti dolens, ovvero alla regia a cura di due signori francesi (per fare certe “genialate” ormai ne paghiamo anche due): Leiser e Caurier.

Ma, prima comunque di esprimere qualsivoglia giudizio sull’impresa registica, perseguendo un minimo d’onestà, occorre subito che io ricordi come il libretto di Solera sia un guazzabuglio impossibile, tratto da un dramma di Schiller, ancora più impossibile; dove la verità storica sulla Pulzella di Francia va a farsi benedire (la verità non la Pulzella). Ebbene, pure con queste premesse, trasportare l’azione dell’opera dal quattrocento all’ottocento, come fanno i due francesi, facendo per giunta  agire i protagonisti in una specie di luogo claustrofobico che molto somiglia ad un manicomio, ce ne vuole!

Invece i due registi, con la scelta perseguita, proprio questo hanno proposto: svolgere tutto il complesso dramma dell’opera all’interno di una camera da clinica psichiatrica dove agiscono due matti, padre e figlia. Sin dalle prime note dell’incolpevole Verdi, i due poveretti ci appaiono infatti tormentati da gravi problemi psichiatrici, e cioé: Giovanna tra la schizofrenia e l’alcolismo e il padre, uno psicopatico da niente, pesantemente afflitto da turbe sessuali; senza contare il re (Carlo VII) tutto d’oro, tipo cioccolatino natalizio, che ogni tanto compare, evocato appunto dalle turbe della povera Giovanna che, visto che ci si trovava, oltre agli angeli e ai demoni, cercava di vedere, per rifarsi gli occhi, anche qualche bel campione maschile.

Il bello in tutto questo è che la musica di Verdi è tanto potente da oscurare anche questa altamente improbabile messa in scena.

Andando per ordine e ricercando un minimo di realtà storica, Giovanna d’Arco è una figura che ha avuto un destino, anche dopo la morte, assolutamente controverso, sia in terra di Francia che all’interno della religione cattolica. Infatti, alternativamente, la povera d’Arco, pur essendo nominata, dopo quattrocento anni di oblio, protettrice di Francia,  è stata, ed è, alternativamente odiata ed amata dalla destra e dalla sinistra francese, nonché odiata e dopo amata da un clero che prima la manda al rogo e poi la santifica.

Nella realtà Giovanna fu una specie di femminista “ante litteram” che, a fronte di uomini indecisi, essendo piena d’ira contro gli inglesi che offendevano il suolo francese (la sorella era stata stuprata ed uccisa da costoro), decide, in possesso di un certo geniaccio per la guerra (con o senza voci di supporto), di prendere l’iniziativa e assumere il ruolo di generale, o meglio di condottiero, della truppa francese; così riuscendo nell’impresa di prima sconfiggere gli inglesi e poi far incoronare, a Reims, quell’insulso di Carlo VII.

Il re, come spesso avviene, la ricambiò, non intervenendo a sua salvezza, neppure  quando, fatta prigioniera dagli inglesi, fu condannata, dal clero locale, per stregoneria e messa al rogo in quel di Rouen.

Non si sa per quale follia, di queste realtà storiche, Solera (male indirizzato dal dramma di Schiller) non tiene conto e ci consegna un Carlo VII (che nella realtà aveva ben altro da fare con l’amante in carica Agnes Sorel) addirittura innamorato della povera Pulzella. Messa in questi termini la vicenda, pur sempre eroica di Giovanna, diviene nelle mani dei due registi francesi, un pasticcio di deviazioni a sfondo sessuale, ove la protagonista, forse afflitta da alcolismo all’ultimo stadio (patologia mentale che porta a vedere e sentire delle voci) tenta di barcamenarsi fra sesso e fervor di religione e patria, mentre un improbabile, per non dire osceno genitore, in mezzo a tutto quel cas …. di francesi, inglesi, re e quant’altro, non si chiede cosa stia facendo di grande la figlia ma è tormentato da un solo, come direbbe pulcinella, “pusillibus”: Giovanna sei  pura e vergine?  

Come dire che il corpo di Giovanna gli appartiene!

“Bellissimo” concetto e neppure tanto antiquato poiché ciò che di terribile ancora passano le donne al mondo viene ispirato proprio da questo principio per cui, a mio modesto parere, l’unica cosa azzeccata della regia avviene quando, sempre inseguendo il principio di una simbologia psichiatrica, in scena appare addirittura Yeschu’a (il vero nome di Gesù in ebraico) per consegnare a Giovanna la sua croce.

Ebbene si, sarò anche una femminista, ma è vero che le donne portano troppo spesso la croce!

Alla fine, che dire? Da un punto di vista registico, questa Giovanna, è meglio di una Traviata che stende col mattarello le tagliatelle o di una Sonnambula che abortisce  (con tanto di sangue in scena) mentre canta “Ah, non credea mirarti” (il pubblico ha subito anche ciò), ma è pur sempre, almeno per i miei gusti, una mancanza di rispetto verso il musicista che ha creato l’opera e che, con ogni evidenza, per taluni, viste le manipolazioni, ne sapeva meno di tutti.

 

P.S. Ho scritto queste note, sulla Giovanna d’Arco di Verdi, in ricordo di mio marito Elio che molto amava quest’opera e della quale, insieme, molto abbiamo discusso. Infatti i nostri litigi, per la maggior parte, fortunatamente, quasi sempre riguardavano argomenti di tipo storico e musicale. Sul primo Verdi eravamo, però, d’accordo.

Le tasse sulla seconda casa ingiuste e dannose per l’economia

di Salvatore Sfrecola

Ha ricevuto molti consensi su Facebook qualche mia considerazione sulla tassazione delle seconde case che nella vulgata del governo e dei partiti sarebbe giusta perché quelle abitazioni rappresenterebbero un “indice di ricchezza” e comunque assicurerebbero congrue entrate agli enti locali. Di tutto questo è vera solamente quest’ultima affermazione. In effetti i comuni marittimi o montani si rifanno sulle seconde case tassandole pesantemente per recuperare quelle risorse che non provengono più dai trasferimenti erariali. Ugualmente mi è stato fatto osservare concedono licenze edilizie solo per incassare

Sennonché le seconde case, a valutare nella sua realtà il fenomeno, sono tutt’altro che un indice di ricchezza. In primo luogo perché il più delle volte sono modeste abitazioni, anche quando pomposamente definite “villette”, ereditate dai nonni e dai padri che di quelle località marittime collinari e montane sono originari. Case mantenute soprattutto per motivi affettivi per brevi vacanze estive invernali o nei fine settimana. Inoltre, proprio per essere poco utilizzate e comunque in ragione delle località nelle quali sono collocate abbisognano di costose e continue manutenzioni le quali attivano lavoro per artigiani locali, muratori, idraulici, giardinieri, che alleviano difficoltà dei residenti spesso costretti ad “arrangiarsi” proprio con quei lavoretti saltuari assicurati dalla manutenzione delle seconde case.

Oggi la tassazione scoraggia la disponibilità di una seconda casa. Il mercato è fermo, come attestano le agenzie immobiliari. Inoltre quelle case non si vendono per cui spesso sono abbandonate, con effetti negativi anche sull’economia degli enti locali interessati i quali avrebbero, invece, da un’espansione degli immobili notevoli incentivi per tutte le attività commerciali, dai ristoranti alle attività artigianali che fioriscono dovunque in Italia, preziosa risorsa delle comunità.

Inoltre la presenza di seconde case favorisce l’aggregazione di amici con effetti sollecitatori di ulteriori iniziative locali che gli enti locali attivano attraverso ricorrenze della loro storia, sagre paesane ed altre attività, comprese