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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

Quando a Caporetto ritrovammo l’orgoglio nazionale*

di Salvatore Sfrecola

 

Pochi nomi di località che si ricordano per importanti scontri armati hanno la forza evocativa di Caporetto, la cittadina, oggi in Slovenia (Kobarid), nell'alta valle dell'Isonzo, sulla riva destra del fiume, tra Tolmino e Plezzo, dove si combatté tra il 24 ottobre e il 27 novembre 1917, quando le truppe italiane, sconfitte, dovettero abbandonare migliaia di chilometri quadrati di suolo patrio e ritirarsi oltre il fiume Piave. Una sconfitta grave, definita anche “rotta”, “disfatta” o “catastrofe”, con uno strascico di polemiche e di recriminazioni che ancora oggi impegnano molte pagine nei libri di storia, alla ricerca delle responsabilità di quel tragico evento che fece temere per la tenuta dell’Esercito e per la stessa sopravvivenza del Regno, del quale era stato appena celebrato (1911) il cinquantenario della sua costituzione.

E da allora “una Caporetto”, nel linguaggio comune, evoca un fatto negativo gravissimo, una sconfitta senza rimedio.

Tuttavia quella battaglia perduta non pregiudicò l’esito della guerra che per noi ha rappresentato il momento conclusivo del Risorgimento, “visto che aveva finalmente completato l’unità del paese, facendo coincidere i confini naturali della penisola con quelli politici” (A. Ventrone, Prefazione a L. Falsini, Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta, Donzelli, Roma, 2017, VII). Anzi, immediato fu il risveglio delle migliori energie, della politica, delle nostre Forze Armate e dell’intero popolo italiano. Fu “uno scatto di orgoglio nazionale” (P. Milza, Storia d’Italia, Corbaccio, Milano, 2006, 785). Cambiarono molte cose. Tutto quello che doveva cambiare da tempo. Dai rapporti tra il Governo ed i vertici dell’Esercito che, con un nuovo Comandante generale, Armando Diaz, divenne più moderno nell’organizzazione e credibile nelle modalità d’impiego, anche agli occhi dei governi e degli Stati Maggiori alleati che furono convinti, a Peschiera, dove erano stati invitati dal Re con un telegramma del 6 novembre, della validità della ipotesi di resistenza sul Piave. Presenti Painlevé , Lloyd George (che ce ne ha lasciato la cronaca), ministri ed alti esponenti delle forze armate alleate, Vittorio Emanuele III, parlando in inglese e francese, tenne un rapporto che gli guadagnò “il rispetto di tutti per la chiarezza e franchezza con cui fece il punto della situazione, realisticamente e senza retorica. Elencò le cause del disastro citando anche la “falla morale”, ma senza attribuirla alla propaganda disfattista, cui infatti non credeva (e lo aveva già detto ai nostri generali). Garantì la capacità di resistenza dell’Esercito escludendo perentoriamente qualsiasi ipotesi di crollo nazionale. “Alla guerra si va – disse – con un bastone per darle e con un sacco per prenderle”. Gli alleati rimasero colpiti dalla sua fermezza, e concessero gli aiuti richiesti: sei divisioni francesi e cinque inglesi, che avrebbero collaborato col Comando italiano” (I. Montanelli – M. Cervi, L’Italia del Novecento, Rizzoli, Milano, 1998, 40). Per il Sovrano il valore del soldato italiano non era in discussione, come il sentimento patriottico della maggioranza degli italiani nell’ora difficile che il Paese viveva. Lloyd George “ne rimase impressionato” (M. Silvestri, Caporetto, - Una battaglia e un enigma, RCS, Milano, 2014, 235). Il suo ruolo fu determinante nel richiamare l’impegno di ciascuno, senza retorica, tanto che cancellò dal proclama, che il Presidente del Consiglio Vittorio Emanuele Orlando gli aveva preparato, l’incipit enfatico che non era nel suo stile (“Una immensa sciagura ha straziato il mio cuore di italiano e di Re”). Invece esordì: “Italiani, siate un esercito solo!”

Tornava in prima linea alla testa del suo popolo in armi per combattere contro il “nemico storico”, come avrebbe scritto di lì a poco Luigi Einaudi solitamente sobrio nella sua prosa.

Le cause della disfatta, perché di questo si tratta, come denuncia la conta dei caduti e dei prigionieri, la vastità delle terre perdute e il numero dei profughi, furono essenzialmente militari, come fu evidente di lì a breve anche dalle risultanze della Commissione d’inchiesta. Cause individuate nella inadeguatezza della catena di comando, della organizzazione dell’esercito e della conduzione delle operazioni su fronti difficili, fino a sottovalutare i segnali evidenti di una imminente offensiva austro-tedesca provenienti da varie fonti (non solo dai disertori che potevano apparire inviati ad arte), tanto che sia il Generale Capello che il Re ne informarono Cadorna in quei giorni in licenza. Dal 4 ottobre, infatti, il Generale era a Villa Carmenini (Vicenza) essendo “molto scettico” sulla ipotesi di partecipazione germanica all’offensiva nemica in preparazione e che, a suo giudizio, si sarebbe concretizzata in primavera: “passiamo così l’inverno”, dice al Colonnello Gatti (da Caporetto, 250-251, richiamato da P. Melograni, La storia politica della grande guerra 1915/1918, Laterza, Bari, 1969, 395). Era la cultura delle guerre dell’800 che si combattevano nelle stagioni buone.

Fu sottovalutato anche il significato di un iniziale cannoneggiamento la mattina del 21, caratterizzato da tiri isolati ma con obiettivi precisi, come osservò il Re nel corso delle sue ispezioni al fronte, riferendone a Cadorna. Forse per saggiare la nostra capacità di reazione, preludio del massiccio bombardamento che sarebbe iniziato alle 2 del 24 ottobre. Durò cinque ore ed anche di questo fu sottovalutata la finalità. “Nulla di importante” commentò il Generale Badoglio, uno dei tanti errori di percezione delle intenzioni del nemico. Invece, il fuoco delle batterie aveva determinato una piccola breccia (eppure Luigi Cadorna, per storie familiari, di brecce si doveva intendere!) che aveva consentito ad un battaglione di alpini del Wüttemberg di penetrare alle spalle delle nostre linee per una decina di chilometri. Insomma, mentre le vedette erano state invitate a tener conto di quanto poteva accadere in alto, sulle montagne dalle quali secondo il Comando supremo il nemico avrebbe eventualmente attaccato, questo aveva scelto di percorrere indisturbato il fondovalle. L'operazione l'aveva condotta un giovane tenente destinato ad una gloriosa carriera militare, Erwin Rommel, che in ventiquatt’ore aveva fatto 30 mila prigionieri e occupato le preziose posizioni del Kuk e del Kolovrat perdendo, tra morti e feriti, appena una trentina di uomini.

            Ad Udine, sede del Comando supremo, nessuno si era accorto di quanto stava accadendo. Cadorna se ne rese conto solamente quando le avanguardie nemiche giunsero in vista della città che, infatti, fu abbandonata. Non aveva un quadro esatto della situazione anche per le difficoltà dei collegamenti telefonici con i comandi dispersi o posizioni precipitosamente abbandonate. Infatti non erano stati previsti piani di ritirata, che comunque fu ordinata in ritardo lasciando in mano al nemico migliaia di soldati (350.000 tra morti feriti e prigionieri) e oltre 400.000 sbandati all’interno ed un ingente quantità di armi, cannoni, mortai e mitragliatrici, depositi di munizioni, automezzi e strutture preziose dell’apparato logistico. Senza contare il dramma delle popolazioni civili, un milione circa di profughi, l'abbandono della case, delle aziende, degli animali. Con un arretramento di oltre 100 chilometri, la perdita del Friuli e di parte del Veneto, fino a mettere a rischio la stessa Venezia che, infatti, si pensò di abbandonare. Solamente la III Armata del Duca d’Aosta si era sganciata con ordine dal nemico. La II Armata del Generale Capello era “ridotta a una torma di fuggiaschi” (I. Montanelli – M. Cervi, cit. 35) che creava ulteriori problemi alle truppe in ritirata, intasando le vie di comunicazione, in particolare i ponti, così impendendo un deflusso ordinato delle unità in ripiegamento. Mancavano le carte e nessuno aveva da indicare percorsi alternativi.

Niente colpa dei disfattisti, dunque, e dei soldati ai quali Luigi Cadorna aveva voluto addebitare la responsabilità della sconfitta denunciando, in un comunicato del 28 ottobre, nel pieno della battaglia, la “mancata resistenza di reparti… vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico”, un giudizio a dir poco sconveniente “sconcertante e clamoroso, vien di aggiungere vigliacco, per il modo in cui il massimo comandante delle truppe italiane, che in tre anni di conflitto ne aveva determinato addestramento, strategie e posizionamento, rifiutò di assumersi qualsiasi responsabilità della catastrofe in corso. Talmente grave fu il suo passo che il governo a Roma cercò subito di censurarlo, ma con poco successo, visto che la prima versione del documento era già stata resa pubblica” (L. Cremonesi, Da Caporetto a Baghdad, la Grande Guerra raccontata da un inviato dei conflitti di oggi, RCS, Milano, 2017, 269).

Un atteggiamento dagli effetti devastanti sul morale delle truppe già pesantemente colpite proprio dall’evidente insufficienza del Generalissimo. E fu comunque uno sconquasso nel Governo e nell’Esercito che comportò la revisione totale nel rapporto tra la classe politica e combattenti ed anche un nuovo modo di gestire i rapporti con la truppa, così restituendo al soldato italiano quello spirito combattivo che era stato mortificato dalla conduzione precedente improntata alla tecnica di combattimento che Luigi Cadorna aveva teorizzato fin dall’inizio della guerra. In Attacco frontale e ammaestramento tattico, un volumetto, che riproduceva una circolare del febbraio 1915, nella quale immaginava combattimenti all’arma bianca e cariche di cavalleria (un’arma uscita di scena già cinquant’anni prima con la guerra civile americana). Il Generale dimostrava di non essere adeguato ai tempi (anche se, va detto, era in buona compagnia soprattutto per quanto riguarda i comandanti francesi). Di quel testo scrisse un autorevole critico militare, Aldo Valori: “è terrorizzante pensare ch’esso abbia servito sul serio di base alle operazioni offensive di un esercito in una guerra moderna”. Assalti inutili all’arma bianca ed inadeguata gestione delle artiglierie. Inanellando una serie di combattimenti spesso inutili che avevano sollevato vivaci proteste, represse duramente dai tribunali militari dinanzi ai quali venivano portati quanti percepivano gli errori dei comandi. Per non dire delle decimazioni o di altre forme di punizione

Cambiò tutto con Armando Diaz, un ufficiale che si era formato più che sul campo di battaglia negli Uffici dello Stato Maggiore, anche se da Colonnello nella guerra di Libia si era distinto al comando del 93° reggimento rimanendo ferito e nel 1917 era al comando del XXVI Corpo d’Armata. Aveva una visione moderna della guerra, della organizzazione delle Forze Armate e delle esigenze della truppa. Il Re lo aveva osservato e lo stimava, come ricorda Gioacchino Volpe riferendo di una battuta del Sovrano nel luglio 1917, dinanzi ai monti Kuk e Vodice, sul fronte della II Armata, quando, indicando al suo seguito Diaz pronunciava parole che sono state definite giustamente “profetiche”: “questo generale un giorno potrà servire” (P. Gentile, Vittorio Emanuele III, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014, 17). Riservato “lontano da ogni esibizionismo, naturalmente portato a guidare gli uomini tenendo conto delle loro esigenze e delle loro opinioni”. Erano doti che “in un preciso momento storico valsero a segnalarlo come il migliore candidato ad assumere il comando dell’esercito dopo la fallimentare esperienza dell’autoritario e accentratore Cadorna” (C. Rosso, Armando Diaz, Il Sole 24 Ore, Milano, 2014,13). “Sobrio nel gesto e ordinariamente parco di parole; lavoratore attivissimo, ma non frettoloso, anzi ordinato, preciso e spesso anche minuzioso” (C. Rosso, ivi, 16), le sue caratteristiche principali erano “l’equilibrio, la duttilità, l’umanità coniugata alla fermezza, la laboriosità, la precisione, il senso del dovere e del servizio” (C. Rosso, ivi, 17). Proprio quel che serviva nel momento drammatico di una sconfitta che, se non affrontata a sangue freddo, come il Re, che “anzi non lo aveva mai perso” (I. Montanelli – M. Cervi, ivi, 39. E da allora i due agirono all’unisono. Il Generale si consultava quotidianamente con il suo Re, cosa che non era stata nelle abitudini di Cadorna.

Subito favorì licenze dal fronte, dialogo con le famiglie e diede luogo ad un riordino dei comandi con una strategia nuova che, non solo diretta all’attacco, tenesse conto della necessità di una difesa articolata e di quel coordinamento, che, in particolare, era mancato a Caporetto, secondo le valutazioni di Lloyd George e del Maresciallo Foch (D. Mack Smith, Storia d’Italia dal 1861 al 1997, Laterza, Bari, 1998, 366), quando i comandi non avevano neppure immaginato che potesse verificarsi la necessità di un ripiegamento, qualunque ne fosse l’occasione.

Caporetto è un nome fatale. Ma la storia insegna che spesso le più gravi sconfitte sono capaci di risvegliare l’orgoglio di un popolo, specialmente quando divenuto finalmente tale dopo che nel corso dei secoli gli era stato negato il diritto di avere uno stato nei confini naturali della sua straordinaria geografia e che non parlasse tedesco, francese o spagnolo.

21 aprile 2017



* Sintesi di una relazione prevista per il prossimo Convegno organizzato a Milano dal Prof. Michele D’Elia sul tema “profilo della Grande Guerra degli Italiani”

 

 

 

La riforma dei gradi sfascia i militari

di Salvatore Sfrecola

 

“Dimmi, Tu saresti dunque come Armando Diaz?” Guardando le spalline argentee sulle quali spiccano le tre stellette di Generale di Corpo d’Armata mi è venuto spontaneo il ricordo del Duca della Vittoria, che aveva condotto il Regio Esercito al successo del 4 novembre 1918. Uno sfottò che sapevo di potermi permettere. Infatti quel mio carissimo amico non comanda un Corpo d’Armata, che non c’è. Ed ha un incarico “a latere” nell’Esercito.

Lo spunto, l’avranno intuito i lettori, per parlare di quel che si sente dire e ha scritto, su questo giornale Francesco Bonazzi: “La Pinotti promuove 13.000 ufficiali. Alla “truppa” resteranno le briciole”. Non vogliamo soffermarci tanto sui costi   (quasi un miliardo per i primi tre anni, poi 400 milioni a regime) ma gli effetti sul funzionamento dell’apparato militare. E si intuisce immediatamente che così non può andare, se avremo più generali degli Stati Uniti che arruolano uomini e donne in misura molto maggiore dei nostri.

Non è una novità in Italia. Per dare ai dipendenti pubblici, un migliore trattamento economico, giusta aspettativa specialmente dopo anni di blocco degli stipendi, si promuovono. Si è fatto sempre così, per i civili e, di recente, anche per i militari. Così aumentano i dirigenti, ai quali si deve trovare una collocazione funzionale, che s’inventa dividendo precedenti uffici. Lo stesso è avvenuto per gli ufficiali assegnati a funzioni collegiali o di staff. Con conseguenze disastrose per il buon funzionamento delle strutture interessate nelle quali i ruoli, le qualifiche ed i gradi corrispondono a posizioni organizzative funzionali al perseguimento degli obbiettivi istituzionali, in rapporto alla dislocazione sul territorio ed alla consistenza delle unità, la sezione o la divisione, la compagnia, il reggimento, la brigata e via dicendo. Per restare ai militari, per i quali i gradi rendono più evidente la loro corrispondenza all’articolazione della Forza Armata, è evidente che il numero degli ufficiali di un certo grado non può superare in modo significativo il numero delle strutture cui quel grado si riferisce. Se, ad esempio, ad una Compagnia è ordinariamente preposto un capitano, non vi possono essere più ufficiali di quel grado di quante siano le compagnie. Così per i reggimenti, le brigate e via discorrendo. È evidente la necessità di ufficiali con incarichi di coordinamento e di staff, aiutanti maggiori o di bandiera e via discorrendo, ma devono essere previsti i numeri di queste posizioni.

La questione è gravissima sotto un profilo funzionale. Un’amministrazione di dirigenti non funziona, come non funziona un esercito di generali. Quale la soluzione? Semplicissima. Il decorso del tempo esige necessariamente l’aumento del trattamento economico per soddisfare evidenti esigenze delle persone e delle loro famiglie. Si riconoscano quei miglioramenti ma permanga la qualifica o il grado se non si giustifica, dal punto di vista dell’efficienza della struttura, l’aumento del numero delle qualifiche o dei gradi. Questa esigenza è trascurata dagli interessati i quali si sentono soddisfatti dal rivestire una qualifica o un grado superiore, per nulla preoccupati che questi non corrispondano alle effettive funzioni di un tempo. L’effetto? Politico, prima di tutto. Il divide et impera, che per gli antichi romani assicurava il potere ai capi della Repubblica e dell’Impero, oggi garantisce alla classe politica la prevalenza sulla burocrazia civile e militare attraverso la parcellizzazione degli incarichi che diventano espressione di un ruolo sempre meno rilevante a fronte dell’autorità di governo. In questo modo i funzionari, civili e militari, prendono soldi ma perdono potere. Che non è attribuito nell’interesse della persona ma del buon funzionamento dell’apparato. Loro non se ne danno carico, soddisfatti che la qualifica o il grado dia lustro al biglietto da visita e niente più.

Un esempio eloquente. Alcuni anni fa, nel 2001, fu istituito presso la Presidenza del Consiglio il Dipartimento Nazionale per le politiche antidroga, affidato al Prefetto Pietro Soggiu, una straordinaria personalità, già Generale di divisione della Guardia di finanza, con compiti di prevenzione ad ampio raggio, dalla famiglia alla scuola. Si ritenne necessario far confluire in quella struttura la Direzione centrale del Ministero del lavoro che si occupava di tossicodipendenze e di famiglia. Stupì molto, quando si predispose il provvedimento, che fosse composta da 11 persone, oltre al dirigente generale. La denominazione di quella direzione era consegnata in un numero di parole nettamente superiore a quello degli addetti. Evidentemente istituita per creare un posto dirigenziale. Al tempo di Monsù Travet, che i lettori più anziani certamente ricorderanno, se ne sarebbe occupata una sezione. Ricordate Carlo Campanini l’impiegato con le “mezze maniche” ossequioso nei confronti di un quasi invisibile Cavaliere, Capo Sezione? Mai veniva nominato un direttore generale.

Per concludere a proposito della “carriera a sviluppo dirigenziale”, con progressione automatica al passare del tempo, che il Governo si appresta a varare. Qualcuno certamente dirà che è così anche per i magistrati. Con una differenza di non poco rilievo. I giudici in un collegio fanno tutti lo stesso lavoro, qualunque sia l’anzianità. Non è così per i funzionari civili ed i militari. Perché un capitano comanda una compagnia ed un colonnello un reggimento. E trasformare una sezione in una direzione centrale è inevitabilmente l’inizio dello sfascio. E i quadri, la fascia intermedia, quella che un tempo si chiamava carriera direttiva? Nessuno ne parla. Non interessa ai sindacati ed al potere politico. Ma sono la struttura portante dell’Amministrazione.

(da La Verità, 18 aprile 2017, pagina 18)

 

 

Requiem per un Imperatore defunto*

di Domenico Giglio

 

Che Vienna, nel 2016, centenario della morte di Francesco Giuseppe, abbia dedicato numerose mostre ed esposizioni allo stesso ed alla sua epoca, cominciando da Schonbrunn, il palazzo dove era nato il 18 agosto 1830 ed era mancato la sera del 21 novembre 1916, è logico ed opportuno, trattandosi dell’Imperatore che vi aveva regnato per 68 anni, dal lontano 2 dicembre 1848 e che vi fu sepolto nella Cripta dei Cappuccini, sepolcreto degli Asburgo dal 1633, il successivo 30 novembre, cripta che dette il titolo ad un celebre romanzo storico di Joseph Roth ed il rituale per accedervi fu a sua volta ricordato da Franz Werfel nel suo “Nel crepuscolo di un mondo”.

Questo ricordo, doveroso per gli austriaci, per cui le poste dell’attuale repubblica austriaca hanno dedicato un francobollo commemorativo del centenario della morte dell’ Imperatore, non vorremmo fosse occasione, in Italia, specie nei territori che appartennero all’impero asburgico, per analoghe celebrazioni, per cui nel rispetto della memoria storica e con spirito sereno, permeato di pietà cristiana, riteniamo necessario ripercorrere la lunga vicenda terrena di questo principe, particolarmente con riferimento alle vicende del nostro processo unitario ed anche per smitizzare una versione e visione edulcorata data in alcuni film, continuamente ripetuti nelle varie reti televisive, della sua giovinezza e del matrimonio, molto meno felice di quanto non appaia nella versione hollywoodiana.

L’ascesa al trono di Francesco Giuseppe, nel dicembre 1848, dopo l’abdicazione praticamente imposta all’ Imperatore Ferdinando, che visse poi in serenità a Praga fino al 1873, e l’altrettanto forzata rinuncia del padre, l’Arciduca Francesco Carlo, coronava gli sforzi che la madre, la bavarese arciduchessa Sofia, aveva fatto, perché questo suo figlio primogenito fosse imperatore, cominciando dalla sua educazione fin da bambino.

Purtroppo il momento della assunzione all’ impero non era dei più felici, perché da mesi Vienna e l’Ungheria tutta, erano in rivolta contro l’assolutismo asburgico, impersonato dal Metternich, anche con eccessi come la barbara uccisione del Ministro della Guerra, il vecchio conte Latour, raggiunto nei suoi uffici, massacrato e poi appeso ad un lampione ! Rivolte, quasi rivoluzioni represse a Vienna dalle truppe comandate dal maresciallo Von Windish-Graetz, ed in Ungheria, con l’intervento ancora peggiore, dell’esercito mandato dallo Zar Nicola I, in virtù dei principii della “Santa Alleanza”, truppe che avevano avuto ragione dei ribelli, così che questo giovane di diciotto anni, saliva su di un trono macchiato di sangue, cancellando quella Costituzione che Ferdinando, aveva, forse a malincuore concessa. Ed in Ungheria, dopo il vittorioso intervento russo, aprendo un solco parzialmente riempito solo dopo un ventennio, un generale austriaco, Haynau, già tristemente noto in Italia, nel 1848, per la sua repressione, che gli aveva meritato il titolo di “jena di Brescia”, fucilava ed impiccava ad Arad, ben 13 generali ungheresi e 114 altri militari, le cui domande di grazia erano state respinte, come avverrà pure nel 1852 per la domanda di grazia per il patriota e sacerdote, Enrico Tazzoli, reo di un delitto di opinione, impiccato poi a Mantova nel dicembre.

Questo, mentre un altro giovane di 28 anni, Vittorio Emanuele II, salito al trono il 3 marzo 1849, dopo una sconfitta militare, in quel di Novara, aveva mantenuto la bandiera tricolore e soprattutto aveva conservato quello Statuto, concesso dal padre Carlo Alberto, con i relativi ordinamenti parlamentari che l’Austria avrebbe conosciuto solo nel 1867. Interessante questo parallelo tra un governo, quello del Regno di Sardegna, con l’intensa attività parlamentare e governativa nel decennio dal 1849 al 1859, mentre nell’Impero d’Austria, vigeva un regime assolutistico, da stato di polizia, così che da una parte si affermava il liberalismo di Cavour e dall’altra, mancato nel 1852, il principe di Schwarzenberg, campione del dispotismo, non emergeva nessuna personalità di valore che indirizzasse l’Imperatore, di per sé digiuno di esperienza politica e poco amante di letture, verso le necessarie riforme.

Così, quando nel 1854, scoppiò quella che fu chiamata “Guerra di Crimea” con Francia, Regno Unito, Impero Ottomano, unite contro l’Impero Russo, l’Austria rimase neutrale, con grande amarezza e delusione dello Zar Nicola I, che riteneva fosse un dovere di Francesco Giuseppe, appoggiare militarmente la Russia, in ricordo e ricambio dell’aiuto ricevuto per debellare la rivolta ungherese, mentre proprio in questa vicenda si inserì abilmente Cavour, fortemente appoggiato dal Re, mandando un corpo di spedizione in Crimea, che gli dette così l’opportunità di partecipare, unico rappresentante di uno stato italiano, al Congresso di Parigi nel 1856 e denunciare la situazione dell’Italia, ponendo le basi di quell’accordo con Napoleone III, definito due anni dopo a Plombieres. E peggio ancora si comportò l’Austria, cioè l’Imperatore che, nel 1859, addirittura lasciando all’oscuro il proprio Ministro degli Esteri, il conte Buol, inviò il 23 aprile il famoso “ultimatum” al Regno di Sardegna, seguito il 27 dalla dichiarazione di guerra, che fece scattare la clausola dell’alleanza “difensiva” con l’Impero di Napoleone III, che così in tal modo poté intervenire militarmente in aiuto al Piemonte, portando alla vittoria, insieme con Vittorio Emanuele II, le truppe franco-piemontesi.

Questa inesperienza di Francesco Giuseppe, anche di conoscenze dirette dell’impero, avendo fatto un solo viaggio nel 1845 a Venezia ed in Dalmazia (dove in un disegno si vede una insegna, con la scritta in italiano, “Osteria”), fu pagata cara, perché non bastava da una parte il coraggio personale, di cui aveva dato prova nel 1848, ancora arciduca, nel combattimento di Santa Lucia ed il senso del dovere e dell’ordine, l’amore e l’inclinazione al lavoro, che rispettò fino all’ultimo giorno e che ne fecero il primo impiegato dell’impero, quando invece sarebbe stato necessario lo spirito d’iniziativa e decisioni rapide e nette, confermando un vecchio giudizio di Napoleone che “l’Austria arrivava sempre troppo tardi sia con l’esercito che con le idee”. E sempre nel 1859 l’infelice scelta, quale comandante dell’esercito austriaco che doveva invadere il Piemonte, del maresciallo Gyulay, anziché dell’Hess, costrinse Francesco Giuseppe, dopo i primi insuccessi, ad assumere personalmente il comando delle truppe, venendo sconfitto a Solferino e San Martino, perdendo la Lombardia, assegnata al Regno di Sardegna.

Le incertezze riguardavano anche la politica interna oscillante tra centralismo e federalismo e dominavano la politica estera austriaca relativamente al problema dell’unità germanica e del ruolo di comando nella Confederazione Germanica, per cui, anche in questo caso Francesco Giuseppe fu abilmente giuocato da Bismarck, il potente cancelliere del Regno di Prussia, che nel 1866 lo spinse a mobilitare per primo, senza che l’esercito fosse pronto e forzando il riluttante, ma fedele, generale Benedeck, ad assumerne il comando, con il risultato di essere travolto dai prussiani di Moltke a Sadowa, perdendo definitivamente il primato tra gli stati tedeschi, che così passava dai cattolici Asburgo ai luterani Hoenzollern, ed il Veneto, assegnato al Regno d’Italia, alleata della Prussia, in quella che per noi è considerata la Terza Guerra d’Indipendenza, però con un confine quanto mai infelice, tra Italia ed Austria, con il Trentino incuneato tra Lombardia e Veneto e ben lontano da Trieste. Inoltre l’Austria e quindi l’Imperatore, a cui era demandato anche il più piccolo problema, dettero prova dopo la guerra, di ingratitudine nei confronti dell’ammiraglio Tegetthof, il vincitore di Lissa e del Benedeck, sulle cui uniche spalle fecero ricadere la sconfitta di Sadowa.

In questi anni si inserisce l’amara vicenda del fratello Massimiliano, quel fratello che nominato Vicerè del Regno Lombardo – Veneto, nel 1857, aveva cercato di riconciliare con l’ Impero gli abitanti del Regno, sollecitando inutilmente Vienna a liberalizzazioni e riforme, per cui inascoltato era partito sulla carducciana “fatal Novara”, lasciando il Castello di Miramare, con le sue “…bianche torri, attediate per lo ciel piovorno…”, per salire al trono di Imperatore del Messico, dopo essere stato obbligato dal fratello, prima di partire, a firmare l’atto di rinuncia al trono austriaco, per finire poi fucilato il 19 giugno 1867 a Queretaro, mentre pochi giorni prima, l’8 giugno, Francesco Giuseppe con la moglie, la bavarese Elisabetta, il cui fascino aveva colpito gli ungheresi, erano incoronati a Budapest, Re d’Ungheria, dando così origine e consacrazione a quella che da allora fu definita “duplice monarchia” e l’Impero “Austro- Ungarico”. Ed il successivo 18 agosto, a Salisburgo, si celebravano solennemente i 37 anni dell’Imperatore, presente anche Napoleone III, con la moglie Eugenia, a cui non rimordeva la coscienza di aver spinto Massimiliano all’avventura messicana, praticamente lasciandolo solo ed indifeso quando aveva ritirato e reimbarcato per la Francia, il corpo d’armata francese comandato da Bazaine.

E questo 1867 fu anche importante perché finalmente l’Impero si dotava di una Costituzione, con il suo parlamento, il Reichsrat, costituzione che avrebbe regolato teoricamente la vita politica austriaca fino al 1918, ma come commentarono diversi storici in realtà lo Stato era in balia dell’arbitrio burocratico sotto la maschera del costituzionalismo, anche quando fu concesso il suffragio universale maschile ed il parlamento raggiunse i 507 deputati, con 233 seggi previsti per i tedeschi e 255 per gli altri gruppi slavi, mentre solo 19 erano assegnati alle minoranze italiane, tra i quali ricorderemo il socialista, ma irredentista, Cesare Battisti ed il cattolico Alcide De Gasperi. Questa ridotta presenza italiana era il frutto della politica, messa in atto dopo le nostre guerre d’indipendenza, che avevano dato all’Italia la Lombardia ed il Veneto, malgrado la “Triplice” stipulata nel 1882, di favorire croati e slavi, fomentando la loro avversione nei confronti degli italiani, modificando ad esempio i collegi elettorali in modo da ridurre o far scomparire la rappresentanza italiana che nel 1848 era maggioritaria in Dalmazia e totale in Istria.

L’accenno alla incoronazione a Budapest di Elisabetta Regina, ci fa soffermare sulla figura di questa consorte di Francesco Giuseppe, principessa bavarese, sposata a 16 anni, per libera scelta del giovane Imperatore, contravvenendo alla volontà della madre che aveva invece scelto per lui, la sorella maggiore di Elisabetta, la principessa Elena. Matrimonio effettivamente d’amore da parte imperiale, che le fu fedele per tutta la vita, che la assecondò in tutti i suoi desideri, che le scrisse sempre lettere affettuose, non considerando la relazione, in età più tarda, con l’attrice Caterina Schratt, relazione nota ed anche favorita dalla stessa Elisabetta. Diverso invece l’atteggiamento della giovane Elisabetta, oppressa fin dall’inizio del matrimonio dal rigidissimo cerimoniale asburgico, di origina spagnola, soffocante per una giovane abituata ad una vita libera a contatto con la natura, in una famiglia senza dubbio di origine regale, essendo un ramo cadetto della dinastia dei Wittelsbach, ma non schiava delle forme. Non potevano essere due caratteri più differenti e lontani fra loro, con esigenze diverse ed anche con passioni diverse dai viaggi che videro Elisabetta andare da Madera a Corfù, per finire tragicamente a Ginevra, all’amore della poesia, particolarmente Heine, mentre è noto lo scarso interesse culturale di Francesco Giuseppe, tra l’altro poco disponibile ad accettare i progressi tecnici dal telefono, alle automobili e alle attrezzature ginnastiche e balneari che amava invece la consorte. Questo distacco di Elisabetta dai suoi doveri di Imperatrice va ad esempio confrontato, non certo a suo vantaggio, con il ruolo che quasi negli stessi anni veniva svolto in Italia, a favore dell’unità nazionale dalla Regina Margherita, oggi quasi sconosciuta e dimenticata, nei viaggi nella penisola ed in tutte le manifestazioni ufficiali, sempre a fianco del marito, il Re Umberto I, di cui pure conosceva e perdonava certe debolezze!

Amante della poesia Elisabetta era ella stessa poetessa ed ora dopo oltre un secolo dalla morte le sue poesie riscoperte recentemente sono state pubblicate in un libro curato dalla storica viennese Brigitte Hermann e tradotte anche in italiano, che aprono, come sottolineato dallo storico Waldimaro Fiorentino, che ha recensito questo libro, uno scenario incredibile sui veri sentimenti della imperatrice, smitizzandone il personaggio, perché le sue poesie “sulla famiglia Asburgo e sulla politica imperiale degli anni Ottanta sono a volte spietate, addirittura provocatorie” e di questa spietatezza è prova, ad esempio, una poesia dove dice: “voi amati popoli di questo vasto impero, in gran segreto io vi ammiro tanto, perché col sudore e col vostro sangue, nutrite generosi questa schiatta depravata”, cioè gli Asburgo. E da queste poesie si comprende chi avesse ereditato il carattere ribelle, libertario, repubblicaneggiante di Elisabetta e cioè proprio il figlio, l’Arciduca ereditario, Rodolfo, che, appena trentenne, non compreso anche lui dal padre, gli inferse la ferita più dolorosa con il suicidio in quella alba tragica del 29 gennaio 1889 a Mayerling. Così, più tardi Francesco Giuseppe, dopo la morte di Elisabetta avvenuta il 10 settembre 1898, pare abbia detto che nulla nella vita gli era stato risparmiato, mai pensando a quanto sarebbe avvenuto a Serajevo sedici anni dopo!

Tra tanti eventi non certo positivi, si arrivava, grazie finalmente ad un uomo politico audace e spregiudicato, l’ungherese Andrassy, nel 1878, dopo il Congresso di Berlino, che poneva un punto fermo alla storica inimicizia tra gli Imperi Russo ed Ottomano, il congresso da cui l’Italia seppe solo uscire con le “mani nette”, alla assegnazione all’Impero Austro-Ungarico, della Bosnia-Erzegovina in amministrazione fiduciaria, che nel 1908 sarebbe divenuta annessione, rafforzandolo nei Balcani e dando inizio a quel lungo periodo di pace . Periodo di cui si giovò l’intera Europa, ma particolarmente l’Impero asburgico, per la parte economica e per lo sviluppo industriale, anche se nel suo interno crescevano le rivalità delle nazionalità componenti questo grande insieme multietnico, di oltre cinquanta milioni di abitanti, ed apparivano degli spunti antisemita. In questo scenario la figura di Francesco Giuseppe, fotografato in centinaia di occasioni diveniva simbolica e quasi carismatica, assurgendo ad elemento unificatore, anche se negli ambienti più qualificati culturalmente e politicamente si capiva che il mantenimento dello “status quo” non solo non risolveva i problemi, ma lentamente li aggravava e quindi non bastava a fermare il declino la ripetuta immagine dell’ Imperatore, ancora alto, snello e sempre elegante nelle sue divise, sia nei balli di Corte che nelle riviste militari od anche a caccia che era forse la sua unica passione oltre il lavoro di ufficio. Ed in tutte queste manifestazioni e nelle sue vacanze nei territori dell’Impero, sembrava essere vicino al popolo, anche se riservava la stretta della sua mano solo all’alta nobiltà! E di questa sterile nostalgia c’è chi si nutre ancor oggi in varie parti dell’ex impero, meno in Austria, tranne forse il Tirolo.

In questo periodo di pace, che permetteva anche al giovane Regno d’Italia, di consolidarsi all’interno e di trovare il suo ruolo nel concerto europeo delle grandi potenze, quando Europa voleva dire il Mondo, sia Vittorio Emanuele II, nel 1873 ed Umberto I, nel 1881, si recavano in visita a Vienna, visite ricambiate da Francesco Giuseppe a Venezia, non volendo venire a Roma, dove il Pontefice non riconosceva l’annessione all’Italia, considerando i cattolici Savoia, come usurpatori. Nasceva così in Italia, il problema dell’irredentismo, con la relativa reazione anti italiana, da parte austriaca, con punte di frizione come quando il triestino Guglielmo Oberdan(k), per un presunto possibile attentato all’Imperatore veniva impiccato nel 1882, malgrado la domanda di grazia presentata dalla madre e gli appelli di numerose personalità tra le quali Victor Hugo . In questa ed in altre occasioni il governo italiano, considerando l’alleanza difensiva conclusa con gli Imperi Germanico ed Austro-Ungarico, si comportò sempre con estrema correttezza nei confronti degli alleati, come quando Giolitti, Presidente del Consiglio, nel 1911, fu costretto a censurare l’ode di Gabriele d’Annunzio, ”La Canzone dei Dardanelli”, in quanto “ingiuriosa verso una potenza alleata e verso il suo sovrano”, censura da cui derivò il vero e proprio odio del poeta per Giolitti, culminato nel 1915, in quanto nella canzone Francesco Giuseppe era indicato come “…angelicato impiccatore, l’angelo dalla forca sempiterna..” e l’Austria come “…la schifiltà dell’aquila a due teste, che rivomisce come l’avvoltoio, le carni dei cadaveri indigeste…”.

Nessuno in tutto questo periodo voleva una guerra e realisticamente il Regno d’Italia pensava a soluzioni diplomatiche per la soluzione degli italiani irredenti, se non fosse intervenuto il 28 giugno del 1914, a Serajevo, capitale della Bosnia –Erzegovina, l’attentato e la morte dell’Arciduca ereditario, Francesco Ferdinando, e della moglie morganatica Sofia Chotek, ricordati, anche loro, nel centenario del triste evento, incredibile a dirsi, dalle poste della repubblica austriaca, con l’emissione di un “foglietto”, contenente due francobolli con i loro ritratti ! Francesco Ferdinando, nipote di Francesco Giuseppe, in quanto figlio del fratello minore dell’ Imperatore, succeduto nella linea ereditaria, dopo la morte dell’unico figlio maschio, l’arciduca Rodolfo, era uomo dal carattere deciso come aveva dimostrato anche nel caso del suo matrimonio con una nobile di modesto rango, che non sarebbe mai potuto diventare imperatrice, né i suoi figli ereditare il trono, ed era di temperamento autoritario, diverso da quello dello zio. Ed aveva progetti di ristrutturazione dell’impero per dare spazio a boemi e slavi, cambiandone completamente il volto e frenandone la dissoluzione. Questo assassinio all’inizio, oltre allo sdegno, non aveva generato particolari reazioni, ma fu successivamente preso a motivo, da parte della classe dirigente militare e politica, più austriaca che ungherese, per dare al Regno di Serbia, considerato mandante dell’attentato e da alcuni definito “il Piemonte dei Balcani”, una solenne lezione, dimentichi che sugli slavi ortodossi esisteva l’alta protezione del’ Impero Russo. Così si ripeteva l’errore dell’ultimatum del 1859 e si metteva il vecchio, ottantaquattrenne, Imperatore, quasi di fronte al fatto compiuto.

In effetti Francesco Giuseppe non era più per le guerre, ricordando Solferino, con le migliaia di morti e feriti, lui che lì era stato presente, ma “ingravescente aetate”, non aveva più sufficiente energia per opporsi ai suoi sconsiderati ministri, che arrivavano anche ad affermare fatti inesistenti, per cui, con la stanca mano appose la firma alla dichiarazione di guerra alla Serbia, mai pensando che con quella sottoscrizione avrebbe dato inizio a quella che fu poi definita “Prima Guerra Mondiale” e posto fine non solo al suo impero, ma a tutto il principio monarchico predominante in una Europa che al momento vedeva solo tre repubbliche, Portogallo, Svizzera e Francia, e dopo avrebbe visto proprio l’Austria proclamare la repubblica e la decadenza della sua Casa e cadere altri tre imperi, germanico, russo ed ottomano, tutti, anche loro, sostituiti da repubbliche, cambiando così l’aspetto geopolitico ed istituzionale dell’Europa.

 

* È il testo integrale di un articolo pubblicato da Storiainrete nel fascicolo di gennaio 2017 con l’eliminazione di alcune frasi e la modifica del titolo che l’Autore ha voluto in questa sede ripristinare.

 

Bibliografia

Elisabetta d’Austria, “Diario poetico”, a cura e prefazione di Brigitte Harman, ed. MCS, Trieste

Eugenio Bagger, “Francesco Giuseppe”, ed. Mondadori, 1929

Francois Feito, “Requiem per un Impero defunto”, ed. “Il Giornale”, 1990

Franz Werfel, “Nel crepuscolo di un mondo”, ed. Mondadori, 1950

Gabriele d’Annunzio, “Merope”, ed. Il Vittoriale degli italiani, 1943.

Joseph Roth, “La marcia di Radetzki”, ed. Adelphi, 1987

Joseph Roth, “La cripta dei Cappuccini”, ed. Adelphi

Nora Fugger, “Gli splendori di un impero”, ed. Mondadori

Stefan Zweig, “Il mondo di ieri”, ed. Mondadori, 1946

Waldimaro Fiorentino, “Nessuna nostalgia ….”, da “Il sole -24 ore” del 12 agosto 1995 ed altri articoli

Waldimaro Fiorentino, “La prima guerra mondiale”, ed. Catinaccio, 2015

 

 

Il finto aiuto di Stato agli invalidi

Poco dignitoso e tassato due volte

di Salvatore Sfrecola

 

Il fisco ingiusto non è una novità nel Paese delle mille gabelle, al punto che, per sfuggire ad una tassazione predatoria, quanti possono, sempre più spesso si trasferiscono all’estero, dai pensionati agli imprenditori. Tra i tartassati sentono particolarmente l’ingiustizia del fisco coloro che sono affetti da una “grave e permanente invalidità o menomazione” e pertanto devono sostenere, oltre a spese mediche spesso molto costose, oneri di “assistenza specifica” e di “assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana”. Si tratta di condizioni di drammatica sofferenza che il fisco tratta con straordinaria trascuratezza delle esigenze di queste persone e dei loro familiari.

Parliamo delle spese sostenute da “persona handicappata” che l’art. 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104 (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate) definisce al comma 1 come “colui che presenta una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione”. Con la precisazione (comma 3) che “qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, la situazione assume connotazione di gravità”. E, pertanto, assicura  “priorità nei programmi e negli interventi dei servizi pubblici”.

Ebbene, nonostante la “connotazione di gravità” che, peraltro, com’è ovvio non è solamente “correlata all’età”, dal reddito complessivo di queste persone, l’art. 10, lettera b) del Testo unico delle imposte sui redditi (T.U.I.R.) consente siano deducibili “le spese mediche e quelle di assistenza specifica nei casi di grave e permanente invalidità o menomazione”. Per assistenza specifica s’intende la collaborazione infermieristica, mentre per i “badanti” (cioè “gli addetti all’assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compimento degli atti della vita quotidiana”, così si esprime l’art. 15, lettera 1-septies, del T.U.I.R., dall’imposta lorda si detrae una somma pari al 19% delle spese sostenute per un importo non superiore a € 2.100, cioè 399 euro. Sempreché il reddito complessivo non superi i 40.000 euro. È la vergognosa negazione di un diritto fondamentale, quello ad una condizione di vita appena dignitosa. Infatti, alla persona non autosufficiente un “badante” (oltre vitto e alloggio) non costa meno di 1.000 euro al mese, in sostanza 13.000 l’anno, compresa la tredicesima mensilità, esclusi i contributi (autonomamente detraibili fino all’importo di 1.549,37 euro, come si deduce del comma 2 del richiamato art. 10 del T.U.I.R.). Ora non è dubbio che si tratti di una gravissima discriminazione a carico di chi soffre una difficile condizione personale, perché viene tassato un reddito che l’invalido trasferisce ad altro soggetto il quale, sussistendone le condizioni, dovrà fare la propria dichiarazione dei redditi. In sostanza quella somma viene tassata due volte, in quanto reddito dell’invalido e del badante.

Si consideri, inoltre, che l’invalido il quale “si fa assistere” in proprio non grava, come avverrebbe se fosse ricoverato in una struttura accreditata, sul bilancio del Servizio Sanitario Nazionale. Parliamo, in particolare, degli invalidi totali, non autosufficienti che di una assistenza continua non possono fare a meno.

Giustizia, quella giustizia che la gente istintivamente capisce anche quando non ha fatto studi giuridici, dovrebbe portare naturalmente alla conclusione che la paga del badante debba essere integralmente dedotta dal reddito imponibile dell’invalido “datore di lavoro”. Una strada che va perseguita e che sarà tentata con ricorso al Giudice Tributario perché si pronunci sulla rilevanza e la non manifesta infondatezza della irragionevolezza della normativa che abbiamo richiamato e ne deferisca l’esame alla Corte costituzionale, anche sotto il profilo della disparità di trattamento rispetto a soggetti ai quali, in sede di determinazione del reddito imponibile, il fisco consente di escludere somme trasferite ad altri soggetti d’imposta, come avviene, ad esempio, per le paghe dei dipendenti ai fini della determinazione del reddito d’impresa. Si dirà che le paghe dei lavoratori sono funzionali all’esercizio dell’attività imprenditoriale perché il lavoro è uno dei fattori della produzione. Ma al fondo la ragione è la stessa che reclamano gli invalidi: non va considerata nel reddito imponibile una somma trasferita ad altro soggetto. Che, quando compensa una prestazione lavorativa destinata ad assicurare l’“assistenza personale nei casi di non autosufficienza nel compiere gli atti della vita quotidiana” va a soddisfare una necessità di assoluto valore morale e civile.

Non si tratta, infatti, un’attività facoltativa, come quella della collaborazione domestica, ma di una necessità che, come detto, è finalizzata a consentire ad un invalido di vivere dignitosamente. Né va trascurato che una normativa la quale assicurasse la deducibilità delle paghe dei badanti farebbe emergere il “nero” che, nel settore, si stima molto elevato, con conseguente recupero di gettito prodotto e ignoto al fisco da persone che, risultando prive di reddito, potrebbero anche trarre vantaggi da questa condizione per fruire di servizi negati a quanti, nelle stesse loro condizioni, ma con normale contratto di lavoro, risultano titolari di un reddito che li danneggia, ad esempio, nelle graduatorie per gli asili nido o per un alloggio di edilizia popolare.

Inoltre è evidente che in una famiglia nella quale vive una persona affetta da gravi invalidità, quando all’assistenza provvedano genitori e fratelli questi sono costretti ad abbandonare o ridurre significativamente il lavoro. Una situazione di disagio comprensibile a tutti che, per altro verso, determina conseguenze che un buon amministratore della cosa pubblica non può trascurare: per il minore apporto alla società e all’economia che ne deriva.

A margine delle considerazioni svolte sul tema della imposizione fiscale a carico di persone gravemente handicappate non si può trascurare che una società la quale non riconosce i diritti dei più deboli è intrinsecamente ingiusta. Ed è un memento per quanti, a livello politico, tra Ministero dell’economia ed Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale, si fanno promotori di proposte dirette a colpire i pensionati pensando di “rivedere” pensioni di reversibilità e di invalidità, attraverso modifiche di modalità di identificazione dei diritti come l’ISEE, quell’indicatore che serve per valutare e confrontare la situazione economica dei nuclei familiari che intendono richiedere una prestazione sociale, uno strumento certo necessario ma che nella realtà del nostro Paese, troppo spesso favorisce i furbi i quali riescono molto bene ad aggirarlo.

(pubblicato da La Verità, 13 aprile 2017, pagina 11)

 

 

 1867 - il vero 150° dello Stato

l'Italia tra le grandi potenze*

di Aldo A. Mola

 

Lo Stato d'Italia compie tra poco il vero 150° del suo ingresso nella Comunità internazionale. Oggi il Paese è in affanno, disorientato, quasi sfarinato. Perciò va ricordata quella data. L'11 maggio 1867 il marchese Emanuele Tapparelli d'Azeglio rappresentò il Regno alla firma del Trattato di Londra che chiuse il contenzioso sul Lussemburgo: una vertenza apparentemente minima, in realtà gravida di storia. Il Granducato era “la Gibilterra del Nord”: un ammasso di fortificazioni erette nei secoli per sbarrare la strada all'invasione dall'una o dall'altra sua parte. Napoleone III aveva tentato di comperarlo dal regno dei Paesi Bassi, come nel 1768 la Francia di Luigi XV aveva fatto con la Corsica, venduta a Parigi dal genovese Banco di San Giorgio. Ma la Prussia gli tagliò la strada. La frizione sprigionò scintille. L'Europa era appena uscita dalla guerra del 1866 tra l'impero d'Austria e la coalizione italo-prussiana che all'Italia fruttò il Veneto. La diplomazia ebbe la meglio sulle armi, che - aveva insegnato Clausewitz - ne sono la prosecuzione. Era il “secolo della pace” che, tra l'una e l'altra “guerra di teatro”, tutte circoscritte per territorio e numero di vittime, durò dal Congresso di Vienna del 1815 alla conflagrazione europea del 1914.

Giocando d'iniziativa e di sponda tra il 1859 e il 1860 Vittorio Emanuele II di Savoia coronò il sogno di tanti patrioti: un regno unitario dalle Alpi alla Sicilia. Non era tutto. Mancavano il Triveneto e Roma. Ma anche ai più audaci l'elezione di una Camera nazionale nel febbraio 1861 parve un miracolo, come in opere magistrali ricorda Domenico Fisichella, storico e politologo insigne, designato Premio alla Carriera dal 50° Premio Acqui Storia. Il 14 marzo 1861 il Parlamento proclamò Vittorio Emanuele II re d'Italia. Dunque era fatta? No, perché sia per le persone sia per gli Stati non basta “dirsi” qualcosa, bisogna “esserlo”, occorre ottenere il riconoscimento: battesimo, iniziazione, consacrazione...

La demolizione del Sacro Romano Impero da parte di Napoleone I abbatté nell'Europa centro-occidentale il principio in forza del quale il potere regio discende da quello imperiale: ora erano le Nazioni a dare corpo agli Stati. La Russia continuò a fare storia a sé, perché, come Terza Roma, non riconosceva alcuna autorità al vescovo di Roma che per un millennio aveva benedetto Pipino e consacrato Carlo Magno e i suoi successori. Il 17 aprile 1861 il Parlamento deliberò che il sovrano avrebbe firmato leggi e decreti come “re d'Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione”: la Tradizione venne fusa con la “rivoluzione”, del resto già alla base dello Statuto promulgato nel regno di Sardegna il 4 marzo 1848 da Carlo Alberto di Savoia, che proclamò i cittadini uguali dinnanzi alle leggi e la libertà dei culti, caso unico nell'Italia dell'epoca, mentre nel regno delle Due Sicilie (rimpianto da Pino Aprile, da Fabio Andriola inopinatamente elevato a paladino della “verità”, quasi sia lo scopritore della plurisecolare “questione meridionale”) vietava ogni religione diversa dalla cattolica apostolica romana, là praticata in forme superstiziose: e non per caso l'abate di Montecassino, Luigi Tosti, si schierò per l'unità d'Italia, come Carlo Passaglia e tanti insigni teologi ed ecclesiastici.

Ma, appunto, nella storia non basta dirsi, bisogna farsi accettare. Dopo la proclamazione, il Regno d'Italia venne riconosciuto dalla Gran Bretagna (che così lo sottrasse all'abbraccio di chi lo confondeva con una qualunque contessa di Castiglione), dalla Svizzera, dalla Grecia (che fu sul punto di avere re il secondogenito di “Monsù Savoia”, Amedeo, duca d'Aosta) e dagli Stati Uniti d'America. Gli altri Paesi, spocchiosi, rimasero a guardare. Quasi nessuno credeva che l'Italia sarebbe divenuta uno Stato vero. A tarparne il volo erano mazziniani, federalisti (pochi e irrilevanti), papisti e nostalgici dei regimi abbattuti e sconfessati dai plebisciti che nel 1860 unirono col voto l'adesione alla corona sabauda di Ducati padani, Granducato di Toscana, Emilia e Romagna, Umbria, Marche, Sicilia e Province napoletane. In alcune di queste divampò il “grande brigantaggio”, alimentato da carenza di senso dello Stato, sorretto dall'estero e direttamente dallo Stato pontificio che gli parò le spalle. Fu una partita tanto difficile e dura quanto necessaria. Checché ne capiscano i nostalgici del trapassato remoto, appunto alla Pino Aprile, l'Italia era il ponte tra la Gran Bretagna, l'India e l'Estremo Oriente. Potate per linee ferrate dal Mare del Nord al Mediterraneo settentrionale, dai suoi porti (Genova, anzitutto) le merci avrebbero puntato, via nave, verso il Canale di Suez ormai in costruzione. Il mondo cambiava celermente nell'età dei cavi telegrafici sottomarini, del gioco di borsa, dei grandi traffici e della seconda età coloniale che in pochi decenni portò l'Europa a dominare l'80% dell'Africa e, con metodi sbrigativi, la Cina (anche tramite la guerra dell'oppio), l'India, l'Afghanistan, per trarne risorse e senza la pretesa infantile di esportarvi la democrazia. Era l'età studiata da Karl Marx, secondo il quale senza ammodernamento (industrializzazione e accumulazione del capitale) non sarebbe mai giunta la liberazione del lavoro dalla mercificazione. Rispetto ai Paesi da più tempo uniti, organizzati e dotati di una dirigenza capace di pensare “in grande”, l'Italia era arretrata, malgrado i Congressi degli scienziati (1839-1847), la prima statistica del regno (1861) e le ancora balbettanti Esposizioni nazionali. Ben vennero quindi i riconoscimenti del neonato Regno da parte del Portogallo (il cui re aveva sposato Maria Pia, figlia di Vittorio Emanuele II), dell'impero ottomano e dell'Olanda (1861). L'impero di Russia e il regno di Prussia lo riconobbero solo nel luglio del 1862, proprio quando Garibaldi organizzò la spedizione contro il papa (“Roma o morte”), rischiando di far annientare la credibilità di uno Stato sorto non per suscitare disordini ma per concorrere alla pace europea. Il 25 giugno 1863 la Danimarca accreditò il suo rappresentante presso il re d'Italia. La Spagna si decise solo il 12 luglio 1865, quando capì che era del tutto vana la speranza di restaurare l'evanescente Francesco II di Borbone. Vittorio Emanuele II, di gran lunga superiore al ritratto che ne fa Adriano Viarengo nella biografia ora edita da Salerno, per unire l'Italia aveva generosamente sacrificato non solo la Savoia e l'italiana Nizza ma anche Torino quale capitale: meritava credito. Lo stesso anno il regno fu riconosciuto da Brasile, Messico e dal cattolico Belgio. Mancava il tassello finale. Con la pace di Vienna (3 ottobre 1866) l'Austria aveva sì ceduto il Veneto, ma a Napoleone III, che a sua volta lo “trasferì” alla Corona d'Italia: accordo ratificato dal Parlamento italiano il 13-16 aprile 1867.

Il corpo diplomatico italiano, guidato da patrioti di alto talento quali Alfonso La Marmora e Pompeo di Campello e da ambasciatori di prim'ordine come Costantino Nigra e Isacco Artom, cresciuti alla scuola di Cavour, raggiunsero la meta: l'Italia fu accolta alla Conferenza di Londra del maggio 1867. Fu la sua prima volta: “ultima fra le grandi potenze” si disse con sorriso ironico. Ma le sue potenzialità erano chiare agli osservatori stranieri. Volente o nolente il Mondo Nuovo doveva passare per l'Italia. Perciò non le erano più consentiti colpi di testa, come la spedizione garibaldina dell'ottobre-novembre 1867 contro il papa-re. Del resto, pochi giorni dopo la Conferenza di Londra lo sfortunato Massimiliano d'Asburgo, aspirante imperatore del Messico, mandato allo sbaraglio da Napoleone III, fu arrestato a Querétaro dagli sgherri di Benito Juárez, che lo fece fucilare, su procura degli USA.

I veri frutti dell'ingresso del Regno d'Italia nella Comunità internazionale si colsero tre anni dopo, quando il governo Lanza-Visconti Venosta-Sella-Castagnola frenò ogni tentazione di scendere in guerra contro la Prussia a fianco di Napoleone III e, nella “finestra” aperta con la sconfitta dell'imperatore a Sedan, corse a Roma per chiudere la “questione” che teneva inquieto il Paese e l'Europa intera. Nei giorni fatali del 19-20 settembre 1870 Pio IX venne “vegliato” dagli ambasciatori di Paesi luterani ancor più che da quelli cattolici, perché era in gioco il coronamento del Risorgimento sognato da Cavour quando, il 17 marzo 1861, aveva fatto proclamare Roma capitale d'Italia: una data da mettere in calendario sin d'ora, in vista del suo 150°. Lasceremo dove sono i nostalgici degli antichi regimi e i visionari d'ogni genere e ricorderemo Vittorio Emanuele II padre della Patria: egli, sì, “uomo della provvidenza” come nel 2011 convenne il presidente della Conferenza episcopale italiana, cardinale Angelo Bagnasco, e come scrive “La Civiltà Cattolica” che nel suo n. 4000 plaude all' “ideale unitario” che la animava “prima ancora che si concepisse l'Italia una e indivisa sul piano politico”. In realtà quello stesso ideale, molto prima che dai gesuiti, anzi contro la loro Compagnia, era stato coltivato da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Camillo Cavour, Vincenzo Gioberti, dal carbonaro Silvio Pellico a da una schiera di patrioti, in gran parte massoni, che ebbero per vessillo il tricolore con lo scudo sabaudo: l'11 maggio 1867 accolto a Londra tra le bandiere del Mondo Nuovo, mentre gli zuavi di Napoleone III facevano quadrato attorno a Pio IX, nemico acerrimo dell'unità d'Italia.

 

* Editoriale del Giornale del Piemonte del 9 aprile 2017.

 

 

Ci si mette anche Gramellini

Dalli al giudice

di Salvatore Sfrecola

 

Un popolo poco avvezzo alla legalità, forse perché nel tempo, e ancora oggi, è costretto a subire frequentemente la prepotenza dei forti, a cominciare dalle istituzioni della politica, poco propense a fare della imparzialità e della trasparenza un modo di operare che altrove è la regola, non è propenso a nutrire simpatia per i giudici che, per mestiere, richiamano al rispetto della legge. Ed allora ricorrente, anche nei migliori commentatori di eventi della vita di tutti i giorni, una sorta di fastidio per la magistratura, uno sport nel quale si sono esercitati anche i politici, da Berlusconi a Renzi, per rimanere in tempi più vicini. Il primo riteneva che per fare quel lavoro occorresse essere “disturbati mentali”, il secondo li ha indicati al ludibrio della gente alla quale è stato fatto credere che avessero più ferie degli altri pubblici dipendenti. Non era vero, ma la vulgata è passata, come quella che Renzi abbia ridotto il parco automobilistico dello Stato. Basta andare dalle parti di Palazzo Chigi per rendersi conto che non è vero. Ma tant’è. Nella società dell’immagine e degli spot ogni slogan rimane nella mente della gente, anche se evidentemente non corrisponde alla verità. Come la buona scuola, il cambio verso, ecc.

In questa voglia di semplificare per dare addosso ai giudici non poteva mancare Massimo Gramellini, che nella quotidiana rubrica Il Caffè sulla prima del Corriere della Sera è costretto a rivestire la veste di forzato dell’ironia, una professione non facile da esercitare volendo mantenere a livello adeguato ogni giorno.

E così il Nostro viene oggi a parlare di Uber e NO, questo il titolo per denunciare che, a seguito di una pronuncia del tribunale di Roma che ha vietato il servizio che, appunto, avrebbe voluto svolgere Uber, inviso ai tassisti, scrive che “nel Paese dei veti reciproci le decisioni non le prendono gli eletti dai cittadini, ma i laureati in giurisprudenza”. Capisco l’ossequio alla politica, intesa come espressione della democrazia rappresentativa, quella che fa le regole, consegnate in leggi, regolamenti e decreti vari. Che sono, appunto, quegli atti giuridici che “i laureati in giurisprudenza”, quando hanno la funzione di giudici, sono chiamati ad applicare. È normale in uno stato di diritto che l’ultima parola sul rispetto delle regole le dicano i giudici. Ma Gramellini ci scherza sopra e sospetta che anche quando furono inventati i caratteri a stampa da Gutermberg i monaci, gelosi del loro lavoro di amanuensi, si siano rivolti ad un giudice. E che ne abbiano trovato uno “zelante e romantico che li sostenne. Ma dei loro NO si è persa la memoria. O no?”

Simpatico Gramellini, forzato dell’ironia, ma diseducativo perché al lettore poco fornito di appropriati elementi di giudizio può venire il dubbio che il giudice non abbia legittimazione a stabilire ciò che è conforme o meno alle regole che la politica ha stabilito. E questo non va bene.

8 aprile 2017

 

 

Alzare le tasse sulle case al mare

Significa ammazzare il turismo

Il nuovo catasto versione PD penalizzerà ancora di più le seconde e terze residenze

di Salvatore Sfrecola

 

“Chi ha seconde o terze case… dovrà contribuire di più”. Così Filippo Taddei, Consigliere economico del Partito Democratico e dell’ex Presidente del consiglio, Renzi, parlando al Lingotto, in occasione dell’inizio della campagna per le primarie del PD, a proposito della riforma del catasto con la quale il governo si appresta a fare cassa anche per accontentare, a suo dire, l’Europa. Naturalmente l’incremento della tassazione partirà dalle prime case, attraverso la individuazione di indici più significativi per la determinazione del tributo, non più i vani ma i metri quadrati.

È evidente, dietro queste parole, un antico ritornello della politica italiana di Sinistra: le seconde case sono un indice di ricchezza. Non è vero o, nella maggior parte dei casi, non è quasi mai vero. Infatti le seconde case, al mare o ai monti, sono il più delle volte case di famiglia, ereditate da nonni e genitori. Spesso modeste abitazioni, usate solamente nel fine settimana o nei periodi di ferie. Tassarle, dunque, oltre ad essere ingiusto è sbagliato. Perché, intorno a queste unità immobiliari ruotano, evidentemente non compresi, importanti e significativi interessi locali.

 

Interessi locali

In primo luogo perché queste case, abitante saltuariamente, esposte a significative variazioni di clima, richiedono continua manutenzione che alimenta ovunque un non indifferente impegno di piccoli artigiani, muratori, pittori, falegnami e fabbri, spesso le uniche occupazioni nei piccoli paesi dove il lavoro è scarso. Spesso c’è anche necessità del giardiniere o di chi fa le pulizie e vigila sulla casetta. È tutto facilmente comprensibile, ma i sindaci, a corto di risorse, anche per la diffusa riduzione del gettito delle imposte locali (la gente spesso non ha di che pagarle, come ha accertato in più occasioni la Corte dei conti), con incredibile vista corta, preferiscono fare cassa, così trascurando le ricadute che naturalmente conseguono alla frequentazione dei “cittadini” nei loro borghi.

La tassazione già esagerata delle seconde case se dovesse, come preannuncia Taddei essere ulteriormente appesantita, finirà inevitabilmente per favorire il loro abbandono, con conseguente trascuratezza per le esigenze di manutenzione e, di seguito, delle possibilità di lavoro e di guadagno di cui si è detto. Non solo. Com’è nell’esperienza di tutti, le seconde case sono oggi una delle occasioni di incontro tra amici e parenti stimolati ad andare in campagna, al mare o ai monti proprio per un desiderio di svago e di aggregazione. Uno scenario che abbiamo tutti sotto gli occhi: il pranzo a casa, nella seconda casa, occasione di acquisto di generi alimentari nei negozi locali, o, in alternativa, al ristorante o alla trattoria che assicura le ricette “della nonna”, dove si possono gustare i piatti tipici della cucina locale. Forse gli amici pernottano in albergo, forse, attratti dalle bellezze naturali della località o dall’interesse storico tanto diffuso nei nostri borghi, saranno indotti a tornare per un periodo di vacanze e anche per godere ancora della compagnia degli amici. E magari inviteranno altri ad unirsi alla comitiva.

 

Turismo

 A volte troveranno anche loro una casetta da acquistare per godere del relax e della aria buona lasciando le città soffocate dallo smog e costrette a ricorrere alle “domeniche ecologiche” o al blocco del traffico.

Le seconde case, dovrebbero esserne consapevoli i sindaci, sono oggi occasione di sollecitazione del turismo e quindi di guadagni per ristoranti, alberghi e rivenditori di oggetti di artigianato che caratterizza un po’ tutte le località italiane. Come delle specialità enogastronomiche che, per altri versi, i sindaci propagandano favorendo le “sagre” paesane un po’ lungo tutto l’anno perché, se non è la bruschetta, è il carciofo, la bistecca, la pagnotta, il tartufo, il fungo, la patata o la polenta ad essere al centro di feste paesane che ricercano il concorso di abitanti del contado e delle città, come si legge sui manifesti.

È evidente allora che la tassazione delle seconde case, già pesante e nella prospettiva di un incremento che non sarà lieve (dovranno “contribuire di più”, ha detto il baldo Taddei) oltre a essere ingiusta è soprattutto sbagliata in una visione dell’economia, in particolare locale, che tenga conto dei vari fattori che concorrono allo sviluppo e alla ricchezza delle comunità. E c’è da chiedersi che razza di economisti sono questi che non comprendono elementari regole che ruotano intorno ad interessi evidenti e facilmente percepibili e che razza di amministratori abbiamo se non si rendono conto che i borghi sono destinati a spopolarsi perché l’attrattiva per i proprietari delle seconde case si attenua dal momento che è sempre più costoso mantenere la casetta del nonno.

(pubblicato da La Verità, 2 Aprile a pagina 6)

 

 

 

Esposta per l’occasione la bandiera fiumana con firma autografa di Re Umberto II conservata all’Archivio Museo storico di Fiume

Le terre istriane, fiumane e dalmate

Un percorso tra passato e futuro*

di Marino Micich**

 

Il Presidente del Circolo REX l’ing. Domenico Giglio ha introdotto la conferenza del dr. Marino Micich ricordando il sacrificio di migliaia di italiani uccisi nelle foibe, durante e dopo la Seconda guerra mondiale dai partigiani jugoslavi di Tito. Le foibe strumento del terrore che furono tra le cause principali che spinsero nel giro di alcuni anni oltre 300.000 italiani ad abbandonare le proprie terre. Una storia taciuta, se non proibita, che solo da alcuni anni, a partire dalla Legge del Giorno del Ricordo del 2004 approvata dal Parlamento, ha reso possibile una divulgazione più strutturata nelle scuole e nei media. Ma molto rimane da fare secondo l’ing. Giglio perché tale storia sia veramente condivisa, esistendo purtroppo in Italia ancora dei circoli politici o pseudo storici che mettono in dubbio tale scomoda verità. L’Ing. Giglio ringrazia sentitamente il dr. Micich, figlio di esuli dalmati, per aver voluto portare in esposizione in occasione della conferenza un cimelio conservato presso il Museo fiumano di Roma, vale a dire la bandiera di Fiume firmata di suo pugno dal Re Umberto II. Dopo aver ricordato le attività promosse quest’anno dal Circolo Rex l’ing. Giglio passa la parola al dr. Marino Micich che ringrazia e informa il pubblico convenuto che tale bandiera fiumana, firmata da Re Umebrto, è conservata presso l’Archivio Museo di Fiume nel fondo Paolo Venanzi. Paolo Venanzi, esule da Fiume dopo il 1945, ricorda Micich, era di fede monarchica, tanto da costituire a Milano negli anni “60 l’Unione dei Monarchici Irredenti. Venanzi assieme ad altri monarchici fiumani si recò più volte a visitare il re Umberto II in esilio, sia in Portogallo sia in Francia. La bandiera esposta fu firmata nel 1970 a Cap Ferrat dove il Re si trovava per una breve vacanza estiva. Micich ricorda che altri cimeli riguardanti Casa Savoia sono conservati presso l’archivio-museo fiumano. Il tema della conferenza è stato quello di ricordare la lunga storia di italianità degli esuli istriani, fiumani e dalmati che spesso è stata confusa con il periodo fascista per tornaconto politico e ideologico di parte. Le città istriane come anche Fiume erano da sempre caratterizzate da una forte identità culturale italiana che superava l’identità slava tradizionalmente più consistente nei territori interni dell’Istria o in altre vaste zone della Dalmazia. Dante Alighieri nel IX Canto dell’Inferno citava Pola come luogo di italianità “..sì come a Pola presso del Quarnaro che Italia chide e i suoi termini bagna..”. Dante è solo un esempio, ha affermato Micich, di come sin dai secoli più remoti la civiltà italiana avesse caratterizzato quelle terre. Successivamente avvenne l’espansione di Venezia che nel corso di alcuni secoli caratterizzò permanentemente gli usi, i costumi e i dialetti parlati dagli istriani e dai dalmati. Molte figure di letterati e uomini di cultura provengono da quelle terre, tra cui lo scienziato Ruggero Boscovich, l’autore della prima grammatica italiana Giandomenico Fortunio, l’illuminista Gian Rinaldo Carlo, il letterato Nicolò Tommaseo e lo stesso Ugo Foscolo, ricorda Micich, amava ricordare che fu educato tra dalmati, poiché frequentò gli studi ginnasiali a Spalato. Innumerevoli gli scrittori della frontiera giuliana che hanno lasciato il segno nelle antologie letterarie Giani Stuparich, Scipio Slataper, Enrico Morovich, Fulvio Tomizza e tanti altri. Molti gli istriani e i dalmati, ancora sotto la Casa d’Austria, parteciparono nell’800 alle guerre d’indipendenza per la costituzione del Regno d’Italia.

Dopo la Prima guerra mondiale (1915-18) con la vittoria dell’Italia sull’Austria-Ungheria fu acquisita la Venezia Giulia, ma per avere Fiume all’Italia ci volle l’Impresa dannunziana e poi un lungo contenzioso diplomatico tra Italia e allora Jugoslavia che terminò solo il 27 gennaio 1924 con la firma del Trattato di Roma, attraverso il quale la città quarnerina passò definitivamente al Regno d’Italia. Il 16 marzo di quello stesso anno il Re Vittorio Emanuele III fece visita a Fiume accolto da una folla esultante.

Ci furono poi gli anni caratterizzati dal regime fascista che suscitarono nelle terre giuliane nuove tensioni, già sorte nell’Ottocento, tra italiani e minoranza slava ma non produssero un esodo epocale di popolazione slava come invece avvenne dopo la Seconda guerra mondiale in seguito all’occupazione jugoslava. Micich ricorda poi gli antefatti del secondo conflitto mondiale e le nefaste conclusioni per le armi italiane. L’8 settembre 1943, data memorabile, vede l’Istria abbandonata a se stessa e quindi sottoposta all’attacco dei partigiani comunisti jugoslavi, coadiuvati da quelli italiani, che danno avvio alla triste pratica degli infoibamenti. L’arrivo dei tedeschi verso la metà di settembre portò all’ instaurazione della zona militare del Litorale Adriatico e la loro azione armata spinse i partigiani jugoslavi a ritirarsi dall’Istria. Gli anni 1943 e 1944 non saranno favorevoli agli italiani come ai tedeschi e nei primi giorni di maggio 1945 vengono occupate Trieste, Fiume, Gorizia, Pola e altre cittadine giuliane. Zara in Dalmazia era invece caduta in mano jugoslava già il 31 ottobre 1944, dopo 54 bombardamenti a tappeto che uccisero oltre il 20% della popolazione. Nel secondo dopoguerra ripresero su larga scala gli infoibamenti da parte comunista jugoslava e prese grande consistenza, per via di altri conseguenza ad altri soprusi, l’ Esodo degli italiani. Si trattò di una vera e propria pulizia etnica ed ideologica che non lasciò scampo alla componente storica italiana della Venezia Giulia della Dalmazia. Il 10 febbraio 1947 a Parigi fu firmato il vessatorio Trattato di Pace con il quale l’Italia dovete cedere supinamente alla Jugoslavia comunista di Tito tutta la Venezia Giulia, Fiume e Zara. L’Italia fu trattata in tutto e per tutto come Paese sconfitto e il prezzo più alto dovettero pagarlo i giuliano-dalmati con l’esodo e la perdita dei propri beni, con i quali l’Italia pagò i debiti di guerra alla Jugoslavia. Non ci fu nessun riconoscimento da parte Alleata ai meriti della cobelligeranza, ma solo amputazioni territoriali gravissime. Gli esuli istriani non sempre furono accolti bene nel resto della Penisola, dovettero affrontare lunghi anni nei campi profughi prima di ricostruirsi una vita dignitosa. Ebbene tutta questa storia è stata per lungi decenni taciuta e osteggiata dalla propaganda cultura di sinistra ma dopo il crollo del Comunismo internazionale nel 1989 le scomode verità sono riapparse. Marino Micich continua il suo intervento sottolineando che nonostante una storia tragica e costellata da ingiustizie subite i giuliano-dalmati hanno mantenuto sempre vivo il loro associazionismo e dopo il disfacimento violento dell’ex Jugoslavia avvenuto tra il 1991 e il 1996 c’è stato un movimento teso a dialogare con le nuove repubbliche di Slovenia e di Croazia. Il Governo italiano, in virtù di una piccola ma consistente minoranza italiana superstite esistente soprattutto in Istria e a Fiume (circa 21.000 connazionali) ha inteso favorire la riunione di un popolo disperso dietro accordi con la Croazia e la Slovenia. Oggi alcune cose sono cambiate e la Società di Studi Fiumani la prima a promuovere un dialogo articolato con la città di Fiume (oggi Rijeka –Croazia) ha ottenuto dalla autorità cittadine croate il permesso di promuovere cultura e prendere contatti con le scuole della minoranza italiana. Ogni anno quindi ci sono iniziative congiunte che sono improntate a ricordare l’identità culturale italiana di Fiume con spirito europeo moderno di apertura e collaborazione. Micich ha concluso ricordando che nel giugno 2016 la Città di Fiume-Rijeka ha voluto premiare il Presidente della Società di Studi Fiumani l’esule fiumano Amleto Ballarini per il dialogo culturale instaurato sin dal 1990. Sono atti importanti che danno la possibilità di operare in futuro per far conoscere e divulgare la cultura italiana nelle proprie terre di origine. A questo riguardo i governi italiani sin dal 2001 con una legge finanzia progetti culturali delle associazioni degli esuli indirizzati sia in Italia che nelle terre d’Oltreconfine. Non si tratta più di un confine chiuso come tanti anni fa ma di un confine permeabile visto che la Croazia nel 2013 è diventato Stato membro dell’Unione Europea. Anche il mondo della scuola si è aperto a queste vicende dimenticate e ogni anno dal 2006 il Ministero dell’istruzione, in accordo con la Federazione degli Esuli promuove un seminario di studi per docenti sulle vicende storiche del Confine orientale italiano. Con questi segnali di speranza si è concluso l’intervento del dr. Micich che ha letto in finale alcune passi del messaggio del Sen. Lucio Toth, esule zaratino, che non è potuto intervenire per motivi di salute.

Desidero che giunga il mio saluto a questa importante iniziativa degli amici del Circolo “Rex”, che sono stati vicini a noi, esuli istriani, fiumani e dalmati, nelle battaglie culturali per riportare nella memoria della nazione la tormentata vicenda del nostro confine orientale nelle due guerre mondiali e della perdita il 10 febbraio di settanta anni fa delle province della Venezia Giulia e della Dalmazia “redente” nell’ottobre 1918. L’egemonia culturale di una sola parte politica ha distorto la narrazione delle vicende italiane del Novecento… Fra le vittime di questa egemonia ci fu anche la nostra vicenda di italiani dell’Adriatico orientale, gli eccidi delle Foibe e l’Esodo di massa dalle terre natali, italiane da secoli. Fiume, Pola. Zara, Capodistria, Parenzo, Rovigno e altre belle città affacciate sul mare andarono perdute e deserte di gran parte della loro popolazione autoctona italiana.. Sen Lucio Toth”.



* Sintesi della Conferenza tenuta al Circolo REX il 26 marzo 2017

** Direttore dell’Archivio Museo storico di Fiume)

 

 

CONFEDERAZIONE ITALIANA PROPRIETÀ EDILIZIA

00187 ROMA - Via Borgognona, 47

 

 

Mercoledì 12 aprile, alle 17.30, Giancarlo Perna sarà in Confedilizia, a Roma, per presentare il suo libro

 

“CENTO VITE CON IL PUNTO INTERROGATIVO”

 

Nel volume vengono tratteggiati ritratti di uomini e donne famosi con un’originale particolarità: se ne tace il nome che va indovinato, in un divertente quiz per appassionati di biografie.

Ne parlano con l’Autore G. Aurelio Privitera (professore emerito e socio dell’Accademia dei Lincei) e Alessandra Rauti (giornalista RadioRai). Modera Giorgio Dell’Arti (giornalista e scrittore).

 

Prenotazioni: 06.679.34.89 –roma@confedilizia.it

Tel. 06.679.34.89 (r.a.) - 06.699.42.495 (r.a.) · Fax 06.679.34.47 - 06.679.60.5

 www.confedilizia.eu

 

L’assedio di Malta,

avamposto del Cristianesimo*

di Salvatore Sfrecola

 

Mi sono ripromesso in questo breve intervento sull’assedio di Malta ad opera dell’esercito ottomano, noto anche come il “grande assedio”, in quei lunghi mesi, dal maggio ai primi di settembre, del 1565, di richiamare emozioni e di favorire quelle riflessioni che, come sempre, gli avvenimenti di un tempo consegnano ai contemporanei i quali, il più delle volte, pur ripetendo che il ruolo della storia è quello di essere magistra vitae, tuttavia con straordinaria presunzione, sempre smentita dai fatti, ritengono che comunque il tempo che essi vivono è diverso, diversi gli uomini, diverse le circostanze. Tanto che Marc Bloch, il grande storico francese, si chiedeva sgomento “a che serve la storia?”, preoccupato di dove andava il mondo alla vigilia della seconda guerra mondiale. In una “erosione della memoria” (Bevilacqua) che nega quella “utilità” della storia sulla quale gli studiosi cercano di richiamare l’attenzione dei politici di tutti i tempi e di tutti i paesi. Considerando che la storia nell’attualità diventa politica sicché, sempre secondo Bloch, “l’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato”.

Iniziando, dunque, dalle emozioni, è facile immaginare quella che, all’alba di quel venerdì 18 maggio del 1565, sui bastioni di Malta, provarono le vedette, allertate alla notizia di un attacco imminente dell’armata turca, quando scorsero, all’orizzonte della costa orientale, le vele dei primi vascelli che issavano le insegne di Solimano il Magnifico. A svegliare la popolazione quella mattina furono i primi colpi di cannone, tre, dal Forte S. Elmo, poi da Forte S. Angelo, dalla Notabile e da Gozo, mentre il dispositivo difensivo, messo a punto da Fra’ Jean Parisot de la Valette, 49° Gran Maestro dell’Ordine di Malta, si attivava immediatamente e gli addetti ai lavori di fortificazione tornavano sui cantieri, laddove si dovevano completare muri, approfondire fossati, alzare terrapieni, tutte opere necessarie a far fronte ad un assedio che l’esperienza preannunciava duro e lungo. Come i Cavalieri sapevano bene per averlo subito nella precedente sede di Rodi, sempre ad opera di Solimano il Magnifico poco più di quarant’anni prima. Nei mesi precedenti il Gran Maestro aveva dovuto affrontare anche non pochi problemi finanziari. Per assoldare combattenti ed acquistare tonnellate di vettovaglie. Alla fine fu costretto a imporre una tassa di 30.000 scudi a ciascuna commenda dell’Ordine e i singoli cavalieri misero a disposizione le loro finanze personali. In prestito dai banchieri genovesi arrivarono 12.000 scudi, 20.000 li fornirono i notabili maltesi, 10.000 giunsero dal Papa.

Le dimensioni dello schieramento ottomano apparvero subito imponenti, come riferiscono le cronache. Le navi, secondo le indicazioni di Giovanni Bosio, storico ufficiale dell’Ordine, e il diario dell’assedio di Francisco Balbi di Correggio, un mercenario italo-spagnolo, altra fonte di informazioni sulle forze in campo, erano circa 250, trireme, bireme, galere, galeotte (piccole galee), galeazze (grandi galee, meno agili ma con maggiore potenza di fuoco, grandi navi da trasporto (i mahon), con rifornimenti e cavalli. In funzione dell’assedio l’armata schierava 64 pezzi d’artiglieria (tra cui una dozzina di colubrine e un enorme basilisco capace di scagliare proiettili di ferro da 100 kg).

A terra, esclusi i marinai, l’armata d’invasione era costituita da alcuni corpi d’élite, 6.500 spahi, cavalleria pesante, 6.000 giannizzeri, casta militare e politica molto influente, formata da cristiani rinnegati o, più spesso, da giovani rapiti nel corso di scorrerie lungo le coste del continente, indottrinati al fanatismo islamico e con un accurato addestramento all’uso delle armi, archibugi (a Malta, furono usati archibugi tedeschi a canna lunga), arco e due scimitarre. A questi si aggiungono volontari e corsari. Infine i 1.500 matasiete della guardia del corpo di Turgut Reis, noto come Murad Dragut, ammiraglio, corsaro feroce, noto per le sue scorribande, tra l’altro, sulle coste italiane, da Palmi a Portoferraio. Erano guerrieri fanatici vestiti con pelle di leone e armati di scimitarre. Il loro nome - che derivava dallo spagnolo matar, e siete che significa molti - verrà poi italianizzato in “ammazzasette”.

In tutto circa 40.000 uomini, a fronte dei quali la guarnigione di Malta poteva contare su 550 cavalieri ospitalieri con 100 aiutanti e soldati di varia nazionalità, 400 spagnoli, 800 italiani, 500 delle galere (fanteria da sbarco), 200 siciliani, 100 soldati della guarnigione di Sant’Elmo, 500 minatori, 3.000 soldati reclutati tra il popolo maltese. In totale 6.100 uomini.

All’assedio della fortezza cristiana Solimano il Magnifico si era preparato da tempo, come avevano rivelato gli informatori che a Costantinopoli assistevano da mesi, con crescente preoccupazione, alla mobilitazione della flotta. L’obiettivo del Sultano era ambizioso e duplice. Da un lato contrastare l’azione dei Cavalieri, insediatisi a Malta, feudo imperiale loro assegnato da Carlo V quasi otto anni dopo l’abbandono di Rodi (1522), sopraffatti dall’orda ottomana nonostante l’epica difesa dell’isola. Lasciata l’isola, dopo alcuni anni nei quali l’Ordine aveva ricercato sedi in Italia, il Gran Maestro fra’ Philippe Villers de l’Isle Adam aveva accettato, d’intesa con Papa Clemente VII, l’offerta dell’Imperatore in cambio della rendita annua simbolica di un falcone ma con il più impegnativo obbligo di presidiare la città di Tripoli. Sicché, nel prendere possesso dell’isola il 26 ottobre del 1530, l’Ordine assumeva la denominazione “di Malta”.

Rispetto a Rodi, Malta è piccola ma ha una posizione geografica strategica. A sud della Sicilia e in vista delle coste africane, poteva facilmente assicurare il controllo del commercio tra le rotte occidentali e orientali del Mediterraneo. Dotata di eccellenti porti naturali, l’isola sarebbe divenuta presto una roccaforte in un mare che nel XVI secolo era diventato ormai un lago islamico, dopo la caduta di Costantinopoli (1453) e la sconfitta al largo di Gerba (Djerba), l’isola a sud ovest del golfo di Gabès, di fronte alla Tunisia quando, nel 1560, la flotta cristiana composta di circa 54 navi e 14.000 uomini, che nelle intenzioni del Re Filippo II avrebbe dovuto cacciare i corsari barbareschi dalla loro base di Tripoli, intercettata e sorpresa dalle forze dell’ammiraglio Piyale Paşa, perse circa metà delle navi.

L’evento segnò l’apice della dominazione ottomana nel Mediterraneo.

Tuttavia Malta non fu attaccata immediatamente, così lasciando il tempo a Jean de la Valette di richiamare tutti gli appartenenti all’Ordine ed alla Spagna di ricostruire le proprie armate.

Malta, uno scoglio battuto dal sole, terra soprattutto di pescatori, senza fortificazioni degne di nota a parte quelle della Città Notabile (o Notabile, oggi Medina) e con un’economia basata quasi esclusivamente su quello che il mare poteva offrire, ma con significative coltivazioni in particolare di cotone, fu trasformata dal Cavalieri in una poderosa fortezza. Fu adottata una legislazione moderna e divenne uno dei paesi più ricchi del Mediterraneo.

L’Ordine lottò contro i corsari barbareschi che, guidati da Dragut e Uliç Alì, storpiati nell’italiano Occhialì, un rinnegato cristiano, calabrese di Le Castella di nome Giovanni Dionigi Galeni, infestavano le acque del Mediterraneo attaccando le navi e le località costiere cristiane. In particolare delle isole Baleari, terra dalla quale provenivano molti cavalieri, che furono teatro dell’attacco portato a Pollença (Pollensa) nel 1550, una cittadina popolosa a nord ovest dell’isola di Maiorca. I turchi ne uscirono sconfitti. Oltre 60 furono i vascelli corsari e commerciali catturati. Sicché i governatori delle roccaforti barbaresche chiedevano insistentemente a Solimano di allestire un corpo di spedizione per espugnare Malta.

Il Sultano, le cui preferenze andavano alle spedizioni terrestri nelle quali poteva cavalcare alla testa delle sue armate che in quel momento aveva indirizzato verso l’Ungheria e la ricca Vienna, le cui mura aveva sfiorato per due volte, tardava a decidere. Mura fatali quelle di Vienna, un desiderio lungo secoli che s’infrangerà definitivamente il 12 settembre 1638 quando l’esercito ottomano guidato dal Gran Visir Merzifonlu Kara Mustafa Pasha, nonostante la superiorità numerica, dovette abbandonare il campo con gravissime perdite. Quella mattina, al termine della Messa, il re Giovanni III Sobieski, al comando di un esercito polacco-austro-tedesco, si era rivolto ai suoi ufficiali ricordando che la vittoria sotto quelle mura avrebbe salvato non solamente la città ma l’umanità intera. E fu così. Decisivo in quella battaglia un generale italiano agli ordini del Margravio del Baden, il Principe Eugenio di Savoia.

Solimano, dunque, fu distolto dalle brume delle pianure ungheresi, convinto, come si racconta, più che dall’insistenza dei suoi generali e ammiragli, dalla più influente delle sue concubine e ordinò l’allestimento di una flotta d’attacco, sulla scia di precedenti iniziative, come nel 1551, quando Dragut e l’ammiraglio turco Sinàn avevano attaccato le isole maltesi e, con 10.000 uomini, avevano aggredito Gozo, costretta alla resa quando, dopo un bombardamento di diversi giorni, il governatore, considerando inutile ogni ulteriore resistenza, consegnò la cittadella.

Già allora il Gran Maestro dell’Ordine, fra’ Juan de Homedes, aveva deciso di rafforzare le difese del forte Sant’Angelo in Birgu (cittadella oggi chiamata Vittoriosa), e di costruire due nuovi forti, il San Michele nel promontorio di Senglea, e Sant’Elmo, sulle pendici della penisola del Monte Sceberras (oggi, centro urbano di La Valletta). I due nuovi fortini, ultimati in soli sei mesi nell’anno 1552, saranno di importanza cruciale per l’esito del “Grande assedio”. In particolare Sant’Elmo costituiva una fortificazione straordinariamente avanzata dal punto di vista dell’ingegneria militare.

La voce di una enorme armata turca, pronta a muovere nella primavera del 1565, aveva terrorizzato l’intera Europa. Era evidente, infatti, che la caduta di Malta avrebbe avuto conseguenze disastrose per l’intero continente, in particolare per i commerci con l’Oriente che sarebbero stati assoggettati ad un continuo taglieggiamento da parte degli ottomani, data la debolezza delle potenze europee, effetto anche della loro esasperata litigiosità.

Va considerato il momento storico in un’Europa sottoposta alla pressione continua e terribile dell’Impero ottomano che, iniziata secoli prima, già nella seconda metà del 600, aveva portato, l’una dopo l’altra, all’occupazione dei territori rivieraschi del Mediterraneo costringendo le popolazioni cristiane alla conversione forzata. Siamo a poco più di cento anni dalla caduta di Costantinopoli, sei anni prima di Lepanto (7 ottobre 1571).

La capitale dell’impero romano d’Oriente, isolata e pertanto indebolita dalla incapacità delle potenze europee di comprenderne il ruolo strategico di fronte al crescente espansionismo islamico, più volte assalita invano, aveva capitolato il 29 maggio 1453 a seguito dell’ennesimo attacco sferrato dalle truppe Maometto II, chiamato il conquistatore, colui che ha forgiato la organizzazione amministrativa e militare dell’Impero al quale ha dato una prospettiva politica, quella di conquistare il mondo con la violenza delle armi, approfittando delle divisioni in campo occidentale, dell’inanità di molti sovrani preoccupati del proprio particulare, incapaci di ragionare in termini globali di civiltà e di radici cristiane, immemori di Roma, del suo ruolo nel Mediterraneo e del Sacro Impero, pronti ad ogni compromesso pur di mantenere il potere, allungando la corda che li avrebbe impiccati, politicamente s’intende. E c’era chi, oltre a pagare ingenti tributi al “Gran turco“ (o “La sublime porta” o “La porta ottomana”), armava quell’impero. Come la Francia che, in odio alla Spagna, forniva per le navi e le fortezze del Sultano cannoni che recavano impresso il giglio borbonico, come dire made in France.

Quel giorno, sulle mura di Bisanzio sgretolate dall’artiglieria e dalle mine degli ottomani, dove Costantino XI “trovò la morte che cercava”, come ha scritto il più grande storico dell’Impero Bizantino, Georg Ostrogorsky, venivano definitivamente estirpate le radici greco-romane e Maometto II “creò l’unità dell’Impero ottomano e diede nuovo slancio alla sua espansione”.

L’imponente flotta turca non sbarcò immediatamente uomini e mezzi. Infatti l’ammiraglio Piyale Paşa preferì scegliere un approdo sicuro, al riparo dai venti del Mediterraneo, nel Grande Porto di Marsa Scirocco, una decisione che lo mise in contrasto con il comandante delle forze terrestri, il Visir Kizil Ahmedli Mustafa Paşa che avrebbe preferito puntare immediatamente sulla vecchia capitale, Medina, al centro dell’isola, per poi attaccare via terra i forti San Michele e Sant’Angelo.

La spuntò l’ammiraglio, convinto che Sant’Elmo con 100 cavalieri e 500 miliziani non avrebbe potuto resistere più di un paio di giorni. Così, il giorno 24 maggio posizionò, intorno al piccolo forte, 21 batterie di cannoni per cominciare subito bombardamenti continui e pesanti, tanto che si contarono di media ben 6 mila colpi al giorno. Lo scopo era quello di non dare tregua ai difensori fiaccandone prima di tutto il morale.

Il forte fu ridotto in macerie in meno di una settimana, ma la Valette, e i cavalieri degli altri due forti, rimpiazzarono i feriti con truppe fresche e ripararono la fortezza di notte passando per un sentiero nascosto. Il forte, nonostante gli incessanti bombardamenti, continuò a resistere con i cavalieri annidati tra le macerie.

La mattina del 3 giugno i giannizzeri scagliarono un potente attacco contro le mura. Con urla e spari all’impazzata, stimolati dall’hashish che veniva distribuito prima della battaglia, tentarono di scalare le mura con scale e corde. Su di essi i cavalieri rovesciarono il “fuoco greco”, un antico misto di pece, salnitro, zolfo, nafta e calce viva (la cui presenza impediva che fosse possibile spegnere il fuoco con l’acqua) che li trasformava in torce umane. E poi “pignatte”, rudimentali bombe a mano riempite di un potente composto incendiario, accese mediante una corta miccia, una sorta di molotov. E ancora “trombe”, tubi che sputavano fuoco, una sorta di lanciafiamme. Molto, inoltre, impressionò i soldati turchi, il “cerchio”, un anello di legno ricavato dalle botti e rivestito di un tessuto imbevuto di pece. Veniva acceso e fatto rotolare giù dalle mura contro i nemici con effetti devastanti. Ogni cerchio mandava a fuoco da tre a sei turchi, creando un grave scompiglio.

Chi raggiungeva la cima delle mura, tuttavia, trovava cavalieri interamente ricoperti di ferro, armati di spade e lance, forti della fede e di un accurato addestramento militare. Corazze impenetrabili, che tuttavia assicuravano una notevole agilità. Costruite su misura, il peso ben distribuito, non temevano né i fendenti di scimitarra, né le frecce. Solamente un colpo di archibugio sparato a bruciapelo poteva provocare danni. Ma i turchi ne avevano pochi. Infatti, a parte i giannizzeri, i soldati erano equipaggiati alla leggera e con indosso un corpetto corazzato.

Quel giorno l’assalto terminò a mezzogiorno quando Mustafà fece suonare la ritirata. I turchi lasciarono sul campo oltre 2.000 morti. 10 furono i cavalieri che persero la vita, 70 i miliziani.

I bombardamenti continuarono per giorni, alternati a massicci assalti dei giannizzeri sempre respinti. I soldati dei rispettivi eserciti si massacrarono a vicenda, convinti che se la morte li avesse colti durante la battaglia avrebbero ottenuto una preziosa ricompensa, gli ottomani il paradiso delle huri, i cavalieri l’indulgenza plenaria concessa da Papa Paolo IV.

Tanti furono gli episodi di valore da entrambe le parti, ma anche di autentica ferocia, con esibizione di corpi straziati e spediti al nemico allo scopo di terrorizzarlo. Sarebbe sbagliato, tuttavia, giudicare quegli eventi con la mentalità di oggi e con la realtà delle guerre attuali che non ignorano episodi di estrema crudeltà. È la guerra di per sé inumana.

Gli scontri tra gli opposti armati erano quotidiani, i bombardamenti incessanti. Sicché l’8 giugno i cavalieri chiesero al Gran Maestro di poter morire con la spada in pugno in una sortita in campo nemico. de La Vallette rispose che se i Cavalieri dovevano morire era meglio che morissero nel modo che lui aveva ordinato: “sacrificando le nostre vite una ad una, faremo guadagnare tempo all’Europa e alla Cristianità”.

Il 18 giugno Sant’Elmo era ormai un cumulo di macerie. Stava per capitolare. Ma la sorte fu propizia alle armi cristiane. Mustafà e Dragut si erano spinti su una collina convinti di assistere all’assalto finale. Ma un oscuro artigliere siciliano, Giovanni Antonio Grugno, cambiò le sorti della battaglia. Aveva notato i vessilli dei due comandanti, diresse verso di loro il suo cannone e fece fuoco, nonostante fossero al limite della gittata. Dragut, ferito alla fronte da una scheggia di pietra morì dopo poco.

Il 21 Giugno, il Gran Maestro celebrava la festa del Corpus Domini pregando per i suoi confratelli di S. Elmo proprio mentre iniziava l’assalto finale. Duecento assediati contro decine di migliaia di turchi. Tre gli assalti delle milizie ottomane, sempre respinti. I Cavalieri stremati, arsi dal caldo e feriti si preparano alla morte ricevendo i sacramenti.

Un disperato tentativo di far giungere altri soldati a S. Elmo con cinque galee fallisce nella notte.

All’alba del 23, nel forte di S. Elmo ognuno va a occupare il posto prestabilito “per morire nel letto d’onore”. Rimangono in 60. Sotto le mura, ci sono 10.000 ottomani. La spianata davanti al forte, abbandonata dai Cavalieri, viene occupata dal nemico, che da quella posizione inizia a tirare all’interno. Un vero e proprio tiro al bersaglio, poiché i Cavalieri non hanno più polvere da sparo.

Rimasti a difendere la breccia con picche e spadoni, gli ultimi soldati cristiani vengono spazzati via dall’ultimo assalto. All’interno di S. Elmo, i turchi trovano seicento fra morti e moribondi. Questi ultimi prendono la prima arma a disposizione e cercano di trovare una morte onorevole. Nessuno di loro sopravvive al massacro. I corpi dei cavalieri catturati, crocifissi, vennero spinti sulle acque del porto verso gli altri forti. La risposta fu altrettanto crudele, i prigionieri turchi furono decapitati e le loro teste sparate dai cannoni verso il campo nemico.

Mustafà perse 8.000 dei suoi uomini migliori per prendere un cumulo di macerie. Il forte Sant’Elmo era stato conquistato ad un prezzo troppo alto, oltre ad essere costato la vita a Dragut. Si dice che, guardando verso il grande forte Sant’Angelo, ancora intatto e con i cannoni tuonanti, il generale turco abbia gridato: “Allah! Se un figlio così piccolo è costato tanto caro, quale prezzo dovremo pagare per un padre così grande?”.

Intanto la notizia dell’assedio e del suo andamento si era diffusa nel continente provocando grande panico nella consapevolezza che un esito negativo per le armi cristiane avrebbe potuto decidere la lotta tra l’Impero ottomano e l’Europa. Una volta presa l’isola, i turchi, com’era nei piani del Sultano, avrebbero invaso l’Italia da sud pur continuando la conquista dell’Ungheria e della penisola balcanica.

Si decise, dunque, di organizzare una spedizione di salvataggio, il “Gran Soccorso”, capitanata dal genovese Gianandrea Doria, che comprendeva galee di tutti gli stati mediterranei ad eccezione della Francia e della Repubblica di Venezia, timorose di guastare i loro rapporti con l’Impero ottomano. Anche Filippo II, che era stato scottato a Gerba, era della partita ma con poco onorevole ambiguità, tanto da ordinare al viceré di Sicilia, García Álvarez de Toledo y Osorio, angosciato per la sorte del figlio che militava tra le truppe maltesi, di non impegnare le sue galee

Ci fu chi tentò invano di violare il blocco navale turco per portare viveri e rinforzi agli assediati, compreso Enrique de la Valette, nipote del Gran Maestro. Solo il 28 giugno giunsero a Malta circa 600 uomini, compresa una compagnia spagnola d’élite, 150 cavalieri e molti volontari al comando di Juan de Cardona, in quattro galere inviate dal viceré di Sicilia che pagherà cara questa sua insubordinazione al Sovrano.

Partecipò ai rinforzi anche il Duca di Savoia che aveva organizzato una spedizione, chiamata “Piccolo Soccorso”, guidata dall’Ammiraglio piemontese Andrea Provana di Leinì.

Nel corso dell’estate la sorte volse in favore dei difensori che ebbero la meglio sugli assalitori, anche per essere stati messi al corrente da un disertore turco di un attacco via mare che gli ottomani stavano preparando e che ritenevano risolutivo. de La Valette ebbe il tempo di far costruire sbarramenti sottomarini contro i quali le navi turche si schiantarono. Alcune rimasero intrappolate tra le catene predisposte a tutela del porto. E quando i turchi tentarono di distruggere quelle difese furono aggrediti dai nuotatori maltesi che ingaggiarono con essi un violento corpo a corpo. Una decina di vascelli carichi di giannizzeri arrivò a tiro dei cannoni schierati ai piedi del forte Sant’Angelo. Dopo poche salve nove barche affondarono trascinando con sé gli equipaggi.

Il 7 agosto, di fronte a due massicci attacchi simultanei contro forte San Miguel e contro la cittadella di Birgu, mentre i turchi si avvicinarono alle mura, de la Vallette decise un’improvvisa sortita contro gli assedianti. Racconta Balbi nel suo diario: “Il Gran Maestro si rivolse ai suoi uomini con queste parole: “Sono certo, che se io cadrò ciascuno di voi sarà in grado di prendere il mio posto e di continuare a combattere per l’onore dell’Ordine e per amore della nostra Santa Chiesa. Signori Cavalieri. Andiamo a morire che è giunto il nostro giorno!”” I cavalieri si lanciarono contro i turchi menando fendenti con il pesante spadone a due mani. La battaglia durò nove ore fin quando i turchi non si ritirarono.

Mustafà, pensando che i cavalieri avessero ricevuto rinforzi, decise di ricorrere ad un nuovo, massiccio bombardamento contro San Michele e Birgu alternando sporadiche sortite di giannizzeri laddove si aprivano delle brecce nelle mura, come avvenne il 18 agosto quando una mina aprì un varco nel quale si riversarono gli assedianti, costringendo lo stesso Gran Maestro ad intervenire gettandosi nella mischia. Il suo gesto fu d’esempio per i difensori che si precipitarono verso le mura dando vita ad un violento corpo a corpo. L’assalto fu respinto ma de la Vallette rimase ferito ad una gamba da una granata.

Intanto la flotta del Gran Soccorso tardava a prendere il largo. Salpò solamente il 5 settembre. Il colpo di grazia per gli assedianti fu lo scontro nella piana di Pietranera al quale parteciparono i cavalieri usciti in massa dai forti. Dopo cinque ore di combattimento i turchi si ritirarono e s’imbarcarono sulle loro navi.

Il 12 settembre la flotta ottomana lasciò l’isola abbandonando parte delle navi, date alle fiamme per non lasciarle al nemico.

Le perdite registrate da Balbi furono: 31.000 turchi, 239 cavalieri di Malta, 2.500 fanti di tutte le nazionalità, 7.000 cittadini maltesi (uomini, donne e bambini).

La notizia della vittoria delle armi cristiane si diffuse nel continente con la stesa velocità con la quale nei mesi precedenti si era sparso il terrore per l’attacco turco. In tutte le chiese si tennero funzioni di ringraziamento. Giunsero doni da tutta Europa e quei rinforzi che durante l’assedio erano stati lesinati, anche da Filippo II. Che inviò circa 6.000 uomini di rinforzo, un’ingente somma di denaro ed un regalo a la Vallette: una spada e un pugnale con incise queste parole: plus quam valor valet la Vallette. Papa Pio IV gli offrì la porpora cardinalizia. Ma il Gran Maestro oppose un garbato diniego: voleva vivere i suoi ultimi anni sulla sua isola, dove morì il 21 agosto 1568. A lui fu dedicata la nuova capitale: La Valletta. I cavalieri trasformano Malta con importanti progetti di edilizia urbana: furono costruiti palazzi e chiese, nuovi formidabili bastioni di difesa e giardini. Nell’isola venne edificato un nuovo grande ospedale, considerato uno dei più organizzati e più efficaci nel mondo. Venne istituita una scuola di anatomia, a cui fece seguito la facoltà di medicina. Tutte strutture che ancora oggi è possibile ammirare.

Per l’Impero ottomano la sconfitta di Malta fu un grave colpo anche sul piano finanziario, poiché l’economia turca si reggeva principalmente sulle razzie e sul bottino di guerra: la moneta fu svalutata. Meno di un terzo dell’esercito ritornò ad Istambul e la flotta fu guidata nel porto in piena notte per evitare che il popolo si rendesse conto dei danni subiti.

Solimano aveva in animo di riprendere l’offensiva contro l’isola l’anno successivo. Malta, con le distruzioni subite avrebbe difficilmente potuto resistere. Ma un nuovo attacco non ci fu. Durante l’inverno, sabotatori dell’Ordine di Malta diedero fuoco al deposito delle polveri dell’arsenale di Kostantiniyye, distruggendo parte della flotta turca che era ormeggiata nei bacini. Lo riferisce l’Abate de Vertot, nella sua storia dell’Ordine.

Il sultano cambiò i suoi piani e nel 1566 tornò a combattere in terra verso l’Ungheria ma durante questa campagna trovò la morte.

Gli ottomani non attaccarono mai più Malta.

L’eroica resistenza dei Cavalieri dimostrò all’Europa che era possibile sconfiggere l’Impero ottomano e si diffuse un sentimento di fiducia e di rivalsa. Molti volontari furono arruolati nelle flotte che erano in costruzione in tutti gli arsenali europei poiché, per la prima volta, la Sublime Porta era stata sconfitta.

E se è vero, per richiamare ancora Bloch ne L’apologia della storia, che si può “comprendere il presente unicamente alla luce del passato”, dobbiamo evitare che qualcuno sia indotto a ripetere oggi quel che egli sentì dire negli uffici dello stato maggiore francese nel giugno del 1940, il giorno dell’ingresso dei tedeschi a Parigi, mentre si rimuginava sulle cause del disastro: “dobbiamo dunque credere che la storia ci ha ingannati?” Più probabilmente era mancata la capacità di leggere gli avvenimenti che si stavano dipanando in quegli anni nei quali l’aggressività del regime nazista era stata sistematicamente sottovalutata dalle potenze democratiche.

29 marzo 2017

 

Riferimenti bibliografici essenziali

A.     Barbero, Lepanto, Laterza, Bari, 2010

B.     P. Bevilacqua, L’utilità della storia, Donzelli, Roma, 2007

C.     M. Bloch, Apologia della storia o mestiere di storico, Einaudi, Torino 1969

E. Bradford, Storia dei Cavalieri di Malta, Mursia, Milano, 1975

N. Capponi, Lepanto 1571, Mondolibri, 2008

E. H. Carr, Sei lezioni sulla storia, Einaudi, Torino, 1961

A. Demurger, I Cavalieri di Cristo, Garzanti, Milano, 2004

J. Dobraczyń, Sotto le mura di Vienna, Morcelliana, 1979

N. Henderson, Eugenio di Savoia, Corbaccio, Milano, 1964

M. Meschini, Assedi medievali, Il Giornale, Biblioteca Storica, 2006

G. Ostrogorsky, Storia dell’Impero bizantino, Einaudi, Torino, 1968

A. Petacco, La Croce e la Mezzaluna, Mondadori, Milano, 2005

A. Wheatcroft, Infedeli, Laterza, Bari,

 



* Riproduce, con alcune integrazioni, la relazione tenuta al Convegno “Malta, avamposto dell’Occidente”, tenutosi il 29 marzo 2017 a Roma a Palazzo Ferrajoli per iniziativa dell’UNAMS, Unione degli Artisti, l’Associazione Andar per Arte e l’Associazione Italiana Giuristi di Amministrazione.

 

 

Circolo di Cultura ed Educazione Politica

REX

 

Domenica 26 marzo 2017 ore 10.30

Sala Uno, Via Marsala 42 , Roma

 

Il Senatore Lucio Toth,

Vice Presidente Federazione degli istriani, fiumani e dalmati

e

il Dr. Marino Micich,

Direttore Archivio Museo Storico di Fiume

 

illustreranno gli eventi successivi all’iniquo trattato di pace e la situazione attuale dell’associazionismo degli esuli:

“A 70 anni dalla firma del Trattato di Pace di Parigi (1947-2017): il destino delle terre istriane e dalmate

tra storia e futuro”

 

***

Sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, 1915-1918 , con prolusione del grande storico Gioacchino Volpe , già pubblicato nel 1968, in occasione del Cinquantenario, ed ora nuovamente edito per i “Libri del Borghese”, di “Pagine” di Roma

 

 

Il C.N.E.L. sopravvissuto al referendum costituzionale ignorato dal Governo

di Salvatore Sfrecola

 

La notizia di contrasti tra il Segretario generale, Franco Massi, ed il Presidente facente funzioni, Delio Napoleone, raccolta da alcuni giornali, ha ricordato agli italiani che il C.N.E.L., Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, sopravvissuto alla proposta di soppressione Renzi-Boschi, bocciata dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, attende di riprendere in pieno la propria attività. Da quella data, tuttavia, la Presidenza del Consiglio dei ministri non ha trovato il tempo di procedere alle nomine previste dalla legge 30 dicembre 1986, n. 936, che disciplina il funzionamento dell’organo. Un po’ come accade per le province delle quali era scontata  la soppressione e che continuano ad esistere con rilevanti competenze, si pensi solo alla manutenzione delle strade, migliaia di chilometri, alla sicurezza della scuole e all’ambiente, ma i loro bilanci sono stati tagliati.

Previsto dall’art. 99 della Costituzione, “composto.. di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive, in misura che tenga conto della loro importanza numerica e qualitativa”, il C.N.E.L. è “organo di consulenza delle Camere e del Governo e per le materie e secondo le funzioni che gli sono attribuite dalla legge”, “ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale”. Il testo è quello che aveva proposto Edoardo Clerici, democristiano, comasco, avvocato, che era stato capace di interpretare l’idea di molti Costituenti di assicurare a Parlamento e Governo la consulenza di un organo rappresentativo degli interessi economici e sociali, un po’ come accadeva in Francia con il Consiglio economico ed a somiglianza del “sub-parlamento economico”, proposto a Londra da Churchill.

Funzioni importanti, dunque, eppure gli italiani non si sono praticamente accorti della sua presenza. Per la verità le persone informate ricordano studi e proposte di legge consegnate in libricini con la copertina azzurra molto documentati, che hanno interessato anche per l’autorevolezza di quanti hanno presieduto il Consiglio, da Meuccio Ruini, già Presidente della Commissione “dei 75” che ha redatto la bozza di Costituzione, ad Antonio Marzano, economista, che ha assunto quell’incarico nel 2005 dopo essere stato Ministro delle attività produttive, dimessosi nel 2015, quando si cominciò a parlare di riforma costituzionale e della soppressione del C.N.E.L.. Lo hanno presieduto anche Pietro Campilli, più volte ministro, Bruno Storti e Sergio Larizza, sindacalisti, Giuseppe De Rita, sociologo, Presidente del CENSIS.

In oltre cinquant’anni di attività (si è insediato nel 1958) il Consiglio ha elaborato circa 1380 documenti, pareri, osservazioni e proposte, disegni di legge, rapporti su tematiche istituzionali, studi e indagini, relazioni, protocolli d’intesa, organizzato convegni e dibattiti. Inoltre cura il notiziario dell’archivio dei contratti collettivi di lavoro, nonché una banca dati sul mercato del lavoro, sui costi e sulle condizioni di lavoro, alla cui formazione ed aggiornamento concorrono gli enti pubblici che compiono istituzionalmente rilevazioni in queste materie.

L’ultimo parere è del 15 maggio 2014, in tema di orari di apertura degli esercizi commerciali, richiesto dalla Camera dei deputati. In precedenza aveva manifestato il proprio avviso sulla Relazione al Parlamento sulla Sicurezza Stradale del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, sul Documento programmatico relativo alla politica dell’Immigrazione e degli stranieri nel territorio dello Stato per il triennio 2007-2009, sul disegno di legge delega in tema di tutela della salute e sicurezza nel lavoro, sulle direttive COVIP su forme pensionistiche complementari, sulla legge delega fiscale. Si è occupato, inoltre, di Ambiente, borsa e attività finanziarie, politica dei redditi, privatizzazioni, emigrazione, italiani all’estero, Europa e rapporti internazionali, finanza pubblica, regionale e locale, fisco, legge finanziaria, soggiorno e integrazione immigrati, federalismo, riforme, cultura.

Perché, dunque, la politica non interpella il C.N.E.L.? Senza tema di smentite i pareri autorevoli dati da un Consiglio, nel quale siedono esperti designati delle organizzazioni rappresentative del mondo dell’economia e del lavoro, costringerebbero i parlamentari ed il governo a fare i conti con questi documenti e, questo, l’arroganza dei politici non può tollerarlo, anche perché se non ne seguissero le indicazioni inevitabilmente l’opposizione e la stampa lo farebbero notare e sarebbe occasione di polemiche.

Ma il C.N.E.L. esiste ed il Governo ha il dovere di farlo funzionare al meglio, anche per giustificare le risorse, poche, che gli sono destinate in bilancio. Vietato, dunque, mettere a capo del Consiglio una mezza figura, tanto per farlo morire d’inedia. Ancora una volta ignorando che gli elettori si sono pronunciati. Molti non sapevano cosa fosse il C.N.E.L. e come funzionasse. Ma la maggioranza aveva intuito che la riforma costituzionale era pessima e, per bocca degli stessi fautori del SI, “non priva di difetti e discrasie”. Con buona pace per il rispetto dovuto alla Carta fondamentale dello Stato.

(da La Verità, 23 marzo, pagina 10)

 


Grillo, il Risorgimento, Torino

di Pier Franco Quaglieni*

 

Lo sappiano, i torinesi. Grillo detesta il Risorgimento. Di recente ha richiesto l’istituzione per il 13 febbraio di un ennesimo Giorno della Memoria per ricordare quelle che lui definisce le vittime del Risorgimento, nell’anniversario della caduta di Gaeta e della fine del Regno borbonico delle Due Sicilie che concluse la spedizione dei Mille di Garibaldi, dopo l’incontro a Teano tra il condottiero dei Due Mondi e Vittorio Emanuele II.

Forse Grillo pensa di sottrarre voti alla Lega, temibile concorrente al Nord nella rincorsa populistica, demonizzando la nostra storia come fece Bossi in passato. La Lega in effetti ha accantonato i temi antisorgimentali e addirittura il 24 maggio 2015 - centenario dell’ingresso dell’Italia  nella Grande Guerra - Salvini e Zaia sono andati in riva al Piave ad attingere acqua del "fiume sacro" come Bossi faceva alle sorgenti del Po.

Grillo nella sua sbornia demagogica vuole travolgere tutto, in primis la democrazia rappresentativa con il ricorso al mito di un nuovo Rousseau in rete. Il richiamo a Rousseau, almeno alle persone colte, dovrebbe essere sufficiente per capire cosa si celi dietro quel nome: la giustificazione a priori del giacobinismo che dalla Rivoluzione francese a quella russa di cent’anni fa ha intossicato due secoli con ghigliottine, terrore e stragi.

Ma come è possibile che nessuno a Torino abbia levato la sua voce contro la proposta di Grillo di celebrare le presunte vittime del Risorgimento ?

È passato esattamente un mese dalla proposta, ma il silenzio l’ha fatta da padrone.

La Torino che fu prima capitale d’Italia e prima protagonista del Risorgimento, avrebbe dovuto, a livello pubblico, prendere posizione contro Grillo. Tutti hanno taciuto. Magari alcuni per disinformazione, altri per disprezzo verso le sparate di Grillo, ma sicuramente alcuni hanno taciuto per convenienza. Se oggi fosse in vita, un uomo come Narciso Nada, storico del Risorgimento, ma anche degli Antichi Stati italiani preunitari, non avrebbe avuto esitazioni a replicare a muso duro per le rime in quella che Adolfo Omodeo definiva la “difesa del Risorgimento”. Lo fece  insieme a me anche agli albori del leghismo. Il meridionale Croce parlò addirittura di “Sorgimento” per sottolineare come esso fosse l’unica grande pagina della storia italiana.

Alcuni pallidi  risorgimentalisti torinesi si baloccano con altre cose, ma non hanno avuto il coraggio di replicare a Grillo, come in passato non lo ebbero nei confronti dei leghisti.

D’altra parte le cattedre di Storia del Risorgimento nelle Università italiane vengono sistematicamente eliminate a favore della Storia contemporanea, ritenendo che il Risorgimento non meriti più studi specifici.

Solo Dino Cofrancesco, la mente più illuminata dell’Università di Genova, gran nemico di quello che lui definisce il “gramsciazionismo" torinese, ha scritto il suo dissenso e la sua indignazione, ricordando le parole di Rosario Romeo, il grande biografo di Cavour: “La crisi dell’idea di Nazione ha indotto molti italiani a rinunciare al rispetto di sé stessi come collettività e come civiltà”.

E ha ricordato la grande lezione di Francesco de Sanctis che, in esilio a Torino, fu anche professore nella nostra Università. De Sanctis, sommo critico e storico della letteratura italiana e primo ministro della Pubblica istruzione del nuovo Regno, scelto da Cavour, patì il carcere sotto i Borboni.

Bisognerebbe opporre a Grillo la grande lezione degli storici italiani, molti dei quali originari del Sud, che hanno scritto la storia del Risorgimento, contestando le tesi fortemente ideologiche ma storicamente fragili di Gobetti e Gramsci che vollero vedere nel processo di unificazione una rivoluzione mancata o una conquista regia.

Mi limito, rispondendo a Grillo da modesto storico del Risorgimento, con le parole di Giame Pintor scritte al fratello nel 1943 poco prima di morire, quando stava iniziando il suo impegno nella Resistenza: “Il Risorgimento fu l’unico episodio storico-politico... che (ha) restituito all’Europa un popolo di africani e di levantini".

Non va dimenticato che Pintor era sardo come Gramsci.

15 marzo 2017



* Pier Franco Quaglieni, storico, giornalista, è Presidente del  Centro Mario  Pannunzio di Torino

 

Circolo di Cultura

 ed Educazione Politica REX

 **

Domenica 19 marzo 2017 ore 10.30

Sala Uno, Roma Via Marsala 42

 LUCIANO GARIBALDI

Giornalista, Storico, Autore di numerosi saggi

sulla seconda Guerra Mondiale

Parlerà sul tema

“I Giusti del 25 aprile”

Con particolare riguardo alla figura di Aldo Gastaldi

Medaglia d’Oro – Primo patriota d’Italia”

***

sarà possibile acquistare la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, già pubblicato nel 1968 in occasione del Cinquantenario, ora edito dalla Casa Editrice Pagine

 nella collana “I Libri del Borghese”

 

 

 

La saggezza del Senato del Regno,

cioè della Camera dei Lord

di Salvatore Sfrecola

 

“L’élite aiuta la democrazia?” si è chiesto Gianluca Mercuri su La Repubblica del 9 marzo, a pagina 13, a proposito della decisione con la quale la Camera dei Lord (House of Lords) ha stabilito limiti rigidi alle iniziative del governo sulle modalità di uscita dall’Unione Europea. Richiamando regole di civiltà giuridica e di democrazia, la salvaguardia dei diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, tre milioni, secondo l’associazione che ne tutela i diritti che, appunto, si chiama Tree milions e che si appella anche al Parlamento europeo perché li tuteli. Un argomento forte perché comune anche agli inglesi presenti in centinaia di migliaia in altri paesi dell’Unione, in Spagna, in particolare, dove i pallidi figli di Albione, specie da pensionati, si trasferiscono per godere del sole, del mare e dell’allegria dei concittadini del Rey Felipe VI.

Ma soprattutto va apprezzato il richiamo alla necessità che la Camera dei comuni si pronunci sull’accordo finale tra Londra e Bruxelles, ciò che nella patria del regime parlamentare non doveva neppure essere dubitato. Dalla Magna Charta (1215) in poi la Camera dei Comuni è, infatti, al centro della vita politica del Regno, frutto di quell’antico patto tra il Re Giovanni Senzaterra e il popolo, i comuni, appunto, i contribuenti che in quel lontano anno ottennero che la riscossione delle imposte da parte del sovrano fosse autorizzata da chi avrebbe dovuto pagarle. Ai quali spettava e spetta anche il controllo sull’utilizzazione di quelle somme da parte dello stato.

La vicenda insegna alcune cose importanti anche per il nostro Paese. Che, in democrazia, il “decisionismo” dei governi, certamente da auspicare, non può fare a meno del confronto parlamentare, con l’assemblea degli eletti. Ed è sintomatico che a ricordarlo sia un’assemblea di nominati, la Camera dei Lord, appunto, che nella vulgata dei patrocinatori della riforma costituzionale Renzi-Boschi era del tutto ignorata, volendosi sostenere che il bicameralismo l’avessimo “solo noi” e che fosse un relitto del passato. Mentre una Camera non eletta dimostra tutta la sua vitalità e la sua indipendenza, da condizionamenti elettorali e da vincoli di partito, perché, scrive Mercuri, i lords “non rappresentano lobby ma solo l’interesse generale: perché sono così distanti dai bisogni e dalle beghe di parte da poterlo individuare con più facilità rispetto a chi parteggia per definizione”.

Sono, i lords, persone scelte per competenza e senso dello stato, come coloro che, nella vigenza dello Statuto Albertino, sedevano nel Senato del Regno, individuati nell’ambito delle categorie indicate dall’art. 33, alti dignitari dell’Amministrazione dello Stato, delle Forze armate, delle istituzioni culturali. Quindi anche scienziati e letterati, da Manzoni a Marconi, da Einaudi a Croce passando per Righi e Carducci, insomma il meglio dell’Italia dell’epoca. Uomini indipendenti, tanto che, anche quando fu il Cavaliere Benito Mussolini a proporre alcune nomine al Sovrano, questi senatori, immersi in un’assemblea libera per definizione, mantennero fede al loro compito di rappresentanti di una élite culturale che si era formata sui banchi di scuola, nelle istituzioni dello Stato dove esercitavano le loro funzioni “col solo scopo del bene inseparabile del Re e della Patria” (art. 49 dello Statuto), cioè con “disciplina ed onore”, come preciserà poi la Costituzione della Repubblica all’art. 54.

I Costituenti avevano evidentemente in mente questo modello e, pur volendosi distaccare dalla Monarchia, pensarono che fosse utile al Paese un’assemblea “di esperti e di rappresentanti delle categorie produttive”, “organo di consulenza delle Camere e del Governo”, con iniziativa legislativa in modo da “contribuire alla elaborazione della legislazione economica e sociale”. Così l’art. 99 della Costituzione che ha istituito il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro che i riformatori del 2016 volevano cancellare, soprattutto perché la politica si era dimenticata di impegnarlo nell’approfondimento delle questioni economiche e sociali che tanto assillano quotidianamente Governo e Parlamento. E, in primo luogo, i cittadini.

Sicché Mercuri, a conclusione del suo pezzo si chiede se “affidarsi a un’élite indipendente per bilanciare il potere esecutivo, è da democrazie logore o da democrazie mature?”

14 marzo 2017

 

 

 

L’Asterisco, di Fernanda Fraioli, tutti i commenti di un anno di cronaca

di Salvatore Sfrecola

 

I magistrati sono abituati a scrivere, citazioni, ordinanze, sentenze. A volte scrivono anche libri, spesso di diritto, ovviamente. Ma anche romanzi, non solamente gialli, come sappiamo. Tuttavia non sempre la loro prosa è coinvolgente, scorre gradevolmente di riga in riga, di pagina in pagina.  L’abitudine alla prosa fredda del diritto è difficile da superare, da trasformarsi in quel linguaggio giornalistico che, per definizione, è il più piacevole. Ai più. Invece Fernanda Fraioli riesce a superare la barriera della prosa legale per assumere una connotazione più fruibile nel quotidiano, con un linguaggio che, pur colto, è facilmente apprensibile e resta dentro. Anche quando racconta e chiosa fatti di cronaca, come quelli che settimanalmente affronta sulle colonne del Corriere dell’Umbria e che oggi consegna a L’Asterisco, il titolo della sua rubrica, 388 pagine che saranno presentate il 15 pomeriggio, alle ore 15.00, nella Sala Aldo Moro a Palazzo Montecitorio su invito del Vicepresidente della Camera Marina Sereni. I proventi delle vendite, ha precisato l'Autrice, saranno devoluti all'Associazione antiviolenza.

Gli asterischi sono di argomento vario, come la cronaca presenta all’attenzione del giornale umbro, riletti attraverso l’occhio di una donna, con le valutazioni e le sensazioni proprie di un cuore e di una mente che nell’essere donna trova le ragioni delle sue relazioni con gli altri e con il mondo che la circonda. Non mancano i temi della violenza sulle donne, del mondo della scuola, delle storie di costume che arricchiscono le cronache. Sono andato a leggere alcuni pezzi di Fernanda (mi consentirà la Signora Vice Procuratore Generale l’approccio col nome) scelti con abilità fra i tanti che la cronaca pone all’attenzione del lettore, sempre coinvolgenti, da leggersi tutti d’un fiato. E non a motivo della contenuta dimensione dello scritto. Anche un testo breve può essere abbandonato alla decima riga se non appare subito stimolante, se non conduce il lettore a guardare oltre il dato della cronaca, se all’immediatezza imprigiona la mente e non la porta a guardare oltre, a collocare l’episodio in una realtà più ampia, a dargli una prospettiva che sia in qualche modo “didascalica” guardando avanti “ad una società che si trasforma, ad antichi vizi duri a morire per un futuro migliore”, come ha scritto nella prefazione Anna Mossuto, Direttore responsabile del Gruppo Corriere. E Gianluca Nicoletti, che ha scritto la presentazione sottolinea il tratto tipico della femminilità, un modo di vedere le cose che non è e non può essere degli uomini, la capacità “d’intravedere sotto traccia quello che noi uomini non riusciamo a scorgere, o peggio facciamo finta di non aver visto”. Il fascino di una capacità di vedere e di interpretare le cose che è ciò che più ci attira nell’altro sesso, che marca una differenza che lungo i millenni ci ha indotti a guardare alle donne con un interesse che va al di là dell’aspetto fisico che forse il più delle volte marca la prima attenzione ma che poi si arricchisce proprio di questa diversità in qualche modo complementare a quella che caratterizza da sempre l’uomo con le attitudini che nel tempo lo hanno caratterizzato.

Così Fernanda Fraioli passa alla lente della sua femminilità e della sua cultura, anche giuridica ovviamente, i fatti che ripropone all’attenzione dei lettori nell’ottica propria di chi esprime valutazioni sulla base di convincimenti e di sensazioni che i lettori hanno dimostrato di apprezzare per le regole di vita che richiama, per i valori umani e spirituali che, non evocati espressamente, corroborano gli asterischi, fino a farne, non un “manuale del vivere civile” che, osserva Nicoletti, “sarebbe una riduzione a rango di testo scolastico che la leggerezza del tratto di questa autrice non merita”, ma un poderoso trattato al femminile della società del nostro tempo. Anche se il “manuale” non è necessariamente un testo riduttivo, formale e scontato.

Queste cose che scriviamo, prendendo spunto da questo o quell’asterisco, possono sembrare al lettore di questa recensione un ossequio formale all’Autrice, dovuto in virtù di un’antica amicizia. Ma chi conosce Fernanda Fraioli, comprende subito che questa scrittrice “in toga” è espressione di una femminilità non formale, di quelle che non si fanno condizionare dalle mode ma che, proprio per questo, la sua personalità appare ancor più circondata di un fascino antico e modernissimo, come vorremmo sempre in una donna che tale rimanga anche quando fa un lavoro che per molto tempo è stato esclusivo degli uomini.

12 marzo 2017

 

 

“La guerra 1915 – 18”, di U. D’Andrea, V. Tur, E. Avallone, R. Lucifero, con prefazione di Gioacchino Volpe

a parte un di Salvatore Sfrecola

 

Nei giorni scorsi è tornato in libreria, edito da Pagine nella collana “i libri del Borghese”, la casa editrice diretta da Luciano Lucarini, “La guerra 1915-18”, (pp-171, € 17,00), un volume che pubblica i testi delle conversazioni tenute presso il Circolo di Cultura ed Educazione Politica Rex nelle domeniche del 1965, per illustrare le vicende della Grande Guerra, secondo un organico programma indicato da Gioacchino Volpe, il grande storico che del libro ha scritto la prolusione, e che introduce agli scritti di Ugo d’Andrea, “l’Italia del 1915 e le ragioni del nostro intervento in guerra”, Enzo Avallone, “L’Esercito italiano nella guerra 1915 – 1918”, Vittorio Tur, “La Marina italiana nella guerra 1915 – 1918”, e Roberto Lucifero, “La vittoria e il Re soldato”.

Osserva Gioacchino Volpe che “l’Italia ufficiale non sembra si riscaldi troppo per questo evento. Forse perché esso fu nazionale o irredentista, laddove oggi, per chi ci governa, tutto è o dovrebbe essere internazionale, europeo, atlantico, cosmopolita? e la parola “Nazione” viene quasi cancellata dal vocabolario politico, come che i due concetti siano contraddittori? O perché si teme di urtare partiti di Sinistra e del Centro-Sinistra che, nei mesi fra il 1914 e il ‘15 furono e poi si mantennero avversi alla guerra e fecero quel che poterono per insidiarla o svigorirla? O perché, quando si parla di quei fatti, non è sempre possibile, neppure ricorrendo a ridicole circonlocuzioni o al silenzio, come si suole, nascondere certi nomi e innanzitutto un nome di Re? O perché oggi penne e lingue sono tutte affaccendatissime a parlare di “Resistenza”, a glorificare la “Resistenza” di cui ricorre il ventennale?”

Per Volpe la Grande Guerra è la “prova dell’Italia unificata, conclusione o consacrazione del Risorgimento”. E ricorda le parole del Re “siate un Esercito solo”. E “prima resistettero alle poderose offensive austroungariche: poi presero essi l’iniziativa dell’azione, ripassarono il Piave, liberarono le province invase, giunsero a Trieste e Gorizia e Trento e Fiume e Zara, cioè ai “confini che natura pose”. Giornate inebrianti per chi le visse”. Fu la prima occasione di un popolo finalmente unificato nel Regno consacrato dal voto popolare nei plebisciti che lungo gli anni si tennero nei territori già sotto dominio straniero, nei regni e nei principati confluiti nello Stato nazionale. Per poi venire a parlare del tempo presente, della democrazia sociale che “con la sua scarsa sensibilità nazionale, con le sue solidarietà ideologiche oltre i confini, con suo regionalismo, non ci dà molto affidamento”. Valutazioni valide anche per l’oggi.

Il testo della prima conversazione è di Ugo d’Andrea, giornalista, scrittore (sua la voce Nazionalismo nell’Enciclopedia Italiana), parlamentare: “L’Italia nel 1915 e le ragioni del nostro intervento in guerra”, una ricostruzione approfondita dell’evoluzione della storia politica e sociale del nostro Paese a partire dai primi anni del regno di Vittorio Emanuele III, con l’azione sociale di Giolitti, il suffragio allargato, il monopolio delle assicurazioni, la guerra di Libia nel 1911 ampiamente condivisa. Ricorda l’azione politica fortemente innovativa, spesso ardita, dello statista di Dronero, la sua apertura ai radicali con Credaro, Nitti, Ettore Sacchi, il dibattito politico con Gaetano Mosca, il ruolo del Corriere della Sera di Albertini. D’Andrea ripercorre le tensioni politiche ideali di quegli anni il nazionalismo nato 1910, i similari movimenti francesi, con l’Action Française e Maurras. C’è una ricognizione importante del pensiero e delle opere di quanti operarono in questo momento straordinario dalla parte dell’irredentismo. E racconta le iniziative politiche diplomatiche del Marchese di San Giuliano e la preparazione dell’intervento, la difficile ma determinata modifica dell’equilibrio internazionale con l’abbandono della Triplice Alleanza per puntare su un’intesa che, definita a Londra in un trattato firmato il 26 aprile, alla vigilia dell’ingresso in guerra, avrebbe riportato l’Italia in una alleanza con le potenze marittime, già in passato ritenuta necessaria, “perché abbiamo 8.000 Km di coste da difendere”  che ci farà vincere, come, invece, avendola abbandonata, perderemo nella guerra 1940 - 45.

“L’Esercito italiano nella guerra 1915-1918” è di Enzo Avallone e si sofferma sulle difficili condizioni dell’Esercito italiano all’inizio della guerra che già aveva impegnato le potenze europee nel 1914. Per descrivere le condizioni dell’arduo amalgama di forze prive di un autentico passato militare, se si esclude l’esercito piemontese e quello napoletano. Al di fuori di questi ambienti non c’era una “tendenza militare delle famiglie, che trasmettesse l’abitudine all’esercizio delle armi di padre in figlio”, quella tradizione che era stata sempre, ricorda, una forza dell’esercito germanico. Le condizioni dei mezzi, degli armamenti, oltre che dell’addestramento vengono analizzate con dovizia di particolari ricordando l’opera di rammodernamento degli armamenti del generale Pollio ed in particolare dell’artiglieria che si rivelerà essenziale nel corso di un conflitto nel quale un ruolo speciale ebbero le posizioni fortificate del nemico sulle montagne del Trentino che si dovettero smantellare, una dopo l’altra, con l’impiego di grossi obici. Avallone richiama anche quello che ha scritto Salandra, il Presidente del consiglio all’atto dell’intervento in un volume di recente ripubblicato in anastatica, sulle insufficienze delle Forze Armate che avevano consumato ingenti risorse nella recente guerra di Libia. E dà conto dell’impegno di quanti erano tenuti a provvedere, comprese le incertezze negli approvvigionamenti a causa della posizione politica di neutralità che l’Italia aveva assunto. Significativo il caso delle mitragliatrici. Erano state ordinate già da due anni alle industrie inglesi che tuttavia tardavano a consegnarle per ragioni politiche, non essendo certo il Regno Unito, nel 1914, della scelta che l’Italia, impegnata a fianco degli imperi centrali dal 1882, avrebbe fatto. Si dovete pertanto provvedere a progettare una mitragliatrice italiana, la Fiat 14, con la conseguenza che, entrato in guerra, l’Esercito italiano disponeva di quell’arma, già da tempo ritenuta sempre più importante nella guerra moderna, in quantità nettamente inferiore al necessario.

L’Autore segnala una serie di errori delle autorità di governo, dovute in primo luogo all’incertezza della scelta del campo nel quale schierarsi e della segretezza della decisione di abbandonare la Triplice Alleanza per schierarsi a fianco del Regno Unito e della Francia, a seguito del Trattato di Londra, rimasto a lungo segreto, tanto che Sonnino non volle darne una copia a Salandra finché non lo poté trascrivere di proprio pugno e il Capo di stato maggiore italiano fu tenuto all’oscuro della firma del patto e di una clausola importantissima di esso, cioè che entro 30 giorni dalla firma (26 aprile) l’Italia doveva entrare in guerra. E fu, infatti, il 24 maggio, il passaggio del Piave. Racconta Avallone che “Cadorna venne a conoscenza di questa clausola per vie secondarie, quando un colonnello del Comando supremo, a Parigi, ne ebbe notizia dai francesi”. “Il Governo evidentemente – scrive Avallone – non si rendeva conto del tempo necessario a una mobilitazione, a una radunata, all’apprestamento delle Forze armate; il Governo credeva bastasse premere un bottone perché l’esercito e la marina si potessero scagliare oltre le frontiere o fuori dai porti”. Una mentalità formatasi sull’esperienza delle guerre dell’800.

Il testo ricorda vari aspetti della conduzione della guerra, ben noti ma ricostruiti con molta precisione sicché il lettore viene guidato lungo gli eventi, con particolare riferimento a quelli drammatici, delle battaglie sull’Isonzo, od a Caporetto quando emerse l’intollerabile insufficienza organizzativa e di comando del nostro esercito, con le conseguenze anche psicologiche che avrebbero creato un grave sbandamento militare, politico e psicologico in un Paese costretto dagli immani sacrifici dell’economia di guerra. Una crisi politico militare riscattata a Peschiera quando il Sovrano, alla prospettiva del nuovo schieramento arretrato proposto dagli Stati maggiori alleati, li convinse sulla base di una appassionata rivendicazione del valore del soldato italiano del cui impegno di faceva garante, certo che l’Esercito avrebbe saputo fermare il nemico, riconquistare le posizioni perdute e riprendere l’avanzata verso Trento e Trieste. Poi l’impegno del nuovo Capo di Stato maggiore, generale Armando Diaz, e l’offensiva trionfale di Vittorio Veneto dopo la battaglia difensiva del giugno in pianura.

Si legge tutto d’un fiato questo capitolo nel quale sono descritte le operazioni militari, l’impegno dei Corpi d’armata, delle divisioni, dei reggimenti, e dell’Aeronautica, che pure vantava una storia recente, avendo esordito soltanto nella campagna di Libia nel 1911. C’è, poi, la pagina degli eroi della Grande Guerra, da Cesare Battisti a Fabio Filzi, da Damiano Chiesa a Enrico Toti. In concomitanza alle operazioni militari ed in ragione di esse Avallone ricorda come la “Famiglia Reale, con tutti i suoi componenti, sia stata in primissimo piano nel lavoro, nel sacrificio, nell’esempio. La Regina trasformò il Quirinale in ospedale per feriti e mutilati (1915-1919) e se stessa in materna infermiera; con lei la Duchessa d’Aosta. Il Re, lasciata la direzione dello Stato, per quanto atteneva alle attività interne, a Tommaso duca di Genova nominato luogotenente generale del Regno, partì fin dal primo giorno per il fronte rientrò solo a guerra finita; né al fronte, si limitò al controllo diretto della situazione e a visitare quotidianamente le truppe di linea e i comandi (una volta, rovesciatosi il berretto e imbracciato all’improvviso il fucile d’un soldato, volle sparare anche lui contro un aeroplano nemico che sorvolava le prime linee) contribuendo con la sua onnipresenza a mantenere elevato il morale; ma, quando necessario, seppe intervenire con energia assumendosi anche responsabilità che andavano al di là dei Suoi doveri costituzionali”, come a Peschiera, lo abbiamo già ricordato, nel corso della riunione degli Stati maggiori degli eserciti dell’alleanza che lui stesso aveva convocato.

Il capitolo si chiude con il bollettino della vittoria.

“La Marina italiana nella guerra 1915 1918”si deve alla penna di Vittorio Tur, ammiraglio, che descrive innanzitutto i compiti della Forza Armata, in particolare quello di bloccare efficacemente l’Adriatico, di proteggere l’avanzata dell’esercito verso Trieste e di impedire qualsiasi sbarco alle sue spalle. Inoltre la Marina doveva proteggere i nostri convogli militari il vettovagliamento e i rifornimenti alla Nazione provenienti da Gibilterra e da Suez.

Tra le forze armate la Marina certamente aveva per tempo provveduto a un rafforzamento e ad un ammodernamento delle unità sotto la direzione dell’ammiraglio Paolo Thaon di Revel che “aveva anche provveduto ad assicurare efficienza e protezione alle basi navali, agli approvvigionamenti di combustibili, alle armi e, avendo sempre sostenuto la grande importanza in guerra di siluranti, sommergibili e aviazione, disdisse - per poter provvedere alla loro costruzione - quella delle grandi corazzate da 30.000 tonnellate in progetto, contro il parere dei sostenitori di esse, tanto più che i piani non garantivano loro la incolumità dalle offese subacquee”. In particolare, ricorda Tur, Thaon di Revel era stato sempre un sostenitore dell’aviazione e “grazie a lui, la Marina poté avere, al principio della guerra degli idrovolanti, seppure in numero minimo rispetto ai 150 iniziali da lui richiesti e che riteneva rispondenti alle necessità, numero che poté però, sempre grazie a lui, essere accresciuto in seguito. Infatti durante la guerra arrivammo al 1.645 idrovolanti e aeroplani e a 49 dirigibili di vario tipo”.

Anche questo capitolo sulle operazioni in mare è una lettura appassionante delle imprese dei nostri marinari che, abilmente guidati resero praticamente inerte, incapace di operare la marina austriaca che anzi perse per l’aggressione dei nostri mas prestigiose unità come la corazzata Santo Stefano e la Viribus Unitis. Il testo dà conto delle nostre unità, della loro dislocazione, delle operazioni nelle quali sono state impegnate. Il lettore troverà anche i nomi di valorosi ufficiali e marinari e delle loro straordinarie imprese, dalla “beffa di Buccari” alla vittoria di Premuda, l’affondamento delle corazzate Wien nella rada di Trieste ad opera di Luigi Rizzo, Tegetthoff e Szent Istvàn (Santo Stefano). In tutti questi avvenimenti emerge il nome di Luigi Rizzo il quale sarà decorato di medaglia d’oro e insignito dell’Ordine Militare di Savoia e Conte di Grado. Altro insigne marinaio, l’Ammiraglio Umberto Cagni di Bu Meliana, Comandante delle forze navali destinate a Pola.

Il volume si chiude con una conversazione di Roberto Lucifero intitolato “La vittoria e il Re soldato”, pagine che sottolineano il ruolo e l’impegno del Sovrano nella fase precedente l’entrata in guerra e nella sua presenza al fronte nel corso dell’intero conflitto. Ricorda, in particolare, quanto gli aveva riferito il padre a proposito di una serie di colloqui con Vittorio Emanuele III, già nell’estate del 1914. Il Re aveva chiara l’idea che per motivi storici era inevitabile che fosse giunto il momento della completamento dell’unità d’Italia che non si era potuta raggiungere prima. Inoltre era consapevole dello sviluppo del conflitto e dell’inevitabile impegno degli Stati Uniti d’America che sarebbe avvenuto soltanto nel 1917, ma che lui ben tre anni prima riteneva certo.

“Il Re, dunque, volle la guerra. E, io credo, possiamo dire che in certo senso la impose perché, a un determinato punto, se il governo non avesse avuto lo stimolo e l’appoggio del Re di fronte alle resistenze del Parlamento e di gran parte del Paese, con le minacce del socialismo sempre pronto a crear disordini ogni volta che il Paese avesse particolare bisogno d’ordine, probabilmente a quella decisione non si sarebbe venuti”.

In conseguenza di ciò scrive Lucifero: “il 24 maggio si chiama Vittorio Emanuele III. Ma anche la guerra si chiama Vittorio Emanuele III sotto tutti gli aspetti multiformi del Re: del Re il quale sapeva di esser Lui mallevadore di quella battaglia condotta dal suo popolo; dell’uomo, che si accompagnava ai soldati nei luoghi più rischiosi giorno per giorno, ora per ora, che in mezzo agli scoppi delle granate mangiava il suo fagottino seduto sopra un sasso; del capo di una Famiglia, il quale ha voluto che tutti i Principi di Casa Savoia partecipassero alla guerra (e uno c’è morto, il Conte di Salemi); ha voluto che tutte le donne della Sua famiglia partecipassero alla guerra. E le avete viste nella uniforme gloriosa della Croce Rossa, con alla testa quella Regina di cui, nel Suo ultimo viaggio, ebbero tanta paura da non consentirLe di passare alcune ore in cabina nel porto di Napoli, quando dall’Egitto doveva trasferirsi a Montpellier”. Una sosta per incontrare un medico che si sperava potesse alleviare le sue sofferenze, una sosta che le fu impedita dalle autorità della repubblica.

La figura del Sovrano e della Regina Elena riempiono con il ricordo di episodi significativi della loro vita questo capitolo conclusivo, come in un modo diverso non sarebbe stato possibile, per sottolineare, nel centenario della Grande Guerra, che per il Regno d’Italia, fu la Quarta guerra d’indipendenza, come fu portata a completamento l’unità nazionale. Un impegno del Circolo di cultura ed educazione politica Rex, istituzione culturale che risale al  1948, indipendente, sostenuta esclusivamente dai soci, e che ha visto alla presidenza e nel Consiglio direttivo personalità della cultura, della politica delle Forze Armate e dell’Amministrazione dello Stato, per ricordare eventi ed approfondire momenti salienti della storia italiana, sempre con la serenità di chi crede nei valori e nella identità nazionale.

12 marzo 2017

 

 

 

Associazione Italiana

Giuristi di Amministrazione

 

Conversazioni di Diritto pubblico

Salvatore Sfrecola

Avvocato, già Presidente di Sezione

della Corte dei conti

 

parlerà sul tema

 

Finanza pubblica e finanza locale

tra regole e controlli

(Riflessioni per politici e funzionari suggerite dalle relazioni per l’inaugurazione dell’anno giudiziario delle Sezioni giurisdizionali della Corte dei conti)

 

Venerdì 10 marzo 2017

Ore 17,00

Roma, via Ferrari 1

(Salone dei Padri Pallottini)

 

Tra incarichi dirigenziali e posizioni organizzative

Le agenzie fiscali continuano ad aggirare la Costituzione

di Salvatore Sfrecola

 

L’accusa è pesante, gravissima. E proviene dalla Corte costituzionale. Le agenzie fiscali  (delle entrate, delle dogane e del territorio) hanno aggirato la “regola del concorso pubblico”, secondo la quale “agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso”, come sta scritto nell’ultimo comma dell’art. 97 della Costituzione, di seguito ad altri principi, quali il buon andamento e l’imparzialità dell’amministrazione. Insomma le regole della legalità. E tanto per non perdere l’abitudine le medesime Agenzie fiscali continuano ad aggirare la Costituzione e le leggi. Infatti, mentre con il decreto “Milleproroghe” hanno ottenuto che le procedure concorsuali per l’acquisizione dei dirigenti slittassero al 31 dicembre 2017, nel frattempo attribuiscono “posizioni organizzative speciali ed a tempo” riproducendo “le medesime metodologie fin qui praticate nonostante la bocciatura del giudice delle leggi”, come si legge in un comunicato della DIRSTAT, la Federazione fra le associazioni ed i sindacati nazionali dei dirigenti, a firma del Vice segretario generale, Pietro Paolo Boiano.

Le agenzie avrebbero dovuto, invece, nelle more delle procedure concorsuali, procedere all’affidamento delle reggenze, come aveva indicato la Corte costituzionale nella sentenza n. 37 del 17 marzo 2015, quella che denuncia, appunto, l’“aggiramento”, sancendo l’illegittimità delle disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie che avevano consentito il conferimento di incarichi dirigenziali che, secondo la giurisprudenza della Consulta, deve avvenire in ogni caso “previo esperimento di un pubblico concorso” concorso “necessario anche nei casi di nuovo inquadramento di dipendenti già in servizio”.

Perché la Corte parla di aggiramento? Perché le agenzie, avendo proceduto alla copertura provvisoria di vacanze nelle posizioni dirigenziali mediante la stipula di contratti individuali di lavoro a termine con propri funzionari, con l’attribuzione dello stesso trattamento economico dei dirigenti, “fino all’attuazione delle procedure di accesso alla dirigenza” e comunque fino ad un termine finale predeterminato, lo ha di volta in volta prorogato a partire dal 2006. “Le reiterate delibere di proroga del termine finale – si legge nella sentenza - hanno di fatto consentito, negli anni, di utilizzare uno strumento pensato per situazioni peculiari quale metodo ordinario per la copertura di posti dirigenziali vacanti”.

Ma il Governo fa orecchie da mercante e le agenzie, bocciati gli incarichi dirigenziali, ricorrono alle “posizioni speciali a tempo” di cui si è detto, per guadagnare mesi e forse anni e creare situazioni di fatto nella speranza o nell’aspettativa di qualche sanatoria, cioè di un nuovo aggiramento della Costituzione e delle leggi, nonostante la delusione del personale più elevato in grado, impegnato a combattere l’evasione fiscale, che pure ha vinto su tutti i fronti nei giudizi amministrativi e di costituzionalità. Continua, dunque, la protesta e continuerà il contenzioso dinanzi ai tribunali amministrativi regionali ed al Consiglio di Stato di fronte all’improntitudine dei governi.

(Pubblicato da La verità del 5 marzo 2017)

 

 

Nel 25° di “Mani pulite”

Guardie e ladri: l’eterno gioco di grandi e piccini

di Salvatore Sfrecola

 

Giovanissimo, tra i giochi più in voga c’era quello denominato “guardie e ladri”. Molti dei miei coetanei preferivano “fare” i ladri, non ovviamente per una inclinazione al crimine. I ladri erano, più che altro, ribelli avventurosi, come quelli che avevamo imparato ad ammirare dalle letture dei libri di Emilio Salgari, tra pirati e corsari, tutti impegnati a vendicare torti subiti, come Sandokan, “la tigre della Malesia”, o “il corsaro nero”, il nobile Conte di Ventimiglia. Non emergeva, dunque, la contrarietà alla legge. Della cui autorità, comunque, si sentivano investite “le guardie” tra le quali, manco a dirlo, io mi schieravo senza tentennamenti, sempre. E così è continuato nel tempo, fino ad indossare la toga del magistrato della Corte dei conti, per individuare e punire, da Pubblico Ministero o da Giudice, chi avesse danneggiato lo Stato o qualche ente pubblico, con sprechi o corruzione.

Sento dire che i bambini non giocano più a guardie e ladri. Mentre i grandi non giocano, fanno sul serio. Così alcuni rubano “e non si vergognano”, come sostiene Piercamillo Davigo, in qualche modo ribadendo che quel “non” dimostra una evoluzione in peggio del malaffare. Divenuto Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, il Sostituto Procuratore della Repubblica che sotto la guida di Francesco Saverio Borrelli aveva fatto parte del pool “Mani pulite” della Procura di Milano, insieme a Gerardo D’Ambrosio, Gherardo Colombo e Antonio Di Pietro, continua la sua battaglia, esponendo con cartesiana logica e con l’eloquenza dei precedenti le ragioni degli illeciti che quotidianamente vengono segnalati dalla stampa.

E qui va fatta qualche precisazione, che non sarà gradita a quanti hanno visto in Tangentopoli, più che la vicenda giudiziaria dei finanziamenti illeciti alla politica e della corruzione, una sorta di colpo di stato (qualcuno si è azzardato a definirlo così) contro i partiti che, fino ad allora, avevano occupato la scena, la Democrazia Cristiana, il Partito Socialista Italiano, il Partito Comunista Italiano, in varia misura coinvolti nel sistema delle tangenti. E così è passata, e persiste in alcuni, la vulgata che la magistratura sia stata in qualche misura “usata” dai “poteri forti” interni ed internazionali (la Massoneria, la C.I.A. le centrali economiche internazionali e chi più ne ha più ne metta) per provocare la fine della prima repubblica.

Ora non è dubbio che, proprio dagli interrogatori, prima, e dai processi, poi, ampiamente richiamati dalla stampa e dalle televisioni (Radio Radicale, ad esempio, trasmetteva per ore le udienze) è emerso che effettivamente i “costi della politica”, sempre più elevati per far fronte alle spese per pubblicazioni, convegni, scuole di partito e quant’altro fosse ritenuto utile per affermare la propria presenza sul territorio e nell’economia ampiamente condizionata dalla politica, i tesorieri dei partiti ricevevano ingenti “donativi” a fronte di favori vari, con assegnazione di appalti, soprattutto, e di forniture di beni e servizi destinati agli enti pubblici. “Così fanno tutti”, sono le parole di Bettino Craxi, ex Presidente del Consiglio e Segretario del Partito socialista in un drammatico discorso alla Camera dei deputati il 3 luglio 1992 tra il silenzio ostile di tutto l’emiciclo nel quale sedevano quei “tutti” che erano abituati a ricevere e gestire mazzette. “Il finanziamento illegale dei partiti in Italia – sono le sue parole – è un fatto vero e largamente noto”. Aggiungendo che “all’ombra di un finanziamento irregolare ai partiti e al sistema politico fioriscono e si intrecciano casi di corruzione e concussione, che come tali vanno definiti, trattati, provati e giudicati. E tuttavia bisogna dire che tutti sanno: buona parte del finanziamento pubblico è irregolare o illegale”. Con la conseguenza che “nessun partito è in grado di scagliare la prima pietra”.

Poi si accertò che quelle somme messe a disposizione da appaltatori e boiardi di Stato non finivano solamente sui conti dei tesorieri di DC, PCI e PSI, perché spesso andavano direttamente ai responsabili delle correnti che se ne servivano per comprare tessere o per organizzare in vario modo, anche con giornali e riviste, il potere dei gruppi e dei loro esponenti all’interno dei partiti.

Sembra quasi che l’azione dei magistrati sia stata “contro” i partiti. In realtà i fatti sono veri, le imputazioni e le responsabilità effettive e confessate. E quanto alla lunghezza dei processi, spesso provocata degli imputati alla ricerca della prescrizione, non risulta che qualcuno vi abbia rinunciato per pretendere che i giudici si pronunciassero nel merito, per rivendicare la propria innocenza.

“Così fanno tutti” e, naturalmente, “tutti sanno”. L’accusa di Craxi conferma che la prassi era quella e certo alcuni drammi che hanno accompagnato le inchieste (mi riferisco ai cosiddetti “suicidi eccellenti”) sono conseguenza della generalizzata certezza dell’impunità. Che, venuta meno anche per effetto del mutato clima politico a seguito della caduta dell’impero sovietico, non poteva che provocare traumi profondi nelle persone che, pur essendo collettori di tangenti per i partiti, si sentivano coperti da una prassi e forse addirittura “onesti”, quando non rimaneva attaccato alle loro mani qualche pacchetto di banconote di grosso taglio.

Questo clima buonista, che periodicamente emerge nel dibattito politico, risuona nelle rievocazioni di “mani pulite” di cui hanno scritto Gianni Barbacetto, Peter Gomez e Marco Travaglio (“Mani pulite 25 anni dopo”, in libreria da alcuni giorni). Parole di comprensione, pur in assenza di pentimenti. Per cui qualcuno si pone l’obiettivo di “riabilitare” Craxi, cui certamente va riconosciuta la dignità della confessione, sia pure, edulcorata da quel “tutti sanno”. E il Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, apre un dibattito sulla possibilità di intitolare una strada o una piazza della “capitale morale” a Craxi. Sarebbe un gravissimo errore e una inammissibile ingiustizia nei confronti delle tante persone perbene che giorno dopo giorno, con impegno e personale sacrificio, operano al servizio delle istituzioni, dello Stato e della politica, o rispettano le regole della concorrenza nel mercato degli appalti di lavori o forniture.

Sarebbe innanzitutto una ingiustizia nei confronti dei giovani i quali devono essere educati al rispetto delle leggi, nella convinzione che l’amministrazione pubblica sia effettivamente quella “casa di vetro” della quale si parla spesso con un’enfasi che vorremmo rispondesse alla realtà. In un sistema di trasparenza “totale”, come è regola di alcuni paesi che ci precedono, e di molto, nella graduatoria che annualmente Transparency International redige sulla base della percezione della corruzione. I più virtuosi, com’è noto sono i regni di Danimarca e Svezia, una realtà nella quale la trasparenza dei poteri pubblici è, appunto, “totale”, un aggettivo con il quale il Ministro della funzione pubblica del governo di Stoccolma spiega i motivi di quel primato, come ha riferito Raffaele Cantone nel corso di un convegno che si è tenuto qualche mese fa a Roma nell’aula delle Sezioni Riunite della Corte dei conti.

26 febbraio 2017

 

 

Renzi: arroganza continua

di Salvatore Sfrecola

 

Nella relazione introduttiva ai lavori dell’Assemblea del Partito Democratico Matteo Renzi ha mostrato ancora il volto dell’arroganza. Ha chiuso, senza esitazioni, la porta in faccia ai sui contendenti, arroganza gratuita proprio per essere quella di D’Alema, Rossi, Speranza ed Emiliano una minoranza, agguerrita ma pur sempre minoranza. E l’ha bollata, per le richieste sulle regole di funzionamento del congresso, come “ricattatrice”, un termine che esclude in radice ogni possibilità di intese. Infatti l’Assemblea si è chiusa senza una replica, giustificata con la circostanza che, nel frattempo, si era dimesso da Segretario per potersi poi ricandidare.

Arroganza che è il limite del leader del PD e che lo ha portato a definire “accozzaglia” lo schieramento di quanti si opponevano alla “sua” riforma costituzionale. Ha perso il referendum, sonoramente bocciato dagli italiani recatisi in gran numero a votare, ma non l’arroganza, e così abbiamo scoperto un politico che, invece di prendere consapevolezza dei propri errori (oltre alla riforma costituzionale, quella elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta, insieme a parti della legge Madia), giorno dopo giorno, aggiungeva a slogan, oggettivamente efficaci anche se spesso dimostratisi inconsistenti, un’aggressività che ha assunto presto i toni dell’intolleranza nei confronti di chi dissentiva, dentro e fuori il Partito. Un tratto caratteriale che poco si concilia con la forza degli sbandierati consensi stimati intorno al 40%, in ragione del risultato alle elezioni europee, assolutamente poco significativo perché è noto che quella competizione appassiona poco gli italiani, ed al referendum costituzionale.

Che senso ha, dunque, questa chiusura senza appello alla minoranza se non una evidente incapacità di comprendere che il PD, come tutti i grandi partiti, ha più anime e nei confronti di alcune di esse va ammesso il dissenso, un limite grave per un politico che ambisce governare il Paese. E che lo condizionerà negativamente in futuro. Inevitabilmente.

A meno che non voglia favorire la scissione per far cadere il Governo Gentiloni addebitandone la responsabilità alla minoranza ed andare alle elezioni, come Renzi vorrebbe. Obiettivo, tuttavia, difficile da ottenere perché, in mancanza di una legge elettorale per Camera e Senato, il Capo dello Stato darebbe certamente l’incarico di formare un nuovo governo ad una personalità istituzionale con il compito di definire in Parlamento le regole con le quali andare a votare.

Uno spettacolo obiettivamente penoso.

20 febbraio 2017

 

 

 

Dopo l’Assemblea del Partito Democratico che non allontana le ipotesi di scissione

Riuscirà il Centrodestra a cogliere l’occasione della crisi del PD?

di Salvatore Sfrecola

 

Nella ricerca di un riposizionamento delle forze politiche, che interessa la Destra come la Sinistra, si sono messi in campo slogan vari, dal “Partito della Nazione” all’“Italia dei popoli” nel tentativo di andare oltre l’esperienza della prima e della seconda repubblica, un tempo nel quale, abbandonate le ideologie, abbiamo perduto anche ogni riferimento ad idee forti, quelle che indicano un progetto per la società di oggi e di domani.

La prima proposta, il “Partito della Nazione” è nata in casa del Partito Democratico, nel tentativo di abbandonare l’angusto spazio della Sinistra postcomunista che convive sempre più in difficoltà con i post democristiani a suo tempo confluiti nella Margherita. Un amalgama difficile sentenziò, profetico, a suo tempo Massimo D’Alema e si è visto che aveva ragione. Un partito che guarda al centro, dunque, che occhieggia a Berlusconi ed alla sua Forza Italia, in qualche modo visibile nel “Patto del Nazzareno” un accordo abortito quando Matteo Renzi ha mancato alla parola data proponendo la candidatura di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica senza concordare la scelta con l’ex cavaliere. Questo PD, partito di sinistra che occhieggia ai moderati, naviga oggi in cattive acque. È alla vigilia di una probabile scissione che, come segnala Bersani, è già avvenuta nell’elettorato tradizionale in occasione delle elezioni comunali e del referendum costituzionale dal quale è risultato sconfitto oltre ogni più pessimistica previsione. Stasera l’Assemblea del Partito, iniziata con un duro attacco di Renzi alle minoranze, si è chiusa senza la replica del Segretario, nonostante un accorato appello all’unità di Michele Emiliano dal tono “ultima chiamata”.

La diaspora della Sinistra, ormai difficilmente evitabile stante l’atteggiamento arrogante del Segretario, costituisce un’occasione straordinaria per il Centrodestra. E ci si chiede se sappiano approfittarne Berlusconi, la Meloni e Salvini. Il primo è in ambasce. Vorrebbe riproporre un “Nazzareno due” ad un Renzi dimezzato e comunque, come si è visto, inaffidabile anche quando non promette “sta sereno” a qualcuno. Soprattutto l’ex cavaliere non sa a chi rivolgersi per tutelare le sue aziende, la preoccupazione di sempre, quella che lo ha spinto a “scendere in politica”. Altro che ideali di Patria e liberali. Berlusconi è un imprenditore e le sue preoccupazioni sono solamente per le aziende di famiglia. Lo dimostra la fallimentare gestione dei suoi governi. Ricordo che Francesco Storace, dopo aver letto il mio “Un’occasione mancata”, mi telefonò per dirmi che il libro dimostrava “perché il Centrodestra aveva perso le elezioni del 2006 per 26mila voti quando avrebbe potuto vincere per due milioni”.

Berlusconi, quindi, è un elemento di debolezza per un’ipotetica coalizione con Giorgia Meloni e Matteo Salvini i quali non sanno se e come contare sul suo apporto.

La Meloni ha fatto molta strada, ha acquisito un profilo nazionale, è solidamente alla testa di Fratelli d’Italia un partito presente nell’agone politico e parlamentare e, pur costituendo una realtà prevalentemente romana e laziale, assicura al Centrodestra quella cultura liberal-popolare che va al di là del vecchio Movimento Sociale Italiano che la maggior parte dei suoi dirigenti ed elettori non hanno neppure conosciuto. È un ruolo delicato quello di Giorgia Meloni. Potrebbe recuperare su altre destre che soprattutto in Italia meridionale sono di ispirazione monarchica, prevalentemente sabauda, ad onta dell’affannoso e patetico agitarsi di sparuti circoli neoborbonici dediti soprattutto alla toponomastica, a cercare di eliminare strade e piazze dedicate a Giuseppe Garibaldi, a Vittorio Emanuele II ed al Conte di Cavour.

Il ruolo di Fratelli d’Italia è, dunque, essenziale nella ricomposizione del Centrodestra. Anche perché, se al Sud qualcuno rivendica le glorie di un Regno “delle due Sicilie”, nel quale a Palermo si odiavano i Borbone, dinastia straniera, c’è chi al Nord contesta i plebisciti di annessione al Regno d’Italia, propone il bilinguismo e l’autonomia, che se costituisce un passo avanti rispetto alla secessione è pur sempre un atteggiamento che fa venire l’orticaria agli eredi del Risorgimento. E parla di “popoli”, un plurale equivoco, perché l’Italia è una ed uno è il popolo anche se con esperienze e tradizioni diverse.

Matteo Salvini ha più volte fatto intendere che la sua proposta politica va al di là dell’angusta visione regionalistica tanto cara al pur bravo Zaia. E sembra riconoscere quel che la storia dice. Che l’Italia, nata da una vocazione unitaria che ha percorso i secoli da Dante in poi, dimostra una ricchezza straordinaria proprio nella varietà delle esperienze locali, nella cultura, nella storia, nell’ambiente delle valli e delle pianure nelle quali città e borghi hanno costituito un tessuto prezioso che si integra, come scriveva Camillo di Cavour nel 1846 (tenete a mente la data, ben prima della prima guerra d’indipendenza), attraverso le ferrovie e le strade che lungo lo stivale consentono il trasferimento dei prodotti del made in Italy e la circolazione delle persone, in particolare dei tanti turisti che ogni anno da secoli vengono a visitare questo nostro Paese, le sue bellezze naturali, i suoi meravigliosi musei, i Palazzi ed i Castelli nei quali si è fatta la storia.

Riusciranno Forza Italia, Fratelli d’Italia, la Lega e Noi Con Salvini, espressione centro meridionale del movimento della Lega, ad offrire una credibile proposta elettorale di stampo governativo? O sarà una nuova “occasione mancata” nonostante il fallimento di Renzi e del suo partito?

19 febbraio 2017

 

 

 

Il fallimento della “buona scuola”

Quando una buona conoscenza della lingua italiana fa la differenza

di Salvatore Sfrecola

 

Ho scritto altre volte dell’importanza della conoscenza della lingua italiana, parlata e scritta. Nel senso che una buona capacità di esprimersi, qualunque sia la professione esercitata, assicura quella marcia in più che garantisce successo nelle professioni. Da ultimo ne ho scritto a commento dell’appello dei 600 studiosi che si sono rivolti al Governo ed al Parlamento per richiamare la loro attenzione sul grave degrado della lingua italiana, accertata all’università, nella stesura delle tesi di laurea nelle quali si rilevano errori di grammatica e sintassi non tollerabili neppure in terza elementare. Eppure parlare e scrivere in un buon italiano è essenziale per ogni professionista, per l’ingegnere che redige una relazione od una perizia, per il medico che propone alla comunità scientifica una sua ricerca, per un politico che s’indirizza al corpo elettorale per ottenere voti e che sappia modulare i sui discorsi in relazione al livello dei suoi interlocutori.

Anche le sentenze un tempo erano pezzi pregiati di letteratura giuridica. Oggi è sempre più raro. E “in nome del popolo italiano” si leggono ripetizioni, assonanze, anacoluti, incisi improbabili, testi a tirar via.

È il fallimento della scuola, della sua capacità di formare nei giovani quella istruzione che nei migliori diventa cultura, solida conoscenza delle varie discipline e capacità di ragionare e di immaginare. Fallimento della scuola vuol dire innanzitutto incapacità della classe politica di comprendere che lì, dalle elementari all’università, si costruisce la società del domani, con i suoi valori e con la capacità professionale necessaria per competere nel mondo del lavoro. Insegnare è qualcosa di diverso e di più di sapere, perché si può essere preparati nella materia per la quale si è ottenuto il posto o l’incarico ma non si sa porgere, interessare, incuriosire e favorire nei giovani affidati alle proprie cure quel desiderio di apprendere e di far assumere nozioni che diventano parte di una approfondita conoscenza.

Lo Stato non si preoccupa della preparazione didattica della classe docente. Non seleziona coloro che andranno in cattedra anche in relazione alla loro capacità di trasmettere quello che sanno. E siccome va avanti da tempo questa disattenzione di Governo e Parlamento per una selezione che porti nelle scuole docenti di elevata capacità didattica, di generazione in generazione le cose vanno avanti sempre peggio in una deriva che non si riesce a fermare. E forse non si vuole perché occorrerebbe un progetto capace di rivoluzionare il mondo dell’insegnamento ripartendo dalle elementari, la scuola dove la mente dei giovani un tempo veniva formata e predisposta ad ulteriori studi cominciando con stimolare la curiosità e la fantasia inquadrandole in un metodo di apprendimento che in qualche modo i 600 studiosi nel loro appello sottolineano, richiamando la necessità di impararare, attraverso la dettatura di testi, la grammatica e la punteggiatura, scritti da riassumere perché la capacità di sintesi in taluni è innata ma in molti va sviluppata e guidata. Come l’apprendimento a memoria, rigettata come inutile se non dannosa mentre costituisce un esercizio prezioso, a parte il valore dei testi così imparati, spesso versi dei grandi della nostra letteratura.

A giovani che “si formano” soprattutto sui tablet dove insistono per ore, un tempo che noi passavamo sui libri, è precluso o, nel migliore dei casi, fortemente limitato lo studio della storia e della geografia, due materie formative della realtà delle vicende umane nel corso dei secoli fino a dare a noi, oggi, la consapevolezza di quel che siamo e le prospettive che si aprono o che si potrebbero presentare alla nostra generazione. Guardare il futuro si può fare solamente con la consapevolezza del passato che non è un tempo archiviato definitivamente ma vive in noi anche se non ce ne accorgiamo.

Occorre, dunque, un grande progetto per restituire un ruolo all’insegnamento che non è “la buona scuola”, una operazione elettoralistica costruita da Matteo Renzi per ritrovare nelle urne un maggiore consenso nell’ambito di una categoria che la Sinistra ha coltivato puntando soprattutto sulla ribellione che nasce dal disagio di un settore del mondo del lavoro che soffre una condizione retributiva vergognosa che alimenta il malessere e la disaffezione di chi sente di rivestire un ruolo importante nella società eppure si rende conto di essere emarginato. Perché è evidente che chi poco è remunerato, poco è considerato.

Per un grande progetto, come quello che è necessario mettere in campo occorre una grande idea. Ed una classe politica capace di immaginarla e di affidarla a persone capaci di intuire quel che è necessario per formare i futuri cittadini e professionisti.

Ed in chiusura il motivo di queste mie riflessioni. Ho assistito ieri all’inaugurazione dell’anno giudiziario della Sezione della Corte dei conti per la Regione Lazio ed ho ammirato la requisitoria del Procuratore Regionale, Donata Cabras, che ha presentato un testo completo, documentato, di agevole comprensione, in un italiano fluente, letto con rara efficacia. Un bell’esempio di letteratura giuridica e di notevole capacità oratoria. Le istituzioni hanno bisogno di presentarsi così.

18 febbraio 2017

 

 

 

Il Governo si sceglie giudici e generali

Tra toghe e stellette

di Salvatore Sfrecola

 

Dice bene Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, quando afferma che il Governo non può nominare, cioè scegliere, i giudici. Ugualmente è da dire per i generali. Ciò che viene attuato con un’abile gioco di successive modifiche dei limiti del pensionamento ridotti o prorogati praticamente ad personam. Per i magistrati, ad esempio, nel 2014 il decreto legge n. 90 ha stabilito che la proroga della permanenza in servizio dei magistrati (consentita, a richiesta, dai 70 ai 75 anni) non fosse più applicabile neppure a coloro che già si erano avvalsi di quella facoltà, accolta con provvedimento formale dai rispettivi organi di autogoverno. Pertanto, se avessero raggiunto i 70 anni avrebbero dovuto lasciare il servizio il 31 ottobre 2014, termine poi spostato, per chi già fruiva della proroga, al 31 dicembre dello stesso anno e successivamente del 2015, per tutte le giurisdizioni. Per la Corte dei conti con una ulteriore proroga al 30 giugno 2016 (il Presidente in carica sarebbe stato comunque  collocato a riposto ai primi di luglio per raggiunti limiti di età!). Poi è arrivata una proroga ulteriore per i magistrati ordinari di qualifica più elevata, si è detto perché con il limite dei 70 anni avrebbe dovuto lasciare la toga il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio.

In questo contesto, sottolinea Davigo, hanno abbandonato il servizio molte centinaia di magistrati ordinari, Presidenti di Corte d’assise e di Tribunali, Procuratori generali e Procuratori della Repubblica. Molte decine di magistrati della Corte dei conti e del Consiglio di Stato il cui Presidente, Giorgio Giovannini, ha chiesto di essere collocato a riposo anticipatamente per protesta.

Tutto questo in funzione dello sbandierato ricambio generazionale? Assolutamente no. Nessuno è entrato in servizio (i concorsi per l’accesso alla magistratura con migliaia di candidati e tre volte tante prove scritte da valutare sono necessariamente lenti). Un governo ed un Parlamento saggi, convinti di dover “ringiovanire” gli alti gradi delle magistrature, avrebbero graduato le uscite in funzione degli ingressi. Nulla da fare. Si voleva un ricambio non generazionale ma di persone che, favorite dall’esodo dei più anziani (volgarmente definito “rottamazione”), s’immaginava sarebbero state grate al potere.

L’effetto è stato negativo anche sui processi. Il cambio dei collegi ha comportato il differimento delle udienze con evidenti, ulteriori ritardi di una giustizia che già ne denuncia tanti.

Per i generali capi delle vare Forze Armate, invece, non si anticipa il pensionamento ma si proroga il servizio che, previsto di due anni, diventerà di tre, anche per la Guardia di Finanza che si è affrettata a predisporre un emendamento ad hoc. Non è in discussione, ovviamente, la valentia dei nostri vertici militari, ma la certezza delle situazioni giuridiche soggettive di carriera, cioè le legittime aspettative dei singoli, è anche una garanzia del buon andamento dell’amministrazione. Regola costituzionale fondamentale, infatti ricompresa nell’articolo 97 insieme a quella della imparzialità. Ampiamente sconosciuta in questa stagione della repubblica.

10 febbrai 2017

 

 

 

Nella Pubblica Amministrazione non solo “furbetti del cartellino”

Ma la strada del recupero dell’efficienza  è lunga e irta di ostacoli

di Salvatore Sfrecola

 

È senza dubbio giusto ed urgente che Governo e Parlamento si occupino dei “furbetti del cartellino”, che timbrano per altri, e di quanti si assentano con le più diverse motivazioni, sempre illecite. Come è giusto punire i “nullafacenti”, come li ha definiti Pietro Ichino nel titolo di un suo fortunato libro, che non lavorano con l’impegno che è loro richiesto e per il quale vengono retribuiti. Situazioni scandalose, che persistono nonostante le denunce e gli interventi della magistratura, a dimostrazione che le regole fin qui applicate non sono sufficienti. Per cui il Ministro per l’innovazione e la pubblica amministrazione, Marianna Madia, preannuncia “una stretta”, come si esprimono i giornali, con controlli più efficaci, sanzioni severe e di immediata applicazione, fino al licenziamento.

Sono comportamenti che offendono i cittadini utenti dei servizi pubblici resi dalle amministrazioni dello Stato e degli enti locali e gettano discredito sulla stragrande maggioranza dei dipendenti che lavorano seriamente e non ricorrono a sotterfugi per garantirsi un “ponte” o un fine settimana al mare o ai monti o per allungare le vacanze.

Tuttavia l’amministrazione, la burocrazia, godono di pessima stampa tra la gente che denuncia lentezza nelle decisioni, frequente duplicazione di adempimenti e di competenze, per cui può accadere che ci si debba rivolgere a più uffici per ottenere provvedimenti spesso sovrapponibili, almeno nella sostanza.

Le iniziative del governo contro i “furbetti” tengono banco sui giornali e nelle trasmissioni televisive di approfondimento come se fosse l’unico problema della pubblica amministrazione la quale, invece, avendo come compito primario il perseguimento degli obiettivi indicati nell’indirizzo politico convalidato dal voto elettorale, vorremmo venisse agli onori della cronaca soprattutto con connotati di efficienza, quella che il cittadino e le imprese si attendono quando richiedono il rilascio di autorizzazioni o di attestazioni varie. Che pretendono anche in tempi ragionevoli. Purtroppo, invece, continuano le denunce contro il peso della burocrazia, che sottrae tempo e denaro a chi si rivolge agli uffici pubblici. Ed è uno dei motivi per i quali in Italia è difficile investire in attività imprenditoriali.

Non è stato sempre così. Un tempo il pubblico dipendente sentiva l’orgoglio di servire lo Stato. Come accade negli stati che hanno una consolidata tradizione amministrativa, dal Regno Unito alla Francia, dalla Germania alla Spagna, storie di grandi regni con importanti amministrazioni. Ovunque vengono reclutati i migliori professionisti, adeguatamente retribuiti. E quando lo stipendio è inferiore a quello di un corrispondente impiego privato la differenza, leggevo in un saggio sull’amministrazione francese, è abbondantemente compensata dal prestigio che in qual Paese assicura, agli occhi dei cittadini, l’esercizio di una funzione pubblica, l’indossare “la giubba del Re”, come Piercamillo Davigo ha intitolato una sua intervista sulla corruzione, l’espressione con la quale i vecchi del suo paese indicavano appunto il “servizio di Stato”.

Un po’ di storia della pubblica amministrazione, senza negare le disfunzioni che l’hanno accompagnata negli anni, dice anche che in Italia ha svolto un ruolo essenziale. Dopo il 1861 nell’unificazione dello Stato e nella ricostruzione delle aree pesantemente danneggiate dalle guerre, dopo la prima e, soprattutto, dopo la seconda guerra mondiale. In poco tempo. Chi ha memoria o chi ha avuto occasione di vedere i filmati che danno conto delle distruzioni, delle città e delle infrastrutture viarie, ferroviarie, aeroportuali, portuali, deve constatare che, in pochissimo tempo, quelle rovine sono state rimosse, tutto è stato ricostruito e l’Italia è tornata a crescere.

Oggi il degrado che denunciano cittadini ed imprese è in gran parte responsabilità della politica, perché al Parlamento e al Governo spetta dettare le norme che regolano le attribuzioni degli uffici e ne disciplinano i procedimenti. Ma è vero anche che quella normativa primaria e secondaria, legislativa e regolamentare, con la quale troppo spesso il cittadino si scontra, nasce essenzialmente negli uffici pubblici che sono quelli che assistono Parlamento e Governo nella stesura dei testi che hanno un rilevante contenuto tecnico quando individuano tempi e modi dell’azione amministrativa. Le responsabilità per questo stato di cose, dunque, non possono essere soltanto della politica che indubbiamente ne ha, e molte, perché spesso si rivela incapace di dare direttive amministrative adeguate e di dialogare con l’apparato definendo con i dirigenti delle amministrazioni le regole che effettivamente occorrono per assicurare legalità ed efficienza.

Spetta, dunque, ai dirigenti di più alto livello essere i garanti dell’efficienza, della corrispondenza dell’attività svolta agli interessi dei singoli e delle imprese, considerando anche che i tempi dell’azione amministrativa non sono indifferenti all’economia dei singoli e dell’intero Paese ma costituiscono costi i quali vanno messi a confronto con gli interessi dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni. Ecco dunque che spetta all’alta dirigenza proporre e ottenere dal potere politico, governativo e parlamentare, le semplificazioni occorrenti per rendere efficiente il sistema, per fare della pubblica amministrazione un’opportunità per l’economia, non un freno allo sviluppo. In sostanza io vorrei che la pubblica amministrazione, nei suoi vertici e in tutti gli addetti, fosse orgogliosa di prestare un servizio efficiente al Paese e non continuamente additata come la causa di tutti i mali.

Purtroppo il degrado della politica trascina quello dell’amministrazione. Il reclutamento e la formazione dei funzionari, dei dirigenti e dei quadri, è assolutamente inadeguato. La politica condiziona le carriere, l’assegnazione dei posti di funzione e financo la retribuzione dei dirigenti. Lo spoil system all’italiana ha spento ogni aspirazione all’indipendenza, ad essere effettivamente “al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge nell’art. 98 della Costituzione.

Rimediare non è facile. Ma è necessario ed urgente.

6 febbraio 2017

 

 

 

 

Quando i professori di liceo erano pagati più dei magistrati

L’effetto: 600 studiosi denunciano all’università errori da terza elementare

di Salvatore Sfrecola

 

Non ho partecipato al coro di quanti si sono schierati sui social network e sulla stampa per stigmatizzare la scelta di Valeria Fedeli a ministro dell’istruzione senza laurea, ma con una lunga esperienza di sindacalista. E questo la dice lunga su come il governo Gentiloni intenda il ruolo di quel ministero, un’amministrazione di gestione del personale e quindi di un potenziale bacino elettorale, come, infatti, è stato fin qui per la Sinistra in una scuola nella quale i docenti delle scuole di ogni ordine e grado sono sottopagati e per questo covano un giusto risentimento per la loro condizione di pubblici dipendenti trascurati da uno Stato che pure assegna loro il ruolo essenziale di formazione dei futuri cittadini e professionisti.

Resta e si aggrava il malcontento, ma la Sinistra perde consensi dopo che uno dei tanti slogan di Matteo Renzi, la "buona scuola” si è rivelato, come altri, privo di contenuti, l’ennesima presa in giro.

A questo punto mette conto ricordare un episodio del liceo quanto il nostro professore di storia e filosofia ci disse che anni prima, giovane laureato in giurisprudenza, aveva vinto, quasi in contemporanea, due concorsi, per professore ordinario nei licei e per magistrato. Ed aveva optato per l’insegnamento perché, all’epoca, i docenti di liceo avevano uno stipendio superiore a quello dei magistrati. Basta questo per dire quale considerazione la classe politica italiana abbia oggi per l’insegnamento e il ruolo fondamentale della scuola nello sviluppo economico sociale, a fronte di altri paesi dell’Unione europea nei quali lo stato investe nella scuola e nella cultura, dopo aver prima investito nella natalità, considerata giustamente un investimento per il futuro.

Docenti meglio pagati, dunque, e più accuratamente selezionati perché va affermato il principio che i pubblici dipendenti in genere, come i docenti, vanno scelti fra i migliori professionisti nelle varie discipline. Ad essi va assicurato anche un adeguato aggiornamento, fatto di buone letture e di occasioni di stage in altri paesi dell’Unione, in modo da sperimentare altre tecniche didattiche con le quali confrontarsi.

Ma non è tutto qui, ovviamente. Migliori docenti, meglio pagati ma anche programmi adeguati perché la scuola deve formare ai livelli più elevati. Non un diplomificio in cui prevalga la regola del 6 o del 18 “politico”, come si diceva nel ’68, quando è iniziato o si è sviluppato il degrado che oggi constatiamo. Un tempo il conseguimento del titolo di studio attestava una effettiva preparazione professionale. In sostanza chi si fosse presentato per ottenere un posto di lavoro da geometra, ragioniere, ingegnere, giurista o economista si presumeva avesse la necessaria preparazione per affrontare un impegno di lavoro. Oggi quel livello è molto basso e spesso non dà certezza, a chi ha esigenza di assumere, che colui che offre la sua prestazione sia effettivamente in grado di essere impiegato con il livello del titolo di studio esibito.

È un grosso problema, perché, da un lato, chi riceve dallo Stato un diploma legittimamente pretende un posto di lavoro adeguato, dall’altro, la difficoltà di inserirsi in un ufficio pubblico o in una azienda privata ne fa un frustrato, un ribelle nei confronti della società. Certo la mancanza di lavoro non è solamente colpa della scuola che non forma come un tempo. La difficoltà della crescita e dell’economia sono dovute ad altro, a scelte politiche inadeguate, alla mancanza di prospettive di sviluppo e di occupazione, ma è certo che il livello basso degli studi non facilita l’inserimento nel mondo del lavoro. E se il giovane volonteroso va all’estero è molto probabile che ottenga una occupazione di livello inferiore a quello corrispondente al suo titolo di studio.

Quel che è certo è che in materia di istruzione non si rimedia da un anno all’altro una situazione di degrado come quella alla quale assistiamo e che è dimostrata in modo impietoso, tra l’altro, dalla scarsa conoscenza della lingua italiana, dalla banalizzazione diffusa e programmata delle regole dello scrivere, come dalla demonizzazione del congiuntivo che è espressione di un modo di parlare e di scrivere elegante ma anche efficace che è fondamentale per ogni professione. Ricordo che a mia figlia fu assegnato il compito di sostituire il congiuntivo in un brano “perché non si usa più”! Scrivere bene in italiano non è soltanto dei letterati. Anche la relazione di un ingegnere o di un medico, anche una sentenza può e deve essere scritta in un buon italiano per essere strumento efficace di conoscenza di fatti e di regole. Stavo concludendo queste mie considerazioni quando è stato diffuso dai giornali e dalle televisioni un appello, firmato da oltre 600 studiosi, i quali denunciano che sono moltissimi gli studenti universitari che non conoscono l’italiano. Di più, che fanno errori non tollerabili neppure in terza elementare. Anche la mia esperienza lo conferma. Ho dovuto correggere relazioni e tesi di laurea ricorrendo a tutta la possibile cortesia per suggerire, per non offendere il mio interlocutore, la modifica di una frase, senza segnalare apertamente che erano state violate le regole più elementari della grammatica e della sintassi.

Purtroppo recuperare anni di affievolimento dell’impegno scolastico, che si trascina, nel corso di alcuni decenni, dalle scuole elementari all’università,  non è facile. Sarebbe necessario che la classe politica, la quale rivela scarsa sensibilità in tema di istruzione, se si esclude l’interesse per le carriere dei docenti, una classe politica la cui povertà di linguaggio si nota nei comizi negli atti del Parlamento e del governo, s’impegnasse con uno sforzo economico e prima di tutto culturale per voltare pagina, per immaginare un percorso nuovo che recuperi il meglio della nostra cultura collegandola con le novità effettivamente importanti per mettere i nostri giovani in condizione di competere sul mercato del lavoro interno e internazionale. In questo quadro servirebbe un ministro che non si occupasse esclusivamente della carriera dei docenti, che pure è un elemento essenziale insieme al loro trattamento economico, ma immaginasse qualcosa di più e di diverso, perché l’Italia si forma e si fonda sulla sua cultura, sulla sua storia su quel patrimonio prezioso che all’estero è ovunque apprezzato, aggiornato come è necessario per preparare le nuove generazioni. L’Italia che ha avuto come ministri dell’istruzione Francesco De Sanctis e Giovanni Gentile deve ritrovare il percorso giusto per il tempo attuale. Rapidamente perché il degrado è già notevole.

5 febbraio 2017

 

 

 

 

Una pagina di storia poco conosciuta

5 giugno 1944- 9 maggio 1946:

due anni difficili – La Luogotenenza del Principe Umberto

di Domenico Giglio

 

L’inizio

Se il Maresciallo Badoglio, giunto a Brindisi, disse di aver ricominciato la sua azione di governo “con una matita ed un pezzo di carta”, non è che la situazione in cui si trovò il Principe Umberto, l’8 giugno 1944, arrivato a Roma, al Quirinale, fosse molto diversa. Gli angloamericani entrati a Roma il 5 giugno, avevano dato il consenso al ritorno nella capitale del Principe, nominato nella stessa data Luogotenente Generale del Re (la cui formula fu modificata senza provvedimenti di legge in “Regno”), con un Regio Decreto, nel quale il Padre lo nominava a tale carica, ritirandosi definitivamente a vita privata. Ed il Principe arrivò, praticamente solo, in un Quirinale vuoto, dovendo iniziare subito il difficile ruolo di Capo dello Stato. Come da prassi, il Maresciallo Badoglio aveva infatti presentato le dimissioni del suo governo ed era venuto anche lui a Roma per incontrare gli esponenti romani e nazionali del C.L.N.(Comitato Liberazione Nazionale ), usciti dai conventi e monasteri dove avevano vissuto nascosti e protetti nei nove mesi della occupazione tedesca, per trattare un allargamento del governo. Invece si sentì dare il benservito, in quanto il CLN, voleva tutto il potere e presentava la candidatura a Presidente del Consiglio di un vecchio uomo politico prefascista, Ivanoe Bonomi, che aveva già ricoperto tale carica nel 1921. Ed il Luogotenente dovette accettare questa indicazione, che era una imposizione, in quanto, in fondo, Bonomi, rappresentava pur sempre un uomo di stato, cresciuto ed affermatosi, nello stato monarchico, sotto il regno di Suo Padre, dove partendo da posizioni socialiste, era approdato al riformismo ed era stato uno dei tre parlamentari socialisti recatisi al Quirinale nel 1912, per esprimere al Re Vittorio Emanuele III le proprie felicitazioni, per essere scampato all’attentato dell’anarchico D’Alba, e, per tale colpa, erano stati espulsi dal partito socialista. Così, con decorrenza dal 18 giugno, veniva formato un nuovo governo, composto dagli esponenti dei sei partiti componenti il CLN, e precisamente il Partito d’Azione, il Partito Comunista, il Partito Socialista, il Partito Liberale, il Partito della Democrazia Cristiana ed il Partito della Democrazia del Lavoro, al quale apparteneva Bonomi. Conoscete le vicende iniziali di questo governo, non molto gradito dagli angloamericani e particolarmente da Churchill che avrebbe preferito una conferma di Badoglio, per cui per più di un mese il governo dovette riunirsi a Salerno e potè ritornare a Roma, come il Luogotenente, a metà di luglio.

Abbiamo detto della solitudine del Principe, in quanto il personale della sua casa militare, non aveva logicamente esperienza e conoscenza politica, per cui era necessaria una persona che avesse queste caratteristiche, già individuata nella persona dell’avvocato Falcone Lucifero, ma che, per un insieme di motivi e di ritardi poté assumere la carica di Ministro della Real Casa solo alla fine di agosto, iniziando quella collaborazione che durò per tutta la vita del Principe, poi Re. Né a Roma in quei tre mesi, giugno, luglio, agosto, vi era stato anche un solo politico del periodo pre-fascista che si fosse avvicinato al Luogotenente, per consigliarlo nella nuova veste di Capo dello Stato. Così il Principe dovette iniziare, senza alcun supporto, una “corsa di ritorno”, e dimostrare la sua capacità di sostenere con alta competenza ed equilibrio il suo ufficio, doti che successivamente gli vennero riconosciute anche da avversari della Monarchia .

Senza scendere in troppi dettagli sulla vita di Falcone Lucifero, la cui figura meriterebbe una analisi approfondita, dobbiamo ricordare i dati essenziali: nato nel 1898 da nobile famiglia calabrese, che aveva avuto diversi suoi esponenti deputati al Parlamento nel periodo pre-fascista, volontario di guerra in artiglieria da montagna, laureato in legge, simpatizzante del socialismo riformista, consigliere comunale socialista di Crotone, logicamente antifascista, durante il ventennio si era dedicato con successo alla professione forense e nel settembre 1943, trovatosi nella natia Calabria, per il suo nome prestigioso era stato nominato Prefetto di Catanzaro, ad opera degli “alleati”, con risultati positivi, per cui il suo nome era cominciato a circolare, così che nel Ministero Badoglio, ricostituitosi nel febbraio 1944, dovette accettare la carica di Ministro dell’Agricoltura e delle Foreste tenuto dall’11 febbraio al 22 aprile. Terminata questa esperienza governativa dove si distinse per energia, dimostrando notevoli doti organizzative, entrato nella vita politica ed amministrativa dello Stato, fedele alle sue istituzioni, veniva nominato Prefetto di Bari, ed al tempo stesso, proprio per le qualità dimostrate nei diversi compiti svolti e per il suo passato, si pensò al suo inserimento a fianco del Luogotenente, come Ministro della Real Casa, carica che assunse, come già detto, alla fine dell’agosto 1944. E di questa sua attività tenne un importantissimo diario, che relativamente al periodo dal 12 febbraio 1944 all’11 agosto 1946, è stato pubblicato, nel 2002, da Mondadori, con il titolo “L’ ultimo Re”, con una importante introduzione dello storico Francesco Perfetti. Diario che è fondamentale per seguire giornalmente l’opera del Ministro, ma anche, logicamente, quella del Principe Umberto, che, finalmente aveva al suo fianco persona esperta di politica e di diritto, e non un cortigiano.

L’assenza di un autorevole ed esperto consigliere ebbe infatti la sua importanza quando il governo Bonomi sottopose alla firma del Luogotenente, il 25 giugno 1944, il Decreto n. 151, che modificava la formula del giuramento dei Ministri e prevedeva la convocazione di una “Assemblea Costituente”, da eleggersi, terminata la guerra, alla quale affidare la redazione di una nuova costituzione e la forma istituzionale dello stato, ed abrogava il decreto legge del governo Badoglio, dell’agosto 1943, logicamente firmato dal Re Vittorio Emanuele III, dove invece era stabilito che, dopo quattro mesi dalla fine della guerra, si sarebbe proceduto alla elezione della nuova Camera dei Deputati del Regno, decreto importantissimo e fondamentale perché sanciva il ritorno alle istituzioni della democrazia rappresentativa, riprendendo la tradizione risalente allo Statuto del 1848. Perché ricordiamo questo decreto Bonomi? Perché in pratica, come sottolineato dai costituzionalisti, Giuseppe Menotti De Francesco, Magnifico Rettore dell’Università di Milano, e dal professore Emilio Crosa, questo Decreto, con riferimenti a leggi del 1939 (art. 18 legge 19/01/ 1939 n. 129 ) e 1943( R.D.L. 03/10/1943 n. 28) suscitava notevoli perplessità sulla sua stessa legittimità e comportava difficoltà di interpretazione per le sue intrinseche incongruenze, sì che da molti commentatori si disse, con troppa faciloneria che in pratica si era abolito lo Statuto e l’Italia, da quel momento, non era più una Monarchia anche se non era ancora repubblica.

D’altra parte il Principe Umberto stava faticosamente riprendendo le sue funzioni costituzionali e non aveva l’autorità necessaria per opporsi al governo ciellenista, né in fondo l’aveva lo stesso Bonomi, che non aveva brillato per energia nel lontano 1921 e certo non l’aveva acquistata negli anni successivi, anche se tutti gli riconoscevano oltre all’onestà, doti di competenza, di equilibrio e di moderazione, dote questa che cozzava con l’intransigenza e l’estremismo specie degli “azionisti”, presenti nel governo con tre ministri . Oltre tutto il Principe per la sua nuova carica, non poteva essere vicino più frequentemente ai soldati che combattendo risalivano l’Italia, come aveva fatto, regnando ancora il Padre, fino al 5 giugno, e come avrebbe preferito fare, perché nel suo intimo era e rimaneva sopra tutto un “soldato”, come tutti i Savoia, ed ai militari aveva indirizzato un messaggio all’atto di assumere la Luogotenenza del Regno.

A questo proposito è bene precisare, una volta per tutte, che la minore presenza tra le truppe del Regio Esercito, dopo la nomina a Luogotenente, del Principe Umberto, era dovuta alle nuove incombenze statutarie che richiedevano la sua presenza a Roma, anche se non mancarono le visite di cui accenneremo in seguito. Egualmente dicasi per chi accusa il Principe di non aver assunto il comando effettivo delle nostre unità, nomina “bloccata” dagli angloamericani, ai quali stava bene il nostro contributo di “cobelligeranti”, ma al tempo stesso tendevano a minimizzarlo, come quando chiamarono “gruppi di combattimento”, quelle che erano per numero di soldati delle vere “divisioni”, il cui insieme avrebbe costituito non solo un “Corpo d’Armata”, ma una vera “Armata Italiana di Liberazione”! Ma di questa costante presenza del Principe tra i soldati la migliore testimonianza è la lettera che il Ministro della Guerra, il democristiano Stefano Jacini inviò, il 14 settembre 1945, accompagnando il distintivo della vittoriosa campagna di liberazione 1943-1945, “….alla quale Vostra Altezza Reale. ha partecipato direttamente, insieme al primo Raggruppamento Motorizzato, al Corpo Italiano di Liberazione e coi gruppi di combattimento. Le truppe che hanno visto Vostra Altezza, sulla linea di combattimento dal Volturno a Bologna, saranno fiere di vederLa fregiarsi di questo umile segno che ricorda l’opera svolta per la rinascita della Patria”. Dobbiamo però dare atto al generale statunitense Mark W. Clark, comandante della Quinta Armata, di aver proposto la concessione al Principe della “Legion of Merit”, bloccata per motivi politici, di aver accettato con orgoglio di ricevere dalle mani del Luogotenente la Gran Croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e di aver fatto passare in rassegna dal Principe reparti statunitensi, il che, se pensiamo alla realtà italiana dell’epoca, a pochi mesi dall’armistizio, costituiva il migliore e maggiore riconoscimento al contributo del Regio Esercito e della Monarchia alla liberazione del territorio nazionale e del prestigio personale che aveva saputo conquistarsi il Principe . Eventi tutti che furono volutamente ignorati dalla stampa ciellenista perché avrebbero risollevato il nome della Casa Savoia ed avrebbero successivamente giovato alla causa dell’Italia in sede di trattato di pace, dove invece non fu fatto alcuno “sconto” alla neonata repubblica italiana, che non valorizzò questi argomenti, perché favorevoli alla memoria della Monarchia, che, invece, si cercava in ogni modo di cancellare, costante questa cancellazione anche nel periodo successivo, fino ai nostri giorni.

Uno storico, non certamente monarchico, Gianni Oliva, giudica che negli anni della luogotenenza, malgrado l’atteggiamento aprioristicamente repubblicano dei partiti politici, esclusi liberali ed in parte i democristiani, “….Umberto rivela una maturità inattesa. Egli regna …lavora con impegno e restituisce al Quirinale dignità di reggia, ostenta in ogni occasione il suo lealismo costituzionale… accoglie ministri con animo tranquillo ed imparziale, firma leggi che certamente non condivide…”, ed anche in cose ben più semplici, come sedersi in automobile vicino all’autista, dimostra la sua maturità umana perché capisce che arrivare in città o località quasi distrutte o presso reparti militari, con una macchina lussuosa e con sussiego sarebbe stata un’offesa a chi forse aveva perduto ogni sua cosa .Così pure dando la mano a tutti, con una sensibilità da vero Signore, oggi diremmo democratica, che spesso non avevano suoi accompagnatori, come aveva fatto il Re, suo Padre nelle visite al fronte durante la grande guerra 1915 -1918. Ed all’ Oliva si deve anche un importante riconoscimento sull’entità dello sforzo bellico del Regio Esercito, durante la cobelligeranza, con oltre ben 350.000 uomini mobilitati tra gruppi di combattimento e divisioni “ausiliarie”, che operavano non solo nelle retrovie, ma a ridosso del fronte, ed anche Incisa di Camerana, nel suo libro sulla Luogotenenza, dedica al Regio Esercito delle pagine bellissime di riconoscimento del loro operato, ricordando anche l’opera svolta dall’Esercito per stroncare il separatismo siciliano nel 1945, che si era reso minaccioso, anche con un suo esercito, l’EVIS, e contro il quale non potevano bastare i pur valorosi Carabinieri.

 

La vita quotidiana

Con la presenza a fianco di Lucifero il Principe imposta una giornata di lavoro che parte dalle prime ore del mattina e termina nelle tardissime ore della sera per potere ricevere quante più persone ne facessero richiesta, oltre agli incontri ufficiali ed istituzionali, e per potere recarsi al fronte, a visitare le nostre truppe e le città ed i paesi liberati. Questo partendo prestissimo in aereo, viaggi spesso pericolosi, e tornando in tempo per le altre attività sopra indicate, e per quello che riguarda la sua presenza tra i militari vi è una notevole testimonianza fotografica venuta alla luce dopo il referendum, in quanto prima era rimasta volutamente occultata, sempre allo scopo di far ignorare agli italiani, fatti che potevano giovare alla causa monarchica. Anticipando i tempi ricorderemo ad esempio il silenzio assoluto della stampa sulla presenza del Luogotenente, nel febbraio 1946, ad una udienza papale in occasione del Concistoro nel quale Pio XII aveva nominato nuovi Cardinali ed il successivo ricevimento che, in loro onore, il Principe con la Principessa avevano dato al Quirinale, presenti anche tutti gli altri Principi di Casa Savoia dal Duca d’Aosta, Aimone, ai Duchi di Genova, Bergamo e Pistoia, ricevimento di cui parlò brevemente, in una pagina interna, solamente “L’ Osservatore Romano”. Ed a proposito dei Principi di Casa Savoia, alcuni di questi, oltre tutto già anziani, poterono tornare a Roma solo nel 1945, dopo la Liberazione, per cui nel 1944 il Luogotenente avrebbe potuto contare solo sul quasi coetaneo, Aimone, Duca d’Aosta, che aveva assunto tale titolo a seguito della morte del fratello Amedeo, avvenuta il 3 marzo 1942, che però ai primi dell’aprile 1945, avendo in una cena privata a Taranto, espresso una battuta sui giudici dell’Alta Corte, che stavano processando il generale Roatta, presente alla cena la giornalista inglese Silvia Sprigge, la suddetta battuta fu dalla stessa, scorrettamente, inviata e pubblicata sui giornali, come fosse stata una vera e propria dichiarazione politica, con grande ipocrita scandalo della stampa e del governo ciellenista, il che mise fuori giuoco il Principe che dovette lasciare Taranto e ritirarsi a Napoli, per alcuni mesi, dove viveva la Duchessa d’Aosta Madre.

In questo periodo cominciano ad organizzarsi dei movimenti monarchici, con i quali i rapporti sono tenuti dal Ministro Lucifero, per cui appare un partito, il Partito Democratico Italiano, di Enzo Selvaggi e di Roberto Lucifero, cugino del Ministro, si presenta un giovane professore Alfredo Covelli, per una Concentrazione Democratica Liberale, dove era pure l’anziano senatore Bergamini, e ad ottobre del ’44 appare un manifesto dell’Unione Monarchica Italiana, sorta da pochi mesi, che dà spunto al ministro di precisare quella che era e sarebbe stata la linea tenuta (ed anche criticata), dal Luogotenente: “la Corona ed il Ministero (della Real Casa) sono estranei a ogni iniziativa del genere, giacché sono al di sopra e al di fuori di ogni partito, ma non possiamo che ben vedere tutte le iniziative che tendono alla ricostruzione del Paese, della democrazia e della libertà”.

Per le visite del Principe, solo a titolo indicativo e non certo esaustivo, ricordiamo a luglio del 1944 la visita a Firenze, quando erano ancora in corso dei combattimenti, poi ad ottobre 1944 la visita alle truppe che si apprestavano ad entrare in linea, poi a novembre la visita a Rimini liberata, ed a Grosseto colpita da un’alluvione, dopo essere stato ad Avellino per rassegna truppe. Nel 1945 a gennaio è a Pisa, dove erano truppe brasiliane alle quali si rivolge in portoghese, con meraviglia del loro comandante e dei suoi accompagnatori, ed a Lucca ed Arezzo, per recarsi il 25 febbraio ad Ascoli Piceno dove era la divisione “Nembo”, con entusiasmo della popolazione, entusiasmo che si rinnovò giorni dopo a Taranto, dove era andato a ricevere la divisione “Garibaldi”, che tornava dal Montenegro . Ad aprile del ’45 intensifica la sua presenza nelle zone appena liberate, accolto dalle popolazioni con lacrime ed abbracci e in località minori come Santo Alberto, nel Comacchio, a Cesena, dove pernottò su una brandina, a Peratello vicino Imola, e poi a Ravenna e Ferrara, con un atterraggio fortunoso ed il 28 aprile, come già a Montelungo, nel dicembre 1943, effettua un volo di guerra, con reazione della controaerea tedesca che ancora combatteva, ed infine si reca a Bologna dove erano entrate le nostre truppe, accolto molto bene dalla popolazione. Cito queste località perché anche i comunisti che già vi spadroneggiavano ebbero nei confronti del Principe un atteggiamento di rispetto ed anche ammirazione. Lo stesse accoglienze positive in altre località del Nord, compreso Veneto e Friuli, dove si era recato a maggio, con eccezione di Milano dove né il prefetto, il sindaco ed il CLN locale si erano recati a salutarlo.

Di fronte a questi avvenimenti riguardanti la guerra di liberazione, come sempre taciuti o quasi dai giornali, eccettuata la battagliera “Italia Nuova”, organo del Partito Democratico Italiano, di cui ricorderemo uno dei più importanti collaboratori, Alberto Consiglio ,”Babeuf”, ed anche in parte il “Risorgimento Liberale”, espressione del P.L.I., vi era invece a Roma nel governo e negli ambienti ciellenisti, con i loro numerosi giornali, dalla “azionista” Italia Libera, a L’Avanti, a L’Unità, al settimanale “Cantachiaro”, il consueto atteggiamento critico, pronto ad afferrare ogni occasione per mettere in cattiva luce l’operato del Luogotenente, come ad esempio protestando nel caso di una sua intervista del 31 ottobre 1944 al “New York Times” in cui aveva parlato di un “referendum”, e non della sola Costituente per risolvere il problema istituzionale, soluzione per il momento rigettata, mentre poi fu successivamente accolta, ed opponendosi alla pubblicazione di un suo messaggio agli italiani dopo la liberazione. Invece i giornalisti angloamericani modificavano in senso favorevole al Principe le loro opinioni, come il Matthews che scrisse: “Il Principe Umberto ha come meta una monarchia liberale e democratica come in Inghilterra, Svezia, Norvegia e Danimarca” e lo Schiff del “Daily Erald” che lo giudicò “pieno di tatto ed imparziale”. Giudizi questi che si uniscono a quello ben noto di Churchill che lo incontrò a lungo nel corso della sua visita in Italia e che in ogni caso ripetiamo: “La sua (del Principe Umberto) potente ed attraente personalità, la sua padronanza dell’intera situazione militare e politica erano davvero motivo di conforto ed io ne trassi un senso di fiducia più vivo di quello che avevo provato durante i colloqui con gli uomini politici . Certo speravo che avrebbe contribuito a consolidare la Monarchia in una Italia libera, forte e unita”. Ed a quello, molto meno conosciuto dell’incaricato d’affari USA, David Key che dice: “(Il Principe Umberto) mi ha parlato con acutezza dei problemi italiani. Si ha che fare con un uomo che ha un elevato senso della dignità verso il quale non esistono le riserve che aveva avanzato Roosevelt. Una monarchia con Lui a capo potrebbe costituire un elemento stabilizzatore e d’ordine”.

Parlando di uomini di stato stranieri e di diplomatici giova ricordare che dopo il riconoscimento da parte dell’ URSS del Governo Badoglio, nel marzo 1944, anche Gran Bretagna ed USA, e altri numerosi paesi avevano compiuto lo stesso passo per cui via via i loro ambasciatori venivano accreditati presso il governo italiano, presentando le credenziali al Luogotenente, in cerimonie formalmente impeccabili che non facevano pensare che l’Italia era nazione sconfitta. Ad esempio l’ 8 gennaio 1945, in occasione della presentazione dell’Ambasciatore USA, Kirk, lo stesso dopo la cerimonia si intrattenne con il Principe per una mezzora, presentandogli poi tutti i suoi collaboratori, o come il successivo 4 giugno in un ricevimento al Grand Hotel, organizzato da Myron Taylor, rappresentante USA presso il Vaticano, l’ambasciatore Kirk, dopo un brindisi al nuovo presidente americano Truman, succeduto a Roosevelt, mancato il 12 aprile, ne propose un altro per il Principe Umberto, che aveva inviato a Truman un messaggio di saluto . Sempre Kirk, in occasione di una visita a Roma del generalissimo americano, Eisenhover, il 13 settembre, organizzò una colazione, alla quale invitò il Luogotenente, consentendogli un cordiale scambio di idee con quello che sarebbe divenuto nel 1952, Presidente degli Stati Uniti, incontro di cui fu data notizia sulla stampa. E così pure in altri ricevimenti e cerimonie dove al posto d’onore è quasi sempre Falcone Lucifero, proprio in qualità di Ministro della Real Casa, e quindi rappresentante del Luogotenente, come, molto significativa, la presenza, il 19 dicembre 1945, alla Sinagoga di Roma, per l’insediamento del nuovo Rabbino Capo, il Prof. Grande Ufficiale David Prato.

 

Da Bonomi a De Gasperi ed in mezzo Parri

Se questi eventi militari e diplomatici attestavano la crescita del prestigio del Luogotenente, non altrettanto avveniva, come già detto, in sede governativa dove venivano proposte provvedimenti e leggi anche con effetti retroattivi, quali quelle sulla “epurazione”, che colpiva fra gli altri quasi tutti i Senatori del Regno, sui “profitti di regime”, sull’Alta Corte di Giustizia e successivamente la creazione di Corti d’assise straordinarie, che il Luogotenente, pur non condividendole, non poteva non sanzionare. Vi era poi una continua conflittualità anche all’interno del governo tra azionisti e socialisti da una parte e liberali e democristiani dall’altra per cui Bonomi dovette presentare, il 26 novembre 1944, le dimissioni al Principe, che così iniziò le consultazioni ripristinando la prassi del Regno del Padre. Questa prima crisi di governo ed il suo svolgimento è significativo perché da un lato rompeva il monopolio e la monoliticità del CLN e dall’altro ridava alla Corona il suo ruolo di mediazione. Bonomi ebbe il reincarico di formare il governo al quale, incredibile a dirsi, non parteciparono azionisti e socialisti, per cui vi sarebbe stata una svolta al centrodestra, se i comunisti, con l’ormai conosciuta abilità manovriera, non avessero invece rinnovato la loro partecipazione governativa, raggiungendo con Togliatti, ministro senza portafoglio, la Vice Presidenza del Consiglio. Così il 12 dicembre 1944 iniziava il secondo governo Bonomi, con la cerimonia del giuramento al Quirinale di fronte al Principe, in divisa, mentre i ministri erano correttamente vestiti di scuro. Il testo del giuramento, era ormai quello modificato, che riportiamo: “Giuro sul mio onore di esercitare la mia funzione nell’interesse supremo della Nazione e di non compiere fino alla convocazione dell’Assemblea Costituente atti che comunque pregiudichino la soluzione della questione istituzionale”. Testo che i ministri sottoscrissero, senza però prima leggerlo, il che non piacque al ministro Lucifero ed anche al Luogotenente, che nel suo intimo era amareggiato di questi sgarbi minori, rispetto a quelli maggiori che doveva egualmente accettare, con il suo perfetto autocontrollo. Per cui in tutto il diario tenuto da Lucifero, solo una volta, nel maggio successivo, si legge uno sfogo del Principe: “non è divertente quello che faccio se non fosse per compiere un dovere per il Paese”, parole che confermano l’altissimo senso del “servizio” che ha contraddistinto tutta la sua vita, ma anche quella amarezza che si rivelava nel suo aspetto fisico, precocemente invecchiato, malgrado avesse appena quarant’anni.

In queste trattative per un nuovo governo, da parte di Lucifero e dello stesso Luogotenente, circostanza che si ripeté anche nelle successive crisi governative, ci fu il tentativo di inserire nella compagine ministeriali alcuni “grandi vecchi” del periodo prefascista, ma su questo punto la volontà monopolistica del CLN fu intransigente, come pure lo fu nei confronti delle altre formazioni politiche al di fuori del sei partiti e di questa attitudine prevaricatrice fu successivamente prova la composizione della Consulta Nazionale di cui parleremo più avanti. È invece da sottolineare che in questo secondo ministero Bonomi appare in un ruolo importante, di Ministro degli Esteri, il leader della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi, che nel precedente governo era stato uno dei ministri senza portafoglio, il che lo porta a frequente contatto con il Ministro della Real Casa e con il Principe per la firma dei decreti e per la scelta dei nostri ambasciatori nelle principali capitali estere. E di questa collaborazione sono significativi diversi episodi come la firma di alcuni decreti il giorno di Pasqua, 1° aprile 1945, dimostrazione del reciproco alto senso del dovere che vedeva Principe e Ministro al lavoro in un giorno festivo, e quando, sempre nell’aprile del ’45, De Gasperi preoccupato per la sorte di Trieste, prega il Luogotenente di aiutarlo intervenendo sul Maresciallo Alexander, a conferma del prestigio che il Principe Umberto aveva acquisito presso i comandanti angloamericani, per cui il Principe si recò infatti a Caserta, il 22 maggio, a parlare con Alexander, che lo trattenne anche a colazione, e sempre De Gasperi, dopo un lungo colloquio parla di averlo trovato talmente preparato su tutti gli argomenti trattati da esserne rimasto colpito, mentre la stessa impressione non aveva avuto in un primo colloquio, mesi prima a Napoli. E di questa competenza e capacità del Principe sono ulteriori testimonianze le dichiarazioni di Benedetto Croce, quale questa: “ Avendo avuto occasione di vedere più volte il Principe per consultazioni politiche nel 1945 e nei primi mesi del 1946, notai la sempre più progredente sua formazione politica, l’ascoltare attento, il domandare serio, la correttezza costituzionale, il sentimento di responsabilità personale”, e, incredibile a dirsi, del conte Sforza, che pur divenuto repubblicano, si avvicinava al Principe, che, bontà sua: “mi pare proprio a posto. Molto meglio di quanto pensassi”, chiedendo ed ottenendo colloqui riservati o partecipando il 9 maggio del 1945, nella Cappella Paolina, al Quirinale, alla cerimonia in suffragio della povera Principessa Mafalda, la comunicazione ufficiale della cui tragica morte nel lager di Buchenwald era pervenuta il primo maggio, ed il Principe si era recato immediatamente a Napoli, il 2 maggio, a recare la triste notizia ai Genitori.

Nella ripresa della normale vita governativa e del completamento della liberazione della penisola vi erano anche occasioni ufficiali in cui il Luogotenente intervenne, come il 4 novembre 1944, all’Altare della Patria, senza però poter deporre una corona, ma solo un fascio d’alloro con un nastro azzurro, o il 24 marzo 1945 a Santa Maria degli Angeli, alla cerimonia in memoria dei martiri delle Fosse Ardeatine, dove alcune donne cominciarono ad urlare contro la sua presenza senza che nessuno intervenisse ed il successivo 13 maggio 1945 sempre a Santa Maria degli Angeli, per il Te Deum di ringraziamento per la fine della guerra, officiato da Monsignore Ferrero di Cavallerleone, quando non gli venne portato da baciare il Vangelo ed impartita la benedizione usuale, consuetudini alle quali il Principe, cattolico praticante, era legato particolarmente.

Ritornando alla situazione politica, la liberazione di tutta l’Italia del Nord, dove da tempo si era costituito il CLNAI, il Comitato di Liberazione dell’Alta Italia, di soli cinque partiti, perché la Democrazia del Lavoro, era al Nord praticamente inesistente, il predetto comitato riteneva non essere più possibile il mantenimento del governo Bonomi, almeno nella composizione di allora e pretendeva un totale cambiamento, il cosiddetto “vento del Nord”, per cui dopo diversi infruttuosi incontri di Bonomi con i rappresentanti del CLNAI, il 12 giugno 1945, lo stesso presentava la lettera di dimissioni al Luogotenente. Il successivo 13 giugno si apriva così un nuovo ciclo di consultazioni, cominciando dai Presidenti “formali” del Senato e della Camera, poi in ordine alfabetico rappresentanti dei partiti del CLN, che accettano tutti di salire al Quirinale, tranne il rappresentante del Partito d’Azione, ed anche successivamente Selvaggi per il Partito Democratico ed il senatore Bergamini per la Concentrazione Democratico-liberale. Seguivano i Collari dell’Annunziata, il grande ammiraglio Thaon di Revel, e l’ineffabile “conte” Sforza, nonché il Maresciallo Badoglio, quale ex presidente del consiglio. Poi ancora gli Alti Commissari per la Sicilia, Aldisio, e per la Sardegna, Pinna, ed i Commissari per le Associazione Reduci, Gasparotto, e la Medaglia d’Oro Cabruna per l’A.N.M.I.G.(Associazione Nazionale Mutilati e invalidi di guerra). In realtà l’unica realtà politica che, purtroppo, contava era il CLN, ma questa larghezza di interpellati dava anche all’opinione pubblica la sensazione che il Quirinale non fosse una mera facciata, dietro la quale esistesse il nulla. Anche Parri viene invitato, quale esponente della Resistenza, ma declina temporaneamente l’invito fino alla domenica 17 giugno quando sale al Quirinale per ricevere l’incarico di formare il nuovo governo, essendo stato indicato il suo nome dai partiti del CLN. Ci siamo soffermati su queste consultazioni e su questo incarico perché con il governo Parri avveniva una svolta a sinistra ed una accentuazione repubblicana, proprio a cominciare dallo stesso Presidente del consiglio, esponente del Partito d’Azione. Effettivamente la Democrazia Cristiana, pur mantenendo gli Esteri, con De Gasperi, arretrava come qualità di ministeri perdendo il Ministero della giustizia che andava al PCI, nella persona di Togliatti. Questa assegnazione rompeva una sia pure breve tradizione dei governi Badoglio e Bonomi in cui il Ministero di Grazia e Giustizia era stato retto da liberali (Arangio Ruiz), e poi dai democristiani (Tupini). Nel governo Parri faceva anche il suo debutto ai LL.PP., un ingegnere socialista, Romita . Il Ministero degli Interni era assunto dallo stesso Parri, come era avvenuto in precedenza con Bonomi. Per questo fondamentale ministero, vi erano state anche nelle precedenti trattative pressanti richieste socialiste, ma i liberali avevano replicato che non avrebbero mai accettato un socialista agli interni e lo stesso aveva risposto la Democrazia Cristiana, il che rende ancora più strano quanto avvenne successivamente, alla caduta del governo Parri, che sarebbe durato dal 21 giugno, data del giuramento, al 10 dicembre 1945.

Cerimonia del giuramento analoga alla precedente, ma questa volta i ministri prima di firmare leggono il testo, sia pure a bassa voce, per poi non tenerne conto, come i loro predecessori nei loro discorsi di parte chiaramente repubblicana! Parri, modesto di persona, si rivelò altrettanto modesto come Presidente del consiglio, dando così campo libero a Nenni, Ministro per la Costituente, ed allo stesso Togliatti, che iniziava a conoscere e penetrare nell’ambiente della Magistratura, sapendo già il ruolo che avrebbe dovuto svolgere in occasione delle elezioni per la Costituente, alle quali si aggiunse poi anche il referendum istituzionale . Nel frattempo si era inoltre messa in cantiere, con il Decreto del 30 aprile 1945, una assemblea “non elettiva”, da chiamarsi Consulta, inizialmente di 304 componenti, di cui 60 ex parlamentari, ante 1925, in grande maggioranza di sinistra, 156 rappresentanti dei partiti del CLN, in quote paritarie, e, bontà loro, un numero nettamente minore, di 20 rappresentanti dei partiti e movimenti fuori dal Comitato, tra i quali il Partito Democratico Italiano, e 46 esponenti sindacali, più 12 per combattenti e reduci ed infine 10 per associazioni culturali.

 

L’ultimo anno

Il Quirinale non era però solo sede di incontri politici, ma per precisa volontà del Principe Umberto, anche sede di iniziative assistenziali e benefiche o simili, quale ad esempio il 21 gennaio 1945, un pranzo offerto a 50 soldati del Battaglione “San Marco”, con il suo personale intervento, o il giorno di Pasqua del 1945, un pranzo per ben 500 bambini poveri e 100 soldati. E sempre in questa data viene aperto un ambulatorio per bambini mutilati civili di guerra, intitolato “Maria Gabriella”, come pure saranno aperti la casa “Maria Beatrice” per bambini mutilati di guerra, la colonia elioterapico “Maria Pia” per bambini dei quartieri operai, e una cucina per gli indigenti “Mafalda di Savoia” e varie altre iniziative per chiudere con un Ufficio di Assistenza, che solo nel 1945, distribuì 10 milioni di contributi, cifra rappresentante il 90% degli emolumenti del Luogotenente. Ed a proposito di queste attività è interessante un dialogo tra De Gasperi, che essendone venuto a conoscenza, ed evidentemente apprezzandole, si rivolge a Lucifero, quasi incitandolo: “le rendete note queste cose?” e Lucifero che rimane interdetto, quasi non pensando all’effetto propagandistico che avrebbero avuto. E queste azioni benefiche sarebbero proseguite particolarmente dopo il rientro a Roma, della Principessa Maria Josè, il 7 giugno 1945, e quello successivo dei giovani principi, con il pranzo di Natale per 100 bambini poveri, un altro analogo per il Capodanno ed un ulteriore per l’Epifania, dove appunto i principini più grandi aiutavano nel servizio.

Quella solitudine del Principe, cui accennammo all’inizio, si era notevolmente attenuata perché oltre, logicamente al Ministro della Real Casa, ed agli aiutanti di campo, generale Adolfo Infante e l’ammiraglio Franco Garofalo, si erano riavvicinati alla Corona, Vittorio Emanuele Orlando, al cui parere venivano sottoposti numerosi problemi giuridici, Francesco Saverio Nitti, che rientrato dall’esilio, aveva pronunciato un importante discorso al San Carlo di Napoli sottolineando la funzione stabilizzatrice e moderatrice della Monarchia, e persone più giovani quali Carlo Scialoja, esperto di diritto, e per la politica estera, Giovanni Visconti Venosta, diplomatico, entrambi discendenti da famiglie che già avevano dato importanti contributi nel Risorgimento e nel successivo Regno, nonché alcuni giornalisti fra i quali Luigi Barzini jr., Ugo D’Andrea ed il liberale Manlio Lupinacci, che troveremo nel gruppo che salutò il Principe, divenuto Re, quel triste pomeriggio del 13 giugno 1946 a Ciampino. Ebbene tutte queste attività del Principe, di cui ricorderemo fra l’altro il messaggio di Capodanno del 1946, letto alla radio, indirizzato ai nostri prigionieri di guerra, e l’accoglienza, il 17 novembre 1945, a reduci dalla Russia, presente anche la Principessa, che, a sua volta, aveva ripreso diversi contatti con personalità della cultura, in primo luogo Zanotti Bianco, non mutavano la propensione repubblicana anche di personalità lontane dai comunisti, il cui atteggiamento è perfettamente descritto dal conte Carandini in questa frase: “La Monarchia è una causa perdente e non vale sciuparsi in combattimenti di retroguardia” o in quella, ancor più cinica, di Meuccio Ruini: “Dobbiamo schierarci per la repubblica, giacché se vince la Monarchia, questa ci perdonerà e saremo sempre lo stesso ministri, Consiglieri di Stato….”. In realtà nessuno di questi politici appartenenti alla nobiltà ed all’alta borghesia, aveva effettivi contatti con il popolo, ed ignorava quanto invece la Monarchia, come si vide nel successivo referendum, malgrado la propaganda contraria, la quasi totale impossibilità di una propaganda monarchica in tutto l’Italia Centro settentrionale, gli scarsi mezzi finanziari a disposizione, avesse radici ben profonde, ed anche, specie da parte delle donne, alle quali era stata finalmente concesso il diritto di voto, un attaccamento, se non affetto, per la famiglia reale, e particolarmente per le sue Regine, che erano state esempio per i costumi morigerati ed il tenore di vita.

Quanto alla situazione politica, riunitasi finalmente la già citata Consulta Nazionale, il 25 settembre, con l’elezione di Sforza a Presidente, nel governo Parri si erano accentuate le spinte demagogiche, specie per una epurazione ancor più radicale, per cui da parte liberale cresceva l’insofferenza per questo modo di agire, così dopo un acceso dibattito interno, i liberali provocarono la crisi del governo, anche se Parri, stranamente attaccato alla poltrona avrebbe voluto continuare a governare senza i liberali, ma è la Democrazia Cristiana a dargli il “colpo di grazia”, costringendolo a presentare le dimissioni al Luogotenente il 24 novembre del ’45 .In questa occasione Parri tenne un infelice discorso, criticato dallo stesso Nenni, dove aveva spiegato le sue dimissioni come frutto di un “colpo di stato” (sic!), anche se poi si corresse chiamandolo “colpo di mano”. E queste infelici espressioni oratorie erano presenti anche nel suo discorso del precedente 26 settembre, alla Consulta, dove aveva pronunciato la frase, storicamente falsa, come lo rimbeccò Benedetto Croce, che “neppure prima del fascismo, vi era stata in Italia, una vera democrazia”.

Ripresa così delle consultazioni, con i tentativi, non riusciti, di inserire nel governo gli esponenti del liberalismo storico, affiorò il nome come possibile nuovo Presidente del Consiglio, del leader democristiano, De Gasperi, ed il Luogotenente gli affidò l’incarico di formare il nuovo governo con tutti e sei partiti dell’Esarchia, che era divenuto il termine per definire il potere del CLN. La costituzione di questo governo non si rivelò facile per le pur giuste richieste liberali che non trovavano accoglimento negli altri partiti, tanto che sembrava essere orientato De Gasperi ad un governo senza i liberali se non fosse stato proprio richiamato dal Luogotenente al rispetto dell’incarico conferitogli di un governo a sei, che, costituitosi, giurò con la solita formula, il 10 dicembre. Purtroppo in tali trattative quel Ministero dell’Interno, che in precedenza era stato negato ai socialisti da liberali e democristiani, fu concesso loro con una incredibile leggerezza, particolarmente grave specie da parte della DC che ebbe, oltre agli Esteri, confermati a De Gasperi, due ministeri minori, e per questo incarico i socialisti indicarono Romita, notoriamente repubblicano. E tale nome non trovò opposizione neanche nel Ministro Lucifero, che sottovalutò l’importanza che i due ministeri chiave, giustizia ed interni, fossero in mani socialcomuniste, e quindi repubblicani, ed anzi, riferendosi proprio a Romita, in un successivo incontro del 12 dicembre, lo definì “un galantuomo”, per cui riteneva sufficiente questa qualifica a tranquillizzare il Luogotenente. Forse sia lui che il Principe, ignoravano non solo il repubblicanesimo del Romita, ma proprio l’avversione a Casa Savoia, che sarebbe venuta fuori anni dopo nel libro di memorie, dove Romita la definisce come “la più inetta dinastia europea”, con una incredibile malafede, frutto di ignoranza storica, ingiustificabile in un piemontese che, almeno, avrebbe dovuto conoscere la storia della propria regione. Romita infatti, fin dal primo giorno del suo incarico lavorò, e lo confessa nelle memorie, per il trionfo della repubblica, con ipocrisia, sempre acquiescente stranamente la DC, come nel caso delle prime elezioni amministrative del successivo marzo del 1946 per cui uno storico, Andrea Ungari, afferma, e non mi sento di dargli torto, che la “repubblica era già fatta il martedì 11 dicembre 1945”. Così per l’eterogenesi dei fini la crisi aperta dai liberali per evitare lo scivolamento a sinistra del governo Parri, portava ad un governo, salvo il Presidente del Consiglio, maggiormente squilibrato a sinistra e per la repubblica.

In questi mesi che separano la nascita del primo governo, presieduto da un cattolico, nella storia del Regno d’Italia, il fatto più importante ed anche l’unica vittoria luogotenenziale, fu l’affidamento ad un referendum la soluzione della questione istituzionale, con il Decreto del 16 marzo 1946, n. 98, la cui firma fu accompagnata da una lettera personale del Principe al Presidente del Consiglio, che trascriviamo integralmente, rappresentando la sintesi del pensiero politico del Luogotenente e della Sua correttezza costituzionale:

“Signor Presidente,

Le restituisco, muniti della mia sanzione, i provvedimenti con i quali si indice il “referendum” sulla forma istituzionale dello Stato e si convoca l’ Assemblea Costituente che dovrà decidere sulla nuova Costituzione.

Nel compiere quest’atto sento di ricongiungermi alle gloriose tradizioni del Risorgimento nazionale, quando, attraverso eventi memorabili indissolubilmente legati alla storia d’ Italia, la Monarchia poté suggellare l’unità della Patria e i plebisciti furono l’espressione della volontà popolare ed il fondamento del nuovo stato unitario.

Questo ossequio alla volontà popolare dettò anche la decisione del mio Augusto Genitore di ritirarsi irrevocabilmente dalla vita pubblica per facilitare, come Egli stesso affermò, l’unità nazionale. Il medesimo pensiero mi indusse a sanzionar il Decreto del 24 giugno 1944, che rimetteva al popolo italiano la scelta delle forme istituzionali.

La sanzione di oggi è dunque il coronamento di una tradizione che sta a base del patto fra Popolo e Monarchia, patto che, se riconfermato, dovrà costituire il fondamento di una Monarchia rinnovata, la quale attui pienamente l’autogoverno popolare e la giustizia sociale.

In questo solenne momento non posso fare a meno di rivolgere un commosso pensiero ai nostri fratelli ancora prigionieri e internati, ai cittadini tutti di ogni terra italiana, i quali – per ragioni indipendenti dalla nostra volontà e che per rispetto della giustizia devono considerarsi contingenti – non potranno partecipare alla consultazione che dovrà decidere anche del loro avvenire.

Confido che il Governo saprà provvedere affinché le elezioni si svolgano nella massima libertà degli individui e delle coscienze, per assicurare quest’ultima, ho dato, con le disposizioni testé sanzionate, libertà di voto a quanti sono legati dal giuramento.

Io, profondamente unito alle vicende del Paese, rispetterò come ogni italiano le libere determinazioni del popolo, che, sono certo, saranno ispirate al migliore avvenire della Patria.

Voglia, signor Presidente, comunicare ai signori Ministri questa mia lettera, che considero un doveroso contributo alla serenità della consultazione popolare.

Roma ,16 marzo 1946 Aff.mo Umberto di Savoia

 

Conclusione

A questo punto necessita una riflessione: cosa aveva giovato al Luogotenente, con la sua innata signorilità, l’aver esercitato con competenza, in forma discreta, formalmente ineccepibile, la funzione di Capo dello Stato, come osserva Ludovico Incisa, quando dalla parte dei ministri e dei partiti repubblicani, nessuno si era mosso dalle sue posizioni e convinzioni aprioristiche, contrarie al mantenimento della Monarchia, pur rappresentata da questo Principe? Sempre Incisa definisce “evanescente e patetica, politicamente rassegnata” la Sua figura, dimenticando e sottovalutando quanto aveva fatto in quei mesi il Luogotenente, attività che abbiamo seguito e descritto. Non pensava che Umberto di Savoia era stato educato a fare il Re, e non poteva quindi trasformarsi in capo di un partito o di una fazione, quando il ruolo di un Re, e lo avevano ampiamente dimostrato i suoi predecessori, era quello di essere al di sopra delle parti e di rappresentare il vertice dello Stato, in cui tutti i cittadini potessero riconoscersi. O come scrivono altri storici, pure non avversi alla Monarchia, c’era in Lui una propensione ad espiare colpe non sue, ammesso che fossero colpe? Eppure la risposta, la motivazione del suo modo di agire, esisteva e ne dette prova quando partì dall’Italia, ed era quella di non acuire le tensioni tra gli italiani, di arrivare quanto prima alla pacificazione tra gli stessi, ancor oggi non raggiunta dopo 71 anni (vedi la proposta di amnistia, dopo la Sua elevazione al Trono, amnistia che Togliatti, ministro della Giustizia, ed il Governo non concessero), e sopra tutto di evitare lo scorrere ulteriore di sangue fraterno . Il pensiero regale per gli umili, come da carità cristiana, l’amore per la Patria, per il mantenimento, ad ogni costo, della unità della stessa, raggiunta per merito della sua Casa, sentimenti e valori ereditati dal Padre, Vittorio Emanuele, definito da Domenico Fisichella “l’ultimo uomo del Risorgimento”, che quando, forse tardi, abdicò, il 9 maggio 1946, prendendo la strada dell’esilio, nella sua agenda, il successivo primo gennaio 1947, scrisse “Viva l’ Italia, ora più che mai”, avrebbero fatto dire al Principe, divenuto Re, in un messaggio alla vigilia del Referendum, che se la Monarchia avesse prevalso per pochi voti, era disponibile ad un secondo referendum, perché intendeva governare con un vasto consenso popolare e non con il 51%. Questo atteggiamento da Re, mantenuto per tutta la vita, anche in esilio, spiega perché per decenni, fino al termine della Sua vita terrena, 18 marzo 1983, tantissimi italiani si recassero a visitarlo in Portogallo, altri numerosi seguissero con affetto in Italia la sua vita, leggessero con interesse le sue interviste, ancora scrittori, giornalisti e storici rivalutassero la sua figura riconoscendo il sacrificio della sua partenza dall’Italia, altri ancora combattessero democraticamente ed a viso aperto la battaglia monarchica, così che tanti volgessero lo sguardo verso Cascais, sperando, forse, in un Suo ritorno.

 

APPENDICE :

1)     Messaggio in occasione dell’assunzione della Luogotenenza Generale del Regno

“Soldati di terra di mare e dell’aria,

nell’assumere la Luogotenenza Generale del Regno, affidatomi dal mio Augusto Genitore, il mio pensiero va alle Forze Armate italiane, che nelle ore dolorose attraversate dalla Patria, hanno saputo mantenersi fedeli alle loro nobili tradizioni.

A tutti i soldati che in Patria ed oltre mare combattono ed operano a fianco che ne sorreggono e potenziano lo sforzo invio il mio saluto affettuoso.

Oltre le linee a decine di migliaia, i vostri compagni hanno impugnato le armi e combattono l’oppressore, esponendo se stessi ed i propri cari ad ogni rischio ed alle più barbare rappresaglie . Nei campi di prigionia i nostri fratelli chiedono e sperano di poter nuovamente impugnare le armi .

Numerosi sono i caduti, numerosi sono i martiri, immolatisi per la Patria, a loro il nostro pensiero ammirato, commosso e riconoscente e la promessa di valorizzare e vendicare il sacrificio

Il nostro popolo ha dato l’esempio più elevato di forza morale e capacità di ripresa dopo una guerra non sentita e non voluta, ma per sempre eroicamente sopportata.

Soldati di terra, di mare e dell’aria,

dure prove ancora vi attendono, ma io sono sicuro che il vostro amore per la Patria, il vostro valore ed il vostro spirito di sacrificio, non mai offuscati, sapranno vincere ogni ostacolo.

Mentre a Roma sventola di nuovo i Tricolore, sulla via che i martiri ed i caduti ci hanno tracciato, fraternamente legati alle truppe delle Nazioni Unite, continuerete e moltiplicherete i vostri sforzi e tendendo le nostre volontà, con la certezza che la Patria risorgerà per riprendere in un mondo pacificato e migliore, il posto che le compete come madre di ogni progresso e ogni civiltà.

Di questa rinascita voi sarete gli artefici più meritevoli e migliori –

Viva l’ Italia .

                                                                       UMBERTO DI SAVOIA

Roma, 8 giugno 1944

 

2)     Proclama del Luogotenente Generale alle Forze Armate nel primo annuale della Liberazione:

“Combattenti della Guerra di Liberazione

A Voi, nell’annuale della Liberazione, torna l’animo riconoscente e memore dei cittadini.

Allorché tutto sembrava perduto, voi mostraste cosa possano l’amore per la Patria e la fede nel suo avvenire.

E, con il vostro eroismo, avete arricchito l’epopea italica di nuova gesta.

Rapidamente riordinati, i soldati di una guerra pur sempre eroicamente combattuta tornarono primi all’attacco, i marinai continuarono a tenere alta sul mare la Bandiera mai ammainata, gli aviatori ripresero con l’antico sprezzo della morte i combattimenti nel cielo, a tutti affiancandosi con fraterna gara di patriottismo, di dedizione e di audacia, i partigiani che ben sapevano di coinvolgere nella lotta anche le loro famiglie.

Queste forze vive ed eroiche diedero alla vittoria delle potenti armi alleate un contributo ogni giorno più evidente e sicuro, ogni giorno più lealmente riconosciuto.

Quando un popolo in così aspro travaglio non cede di fronte alla immensità della sciagura e alla avversità del destino, ma trova nelle fibre profonde della stirpe il coraggio per non disperare e la forza per lottare ancora, quel popolo può alzare la fronte davanti a tutto il mondo e affermarsi degno di migliore avvenire.

E questo l’ Italia lo deve a Voi, soldati, marinai, avieri e partigiani.

La Patria vi ringrazia . Viva l’Italia!

                                                   UMBERTO DI SAVOIA

Roma, 25 aprile 1946

 

BIBLIOGRAFIA

1) Falcone LUCIFERO: “L’ultimo RE- diari del Ministro della Real Casa – 1944-1946”, editore Mondadori - collana “Le Scie” – 2002

2) Giovanni ARTIERI: “Umberto II e la crisi della Monarchia”, editore Mondadori – collana “Le scie”-1983

3) Luciano REGOLO: “Il Re Signore”, editore Simonelli – 1998

4) Gianni OLIVA: “Umberto II –l’ultimo RE”, editore Mondadori – 2000

5) Domenico FISICHELLA: “Dittatura e Monarchia”, editore Carocci – collana Sfere – 2014

6) Ludovico INCISA di CAMERANA: “Umberto II e l’Italia della Luogotenenza”, editore Garzanti - 2016

7) Andrea UNGARI: “In nome del RE – i monarchici italiani dal 1943 al 1948”,-editore “Le lettere” – 2004

8) Gianni OLIVA: “I vinti e i liberati – 8 settembre 1943-25 aprile 1945-Storia di due anni”, editore Mondadori – collana “Le Scie”- 1994

9) Aldo A. MOLA: “Declino e crollo della Monarchia in Italia – I Savoia dall’unità al referendum del 2 giugno 1946”, – editore Mondadori – collana “Le Scie” - 2006

10) Giovanni ARTIERI: “Cronaca del Regno d’Italia” –volume secondo, editore Mondadori – 1978

11) Aldo A. MOLA: “ Umberto II di Savoia”, editore Giunti – 1996

12) Niccolò RODOLICO - Vittorio PRUNAS TOLA: “Libro Azzurro sul Referendum”, editore “Superga” – 1963

13) Enrica LODOLO: “Savoia”,  editore Piemme - 1998

14) Silvio BERTOLDI: “Savoia – Album dei Re d’Italia”, editore Rizzoli - 1996

15) Vincenzo STALTARI: “Umberto II”, editore Istituto Teano di Cultura – 2003

16) Oreste GENTA: “S.M. Umberto II durante il periodo della Guerra di Liberazione”, edito da INGORTP – conferenza tenuta al Circolo REX - 29 gennaio 1989

17) Oreste GENTA: “S.M. Umberto II nei due anni di Regno”, edito da Ingortp - conferenza tenuta al Circolo REX – 21 gennaio 1990

18) Franco GAROFALO: “Pennello nero – La Marina Italiana dopo l’ 8 settembre 1943”, edizioni della Bussola – 1945

4 febbraio 2017

 

 

Gentiloni in pista: Matteo sta sereno che qui ci sono io

di Salvatore Sfrecola

 

“La forza dei nervi calmi”, si potrebbe dire prendendo a prestito dal Carosello degli anni ’60, la battuta della pubblicità di una nota marca di camomilla. Paolo Gentiloni, che certamente lo è per indole, appare ancor più moderato a fronte del suo predecessore, spesso inutilmente polemico, a volte volgare, come quando ha costruito parte della sua immagine di giovane innovatore, preannunciando la “rottamazione” degli anziani del partito e della società. Senza essere sfiorato dal dubbio che quella parola, che si attaglia alle cose inanimate, dalle automobili ai frigoriferi, alle lavastoviglie, superati dalla tecnica e logorati dall’uso, non va usata per le persone, le quali meritano assolutamente rispetto soprattutto se anziane. Anzi, si è sempre detto che il rispetto per i vecchi misura il grado di civiltà di quella che si ritiene effettivamente una comunità che nei senati ha costantemente riunito gli anziani, i saggi.

Ma torniamo a Gentiloni, un premier che si presenta in giacca e cravatta, eleganza sobria come deve un Presidente del Consiglio, dà l’impressione della fermezza, di stare in quel posto con la consapevolezza del ruolo, un eloquio garbato, ragionato, laddove Renzi esibiva camicie candide, presto intrise di sudore, assai spesso urlando.

Gli italiani non amano la politica urlata, soprattutto quando proveniente dal governo che, a differenza dell’opposizione, legittimata dal suo ruolo ad alzare i toni della polemica, avendo la forza della sua maggioranza, ha il potere per fare le cose che promette. Per cui la polemica della forza di governo rivela spesso l’incapacità di fare, nascosta dietro accuse agli avversari interni ed esterni che non lo consentirebbero, una sorta di excusatio non petita. E questo hanno evidentemente pensato gli italiani che, in massa, hanno detto “NO” a Renzi prima che alla sua sconclusionata riforma della Costituzione. Anche se chi l’ha capita, per dirla con Maurizio Crozza, ha presto compreso che quella proposta non avrebbe giovato alla democrazia, non avrebbe effettivamente semplificato le procedure parlamentari e di governo e ridotto i costi della politica, ma era diretta alla conquista del potere.

Quale destino, dunque, per Gentiloni? Escluso che stia lì a tenere calda la sedia a Renzi, che per rioccuparla dovrà sudare le classiche sette camicie cercando di tenere in pugno un partito dalle molte anime il più delle volte non convergenti su un’unica sponda, incurante degli inviti alla prudenza, a “riprendere fiato”, come quello che viene oggi dalle colonne del Corriere della Sera da Antonio Bassolino, intervistato da Marco Demarco, uno che ben conosce e sa interpretare quel che agita le menti ed i cuori della Sinistra. Per certi versi, infatti, la prospettiva elettorale che sollecita quotidianamente crea al leader del Partito Democratico più problemi di quanti ne possa risolvere, tra il desiderio di punire i ribelli e i tiepidi e il proposito di portare in Parlamento i fedelissimi. Mentre D’Alema il quale, ad onta della scarsa simpatia dell’uomo, soffia sul fuoco, sembra vantare un appeal elettorale stimato sul 10 - 15% in caso di scissione. Il vecchio leone, che ha scaldato i muscoli nella lunga campagna elettorale per il NO nella quale non si è risparmiato, scalda oggi il cuore della sinistra ex comunista che già in Francia ha mostrato un revival inatteso nelle primarie del partito socialista con la vittoria di Benoît Hamon sul moderato Manuel Valls, che proponeva una convergenza al centro. Sullo sfondo l’antica, difficile convivenza tra ex comunisti ed ex Margherita che si sentono orfani della Democrazia Cristiana che ancora guardano con non celata nostalgia alla stagione degli Andreotti, dei Fanfani, dei Forlani e dei Moro, uomini di valore, “cavalli di razza” come si usava dire, da tutti riconosciuti, uomini di partito e governanti che ricordano la stagione migliore dell’economia italiana, quella più favorevole alla classe media, con il benessere diffuso che l’aveva alimentato. Mentre, in fin dei conti, la successiva crisi economica sarebbe conseguenza dell’ingresso delle sinistre nei palazzi del potere, a cominciare dal Partito Socialista guidato quel Craxi, esuberante e guascone, e certamente spendaccione, con il quale il debito pubblico ha superato il milione di miliardi di lire.

Il moderato Gentiloni a Palazzo Chigi certamente “fa comodo” al PD in questo momento difficile nel quale il partito rischia di esplodere come dimostra, oltre alla ricordata posizione di D’Alema, l’iniziativa di Michele Emiliano che dalla Puglia muove la rivolta contro Renzi, al punto da minacciare il ricorso alla carta bollata se non si terrà il congresso prima delle elezioni. Un rischio che Renzi sembra non individuare o, forse, sottovaluta. O teme che tra i pericoli ci sia proprio Gentiloni che cresce nella considerazione della gente ed è guardato con simpatia dai peones, i parlamentari alla prima legislatura che attendono la pensione dopo quattro anni, sei mesi e un giorno di esercizio delle funzioni, sul finire del 2017. Gentiloni “il calmo”, che conosce le regole del potere, che così consolida la sua immagine. Il Presidente del Consiglio ha creato un clima nuovo a Palazzo Chigi. Con lui i membri del governo si sentono più liberi di proporre le iniziative che competono loro, laddove era Renzi che dettava l’agenda delle proposte che presentava all’opinione pubblica concentrando su di se l’immagine stessa del governo. Con Gentiloni si può parlare non solo ascoltare, e ci si può confrontare con i tecnici qualificati per approfondire programmi, iniziative e provvedimenti. Infatti a Palazzo Chigi tornano tecnici nuovi, conoscitori dell’amministrazione e della finanza, persone affidabili con esperienza, quella che è mancata costantemente ai giovani esuberanti del Giglio Magico. Insomma Gentiloni ha portato un clima di fattiva collaborazione nella gestione ordinaria dell’amministrazione che poi è l’effettiva forza dei governi. Che è fatta soprattutto dei provvedimenti che mandano avanti la gestione che interessa i cittadini e le imprese. Con passo felpato il nuovo inquilino di Palazzo Chigi rassicura gli animi esacerbati dallo scontro referendario condotto senza esclusione di colpi, con l’invasione degli spazi televisivi e con un linguaggio ancora una volta volgare come quando Renzi definì “accozzaglia” lo schieramento del “NO” solo per essere formato da persone provenienti da differenti orientamenti ideologici e culturali. Da questo punto di vista Gentiloni giova anche all’ex premier, più di quanto lo danneggi, il tratto moderato con il quale si presenta. In fin dei conti allontana dal ricordo degli italiani, che non l’hanno gradito come dimostrano i risultati del 4 dicembre 2016, la stagione urlata da Palazzo Chigi e dal Largo del Nazareno.

1 febbraio 2017

 

 

 

Meloni – Salvini, in tandem per trascinare il Centrodestra

di Salvatore Sfrecola

 

Richiamo una breve considerazione scritta per Facebook, a caldo, ieri sera subito dopo l’intervista di Giorgia Meloni a Faccia a Faccia condotto da Giovanni Minoli su La7: “Ottima performance … Una ipotesi politica per il Centrodestra di domani. Idee chiare esposte con serena determinazione”. Confermo oggi quel che avevo pensato ieri, tra l’altro ancora sotto l’effetto della manifestazione di sabato pomeriggio a Roma, la sfilata che lancia “Italia sovrana” da piazza dell’Esedra a Piazza San Silvestro, conclusasi con il discorso dal palco dopo una serie di interventi tra i quali spiccava quello di Matteo Salvini, applauditissimo, e di Renato Brunetta, il quale ha ricordato che il Centrodestra “è stato sempre plurale”. In piazza c’erano anche Daniela Santanché, Giovanni Toti e Giulio Tremonti.

Ha chiuso Giorgia Meloni, non soltanto per ragioni ovvie, avendo Fratelli d’Italia preso l’iniziativa di organizzare la manifestazione insieme alla Lega ed a NoiConSalvini. È evidente, infatti, la centralità della Meloni nella prospettiva di un Centrodestra che si ponga l’obiettivo del recupero di quel ruolo maggioritario che è senz’altro presente nel Paese e che attende solamente di poter esprimere convintamente tutta la sua forza elettorale. Le ragioni della centralità di Fratelli d’Italia sono presto dette, sulla base di una analisi della situazione dei partiti che compongono lo schieramento. Cominciando dalla Lega che da Roma in giù si presenta con la denominazione NoiConSalvini, presente nelle elezioni comunali a Roma, fortemente impegnato nella campagna per il NO in tutte le città del Lazio dove crescono e si consolidano significative presenze. Gian Marco Centinaio, Presidente del Gruppo parlamentare della Lega al Senato, ha svolto con impegno il compito che Salvini gli ha assegnato, quale Commissario straordinario per Roma e provincia, individuando, tra l’altro, i responsabili territoriali. A Roma Felice Squitieri, in provincia Pierluigi Campomizzi, per fare solo i nomi più noti. Tuttavia l’impegno di NoiConSalvini che ha dato risultati importanti ne darebbe ancora di più se fosse abbattuta la barriera, più che altro psicologica, della connotazione “nordista” del movimento. Salvini è consapevole della necessità di una apertura ai valori della Nazione e non tralascia occasione per ribadirli. Ma è indubbio che una qualche diffidenza permane, soprattutto nei romani.

E qui, come collante del Centrodestra nazionale ha un ruolo essenziale Giorgia Meloni. Perché l’apporto di Fratelli d’Italia arricchisce lo schieramento dei valori della identità nazionale dei quali da sempre si alimenta la Destra. Anche perché Forza Italia è in difficoltà per l’atteggiamento di Berlusconi, considerato da molti poco affidabile, al di là delle più recenti esternazioni in tema di grande coalizione, ipotesi respinta nell’intervista di ieri a Il Messaggero. È troppo vivo il ricordo del “patto del Nazzareno” perché si possa essere certi che quel che l’ex Cavaliere dice corrisponda effettivamente al suo pensiero e soprattutto alle sue intenzioni. In particolare la posizione assunta sulla legge elettorale fa temere l’intento di un rinvio delle elezioni che, invece, la Meloni e Salvini vorrebbero ravvicinate anche per sfruttare il clima favorevole ai “populismi” che la gente comincia a capire essere, al di là della connotazione denigratoria assegnatagli dal politically correct, la vera essenza della democrazia, l’ascolto delle esigenze del popolo.

Giorgia Meloni ha parlato ieri da candidata al governo del Paese ripetendo più volte “è la fine della rassegnazione… possiamo vincere”. Con calma, spesso con ironia quando Minoli cercava di stanarla soprattutto sui suoi rapporti con Berlusconi, ha enunciato le esigenze degli italiani che chiedono più lavoro e meno tasse, più sviluppo e più sicurezza, un Paese che utilizzi al meglio le sue tante risorse che sono le intelligenze che troppo spesso sono costrette ad esprimersi all’estero, così impoverendo la nostra classe media e l’intera società. Poi la valorizzazione delle ricchezze della natura e dell’arte, risultato dell’impegno di generazioni di italiani lungo i secoli, da Roma al Rinascimento, passando per quell’Evo Medio ingiustamente denigrato quando in quei secoli si è preparata l’esplosione della arti e delle scienze che hanno avuto l’Italia come protagonista. Un’Italia variegata e ricca delle specificità delle nostre città e dei territori nei quali arte e ambiente si uniscono in una realtà che è un unicum nella storia del mondo. Giorgia Meloni, in sostanza, con la sua presenza attesta che l’Italia, meglio che l’identità di questo popolo è costruita sulla pluralità delle esperienze storiche e culturali che l’hanno resa famosa e sono la ragione della sua attrattiva, attestata non solamente dai turisti che da secoli visitano le nostre città ma anche dallo studio della lingua italiana sempre più diffuso, certamente più di quanto ritengono i nostri governanti che ben poco fanno per diffondere la presenza della nostra cultura. Perché, anche se qualcuno ha detto che “con la cultura non si mangia”, è vero, invece, che è un ottimo biglietto da visita per tutto il made in Italy che di quella cultura è espressione.

30 gennaio 2017

 

 

 

La rivincita dei Mandarini

di Salvatore Sfrecola

 

A volte ritornano, verrebbe da dire, dopo le ultime cronache da Palazzo Chigi, dove si sente dire di Grand Commis che tornerebbero a ricoprire prestigiosi incarichi all’interno del governo, a cominciare da quello, chiave, di Capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi (DAGL), oggi diretto da Antonella Manzione, giunta a Roma al seguito di Matteo Renzi che a Firenze le aveva affidato la carica di Comandante della Polizia Municipale.

Renzi, infatti, appena insediato a Palazzo Chigi, non aveva confermato i Consiglieri di Stato, della Corte dei conti e gli Avvocati dello Stato che aveva trovato in gran numero negli uffici di “diretta collaborazione” alla Presidenza e nei ministeri, tra Capi di Gabinetto e degli Uffici legislativi e consiglieri giuridici. Com’è tradizione, del resto, come hanno scritto Roberto Mania e Marco Panara in “Nomenklatura – Chi comanda davvero in Italia”. Insomma i "mandarini", come in Cina venivano chiamati gli alti burocrati. A cominciare proprio dalla Presidenza del Consiglio dove negli anni scorsi Antonio Catricalà, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, era passato da Segretario generale a Sottosegretario di Stato. In precedenza aveva svolto funzioni di Capo di Gabinetto alla funzione pubblica e alla ricerca scientifica con Ruberti. Giurista di valore, civilista raffinato, la sua passione vera, ama ripetere, aveva ricoperto con Claudio Zucchelli, capo del Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi, un ruolo centrale nel governo Berlusconi. Anche come “padre nobile”, lui giovanissimo, degli altri magistrati amministrativi, anche quando passati a cariche politiche , come Franco Frattini, altro giudice di Palazzo Spada.

Da Zucchelli ed Antonella Manzione, certo un fatto traumatico per tutti. Perché non è solo la preparazione giuridica della Manzione ad essere incommensurabilmente lontana da quella di Zucchelli e di quanti prima di lui hanno ricoperto quel ruolo, a cominciare da Giuseppe Potenza, quello del famoso Manuale di diritto amministrativo scritto con Guido Landi, altro magistrato del Consiglio di Stato e, prima di lui da Antonio Sorrentino, mitico collaboratore di Giulio Andreotti.

È l’autorevolezza di chi ricopre quei posti uno degli elementi di forza del Governo. Perché Catricalà e Zucchelli s’impongono naturalmente agli altri Grand Commis, per il ruolo del Consiglio di Stato, da cui provengono, e, soprattutto, per la loro esperienza come coadiutori di ministri e legislatori.

Matteo Renzi voleva evitare che accanto a lui ed agli altri ministri, dei quali conosceva bene l’inconsistenza professionale e l’assoluta assenza di esperienza, operassero esperti che, in qualche modo indipendenti, condizionassero le scelte di ministri e sottosegretari. Uomini capaci di dire “no” quando una certa iniziativa legislativa o di alta amministrazione non fosse conforme a legge.

Uscito Renzi da Palazzo Chigi, Gentiloni si sta facendo consigliare per rafforzare gli staff con persone che sanno di diritto molto più dei giovanotti volonterosi ma con pochi studi e nessuna esperienza, che hanno caratterizzato le precedenti gestioni.

Su questa scia si sta muovendo anche Maria Elena Boschi, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, la quale, per sostituire Antonella Manzione alla guida del DAGL, con la quale è sempre mancata la necessaria sintonia, avrebbe in animo di mettere in campo l'Avvocato dello Stato Carlo Sica, ed il Presidente di sezione del Consiglio di Stato Luigi Carbone.

La Boschi si deve essere resa conto, dopo le solenni bocciature dei decreti Madia da parte della Corte costituzionale che la stesura di una legge o di un decreto legislativo non può essere affidata al primo che passa per Piazza Colonna o sotto la Galleria Sordi occorrendo una specifica, vasta preparazione giuridico legislativa. E così vorrebbe ricorrere a due pezzi da 90 ben noti nei corridoi di Palazzo Chigi e di molti ministeri nei governi Berlusconi, Amato, D'Alema e Prodi, collaboratori anche di Gianni Letta e del ministro Brunetta a Palazzo Vidoni

Con queste nomine la Boschi rafforzerebbe il proprio potere anche nei confronti di Gentiloni il quale, a sua volta, va costituendo una sorta di “cerchio magico capitolino”, anche per assicurarsi un’autonomia di valutazione dei provvedimenti di cui viene chiesta l’iscrizione all’ordine del giorno del Consiglio di ministri a seguito della positiva istruttoria del “Preconsiglio”, la riunione preparatoria presieduta dalla Boschi alla presenza dei Capi degli uffici legislativi e degli esperti dei ministeri. Pochi conoscono il ruolo di queste riunioni, ma è lì che viene deciso cosa e come è pronto per la Gazzetta Ufficiale.

28 gennaio 2017

 

 

 

 

Sarà il Parlamento di Londra a decidere sulla Brexit

La Corte Suprema del Regno Unito richiama le regole dello stato di diritto

di Salvatore Sfrecola

 

“Questa non è una vittoria per me, è una vittoria per la democrazia”. Intervistata da La Repubblica, Gina Miller, la battagliera donna d’affari di origini della Guayana che ha guidato l’azione giudiziaria che ieri si è conclusa con la sentenza della Corte Suprema del Regno Unito, ha voluto sottolineare come i giudici abbiano richiamato una regola semplice, quella della centralità del Parlamento in uno stato di diritto. A fronte della quale i titoli dei giornali oggi danno conto soprattutto della delusione del governo di Sua Maestà che aveva ricorso avverso la pronuncia dell’Alta Corte di Londra che aveva sentenziato che la Brexit, l’uscita dell’Inghilterra dell’Unione Europea, sarebbe dovuta passare da un voto parlamentare.

È una lezione di storia e di diritto aver richiamato la primazia del Parlamento, non solamente perché siamo di fronte ad una decisione che non può essere affidata esclusivamente al 51,9% degli elettori i quali, chiamati ad esprimersi in un referendum consultivo, il 23 giugno 2016 hanno scelto di lasciare l’Unione europea. Non si può, hanno deciso i giudici, senza un voto del Parlamento, abbandonare le norme dei trattati europei divenute da decenni parte integrante della legislazione britannica. Sarebbe stata “una violazione di secoli i principi costituzionali” ha affermato il Presidente della Corte Suprema, Lord Neuberger, nel paese che ha dato alla civiltà giuridica moderna la Magna Charta che dal 1215 regola i rapporti tra le istituzioni del Regno individuando le funzioni del sovrano, del governo e del Parlamento, cioè i pilastri dello Stato di diritto uscito dall’assolutismo monarchico. Distinzione dei poteri in un sistema di check and balances nel quale il bilanciamento dei poteri è garanzia di democrazia, cioè di rispetto della volontà dell’elettorato.

Al di là del caso specifico, la pronuncia dei giudici di Londra richiama, dunque, una regola antica, fondamentale della democrazia rappresentativa, quella secondo la quale, per ricordare l’articolo 1 della nostra Carta fondamentale, “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, cioè attraverso l’assemblea dei propri rappresentanti. Contemporaneamente questa pronuncia fa riflettere sui limiti dell’istituto referendario che è certamente espressione importante di quella democrazia diretta finalizzata alla verifica della corrispondenza del sentire dell’elettorato rispetto alle decisioni parlamentari. Pertanto il referendum nel nostro ordinamento è esclusivamente abrogativo. Nella forma consultiva, certamente da introdurre in Costituzione, il referendum deve necessariamente incontrare dei limiti in conseguenza del numero dei partecipanti e della materia oggetto della consultazione. Stante il carattere propositivo rispetto ad una presunta inerzia delle Camere.

Ancora una volta il Regno Unito dà una lezione di democrazia e ci ricorda che Montesquieu, l’autore de Lo spirito delle leggi, il padre del moderno costituzionalismo ha potuto scrivere quelle importanti riflessioni che costituiscono la base dell’elaborazione delle teorie liberali dell’ordinamento statale avendo osservato l’ordinamento inglese, caratterizzato dalla separazione dei poteri dello Stato e dalla sovranità del Parlamento, come ricorda in un altro passo nella sua intervista la Miller.

Rimane il problema della Scozia, dell’Irlanda del Nord e del Galles che hanno un loro Parlamento al quale però la Corte Suprema ha negato il diritto di pronunciarsi sulla Brexit. E questo non sarà un problema politico secondario, considerato che la Scozia in particolare, è fermamente decisa a rimanere nell’Unione europea atteggiamento, che potrebbe innescare un pericoloso conflitto con Londra, atteso che i deputati scozzesi hanno incarico di organizzare un referendum per uscire dalla Gran Bretagna.

Tutte questioni che agiteranno in sonno di Theresa May, il primo ministro inglese subentrato a David Cameron che, avendo promosso un referendum consultivo che avrebbe potuto evitare, battuto nelle urne, sia pure per poco, si è dimesso non solo dalla guida del partito conservatore e del governo ma ha anche abbandonato il suo seggio alla Camera dei comuni.

25 gennaio 2017

 

 

 

Dopo la valanga che ha sepolto l’albergo Rigopiano

Un P.M. per un’inchiesta delicata (che richiede prudenza anche nelle dochiarazioni alla stampa)

di Salvatore Sfrecola

 

Sarò un po’ all’antica ma sono stupito dalle dichiarazioni, rese in una conferenza stampa dal Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Pescara, Cristina Tedeschini, che, a distanza di poche ore dalla diffusione di una mail che farebbe ritenere possibile una sottovalutazione del rischio che correvano gli ospiti dell’hotel Rigopiano, ha affermato con una sicurezza, certo meritevole di ulteriore riflessione, che “tutti i ritardi, i fraintendimenti, le incongruenze e i problemi della comunicazione che sono avvenuti nel post-valanga hanno avuto una rilevanza causale non epocale, provocando ritardi che verosimilmente sono di circa un’ora”. Inoltre il Procuratore ha aggiunto anche alcuni riferimenti alla procedura concessoria, esistente presso il Comune di Farindola, dicendo che intende verificare e valutare “anche l’esistenza e la congruità delle compatibilità di questo progetto con la zona Parco. Se c’è stata una pratica di ampliamento successiva alla prima concessione io lo saprò. Se questa pratica di ampliamento è stata poi in qualche maniera importante nell’ambito di quello che è successo, lo saprò”.

Alcune brevi considerazioni. Credo, da sempre, che i magistrati dovrebbero parlare il meno possibile con i giornalisti (ho fatto parte della prima categoria e da anni anche della seconda) perché non sono abituati a comunicare con la stampa, con professionisti dello scoop i quali, per motivi vari, non esclusi quelli politici, possono essere indotti a trarre dalle loro dichiarazioni conclusioni giuridicamente non attendibili. Prudenza vuole che un magistrato inquirente non esprima troppo rapidamente delle valutazioni prima di avere letto tutte le carte (me lo ha insegnato all’ingresso in carriera un vecchio magistrato che in un napoletano che non so scrivere mi diceva “leggiti le carte”), ascoltato le testimonianze, esaminato i rapporti che al suo ufficio provengono dalla polizia giudiziaria. Per cui, tanto per rimanere ai problemi dell’orario della segnalazione dell’emergenza neve in atto, stanno emergendo elementi interessanti dalle indicazioni dei servizi televisivi, i quali hanno presentato anche interviste a persone presenti sul posto, in particolare a chi aveva lasciato l’albergo fino a uno o due giorni prima della tragedia indotti proprio dalle difficili condizioni meteo climatiche e dalle conseguenti difficoltà della viabilità stradale. In ogni caso l’e-mail è della mattina, alcune ore prima della valanga, e denuncia proprio la tanta neve sulla strada da percorrere per lasciare l’albergo.

Quanto poi alla vicenda delle procedure concessorie è fin troppo facile osservare che, dopo la precedente indagine che si è conclusa con una assoluzione, il P.M. non può ricercare altro che “una pratica di ampliamento successiva alla prima concessione”. Ed è molto probabile che eventuali, ulteriori illeciti penalmente rilevanti siano stati compiuti in tempi rispetto ai quali molto probabilmente non è più possibile esercitare l’azione giudiziaria.

Tutto questo dice della complessità delle indagini e suggerisce di tornare ancora una volta sulla necessaria prudenza che deve accompagnare le notizie fornite alla stampa. Il fatto è che anche i magistrati, che pure sono persone con alto senso della funzione e della riservatezza, sono, un po’ come tutti, attratti dalla vetrina della stampa e della televisione con la particolarità di non essere “del mestiere” di fronte a domande dei giornalisti che, è il loro lavoro, cercano di captare dalle parole della magistrato qualche elemento che secondo la linea argomentativa del giornale o dello stesso giornalista sia idoneo ad assumere una speciale rilevanza di interesse per i lettori. A volte diversa da giornale a giornale. Come dimostra la circostanza che spesso troviamo nei titoli, virgolettate”, espressioni che non sono nel testo dell’intervista o della dichiarazione.

Prudenza, dunque, per evitare che, ad inchiesta conclusa, qualcuno vada a rileggere le frettolose dichiarazioni di qualche anno prima mettendo in risalto una incongruenza che in verità non c’è se non in una frettolosa valutazione dei fatti frutto del desiderio di comunicare immediatamente.

24 gennaio 2017

 

 

 

A proposito dell’allarme inascoltato dell’Hotel Rigopiano

Prevenzione e bufale (come riconoscerle)

di Salvatore Sfrecola

 

È facile immaginare, mentre si contano le vittime e si teme per i dispersi, il turbamento del funzionario della Prefettura di Pescara che ha liquidato con “è una bufala” la “comunicazione urgente” via mail con la quale l’amministratore unico dell’Hotel Rigopiano chiedeva fosse predisposto un intervento a fronte di una situazione “diventata preoccupante”. Per gli oltre due metri di neve, la scarsità di gasolio per l’alimentazione del gruppo elettrogeno, i telefonini fuori servizio. Sicché, scriveva, “i clienti sono terrorizzati dalle scosse sismiche ed hanno deciso di restare all’aperto”. Aggiungendo “abbiamo cercato di tranquillizzarli ma, non potendo ripartire a causa delle strade bloccate, sono disposti a trascorrere la notte in macchina. Con le pale e il nostro mezzo siamo riusciti a pulire il viale d’accesso, dal cancello fini alla SS42”.

Una bufala? Di quelle che intasano a giorni alterni Facebook o Twitter? Come sempre con un taglio verosimile, quello che può convincere il lettore medio della esattezza dell’informazione. Ma qui non siamo su un social network, l’interlocutore è un ufficio importante dello Stato, una Prefettura, alla quale la notizia rimbalza anche tramite posta certificata (siamo alle 15,44) dalla Polizia Provinciale destinataria della mail dell’Hotel che l’aveva ricevuta in mattinata.

Sono passate alcune ore, forse per un controllo. Comunque la Polizia Provinciale ha voluto assicurare di essere allertata (la posta certificata fa luogo di una raccomandata con certezza di ricezione). Nel frattempo la mail era stata classificata “bufala” e archiviata. È tornata sulla decisione il funzionario della Prefettura? Naturalmente qui non si fa un processo. Lo scopo di queste riflessioni è quello di individuare delle linee guida di un comportamento ragionevolmente prudente in caso di segnalazioni verosimili, provenienti da soggetti responsabili e bene individuabili. La mail non è un anonimo ma un mezzo che attesta la provenienza dello scritto con assunzione di responsabilità anche penale per l’eventuale procurato allarme.

Credo che in questi casi si richiede un minimo di prudente apprezzamento della notizia, considerata la provenienza e la verosimiglianza del fatto. Si conosceva la copiosa nevicata, la posizione dell’albergo oggetto di un processo diretto ad accertare eventuali abusi edilizi e violazione di norme sulla sicurezza che deve essere stato noto in Prefettura e che, anche se conclusosi con un’archiviazione (e qui, qualcuno potrebbe avere un peso sulla coscienza), aveva certamente fatto notizia. Un tempo gli uffici pubblici, le Prefetture, le Questure ed i comandi dei Carabinieri tenevano memoria dei fatti di rilevanza legale sul territorio. Le informazioni sono essenziali per valutare nel tempo i comportamenti degli uomini ed i loro effetti sulla sicurezza della gente.

Poi mi chiedo. Il funzionario che ha ritenuto fosse una “bufala” la mail ha fatto un controllo? Ha chiesto a qualcuno? A quella Polizia Provinciale in indirizzo, al Sindaco del Comune di Farindola, alla locale Stazione dei Carabinieri, all’ANAS ed a qualche altra autorità pubblica che avrebbe potuto fugare ogni dubbio? Magari confermando il dubbio.

Non si sa nulla di questo. Lo vedrà la Magistratura che forse dovrà riprendere, per capire, le carte del processo su quell’albergo costruito in fondo ad un canalone con una montagna che incombe minacciosa, anche solo a pensare allo scioglimento delle nevi.

È un fatto di professionalità. Non se ne abbia nessuno. Da cultore dell’amministrazione e del suo ruolo essenziale in qualunque stato devo dire che nella mia ormai lunga esperienza ho notato un progressivo affievolirsi delle professionalità messe in campo. In tutti i settori, civili e militari. Effetto del degrado degli studi, della inadeguatezza delle selezioni, del venir meno delle responsabilità. Ovunque, ripeto. Un tempo il funzionario “di turno” della Prefettura avrebbe chiesto informazioni, se non altro per mettersi al riparo da eventuali responsabilità. Così non va ed uno stato perde il diritto ad essere citato con la “S” maiuscola.

23 gennaio 2017

 

 

Circolo di Cultura

 ed Educazione Politica REX

***

Inaugurazione della seconda parte del 69° ciclo di conferenze

 

Domenica 29 gennaio 2017 ore 10.30

Sala Uno, Roma Via Marsala 42

 

Il Presidente del Circolo

Ing. Domenico Giglio

tratterà il tema

 

“5 giugno 1944 – 9 maggio 1946

Due anni difficili: Umberto di Savoia, Luogotenente del Regno”

 

***

Nell’occasione sarà presentata la ristampa del volume del Circolo REX dedicato alla Grande Guerra, già pubblicato nel 1968, curato dalla Casa Editrice “Pagine” di Roma nella collana “I Libri del Borghese”.

 

 

Dietro i ritardi nei soccorsi e non solo

Una questione di organizzazione

di Salvatore Sfrecola

 

È certamente condivisibile l’invito del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ad una certa sobrietà nella valutazione dei tempi dei soccorsi alle popolazioni colpite dall’eccezionale nevicata dei giorni scorsi con le gravi conseguenze che hanno interessato l’albergo di Rigopiano, dove ancora si lotta per cercare di salvare le persone intrappolate dalla valanga. Le polemiche mentre il Paese è in ansia per i concittadini in pericolo di vita, infatti, possono avere il sapore sgradevole dello sciacallaggio che spesso alimenta le iniziative della politica in tempo di calamità naturali, quando l’emotività è più forte ed estesa.

Anche a voler essere sobri, tuttavia, non può si può negare che in presenza della previsione di una rilevante quantità di precipitazioni nevose, rinvenibili in ogni bollettino trasmesso dalle televisioni, tra l’altro in aree solitamente molto innevate, l’allerta non sia stata seguita da misure idonee a garantire la percorribilità delle strade principali, soprattutto provinciali. La notizia che le turbine, gli unici mezzi idonei ad affrontare le muraglie di neve che abbiamo visto in televisione, siano venute dal Trentino per raggiungere l’Abruzzo dice di una inammissibile disorganizzazione. Considerato che la percorribilità delle strade principali è condizione per avviare l’accesso alle frazioni isolate. Se poi si aggiunge, come si è sentito dire, che alcuni generatori dell’ENEL necessari per assicurare luce e riscaldamento agli abitanti delle frazioni isolate non sono potuti entrare in esercizio perché è mancato il gasolio per alimentarli, è evidente l’assenza di una organizzazione minima adeguata. Quella organizzazione che è alla base dell’esercizio di una funzione pubblica, qualunque sia il settore nel quale viene esercitata.

E qui va detto che le responsabilità non possono che essere in primo luogo dell’apparato amministrativo e tecnico i cui vertici devono avere contezza delle forze in campo, dei mezzi e degli uomini disponibili e delle loro professionalità. Organizzazione significa anche coordinamento degli uffici a vari livelli perché, tanto per restare all’esempio dei generatori privi di carburante, è probabile che un ufficio li acquisti e li gestisca ed un altro assicuri le forniture di gasolio ma poi ci deve essere chi, al momento dell’impiego, sia in condizione di assicurare che le apparecchiature possano essere dislocate ove occorre e messe in esercizio immediatamente. Sarebbe come se in guerra chi si preoccupa di fornire i fucili ai combattenti non si curasse anche di fornire loro le cartucce.

Organizzazione, dunque, quale emblema stesso dell’esercizio di una funzione pubblica. Da sempre, infatti, l’organizzazione ha accompagnato gli apparati degli stati. E qui, per compensare con un dato storico la deludente vicenda dei giorni scorsi, va rivendicata la primazia dello stato romano in tutte le attività pubbliche, dalla costruzione delle infrastrutture alla loro gestione. Le strade, gli acquedotti, le fognature hanno impegnato i funzionari della repubblica e dell’impero, con una precisa individuazione delle varie responsabilità, quella che oggi chiamiamo “catena di comando”. Anche la struttura militare che, come scrive Massimo Severo Giannini, è la prima e più antica espressione della organizzazione statale, era a Roma oggetto di cura speciale quanto all’armamento dei militi, al loro abbigliamento in relazione alle condizioni climatiche in cui erano chiamati ad operare. E poi massima attenzione era assicurata al servizio sanitario e veterinario, al genio, che doveva predisporre le infrastrutture per l’alloggio dei soldati, palizzate, strade e ponti. Ricordo, ancora, che la bonifica delle paludi pontine, vanto del Ventennio, era stata realizzata sotto il governo di Roma e che la fine dell’impero e della manutenzione del sistema di deflusso delle acque aveva determinato l’inevitabile sopravvento delle paludi.

È così difficile organizzare? È così arduo predisporre i mezzi per una evenienza prevedibile sulla base dell’esperienza che purtroppo ogni anno ci porta terremoti, alluvioni con esondazione di fiumi, neve e ghiaccio a rendere difficile e pericolosa la circolazione sulle strade?

Sento già le risposte. Mancano fondi, uomini e mezzi. I risparmi di spesa hanno impedito l’ammodernamento del parco macchine, mentre il blocco del turn over ha ridotto gli organici. Tutto vero. Questa è responsabilità della politica cui spetta la scelta dell’allocazione nei bilanci pubblici delle risorse disponibili. Per dare in questo modo dimostrazione della misura in cui una pubblica funzione viene soddisfatta. C’è, tuttavia, anche una responsabilità della dirigenza amministrativa e tecnica che deve rappresentare le effettive esigenze in relazione alle disponibilità di bilancio avendo consapevolezza di come meglio possano essere impiegate. E comunque c’è una responsabilità di chi, anche con risorse limitate, non è capace di trarre da quello di cui dispone la massima, possibile utilità. È una questione di capacità di comando. Che ricade sulla politica nella scelta dei migliori. Indipendentemente dalla vicinanza alla forza politica al governo. È spesso accaduto, infatti, che siano stati preposti a delicati apparati delle pubbliche amministrazioni soggetti indicati dai partiti e dai sindacati, il tutto aggravato dal uno spoil system “all’italiana” che ha premiato gli amici degli amici e mortificato le professionalità. Con questo sistema, infatti, il funzionario è condizionato nella nomina ad un determinato incarico alla decisione, sostanzialmente insindacabile, del politico di turno al quale spetterà stabilire il trattamento economico accessorio ed il rinnovo dell’incarico. In queste condizioni è evidente che il funzionario non è più “al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge nell’art. 98 della Costituzione. Con le conseguenze sull’efficienza degli apparati che troppe volte si sono viste. Infatti chi farà presente al politico che sbaglia, che vanno fatte altre scelte organizzative? Con il rischio di essere rimosso o, quanto meno di non essere confermato?

22 gennaio 2017

 

 

Importante articolo di Domenico Giglio

su Storia in rete

Riflessioni sulla vita e le opere di Francesco Giuseppe, nemico del Risorgimento italiano, nel centenario della morte

di Salvatore Sfrecola

 

Nel centenario della morte di Francesco Giuseppe, imperatore d’Austria e re di Ungheria, Storia In Rete ha dedicato al sovrano austriaco un articolo che compare nel fascicolo di gennaio 2017, affidato alla penna di Domenico Giglio, un cultore di storia che i nostri lettori ben conoscono e apprezzano per le sue sempre puntuali riflessioni. Il titolo “Vita, morte ed errori di un imperatore che non ci amava (ma ci sfruttava)” si inserisce in una realtà difficile, quella di un imperatore che l’Austria ricorda e celebra ma che ebbe grandi responsabilità, un po’ per il carattere ostile ai cambiamenti, sovrano sul trono per ben 68 anni, dal 2 dicembre 1848 al 30 novembre 1916, tumulato nella cripta dei Cappuccini, il sepolcreto degli Asburgo dal 1633.

Cecco Peppe, come lo chiamava Vittorio Emanuele III che non nascondeva nei suoi confronti una spiccata antipatia, “il nemico storico”, come ebbe a scrivere il sobrio Luigi Einaudi, ad onta della telenovela hollywoodiana che ha celebrato il suo matrimonio e la sua vita con Elisabetta di Baviera, Sissi, un vero grandissimo amore, era salito al trono nel momento più vivace delle rivolte liberali per la costituzione. Trovò quella del suo predecessore, Ferdinando, che l’aveva concessa sotto l’incalzare delle agitazioni popolari, ed immediatamente la revocò. Giglio ricorda la repressione dei moti ungheresi effettuata con la durezza che era stata riservata alla sollevazione dei bresciani nelle famose 10 giornate, dal 23 marzo al 1 aprile 1849. In Ungheria, come a Brescia, il compito di ripristinare l’ordine era stato affidato al generale Haynau, specialista in fucilazioni e impiccagioni. D’altra parte la fama di “impiccatore” perseguiterà Francesco Giuseppe anche nella Canzone del Piave per la plateale pubblica esecuzione di Cesare Battisti con esposizione del cadavere, appeso al cappio tra l’orgoglio del boia, giunto appositamente da Vienna, e l’esultanza dei militari austriaci che certo non avevano in quell’occasione fatto onore alla tradizione dell’esercito e dell’impero.

Annota Giglio, nel dar conto della revoca della costituzione, che nello stesso tempo un altro giovane Re di 28 anni, Vittorio Emanuele II, salito al trono il 3 marzo 1849, dopo la sconfitta militare di Novara, conservava invece la costituzione del regno di Sardegna, quello Statuto che il padre, Carlo Alberto, aveva concesso il 4 marzo, una carta costituzionale che, dirà anni dopo, in sede di assemblea costituente, il repubblicanissimo Pietro Calamandrei, rivolgendosi ai suoi colleghi in un celebre discorso del 4 marzo 1947: “guardate come era semplice e sobrio ed ha servito a governare l’Italia per quasi un secolo” (P. Calamandrei, Chiarezza nella Costituzione, Edizioni di Storia e Letteratura, 1996, 24).

Giglio inquadra l’azione del sovrano asburgico nel contesto internazionale, sottolineando come egli non fosse disponibile a relazioni produttive di situazioni di pace come Napoleone III, che invece curava il regno di Sardegna attraverso Cavour che fece della partecipazione alla guerra di Crimea con Francia, Regno Unito, Impero ottomano, alleati contro l’Impero russo, un’occasione per partecipare al congresso di Parigi del 1856, una assise alla quale avrebbe fatto conoscere la situazione dell’Italia e le aspettative di unità nazionale che proprio la presenza dell’Austria nelle terre italianissime del Nord Est impediva.

Tornando a Francesco Giuseppe, Giglio segnala la sua inesperienza internazionale ed anche la scarsa conoscenza delle situazioni politiche che andavano maturando nelle regioni sulle quali esercitava la sua sovranità. “Un’inesperienza pagata cara – scrive Giglio - perché non bastava da una parte il coraggio personale (di cui aveva dato ampie prove in battaglia) e dall’altra il senso del dovere e dell’ordine, l’amore e l’inclinazione al lavoro che rispettò fino all’ultimo giorno e che ne fecero il primo impiegato dell’Impero. A queste indubbie virtù si sarebbero necessariamente dovute aggiungere sia lo spirito d’iniziativa che decisioni rapide e nette. Rimase invece lento, confermando un vecchio giudizio di Napoleone: “L’Austria arriva sempre troppo tardi sia con l’esercito che con le idee”. E sempre nel 1859 l’infelice scelta quale comandante dell’esercito austriaco che doveva invadere il Piemonte il maresciallo Gyulay costrinse Francesco Giuseppe dopo i primi insuccessi ad assumere personalmente il comando delle truppe venendo sconfitto il 24 giugno 1859 nella battaglia di Solferino e San Martino, perdendo la Lombardia assegnata al Regno di Sardegna”.

Domenico Giglio mette in particolare risalto le incertezze di Francesco Giuseppe in politica interna oscillanti tra un centralismo esasperato e una certa attenzione alle nazionalità del suo vasto impero, spesso contrastato sul piano dei rapporti internazionali dalla abile iniziativa del Cancelliere tedesco Bismarck, come testimoniato dalla partecipazione alla guerra contro la Prussia che avrebbe fatto definitivamente tramontare il primato degli Asburgo in favore degli Hoenzollern, tra l’altro determinando la prevalenza dell’elemento protestante rispetto al cattolico.

Naturalmente l’articolo, incentrato nei rapporti con l’Italia ricorda che gli italiani furono costantemente considerati cittadini di serie B. Fu negata loro un’università e fu favorito, in Dalmazia e Venezia Giulia, l’elemento slavo che contrastava gli interessi degli italiani. Riferisce Giglio che quando fu concesso il suffragio universale maschile ed il Parlamento di Vienna raggiunse 507 deputati, 233 seggi erano previsti per i tedeschi, 255 per gli altri slavi, mentre solo 19 erano assegnati alle minoranze italiane, “fra costoro, il socialista e irredentista Cesare Battisti e il cattolico Alcide De Gasperi. Questa ridotta presenza italiana - aggiunge Giglio - era il frutto della politica messa in atto dopo le nostre Guerre d’indipendenza; favorire croati e sloveni fomentando la loro avversione nei confronti degli italiani e modificando i collegi elettorali in modo da ridurre o far scomparire la rappresentanza italiana, che fino al 1848 era maggioritaria in Dalmazia e totale in Istria”.

Sempre per delineare il quadro politico del lungo regno di Francesco Giuseppe l’articolo mette in risalto l’irredentismo nelle regioni del Nord Est che diede luogo ad una reazione antitaliana ostile, in quanto le popolazioni italiane rimaste sotto il dominio asburgico erano viste con sospetto a Vienna, quando non perseguitate come in particolare in Dalmazia. In questo quadro Giglio ricorda l’impiccagione di Guglielmo Oberdan presunto attentatore dell’Imperatore.

Arrivando al primo conflitto mondiale l’articolo mette in risalto come il regno d’Italia pensasse a soluzioni diplomatiche quanto alla definizione dello stato delle terre italiane sotto l’impero austriaco (ricorderete che Giolitti riteneva che l’Austria avrebbe potuto riconoscere compensi all’Italia – “parecchio” andava dicendo - in cambio della sua neutralità), un lavorio diplomatico imponente reso vano dalla improvvisa accelerazione degli eventi in conseguenza dell’assassinio, a Sarajevo il 28 giugno 1914, dell’arciduca Francesco Ferdinando nipote di Francesco Giuseppe, figlio del fratello minore, erede al trono. Nell’ansia di punire il piccolo Stato, la Serbia, patria dell’attentatore Gavrilo Princip, venne a crearsi una situazione presto divenuta irreversibile, l’ingresso in una guerra, ritenuta facile e breve, che sarebbe divenuta presto una tragedia per l’intera Europa che avrebbe definitivamente sconvolto il quadro istituzionale all’interno del vecchio continente decretando la fine dell’impero. All’indomani della conclusione delle operazioni militari, infatti, sarebbe decaduta la monarchia asburgica e con essa sarebbero franati l’impero germanico, il russo e l’ottomano, così cambiando per sempre il quadro, politico e istituzionale dell’Europa.

Un articolo molto interessante, dunque, quello di Domenico Giglio che potrà essere consultato su Storia In Rete www.stortiainrete.com ed acquistato anche nelle edicole al prezzo di 6 euro. La rivista dedica a Francesco Giuseppe anche un articolo di Luca Cancelliere, che concorre a delineare il quadro delle condizioni dell’impero e dei rapporti politici al suo interno e con le potenze europee.

19 gennaio 2017

 

 

In margine ad un articolo di Sergio Rizzo

Il caso delle province.

La politica torni ad interpretare

le esigenze vere della gente

di Salvatore Sfrecola

 

Sono da sempre un lettore attento di quel che scrive Sergio Rizzo, non soltanto negli editoriali sul Corriere della Sera, ma anche nei libri-inchiesta sugli sprechi e sulle disfunzioni del “sistema Italia”, male gravissimo che da troppi anni condanna questo Paese all’inefficienza. Oggi ha scritto sul Corriere “Le province che mai spariranno”, un pezzo molto documentato, com’è nel suo stile, quanto agli effetti della attuale situazione organizzativa degli apparati, compresi quelli statali con competenza provinciale, dalle Prefetture alle Questure, passando per gli uffici finanziari, i Gruppi dei Carabinieri e della Guardia di finanza e per tutte le altre strutture articolate sul territorio. Un quadro che delinea antiche criticità, come la mancata riforma della pubblica amministrazione “tanto fortemente osteggiata alla burocrazia”, recentemente bocciata dalla Consulta.

Descritta così la vicenda, chi leggesse superficialmente sarebbe indotto a ritenere che la Corte costituzionale abbia in qualche modo seguito le critiche dei pubblici dipendenti. La verità è che quella riforma faceva acqua da tutte le parti, scritta da chi non conosce i problemi della gestione amministrativa e finanziaria dello Stato, come accade ed è accaduto per tante altre iniziative legislative con le quali il governo e il Parlamento hanno pensato di risolvere i problemi sulla base di scelte ideologiche o, più spesso, di preconcetti. Quando non si è scelta la strada di rinviare la risoluzione dei problemi, ad esempio in materia di pensioni, sulle quali sono state fatte manovre a fini di contenimento della spesa utilizzando strumenti che si sapeva sarebbero stati dichiarati incostituzionali (come nel caso del blocco dell’adeguamento al costo della vita). Governo e Parlamento hanno scelto una strada che sapevano sarebbe stata interrotta dall’intervento della Consulta. Hanno preferito far fronte a un’esigenza immediata, di cassa, ma con l’effetto di trasferire l’onere sul governi successivi.

Tornando alle province, un siffatto modo di affrontare i problemi tanto gravi, come sono quelli del funzionamento dello Stato, anche quando documentato come fa l’articolo di Rizzo, non è produttivo di effetti positivi sul dibattito delle idee a livello politico e tecnico e sulle scelte degli italiani quando saranno chiamati alle urne.

La verità è che la riforma delle province è un pasticcio grande, conseguenza della legge Delrio, che ha voluto anticipare la riforma costituzionale con la quale si intendeva abolirle, contando sulla sua approvazione con la sicumera che ha caratterizzato l’esperienza di governo di Matteo Renzi, svuotando non il ruolo, come avrebbe potuto fare, ma i bilanci di questi enti, mantenendo integre le loro attribuzioni tra le quali, fondamentali, quelle sulla manutenzione delle strade e degli istituti scolastici.

Va detto innanzitutto che se le province sono previste dall’art. 114 della Costituzione come articolazione della Repubblica, il loro numero e le loro attribuzioni sono riservate al legislatore ordinario il quale avrebbe potuto da tempo intervenire. Invece, le attribuzioni non sono state modificate e il numero è cresciuto nel tempo per soddisfare ambizioni locali, di partiti e di lobby, con le conseguenze che Rizzo denuncia e obiettivamente determinano le disfunzioni che segnala.

In una visione più ampia e più realistica della vicenda si dovrebbe riflettere sul ruolo di questi enti che, si dimentica molto spesso, costituiscono la struttura sovracomunale più vera, più autentica, meglio rispondente alla storia, alle tradizioni, alla cultura delle nostre popolazioni in quanto identificano territori che hanno una comunanza di interessi economici e ambientali vicini alle esigenze delle popolazioni. Non a caso, all’indomani della costituzione del regno d’Italia, nel 1862, il ministro dell’interno Marco Minghetti si fece promotore di una iniziativa legislativa, che poi non ebbe corso per le difficoltà di quel momento storico, diretta alla costituzione di “consorzi di province” che avrebbero dovuto svolgere quel ruolo che prima indicavo di rappresentanza degli interessi di vasti ambiti territoriali accomunati da storia e da esigenze attuali dall’economia all’ambiente, come si è fatto cenno. Molto più delle regioni, che l’esperienza insegna essere inutilmente costose (basti pensare agli “Uffici di rappresentanza” a Roma e a Bruxelles) le quali appaiono delle sovrastrutture artificiosamente costruite su ambiti territoriali molto diversificati. Basti pensare alla regione Lazio, che comprende territori culturalmente di pertinenza della Toscana, come la provincia di Viterbo, o dell’Abruzzo, come la provincia di Rieti, per non dire di vaste aree più meridionali che gravitano sulla Campania.

In sostanza quando Rizzo mette in evidenza le disfunzioni dell’attuale sistema amministrativo italiano decentrato a livello provinciale denuncia un fatto vero che sarebbe stato agevole superare attraverso una ragionevole riorganizzazione degli enti e degli uffici sul territorio accorpando Prefetture e Questure. I comandi dei Carabinieri e della Guardia di finanza o dei vigili del fuoco o le sovrintendenze, al di là del numero delle province.

La verità è che le province sono aumentate di numero per interessi locali che l’Esecutivo e il Parlamento non sono stati capaci di contrastare. In questo contesto è necessario che il governo dello Stato sia messo in mano a personalità di elevata competenza e autorevolezza, in modo che si giunga ad un riordinamento dell’amministrazione secondo esigenze attuali, funzionali all’interesse pubblico e non a quello di consorterie locali, politiche o diversamente qualificabili. In sostanza è una debolezza della politica che viene denunciata attraverso la giuste segnalazioni di Rizzo e di tutti coloro i quali si sono occupati della pubblica amministrazione nella sua articolazione centrale e territoriale. Perché non è dubbio che distonie esistano anche a livello centrale con duplicazioni di competenze che rendono incerta l’azione dei governi e difficile la vita e i cittadini e delle imprese.

E qui torniamo ad una mia vecchia segnalazione, quella che prima di ogni altra cosa i governi dovrebbero provvedere alla riforma della pubblica amministrazione. Io credo da sempre, infatti, che un politico serio, nel momento in cui assume la responsabilità di un settore dell’amministrazione pubblica, e questo vale per lo Stato come per le regioni, le province e i comuni come prima cosa debba verificare se, in relazione all’indirizzo politico che intende imprimere alla sua azione di governo secondo le indicazioni del corpo elettorale, le leggi che disciplinano la attribuzioni e l’apparato siano funzionali a quegli obiettivi. Perché se ciò non è si deve rapidamente provvedere all’adeguamento delle norme sulle attribuzioni, che potrebbero essere in parte superate o diversamente gestibili, e sul personale, ad esempio quanto alle professionalità richieste che spesso non sono quelle del tempo lontano nel quale sono state disegnate le funzioni dell’ente. Un esempio per tutti. Qualche anno fa gli uffici pubblici erano dotati di un rilevanti numero di dattilografi che con l’introduzione dell’informatica sono stati praticamente eliminati in quanto alla redazione degli atti amministrativi i funzionari provvedono direttamente.

In sostanza, è necessario che la politica torni a fare il suo mestiere, ad individuare i problemi ed a risolverli nell’interesse generale e non di quelli particolari che i partiti alimentano o subiscono sul territorio.

17 gennaio 2017

 

Una intervista a La Repubblica inutilmente lunga

Renzi, ovvero dietro le slides niente

di Salvatore Sfrecola

 

La Repubblica di oggi, un titolo roboante in prima pagina “Io, la sinistra e i miei errori, così cambierò il partito”, una cocente delusione nelle due pagine interne dove, intelligentemente incalzato da Ezio Mauro, tuttavia Matteo Renzi non riconosce i propri errori e non prospetta un credibile progetto per il partito ed il governo. La dice lunga quell’“Io” ricorrente in tutta l’intervista, nonostante gli fosse stato detto da tutti che la sovraesposizione mediatica, fin dalla presentazione del programma di governo alle Camere, lo avrebbe danneggiato. Soprattutto perché agli annunci non ha quasi mai fatto seguito un effetto percepibile ed apprezzabile dall’opinione pubblica.

È vero, afferma che l’esito del referendum del 4 dicembre “umanamente è una grande lezione, come tutte le sconfitte”. Una lezione che, comunque, sembra non aver capito se si rivolge a Mauro aggiungendo: “sa cosa mi spiace soprattutto? Non essere riuscito a far capire quanto fosse importante per l’Italia questa riforma”. Eppure non c’è stato giorno che, lungo molti mesi, non apparisse in televisione, spesso “a reti unificate” verrebbe da dire tanto era contestualmente presente su più trasmissioni o telegiornali, per dire dei risparmi, del taglio dei posti e dei costi della politica, dell’accelerazione delle procedure legislative abolendo il bicameralismo paritario “che abbiamo solo noi in occidente” con il Parlamento più numeroso del mondo. Ed è stato inutile replicare chiedendo che spiegasse perché lasciava 630 deputati, contro i 435 degli Stati Uniti d’America, che hanno oltre 381 milioni di abitanti, tagliava solamente i senatori non più eletti dal popolo ma dalle consorterie politiche locali, le più invischiate nel malgoverno. Inutile richiamare il documento della Ragioneria Generale dello Stato che indicava in circa 50 milioni i minori costi. Per Renzi e la Boschi, l’incauta e arrogante “riformatrice” contro il parere dei “professoroni”, i risparmi erano 500. Come se gli zeri non contassero. Né mai il premier ed i suoi collaboratori hanno accettato un confronto sui tempi effettivi della legislazione, desunti dall’esperienza anche del suo governo, dai quali si ricava che le leggi, se c’è accordo, possono venire approvate anche in pochi giorni. Inutile ricordargli che questa è la regola della democrazia: le leggi si approvano quando c’è consenso. In assenza restano in archivio alla Camera o al Senato.

Insomma c’era poco da “far capire “ agli italiani di questa revisione della Carta fondamentale abborracciata con evidente disprezzo per le regole della democrazia in uno stato di diritto dove la Costituzione si approva a larghissima maggioranza, come nel 1947 quando, in Assemblea costituente, partiti che si scannavano sulle piazze, dai cattolici ai comunisti, dai repubblicani ai monarchici, approvarono praticamente all’unanimità la legge delle regole costituzionali che sarebbe entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

Questa frettolosità animata da pressappochismo ha convito gli italiani che sarebbe stato bene respingere l’ipotesi riformatrice. Forse anche perché l’ossessiva campagna mediatica della quale Matteo Renzi si è fatto promotore li ha disturbati e predisposti al NO. Un po’ come era avvenuto in occasione del referendum sul finanziamento dei partiti, quando Craxi invitò gli italiani ad andare al mare disertando le urne. Andarono tutti a votare. Ed anche il 4 dicembre grande e imprevista è stata la partecipazione al voto. Ed è stato un voto contro Renzi anche se, alla vigilia dell’appuntamento elettorale, Crozza, con uno straordinario monologo, aveva concluso che gli italiani si dividevano in due categorie, “quelli che votano SI e quelli che la riforma l’hanno letta”. Non c’è stato bisogno di leggerla per molti che evidentemente hanno dedotto dalla politica del governo che quel Presidente del Consiglio non era affidabile, che le sue promesse e previsioni erano destituite di fondamento. Perché chi dice ad un compagno di partito “sta sereno” mentre sfodera il ferro per pugnalarlo non è credibile anche quando dice di voler migliorare l’assetto costituzionale.

Renzi non ha capito cos’è accaduto il 4 dicembre ed ancora fantastica su quei 13 milioni di voti raccolti dal SI. Li considera “un patrimonio di speranza per il futuro”, voti suoi quel 41% sul quale continua a far conto come se fosse effetto di una scelta per la persona, trascurando che lì c’è una congerie, meglio, per usare il suo linguaggio, un’“accozzaglia” variamente assortita. Dove pochi hanno condiviso la riforma, magari soltanto “per iniziare a fare qualcosa”, ed altri si sono sentiti vincolati alle scelte del leader per disciplina di partito e per non far prevalere l’odiato Centrodestra composito da leghisti, fratelli d’Italia e frange forziste.

Come fa, dunque, Renzi a sostenere, in risposta a Mauro che gli chiedeva quale fosse il suo errore “più grave”, che è stato quello di “non aver colto il valore politico del referendum”? Forse che non leggeva i giornali, non ascoltava le trasmissioni televisive di approfondimento?

Azzardo. L’errore più grave del leader del Partito Democratico è stato quello di aver strozzato il dibattito nel suo partito, eliminato dalle posizioni di responsabilità parlamentare i contrari alla riforma, creato, in sostanza, un clima di intolleranza alle critiche che non ha fatto emergere il dissenso. È come accade sempre, dove manca la democrazia, i capi si circondano di yes men, dai quali desiderano sentirsi dire “come sei bravo”. Un errore che altri nella storia hanno pagato. Personaggi incapaci di circondarsi di collaboratori con forte personalità che all’occorrenza fossero capaci di dire no. Quel no che è sempre espressione di amicizia autentica sulla quale un leader degno del ruolo dovrebbe sempre fare affidamento. E richiedere a coloro dei quali ha fiducia politica e professionale. Se, invece, si scelgono i collaboratori politici per posti di responsabilità tra persone della modestia che abbiamo potuto constatare in ben tre anni di governo vuol dire che quel leader non è all’altezza del ruolo. La storia, infatti, insegna che grandi uomini di stato si sono sempre circondati, nei ruoli amministrativi e diplomatici, di collaboratori di valore non temendo di essere scavalcati o condizionati.

Renzi, invece, difende chi ha messo la faccia su riforme assurde, bocciate dai cittadini (Boschi) e dalla Consulta (Madia). Evidentemente non ha compreso. Come non ha chiare le idee in materia di partito che immagina liberato “dai vincoli delle correnti” così facendo chiaramente intendere che non vuol consentire un dibattito interno. Ma forse a lui non sarà consentito di comprimere il dibattito delle idee in un partito che è necessariamente espressione di vari orientamenti che, del resto, esistevano anche quando si chiamava Partito Comunista Italiano, anche se in una dialettica contenuta.

Due paginone per dire poco o niente che già non si sapesse. Con risposte al bravissimo Mauro del tono che conosciamo, con le battutine alle quali ci aveva abituato e che gli italiani hanno dimostrato di non gradire. Dietro le slides niente, si potrebbe dire. Per concludere con l’ennesimo slogan vuoto “meno slide, più cuore”. E siamo tutti contenti. Come si dice a Firenze.

15 gennaio 2017

 

 

In ricordo di Ovidio Tilesi

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

Il giorno 30 dicembre 2016 ci ha lasciato l’amico fraterno Ovidio Tilesi, magistrato della Corte dei conti.

E’ voluto tornare nella sua Amatrice, che tanto aveva amato in vita e dalla quale mai era riuscito a distaccarsi completamente.

L’incontro che suggellò la nostra amicizia avvenne nel lontano 1970, dopo che ebbe letto uno dei miei primi lavori Il ricorso gerarchico improprio: un’amicizia duratura e sincera che mai cessò di essere tale.

Studioso serio, coscienzioso e colto affrontava i problemi giuridici dopo accurati approfondimenti e attente riflessioni. Dote particolarmente apprezzabile era anche la sua innata modestia, non disgiunta da un tratto riguardoso, affabile e misuratamente ironico.

La sua sete di sapere era incontenibile e non posso dimenticare i suoi sentimenti di gratitudine quando, in occasione della preparazione agli esami di magistrato, lo spinsi a studiare i due toni della Teoria generale dell’interpretazione di Emilio Betti che, mi confessò, gli avevano aperto orizzonti non immaginabili.

Profondo conoscitore delle opere poetiche del Leopardi, mi sottopose un suo pregevole commento dei carmi “Ultimo canto di Saffo” e “Consalvo” che ne rivelava in pieno la singolare sensibilità.

Lo volli come collaboratore alla Cattedra di Diritto pubblico dell’economia nella Facoltà di Economia dell’Università “Sapienza” di Roma dove partecipò assiduamente, con competenza e passione, all’attività didattica. Un suo saggio, “La Costituzione economica”, venne inserito nel volume Scritti di diritto pubblico dell’economia, edito nel 2006.

Caro Ovidio, il male del secolo ti ha strappato alla tua famiglia ed agli amici, ma il tuo prezioso ricordo resterà perennemente vivo in me e in quanti seppero apprezzarti e stimarti.

 

Desidero manifestare, di seguito alle commosse parole del Professor Jaricci, il mio profondo dolore per la scomparsa di Ovidio Tilesi, collega e amico, del quale mi piace ricordare non solamente la vasta cultura e la solida preparazione professionale ma anche quel tratto caratteriale, spesso improntato ad una spiccata ironia, che ne metteva in luce la straordinaria umanità ed una profoda saggezza.

Ricordo le sue battute, spesso destinate ad irridere le furbizie dei potenti e la debolezza di chi avebbe dovuto e potuto contrastarle, per concludere, con un timido sorriso, che comunque le cose vanno così da troppo tempo per potervi porre rimedio.

Ciao Ovidio, anche nel dolore per il tuo prematuro ritorno alla Casa del Padre resta vivo ricordo della tua bella anima

Salvatore Sfrecola

 

 

Il Presidente Mattarella tra storia e futuro

I 220 anni del Tricolore simbolo di identità di una Nazione

di Salvatore Sfrecola

 

Il “padre” del Tricolore nazionale, l’ho scopetto da poco leggendo un bel libro “Italia, la vera storia del Tricolore e dell’Inno di Mameli”, di Michele D’Andrea ed Enrico Ricciardi, ha un nome e un cognome, Giuseppe Compagnoni. Deputato di Lugo di Romagna, si fece promotore, all’Assemblea della Repubblica Cispadana, della determinazione che rese “universale lo stendardo o bandiera cispadana di tre colori verde, bianco e rosso”, con la precisazione “che questi tre colori si usino anche nella coccarda cispadana, la quale debba portarsi da tutti”. Quella bandiera avrebbe avuto la sua legittimazione il 7 gennaio 1797, che difatti è stato celebrato a Reggio Emilia con l’intervento del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del Ministro Delrio, del Presidente della Regione, Bonaccini, del Presidente della Provincia Manghi.

Nell’occasione il Presidente Mattarella ha ricordato che “il Tricolore contiene ed esprime il valore della nostra unità nazionale”, un vessillo che “ha accompagnato con continuità, esprimendo il valore dell'unità nazionale, le varie fasi della storia unitaria del nostro Paese, dal Risorgimento alla costruzione della concreta unità di vita dell'Italia, per arrivare fino alla Resistenza, alla Repubblica e alla sua Costituzione, attraverso una lunga trama di vite, di storie, di aspirazioni, di luoghi, di eventi in cui si è svolta la vita del nostro Paese in questo lungo periodo”.

“Il valore dell'unità in questa lunga storia – ha aggiunto il Presidente - è stato declinato in maniera evolutiva nel corso del tempo, con una crescente consapevolezza del significato dell'unità nazionale, con una crescita di sentimento comune nazionale che si è manifestata con evidenza nella Grande Guerra, con il suo carico di privazioni e di lutti vissuti collettivamente. Ha avuto anche momenti di arretramento, è stato indebolito nel periodo in cui la deformazione del concetto di Patria e di Nazione, subita con il fascismo, ha affievolito la condivisione e l'identificazione popolare con l'idea di Patria e di Nazione”.

Nel suo discorso il Presidente richiama anche l'8 settembre 1943: “in questa data riprende la storia della Patria. In realtà è da allora, dall'avvio della Resistenza, dalla Repubblica, dalla Costituzione che si rilancia l'idea, il valore della Patria e dell'unità nazionale. E questa svolta avviene perché si comprende che il valore dell'unità nazionale, basato naturalmente sull'importanza della storia comune, va considerato non tanto con lo sguardo rivolto al passato ma al futuro, sulla capacità di costruire il futuro concreto del nostro popolo. Il modo di intendere in questo modo il valore dell'unità nazionale lo rende davvero coinvolgente per la comunità nazionale, lo rende espressivo del diritto di tutti ad essere effettivamente cittadini del nostro Paese”.

“Una società che avverte e che vive con forza il senso di comunità è una società che avverte più fortemente il valore dell'unità nazionale ed è una società capace di viverlo - come fa il nostro Paese - in uno Stato immerso nei valori universali riconosciuti dalla comunità internazionale, capace anche di viverlo e interpretarlo in maniera matura nell'appartenenza convinta alla nuova Europa che ha saputo sottrarsi alle dittature, che ha saputo adottare, diffondere e sviluppare il metodo democratico e che ci consente, da oltre settant'anni, una vita non soltanto di mancanza di guerre ma di pace”.

“Questo modo di intendere il valore della Patria e dell'unità nazionale, raffigurato nel Tricolore, non come un valore astratto, ma come un valore concreto che si dispiega nel corso del tempo in maniera adeguata al mutare delle condizioni, è un concetto vivo che sorregge e spiega il perché dell'esclamazione che anche io vorrei ripetere: "Viva il Tricolore, viva la Repubblica, viva l'Italia!".

Ho voluto riportare pressoché integralmente il discorso del Presidente Mattarella a commento del quale si può dire soltanto che è certamente in linea con la personalità del suo autore e che molto bene è espressa dalla prosa, di circostanza, lontana dall’enfasi, sia pure prudente, che sarebbe stato lecito attendersi nella rievocazione di un evento come l’anniversario della istituzione della bandiera che nell’evoluzione della storia sarebbe divenuta, da stendardo di una repubblica satellite della Francia bonapartista, il vessillo dello Stato che avrebbe, dopo secoli di aspirazioni frustrate da divisioni interne favorite dallo straniero (“noi fummo da secoli/ calpesti, derisi,/ perché non siam popoli,/ perché siam divisi”), rappresentato l’unità dell’intera penisola, dalle Alpi al Lilibeo, come si usa dire.

In questa visione storica dell’unificazione, del “miracolo del Risorgimento”, per dirla ancora una volta con una felice espressione di uno scienziato della politica, Domenico Fisichella, forse un Capo di Stato avrebbe dovuto fermarsi di più su quel periodo storico nel corso del quale l’identità nazionale, che si era andata delineando nel corso dei secoli nel pensiero di uomini di cultura e statisti, si è finalmente identificata sul piano politico nel moto risorgimentale. Quando il pensiero e l’azione di Mazzini, il braccio armato di Garibaldi, l’azione politico-diplomatica di Cavour hanno incontrato la determinazione del Re Vittorio Emanuele II, che le varie istanze ha saputo unire, e senza il quale l’Italia unita non si sarebbe realizzata. Non avrebbero potuto farlo i deboli sovrani della Toscana o dei Ducati di Parma e Piacenza, legati al “nemico storico”, come Luigi Einaudi avrebbe definito nel corso della Grande Guerra l’Impero austriaco. O come i debolissimi Borbone, sovrani di uno stato diviso in quando delle “due Sicilie”, come era denominato il regno, quella vera mal sopportava la dinastia straniera.

E se è vero, come ha detto il Presidente Mattarella, che “il valore dell'unità nazionale, basato naturalmente sull'importanza della storia comune, va considerato non tanto con lo sguardo rivolto al passato ma al futuro”, non c’è dubbio che per guardare al futuro con la consapevolezza dell’impegno che occorre nel contesto nazionale ed europeo un popolo deve avere consapevolezza della propria identità come si è formata nei secoli. Perché è vero, per dirla con il titolo di un bel libro di Andrea Carandini, “Il nuovo dell’Italia è nel passato”, intervistato da Paolo Conti, “come si può progettare un futuro, anche il più audace e tecnologicamente spregiudicato, se non si è consapevoli del passato che ci ha preceduto ma che tuttavia perdura in noi?”. Quel passato che Sergio Mattarella, giurista, certamente ritroverebbe nel diritto romano che ha innervato le istituzioni giuridiche di tutto il mondo, anche quando sembra che gli ordinamenti, come quelli di lingua inglese o common law se ne distacchino, perché anche in quelle esperienze forte è l’eredità del diritto di Roma. Che, va ricordato, è insegnato in oltre 180 università cinesi e reso attuale nella traduzione del Digesto di Giustiniano.

Dal diritto alla cultura letteraria, filosofica, politica e all’arte, l’identità di questo popolo è unica e prezioso retaggio che andrebbe valorizzato e non consegnato al passato come se questo fosse una pagina già letta e archiviata mentre va riletta per dare forza, di giorno in giorno, alle aspirazioni e alle prospettive del futuro.

Ecco, avremmo voluto che Sergio Mattarella esprimesse con maggiore determinazione sentimenti che certamente ha nel cuore e che fanno parte della sua cultura. Gli italiani lo avrebbero certamente gradito. Qualcuno si sarebbe forse stupito. Ma anche lo stupore fa parte della politica in una terra nella quale un grande Re, che immaginò nel Medio Evo l’Italia unita, Federico II, fu appunto definito stupor mundi il più brillante e potente fra i sovrani del suo secolo.

11 gennaio 2017

 

 

 

Il Movimento 5 Stelle, una prospettiva o una speranza mal riposta?

di Salvatore Sfrecola

 

Sono stati in molti ad interrogarsi, fin dall’indomani delle elezioni legislative del 24 e 25 febbraio 2013, sul perché il Movimento Cinque Stelle, solo di recente apparso nell’agone politico, abbia potuto ottenere un così rilevante successo che si è riprodotto successivamente, in modo significativo e per certi versi inaspettato, anche in alcune elezioni locali, in particolare a Torino e Roma dove, nei ballottaggi, sono prevalse Chiara Appendino e Virginia Raggi al successo delle quali hanno concorso molti elettori che, al primo turno, avevano votato per i partiti di Centrodestra, dalla Lega a Fratelli d’Italia, a ForzaItalia. A Roma, in particolare, NoiConSalvini. Scelte delle quali il M5S sembra non essersi dato carico nelle successive scelte parlamentari e di governo. Neppure nell’intento di consolidare in qualche misura quei consensi.

Da allora ad oggi questo Movimento, quando impegnato in funzioni di governo locale si è presentato all’opinione pubblica con qualche difficoltà nella gestione della cosa pubblica, evidenti soprattutto a Roma, senza che, tuttavia, ne sia stata lesa l’immagine. Per onestà va detto che Roma è città che, dal punto di vista amministrativo, sconta decenni di cattiva amministrazione, dalla gestione del traffico alla raccolta dei rifiuti urbani, alla manutenzione delle strade e dei marciapiedi. Questi ultimi spesso dimenticati, come sanno bene le persone anziane o con handicap e le mamme con carrozzina costrette a slalom tra pavimentazioni in vario modo sconnesse. Argomenti che, come ognuno comprende, danno la misura della efficienza del Sindaco e della Giunta comunale. I cittadini romani, tuttavia, hanno fin qui dimostrato una straordinaria pazienza nei confronti della Raggi impegnata in improbabili candidature ad assessorati chiave, come quello del bilancio o alle municipalizzate. Pazienza e comprensione per l’inesperienza della persona che certamente non sono infinite.

L’inchiesta su Mafia Capitale, per parte sua, ha dimostrato che esistono obiettive difficoltà della gestione della Città, che vi sono settori difficilmente governabili in ragione di vecchi e consolidati interessi criminali attraverso i quali gente senza scrupoli, all’ombra della politica, specula sul costo dei servizi e delle forniture le quali sono inoltre assolutamente inefficienti.

Devo dire che, come molti italiani, ho guardato con simpatia il M5S e mi sono trovato a votarlo al pari di tutti coloro i quali hanno maturato nel tempo una avversione profonda nei confronti della politica delle chiacchiere assolutamente incapace di raggiungere anche i più modesti obiettivi indicati nella campagna elettorale. Una politica che non sembra riuscire a rinnovare la propria classe dirigente ed a collocare in posizione di responsabilità persone affidabili e capaci, le quali abbiano realmente il senso dell’istituzione che sono chiamate a servire.

Ho anche condiviso l’iniziale prudenza con la quale il Movimento non si è presentato in televisione o nelle occasioni di confronto politico nella evidente consapevolezza della scarsa preparazione specifica dei singoli nel linguaggio del confronto politico a fronte dei più esperti esponenti dei vari partiti impegnati a difendere le rispettive storie responsabili della sfascio delle istituzioni. Poi sono cresciuti i Di Maio, Di Battista, Fico, Di Stefano, Bonafede, Ruocco, Toninelli, per non citare che i più noti.

Stupisce, pertanto, come il M5S, giunto alla conquista del Campidoglio, in un ballottaggio nel quale hanno concorso al successo di Virginia Raggi anche elettori del Centro destra, uniti dal desiderio di evitare la vittoria del renziano Giachetti, espressione della vecchia politica del consociativismo capitolino, non abbia compreso l’importanza dell’occasione di avviare, attraverso la gestione amministrativa della Capitale, la scalata al governo della Nazione.

Questa convergenza sul nome del giovane avvocato romano candidata sindaco avrebbe dovuto impegnare il Movimento nella ricerca di una adeguata squadra di governo della Città, certo non facile da individuare ma che avrebbe dovuto costituire un impegno forte per dimostrare una capacità di gestione della cosa pubblica tale da costituire una base di credibilità in vista delle elezioni politiche generali. Perché è evidente che se il Sindaco eletto e il movimento politico che l’ha scelta si è trovato in difficoltà al momento di individuare una ventina di soggetti per ricoprire le cariche politiche e amministrative, gli assessorati, il Capo di gabinetto, il Segretario Generale ci si può chiedere legittimamente come il Movimento possa mettere in campo quel centinaio e più di uomini e donne che dovrebbero, in caso di vittoria alle elezioni politiche, ricoprire il ruolo di ministro, sottosegretario, Capo di gabinetto, Capo di Ufficio legislativo. La domanda è legittima e la risposta non c’è stata perché, nonostante garbate sollecitazioni da più parti provenienti, il Movimento non è stato in condizioni di scegliere per gli incarichi di Giunta personalità di spessore e capaci di dialogare con la struttura amministrativa del Comune e delle aziende. Perché una cosa che sembra sfuggire agli uomini del M5S è che non basta indicare degli obiettivi di governo se non si ha la capacità di dialogare con i propri collaboratori avendo il linguaggio e la capacità di intendersi con l’apparato.

Non è facile, ne siamo consapevoli per antica esperienza nelle amministrazioni e negli organismi di controllo, ma è evidente che l’impegno che avrebbero dovuto mettere in campo il Movimento e il Sindaco eletto sarebbe stato proprio quello di presentare alla Città persone autorevoli e preparate capaci di trasferire nella gestione ordinaria dell’amministrazione le idee di buona politica che il Movimento ha o si vanta di rappresentare. Mi rendo conto, come ho appena detto, che non è facile, che in molti del M5S era evidente la preoccupazione di non imbarcare sulla navicella della nuova Giunta persone provenienti da precedenti esperienze, dal sottobosco della politica capitolina.

Mi ero accinto a scrivere di queste cose quando ieri sera in televisione, su La7, è andata in onda una puntata di Piazza Pulita tutta dedicata a Roma, al “crac” della Capitale d’Italia, con una serie di servizi presentati da Corrado Formigli che hanno denunciato in tutti i settori gravissime insufficienze e paurose illegittimità fonte di ingenti danni finanziari al Comune e alle aziende, resi possibili da inadempimenti amministrativi e dall’assenza di controlli, nelle aziende municipalizzate, in particolare dell’ATAC, che ha il peggior parco mezzi, per continuare con impianti sportivi costosi ma rimasti incompiuti e inutilizzati. Tutte vicende sulle quali indaga la magistratura. Anche in tema di edilizia convenzionata sono state rilevate gravissime inadempienze del Comune che hanno dato luogo a speculazioni e ad altri illeciti in danno degli ignari acquirenti.

Questi fatti, certamente pregressi, sui quali la Raggi non ha saputo o potuto intervenire, non sono stati capaci di scalfire la fiducia dei romani nel loro Sindaco, tanto che, al di là di alcune limitate flessioni del consenso presto riassorbite, è rimasto alto il consenso dei romani che pure hanno assistito al balletto degli assessori e alla vicenda del Capo del personale, Marra, arrestato per corruzione. Nulla che coinvolga il Sindaco ma ovviamente la preoccupazione riguarda la sua incapacità di scegliere o comunque la limitata platea dalla quale può scegliere o è in condizioni di scegliere i suoi collaboratori a livello di amministratori e di funzionari.

Non c’è dubbio che il M5S si trovi sotto il tiro incrociato della concorrenza in un momento surriscaldato del confronto politico, all’indomani dell’esito del referendum costituzionale nel quale il Movimento si è particolarmente distinto nella critica al confuso progetto Renzi-Boschi ed all’inizio di una campagna elettorale che sarà lunga probabilmente un anno e nella quale tutti i partiti faranno del loro meglio per denigrare il Movimento che appare, qualunque sia la legge con la quale andremo a votare, il più temibile degli avversari, così a sinistra come a destra. Comunque la si pensi non è interesse degli italiani che il M5S perda l’appeal di onestà e trasparenza con il quale si è presentato agli italiani, perché comunque la sua presenza è stimolante per i partiti che costringe ad una certa virtuosità che erano abituati a trascurare.

La campagna elettorale è lunga, come ho appena detto, e certamente le accuse, le polemiche e le recriminazioni la faranno da padrone nel dibattito sui giornali e nelle televisioni che non è bene si soffermi soprattutto sulle polemiche sulle regole interne dei partiti, sui codici di comportamento e su ogni altra vicenda che riguardi le persone che è giusto siano come dice la Costituzione all’articolo 54 impegnate “con disciplina e onore” nel servizio allo Stato. Ma i cittadini vogliono anche sapere quali sono i programmi, come vogliono realizzarli i partiti e con quali uomini dei quali i cittadini vogliono conoscere l’esperienza e la professionalità. L’auspicio è che il confronto politico si realizzi su questi temi perché gli italiani possano scegliere con serenità e consapevolezza chi li rappresenterà in Parlamento.

6 gennaio 2017

 

 

Un francobollo

per Francesco Giuseppe

di Domenico Giglio

 

Il turismo oggi è, quasi ovunque, un elemento non trascurabile di “entrate” per cui bisogna sfruttare le occasione che la storia o l’attualità ci propongono. Ora per l’Austria, il 2016 è il centenario della morte dell’Imperatore Francesco Giuseppe, mancato il 21 novembre 1916, dopo 68 anni di regno. Perciò a Vienna sono state aperte quattro mostre, in luoghi legati alla figura dell’imperatore, cominciando dallo splendido palazzo di Schonbrunn, con il suo parco e l’aereo porticato della “gloriette”, dove Francesco Giuseppe aveva vissuto, in una semplice cameretta, dopo essere rimasto vedovo, e lavorato, ad una modesta scrivania, fino all’ultimo giorno della sua lunga vita, da “primo” impiegato dell’Impero, e dove, purtroppo, per Lui, per la sua Casata, e per l’Europa tutta, aveva firmato il 28 luglio 1914, la sciagurata dichiarazione di guerra alla Serbia. Grandi motivi di celebrazione non vi sarebbero stati, ma l’attrattiva data dalla figura ben nota di questo vecchio signore, ancora alto, anche se leggermente incurvato, snello, elegante nelle vecchie colorate divise dell’esercito asburgico, hanno appunto dato motivo a queste mostre che hanno rafforzato il ruolo turistico di Vienna, già ricca di attrazione dal Ring sul quale si affacciano i grandi e maestosi palazzi del Parlamento, l’Opera, il Rathaus, i Musei, alla Hofburg, poi alle grandi Chiese, al “Belvedere”, il palazzo del Principe Eugenio di Savoia, una delle più belle ed eleganti residenze principesche dell’Europa ed infine al suo Danubio, che nella memoria collettiva, è sempre “blu”.

Ma oltre alla mostre, per i filatelici, vi è stata l’emissione, ad agosto, di un francobollo da 0,80, recante l’effigie dell’Imperatore, e le semplici date “1830-1916”, il che è significativo, in quanto l’Austria è una repubblica dal 1918 e ricordare un Sovrano della Casa degli Asburgo è un segno di sensibilità storica e di rispetto per il passato, elementi fondamentali della nostra civiltà, che ha secoli e secoli di vita e dove, invece, la cancellazione di parte della storia, rivela complessi di inferiorità, termine più che benevolo per non usarne altri. Ed è, sempre filatelicamente, da notare come nel 2014, le poste austriache, abbiano ricordato, con l’emissione di un bellissimo “foglietto”, contenente due francobolli, uno con l’effigie dell’Arciduca Ereditario, Francesco Ferdinando, l’altro con la effigie della sua consorte “morganatica”, Sofia Chotek, il loro assassinio a Serajevo, il 28 giugno 1914, data tragica non solo per l’impero austro-ungarico, ma per tutta l’Europa, essendo stata la scintilla che fece scoppiare la Grande Guerra, o Prima Guerra Mondiale.

I confronti sono sempre polemici, ma sono i fatti che parlano, e questo confronto filatelico tra due repubbliche, l’austriaca e l’italiana sono a tutto vantaggio dell’Austria. In Italia, infatti, le poste, salvo nel 2002, un francobollo per la Regina Elena, non hanno mai ricordato né nel 1950, cinquantenario, né in epoche successive, l’assassinio di un suo Sovrano, Umberto I, né dopo 25 o 30 anni, la morte di Umberto II, mancato nel 1983, né hanno mai ricordato la prima Regina d’Italia, Margherita di Savoia, dal lontano 4 gennaio 1926, data della sua scomparsa, né nel cinquantenario, né successivamente ,anche quando due anni fa diversi circoli, associazioni e comuni, avevano fatto ufficiale richiesta al competente ministero, di un francobollo per il novantesimo anniversario della scomparsa, che cadeva nel 2016. Così pure, quest’anno, ricorrendo il settantacinquesimo anniversario della morte in prigionia, avvenuta a Nairobi, il 3 marzo 1942, di Amedeo di Savoia, Duca d’Aosta, che per la sua resistenza sull’Amba Alagi, aveva avuto l’onore delle armi da parte britannica, malgrado la domanda motivata al consueto Ministero, illustrante la nobile figura di questo principe, inviata da circoli ed associazioni combattentistiche e d’arma, le poste non hanno accolto la richiesta, dell’emissione di un francobollo commemorativo, preferendo ricordare altre persone ed altri temi sui quali il tacere è bello.

30 dicembre 2016

 

 

Le ferrovie unificheranno l’Italia?

di Salvatore Sfrecola

 

Ho appena pubblicato un pezzo nel quale si sfiora il tema delle ragioni di una identità nazionale che, ad oltre 150 anni dalla istituzione dello Stato unitario (il 17 marzo 1861), sembrano messe in discussione. Da pochi, certamente, ma nel silenzio dei molti, a Nord e d a Sud, come dimostra la scarsa attenzione riservata dai mass media alla Grande Guerra, il primo vero impegno di tutto un popolo lì ai confini orientali dove si è combattuto e vinto contro il “nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, che non era certamente un  guerrafondaio. Ho scritto “calpesti e derisi", richiamando un verso dell’inno nazionale che spiega i motivi per i quali l’Italia si è unificata con secoli di ritardo rispetto ad altri stati europei, alla Francia o alla Spagna: “perché non siam popolo/ perché siam divisi”. Ed ho evocato un dei “Padri” della Patria, Camillo di Cavour, il politico più grande della storia nazionale, con le sue profetiche (lo scritto è del 1846!) intuizioni sul ruolo delle ferrovie, in funzione dell’unità e del progresso economico e sociale delle genti italiche.

Ed oggi compare su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, un articolo di Aldo Cazzullo secondo il quale “i treni dei pendolari sono il vero scandalo” dove si sommano inefficienza, mancanza di sicurezza, sporcizia, omesso pagamento del biglietto. Nel senso che molti viaggiano “a spese della collettività”. E se “Milano – scrive Cazzullo – resta l’unica metropoli italiana ad avere una rete di trasporti europea” che, comunque, “è da migliorare. A Roma, ovviamente, va anche peggio”. È certamente vero e “ovviamente” va ancora peggio scendendo lungo la penisola dove la Freccia Rossa, altro tema trattato da Cazzullo per dire che anche su quei costosi treni “la mentalità tarda ad adeguarsi ai prezzi”, non arriva. Infatti i treni dell’alta velocità si fermano a Salerno. Ma si voleva fare il ponte sullo Stretto!

Un Paese incoerente, una classe politica assolutamente inadeguata rispetto alle esigenze dell’economia nazionale, al trasporto delle persone e delle merci che devono poter essere trasferite velocemente in Italia e verso l’estero perché le nostre produzioni siano competitive sul mercato internazionale, in particolare i prodotti ortofrutticoli dei quali vantiamo punte di eccellenza. Perché le persone che viaggiano per lavoro, ma anche quelle che visitano l’Italia per turismo possano raggiungere le località desiderate in tempi rapidi ed a costi ragionevoli. Infatti qualcosa, quanto ai servizi e alle tariffe, è migliorato per effetto della concorrenza assicurata dalla presenza di Italo. Per parte sua Trenitalia stenta ad uscrire dalla logica dell’antico monopolio statale.

Ho scritto anni fa, constatando i disservizi delle ferrovie, che l’Italia sarebbe certamente entrata in Europa ma non … in treno. Come avrebbe voluto Cavour in una lucidissima analisi delle esigenze e delle prospettive che, appunto, ho ricordato il 28 scorso. Lo scriveva nel 1846 (!). Ce n’è abbastanza perché i politici di oggi si vergognino almeno un po’, se avessero la pazienza di rileggere quello scritto, in francese, pubblicato dalla parigina Revue Nouvelle che parla del “sistema di ferrovie che in Italia aspetta” e ne ricerca “i probabili effetti che vi deve produrre”. Perché se si rendono “pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto dell’Europa… nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro di un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura…”. Sottolinea “i profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato”. E aggiunge – siamo nel 1846 lontano dall’impresa “dei Mille” e dall’annessione del Regno delle Due Sicilie, che “se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve e più comodo dall’Oriente all’Occidente. Non appena ci si potrà imbarcare a Taranto o a Brindisi, la distanza marittima che ora bisogna percorrere per recarsi dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania in Africa o in Asia, sarà abbreviata della metà”.

Cavour non immaginava il taglio dell’istmo di Suez ma aveva una visione strategia delle esigenze nazionali e delle prospettive dell’Italia in Europa e nel bacino del Mediterraneo.

Nulla di tutto questo è avvenuto. Cristo, che si è fermato ad Eboli, non avrebbe fatto un percorso ulteriore neppure con una Freccia Rossa e l’Italia dei governi parolai, che avrebbero potuto e dovuto fare investimenti nelle infrastrutture, non solo ferroviarie ma anche portuali con adeguati collegamenti con le autostrade, è ferma al palo. Neppure a parole si individuano le esigenze e le soluzioni che Cavour aveva colto e delineato ben prima che si mettesse in moto il processo risorgimentale, che due anni più tardi avrebbe visto scendere in campo, insieme all’esercito del Regno di Sardegna, che inalberava per la prima volta il tricolore, volontari provenienti da tutte le regioni ed anche dall’estero. Insomma quando l’Italia unita era nella mente e nel cuore di pochi “sognatori”.

Quanto ritardo! Quanto colpevole ritardo! Quanta incompetenza, mancanza di prospettive, di determinazioni. La ragione per cui gli italiani guardano alla politica come ad una “casta” a loro totalmente estranea, una enclave autoreferenziale, assolutamente incapace di guardare alle esigenze della comunità. Ecco la sfida che la politica deve affrontare nei mesi a venire ed in vista delle elezioni per il rinnovo di Camera e Senato. Chi riuscirà ad issare alta la bandiera dell’unità nella diversità di un’Italia ricca di storie locali, di culture, di ambienti e di arte? Chi lo farà e sarà riconosciuto credibile ha buone possibilità di raccogliere consensi. Il 4 dicembre con il NO alla riforma pasticciata proposta dal duo Renzi- Boschi gli italiani hanno dimostrato di voler riprendere l’iniziativa politica. Attendono soltanto chi possa interpretarla.

30 dicembre 2016

 

 

 

Un altro articolo rimasto nel cassetto nei giorni della interruzione "tecnica" che Tiscali non ci ha ancora spiegato. Lo proponiamo ai nostri lettori che hanno dimostrato di saper apprezzare  le note, tra politica e storia, di Domenico Giglio.

 

 

Divagazioni sul referendum costituzionale

La morale delle favole

di Domenico Giglio

 

A risultato ufficiale del referendum costituzionale del 4 dicembre si possono forse capire certi atteggiamenti di Renzi, acidi e intolleranti, verso i fautori del NO, e l’infelice frase sulla “accozzaglia”, quando la lingua italiana , che pur nacque nella sua Toscana , ha altri termini non offensivi, quale ad esempio “eterogenea” per definire una compagine che s’impegna. Del resto nei “referendum”, fatalmente si formano schieramenti eterogenei, ed il maggiore esempio è stato dato dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946, per quanto riguarda lo schieramento repubblicano, che vide insieme “repubblichini”, con gli intransigenti antifascisti del Partito d’Azione, i nostalgici del PapaRe, che volevano vendicare la “breccia di Porta Pia”, insieme con gli austeri mazziniani, dalle grandi cravatte, unitamente ai social comunisti, che di tutto potevano essere nostalgici, ma non certo del potere temporale né dei “Doveri dell’uomo”, social comunisti il cui voto è stato, per la vittoria ufficiale della repubblica, rappresentando oltre otto dei dodici milioni raccolti dalla repubblica, cioè oltre i due terzi!

Tornando a Renzi, che con la sua ossessiva presenza televisiva, non pensava di essere controproducente, come in realtà è poi stato, certe favole, con la loro morale, avrebbero dovuto consigliargli, fin dall’inizio, invece del suo “aut, aut”, ben altro atteggiamento o forse la sua mamma non gli aveva mai letto ad esempio la favola di quella contadinella che va al mercato, con in testa un cestino di uova (risultato elezioni europee), e camminando pensa che vendendole ad un buon prezzo, via via avrebbe guadagnato molti soldi e tutti l’avrebbero riverita. Così facendo si inchinò e le uova caddero spiaccicandosi per terra (referendum costituzionale).

30 dicembre 2016

 

 

Com’è evidente, anche questo pezzo della Professoressa Dora Liguori è incappato nel “disservizio” che ha impedito dal 22 novembre ogni pubblicazione. L’importanza dell’argomento e il modo con il quale è stato trattato suggerisce di pubblicarlo ugualmente. Sono certo che i lettori condivideranno la mia scelta.

Salvatore Sfrecola

 

Madama Butterfly inaugura la Scala

In scena, a Milano, la prima versione, come dire, “rinnegata” da Puccini

di Dora Liguori

 

Il rito dell’inaugurazione scaligera anche quest’anno si è rinnovato e, con esso, si sono rinnovati, da parte dei soliti soloni, anche i commenti, e tutta una serie di affermazioni, che hanno brillato per vacuità e scarsa conoscenza della materia musicale. Ad esempio di quanto dico riporto l’affermazione, resa da alcuni, circa l’assoluta irreperibilità della partitura e relativo spartito della prima versione, anno 1904, di Madama Butterfly.

Nulla di più falso!

Infatti, per certuni, è sentire comune credere in questo assioma: il mondo che vale si racchiude nella sola Milano. Invece se, costoro, solo scomodandosi, avessero preso una delle tante comode frecce di Trenitalia, e andare a Napoli, avrebbero potuto reperire partitura e spartito per canto e pianoforte, nella prima versione dell’opera pucciniana, presso la storica Biblioteca di San Pietro a Majella. Semplice… o no?

Ma, proprio riferendomi a questo spartito voglio, chiedendo anche scusa, raccontarvi una mia personale esperienza, trasformatasi negli anni, addirittura, in un ricorrente incubo notturno; qualcosa che, ieri, durante la prima della Scala, ho tornato a vivere, però, con un pizzico di innegabile nostalgia.

Quando studiavo al Conservatorio di Napoli vigeva la prassi che il direttore, mesi prima del diploma e senza alcun preavviso, avesse a recarsi nelle classi per ascoltare, almeno in parte, il programma scelto dai diplomandi. Insomma egli, per accertarsi della preparazione, faceva una specie di pre-esame. Nel mio caso, ero all’ultimo anno di canto, la scelta dei docenti per il mio diploma, era caduta, causa la mia figura fragile e minuta, su Butterfly; una decisione che, però, avevo accolto quasi con rammarico, non essendo il carattere della piccola giapponese propriamente nelle mie corde. Ma tant’è, la protesta allora non era d’uso agli studenti.

Comunque, una mattina di Febbraio, con seguito di docenti, entrò nella mia classe il direttore e, sul leggio, mi fu posto lo spartito pucciniano, con l’invito di cantare il primo atto a partire dall’entrata di Cio-Cio-San. Fu allora che, dopo le prime note, per me, ebbe inizio una specie di incubo: la Butterfly che avevo innanzi era dissimile da quella che avevo studiato. Non comprendendo bene cosa mi stesse capitando, iniziai a sfogliare, sempre mentre cantavo, lo spartito alla ricerca delle note familiari che, maleficamente, apparivano per poi di nuovo sparire. Pensai: che scherzo mi sta facendo il cervello?

Non essendo, però, mia abitudine arrendermi, continuai la prova leggendo a prima vista (almeno tentavo di farlo) la quasi prima aria di Butterfly (Ieri son salita tutta sola in secreto alla missione) che si presentava anch’essa notevolmente dissimile da quella che avevo studiato. Alla fine della prova, pur essendo, come detto, in pieno inverno, mi ritrovai in un bagno di sudore. Solo allora mi accorsi della faccia divertita del direttore e dei presenti. Io non so, e nemmeno l’ho mai chiesto, se il mettermi innanzi quello spartito fosse stato un semplice errore del distributore di biblioteca o uno scherzo che, vista la fama che avevo di buona lettura a prima vista, il direttore e i docenti avessero precostituito, chissà… per divertirsi, magari, del mio disagio. Certo è che, ancora oggi, in sogno, con notevole ricorrenza, rivivo l’incubo di quegli attimi nei quali, non riuscendo a capire bene cosa stessi cantando, avevo cercato, con lo scorrere angoscioso delle pagine di uno spartito a me nemico di, spasmodicamente, ritrovare le note della mia Butterfly… quella che conoscevo!

Chiuso il capitolo ricordi, torno alla prima scaligera e alla “riesumazione” della prima versione di Madama Butterfly e, a tale proposito, sia pur in tutta modestia, vorrei affermare come il genio di Puccini si estrinsechi proprio negli abilissimi tagli che, dopo l’infausta prima del 1904, il compositore seppe fare a quella sua opera che, pur essendo un capolavoro, si presentava priva della compattezza stilistica e miracolosa di una Boheme o anche di una Manon Lescaut, opere nelle quali non sarebbe stato possibile tagliare neppure una nota.

Comunque, Puccini, dopo un primo naturale sconforto, ben sapendo di come, notizie di complotti a parte, il pubblico avesse quasi sempre ragione, volle, in virtù di questa convinzione, ascoltarlo, e rimettere mano alla sua creatura. Ad esempio, da quell’uomo di teatro che era, il compositore comprese subito che dello zio ubriaco e di tutte le “lezioserie” della famiglia di Butterfly non ce ne fosse affatto bisogno; mentre, e di contro, mancava un’aria conclusiva alla parte del tenore nell’ultimo atto. Quindi, curiosità a parte, come ha ben detto, e saggiamente, qualcuno: “se Puccini si è sentito in dovere di correggere l’opera perché tornare indietro?

Ai posteri, ancora una volta, l’ardua sentenza!

Passando, ora, come doveroso, al cast artistico, è possibile dire che la Scala, rispettando ormai quella che è divenuta la “migliore” delle consuetudini delle Fondazioni liriche italiane, si è avvalsa, per la più popolare e, direi io, anche più italiana delle opere, di una “forte” presenza, nelle parti principali, di cantanti stranieri purtroppo non eccelsi, eccezion fatta per il baritono Carlos Alvarez (ma l’Italia è piena di ottimi baritoni). Lo spettacolo poi, a livello di udito, ha visto la sua salvezza proprio nelle parti minori, affidate alle voci italiane, leggasi soprattutto la Suzuki di Annalisa Stroppa e la veramente bella voce di Nicole Brandolino, nell’esigua parte di Kate, la moglie americana di PinKerton. Della protagonista, l’uruguaiana Maria José Siri, è possibile dire che ha una bella voce ma non particolarmente originale; insomma una di quelle voci che, grazie a Dio, ancora abbondano nei Conservatori italiani, con l’aggiunta che, non sapendo usare bene il diaframma, a questo soprano, spesso ballavano i suoni. Insomma ci si poteva, in mancanza di cast stellari, affidare ai buoni “prodotti made in italy”, quelli che non tradiscono mai… anzi! E se avessero avuto il buon senso di fare questa operazione, almeno ci saremmo risparmiati, lasciandolo a casa, il tenore americano Bryan Hymel che, a parte la pronuncia francamente discutibile, in quanto a doti tenorili, pur non essendo propriamente uno scandalo, scarseggiava parecchio. Come dire, dopo i grandi tenori che abbiamo avuto e abbiamo, in Italia siamo abituati meglio! Per quanto, invece, attiene alla regia del lettone, Alvis Hermanis… anche qui, eccezioni manicomiali a parte (leggasi la Sonnambula della Fenice), siamo ugualmente abituati meglio.

Infine è possibile dire che il manifesto, con i nomi degli gli interpreti, di quella che forse è considerata la più italiana delle opere, fatta eccezione per l’italiano e bravissimo direttore Chailly, sembrava, piuttosto che il manifesto di un teatro d’opera italiano, più propriamente un manifesto delle “Nazioni Unite”. E, forse, a ben pensarci, anche Chailly doveva la sua presenza a quel suo nome alquanto straniero, altrimenti… chissà se l’avrebbero fatto entrare alla Scala. Comunque… fortuna che c’è entrato!

Resta da chiedersi: ma quali “validi” argomenti di persuasione hanno, verso i vertici delle Fondazioni liriche, certe agenzie, così capaci di ottenere prestigiosi ingaggi per le mediocrità che rappresentano? Ma esiste qualcuno che almeno si prenda l’impegno di sentire questi artisti prima?

Forse no, poiché, come diceva Figaro: “all’idea di quel metallo…” etc, etc.

 

 

P.S Vista la conclamata moda di avere a che fare solo con artisti stranieri vorrei proporre di mettere fine anche a quello “scandalo” costituito dal nome di un architetto italiano, il Piermarini, già “sorpassato” costruttore del tempio scaligero.  Suvvia… a Milano i soldi non mancano per rifare il teatro! Milanesi pensateci! Sarebbe un’occasione d’oro per finalmente ingaggiare un qualche architetto “ostrogota”, pronto e in attesa sul mercato. 

Davvero, una grande idea ma… meglio non dirla due volte!          

 

 

 

Un programma per un partito “della Nazione”

Nelle lontane parole di Cavour (1846!) il ruolo dell’unità e le possibilità di sviluppo dell’economia italiana

di Salvatore Sfrecola

 

“Noi siamo da secoli calpesti/derisi perché non siam popolo/ perché siam divisi”. Nell’enfasi risorgimentale i versi dell’inno nazionale fotografano una realtà antica che, purtroppo, non è venuta meno con la formazione dello Stato nazionale fondato il 17 marzo 1861. Anzi, alcune regioni d’Italia, per secoli sottoposte all’occupazione di potenze straniere, la Spagna, la Francia, l’Austria, vivono ancora gli effetti di quelle esperienze storiche, ed enfatizzando le luci e nascondendo le ombre contribuiscono non poco alle difficoltà dell’oggi. Così in Veneto si rileggono i plebisciti di adesione allo Stato nazionale immaginando brogli, trascurando che gli elettori erano pochi e colti. Sempre in Veneto si preannuncia l’uso del “bilinguismo”, come se quel dialetto fosse una lingua, mentre in alcune aree del Sud, dimentiche dei profondi dissidi tra Palermo e Napoli nel Regno “delle due Sicilie”, del brigantaggio endemico che aveva accompagnato il sanguinoso “riacquisto del Regno” da parte dell’Armata della Santa Fede di Fabrizio Ruffo, fra stragi efferate e liberali appesi alle forche dopo l’esperienza repubblicana del 1799, circoli “neoborbonici” chiedono la cancellazione della toponomastica sabauda, quasi a voler nascondere con una speciosa polemica antiunitaria secoli di degrado economico e sociale che la fiaccola della Napoli, europea e colta, non riusciva allora e non riesce oggi a portare luce nelle altre aree dell’antico reame, soprattutto nella Calabria abbandonata da Dio e dal Borbone. E se con Carlo Levi Cristo si è fermato ad Eboli, oggi l’Alta Velocità si ferma a Salerno e non sfiora neppure la Puglia operosa, ricca di storia.

Senza preoccuparsi di chi possa giovarsi, nel Paese e in Europa, di un’Italia divisa, si alimentano spinte che sarebbe sbagliato definire separatiste, ma che certamente sono contrarie allo spirito unitario che caratterizza ovunque una nazione. Iniziative velleitarie e comunque disgreganti con l’effetto di rendere il Paese meno unito e quindi meno competitivo in Europa sul piano politico e dell’economia. In particolare i circoli neoborbonici al Sud stanno facendo male all’Italia e alle stesse regioni meridionali perché alimentano una polemica antiunitaria basata su ricostruzioni spesso fantasiose di episodi successivi all’annessione allo Stato nazionale di un Regno già in dissoluzione per un malessere antico che percorreva la classi sociali medio-alte divise da antichi rancori e dalla concorrenza tra “le due capitali”.

Sta di fatto che questo Paese non ha bisogno di trovare i motivi che dividono ma deve percepire, ed in questo la classe politica ha grosse responsabilità, che quanto ha preceduto l’unità d’Italia nella storia politica, culturale, artistica delle varie regioni italiane è motivo di prestigio e ricchezza per l’intero Paese, la ragione prima dell’attenzione che viene riservata all’Italia dal turismo interno e internazionale. Invece sembra sempre più difficile trovare la strada dell’unità nella diversità, della specificità dei territori che, ricordo, nel pensiero di un grande uomo politico, italiano ed europeo, com’è stato definito, Camillo di Cavour era presente come una grandiosa risorsa dell’Italia che immaginava unita molto prima che il moto risorgimentale avesse assunto le dimensioni e l’intensità che conosciamo.

Le responsabilità sono antiche e, in parte, coeve alla formazione dello stato nazionale che nella fase più delicata, quella, appunto, nella quale si dovevano “fare gli italiani”, per dirla con Massimo D’Azeglio, si è trovato a far fronte a spinte centrifughe alimentate da velleità interne e da complotti di potenze straniere, così costringendo gli eredi di Cavour, troppo prematuramente scomparso, a perseguire politiche accentratrici anziché rispettose delle esperienze locali. È mancato in quella stagione anche l’apporto del mondo cattolico, tenuto fuori dalla vita politica dall’assurdo non expedit di Papa Pio IX che ha privato il dibattito politico della presenza di una componente politico-culturale significativa, che si sarebbe ulteriormente sviluppata negli anni successivi sul finire del secolo e all’inizio del ‘900 nella scuola e nell’economia, con le leghe contadine, le banche popolari ed altre istituzioni espressione della solidarietà cattolica. Rileggere L’opposizione cattolica di Giovanni Spadolini aiuterebbe a ricostruire questo periodo storico ed a comprendere quale danno l’astiosa determinazione di un Pontefice, per altri versi notevole, ha causato all’Italia ed alla sua storia politica e sociale.

È mancata nella cultura politica dell’Italia liberale la capacità di trasferire nella comunità il senso dell’appartenenza, dell’essere un popolo. E se l’unità si è realizzata nelle trincee della Grande Guerra, l’enfatizzazione che il Fascismo ne ha fatto, ricercandone le ragioni nella storia di Roma e nella sua capacità di inglobare popoli e culture, quei valori si sono dispersi insieme alla sconfitta militare quando, tra il 1943 ed il 1946, si è disgregato lo Stato e si è dispersa una classe dirigente, sostituita da politici, cattolici e comunisti, rimasti ai margini della formazione dello stato nazionale e pertanto insensibili ai valori civili maturati nel Risorgimento. La caduta della Monarchia, poi, ha privato l’Italia e gli italiani di un riferimento alle radici storiche più immediate dell’unità, rappresentate da quel “Miracolo del Risorgimento” (Carocci editore, 2010), visto da Domenico Fisichella come il risultato di un lungo processo di incubazione e di selezione, con l’affermazione del principio di nazionalità necessario per superare la realtà delle divisioni così bene scandita nei versi dell’inno nazionale con i quali abbiamo avviato queste brevi riflessioni tra storia e politica. Anche per ricordare che in questo anno elettorale le divisioni non giovano all’Italia ed ai partiti che intendono costituire un riferimento nazionale all’elettorato.

Gli errori e le insufficienze della classe dirigente hanno impedito che le intuizioni e le aspettative della classe colta e delle giovani generazioni che tra il 1830 ed il 1860 si erano formate nelle università e sui campi di battaglia divenissero sentimento degli italiani. E allora occorre ritornare al pensiero del più grande dei nostri statisti, quel Camillo di Cavour che entrò in politica rinunciando alle proprie attività economiche perché non ne fosse e non apparisse condizionato. E riprendo uno scritto di Cavour di straordinaria attualità che, se fatto da un politico di oggi certamente conquisterebbe una standing ovation. Era il 1846 quando scriveva in francese sulla parigina Revue Nouvelle un articolo sul “sistema di ferrovie che in Italia aspetta”, ne ricerca “i probabili effetti che vi deve produrre” per “giustificare le speranze di diverso genere che ci ha fatto concepire, e che noi vorremmo poter far condividere a tutti i nostri compatrioti”. Siamo ben prima delle iniziative politico militari che avrebbero portato in poco più di straordinari eventi che hanno visto protagonista il piccolo ma determinato Piemonte sabaudo alla formazione dello Stato nazionale e già il futuro Presidente del consiglio del regno di Sardegna ha una visione unitaria dell’economia del Paese nella sua articolazione territoriale e culturale. Scrive infatti: “dal punto di vista commerciale, l’Italia può nutrire grandi speranze nelle ferrovie. Rendendo pronte, economiche e sicure le vie di comunicazione interna, facendo sparire in qualche modo la barriera delle Alpi che la separano dal resto dell’Europa e che sono così difficili da valicare per una parte dell’anno, nessun dubbio che l’afflusso di stranieri che vengono ogni anno per visitare l’Italia aumenterà in maniera prodigiosa. Quando il viaggio da Torino, Milano, Firenze, Roma e Napoli richiederà meno tempo e minor fatica di un giro di un lago svizzero, è difficile calcolare il numero di persone che verranno a cercare in queste contrade, piene di attrattive, un’aria più salubre e più pura per la loro salute malferma, ricordi per la loro intelligenza o anche semplici distrazioni dalla noia che sviluppano le brume del Nord. I profitti che l’Italia trae dal proprio sole, dal suo cielo privo di nubi, dalle sue ricchezze artistiche, dai ricordi che il passato le ha lasciato, cresceranno certamente in una proporzione considerevole. Si tratta quindi di un beneficio delle ferrovie che siamo lontani dal contestare. Tuttavia noi pensiamo che sia il meno importante di tutti quelli che siamo in diritto di aspettarci, benché siano quelli che colpiscono di più l’immaginazione del volgo. La presenza di una grande massa di stranieri in mezzo a noi rappresenta a colpo sicuro una fonte di profitto…”. E più avanti l’intuito dell’uomo di governo con una visione unitaria dell’Italia: “se le linee napoletane si estenderanno sino al fondo del regno, l’Italia sarà chiamata a nuovi e alti destini commerciali. La sua posizione al centro del Mediterraneo, o, come un immenso promontorio, sembra destinata a collegare l’Europa all’Africa, la trasformerà incontestabilmente, quando il vapore la attraverserà in tutta la sua lunghezza, il cammino più breve e più comodo dall’Oriente all’Occidente. Non appena ci si potrà imbarcare a Taranto o a Brindisi, la distanza marittima che ora bisogna percorrere per recarsi dall’Inghilterra, dalla Francia e dalla Germania in Africa o in Asia, sarà abbreviata della metà. È dunque fuor di dubbio che le grandi linee italiane serviranno allora trasportare la maggior parte dei viaggiatori e alcune merci più preziose che circoleranno in queste vaste contrade. L’Italia fornirà anche il mezzo più veloce per recarsi dall’Inghilterra all’India e in Cina; cosa che rappresenterà ancora una fonte abbondante di nuovi profitti. In base a tutto quello che si è detto in precedenza, ci sembra chiaramente dimostrato che le ferrovie aprono all’Italia una magnifica prospettiva economica, e egli devono fornire i mezzi per riconquistare la brillante posizione commerciale che aveva occupata durante tutto il Medioevo”.

Tuttavia ci sono anche aspetti critici. E Cavour li mette in risalto con la sua consueta chiarezza. Infatti, “le disgrazie dell’Italia sono di lunga data. Noi non cercheremo di notare nella storia le loro numerose fonti…. Noi crediamo di poter stabilire come cosa certa che la causa prima debba essere attribuita all’influenza che gli stranieri esercitano da secoli su di noi, e che i principali ostacoli che oppongono al nostro affrancamento da questa funesta influenza, sono innanzitutto le divisione interne, le rivalità, direi quasi le antipatie che animano gli uni contro gli altri i diversi rami della famiglia italiana, e in seguito la diffidenza che esiste tra i principi e la parte più energica della popolazione. Questa parte è evidentemente quella che un desiderio sovente smondato del progresso, un sentimento della nazionalità più vivo, un amore più ardente della patria, rendono l’ausiliare indispensabile, se non il principale strumento di ogni tentativo di emancipazione”.

“Se l’azione delle ferrovie deve ridurre questi ostacoli, e forse farli anche sparire, ne deriva naturalmente questa conseguenza, che sarà una delle circostanze che deve favorire di più lo spirito della nazionalità italiana. Un sistema delle comunicazioni che provocherà un incessante movimento di persone in tutti i sensi, e che metterà per forza in contatto popolazioni rimaste sino a oggi estranee le une alle altre, dovrà contribuire potentemente a distruggere le meschine passioni municipali, figlie dell’ignoranza e dei pregiudizi, che sono già minate dagli sforzi degli uomini illuminati dell’Italia”. Ed avviandosi alla conclusione di un’analisi che tocca anche le agitazioni rivoluzionarie che fra il 1820 1830 hanno scosso governi i quali “attaccati con passione non pensarono che difendersi; mettendo da parte ogni idea di progresso e di emancipazione italiana, si mostrarono esclusivamente preoccupati di stornare i pericoli dai quali erano minacciati, e che erano ingranditi ai loro occhi in modo perfido dagli sforzi del partito retrogrado”. Per concludere che “la storia di tutti i tempi prova che nessun popolo può raggiungere un alto livello di intelligenza e di moralità senza che il sentimento della sua nazionalità non sia fortemente sviluppato… Sicché dunque, se noi desideriamo con tanto ardore l’emancipazione dell’Italia, se noi dichiariamo che davanti a questa grande questione tutte le questioni che potrebbero dividerci devono sparire e devono tacere tutti gli interessi particolari, non solo per vedere la nostra patria gloriosa e potente, ma soprattutto perché possa elevarsi nella scala dell’intelligenza e dello sviluppo morale sino al livello delle nazioni più civilizzate”.

Siamo di fronte ad una straordinaria intelligenza politica, ad un uomo che corre, impegnato in primo piano nella politica del Regno di Sardegna, avendo una visione strategica dell’Italia intera nella consapevolezza della varietà delle culture della storia e di tutte le attrattive che rendono il nostro un Paese unico anche se, purtroppo, incapace di gestire le risorse straordinarie che la natura gli ha dato, sia con riguardo all’ambiente che all’intelligenza degli italiani che da Nord a Sud ha costantemente brillato nel panorama mondiale, anche quando non è riuscita a immaginare l’unità e, soprattutto, a perseguirla, per la prevalenza di classi politiche e di governo miopi le quali hanno frenato ogni ambizione e ogni prospettiva di sviluppo al Paese. È accaduto in alcuni periodi della nostra storia. Ed accade oggi quando politici di modesta cultura storica e capacità di analisi stando riportando indietro le lancette dell’orologio, proprio nel momento in cui l’unità della Nazione si rivela un bene prezioso nel contesto europeo nel quale l’Italia ha un ruolo da svolgere anche nella prospettiva di quel grande dinamismo economico che Cavour intravedeva nel lontano 1846. Un dinamismo economico e un ruolo politico da svolgere nel Mediterraneo laddove Roma lo aveva già fatto impreziosendo i rapporti tra le varie sponde del mare che non a caso i nostri antenati avevano definito nostrum, proprio per rispondere al ruolo strategico che la collocazione geografica attribuiva allora a Roma ed oggi all’Italia.

29 dicembre 2016

 

 

 

 

Dopo un’interruzione ancora inspiegabile riprendiamo a scrivere

L’Italia nella prospettiva di un importante anno elettorale

di Salvatore Sfrecola

 

Riprendiamo le pubblicazioni dopo un lungo intervallo che, dal 22 novembre ad oggi, ci ha impedito di scrivere in un momento di particolare rilievo politico. Alla vigilia del referendum sulla legge di revisione costituzionale e successivamente per commentare, dal 5 dicembre, i risultati del voto per poi riflettere sulla formazione del nuovo governo e sulle prospettive dei mesi a venire, in vista dell’approvazione della nuova legge elettorale che dovrà portare gli italiani a scegliere i propri rappresentanti nelle aule parlamentari.

Ancora non sono noti i “motivi tecnici” che ci hanno impedito di accedere al sito e dei quali abbiamo chiesto conto a Tiscali, che non ne ha ancora dati. Sul piano giuridico si è aperta una vertenza della quale è stata investita l’Autorità per le comunicazioni, con riserva di rappresentare l’esigenza del risarcimento di un danno di immagine notevole in un momento, come si è detto, di particolare interesse per l’informazione che si occupa della vita politica e delle istituzioni.

Ricominciamo, pertanto, da dove eravamo rimasti per concorrere ad una riflessione che impegna giornali e partiti in una fase cruciale della vita politica italiana che nessuno immaginava sarebbe stata definita da risultati elettorali assolutamente imprevedibili, non nella prevalenza del NO, ampiamente prevalente nei sondaggi, ma nella misura del successo che ha sconfitto la proposta riformatrice in presenza di una partecipazione al voto che non si registrata da molto tempo nelle competizioni referendarie. Una riforma proposta agli italiani da una parte politica che assumeva di costituire “la novità” ma che gli elettori hanno indentificato soprattutto, bocciandola, in una politica governativa avventurosa e scoordinata sulla quale ci siamo soffermati ripetutamente nei mesi scorsi. A partire dal giorno nel quale sono risuonate in Senato le dichiarazioni programmatiche con le quali il Presidente del Consiglio andava avventatamente preannunciando che, di mese in mese, avrebbe realizzato riforme di grande spessore e di difficile attuazione, della Pubblica Amministrazione, del fisco, della giustizia, delle pensioni, così dando plateale dimostrazione di non avere consapevolezza alcuna di cosa stesse parlando. E così è stato sonoramente bocciato dagli italiani i quali, sicuramente consapevoli che molto va cambiato, vorrebbero che vi provvedesse chi conosce a fondo le leggi da modificare anche con riguardo agli apparati che debbono provvedere alla gestione ordinaria della pubblica amministrazione. L’elettorato si è dimostrato molto più consapevole dei suoi governanti delle esigenze vere da affrontare che sono poi i motivi per i quali l’economia italiana non decolla, non ci sono investimenti pubblici e privati, italiani e stranieri, non c’è sviluppo dei consumi i quali soltanto possono sollecitare l’aumento della produzione e, quindi, dell’occupazione essendo evidente che le assunzioni indotte da interventi in favore degli imprenditori, in assenza di un incremento della produzione, non sono destinate a durare nel tempo.

Una politica sconclusionata, che sembrava aver attecchito attraverso slogan ossessivamente enfatizzati da giornali e televisioni che, al di là dell’espressione accattivante, era evidente non coglievano la realtà del possibile. Una politica, dunque, che ha mostrato tutti i suoi limiti ed è stata bocciata con un giudizio senza appello che continuerà a dominare il dibattito politico dei prossimi mesi ed a condizionare l’esito delle elezioni che, nel 2017, fra maggio ed ottobre, riporteranno gli italiani alle urne per verificare quale è realmente la volontà degli elettori.

In questo contesto Un Sogno Italiano darà voce alle idee più innovative e capaci di una proposta politica che restituisca al nostro Paese prospettive di sviluppo e di crescita equilibrate in tutte le aree geografiche, perché l’Italia sia, in Europa e nel mondo, effettivamente un esempio di buona gestione delle risorse “naturali” del nostro popolo, l’intelligenza e la fantasia che, dalla manifattura al turismo alla tecnologia, possono assicurare un diffuso benessere. Anche per evitare che i nostri concittadini siano costretti, come accade troppo spesso, a cercare lavoro all’estero, risorse preziose che disperdiamo, come dimostra la circostanza che se quanti vanno a lavorare in Europa e nel mondo hanno comunque successo vuol dire che, nonostante gli errori, recenti e meno recenti, il sistema di istruzione nazionale assicura comunque una adeguata professionalità.

27 dicembre 2016

 

 

 

 

 

Un nuovo libro di Domenico Fisichella

Il modello USA per ’unità d’Europa?

di Domenico Giglio

 

Domenico Fisichella, dopo il fondamentale trittico dedicato al Risorgimento ed al Regno d’Italia, costituito da “Il Miracolo del Risorgimento”, “Dal Risorgimento al fascismo” e “Dittatura e Monarchia” (editi rispettivamente nel 2010, 2012 e 2014 da Carocci Editore), che costituiscono la più recente, documentata, completa analisi della storia d’Italia dal 1800 al 1946, è tornato, sempre nel campo storico, al quadro più generale delle realtà europee e mondiali ed ai temi a Lui cari della Dottrina dello Stato e Scienza della Politica di cui è stato per lunghi anni docente.

Il nuovo libro, testè uscito, facente parte della “Biblioteca di Storia e Politica” dal titolo “Il modello USA per l’unità di Europa?” (edizione “Pagine s.r.l.” del 2016 – euro 18,00), tratta appunto questo problema) che come precisato dal Fisichella, non vuole essere una storia degli Stati Uniti d’America, anche se logicamente ha dovuto precisare alcune tappe fondamentali della nascita e dello sviluppo di questa Unione, partendo dalla riunione del 1774, a Filadelfia, delle tredici originarie colonie, che nel 1776, con la “Dichiarazione d’Indipendenza”, si costituiranno appunto in Unione e da Colonie in Stati. E necessariamente ricorrono i nomi di Washington, Hamiltonn, Madison e poi Monroe, con la sua dottrina e le tappe, anche sanguinose e dolorose, della guerra civile, detta “Guerra di Secessione “, dopo la quale ritrovata l’unità e la preminenza dello stato nazionale, nascerà, come scrive Fisichella, “La Grande Potenza”, i cui sviluppi “imperiali”, ben conosciamo e che portarono nel 1917 i primi soldati americani in Europa, in appoggio e sostegno delle truppe franco-inglesi, impegnate nel mortale duello con l’Impero Germanico.

Quanta differenza con gli stati europei di cui ricorda, per sommi capi, le linee di sviluppo, i dibattiti teorici e le implicazioni politiche, con le lotte per l’egemonia, soffermandosi sulla nascita di nuovi stati, con belle pagine dedicate all’unità dell’Italia, costituitasi in Regno, e poi ancora gli sviluppi della attuale Unione europea, anche soffermandosi sul “Manifesto di Ventotene”. Importanti infine le considerazioni, svolte anche in precedenza da Fisichella, sui dati numerici della popolazione europea, che nel giro di un secolo, dal 1900 ad oggi, l’ha vista scendere dal 25% della popolazione mondiale, a molto meno del 10%, con tendenza inarrestabile alla ulteriore diminuzione, a vantaggio dell’Africa, ancora più che dell’Asia, dove già esistono l’India e la Cina, superiori al miliardo di abitanti! Dati impressionanti che dovrebbero far riflettere gli sprovveduti che rilanciano i nazionalismi europei o auspicano, in vari casi la disintegrazione degli stati nazionali, a favore di più piccole patrie.

Testo perciò da leggere e meditare, invece di romanzi e di saghe fuori del tempo e della storia.

22 novembre 2016

 

 

 

L’Europa dall’Atlantico agli Urali

di Domenico Giglio

 

Questa frase di De Gaulle va oggi ricordata, perché le incomprensioni tra l’Unione Europea e gli USA di Obama e la Russia di Putin hanno raggiunto un livello pericoloso. Con questa affermazione fatta da un uomo, profondamente legato alla sua patria, la Francia, si voleva ricordare che la Russia, oggi non più URSS, faceva storicamente e geograficamente parte dell’Europa. De Gaulle, come tutti gli ufficiali usciti dalle grandi accademie militari, non aveva solo una vasta cultura militare, con una moderna visione della guerra, che non avevano i grandi generali francesi, e lo si vide nel 1940, ma anche una altrettanto vasta cultura storica, come del resto avveniva per chi, nel Regno d’Italia, usciva dalle regie accademie di Torino e di Modena. A tale proposito, a titolo indicativo, ho anche un ricordo familiare, in quanto mio Nonno, entrato all’Accademia di Modena nel lontano 1875, studiò la storia d’Europa su un importante testo del Senatore del Regno, professore di storia nella Università di Torino, Ercole Ricotti (volume di 736 pagine, che fa parte della biblioteca di famiglia), che nulla taceva su quanto avvenuto in Europa dal 476 d.C. al 1861, ed anche la storia mondiale su di un altro testo (volume di 634 pagine ), opera di un brillante ufficiale di Stato Maggiore, Tancredi Fogliani, testo specifico per la Scuola Militare.

Quindi la Russia, nella visione di De Gaulle, faceva parte dell’ Europa, ed in effetti questa appartenenza risale almeno a Pietro il Grande, che da giovane, aveva girato per l’Europa per studiarne costumi ed istituzioni e per conoscere le conquiste di carattere tecnico, e ad ingegneri ed artisti europei, specie italiani, affidò l’incarico di progettare e costruire la nuova grande capitale che da lui prese nome . E così i russi combatterono contro la Svezia, di Carlo XII, famoso generale, per fermarne l’espansione, e poi contro Napoleone, determinando l’inizio delle sue sconfitte, e dopo la sua caduta, presero parte quasi da protagonisti nel Congresso di Vienna, del 1814 e nella costituzione della “Santa Alleanza”.

In nome di questa, truppe russe, intervennero in, Ungheria, nel 1849, ribellatasi all’Impero Asburgico, per riconsegnarla a Francesco Giuseppe, e poi le guerre contro l’Impero Ottomano, che portarono alla nascita di Romania e Bulgaria, malgrado l’intermezzo della guerra di Crimea, e poi ancora l’intesa dei “tre imperatori”, con l’Impero Germanico ed Austro-Ungarico. Venne poi l’alleanza con la Francia e l’intervento nel 1914 a favore della piccola Serbia, slava ed ortodossa, stupidamente aggredita dall’Austria, e l’inizio della prima Guerra Mondiale.

In sostanza fino al 1917, la Russia Imperiale fece parte del “concerto” delle potenze europee, dove pure era entrato, non dimentichiamolo, anche il giovane Regno d’Italia. La frattura avvenne con la rivoluzione bolscevica, e con la nuova URSS, che voleva espandere l’idea comunista nel mondo per cui solo lo sciagurato attacco di Hitler, nel 1941, dopo l’effimero accordo Ribbentrop- Molotov, creò nuovamente una alleanza con la Gran Bretagna e gli USA, che consentirono all’Unione Sovietica di insediarsi nel mezzo dell’Europa con i suoi stati satelliti, fino alla caduta del “muro”, all’avvento di Gorbaciov e poi di Eltsin.

Che oggi la Russia, restituite alla indipendenza, magari malvolentieri, i tre piccoli stati baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, e la grande Ucraina, non sia una democrazia perfetta, ma quale è anche negli altri paesi perfetta, è abbastanza noto, ma il compito storico dell’Europa è di riportarla nel “concerto”, sia per il numero degli abitanti, sia per le sue potenzialità economiche (non dimentichiamo la Siberia), sia, infine, per essere un paese ancora abbastanza cristiano, anche se ortodosso, rispetto ad una Europa Occidentale, piuttosto scristianizzata, malgrado le sue indiscusse origini cristiane, e l’attività ecumenica e quasi missionaria dei più recenti Pontefici.

19 novembre 2016

 

 

 

Errori e pregiudizi di stampa e televisione alle prese con la campagna elettorale Clinton - Trump

di Salvatore Sfrecola

 

I giornali e le televisioni di casa nostra hanno dimostrato ancora una volta, nelle previsioni del voto riguardanti la campagna elettorale americana e nei commenti sui programmi dei due candidati, di essere guidati dall’ideologia alla quale si ispirano come uomini di cultura, avendo spesso dimenticato una regola fondamentale dell’informazione, quella di distinguere i fatti dalle opinioni. È accaduto più volte in passato. Clamoroso il caso dell’immagine che giornali e televisioni davano in Italia del personaggio Ronald Reagan, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, presentato come un attore di Hollywood di quarta fila, specializzato in polpettoni western, trascurando il fatto che lo stesso era stato, per due mandati, governatore dello Stato della California, uno dei più importanti di quel grande paese.

Confondendo la realtà con i loro desideri quei giornalisti persero un’occasione per dare una informazione corretta, liberi ovviamente di criticare la linea politica prospettata nella campagna elettorale, allora da Reagan, nei mesi scorsi da Trump. Invece hanno dato corpo alle aspettative della parte politica alla quale aderiscono o della linea dettata dal proprietario della testata.

Per la verità anche i sondaggisti hanno sbagliato, un po’ perché è obiettivamente difficile individuare in una fase nella quale le intenzioni di voto non sono sempre esattamente delineate, l’andamento del corpo elettorale, soprattutto in una realtà variegata come quella degli Stati Uniti d’America dove da stato a stato cambia profondamente la realtà sociale ed economica, il substrato antropologico condizionato dalla storia, dalle esperienze maturate nel lavoro, nel rapporto con le istituzioni, in particolare con il fisco. Così basandosi su campioni evidentemente non rappresentativi dell’universo da indagare, i sondaggi hanno dimostrato i loro limiti forse anche condizionati dagli interessi delle lobbyes contrapposte che pure erano evidenti nella campagna elettorale.

Ricordo che qualche settimana fa, trovandomi a parlare con un amico che conosce gli Stati Uniti ed ha molte amicizie in quel paese mi sentii dire, ad alcune mie osservazioni riguardanti l’andamento del confronto elettorale, che per avere una migliore rappresentazione della situazione effettiva avrei dovuto soffermarmi su alcune trasmissioni televisive di canali di Sky, da lui ritenuti più obiettivi. E in effetti, seguendo interviste televisive, rilevazioni degli umori dell’elettorato ed i commenti di vri opinionisti mi sono fatto presto la convinzione che questo maggiore appeal della Clinton, sulla quale in parte concordavo avendo assistito ad alcuni confronti dei due candidati che avevano mostrato un Trump troppo condizionato dalla impostazione polemica della Clinton, avrebbe portato la candidata democratica al successo.

Evidentemente, però, sfuggiva a me, e questo è poco importante, quello che, invece, colposamente è stato trascurato dai media, che il disagio sociale di larghi strati della popolazione è stato bene interpretato e capito dal candidato repubblicano il quale se ne è fatto portavoce con successo. Ed evidentemente la gente ha capito che quella presa di posizione, in un contesto più ampio di una proposta elettorale, era affidabile e meritevole di essere condivisa.

D’altra parte queste errate valutazioni degli orientamenti del corpo elettorale sono anche un’esperienza italiana, non solo dei giornalisti, ma anche dei politici, dacché si sentono spesso in televisione ripetere, da parte di esponenti del Partito Democratico, riferimenti al risultato delle elezioni europee che hanno dato a quella parte politica oltre il 40% dei voti, ritenuto realmente un indice dell’apprezzamento stabile degli italiani nei confronti della linea politica di Renzi, senza considerare che nelle elezioni europee gli italiani si sentono più liberi perché ritengono, sbagliando, che, tutto sommato, le scelte che si fanno in quella sede sono poco rilevanti per gli interessi della gente. E comunque che ha avuto il suo peso la probabile aspettativa del nuovo di fronte ad un leader appena insediatosi a Palazzo Chigi, tra l’altro presentatosi con una cospicua erogazione di denaro, gli € 80 erogati alla vigilia ad una ampia categoria di cittadini. Tutto questo ha prodotto quel risultato che non è stato possibile reiterare in occasione delle elezioni amministrative dove tradizionalmente il cittadino è più attento alle scelte che è chiamato a fare, perché consapevole degli effetti che personalmente si attende dagli amministratori locali nelle grandi come, soprattutto, nelle medie e piccole realtà che caratterizzano il tessuto urbano del nostro Paese.

Appare dunque evidente che sondaggisti ed opinionisti si trovano e ancor più si troveranno nei prossimi giorni in difficoltà per interpretare gli orientamenti dell’elettorato sia sulla riforma costituzionale che sul governo perché è inevitabile che nel segnare un SI o NO sulla scheda referendaria gli italiani giudicheranno se gli slogan che il Presidente del consiglio e il suo ministro delle riforme diffondono a piene mani ci prospettano effettivamente risparmi e semplificazione, avendo presente quel che il governo ha fatto in questi due anni e mezzo di vita e quello che sta facendo in vista dell’approvazione parlamentare della legge di bilancio. Quindi un giudizio complessivo sul governo e sulla persona del Presidente del consiglio che, sbagliando, con arroganza, si è intestato una riforma costituzionale che tradizionalmente è materia del Parlamento. Quindi anche la marcia indietro rispetto alla iniziale impostazione della riforma costituzionale come scelta pro o contro il presidente che, in caso di sconfitta, aveva preannunciato non solo l’abbandono del governo ma della politica, non servirà a modificare gli orientamenti del corpo elettorale in vista della data fatidica del 4 dicembre. E non è da escludere che l’esito delle elezioni americane, che hanno sovvertito i falsi pronostici portando al vertice degli Stati Uniti il miliardario eccentrico Donald Trump, che ha saputo interpretare meglio le esigenze della gente, possa guidare le scelte degli italiani che, come gli abitanti di oltre oceano, sentono forte il peso di una burocrazia oppressiva, di un fisco ingiusto che non favorisce i consumi e lo sviluppo del Paese, di una sanità che varia da regione a regione. Da ultimo mostrare a Bruxelles più i minuscoli che le ragioni della nostra economia non porta lontano, soprattutto perché nell’Unione europea come in Italia molti ricordano che il presidente Renzi, nel semestre nel quale ha esercitato le funzioni di presidente del Consiglio dei Ministri europeo è passato assolutamente inosservato per mancanza di idee e di capacità di attuare un dialogo costruttivo con gli altri partner europei.

12 novembre 2016

 

 

 

Riflessioni a margine delle elezioni USA

Nelle monarchie regine ed imperatrici

di Domenico Giglio

 

Le difficoltà incontrate dalla Clinton per l’elezione, poi mancata, a Presidente degli USA, invitano, ad una riflessione sui due grandi sistemi istituzionali esistenti, monarchico e repubblicano, e sul ruolo delle donne negli stessi particolarmente dove le monarchie erano più diffuse e cioè in Europa e nei paesi intorno al Mediterraneo a dimostrazione che le frasi stantie e pur diffuse sul progressismo delle repubbliche, sono semplicemente frasi atte a colpire gli uditori, senza valore storico.

Tralasciamo le regine mitiche, la cartaginese Didone e l’assira Semiramide, e passiamo alle già storiche Sofonisba, numida, Cleopatra, regina d’ Egitto e Zenobia, regina di Palmira, per poi andare alla bizantina imperatrice Teodora ed alla longobarda Teodolinda, tutte figure particolarmente importanti nella storia dei loro paesi e non semplici comparse.

Passiamo ad epoche più vicine troviamo la grande Elisabetta, regina d’Inghilterra, che ha dato il nome ad un’epoca “elisabettiana”, la contemporanea sfortunata Maria Stuarda, e sempre in Inghilterra, Anna Stuart, determinante nell’atto di unione con la Scozia del 1707, due regine di Francia, di origine italiana, Caterina e Maria dei Medici, anch’esse dotate di forte personalità e protagoniste della vita politiche del Regno, per poi andare in Russia dalle due imperatrici Caterina, la seconda detta “la Grande”, fra le quali si inserisce l’imperatrice Anna Ivanovna, tutte tese ad un’opera riformatrice dell’impero, come in Austria si adoperava Maria Teresa, con esiti che hanno contrassegnato e contraddistinto la successiva vita dell’impero austriaco. Arriviamo all’ottocento e sempre in Inghilterra, oramai Regno Unito, abbiamo Vittoria, anche imperatrice delle Indie, da cui l’epoca “vittoriana”, vera e propria “nonna d’Europa”, i cui nipoti sparsi in tutto il continente, non sono stati purtroppo alla sua altezza.

Dobbiamo aggiungere altro ? Le tre regine d’ Olanda, succedute l’una all’altra, per 123 anni, Guglielmina, Giuliana, Beatrice, ed alla attuale Elisabetta II, la cui durata del regno, non conosce limiti, e la regina di Danimarca, Margherita II, mentre la Svezia dopo la famosa regina Cristina, figlia di Gustavo Adolfo, donna colta e sovrana illuminata, convertitasi al cattolicesimo e venuta a stabilirsi a Roma, avrà nuovamente una regina dopo l’attuale sovrano, di cui è figlia. Questo in paesi sulla cui importanza nella storia d’Europa non credo ci sia bisogno di soffermarci, ma anche dove vigeva la “legge salica”, le regine pur non avendo responsabilità dirette di governo hanno contrassegnato la loro epoca, come è stato con Margherita di Savoia, prima regina del giovane Regno, “icona dell’Italia Unita”, splendida definizione dello storico Galasso.

11 novembre 2016

 

 

 

Quando negli USA una donna Presidente ?

di Domenico Giglio

 

Sembrava non esserci in queste elezioni dell’8 novembre 2016, occasione migliore perché una donna, la Hyllary Rhodam in Clinton, raggiungesse la Casa Bianca, dopo un cattolico, Kennedy, nel 1960 e un afro-americano, Obama, nel 2008. L’imponente schieramento a suo favore di tutta la stampa, degli “opinion leader”, di importanti reti televisive ed infine la strana figura del suo competitore, esponente di un grande e storico partito, il GOP, che, incredibile a dirsi, non si riconosceva in parte proprio nel suo candidato davano l’esito della partita più facile del previsto per la candidata democratica. Il tocco finale lo avevano dato le previsioni degli istituti specializzati ed a proposito di queste indagini, quando in una elezione vi è un partito od un candidato “demonizzato”, come nel caso Trump, non considerano che diversi intervistati non osano dichiararsi a favore di questi “indesiderabili” e preferiscono o l’astensione (ancora non ho deciso) o addirittura dichiarano di votare per i loro avversari. Così abbiamo avuto la sorpresa della sconfitta della Hillary ed a questo punto ci si pone la domanda iniziale: quando negli USA una donna presidente ?

L’attuale candidata sconfitta, tra quattro anni, avrà ancora i mezzi materiali ingentissimi di cui disponeva oggi e soprattutto le condizioni fisiche, di cui già adesso, vi erano stati segnali non favorevoli? Allora la candidata più probabile non potrà essere l’attuale consorte del presidente uscente, la Michelle Obama? Non dimentichiamo l’impegno messo dalla stessa, quest’anno, a favore della Clinton. Fossero le prove generali, l’apprendistato, l’allenamento per una propria futura candidatura? Se effettivamente lo fosse, il problema dei mezzi finanziari di cui la Clinton era dotata, potrebbe essere uno svantaggio iniziale, ma i mezzi finanziari si troverebbero, come già si trovarono per il marito nel 2008 e nel 2012 per cui in un partito democratico disastrato nel parlamento, minoritario nei Governatori degli Stati che costituiscono l’Unione, fermatasi la dinastia Bush, naufragata la dinastia Clinton non potrebbe iniziare una dinastia Obama? L’ età, della Michelle, anche tra quattro o più anni, sarà sempre inferiore a quella che oggi aveva la Clinton e questa possibile candidatura potrebbe rivelarsi l’ancora di salvezza.

Manzonianamente “ ..ai posteri l’ardua sentenza….”

10 novembre 2016

 

 

 

OBAMA : un finale poco dignitoso

di Domenico Giglio

 

Essersi sbracciato, in maniche di camicia, per appoggiare, lui Presidente degli Stati Uniti, una candidata alle elezioni presidenziali, sia pure del suo partito democratico, non ha giovato alla stessa candidata battuta dal candidato repubblicano, sia pure un po’ anomalo rispetto alle tradizioni del suo partito. La popolarità ed il giudizio favorevole su Obama, per il 50% degli americani, come dicono le rilevazioni statistiche, sulle quali dopo il clamoroso errore nelle previsioni per queste elezioni presidenziali, dovremmo avere notevoli riserve, non hanno minimamente influito anche sulle elezioni per il Congresso ed il Senato che rimangono a maggioranza repubblicana, per cui si è trattato di un fattore personale e familiare non trasmissibile al partito democratico di cui era espressione. Quello che però va rilevato da noi europei, dove ancora esistono le monarchie, o dove il loro ricordo è ancora vivo, è l’atteggiamento di un Capo dello Stato, quindi rappresentante di tutti i cittadini di quello stato, quali fossero le loro opinioni, che si schiera senza alcuno scrupolo costituzionale a favore di un candidato,, senza pensare che, anche quando fu eletto, la maggioranza avuta nel voto popolare era stata esigua, e che, all’indomani della elezione, aveva solennemente dichiarato che sarebbe stato il presidente di tutti.

Con questo atteggiamento invece parziale e fazioso, spesso con termini ed espressioni da comiziante, Obama, è venuto meno alla sua solenne promessa, scendendo nella considerazione di quanti ancora credono in valori di equanimità di un Capo dello Stato, al di sopra delle parti.

10 novembre 2016

 

 

 

4 novembre l’eclissi dell’identità nazionale

di Salvatore Sfrecola

 

Ho appena finito di leggere i giornali, non tutti ovviamente, ma quelli ai quali mi riferisco quotidianamente per conoscere le vicende della politica, dell’economia e della finanza e per ritrovare riflessioni sulla cultura, dalla storia alla letteratura, al cinema, al teatro. Su nessuno ho trovato riferimenti al 4 novembre 1918, data della conclusione delle operazioni militari della prima guerra mondiale. Ho letto, invece, molto dell’alluvione di Firenze di cinquant’anni fa. Un evento drammatico della storia civile che ricordo benissimo.

Quel giorno avevo programmato una visita a Firenze per incontrare degli amici. Mi stavo preparando tenendo, come di consueto, la radiolina sintonizzata sul giornale radio. Alle 6 le prime, drammatiche notizie. Ricordo ancora una frase: il Generale Centofanti, Comandante della Piazza di Firenze, ha disposto l’impiego dell’esercito per far fronte ai gravi problemi della Città allagata. Successivamente avrei partecipato, insieme ad altri studenti universitari, al recupero dei libri e dei fascicoli dell’archivio criminale di Firenze lavorando nella sede dell’Archivio centrale dello Stato all’Eur per contribuire ad asciugarli inserendo fra una pagina e l’altra fogli di carta vergatina in vista del successivo inoltro all’essiccatoio dove queste opere venivano trattate. Fu un’esperienza molto bella, e conservo ancora con orgoglio l’attestato, un impegno civile di giovani e meno giovani che dedicavano del tempo per questa opera di salvezza di beni del patrimonio storico il librario di Firenze ed Italia.

Il ricordo dell’alluvione è doveroso e fa onore ai giornali che gli ha dedicato pagine e pagine. Ma quel che ho notato è che l’occasione e la contestuale ricorrenza della data nella quale possiamo dire l’Italia si è effettivamente unita nei confini naturali che Dio le ha dato avrebbe dovuto suggerire un collegamento fra i due avvenimenti, unità politica e identità data dal patrimonio storico artistico del quale Firenze è una delle massime testimonianze.

Infatti, se il 4 novembre 1918 si è concluso con l’unità d’Italia il percorso del Risorgimento, un percorso assai più lungo di quello iniziato con la prima guerra di indipendenza (1848) avviato secoli addietro con il concorso di uomini d’ingegno, di cultura, politici e filosofi i quali avevano evocato l’esigenza di quella unità che già si rinveniva nelle parole del sommo poeta, nell’invettiva per le condizioni in cui versa l’Italia, “serva”, “di dolore ostello, / nave sanza nocchiere in gran tempesta, / non donna di provincie, ma bordello”. Un’invettiva diretta a tutti coloro, uomini di Chiesa e signori d’Italia, che ostacolavano l’autorità imperiale e non lasciavano “seder Cesare in la sella” (vd. Conv. IV ix 10 e Mon. III xv 9). Quell’idea di Italia che aveva affascinato il giovane imperatore Federico II, tedesco di stirpe ma immerso nella cultura mediterranea.

Questa disattenzione per le date della storia dimostrano la mancanza di consapevolezza della identità nazionale cioè di quel complesso di valori che la storia ci ha consegnato e che lungo i secoli hanno distinto e distinguono gli italiani da tutti gli altri popoli anche da quelli con i quali abbiamo fatto percorsi comuni. Una storia trimillenaria che nasce dalle colonie greche dell’Italia meridionale, si sviluppa sulle rive del Tevere per innervare tutta l’Italia e l’Europa con le istituzioni del diritto, con la cultura storica, filosofica, artistica per cui l’Italia si riconosce nelle sagome delle cattedrali, dei castelli, del declivio delle sue colline e dei suoi monti e vive nelle biblioteche e nei musei.

Firenze è una tappa di questa storia, così come le chiese della Valnerina, la cattedrale di Norcia, intestata a San Benedetto, patrono d’Europa. E se da una piccola città dell’Umbria Benedetto raggiunge l’Italia e l’Europa per divenirne il santo protettore, ebbene questi profili della storia civile e religiosa sono parti della identità nazionale e dovrebbero sviluppare un culto della Patria che solo gli sciocchi possono ritenere essere coltivato ad escludendum alios, per negare l’accoglienza e l’integrazione. Che era stato un valore nell’antica Roma, che accoglieva tutti, singoli e comunità, con l’obbligo della condivisione di due regole, il rispetto delle leggi di Roma e la consapevolezza della missione storica dell’Urbe.

Oggi spesso trascuriamo le nostre radici. A volte le rinneghiamo, come quando fu tolto dalla preghiera degli Alpini il riferimento alla civiltà cristiana o come oggi che è stata impedita una celebrazione religiosa a ricordo dei caduti della Grande Guerra in segno di rispetto, si dice, di soggetti provenienti da altri paesi che professano altre religioni. Non è una scelta felice. Chi viene in Italia deve rispettare le leggi e le tradizioni che non sono contro nessuno ma sono per noi. Questi comportamenti rifiutano la nostra storia agli occhi degli immigrati dei quali noi dobbiamo rispettare la cultura e la religione senza che per questo debba occultarsi la nostra identità. Per questo gli immigrati spesso si sentono a noi superiori, ci disprezzano, ritengono la loro cultura pura, incontaminata. È in questi sentimenti spesso la ragione della ribellione nei confronti dell’Occidente corrotto.

Si è scritto che c’è un risveglio del culto della Patria, identificato nelle bandiere tricolori che sventolano sui monumenti e sugli edifici pubblici. Lo si è dedotto dal suono e dal canto dell’inno di Mameli riportato in auge negli anni scorsi. Forse quel risveglio è stato percepito in occasione delle celebrazioni del 150º dell’unità d’Italia, attraverso i libri, le manifestazioni, le iniziative “miranti alla costruzione di una storia comune cementata da gioie e dolori, nostalgie e rimorsi, delusioni e speranze”. Sicché, a conclusione di queste parole, Emilio Gentile scrive che “l’Italia s’è desta”. Scriveva nel 2009  (La Grande Italia, Editori Laterza), ma a quell’entusiasmo sincero non è seguito un conseguente atteggiamento delle autorità e dei cittadini. Sicché il grido di allarme che Gian Enrico Rusconi aveva lanciato nel 1993, “se cessiamo di essere una nazione”, è ancora valido perché attraverso le contrade d’Italia giunga a muovere gli animi, per ricordare a tutti che un popolo che non è consapevole della propria identità non ha futuro. D’altra parte il governo, che pure vanta un premier che ha passeggiato nelle strade di Firenze, non appare consapevole della necessità di questo impegno, di galvanizzare gli animi perché la scuola e il lavoro offrano possibilità di una vita ricca di soddisfazione spirituali e materiali. Invece questo governo mette mano con una estrema improntitudine, dimostrando una non comune incapacità tecnica, alla Carta fondamentale dello Stato nella quale si identificano i valori della civiltà nazionale e le caratteristiche proprie del suo ordinamento e propone di sostituire una legge equilibrata, certamente meritevole di ritocchi anche significativi, con una sguaiata enunciazione di regole scopiazzate da altri ordinamenti e trasferite nel nostro in modo assolutamente inconsulto.

L’Italia ha una caratteristica che tutti i politici dovrebbero considerare. L’unità ha reso possibile la confluenza nell’unico corpo della Nazione di esperienze politiche, storiche e culturali diverse ma tutte preziose, dal Piemonte alla Puglia, dal Veneto alla Sicilia. Tutte sono gioielli inimitabili, ricchezza dell’intera Nazione. Se la politica non comprende questo, se la politica abbandona delle aree del Paese all’incuria, alla regressione economica e alla prepotenza criminale ebbene questa politica non è degna di un grande Paese e questi politici devono andare a casa definitivamente. Confondere la Costituzione con le esigenze della vita di tutti i giorni con i problemi che riguardano la giustizia lenta, l’amministrazione pubblica pesante e di impaccio per le persone e le imprese, il sistema tributario rapace, mentre dovrebbe essere lo strumento di elezione della politica economica e dello sviluppo, significa non avere capacità di governo. Se la scuola non riesce ad essere, come un tempo era, la fucina dei migliori cervelli italiani, come dimostra il fatto che i nostri studenti, i nostri laureati, i nostri tecnici ovunque all’estero hanno avuto grande successo, se la politica non capisce tutto questo è cattiva politica e va rimossa. Cominciando dall’occasione del 4 dicembre, dicendo NO ad una riforma che è un complimento definire pasticciata.

4 novembre 2016

 

 

La riforma “meglio di niente”

di Salvatore Sfrecola

 

Impegnati a far digerire agli italiani la riforma della Costituzione che, per loro stessa ammissione, “non è, né potrebbe essere, priva di difetti e discrasie”, anche se “non ci sono scelte gravemente sbagliate … o antidemocratiche”, come si legge nel documento del SI, fra i renziani si fa strada un concetto che viene ripetuto ossessivamente sui giornali e nelle trasmissioni televisive: “meglio questo che niente”. Con l’aggiunta che è “per iniziare”. Evidentemente ritengono che questo sia un argomento forte. Non lo è, solo a considerare che ci troviamo di fronte alla Costituzione, la legge fondamentale dello Stato che si scrive, si corregge e si integra quando, come ha scritto Enzo Cheli, costituzionalista, quando si è in presenza di una “necessità storica in grado di imporre e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le ragioni del mutamento. Né tale necessità può essere surrogata dalla presenza di motivi di opportunità, sia pure forti e pressanti, legati alle vicende della politica contingente”.

Non lo ha scritto in questi giorni ma in un libro del 2000 (“La riforma mancata”, Il Mulino editore) secondo il quale “è sempre mancata una seria riflessione sui fattori strutturali che hanno condotto alla Carta del 1948; sulle ragioni del suo (prevalente) successo e del suo (parziale) insuccesso… una lacuna che ha finito per rendere inadeguati e astratti i vari disegni di ingegneria istituzionale via via proposti”. Per Cheli la strada è quella della revisione costituzionale (e non dell’Assemblea costituente), il completamento della scelta maggioritaria, l’allineamento del quadro costituzionale interno al nuovo assetto europeo.

Non è, dunque, la strada della riforma Renzi-Boschi-Verdini, nella quale i motivi esposti attengono a materie sulle quali che spetta al legislatore ordinario intervenire, la giustizia, la pubblica amministrazione, il fisco, tutti nell’ottica di una politica economica che favorisca la crescita. Si è, così, scelta la strada di gettare fumo negli occhi degli italiani esasperati dall’incapacità di questo governo, come dimostra la crescita zero che persiste ad ogni rilevazione statistica nonostante ogni tentativo di ricercare nei dati qualche spiraglio di luce, quei più zero virgola che infiammano di tanto in tanto l’eloquio del Presidente del Consiglio. E così, in assenza di una “necessità storica”, da buon emulo di Berlusconi che alcuni anni fa si era inventato per qualche ora l’ostacolo dell’articolo 41 della Costituzione allo sviluppo dell’economia, Renzi attribuisce alla Costituzione ostacoli alla sua azione di governo che, invece, dovrebbe ricercare nella insufficienza delle idee e degli strumenti messi in campo fin da quando, spavaldo, enumerava in Senato le riforme che avrebbe fatto di mese in mese, facendo sorridere i più per la evidente impreparazione al ruolo, ma preoccupando quanti, proprio da queste improvvisazioni, hanno dedotto, vedendo poi conferma nei fatti, che alla testa del Partito Democratico e del Governo si è insediato un soggetto evidentemente eterodiretto. Che propone riforme volute e disegnate da organismi economici internazionali, quelli che vorrebbero avere in tutti i paesi un solo interlocutore malleabile al massimo.

E così si è arrivati, per bocca del Ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, ad affermare che la riforma costituzionale cambierà l’Europa, cosa evidentemente al di fuori del possibile effetto della normativa proposta e della stessa capacità di azione del premier del quale non si ricorda una qualsiasi iniziativa meritevole di considerazione nel semestre nel quale ha ricoperto il ruolo di Presidente del Consiglio dei ministri dell’Unione Europea.

1° novembre 2016

 

 

Pontificia Università Lateranense

Fondazione Etica ed Economia

 

24 ottobre 2016 ore 16,00

TAVOLA ROTONDA

 

LA CORRUZIONE IN ITALIA

 

PREVENZIONE E CONTRASTO

 

Aula Paolo VI – Pontificia Università Lateranense

Piazza San Giovanni in Laterano, 4 – Roma

 

Ore 16,00 Arrivo e registrazione

Ore 16,30 Saluto e introduzione,

S.E. Mons. Enrico Dal Covolo, Rettore Magnifico Pontificia Università Lateranense

Prof.  Arnaldo Acquarelli, Presidente Fondazione Etica ed Economia

 

Intervengono

 

On. Rosy Bindi, Presidente della Commissione parlamentare Antimafia

Prof.ssa Nicoletta Parisi, Consigliere dell’Autorità Nazionale Anticorruzione

Dott. Piercamillo Davigo, Presidente di Sezione della Corte Cassazione e Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati

Dott. Salvatore Sfrecola, Presidente dell’Associazione Italiana giuristi di Amministrazione, già Presidente di Sezione Corte dei conti

 

Conclusioni

Prof. Gianni Manzone, Pontificia Università Lateranense – Dottrina Sociale della Chiesa

 

Coordina

 

Prof. Gianpiero Gamaleri, Preside della Facoltà Scienze della Comunicazioni – Università Uninettuno

 

 

 

CIRCOLO DI CULTURA E DI EDUCAZIONE POLITICA “REX”

LXIX Ciclo di Conferenze 2016-2017

PRIMA PARTE

 

 

30 ottobre 2016

Sen. Prof. Dott. Domenico FISICHELLA

Il modello USA per l’unità d’Europa?

 

13 novembre 2016

Prof. Avv. Salvatore SFRECOLA

La Costituzione va riformata SI/ NO?

 

20 novembre 2016

Conte Vincenzo CAPASSO TORRE delle PASTENE

1914- 1918: Gli anni della Grande Guerra

 

27 novembre 2016

Prof. Pier Franco QUAGLIENI

Benedetto Croce: figlio del Risorgimento

 

Sala UNO nel cortile della Casa Salesiana San Giovanni Bosco

Via Marsala 42 (vicino Stazione Termini

N. B. Ingresso ore 10,15, inizio conferenza ore 10,30.

 

 

 

 

L’Albania ci insegna qualcosa

di Domenico Giglio

 

Se le antichità ellenistiche e romane, da Butrinto a Bylis ed Apollonia, i ricordi veneziani, le basiliche bizantine, ed anche alcune moschee sono motivo di attrazione per un turismo culturalmente qualificato, la visita a Tirana, del grande articolato Museo Storico Nazionale, situato nella grande piazza dedicata all’eroe nazionale della resistenza all’invasione ottomana, Giorgio Castriota, “Skanderberg”, museo che documenta la storia degli albanesi da periodi risalenti a diverse migliaia di anni avanti Cristo, fino ai nostri giorni merita una attenta visita. Ed in questa visita nella parte finale dalla proclamazione dell’indipendenza, nel 1912 ad oggi, una ampia sala è dedicata alla figura di Ahmet Zogu, prima capo del governo, poi presidente dal 1925 e poi Re dal 1928 al 1939, partendo dall’albero genealogico della famiglia Zogu fino ad Ahmet ed anche di quello iniziato da Zogu, come sovrano, con tutti i suoi discendenti, il che è particolarmente importante e significativo. Il tutto corredato da ampio materiale fotografico e da didascalie esplicative che spieghino ai giovani che numerosissimi visitano il Museo, la figura di questo capo dello stato.

E di questa rivalutazione della figura del Re è ulteriore testimonianza l’intitolazione di un importante arteria della capitale, il “Boulevard Zogu I” nonché l’edificazione di una statua del Re, al termine della strada, inaugurata recentemente

Piccola grande giovane Albania che cura ed onora la propria storia, lezione di civiltà per nazioni vecchie e stanche che invece dimenticano o peggio rinnegano la propria.

14 ottobre 2016

 

 

 

A proposito del torinese Dario Gallina

Gli industriali e il potere

di Salvatore Sfrecola

 

Dario Gallina, neo Presidente dell’Unione Industriale di Torino, appena insediatosi, si schiera. Con il potere, naturalmente, come il Presidente della Confindustria, Vincenzo Boccia, che non ha mancato di far sapere di essere favorevole alla riforma costituzionale, anche se quel che chiede a nome degli imprenditori, meno burocrazia, una giustizia più veloce, un fisco meno oppressivo, sono obiettivi da definire e perseguire attraverso leggi, regolamenti e direttive ministeriali.

Ma tant’è, non si può pretendere da persone impegnate negli affari di essere ostili al governo neppure quando, venendo meno ad una regola antica della democrazia costituzionale si intesta una riforma della Carta fondamentale dello Stato, la Costituzione di tutti che, in quanto tale, si richiede sia approvata a larga maggioranza se non all’unanimità, com’è avvenuto per la Costituzione vigente. Per non dire che questa riforma l’ha approvata un Parlamento eletto sulla base di una legge, il Porcellum, dichiarato incostituzionale con sentenza dalla Consulta n. 1 del 2014.

Gallina enuncia il giusto obiettivo dell’Unione “non lasciare indietro nessuno”, avendo come programma quello di “aumentare il numero dei soggetti attivi nei circuiti di produzione della ricchezza”.

Venendo, poi, a parlare del “passaggio delicato della riforma costituzionale sul quale Confindustria ha avuto il coraggio di assumere una posizione netta a sostegno del Sì, che noi condividiamo” auspica che tale riforma “possa consegnarci istituzioni più snelle ed efficienti, con migliori processi decisionali, che consentano un’effettiva governabilità”. Poi scende sulla terra delle cose concrete ed aggiunge che “la campagna e l’esito del referendum non devono però bloccare lo slancio riformatore del governo. L’esecutivo in carica è partito bene, ci attendiamo che la nuova Legge di Stabilità (che adesso si chiama “di bilancio”, essendo stata inglobata nel preventivo) non tradisca questo spirito riformatore e liberi nuove risorse economiche per lo sviluppo”. In questo modo il neopresidente degli industriali torinesi dimostra la validità delle tesi sostenute dai Comitati del NO già richiamate; le riforme non derivano dalla Costituzione ma dalle scelte che il Governo è capace di fare con leggi e decreti. Capacità sulla quale è lecito nutrire dubbi, conti alla mano, certificati dalla crescita zero, che relega l’Italia in fondo ai paesi industriali d’Europa.

In queste condizioni è certamente un azzardo quel che Gallina si attende dal Governo Renzi. Più prudente l’apertura di credito nei confronti del Sindaco Chiara Appendino ed alla sua proposta di “ridiscutere a livello comunitario le norme relative alla free tax area”. Gallina si rivolge anche al Presidente della Regione, Sergio Chiamparino, al quale ricorda che “la situazione debitoria non può essere utilizzata per giustificare inerzie e ritardi”.

10 ottobre 2016

 

 

 

Il Prof. Viroli e la Dinastia Savoia

di Salvatore Sfrecola

 

Sono da sempre un estimatore di Maurizio Viroli, Professor Emeritus of Politics della Princeton University, Professore di Comunicazione politica dell’Università della Svizzera Italiana e Professor of Government della University of Texas at Austin. Ho letto molti dei suoi libri e dei suoi interventi giornalistici nei quali richiama quei valori che nell’Italia repubblicana si sono, negli ultimi decenni, molto appannati. In molti miei interventi, da ultimo nel libro “La Costituzione va riformata? SI/NO”, richiamo sue riflessioni su temi morali e di etica pubblica. Per condividerli, come quelli espressi nell’aureo libretto sul quale spesso torno “L’Italia dei doveri”, edito da Rizzoli nel 2008.

Ieri, a Milano, alla Stazione Centrale, sbirciando tra le scansie de La Feltrinelli ho scorso un libro dal titolo che è difficile non ritenere tristemente appropriato all’attuale situazione politico-istituzionale “L’autunno della Repubblica”, edito da Laterza, appena giunto in libreria (prima edizione settembre 2016). Si articola in vari capitoli contenenti riflessioni varie, il più delle volte consegnate in articoli giornalistici, in particolare de La Stampa. Come mi accade spesso scorro l’indice e apro alla pagina con un titolo che immediatamente mi attira, a pagina 80, un articolo scritto per La Stampa il 23 luglio 2002 dal titolo “Savoia, rinunciate al trono”. L’ho letto velocemente rimanendo profondamente deluso, come mi capita quando nella mischia della politica compaiono argomentazioni “di pancia”, come si usa dire che mai immagineresti di leggere nella prosa di un politologo alle prese con la storia.

L’incipit è l’opinione del Professore Giuliano Amato, noto costituzionalista, all’epoca (siamo nel 2002) Presidente del Consiglio il quale si era detto favorevole “a dichiarare non più valida la XIII norma transitoria finale della Costituzione”, così riassume Viroli, “quella che impedisce agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale – previa una “dichiarazione di lealtà” dei Savoia nei confronti della Costituzione”.

Per il Professore non sufficiente, “perché sarebbero del tutto irrilevanti in merito al vero problema giuridico. La norma XIII, infatti, non colpisce i Savoia in quanto individui, come spesso si dice, ma come dinastia”. Il ragionamento giuridico che Viroli ci propone è quello che i Savoia “sono sanzionati in quanto si considerano ancora i legittimi eredi al trono d’Italia e i rappresentanti della dinastia Savoia”. Per cui suggerisce che “rinuncino con atto formale al loro diritto (o pretesa) di essere i legittimi eredi al trono d’Italia (come fece Otto d’Asburgo per il trono d’Austria) e diventeranno immediatamente dei semplici individui, e dunque la norma XIII non si applicherebbe più al loro caso”.

Seguono alcune considerazioni giuridiche anche con riferimento a pronunce del Parlamento Europeo che non hanno accolto petizioni della famiglia Savoia. Poi, spiega Viroli, “la ragion d’essere di quella norma non sta solo nel prevenire un pericolo (per la Repubblica, N.D.A.), ma nel sanzionare la dinastia (ripeto, non gli individui) Savoia per gli enormi mali che ha arrecato all’Italia (e infatti la medesima norma stabilisce anche il sequestro dei beni della famiglia reale)”.

Tra diritto e storia il professore si è incartato perso da sacro furore repubblicano, perché sollecita la rinuncia ad un diritto (o pretesa) al trono che all’evidenza potrebbe essere rivendicato solo ove fosse disponibile e non lo è in ragione dell’art. 139 secondo il quale la “forma repubblicana non può essere oggetto di riforma costituzionale”. Occorrerebbe, pertanto, una previa abrogazione di quell’articolo. A quel punto non ci sarebbe nessun problema, altro che quello della individuazione da parte del Parlamento di chi dovesse salire al trono.

Da ultimo non posso fare a meno di soffermarmi sulla sanzione della quale Viroli ritiene sia destinataria la dinastia “per gli enormi mali che ha arrecato all’Italia”. Nulla da dire dei suoi meriti? A questo proposito nei giorni scorsi è stato pubblicato un volumetto, edito dal Corriere della Sera nella Collana Grandangolo Le guerre nella storia, dedicato alle Guerre d’indipendenza in Italia, sulla cui copertina campeggia l’immagine di Vittorio Emanuele II. Nel risvolto una frase di Daniele Manin: “dico alla casa di Savoia fate l’Italia e sono con voi”. Anche con un po’ di conoscenze degli eventi di quello straordinario periodo storico che è stato il Risorgimento (il “miracolo del Risorgimento”, come ha scritto Domenico Fisichella nel titolo di un suo fortunato libro), è facile giungere alla conclusione che se non ci fosse stato la Casa Savoia e i suoi re l’Italia non si sarebbe fatta probabilmente per molti anni.

Vorrei dire al Professore Viroli che la polemica politica è sempre espressione delle idee che appassionano le menti. Si può essere repubblicani e ferocemente antimonarchici, ma l’obiettività è espressione d’intelligenza, come quella dimostrata da Piero Calamandrei, repubblicanissimo, che in piena Assemblea Costituente non si è peritato di fare i complimenti allo Statuito Albertino cui riconosceva chiarezza e sobrietà.

2 ottobre 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti - 11

La riduzione dei costi della politica? Non ci sono.

di Salvatore Sfrecola

 

Il risparmio è un altro pezzo forte della legge di revisione costituzionale, ampiamente propagandato fin dall’inizio della procedura legislativa ed oggi, in sede di campagna referendaria, quello dal quale ci si attende il più ampio consenso degli italiani da sempre ostili alla “casta che costa”. Per i fautori del SÌ “lo sforzo per ridurre o contenere alcuni costi della politica è significativo: 220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell’ente che rappresentano); un tetto all’indennità dei consiglieri regionali, parametrata a quello dei sindaci delle città grandi; il divieto per i consigli regionali di finanziare senza controlli i gruppi consiliari; e, senza che si debba aspettare la prossima legislatura, parimenti alle novità precedenti, la fusione degli uffici delle due Camere e il ruolo unico del loro personale. Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate (per esempio in materia di forma di governo: l’Italia rimane una repubblica parlamentare!) o antidemocratiche. A quanti, come noi, sono giustamente affezionati alla Carta del 1948, esprimiamo invece la convinzione che - intervenendo solo sulla parte organizzativa della Costituzione e rispettando ogni virgola della parte prima - la riforma potrà perseguire meglio quei principi che sono oramai patrimonio comune di tutti gli italiani. Si tratta ora però di raccogliere le sfide di una competizione europea e globale che richiede istituzioni più efficaci, più semplici, più stabili”.

Da parte governativa e del Partito Democratico si aggiunge che “il principale taglio dei costi non è tanto quello diretto, con la chiusura dell’inutile Cnel e la trasformazione Senato. Quello vero è indiretto, con la riduzione del conflitto Stato-regioni”. Negli ultimi 15 anni è stato incerto se una determinata materia fosse di competenza della legge statale o regionale. Tale confusione ha comportato costi molto rilevanti soprattutto dal punto di vista degli investimenti esteri, che così finivano con l’essere dissuasi. La vera risorsa allo sviluppo del Paese è rappresentata proprio dalla riduzione del conflitto tra lo Stato e le regioni.

Risparmi veri e consistenti? Vedremo che non è così, considerato anche che il testo della riforma “non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie”. In ogni caso quando si parla di istituzioni pubbliche ci si deve chiedere, in primo luogo, non quanto costano ma quanto rendono alla comunità in termini di utilità e di efficienza. È chiaro che i “riformatori” sostengono che un vantaggio c’è, che ad esempio la trasformazione del Senato (in origine si era parlato della sua abolizione) nell’ottica di chi l’ha proposta dovrebbe e assicurare al procedimento di formazione delle leggi maggiore celerità. In realtà, come abbiamo visto in un precedente articolo (18 agosto), non è vero. L’iter legislativo risulta farraginoso e non esclude la doppia lettura, quella alla quale è stata sempre addebitata ingiustamente (i numeri dicono il contrario) la lentezza nella produzione normativa (che risiede essenzialmente nella incertezza della politica).

In particolare la tesi della deflazione dei conflitti tra Stato e Regioni e tra Regioni in ragione del ritorno allo Stato di molte delle competenze già attribuite alle regioni ha una limitata consistenza, in considerazione dell’indirizzo dato dalla Consulta alla giurisprudenza in materia. Poi c’è da chiedersi se è un passo indietro rispetto alla riforma del 2001 quando l’Italia sembrava essersi incamminata verso il federalismo che avrebbe dovuto responsabilizzare gli amministratori nei confronti del cittadino-contribuente.

Nel 2001 ci furono indubbiamente aspettative esagerate sull’autonomia legislativa regionale, con elenchi un po’ troppo generosi. Questo eccesso di generosità era stato già ridimensionato dalla Corte Costituzionale. Ad esempio, la clausola di supremazia era stata creata dalla Consulta con la sentenza 303 del 2003. Contemporaneamente si dice che le regioni verrebbero responsabilizzate a livello nazionale “con il controllo del Senato”. Non è così.

Osserva Giuseppe Valditara, che ne la scritto su Logos (www.logos-rivista.it), nel suo impegno per il NO, a proposito dei presunti risparmi (il Presidente del Consiglio cominciò con indicarli ben in un miliardo) che, in primo luogo, la riforma mantiene 630 deputati contr i 435 degli Stati Uniti d’America, che hanno oltre 381 milioni di abitanti, a differenza della cosiddetta devolution respinta dal referendum confermativo nel 2006. Ma, soprattutto, la riforma, lasciando intatta la struttura del Senato, incide pochissimo sui costi, dal momento che, contrariamente a quanto si pensa, il vero costo del Senato è dato dal personale e dai servizi che non vengono minimamente ridotti. Tutto questo senza contare che i nuovi compiti di studio, controllo e valutazione, attribuiti al Senato necessiteranno da soli un incremento del personale.

Si dice poi che la riforma abolisce le province. Come ente previsto dalla Costituzione, va chiarito. Quegli enti, dei quali con legge ordinaria sono stati aboliti gli organi elettivi, come sanno i cittadini, avevano competenze importanti, dall’ambiente alla scuola, alla manutenzione delle strade. Ma soprattutto sono la storia culturale, politica, economica ambientale dei territori, una realtà autentica (Marco Minghetti, un politico illuminato ottimo conoscitore dell’Amministrazione, Ministro dell’interno nel 1862 propose di costituire consorzi di province per situazioni omogenee). Sarebbe stato meglio abolire le regioni, enti pressoché inutili, costosi e dannosi il cui bilancio è per la gran parte afferente alle spese del servizio sanitario, trasferite dallo Stato e di cui lo Stato riprende il controllo come si è appena visto. Ci si è chiesti, infatti, più volte che senso abbia un ente che gestisce in proprio poco più del 10 per cento del bilancio? Infatti non a caso Angelo Panebianco, un eminente politologo, schierato per il SÌ, scrive sul massimo quotidiano italiano che “La Riforma non è perfetta, ma i suoi nemici hanno torto” (Corriere della Sera del 10 maggio 2016), evocando quelli che, a suo giudizio, sarebbero i “molti interessi che alimentano la coalizione del no”, in primo luogo delle Regioni che perdono attribuzioni, vuol dire comunque che qualcosa di importante non va in una legge che modifica più di un terzo della Costituzione e della quale fin d’ora si ammette la necessità di successive modifiche, considerato che “la riforma presenta anche punti che avrebbero potuto essere meglio precisati o previsti”, come ha scritto Padre Occhetta, gesuita, su La Civiltà Cattolica.

Sempre a proposito di costi della politica non è vero che la riforma “mandi a casa un terzo dei politici”, essendo stati reintrodotti con legge ordinaria ben 24.000 fra consiglieri e assessori comunali, aboliti nella precedente legislatura: le giunte nei comuni fino a 5.000 abitanti; allargato quelle tra i 3001 e i 5.000 abitanti; ha aumentato i consiglieri comunali nei comuni fino a 10.000 abitanti. Come ha commentato l’Espresso del 27 marzo 2014: “Sui costi del sistema riformato il presidente Renzi ha promesso risparmi eclatanti. La Corte dei conti, che non tifa per nessuno, ipotizza invece che questi costi possano addirittura essere superiori agli attuali”.

Si è detto inizialmente, come già abbiamo fatto cenno, che la revisione costituzionale avrebbe comportato una riduzione della spesa (compresa la soppressione delle province) di circa un miliardo. In realtà risparmieremo più o meno 48 milioni di euro l’8,8% dei 540 milioni che, stando all’ultimo bilancio di previsione, il Senato spenderà nel 2016 per assicurare il suo funzionamento.

Le attuali indennità parlamentari che oggi pesano sul bilancio del Senato per 42 milioni 135 mila euro”.

Sottraendo i circa 14 milioni che rientrano nelle casse dello Stato sotto forma di Irpef  il risparmio netto ammonterà a circa 28 milioni di euro.

Poi ci sono altri 37 milioni 266 mila euro che Palazzo Madama attualmente sborsa per le spese sostenute dai senatori per lo svolgimento del mandato:

Diaria (13 milioni 600mila euro);  spese generali (6 milioni 400mila); dotazione di strumenti informatici (600mila);  l’esercizio del mandato (16 milioni 150mila);  ragioni di servizio (516mila).

Con la riduzione da 315 a 100 del numero dei senatori, il risparmio si assesterà intorno ai due terzi del totale.

In pratica si risparmieranno circa 25 milioni, ma anche in questo caso lordi dal momento che circa 5 rientrano attualmente all’erario attraverso il prelievo fiscale.

Un taglio netto di altri 20 milioni che sommati ai 28 milioni  delle indennità, portano il totale a 48 milioni di euro.

Chiudo con una riflessione sui costi del Prof. Valditara che ne ha scritto di recente su FaceBook: “Clamoroso: la riforma Renzi Boschi aumenta i costi della politica: il combinato disposto fra riforma costituzionale e legge elettorale porta un saldo netto negativo per il bilancio dello Stato. La legge elettorale prevede un inedito doppio turno. Il costo di un turno elettorale è di ben 300 milioni di euro. Il taglio dei senatori non arriva a 50 milioni di euro. Le province son state già eliminate dalla legge Del Rio. L’eliminazione del CNEL porterà un risparmio di circa 2 milioni di euro. Morale: se passa la riforma ci sarà rispetto ad oggi un aggravio sostanziale di almeno 50 milioni di euro”.

14 settembre 2016

 

 

Barak Obama il “medico”

di Domenico Giglio

 

In questo ultimo scorcio di presidenza Obama non si comporta più da Presidente di tutti gli statunitensi, ma da uomo di punta del Partito Democratico, impegnato a conservare al suo partito la presidenza degli USA affermando che farà tutto e di tutto per fare eleggere Hillary. Proprio in occasione del collasso che ha colpito la Clinton l’11 settembre, in occasione della cerimonia in ricordo dell’attacco terroristico alle “torri gemelle”, collasso pare dovuto ad una polmonite, Obama è uscito con la frase: “Hillary ha la forza per farcela”, dimostrando doti taumaturgiche in merito alla malattia che ha colpito la candidata democratica.

Essere a fianco di persona amica nelle avversità è bello e nobile, come è auspicabile, sempre come amico ad amico, augurare una pronta e completa guarigione, ma decidere in merito alle condizioni di salute, se non si ha una competenza specifica è solo una forma di propaganda elettorale, dal momento che negli Stati Uniti, da qualche decennio, da Reagan in poi, si presta, giustamente, molta attenzione alle condizioni di salute dei candidati alla presidenza.

Siamo dunque alla ormai consueta partigianeria dei presidenti, nelle repubbliche dove vige il criterio della elezione diretta del capo dello stato, e dove spesso l’elettorato si divide quasi a metà ,anche se negli USA si può obiettare che l’elezione del presidente avviene con i voti dei rappresentanti degli stati, questi sì eletti con voto popolare, per cui però può addirittura verificarsi che la maggioranza del voto degli elettori sia difforme dalla maggioranza del voto dei delegati, e l’eletto dovrebbe sentirsi ancora di più rappresentante di tutto il popolo. Ma di queste storture dei regimi repubblicani difficilmente si parla!

14 settembre 2016

 

 

Grave interferenza dell’Ambasciatore USA

John Phillips si schiera a favore della riforma costituzionale

di Salvatore Sfrecola

 

Sul fronte del SÌ, sempre più in difficoltà nei sondaggi, si schiera l’Ambasciatore americano in Italia, John Phillips, secondo il quale la vittoria del No “sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia”.

Intervenuto a un incontro sulle relazioni transatlantiche, organizzato a Roma dall’Istituto di studi americani, per l’Ambasciatore “quello che serve all’Italia è la stabilità e le riforme assicurano stabilità, per questo il referendum apre una speranza. Molti Ceo di grandi imprese Usa guardano con grande interesse al referendum. La vittoria del Sì sarebbe una speranza per l’Italia, mentre se vincesse il No sarebbe un passo indietro”.

Gravissima interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano, è stato fatto notare immediatamente, che certamente assicurerà nuove frecce all’arco di quanti sono contrari alla riforma targata Renzi-Boschi. Gli italiani sono allergici ad indicazioni che limitino la loro libertà ed a quanti dicono loro quel che devono o non devono fare, come ha dimostrato la reazione alla famosa indicazione di Craxi “andate al mare” nel giorno del referendum sulla legge elettorale e sul finanziamento dei partiti.

L’iniziativa, poco diplomatica, di un Ambasciatore al termine del suo mandato e probabilmente in uscita al cambio del Presidente USA, costituisce indubbiamente una gravissima interferenza nella vita politica interna di un paese amico, ma rivela anche una straordinaria ingenuità perché destinata a danneggiare chi all’evidenza intendeva supportare, il Presidente del Consiglio che andrà negli Stati Uniti il 18 ottobre, in occasione della cena di Stato offerta alla Casa Bianca dal Presidente Usa Barack Obama, e la sua maggioranza. La sua, infatti, è una tesi che facilmente si smonta.

Nessun fatto positivo per l’economia deriva o può derivare dalla riforma costituzionale. Gli investitori esteri – e l’Ambasciatore lo sa bene – hanno bisogno di certezza del diritto, di una amministrazione meno pesante e più trasparente (nella quale oggi le procedure lente e farraginose agevolano comportamenti corruttivi), di una giustizia civile e amministrativa più veloce che assicuri il rispetto delle regole fondamentali della concorrenza, di una lotta vera all’evasione fiscale, che altera le condizioni del mercato. Altro che di riforme costituzionali, uno strumento di distrazione di massa che serve a nascondere l’incapacità della classe politica di governo di risolvere i problemi del Paese. Come quando Berlusconi sostenne, per alcuni giorni, che l’art. 41 della Costituzione doveva essere modificato per favorire il rilancio dell’economia. Come questo fosse impedito da una norma che afferma che “l’iniziativa economica privata è libera” (comma 1), ma che “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana” (comma 2) nessuno, né allora né dopo ce lo ha spiegato.

L’intervento dell’Ambasciatore americano nella campagna referendaria si rivelerà presto un boomerang per chi lo ha sollecitato. Se non è stata una iniziativa personale diretta ad ingraziarsi il potere per dimostrare a Washington di essere gradito a Palazzo Chigi, ha scatenato le critiche tra i sostenitori del NO, in particolare del centrodestra. “Ricordiamo all’Ambasciatore americano Phillips l’art. 1 della nostra Costituzione: `la sovranità appartiene al popolo´... italiano”, ha scritto Renato Brunetta, capogruppo ForzaItalia alla Camera, intervenendo su Twitter. Ed ha sollecitato “una parola in merito da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e da parte del presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che fino a prova contraria è il premier di tutti gli italiani e che quindi ha il dovere di garantire, a livello internazionale, l'onorabilità e la libertà del Paese e dei loro cittadini”. Anche per Altero Matteoli, Senatore di FI, “Quella dell’ambasciatore Usa in Italia, più che un auspicio, è un’entrata a gamba tesa ingiustificata negli affari interni dell’Italia, eseguita su delega di un presidente alla fine del suo mandato. Peraltro è fondata su una valutazione errata della riforma costituzionale, che in realtà non produrrebbe, se approvata, gli effetti sperati dal diplomatico. Il bicameralismo, infatti, non si supera e i tempi legislativi rischiano addirittura di allungarsi, mentre si privilegia una presunta stabilità offendendo uno dei principi basilari della democrazia: la rappresentanza”.

Il Vice Presidente della Camera Di Maio, del Movimento 5 Stelle ha rincarato la dose definendo il premier Matteo Renzi “il più grande provocatore del popolo italiano, un presidente non eletto, senza alcuna legittimazione popolare, che sorride mentre le persone soffrono”. Ed ha aggiunto “Il referendum di ottobre, novembre o dicembre (ci faccia sapere la data, quando gli farà comodo) lui stesso lo sta facendo diventare un voto sul suo personaggio che ha occupato con arroganza la cosa pubblica, come ai tempi di Pinochet in Cile. E sappiamo come è finita. Noi continueremo a raccontare i pericoli della riforma costituzionale, il nostro obiettivo è salvare la Carta fondamentale del Paese dalle sue oscene modifiche. Questa non è una riforma, è un attentato alla democrazia”, ha concluso Di Maio.

Per la Presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, il rappresentante in Italia di un governo straniero, soprattutto se amico, “non può in alcun modo permettersi intromissioni di questo tipo nella politica interna. Renzi dimostri di non essere un inutile fantoccio e pretenda le scuse immediate e formali da parte degli Usa. Renzi viene pagato dagli italiani per difendere la sovranità nazionale, non per fare il lacchè di lobby e grande aziende”.

13 settembre 2016

 

 

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 10

Quali garanzie per gli organi di garanzia?

di Salvatore Sfrecola

 

“Il sistema delle garanzie – sostengono i fautori del SÌ - viene significativamente potenziato: il rilancio degli istituti di democrazia diretta, con l’iniziativa popolare delle leggi e il referendum abrogativo rafforzati, con l’introduzione di quello propositivo e d’indirizzo per la prima volta in Costituzione; il ricorso diretto alla Corte sulla legge elettorale, strumento che potrà essere utilizzato anche sulla nuova legge elettorale appena approvata; un quorum più alto per eleggere il Presidente della Repubblica. Del resto i contrappesi al binomio maggioranza-governo sono forti e solidi nel nostro paese: dal ruolo della magistratura, a quelli parimenti incisivi della Corte costituzionale e del capo dello Stato, a un mondo associativo attivo e dinamico, a un’informazione pluralista”.

È un passaggio delicato della legge di revisione costituzionale, oggetto di critiche perché, in uno alla riforma della legge elettorale, l’Italicum, i contrappesi, cioè quel sistema di check and balances come si usa dire che devono garantire l’equilibrio dei poteri, elemento essenziale del costituzionalismo, perdono certamente quella autorevolezza che deriva dall’essere necessariamente eletti con il più ampio concorso di forze politiche.

Osserva, al riguardo, Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale e autorevole studioso del diritto pubblico, che “il costituzionalismo nasce, in opposizione all’assolutismo, per sostenere la necessità di dotarsi di uno strumento – la Costituzione, appunto – che funga da limite al potere. Il costituzionalismo ritiene che il potere illimitato sia un male, perché potrebbe fare dei governati quel che vuole. Per questo si pone l’obiettivo di separare – attraverso norme sulla forma di governo – e di limitare . attraverso le norme sui diritti – il potere.

Ne Lo spirito delle leggi, Montesquieu scriveva:

chiunque abbia potere è portato ad abusarne; egli arriva fin dove non trova limiti [    ]. Perché non si possa abusare del potere occorre che […] il potere arresti il potere.

Come si sa, il titolare del massimo potere nel nostro ordinamento è il governo. Si capisce, allora, che è totalmente incompatibile con i principi del costituzionalismo che il titolare del potere assuma l’iniziativa di cambiare, secondo i suoi desideri, lo strumento che finge da limite al potere. In una caso del genere, si può dubitare che la Costituzione sia ancora un limite. Un limite è tale se è imposto dall’esterno, se è eteronomo. Se un soggetto si pone da sé i limiti alla propria azione, tali limiti non sono eteronomi, ma autonomi, cioè nella sua disponibilità. Il che vale a dire che non sono dei veri limiti.

Il governo che assume l’iniziativa di promuovere un ddl di revisione costituzionale si pone, dunque, al di fuori della logica del costituzionalismo” (G. Zagrebelsky, Loro diranno, noi diciamo, Laterza, Bari, 2016, 52).

Invece, in una Camera dominata dal partito di maggioranza che ha assicurati 340 seggi su 630 deputati (perché Renzi, che ha diminuito i senatori da 315 a 100 non ha ridotto anche i deputati? Si dice perché la riforma non sarebbe stata approvata), forte sarà la tentazione di decidere in solitario quando sarà di eleggere il Presidente della Repubblica, i Giudici costituzionali, i membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura. L’effetto è quello di una trasformazione della Repubblica da parlamentare in altra cosa non ben definita. Perché se diminuisce il ruolo del Parlamento che risulta di fatto subordinato al Governo, come ha spiegato Alfredo Grandi, Vice Presidente del Comitato per il NO, su Il Fatto Quotidiano del 20 agosto, a pagina 13) è evidente che le elezioni nelle quali non è richiesta più ampia maggioranza di quella del partito risultato vincitore alle elezioni daranno luogo a scelte mirate in direzione di personalità “di area” e fedeli. L’esempio dei giudici costituzionali, la più importante garanzia di una verifica della legittimità delle leggi a fronte dei principi e delle regole della Carta fondamentale, deve preoccupare. I Giudici sono 15. La maggioranza di essi (10) è scelta con criteri politici, i 5 eletti dalle Camere ed i 5 nominati dal Presidente della Repubblica che è eletto dalla maggioranza di governo.

Abbiamo perduto una certa consapevolezza dei valori dell’indipendenza dei giudici delle leggi. Indipendenza che è certamente, e in primo luogo, della persona ma che deriva anche dall’immagine che risulta dall’esperienza dell’eletto o del nominato. Un esempio. Giuliano Amato è senza dubbio un giurista di altissimo profilo, docente di diritto costituzionale, autore di pregevoli studi, ma è anche un politico a tutto tondo. È stato Presidente del Consiglio ed ha avuto altri importanti incarichi governativi, Ministro del tesoro, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. È un uomo di parte, illustre, ma uomo di parte. Se ne dimenticherà quando sarà chiamato a riferire nella Camera di consiglio della Corte costituzionale? Non dubito che giudichi con il massimo della serenità senza farsi influenzare da sue pregresse esperienze governative e partitiche. Ma agli occhi della gente è un uomo di parte. Infatti, intervistato sul tema della riforma costituzionale ha manifestato apprezzamento per la scelta del disegno Renzi – Boschi. Di più, a suo giudizio “rafforzerà l’esecutivo ma non indebolirà necessariamente il Parlamento. Infatti, la previsione di una Camera “verso la quale il Governo non può porre la questione di fiducia, non è detto che non costituisca un limite per il governo stesso”. Riesce difficile comprendere come.

Ha detto anche della modifica dei rapporti tra Stato e regioni. Le autonomie saranno rappresentate nel nuovo Senato in cui troveranno posto i consiglieri regionali e i sindaci delle principali città italiane. “Sono sempre stato favorevole ad avere nella legislazione nazionale il punto di vista delle regioni”, ha commentato Amato. Sulla nuova ripartizione di competenze – con molte materie che torneranno ad essere di potestà legislativa esclusiva dello Stato – l’ex premier ha fatto chiaramente intendere tutti i limiti del sistema attuale. Il problema principale – come si osserva da più parti – è l’elevatissimo contenzioso cui l’attuale distribuzione delle competenze ha dato luogo.

Insomma si è pronunciato su temi che potrebbero, ove la riforma costituzionale passasse al vaglio del referendum, entrare nel novero delle questioni rimesse all’esame della Consulta, magari perché riguardanti l’Italicum o la legge “elettorale” del nuovo Senato.

Un giudice costituzionale con rilevante esperienza o una forte connotazione politica urta contro la mia sensibilità democratica.

Tra le cose che i fautori del SÌ sottolineano a sostegno dell’apertura sui temi delle garanzie è l’aumento a 150.000 del numero di firme necessario alla presentazione di un progetto di iniziativa popolare con introduzione di “garanzie procedurali per assicurarne il successivo esame e l’effettiva decisione parlamentare”. Mi pare obiettivamente poco.

È stato abbassato il quorum per la validità del referendum abrogativo: se richiesto da almeno 800.000 firmatari il quorum è fissato alla maggioranza dei votanti alle elezioni politiche precedenti. Introdotto l’istituto del referendum propositivo e di indirizzo.

Gli strumenti di democrazia diretta non vengono favoriti: da un lato si prevede l’innalzamento del numero delle firme necessarie per poter presentare disegni di legge d’iniziativa popolare (e per promuovere un referendum, seppur compensato con un abbassamento del quorum per la validità del voto referendario), dall’altro si rinvia ai regolamenti parlamentari di stabilire le regole per la presa in esame  disegni di legge d’iniziativa popolare da parte delle Camere.

Viene enfatizzata la norma che riconosce ad un terzo dei senatori o ad un quarto dei deputati la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali prima della loro promulgazione. Ancora un pasticcio, perché è da chiedersi se la decisione della Corte costituzionale in questo esame preventivo esclude o meno un eventuale giudizio di costituzionalità sollevato incidenter tantum da un giudice nel corso di un processo. Probabilmente l’intento è quello di escludere un giudizio di costituzionalità, come quello, per intenderci, che ha messo fuori legge il Porcellum e ha all’esame l’Italicum.

13 settembre 2016

 

 

 

Terremoto: i danni della natura e quelli dell’uomo

di Salvatore Sfrecola

 

“Il sisma non uccide, uccidono le opere dell’uomo”. Le parole del Vescovo di Rieti, Monsignor Domenico Pompili, pronunciate ad Amatrice, nel corso dell’omelia per i funerali delle vittime del terremoto, scolpiscono, senza mezzi termini, quel che pensa la gente alla quale i giornali forniscono quotidianamente nuovi elementi di indignazione e di preoccupazione. Articoli e commenti, interventi di esperti dimostrano che ad Amatrice, come ad Accumuli ed ad Arquata del Tronto la furia della natura ha avuto buon gioco su abitazioni e immobili pubblici non a norma, restaurati o ristrutturati senza l’integrale rispetto delle norme antisismiche, mentre si va delineando un vasto ventaglio di responsabilità pubbliche e private per assenza di controlli sulle opere realizzate, per mancata utilizzazione di fondi disponibili, compresi quelli per la mappatura dei territori, che avrebbero consentito di conoscere dove è necessario intervenire. Anche il Presidente del Senato, Pietro Grasso, è andato giù duro: “se cadono i palazzi pubblici è perché ignoriamo le regole”, che sono quelle dettate dal potere pubblico. Ma a cadere sono stati anche immobili privati, oggetto di interventi di risanamento e di consolidamento evidentemente inadeguati, non conformi alle regole che l’autorità pubblica avrebbe dovuto far rispettare. Insomma un panorama che non si discosta da quelli che erano stati constatati in altre realtà dove la natura, fosse il terremoto, come all’Aquila, o la furia delle acque, come a Genova o in Sardegna, non ha trovato ostacoli nell’azione dell’uomo, a tutela del territorio e degli immobili, nell’esercizio delle funzioni pubbliche commesse, in vario modo, allo Stato alle regioni e agli enti locali.

E c’è stato chi diligentemente, come Gian Antonio Stella, da sempre puntuale nella analisi di inefficienze, disfunzioni e sprechi di risorse pubbliche (Corriere della Sera del 27 agosto) è tornato indietro nel tempo, per dimostrare che l’autorità pubblica anche in tempi precedenti all’unità d’Italia, si era data carico di indicazioni con la prescrizione di norme tecniche obbligatorie per prevenire o riparare o ricostruire immobili pubblici e privati nei luoghi colpiti da calamità naturali. Se ne occuparono i regnanti delle due Sicilie e se ne è occupato lo Stato nazionale con il regio decreto 18 aprile 1909, n. 193, “portante norme tecniche ed igieniche obbligatorie per le riparazioni ricostruzioni e nuove costruzioni degli edifici pubblici e privati nei luoghi colpiti dal terremoto del 28 dicembre 1908 e da altri precedenti elencati nel regio decreto 15 aprile 1909 e ne designa i comuni”. Su proposta del Presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, e del ministro dei lavori pubblici, Pietro Bertolini, il provvedimento prende lo spunto dagli eventi tragici del dicembre del 1908, quando Reggio Calabria e Messina furono devastate da un terremoto di magnitudo 7.10, associato ad un maremoto, quello che oggi siamo abituati a chiamare di tsunami, che causò oltre 100 mila vittime e danni ingentissimi al tessuto urbano, specialmente della città siciliana, completamente distrutto. Anche in quel caso, straordinario fu l’impegno del governo e degli italiani intervenuti ad alleviare le sofferenze di quelle popolazioni con in testa il Re Vittorio Emanuele e la Regina Elena, che a lungo hanno seguito sul posto le opere di soccorso. Pronto anche l’aiuto di alcune potenze straniere, in particolare dello Zar di Russia, Nicola II, alla cui Corte era cresciuta Elena del Montenegro, che fece intervenire unità della flotta, rimaste a lungo alla fonda, accanto alle navi della nostra marina militare, per assistere i feriti e far fronte alle persone che avevano perduto tutti i loro averi.

Come si evince dalle premesse al decreto, il governo aveva prontamente istituito, nel gennaio del 1909, una Commissione consultiva con l’incarico di studiare le norme tecniche ed igieniche obbligatorie per le riparazioni, ricostruzioni e nuove costruzioni degli edifici pubblici e privati dei comuni colpiti dal terremoto o da altri precedenti. Appare evidente l’intento del governo di dettare una disciplina adeguata, non solo a far fronte all’emergenza di quel momento ed alle altre precedenti, ma anche per le nuove costruzioni, oltre che per le riparazioni e la messa in sicurezza di quelle danneggiate. È una corretta impostazione che, sulla base dell’esperienza di una grande tragedia, ha inteso affrontare il problema del rischio sismico diffuso nel nostro Paese un po’ lungo tutta la dorsale appenninica. Cioè è immaginata una normativa diretta a prevenire nuovi disastri, perché, come ha detto Monsignor Pompili in un altro passo della sua omelia, “l’uomo è più colpevole del terremoto”.

La lettura del decreto è estremamente istruttiva perché all’art. 1 vieta la costruzione di edifici su terreni paludosi, franosi, o atti a scoscendere, e sul confine tra terreni di natura od andamento diverso, o sopra un suolo a forte pendio, salvo quando si tratti di roccia compatta. Nei successivi articoli il decreto stabilisce regole sull’altezza dei nuovi edifici, prevedendo che un numero superiore di piani sia consentito solo a seguito del parere favorevole del Consiglio superiore dei lavori pubblici con relativo progetto tecnico, quando gli edifici siano isolati e abbiano all’intorno un’area libera di larghezza non inferiore a quella prescritta. Infatti abbiamo visto dalle immagini del terremoto del 24 agosto strade urbane completamente occluse dalle macerie delle case crollate, con difficoltà per i soccorritori che non riescono facilmente a raggiungere le persone intrappolate sotto i muri crollati. Ugualmente sono date prescrizioni in ordine alle fondazioni, con richiamo alle “migliori regole d’arte, con buoni materiali e con accurata mano d’opera”. Si prescrive anche che, al di sopra del piano di gronda, non si possono eseguire opere murarie di alcuna specie salvo i muri di timpano eseguiti con materiale di riempimento assai leggero, mentre i parapetti dei terrazzi superiori al piano di gronda debbono essere di legno, di ferro o di cemento armato. Si richiede un’ossatura di nervature di legno, di ferro, di cemento armato o di muratura armata capaci di resistere contemporaneamente a sollecitazione in compressione, trazione e taglio.

Qualche frase delle disposizioni del decreto per dire come non si sia trascurato nulla. Quel che riceviamo dal decreto è, dunque, un complesso di regole ben prima che, in questi giorni, esperti vari, ingegneri, architetti, geologi ne suggerissero l’adozione sui giornali e in televisione, quasi si debbano ricercare nuove disposizioni che, invece, ci sono, dettagliate, molto precise e molto chiare, come un tempo si facevano le leggi, senza quel guazzabuglio di rinvii alle leggi e regolamenti e decreti vari, deroghe nelle quali si inserisce il malaffare perché, come insegna l’esperienza, il ricorso a semplificazioni forzate, astrattamente giustificate dalla astrusità di molte norme, è sempre occasione di comportamenti illeciti nella gestione e nei controlli. Questi, in particolare, dovrebbero rappresentare la cartina di tornasole di una amministrazione efficiente dove i collaudi costituiscono una attestazione professionalmente qualificata della corrispondenza di un’opera alle prescrizioni contrattuali e alle regole dell’arte. Va aggiunto che non si tratta di ruberie sulle rifiniture sulle piastrelle del pavimento o su materiali utilizzati per rivestire scale o androni. Emergono gravi errori progettuali, l’uso di materiali scadenti o inadatti, interventi sulle strutture portanti delle opere che non hanno resistito all’onda sismica, provocando un numero notevole di vittime tra morti e feriti, alcuni dei quali gravi.

Non è accettabile. In un Paese nel quale le regole come scrive ancora Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera del 31 agosto sono tante, in una “palude di regole e regolette”, quel che è accaduto non sembra riguardare complessi problemi interpretativi perché emergono dai racconti e dalle evidenze gravi, ripetuti inadempimenti. Valga per tutti il caso della chiesetta inaugurata lunedì 22 agosto, a seguito di interventi di ristrutturazione e di adeguamento antisismico, e sbriciolatasi letteralmente nella notte di mercoledì 24, alle 3,36, alla prima scossa. Anche per la scuola di Amatrice si sente dire che il Comune avrebbe dato via libera all’utilizzazione dell’immobile in carenza di un intervento di adeguamento nei termini dovuti, eppure pubblicizzato all’atto della sua inaugurazione.

Naturalmente sono tutte circostanze da verificare. Ciò che sta facendo la magistratura. Le Procure di Rieti e di Ascoli Piceno hanno affidato alla polizia giudiziaria gli occorrenti accertamenti e le necessarie acquisizioni documentali.

Quel che compare, come in altri settori del nostro Stato, è una assoluta incapacità di dettare regole chiare, come quelle del 1909 che probabilmente sono state abrogate, magari implicitamente, per far posto a nuova regolamentazione confusa e inadeguata, come dimostra la vicenda del Codice degli appalti che, appena pubblicato, ha richiesto decine di correzioni, pietosamente definite “errata corrige”. A questo si aggiunge la incapacità di far rispettare le regole, di svolgere adeguati controlli amministrativi e tecnici sia in fase di programmazione degli interventi che in quella successiva della realizzazione delle opere. Controlli e responsabilità ben delineati dal decreto del 1909 che, oltre a prevedere sanzioni pecuniarie, compreso l’arresto, pena alla quale “soggiace, oltre il committente, anche il direttore, l’appaltatore o assuntore dei lavori, ai quali può inoltre essere inflitta la sospensione dell’esercizio della professione o dell’arte” (art. 39), stabilisce che (art. 44) “ogni elettore amministrativo ha diritto di richiedere, anche in giudizio, limitatamente al territorio del Comune nelle cui liste trovasi inscritto, che vengano eseguite le disposizioni contenute nelle presenti norme”. Infine è certamente importante che quella normativa abbia previsto (art. 46) che “i sindaci, gli ufficiali del genio civile, gl’ingegneri degli uffici tecnici provinciali e comunali, gli agenti della forza pubblica, le guardie doganali e forestali, e in genere tutti gli agenti giurati a servizio dello Stato, delle Provincie e dei Comuni, sono incaricati di vigilare per la esecuzione delle disposizioni contenute nelle presenti norme”.

Di fronte a questa endemica incapacità di gestire l’ordinaria amministrazione, perché di questo si tratta, ha un tragico spazio l’emergenza che dovrebbe per definizione essere un fatto eccezionale ma che diventa ordinario perché solo nell’emergenza si riescono a utilizzare i fondi ed ad accelerare le pratiche burocratiche con l’effetto, che si è verificato più volte, che questa situazione dia spazio agli illeciti, alle speculazioni ed a tutte quelle attività che vengono realizzate in deroga alle leggi sugli appalti e sui controlli, con costi che lievitano enormemente, come insegna l’esperienza delle precedenti catastrofi naturali nelle quali, la necessità di provvedere ha spesso indotto l’autorità pubblica ad acquisti a prezzi esorbitanti perché il privato imprenditore denunciava mancanza di beni, difficoltà di reperirli, con inevitabile aumento dei costi. È accaduto sempre e sembra difficile che si possa, non dico eliminare, ma contenere questa situazione nella quale, come vampiri e sciacalli si gettano imprenditori e amministratori alla ricerca di vantaggi palesemente illeciti e indebiti. Non a caso, ha detto il Procuratore Antimafia, Franco Roberti, “il rischio è nella massima urgenza” quando la guardia si abbassa ed è più facile che la criminalità organizzata si infiltri nelle procedure.

È possibile nutrire fiducia oggi, di fronte all’emergenza del terremoto della 24 agosto? Vorremmo fosse possibile, desideriamo fortemente che sia possibile ma è evidente che un cambio di passo, tanto per usare un’espressione in voga a Palazzo Chigi e dintorni, non è facilmente immaginabile. E soprattutto appare arduo ritenere che il progetto, delineato con una felice espressione “casa Italia”, di una presa di coscienza della grave situazione dell’intero patrimonio immobiliare italiano possa, in relazione alle rilevanti occorrenze finanziarie, decollare veramente e proseguire nel tempo dando luogo ad una attività di prevenzione e di messa in sicurezza delle costruzioni esistenti e di quelle da realizzare, attività che costituirebbe un grande investimento nazionale, capace di creare ricchezza e posti di lavoro secondo quelle regole che sono state indicate dagli economisti della scuola inglese di Keynes che individuano in un grande impegno finanziario che coinvolga il pubblico e il privato, un elemento indispensabile per il rilancio dell’economia.

E torna in mente, a venti anni dalla sua scomparsa, la lezione (inascoltata) di Antonio Cederna che denunciava “il cronico rifiuto di ogni programmazione e interventi preventivi” per limitare i danni dei terremoti e per evitare gli effetti delle alluvioni a seguito dello sconvolgimento del regime dei fiumi e “contro l’agguerrito schieramento di coloro che considerano il territorio nazionale (e i suoi comprensori illustri) come semplice area fabbricabile da lottizzare, cementificare, asfaltare e privatizzare”.

1 settembre 2016

 

 

 

Rottamo, non rottamo, rottamo ma non troppo

I magistrati e la margherita di Renzi

di Salvatore Sfrecola

 

Tutto inizia con il decreto-legge numero 90 del 2014 nel quale il Presidente del consiglio, sotto una rubrica accattivante che parla di “ricambio generazionale”, ha previsto la soppressione delle norme che consentivano il trattenimento in servizio di coloro che avessero superato il limite di età. Si tratta di una norma antica che, in relazione al limite di età previsto per i magistrati, prima ha previsto il trattenimento in servizio fino a 72 anni e successivamente al compimento del 75º anno di età. Per i funzionari dello Stato il trattenimento era previsto per due anni, quindi da 65 a 67.

È stato fatto osservare in quei giorni al Presidente del consiglio ed al Ministro della giustizia che questa norma avrebbe falcidiato immediatamente i vertici dei Tribunali delle Corti d’appello e delle Procure generali e posizioni similari al Consiglio di Stato ed alla Corte dei conti. Naturalmente la norma era ben vista da coloro che seguivano in ruolo le persone che avrebbero perduto il posto di funzione. Abilissimo, dunque, Matteo Renzi a giocare su questa rivalità per dividere diversamente interessati anche all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati.

Poi si è reso conto o gli hanno fatto capire, considerata la sua scarsa esperienza, che l’abolizione immediata dell’istituto del trattenimento in servizio avrebbe causato danni agli uffici giudiziari. Così, dopo aver in un primo tempo fissato al 31 ottobre 2014 l’applicazione della norma l’ha rinviata al 31 dicembre 2015. Successivamente, soltanto per la Corte dei conti, ha previsto una ulteriore proroga al 30 giugno 2016 sulla quale molti hanno malignato, considerato che il presidente al momento in carica sarebbe stato in ogni caso collocato in pensione ai primi di luglio.

Adesso si parla con insistenza di una ulteriore proroga e della determinazione al 72º anno di età, a regime, del termine del pensionamento.

Renzi, dunque, sfoglia i petali della margherita, rottamo, non rottamo, rottamo forse, dimostrando ancora scarsa conoscenza della situazione degli uffici giudiziari nei quali il carico di lavoro è spesso determinato da fattori estranei all’impegno professionale dei magistrati, che tra l’altro denunciano la più alta produttività accertata dall’osservatorio europeo sulla giustizia, quali le norme processuali della mancanza di personale di cancelleria e gli archivio.

Questa vicenda, dunque, in qualche modo si conclude. Rimane l’immagine di un Presidente del consiglio avventato, che si impegna in una vicenda che all’evidenza non conosce e che molto probabilmente gli è stata suggerita, sulla quale si intestardisce e che propone all’opinione pubblica come una soluzione diretta al ricambio generazionale, scelta anche condivisibile purché fosse stata disciplinata in modo adeguato all’esigenza, graduando le uscite e gli ingressi. Perché, se è evidente che il ricambio generazionale non si può fare contestualmente, uno esce e l’altro entra, considerati anche i tempi necessariamente non brevi delle procedure concorsuali, va sempre ricordato che l’operazione presta il fianco a critiche e in particolare al sospetto che essa sia stata immaginata per alcune persone scomode da togliere da alcuni uffici.

Concludendo, vorrei ricordare ai nostri attenti lettori che il tema della giustizia è troppo serio e complesso per essere affidato ad iniziative estemporanee ed avventate. E non sia considerata una presa di posizione preconcetta, perché il Presidente del consiglio ha dimostrato di non conoscere la materia quando ha insistito nel voler modificare la disciplina delle ferie dei magistrati facendo intendere ai cittadini che fossero superiori a quelle degli altri dipendenti pubblici e che giudici e pubblici ministeri fossero imputabili di scarso rendimento. Invece era chiaro che, per i magistrati addetti agli uffici giudiziari, erano di 15 giorni superiori a quelle riservate ai colleghi del ministero della giustizia (30 giorni) allo scopo di consentire ai giudici di redigere le sentenze e le ordinanze relative alle ultime udienze tenute prima delle ferie. Essendo evidentemente illogico e ingiusto pretendere che un giudice debba scrivere sentenze mentre è in vacanza.

Un’improvvisazione inaccettabile ovunque nel mondo.

26 agosto 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 9

Il neocentralismo e la mortificazione delle regioni

di Salvatore Sfrecola

 

Premetto che sono fortemente ostile all’istituto regionale in quanto considero quegli enti inutili e costosi. Avrei, dunque, abolito le regioni e seguito una indicazione del 1862 del Ministero dell’interno Marco Minghetti che propose la costituzione di “consorzi di province”, enti più vicini alla gente, espressione della cultura, dell’economia e dell’ambiente delle comunità dislocate su territori omogenei quanto meno sotto il profilo storico. Invece sono state soppresse le province.

Rimaste le regioni nondimeno va convenuto con il Comitato per il NO al referendum costituzionale che la riforma sostituisce nei rapporti Stato-regioni al pluralismo e alla sussidiarietà un esasperato centralismo destinato inevitabilmente a conflitti e, quindi, inefficienze. La stessa riforma del Titolo V della Costituzione, così come riscritta, tornando ad accentrare materie che, nel riordino effettuato nel 2001, erano state assegnate alle Regioni, matura l’eccesso opposto, ovvero un centralismo che non è funzionale all’efficienza complessiva del sistema (Ritorno al centralismo, La Repubblica, 16 maggio 2016, 9). Aumenterà la spesa statale, e quella regionale e locale, specie per il personale, non diminuirà. Colpiti, dunque, il pluralismo istituzionale e la sussidiarietà espressione della partecipazione dei cittadini all’attività pubblica, un retaggio della dottrina sociale della Chiesa, recepita nei Trattati dell’Unione europea e trasfusi nella Costituzione vigente all’art. 118.

Non basta, infatti, l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio poteva perseguirsi con scelte diverse. Né basta l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, che è clamorosamente smentito dal farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che non valorizza per nulla il principio di responsabilità e determina solo un inefficiente e costoso neo-centralismo.

Intanto, come ha ricordato Roberta Calvano, ricercatore di Diritto costituzionale nell’Università di Roma, il fitto contenzioso nato all’indomani della riforma del 2001 a causa della previsione di competenze concorrenti fra stato e regioni è stato in gran parte superato dalla giurisprudenza della Corte costituzionale che, cito alla lettera, ha determinato un “assestamento che rendeva il sistema dei rapporti tra centro e periferia abbastanza stabile”. Semmai sono proprio le equivoche formulazioni utilizzate nella Renzi-Boschi che genereranno nuovo contenzioso. È d’altro canto ora di fare chiarezza: non tutte le regioni hanno governato male e per quanto riguarda molte regioni del Nord, ma anche del Centro, l’efficienza dei loro governi è senz’altro superiore a quella dello stato centrale. G. Valditara, Le ragioni del NO, cit.. Merita particolare attenzione in ordine alla gestione delle risorse da parte degli apparati regionali le ricerche citate nel testo, in particolare quella di Unimpresa, che ha rilevato come negli ultimi due anni il debito di comuni e regioni italiani sia calato di 15 miliardi, mentre quello delle amministrazioni centrali è salito di quasi 100 miliardi, a seguito dell’aumento delle spese, cresciute del 4%: il rosso degli enti locali è dunque diminuito del 14% mentre il debito delle amministrazioni centrali è salito del 5%, e quella di Scenari Economici oltre alle relazioni della Corte dei conti in tema di costi del personale.

Non è dunque un riaccentramento di competenze la strada corretta per una riduzione della spesa pubblica, ma l’attuazione di un sistema che responsabilizzi i territori premiando quelli virtuosi. Si favoleggiava anni addietro di federalismo fiscale perché i cittadini fossero vicini al decisore politico e ne controllassero le scelte in regime di risorse disponibili che, essendo sempre meno, esigono comportamenti virtuosi. Questo è il punto vero della questione italiana: ognuno deve essere responsabile di come usa le risorse pubbliche e i trasferimenti per esigenze di solidarietà e coesione nazionale devono essere finalizzati e vincolati per esigenze reali, concrete, trasparenti e quindi verificabili e verificate nella massima trasparenza.

La riforma, invece, trasforma le regioni in super province. Si mantengono intatti i loro costi e le loro burocrazie, ma si riducono grandemente le loro competenze, centralizzando anche materie di dettaglio come mai si è fatto in 70 anni di storia repubblicana. Tutto ripasserà dunque dai ministeri, creando peraltro alcune potenziali sovrapposizioni di ruoli fra stato e regioni. La riforma dà inoltre al governo e alla sua maggioranza parlamentare il potere di intervenire anche nelle residue competenze delle regioni laddove lo richiedano la “tutela dell’unità giuridica ed economica della repubblica” e “l’interesse nazionale”. Ciò non solo rischia di realizzare un centralismo mai visto prima, ma, siccome la definizione di “interesse nazionale” e di tutela delle esigenze unitarie non può essere discrezionalmente stabilita una volta per tutte dal governo (ché altrimenti sarebbe un grave vulnus alla democrazia), trattandosi di un concetto talmente fumoso “da autorizzare qualunque governo a immischiarsi in qualsiasi materia che anche la legge di revisione lascia ancora in mano alle Regioni” (M. Travaglio – S. Truzzi, Perché votare NO), è certo che si scatenerà un nuovo contenzioso dinanzi alla Corte costituzionale. Come, del resto ha scritto Valerio Onida constatando come l’autonomia legislativa delle Regioni venga praticamente ridotta a zero, senza nemmeno il beneficio di una maggiore chiarezza nel riparto di competenze. Si pensi, a questo riguardo, all’oscurità insita in norme come quelle che riservano alla competenza “esclusiva” dello Stato materie tipicamente regionali, quali il governo del territorio, ma limitandola al compito di dettare “disposizioni generali e comuni”. Che vuol dire “disposizioni generali e comuni”, al di là dell’ovvietà per cui le norme legislative sono “generali e astratte”, non contengono provvedimenti concreti e “valgono in tutto il territorio nazionale”, si è chiesto Valditara?

Senza contare i problemi che potranno determinarsi nel settore della sanità. Alle regioni spetteranno solo compiti di organizzazione dei servizi sanitari entro le norme generali e comuni fissate dallo Stato, che esse dovranno rispettare ed attuare. Se tutto questo si accompagna alla riforma Madia, che attribuisce al ministro la nomina dei vertici della sanità delle singole regioni, il loro ruolo è praticamente azzerato. Naturalmente un giudizio di merito è legato alla concezione centralista o articolata (più o meno federalista) dello Stato.

Prendiamo poi l’istruzione e la formazione professionale. Persino la Costituzione del 1948 le attribuivano alla competenza regionale, pur nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato. La riforma del 2001 ha assegnato formazione e istruzione professionale alla competenza esclusiva delle regioni. Adesso persino la formazione professionale passa alla competenza dello Stato centrale. Carlo Cattaneo, che nel 1838 definiva l’istruzione professionale pilastro dello sviluppo di un territorio, si rigirerà nella tomba. Tutto questo è compatibile con il principio fondamentale dell’autonomia scolpito nell’art. 5 della Costituzione? È lecito dubitarne. Torniamo allo stato ottocentesco, risorgimentale. Ma dov’è un Cavour?

Intanto, mentre gli italiani chiedevano la riduzione dei privilegi delle regioni a statuto speciale, si aumenta invece in modo del tutto sproporzionato e ingiustificato lo squilibrio fra regioni a statuto speciale a cui sono mantenute tutte le attuali prerogative e le regioni a statuto ordinario (S. Calzolaio, Quella ingiustificata e inutile asimmetria delle Regioni speciali, in Guida al Diritto, 34-35, 13 agosto 2016, 52).

Se, poi, le modifiche al Titolo V della Costituzione sono state immaginate per arginare una cattiva gestione dei fondi aumentando le competenze dello Stato centrale, Zagrebelsky si dice contrario perché servirebbe, piuttosto, limitare la potestà legislativa esclusiva dello Stato alle sole materie necessarie a tutelare e garantire l’omogenea applicazione delle fondamentali funzioni dello Stato nazionale, delegando alle Regioni l’autonomia legislativa su tutte le altre materie. Soltanto le amministrazioni più vicine ai cittadini possono comprendere appieno specifici bisogni e necessità della popolazione ed indirizzarvi in maniera razionale le risorse. Soltanto questa soluzione permette un vero risparmio sulla spesa pubblica. La Lega lo aveva già proposto nella devolution, in cui si prevedeva un vero federalismo fiscale basato su un modello di rifermento virtuoso di fabbisogni e costi applicato in tutto il territorio nazionale, senza dimenticare le specificità di ogni regione. Purtroppo i governi che ci hanno succeduto non hanno ancora compreso appieno le potenzialità di quella riforma, rimasta in parte inattuata, motivo per cui non ha potuto  dispiegare appieno i suoi effetti.

Quanto al superamento del bicameralismo perfetto in funzione del Senato delle autonomia un gruppo di costituzionalisti, tra i quali Antonio Baldassarre, Francesco Paolo Casavola, Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Valerio Onida, in un documento “Sulla riforma costituzionale” (si può leggere integralmente in L. Mazzella nel suo Riflessioni varie sul referendum costituzionale, in La riforma costituzionale ai raggi X, 27-32), ritengono che l’obiettivo “sia stato perseguito in modo incoerente e sbagliato”. Infatti, “invece di dare a una seconda Camera che sia reale espressione delle istituzioni regionali, dotata dei poteri necessari per realizzare un vero dialogo e confronto fra rappresentanza nazionale e rappresentanze regionali sui temi che le coinvolgono, si è configurato un Senato estremamente indebolito, privo delle funzioni essenziali per realizzare un vero regionalismo cooperativo: esso non avrebbe infatti poteri effettivi nell’approvazione di molte delle leggi più rilevanti per l’assetto regionalistico, né funzioni che ne facciano un valido strumento di concertazione fra Stato e Regioni”. L’effetto che si ritiene ne derivi è quello di un “assetto regionale… fortemente indebolito attraverso un riparto di competenze che alle Regioni toglierebbe quasi ogni spazio di competenza legislativa, facendone organismi privi di reale autonomia, senza garantire adeguatamente i loro poteri e le loro responsabilità anche sul piano finanziario e fiscale (mentre si lascia intatto l’ordinamento delle sole Regioni speciali). Il dichiarato intento di ridurre il contenzioso tra Stato e Regioni  viene contraddetto perché non si è preso atto che le radici del contenzioso medesimo non si trovano nei criteri di ripartizione delle competenze per materia – che non possono no mai essere separate con un taglio netto – ma piuttosto nella mancanza di una coerente legislazione statale di attuazione: senza dire che il progetto da un lato pretende di eliminare le competenze concorrenti, dall’altro definisce in molte materie una competenza “esclusiva” dello Stati riferita però, ambiguamente, alle sole “disposizioni generali e comuni”

20 agosto 2016

 

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 8

Il pasticcio della nuova disciplina della legislazione

di Salvatore Sfrecola

 

Tanto per “semplificare”, parola chiave della narrazione renziana sulla legge di revisione costituzionale, l’articolo 70, che riguarda la legislazione, a leggerlo, anche a non essere raffinati giuristi, è un pasticcio difficilmente immaginabile. Una complicazione verbale e concettuale evidente: intanto il nuovo testo passa dalle 9 parole dell’attuale formulazione a ben 451 parole, mentre il nuovo procedimento legislativo, che oggi ha 4 variabili, prevede una serie di percorsi sui quali i costituzionalisti si interrogano, incerti se siano 8 o più, in relazione a possibili variabili non necessariamente d’obbligo. Infatti c’è chi ne conta 9 avvertendo che siamo di fronte “ad un numero di procedimenti non ben definito” per cui “ogni classificazione ha margini di discrezionalità elevati” (Emanuele Rossi, “Una Costituzione migliore? Contenuti e limiti della riforma costituzionale”, PISA University press, 2016, 83).

Procedimenti comunque da ripartire in due grandi classi: le leggi che seguono un procedimento bicamerale paritario, quelle che seguono un tipo monocamerale, con la competenza generale e finale della Camera dei deputati e la possibilità per il Senato di esaminare il testo approvato dalla Camera e deliberare proposte di modifica. Non finisce qui perché, come vedremo, vi sono altre variabili, anche solo eventuali, quelle numericamente incerte cui si è fatto cenno.

I fautori del SÌ spiegano che “i procedimenti legislativi vengono articolati in due modelli principali, a seconda che si tratti di revisione costituzionale o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo fra Stato e autonomie, dove Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie, mentre si prevede in generale una prevalenza della Camera politica, permettendo al Senato la possibilità di richiamare tutte le leggi, impedendo eventuali colpi di mano della maggioranza, ma lasciando comunque alla Camera l’ultima parola. La questione della complicazione del procedimento legislativo non va sopravvalutata, poiché non appare diversa la situazione di tutti gli Stati composti: in ogni caso, e di nuovo in continuità con le esperienze comparate, la riforma prevede la prevalenza della Camera politica”.

Non è una buona riforma. Innanzitutto è scritta malissimo, ridondante e in molti passaggi è di equivoca interpretazione. Ci sono incongruenze non solo lessicali e autentiche perle di cattiva legislazione, ma anche contraddizioni grossolane, con un risultato che “non appare del tutto convincente”, in particolare in relazione alla “proliferazioni di variazioni procedimentali”, anche se “potrebbe crearsi un meccanismo virtuoso nella prassi applicativa capace di migliorare il procedimento stesso” (Malaschini). Quel che si è sempre detto: la strada maestra era quella di operare sui regolamenti parlamentari. Senza bisogno di scomodare la Costituzione.

Insomma un pasticcio. Mutato profondamente il procedimento legislativo: la partecipazione paritaria delle due Camere (ma non si doveva abolire il Senato per tagliare i costi?) sarà circoscritta ad un numero limitato ma non irrilevante di leggi bicamerali (leggi costituzionali e leggi in materia di elezione del Senato, referendum popolare e ordinamento degli enti territoriali, “le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”). E scusate se è poco, considerato che in materia amministrativa già oggi la normazione europea è fortemente invasiva. Per tutte le altre il Senato potrà solo proporre modifiche sulle quali la Camera si pronuncia in via definitiva. Ma se il Senato, con deliberazione, adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiede alla Camera di esamiare un disegno di legge, “la Camera dei deputati procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato” (art. 71, comma 2). È introdotto il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali delle Camere: è riconosciuta ad un terzo dei senatori o ad un quarto dei deputati la possibilità di sottoporre alla Corte Costituzionale le leggi elettorali prima della loro promulgazione. Un evidente pasticcio perché è da chiedersi se la decisione della Corte costituzionale in questo esame preventivo esclude o meno un eventuale giudizio di costituzionalità sollevato incidenter tantum da un giudice nel corso di un processo. Probabilmente l’intento è quello di escludere un giudizio di costituzionalità, quello, per intenderci, che ha messo fuori legge il Porcellum e ha all’esame l’Italicum.

L’iter di formazione delle leggi, come abbiam accennato, si complica: dall’unico oggi previsto saranno una decina le diverse modalità previste dalla riforma per  approvare una legge. È consistente il rischio di aumentare il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. Saranno i Presidenti di Camera e Senato a risolvere i (prevedibilmente numerosi) casi controversi, ovvero se seguire l’uno o l’altro iter di formazione.

L’esame dei disegni di legge è avviato dalla Camera che, dopo l’approvazione, trasmette immediatamente il testo al Senato che, se decide di esaminarlo, può proporre modifiche al testo e la Camera può scegliere se accoglierle o meno. Le proposte di modifica riferite a progetti di legge in cui è prevista la “clausola di supremazia” (in ragione dell’interesse nazionale), adottate dal Senato a maggioranza assoluta, sono superabili dalla Camera solo con maggioranza assoluta. L’esame da parte del Senato dei disegni di legge in materia di bilancio e di quelli con cui è prevista la “clausola di supremazia” è necessario, ma i tempi del procedimento sono ridotti. Nel procedimento legislativo sono introdotti specifici termini per singole fasi: nella (spesso) eventuale o (raramente) necessaria fase senatoria i termini si riferiscono alla deliberazione se discutere o meno sul testo inviato dalla Camera e (in caso affermativo) a quello di approvazione delle modifiche (che possono non essere prese in considerazione dalla Camera). Anche per il procedimento di conversione dei decreti –legge se il Presidente della Repubblica chiede una nuova deliberazione alle Camere di un disegno di legge  di conversione di un decreto - legge, il termine per la conversione in legge è differito di ulteriori 30 giorni (60 + 30).

Introdotti alcuni vincoli alla decretazione d’urgenza - peraltro oggi già fissati dalle leggi ordinarie e dai principi elaborati dalla giurisprudenza costituzionale - la possibilità di ricorso al decreto-legge è espressamente esclusa per le leggi in materia costituzionale ed elettorale, le deleghe al Governo, l’autorizzazione alla ratifica di trattati internazionali, l’approvazione di bilanci e il ripristino di norme che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime. Una elencazione non necessaria. È già così, ma forse nessuno l’aveva detto alla Boschi.

Una perla è la possibilità data al Governo di chiedere il “voto a data certa” per assicurare una corsia preferenziale (votazione entro 70 giorni) ai disegni di legge essenziali per l’attuazione del suo programma, con l’esclusione di alcune tipologie di leggi (leggi ad approvazione paritaria di Camera e Senato, leggi in materia elettorale, leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati internazionali, leggi di concessione dell’amnistia e dell’indulto e legge che reca il contenuto della legge di bilancio, le norme fondamentali e i criteri per l’equilibrio di bilancio). Questo comporta che il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro 5 giorni dalla richiesta, che un disegno di legge sia iscritto con priorità all’ordine del giorno; il disegno di legge dovrà essere sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di 70 giorni; sono ridotti della metà i termini già esigui per la deliberazione di proposte di modificazione da parte del Senato. Ma poiché il termine finale può essere differito fino a 15 giorni, in relazione ai tempi di esame da parte della Commissione nonché alle complessità del disegno di legge”, l’approvazione da parte della sola Camera può arrivare a 90 giorni (tre mesi).

C’è da rimanere senza parole.

18 agosto 2016

 

 

 

Allarme in USA ed Europa per l’economia italiana.

Ma non c’entra l’ipotesi della vittoria del NO

di Salvatore Sfrecola

 

Molto risalto sui giornali italiani e sulle televisioni per alcuni articoli comparsi a Ferragosto su Wall Street Journal, New York Times, Financial Times e El Pais a commento dei dati ISTAT sulla crescita zero del secondo trimestre. La Repubblica, per la firma di Federico Rampini, dedica un paginone ai commenti formulati al di qua e al di là dell’Oceano, sui pericoli per l’Italia e per l’Europa se Renzi dovesse perdere, come si profila in molti sondaggi, la sfida del referendum sulla legge di revisione costituzionale e lasciare la guida del Governo. Dovizia di ipotesi su quanto sarebbe necessario per rimettere in moto la crescita e dubbi che ciò possa avvenire in caso di crisi politica e mancando gli strumenti di una accelerazione rimessa alle nuove procedure legislative previste dalla riforma costituzionale, incuranti tutti che i migliori costituzionalisti le abbiano bollate come confuse e pasticciate e niente affatto acceleratrici dell’iter delle leggi, in teoria e in pratica, avendo il premier portato a casa tutte le norme che voleva facendo violenza sulle Camere con reiterati ricorsi al voto di fiducia.

Venendo al pratico, a questi giornalisti della migliore stampa economica internazionale e della sinistra spagnola dovremmo fare alcune osservazioni. In primo luogo che il dottor Matteo Renzi governa indisturbato da oltre due anni e mezzo, avendo “rottamato”, secondo il suo eloquio elegante alti dirigenti dello Stato, magistrati e grand commis. Di più, ha presieduto, anche se praticamente nessuno ne ha potuto valutare le conseguenze, l’Unione europea, compito sul quale aveva, alla vigilia, manifestato intenzioni guerresche, prefigurando una serie di iniziative dirette a restituire smalto alle istituzioni europee e vantaggi per le economie, come la nostra, che hanno patito i rigori di Bruxelles. Non è accaduto niente di tutto questo ed oggi, ricordando che il Financial Times ha sostenuto che Renzi “deve ottenere libertà di manovra dall’Unione europea”, Rampini scrive che “molti osservatori ricordano che Bruxelles ha già dimostrato tolleranza verso la Francia, la Spagna e il Portogallo quando non hanno rispettato i vincoli di bilancio”. In queste parole sta la condanna, senza appello, del giovane premier di Rignano sull’Arno, sbarcato a Roma senza altra esperienza che quella di aver svolto funzioni di sindaco di una meravigliosa Città d’Arte con una popolazione inferiore al più piccolo dei municipi della Capitale, con molta spocchia, circondato di avventurosi uomini d’affari variamente vestiti e modestissimi compagni di governo.

Sta qui il problema italiano. Nella incapacità di un leader, che pure inizialmente è stato visto con qualche simpatia, di guardare lontano al di là degli slogan a volte gustosi, tipici del popolino toscano, per puntare alla crescita che non poteva, come forse immaginava, essere promossa dagli 80 euro erogati a pioggia e poi a carico di molti recuperati. L’Italia ha bisogno di altro, soprattutto ad iniziativa dell’autorità pubblica, in presenza di una classe imprenditoriale modesta, che oggi tramite Confindustria si schiera opportunisticamente con il SÌ, non rischia quasi mai in proprio, che ha una visione provinciale dell’economia che soffrirebbe ancora di più se non vi fossero alcuni imprenditori del settore manifatturiero e di quello che rappresenta l’eccellenza italiana a tirare la carretta e a battere i mercati esteri con grande determinazione.

Non temano per l’economia italiana Wall Street Journal, New York Times, Financial Times, El Pais e La Repubblica, ipotizzando una sconfitta di Renzi in Italia e in Europa. Non è questo il governo che serve al Paese, come ha dimostrato in due anni e mezzo ed oltre di permanenza a Palazzo Chigi, un periodo suggellato da una crescita zero prevista e prevedibile da tutti, tranne dai funzionari di via XX Settembre, indottrinati ed allineati.

17 agosto 2016

 

 

Italia crescita ZERO.

Renzi chiede flessibilità in Europa. E c’è da essere certi che cercherà di convincere Bruxelles e gli italiani che la merita per le riforme costituzionali che con la crescita non c’entrano

di Salvatore Sfrecola

 

Il piano è chiaro. Di fronte alla crisi economica, che secondo i dati ISTAT relativi al secondo trimestre del 2016, registra una crescita zero, il peggiore risultato in Europa, Renzi si appresta a chiedere maggiore flessibilità a Bruxelles sostendendo questa sua perorazione dicendo che sta facendo le riforme. Ma quali? Non quelle che ci chiedono da tempo realmente i nostri partners europei, della pubblica amministrazione, che strozza cittadini e imprese, della giustizia, che dissuade italiani e stranieri ad investire, del fisco, predatorio, che disincentiva i consumi. Per Renzi “le riforme” sono essenzialmente quella della Costituzione che con la crescita non ha niente a che fare, che non darà nessuna ulteriore opportunità all’Italia se non più potere al premier ed al suo partito. Che non c’è scritto ovviamente nella Carta fondamentale. Ma se vincesse alle prossime elezioni, avrebbe, in virtù del premio di maggioranza assicurato dall’Italicum (340 seggi alla Camera su 630 deputati), un potere senza precedenti, distorsivo delle regole democratiche che prevedono che gli istituti di garanzia, il Presidente della Repubblica, la Corte costituzionale ed il Consiglio Superiore della Magistratura siano eletti con il più ampio concorso parlamentare, cioè d’intesa con le minoranze, come è accaduto finora. Con quella maggioranza potrebbe nominarli da solo.

Renzi oggi fa di tutto, dopo aver sostenuto per mesi che il referendum era in realtà un plebiscito sulla sua politica (“se perdo me ne vado, lascio la politica”), per tenere distinto il governo e lui stesso dalla scelta sul referendum ed insiste che la legge elettorale non c’entra. Invece, come si è visto, “il sistema di voto è parte integrante dell’assetto istituzionale”, come ha osservato Gaetano Quagliariello, aggiungendo: “è difficile immaginare il sistema inglese o francese senza la rispettiva legge elettorale” (“Perché è saggio dire NO”, Rubettino, a pagina 31).

Un nuovo inganno, dunque, materia nella quale il premier è espertissimo da quando propina agli italiani ogni giorno, 24 ore su 24, considerati i notiziari notturni, una narrazione della sua azione politica che non corrisponde alla realtà di quello che il Paese può constatare facilmente. Un Paese bloccato, inondato di leggi inutili, tutte o quasi approvate con ricorso al voto di fiducia che mortifica il Parlamento, leggi che non fanno fare un passo avanti all’Italia che pure avrebbe bisogno di più flessibilità, non in Europa, ma qui, per intraprendere e, quindi, accrescere la produzione e l’occupazione e, quindi, i consumi.

Invece il Paese è ingessato a le scelte attuate sono deleterie. Un esempio per tutti? Proprio in questa stagione di vacanze viene da pensare alla tassazione delle seconde case, di cui si è anche parlato stamattina ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento de La7, una tassazione che impoverisce quel patrimonio immobiliare, come dimostra la stasi delle transazioni, e confonde un bene, spesso modesto, lasciato in eredità da genitori e nonni, in un indice di ricchezza. Ho anche scritto altra volta che il deperimento del valore delle seconde case, molte delle quali abbandonate e trascurate anche nelle opere di manutenzione, danneggia l’economia locale. La danneggia, anche in conseguenza della volontà predatoria dei sindaci che si accaniscono su quel patrimonio immobiliare, perché disincentiva l’acquisto e la costruzione di nuovi immobili e le opere di manutenzione che impegnano mano d’opera locale, una delle poche occasioni di lavoro nelle piccole realtà al mare o ai monti nelle comunità che poco altro hanno da offrire. Ed anche dove ristorazione e artigianato reggono l’economia locale, la riduzione del numero dei vacanzieri interni danneggia certamente quelle comunità.

Un esempio tra i tanti che si potrebbero fare con riferimento ad una azione di governo della quale il premier si riempie la bocca mentre si vuotano le tasche degli italiani. I quali spesso, anche in passato, si invaghiscono di leader dalla parola dagli slogan facili fino a quando non ne pesano le concrete capacità di soddisfare le esigenze della comunità. Intanto gli unici che sono soddisfatti dell’azione governativa di Matteo Renzi sono i suoi amici e gli amici dei suoi amici, tutti accuratamente sistemati in posti di potere laddove il potere del premier consente di allocarli.

16 agosto 2016

 

 

 

Riflessioni a margine di un nuovo anglicismo

Job Posting,

il lavoro a portata di mouse

ovvero una selezione trasparente

di Salvatore Sfrecola

 

Leggo sul Il Fatto Quotidiano di ieri un trafiletto che parla del Job Posting, cioè del lavoro a portata di mouse, come spiega internet, che permette ai dipendenti di candidarsi direttamente per le posizioni lavorative vacanti interne ad una amministrazione, ad una azienda. “Un sistema di selezione trasparente”, richiamato dal giornale a proposito della vicenda della RAI tenuta, prima di procedere ad assunzioni esterne, a pubblicizzare tramite il suo circuito internet le cariche da occupare, in modo che coloro i quali ritengono di avere i requisiti richiesti possano farsi avanti e partecipare al bando. Un modo che permette di velocizzare i processi di selezione di nuovo personale e ai dipendenti di cogliere nuove opportunità di crescita.

Per la verità alcune amministrazioni già operano attraverso avvisi che segnalano i posti da coprire e i requisiti di professionalità richiesti. Si chiamano “interpelli”, pubblicizzati nei siti internet, modalità da estendere perché la pratica della previa indicazione dei posti da affidare non è così diffusa e non è così trasparente come dovrebbe essere, nonostante efficienza e rispetto delle persone e delle professionalità interne dovrebbe sempre consigliarla. Perché è assurdo e ingiusto, oltre che fonte di danno e di malessere interno, andare a ricercare una personalità esterna per ricoprire un posto in un ministero, in un ente o in una azienda ove quella professionalità esista all’interno della forza lavoro. Con effetti positivi, in quanto la scelta verrebbe a premiare le eccellenze interne (che sarebbero così stimolate) con l’effetto di mettere in campo immediatamente chi vanta un’esperienza specifica che non ha certo un esterno anche se dotato di un curriculum universitario e post universitario ed esperienze importanti.

Purtroppo la politica ha bisogno di sistemare i “suoi” uomini, incurante del fatto che i pubblici dipendenti e tutti coloro che operano all’interno delle pubbliche amministrazioni, sono “al servizio esclusivo della Nazione” (art. 98 Cost.) e non del partito al governo, del sindaco o assessore di turno. Per cui accade che l’interpello vada deserto nel senso che nessuno dei candidati viene ritenuto idoneo, così aprendo la strada a chiamate dirette, di interni o di esterni.

In sostanza troppo speso non c‘è trasparenza, parolina magica tanto evocata in Italia quanto poco praticata come regola dell’agire nelle amministrazioni e nelle aziende pubbliche. E qui mi piace ricordare un recente intervento di Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), in occasione di un convegno alla Corte dei conti proprio sugli illeciti, quando ha ricordato la risposta che gli aveva dato il Ministro della funzione pubblica del Regno di Svezia il quale, alla domanda di come contrastassero la corruzione in quel paese, gli aveva risposto “trasparenza totale”. Quando riusciremo in Italia a raggiungere un tale standard di comportamento?

Non posso chiudere, tuttavia, senza dire ai miei lettori che se la trasparenza è ovviamente importante e il job posting prezioso, l’espressione inglese è fastidiosa, come, in genere, l’uso delle parole straniere diffuso oltre ogni ragionevolezza, in particolare dai politici che dovrebbero dare il buon esempio e parlare italiano. Lo ha sottolineato anche l’Accademia della Crusca nel tentativo di frenare un po' l'anglomania italica frutto di un antico eccesso di provincialismo che per molti costituisce una esibizione stucchevole, a volte per confondere le idee, come fanno alcuni politici che ci inondano, in particolare dalla televisione, di Job act, spending review, et similia (è latino, e va bene) quasi che contratto di lavoro o revisione della spesa non siano idonei ad individuare il contenuto di leggi o di iniziative governative, che invece gli italiani capiscono benissimo. Anglicismi troppo numerosi che rischiano di mortificare una lingua, l’italiano, straordinariamente ricca di sostantivi ed aggettivi che tutto riescono a descrivere ed a valorizzare. Senza aggiungere che un uomo pubblico dovrebbe sentire il dovere di parlare un buon italiano mentre molti indulgono nell’uso del dialetto che con gli anglicismi realizza un misto perverso fastidiosissimo. Quando dovrebbero riservare il dialetto, che ha un suo valore, una sua storia ed una sua letteratura spesso pregevolissima, ai conversari privati. Un romano come me riconosce in Trilussa e Belli lo spirito dei quiriti, ironici e sbruffoni, quando si ricordano della propria grandiosa storia fatta di cultura politica e di straordinaria capacità di organizzare la vita civile attraverso infrastrutture ancora oggi ineguagliate, strade, acquedotti, fognature, dove si misura la civiltà di una società, un po’ meno quando trascurano o non s’indignano per un presente fatto di inefficienza, sprechi e sporcizia.

15 agosto 2016

 

 

Intollerabile malagestione che mortifica lo Stato

Il dovere del governo: restituire prestigio ai suoi funzionari

di Salvatore Sfrecola

 

Pressoché all’unanimità i giornali di ieri, a proposito del decreto legislativo sulla dirigenza pubblica esaminato dal Consiglio dei ministri hanno parlato di norme sulla valutazione e la licenziabilità degli alti funzionari dello Stato. Ed hanno attribuito il rinvio dell’approvazione al dissenso che sarebbe stato manifestato in varie ambienti, ministeriali e sindacali, in sostanza “alle resistenze dell’alta burocrazia ministeriale rispetto agli incarichi a termine ed al ruolo unico”. Così riassume le “voci” che si ricorrono Nuova Etica Pubblica che, al riguardo, “ribadisce le preoccupazioni già manifestate in occasione del varo della legge delega e torna ad affermare la necessità che il decreto contenga la previsione del diritto all’incarico. Ovvero, che ogni dirigente pubblico, alla cessazione dell’incarico rivestito, in assenza di una valutazione negativa sul suo operato ha diritto ad un nuovo incarico di importanza equivalente a quella del precedente, come previsto dal Contratto collettivo nazionale di lavoro tuttora vigente”. Il presupposto è che vanno realizzate “valutazioni indipendenti, serie e perciò credibili” (Sergio Rizzo, Corriere della sera ). “Senza le quali, non può accadere che, nel gioco dell’assegnazione dei nuovi incarichi, un dirigente possa restare fuori e finire nel ruolo unico anche se il suo operato precedente non ha dato luogo a censure”.

La polemica sconta mali antichi che si trascinano, tra riforme e controriforme, lungo una strada inclinata che porta l’Italia lontano dalle democrazie nelle quali l’efficienza del settore pubblico è la regola, nel rispetto della legalità e della trasparenza. Stentano, infatti, i partiti ed i governi a comprendere che il perseguimento degli obiettivi contenuti nell’indirizzo politico, parlamentare e di governo, sono inevitabilmente affidati all’efficienza degli apparati pubblici i quali, per funzionarie secondo le aspettative, hanno bisogno di norme precise e facilmente percepibili, procedure che le rendano applicabili, e funzionari che “al servizio esclusivo della Nazione”, secondo l’articolo 98 della Costituzione siano dotati della occorrente professionalità.

Se analizziamo queste affermazioni alla luce della realtà lo scoramento è assicurato. Le leggi che disciplinano le materie attinenti all’esercizio delle funzioni pubbliche sono spesso inadeguate rispetto all’effettivo perseguimento degli obiettivi, in particolare per quanto concerne i tempi che sono un valore generalmente trascurato. Un valore per il sistema amministrativo, per i cittadini e le imprese che operano nelle professioni e nella produzione di beni e servizi, con inevitabili aggravi che incidono sull’economia e sui consumi. Queste situazioni di incertezza determinano spesso un contenzioso pesante e lungo in sede civile e amministrativa che costituisce esso stesso un costo e dissuade dall’intraprendere italiani e stranieri. La giustizia lenta, infatti, non è solamente quella civile. Spesso si ha la sensazione che si provochino i ritardi per evitare il soddisfacimento dei diritti.

In questa incertezza, che è essa stessa malamministrazione, si inseriscono comportamenti criminali nella gestione degli appalti, dalla fase di deliberazione a contrattare con la individuazione dei bandi di gara “non di rado” (è notoriamente un eufemismo) costruiti a misura delle caratteristiche dell’impresa che dovrà vincere l’appalto, in assenza di adeguati controlli in corso d’opera e finali, sulle opere e sulle forniture.

Tutto questo avviene molto spesso alla luce del sole perché funzionari ed amministratori sono in combutta tra loro, come dimostrano le cronache giudiziarie, che hanno messo in risalto decisioni amministrative anomale rese possibili dalla assenza di un potere politico capace di dare direttive e di controllarne la attuazione. A volte i funzionari operano di loro iniziativa, a volte sono sollecitati e costretti ad agire dai politici ai quali (l’aspetto negativo dello spoil system) devono la nomina, la conferma e la determinazione dell’ammontare del trattamento economico accessorio. In più gli incarichi di rappresentanza dell’amministrazione presso enti e aziende, posizioni di potere non indifferenti che, al di là di spesso lauti appannaggi, consentono di sistemare parenti e affini propri o del politico che, poi, mostrerà riconoscenza.

A questo punto è evidente che il punto nodale è l’indipendenza della dirigenza pubblica, perché sia effettivamente “al servizio esclusivo della Nazione” e non del politico di turno. Perché si realizzi questa elementare regola è necessario che i dirigenti, come tutti i pubblici dipendenti del resto, siano reclutati mediante concorso pubblico (e serio), come prescrive l’articolo 97, comma 3, della Costituzione, non con “riconoscimento” di mansioni svolte o selezioni addomesticate, per inserire nelle amministrazioni amici degli amici e clientes vari il cui unico merito è quello di aver operato da portaborse o da consulenti, nella migliore delle ipotesi, nelle segreterie di partito e di ministri e sottosegretari, sindaci e assessori, presidenti di regioni e via discorrendo. Questa gente non va inserita nelle pubbliche amministrazioni. Se utile alle esigenze dell’attività politica rimane a lato, per il tempo della durata dell’incarico politico cui accedono, con un trattamento economico predeterminato dalla legge in relazione alle professionalità ed ai titoli di studio. L’inserimento di queste persone nella pubblica amministrazione, molto spesso incompetenti, privi di esperienza quanto arroganti, è stata causa di gravi disfunzioni, a cominciare dalla mortificazione del personale di carriera che, ovviamente, si defila quando non rema contro. Questa prassi deve assolutamente finire per restituire al pubblico dipendente quel prestigio del quale deve essere circondato in uno stato di diritto.

Da ultimo deve essere chiaro che il pubblico dipendente il quale è un professionista che spesso ha scelto di operare in una pubblica amministrazione, civile o militare, per il desiderio di prestare servizio allo Stato per tradizioni familiari od altro deve essere remunerato secondo quanto richiede la sua professionalità ed il suo impegno. Vale per tutti, dal più piccolo al più grande. A cominciare dai docenti di ogni ordine e grado, perché nella scuola si formano i cittadini ed i professionisti di domani. La scuola è un investimento per uno stato serio, un investimento che deve consentire la selezione dei migliori ed il loro continuo aggiornamento. Un docente che, di fronte ad un libro del costo di trenta o quaranta euro che consentirebbe un importante aggiornamento della sua cultura, da riversare ai suoi studenti, rinuncia perché non può permetterselo è un delitto contro la società.

I lettori troveranno in queste mie riflessioni un impegno ed una passione che è tratta dall’esperienza, da quel che ho visto nelle amministrazioni dove ho svolto funzioni di consulente ministeriale, in quelle che ho controllato o sulle quali ho indagato per accertare la responsabilità di danni erariali spesso assai rilevanti. È anche la ribellione di un cittadino di fronte all’inconsistenza di una classe politica che da troppo tempo trascura i veri problemi di un Paese che, infatti, non cresce, anche per la pesantezza assurda e inutile dei suoi apparati, per la mancanza di prospettive offerte ai suoi giovani che devono andare all’estero per ottenere il giusto apprezzamento di una professionalità raggiunta sui banchi di una scuola che mantiene, grazie al sacrificio di molti docenti, una sua dignità, nonostante le ripetute “riforme” ne abbiano alterato i caratteri e la capacità di approfondimento in una rincorsa assurda a togliere o ridurre insegnamenti, a volte per sembrare più “moderni” per inseguire esperienze, o presunte tali, di paesi che, invece, apprezzano la nostra cultura di base e specialistica, come dimostra il successo dei nostri “cervelli in fuga” ovunque nel mondo.

13 agosto 2016

 

 

Capi dello stato o capi di un partito?

di Domenico Giglio

 

Barak Obama è stato eletto Presidente degli Stati Uniti quale candidato del Partito Democratico, ed è logico che speri che anche il prossimo presidente provenga dal suo partito, ma è in ogni caso rappresentante di tutti i cittadini statunitensi siano essi democratici o repubblicani o di qualsiasi altra ideologia o che non ne abbiano nessuna. E infatti dopo ogni elezione il candidato vincente dichiara che vuole essere il presidente di “tutti”, specie perché in tutte queste elezioni le maggioranze sono sempre minime ed in questi stati, non solo gli USA, ma anche la Francia e recentissimamente l’Austria, l’elettorato appare diviso a metà, specie dopo campagne elettorali sempre più costose, come negli USA, e sempre più violente e volgari nel linguaggio e nei metodi. Ora nelle recente Convention del partito democratico che ha visto la nomina a candidato ufficiale del partito della signora Hillary Rhodam, maritata Clinton, il presidente Obama non si è limitato ad inviare un messaggio di saluto, ma ha prima mandato come oratrice e sostenitrice della Hillary, la propria consorte, che non ha nessuna carica, ma solo il merito di essere la moglie del presidente, e poi è pesantemente intervenuto personalmente a favore della candidata senza che questo intervento di parte, cioè “partigiano”, suscitasse sdegno o scandalo. A questo punto mi sembra necessario ed opportuno un riscontro: sono veramente capi e rappresentanti di tutti i cittadini questi eletti? Anche nel caso che invece di repubblica presidenziale si tratti di repubblica dove l’elezione avvenga indirettamente con il voto dei deputati o altri delegati non è sempre eletto l’esponente di un partito o di uno schieramento politico più o meno ampio, che non dimentica né la sua origine né chi lo ha proposto e sorretto?. E tutto questo in entrambi casi porta poi a nomine negli organismi statali da parte degli eletti non certo per meriti obiettivi, ma di parte, e dove, specie negli USA importanti incarichi, ad esempio, di ambasciatori vengono assegnati come compenso per l’appoggio dato al candidato, risultato vincente, quando invece sarebbe necessario personale appositamente istruito e competente, come è stato, ad esempio, senza falsi orgogli nella ultracentenaria storia d’Italia. Ben diversa infatti è la figura, il ruolo ed il significato degli ultimi, purtroppo non numerosi Sovrani, che invece rappresentano l’unità del popolo e dello stato, nella sua storia e nelle sue tradizioni, e che esercitano questo ruolo “super partes”, in virtù del principio ereditario che fa dire “è morto il Re, o la Regina, viva il Re o la Regina”, perché se negli USA l’eventuale successo della signora Clinton, significherebbe essere la stessa prima donna, dal 1789 e dopo 44 presidenti, ad assurgere al ruolo presidenziale, nelle monarchie le donne “regine”, esistono da migliaia di anni dalla mitica Didone, alla storica Zenobia, per non parlare di Elisabetta I e della Elisabetta II, che nel suo lungo regno ha visto l’alternarsi di decine di primi ministri conservatori e laburisti!

Quando abbiamo scritto “purtroppo”, al numero ridotto di monarchie oggi esistenti, pensavamo a tutti gli stati in Europa ed in altre parti del mondo, dove la caduta di questa istituzione millenaria non ha visto seguire nessun miglioramento nella vita dei popoli, cominciando dall’impero russo che si stava aprendo alle istituzioni parlamentari ed è stato sostituito sanguinosamente dal regime comunista, ai regni balcanici, Jugoslavia, Bulgaria e Romania, che nel 1945 subirono la stessa sorte, ed ora restituiti alla libertà, pur rimanendo repubbliche, hanno accolto con tutti gli onori gli esponenti delle dinastie, regnanti a suo tempo, restituendo alle stesse i beni confiscati, ed onorando i loro rappresentanti, sia vivi che morti, e, caso Bulgaria e Romania, rimettendo la corona nello stemma statale, e se non è avvenuta una restaurazione, la stessa non è escluso possa avvenire in futuro, perché in questi paesi non esiste nella loro costituzione l’articolo 139! Non parliamo poi delle monarchie extra europee, dalla Libia del Senusso, cui seguì Gheddafi e l’attuale caos, l’Egitto di Farouk, cui seguirono la dittatura nasseriana e l’attuale di Al Sissi, l’Iran che dallo Scià passò a Komeini, poi Kamenei, all’Irak dove la dinastia fu massacrata, per poi avere i Kassem, Saddam Hussein e l’attuale caos, come infine accaduto nello Yemen! L’unico paese, l’impero ottomano, dove il regime susseguito, la repubblica laica turca di Kemal Pascià, Ataturk, aveva costituito un indubbio progresso civile, economico e sociale, dopo la morte del suo fondatore, non ha certo visto ulteriori miglioramenti!

Considerazioni tutte che non trovano spazio nella pubblicistica e nella stampa attuale, mentre invece andrebbero approfondite, perché se la storia è maestra di vita, cancellarla impedisce la vera crescita culturale e politica dei popoli, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

12 agosto 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 7

I rischi di un premierato assoluto

di Salvatore Sfrecola

 

Revisione costituzionale e riforma elettorale spianano la strada a quello che per i contestatori della riforma è un autentico “mostro giuridico” che travolge i principi supremi della Costituzione e della democrazia parlamentare. “In effetti l’impostazione di fondo che c’è dietro questo progetto di grande riforma (comprensivo della riforma elettorale) – ha detto il Professore Domenico Gallo nella sua introduzione all’atto della presentazione del Comitato per il NO -, non è quello della revisione della Costituzione, ma del suo superamento, cioè dell’abbandono del progetto di democrazia costituzionale prefigurato dai padri costituenti per entrare in un nuovo territorio, dove le decisioni sono più “semplici”, perché, per legge, il governo è attribuito ad un unico partito, sciolto dagli impacci di dover mediare con partiti e partitini di una coalizione; dove il Parlamento è ridotto ad un’unica Camera (che legifera e dà la fiducia, mentre l’altra Camera, il Senato, ha un ruolo sostanzialmente decorativo), sottoposta ad un ferreo controllo da parte del Governo del partito unico, al quale la legge elettorale garantisce una maggioranza assicurata e la riforma costituzionale garantisce il controllo dell’agenda dei lavori parlamentari, dove le istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale) sono deboli e non possono interferire con l’esercizio dei poteri di governo che, invece, sono “forti””.

Aggiungendo di ritenere “sempre valide le considerazioni di Raniero La Valle in occasione della riforma Berlusconi del 2005: “Cadute le linee di difesa del patto costituzionale, venuti meno i pastori posti a presidio dei cittadini, il popolo rimane ora l’ultimo depositario della legittimità costituzionale e l’ultima risorsa, l’ultima istanza in grado di salvare la democrazia rappresentativa nel nostro paese. Esso non dovrà semplicemente “difendere” la Costituzione del 48, ma dovrà instaurarla di nuovo. Non dovrà solo sottrarla all’oscuramento cui oggi è condannata, ma riscoprirla ed illuminarla come mai ha fatto finora”.

Le considerazioni ulteriori sono molto dure: “solamente la cancellazione della memoria può consentire di far passare come innovazione delle riforme istituzionali che tendono a restaurare forme di potere autocratico superate dalla storia. Soltanto attraverso la cancellazione della memoria si può far passare per innovativa una legge elettorale che restaura gli stessi meccanismi manipolatori della legge Acerbo”. Per chi ha studiato poco la storia o ha scarsa memoria il riferimento è alla legge che consentì a Mussolini di dilagare nelle elezioni alla Camera dei deputati nel 1924.

È la preoccupazione di Gustavo Zagrebelsky. Per il presidente emerito della Corte costituzionale, uno dei massimi giuristi del diritto pubblico, la riforma del Senato sommata all’Italicum (legge elettorale della Camera) “realizza il sogno di ogni oligarchia: umiliare la politica a favore delle tecnocrazie” (Il mio No per evitare una democrazia svuotata, La Repubblica, 19 gennaio 2016).

L’Italicum, infatti, aggiunge all’azzeramento della rappresentatività del Senato e al centralismo che depotenzia il pluralismo istituzionale, l’indebolimento radicale della rappresentatività della Camera dei deputati. In particolare, il premio di maggioranza alla singola lista consegna la Camera nelle mani del leader del partito vincente — anche con pochi voti (minoranza dell’elettorato e ancor più minoranza in relazione agli aventi diritto al voto) — nella competizione elettorale, secondo il modello dell’“uomo solo al comando”, come indicato nel dibattito politico giornalistico. Ne derivano effetti collaterali negativi anche per il sistema di checks and balances. Ne risente infatti l’elezione del Capo dello Stato, dei componenti della Corte costituzionale, del Consiglio Superiore della Magistratura. E ne esce indebolita la stessa Costituzione. Il sistema complessivo dei bilanciamenti, ovvero di quei pesi e contrappesi necessari per garantire l’equilibrio politico istituzionale tra poteri, e tra le diverse forze politiche in campo, è ordinato a piena garanzia del popolo sovrano. In sostanza un rischio evidente per la democrazia, un cambiamento surrettizio della forma di governo che rapidamente porterebbe ad una sorta di “Premierato assoluto” denunciato senza mezzi termini di Michele Ainis (Nella riforma di Renzi c’è un pericolo nascosto, L’Espresso, 5 ottobre 2015). Un modello che, come sottolineato da molti osservatori, potrebbe avere effetti preoccupanti. In proposito vale la pena di sottolineare che, nella sentenza che ha giudicato illegittima la legge elettorale, la Corte costituzionale ha chiaramente sottolineato che le ragioni della governabilità non devono comunque prevalere su quelle della rappresentatività. In particolare, il fatto che il nuovo sistema conceda il premio di maggioranza ad una sola lista, e che la Camera, con i suoi 630 deputati, possa senza difficoltà decidere, a maggioranza, in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali. Per questo motivo, si sostiene, il Premier ha ridotto i senatori ma lasciato un numero abnorme di deputati, superiore a quelli di ogni altra democrazia occidentale, compresi gli Stati Uniti d’America che, con una popolazione di oltre 381 milioni di abitanti, hanno 435 deputati. Lì, secondo i critici, sta la prova della strumentalità della scelta “riformatrice”.

La nuova legge elettorale, inoltre, mantiene un numero rilevante di nominati dai partiti (i “capilista” almeno 100 deputati, ma potenzialmente di più) e garantisce un notevole premio in seggi ad una lista che al primo turno potrebbe aver ottenuto solamente il 30% (o meno) dei voti. Con il 30% al primo turno, una lista che si affermi al ballottaggio, può dunque avere ben 340 seggi, vale a dire il 54% del plenum dell’Assemblea di Montecitorio.

11 agosto 2016

 

 

Col referendum il Premier non si può sottrarre ad un voto sulla sua persona: la riforma costituzionale e l’Italicum se li è intestati lui e sono intimamente connessi (e già che ci sono gli italiani giudicheranno anche l’azione del governo)

di Salvatore Sfrecola

 

Va riconosciuto a Renzi, almeno all’inizio della campagna referendaria, un tratto di onestà intellettuale quando ha invitato a votare SÌ perché il prevalere del NO avrebbe significato la bocciatura della sua iniziativa politica per cui si sarebbe ritirato dalla vita politica. Così riconoscendo, avendo proposto la riforma costituzionale e quella della legge elettorale (l’Italicum), che l’insuccesso nel referendum avrebbe bocciato più che le leggi la sua politica. Infatti revisione della Carta fondamentale e nuova legge elettorale, intimamente connesse, costituiscono elementi di un piano complessivo diretto all’occupazione solitaria del potere.

Il Segretario del Partito Democratico voleva la revisione della Costituzione e la nuova legge elettorale. Certamente legittima aspirazione di un politico. Sennonché è antica tradizione che il Governo non assuma quelle iniziative che, come si dice, “appartengono al Parlamento”. Piero Calamandrei, che il Premier cita frequentemente, era stato esplicito: quando si discute di Costituzione i banchi del governo devono rimanere vuoti. Avrebbe potuto affidare l’iniziativa legislativa in entrambi i casi a parlamentari del suo partito, solitamente i Presidenti dei Gruppi parlamentari. Invece ha voluto intestarsi queste iniziative e, pertanto, deve essere pronto a subirne le conseguenze. Anzi il giudizio, che sarà inevitabilmente su di lui, riguarderà anche la sua politica, essendo evidente che, essendo fortemente criticato sulla politica complessiva del governo, come si deduce da alcuni sondaggi, per la mancata riduzione delle imposte, l’inadeguatezza della azione governativa per la crescita e l’occupazione, la politica dell’immigrazione, l’inesistenza dell’Italia negli scenari dell’Unione Europea, tanto per fare qualche esempio, gli italiani lo riterranno anche inadeguato a modificare la Carta fondamentale dello Stato, tra l’altro portata avanti con forzature che attestano la sua propensione a prevaricare gli oppositori interni ed esterni senza mai accettare confronti. E si amplierà la platea di quanti ritengono che, in realtà, il Presidente-comunicatore sia un missus di poteri che non stanno nei partiti né in Parlamento.

Renzi si è accorto del pericolo e, già da alcune settimane ed ancora ieri in occasione di una Festa dell’Unità, ha voluto separare il giudizio sul governo da quello sul referendum e e sull’Italicum ribadendo che la riforma costituzionale e la legge elettorale non sono collegate. E qui sbaglia perché è evidente che gli effetti del voto, così come sarebbero determinati dalle regole dell’Italicum, avrebbero conseguenze pesanti sulla stessa forma di governo quale conseguenza del potere incontrollato che una minoranza avrebbe in ragione del premio “di maggioranza” che assicurerebbe al partito che risultasse vincitore, per aver ottenuto il 40% dei voti o se prevalesse nel ballottaggio, di eleggere il Presidente della Repubblica, i Giudici costituzionali e i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Va detto, al riguardo, che il quoziente attribuito in sede di ballottaggio, è rapportato agli elettori che potrebbero diminuire rispetto al primo turno in ragione dell’assenteismo spesso determinato dall’assenza di partiti che erano stati votati nel primo confronto.

Renzi dice che non cambia nulla nella forma di governo. Non è vero. Questa capacità di scegliere legittimamente, in forza della sua maggioranza, il Capo dello Stato e i giudici Costituzionali altera l’equilibrio dei poteri. Lo si è visto con l’impegno profuso da Napolitano, molto al di là del ruolo che tradizionalmente hanno rivestito i capi dello Stato che ha indicato a Renzi la riforma nei sui dettagli, l’ha difesa e la difende strenuamente definendola la sua “eredità”. Contemporaneamente il Presidente del Consiglio, ricorrendo in continuazione alle mozioni di fiducia nel corso della discussione di importanti provvedimento legislativi (compresa la legge elettorale) ha mortificato il ruolo delle Camere costrette a votare senza la possibilità di vedere discussi emendamenti parlamentari, di fatto incidendo su una delle caratteristiche del nostro Stato, la natura parlamentare, nel senso che la sovranità che, ai sensi dell’art. 1, “appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione” viene di fatto trasferita all’Esecutivo. Quella sovranità il popolo la esercita in maniera diretta, con le elezioni ed il referendum, e indiretta, attraverso i suoi rappresentanti. Ed è evidente che se i Rappresentanti del popolo subiscono gravi limitazioni nell’esercizio delle loro funzioni parlamentari, quello di votare le leggi, si incide su uno dei requisiti fondamentali della Repubblica parlamentare. Aggiungo, in un clima di intolleranza come dimostrato dalla iniziativa del Ministro Boschi che ha criticato pesantemente chi fa propaganda per il NO perché in tal modo “non rispetta il lavoro fatto dal Parlamento”. In nessun paese democratico un ministro avrebbe osato tanto. E se lo avesse fatto sarebbe stato garbatamente invitato a dimettersi.

Gli italiani, dunque, giudicheranno Renzi e la sua politica. Anche sotto un altro aspetto. Ritenere che i limiti della politica vadano ricercati nella Costituzione è un abuso della credulità dei nostri concittadini i quali sanno bene che vantaggi e svantaggi li subiscono per leggi inadeguate, per una burocrazia che applica regole superate, per una classe politica e di governo estremamente modesta. E qui un ruolo lo ha la televisione che porta alla ribalta personaggi della politica che meglio potrebbero svolgere altre funzioni. Un tempo si diceva “braccia sottratte all’agricoltura”. Un po’ offensivo per la nobilissima professione dell’agricoltore. Ma rende bene l’idea. È gente che dovrebbe fare un altro mestiere.

10 agosto 2016

 

 

 

Segnali preoccupanti di intolleranza

Il Ministro Boschi disprezza l’elettorato che vota NO

di Salvatore Sfrecola

 

“Chi propone di votare no al referendum e buttare via due anni di lavoro in Parlamento, vuol dire che non rispetta il lavoro fatto dal Parlamento”. Lo ha detto il ministro per le Riforme, Maria Elena Boschi, alla presentazione della rivista 'Strade' dedicata alle ragioni del Sì per il referendum costituzionale. Il Ministro, infatti, ha sottolineato che in Parlamento “c'è stato un dibattito vero” e che la riforma è stata “votata democraticamente. Noi - ha sottolineato - abbiamo scelto di rispettare l'art. 138 della Costituzione e non abbiamo scelto strade alternative, gruppi ristretti o assemblee costituenti”, mettendo anche in evidenza che “i parlamentari hanno votato 120 modifiche rispetto al testo portato dal governo. Ora con i referendum - ha ricordato - questa scelta del Parlamento può essere votata dai cittadini. Siamo tutti noi a dire Sì o No al cambiamento che stiamo proponendo al Paese”.

“Stavolta credo che potremo riuscire a cambiare passo con il Sì al referendum. L'appello fatto dal governo è per un voto che riguarda il futuro del Paese. Non per i prossimi sei mesi ma per i prossimi trent'anni”, ha proseguito il ministro. “A prescindere dalla simpatia o dall'antipatia che si può avere per questo governo - ha aggiunto - si tratta di un voto per la democrazia e per le prossime generazioni del nostro Paese. Mi auguro che nel 2026 non si debba ancora discutere dell'ennesimo tentativo non andato a buon fine”.

“Non è la riforma ideale ma per i suoi pregi è positiva e fa fare passi avanti al Paese”, ha ammesso. “Inoltre - ha spiegato - incide anche economicamente, può essere la base per lo sviluppo del Paese e per il miglioramento dei nostri conti. E non solo per i risparmi che oggettivamente ci sono, 500 milioni di risparmio ogni anno come dice la Ragioneria dello Stato”.

Ho voluto riportare integralmente il passo di huffingtonpost.it con la sola eccezione del termine “ministra”, che a me non piace, per dar conto di una impostazione che, sulla bocca di un membro del governo, dimostra ignoranza ed intolleranza gravissime per le regole della democrazia. Ignoranza perché una persona laureata in giurisprudenza dovrebbe sapere che il referendum in tutte le sue forme è espressione di democrazia diretta con la quale le costituzioni attuano una forma di controllo, affidata al popolo, delle decisioni assunte in Parlamento dai rappresentanti di quello stesso popolo. In sostanza il referendum è teso a verificare l’esistenza dell’assonanza tra popolo e parlamentari. È, pertanto, uno strumento di democrazia nei confronti del quale occorre rispetto, il massimo rispetto.

È, dunque, il Ministro Boschi a mancare di rispetto nei confronti degli italiani chiamati dalla Costituzione a votare. Una mancanza di rispetto intollerabile.

Ma vi è di più, come dicono gli avvocati quando in una memoria di costituzione in giudizio vogliono insistere su un concetto che ritengono dimostri la validità della loro tesi. Quella legge di revisione costituzionale è stata votata non “con larga maggioranza”, come sostengono i documenti del comitato per il SÌ, perché si può definire “larga” solamente “se la legge è approvata nella seconda votazione di ciascuna delle Camere a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti”, come si legge nell’art. 138, comma 3, della Costituzione. Quindi non solamente una questione di diritto, perché è evidente che un’uscita come quella del Ministro Boschi, incompatibile con un ruolo istituzionale, è anche la dimostrazione che la tensione sale e salgono le preoccupazioni per le previsioni non proprio favorevoli alla scelta del SÌ raccolte dagli istituti di rilevazioni demoscopiche.

In ogni caso sarebbe auspicabile un intervento del Presidente della Repubblica perché la campagna referendaria, pur nella naturale vivacità del dibattito e delle polemiche che lo accompagneranno, mantenga comunque rispetto per le persone e per le istituzioni.

9 agosto 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 6

Quel bicameralismo presunta fonte di tutti i mali. Non è così ma pare vero

di Salvatore Sfrecola

 

Il superamento del bicameralismo paritario (o perfetto o più-che-perfetto per dirla con Giovanni Pitruzzella) è il pezzo forte della riforma costituzionale targata Renzi-Boschi. È sulla bocca di tutti. A giudizio dei fautori del SÌ “viene superato l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato, con la previsione di un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo. Pregio principale della riforma, il nuovo Senato delinea un modello di rappresentanza al centro delle istituzioni locali. È l’unica ragione che oggi possa giustificare la presenza di due Camere. Ed è una soluzione coerente col ridisegno dei rapporti fra Stato-Regioni. Ne trarrà vantaggio sia il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento, che rimane in capo alla sola Camera dei deputati, superando così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi, sia l’iter di approvazione delle leggi”. Sarebbe così, favorita la governabilità  attraverso lo snellimento delle procedure legislative. Inoltre si avrebbero significativi risparmi nei costi della politica.

Molte parole che, come vedremo più avanti, non corrispondono alle aspettative.

Tra i fautori del SÌ il Professore Ceccanti, che ha lavorato al testo della riforma, richiama Costantino Mortati che considerava il Senato un inutile doppione della Camera e sottolinea come la nuova legge costituzionale lo valorizzi, visto che gli sono attribuite funzioni differenziate. “Ci sono due Camere con un ruolo diverso. In questi anni – considerate le difficoltà decisionali del Parlamento – sono stati trovati dei bypass cardiaci che hanno spostato una serie di poteri sul Governo, a cominciare dall’uso della decretazione d’urgenza. La riforma della Costituzione mira a risolvere le cause che hanno determinato questo bypass cardiaco e cerca di far funzionare la circolazione sanguigna in modo normale. Per un verso, dunque, pone alcuni limiti ai decreti per ricondurli a una dimensione fisiologica mentre, dall’altro lato, garantisce tempi certi alle iniziative legislative del governo, in modo tale che non sia costretto a fare i decreti ma faccia i disegni di legge”. Per la verità la letteratura scientifica è ricca di esempi quanto all’uso improprio, più esattamente all’abuso, dei decreti legge, reiterati più volte ancora agli inizi degli anni Novanta, prima che la Corte costituzionale fermasse questo scempio dell’art. 77 della Costituzione.

Tra chi è sceso in campo per il SÌ, l’ex Presidente del Consiglio e attuale giudice della Corte Costituzionale, Giuliano Amato, intervenuto in un dibattito promosso da Formiche.it. L’esigenza, per così dire storica, di riformare la seconda parte della Costituzione è da lui pienamente condivisa: “Personalmente, ne scrissi la prima volta 40 anni fa”, ha esordito, considerando comunque positivo il semplice fatto che in Italia “ci sia una riforma costituzionale approvata e da discutere nel merito”. Da parte dei cittadini? Un azzardo logico, considerata la difficoltà di interpretare le norme e di comprenderne gli effetti. Naturalmente le opinioni di Amato hanno tutta l’autorevolezza del personaggio ma la considerazione che si viva in un sistema in cui “il governo non è così forte e il Parlamento, invece, troppo debole” va certamente corretta, restituendo alla politica, non alle istituzioni, la responsabilità della attuale, insufficiente conduzione della cosa pubblica. È la politica ad essere debole sul piano professionale ed, assai spesso, etico. L’esperienza ci presenta, infatti, partiti assai poco coesi anche sui temi di maggiore rilevanza, ideologicamente modesti, rissosi al loro interno, con un personale dotato di scarsa esperienza e qualificazione professionale facilmente guidato da lobby e interessi vari, come dimostra la cronaca, anche giudiziaria che i nostri lettori conoscono bene. Per cui se è certo utile, come si dice da anni nelle sedi più qualificate, della politica e della cultura costituzionalista, superare il bicameralismo perfetto, nel quale Camera e Senato svolgono esattamente le stesse funzioni, attribuire all’attuale legge di revisione la soluzione di tutti i problemi appare indubbiamente eccessivo. A meno che non ci si riferisca agli effetti, contestati, della nuova legge elettorale.

La decisione che solo Montecitorio voti la fiducia al governo secondo Amato “rafforzerà l’esecutivo ma non indebolirà necessariamente il Parlamento. Infatti, la previsione di una Camera “verso la quale il Governo non può porre la questione di fiducia, non è detto che non costituisca un limite per il governo stesso”. Riesce difficile comprendere come.

Altra novità fondamentale, introdotta dalla riforma, è la modifica dei rapporti tra Stato e regioni. Le autonomie saranno rappresentate nel nuovo Senato in cui troveranno posto i consiglieri regionali e i sindaci delle principali città italiane. “Sono sempre stato favorevole ad avere nella legislazione nazionale il punto di vista delle regioni”, ha commentato Amato. Sulla nuova ripartizione di competenze – con molte materie che torneranno ad essere di potestà legislativa esclusiva dello Stato – l’ex premier ha fatto chiaramente intendere tutti i limiti del sistema attuale. Il problema principale – come si osserva da più parti – è l’elevatissimo contenzioso cui l’attuale distribuzione delle competenze ha dato luogo.

Vista da Sabino Cassese, amministrativista, la riforma del bicameralismo è attuata in forma di un “monocameralismo temperato”. L’ex giudice della Corte Costituzionale – per sottolinearne i pregi – parte dai primissimi esempi di democrazia in Inghilterra, passa attraverso Montesequieu e De Tocqueville e giunge fino ai giorni nostri. Un affresco storico-giuridico che Cassese delinea per arrivare al suo commento sulla riforma voluta dal Governo. “Le vere funzioni del bicameralismo si sono esaurite”, ma non ha spiegato. L’unica esigenza che permane – un po’ sul modello americano – è quella di dare voce a livello nazionale alle regioni, che altrimenti manterrebbero una “rappresentanza amministrativa e non costituzionale”. Non è poco, ma è dubbio che i consiglieri regionali, messo il cappello del senatore, possano parlare in rappresentanza dell’ente di provenienza. Né del relativo corpo elettorale non essendo eletti.

L’obiettivo della riforma del bicameralismo è “condivisibile” dai fautori del NO e sarebbe anche condiviso sennonché, come attuato, “si rischia di creare disfunzioni istituzionali”. Le critiche si concentrano sulle competenze del Senato. In quanto il superamento del bicameralismo è stato perseguito “in modo incoerente e sbagliato” e si è configurata “una pluralità di procedimenti legislativi differenziati”, “con rischi di incertezze e di conflitti”.

Per Zagrebelsky “il Senato è un dettaglio, o un’esca. Meglio se lo avessero abolito del tutto. È all’insieme che bisogna guardare. Rispetto ai mali che tutti denunciamo (rappresentanti che non rappresentano, partiti asfittici e verticistici e, dall’altro lato, cittadini esclusi e impotenti) che significa la riforma costituzionale unita a quella elettorale? A me pare di vedere il sogno di ogni oligarchia: l’umiliazione della politica a favore di un misto di interessi che trovano i loro equilibri non nei Parlamenti, ma nelle tecnocrazie burocratiche. La conseguenza è che viviamo in un continuo presente. Il motto è “non ci sono alternative”, e così il pensiero è messo fuori gioco” (Renzi e il referendum, il mio No per una democrazia svuotata, 26 maggio 2016, 10-11).

Si è detto che la riforma del bicameralismo sarebbe richiesta in primo luogo dalla necessità di accelerare la produzione legislativa. In realtà secondo uno studio di Valerio Di Porto l’Italia ha la più abbondante produzione legislativa d’Europa: il Parlamento approva oltre 3 volte le leggi di Spagna e Regno Unito, oltre due volte quelle della Francia e complessivamente più leggi della Germania e della Svezia. Secondo Openpolis, al 10 ottobre 2014 la media di approvazione di un disegno di legge presentato dal governo era di 77 giorni, al 13 febbraio 2015 era di 109 giorni. Nella precedente legislatura il tempo medio è stato di 116 giorni. Su molti temi, infatti, il nostro Parlamento è velocissimo. Sempre secondo Openpolis, dati ripresi anche da L’Espresso, quando si parla di imprese e giustizia i tempi medi di approvazione di un disegno di legge sono di 46 giorni, un record europeo. Interventi sul territorio, economia, cultura e finanza impiegano rispettivamente 52 e 53 giorni. Il decreto cosiddetto Svuotacarceri è stato approvato in 38 giorni, il decreto lavoro in 40 giorni, il decreto competitività in 44 giorni, velocissima la riforma costituzionale relativa all’art. 81, una norma chiave in materia di bilancio e di copertura delle leggi di spesa, che, tra l’altro, ha introdotto l’obbligo del pareggio di bilancio. Le leggi finanziarie (oggi di stabilità), che introducono norme complesse con centinaia di commi in materie che attengono alla gestione delle risorse pubbliche, impiegano mediamente 50 giorni.

Decisiva è, in ogni caso, la volontà politica di approvare un provvedimento, non il sistema parlamentare. E, come ricorda Stefano Passigli, quando ci sono stati ritardi, gli intoppi sono venuti sempre dalla Camera, la più “politica” delle due assemblee, non dal Senato. Volontà politica che significa coesione della maggioranza: nella legislatura 2001/2006, la XIV (governo Berlusconi) ben i 3/4 dei disegni di legge di iniziativa governativa vennero approvati contro neanche la metà della XIII legislatura (governi Prodi, D’Alema, Amato) e addirittura contro un terzo della XV legislatura (governo Prodi).

C’è poi da dire del ruolo dei “voti di fiducia”, con i quali il governo ha condizionato la propria maggioranza e l’intero Parlamento costretto a votare, senza un adeguato approfondimento, il testo governativo. Con l’attuale governo i voti di fiducia sono aumentati, tanto che il 34% delle leggi è stato approvato in questo modo. È evidente la crisi del ruolo del Parlamento, massima espressione della volontà dell’elettorato. Le leggi di iniziativa parlamentare sono appena due su dieci. L’80% delle leggi, dunque, le fa il governo. Degli emendamenti presentati, quelli parlamentari hanno un tasso di approvazione che non raggiunge l’1%, ben il 47% invece, quelli governativi, spesso accolti in un maxiemendamento sul quale il governo pone la fiducia. I decreti legge sono in media due al mese. È aumentato in modo significativo il numero delle leggi delega con cui le Camere attribuiscono al governo il potere legislativo, spesso con deleghe giudicate “in bianco” o, comunque, generiche, mentre la Costituzione, all’art. 76, prevede che la delega sia concessa “con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”. I decreti legislativi di attuazione delle deleghe sono soggetti ad un voto parlamentare in funzione consultiva, tra l’approvazione preliminare e quella definitiva del Consiglio dei ministri. È l’immagine di un Parlamento subordinato all’iniziativa del governo.

Osserva Zagrebelsky, intervistato per La Repubblica da Ezio Mauro (Renzi e il referendum, cit.), che “in realtà il Senato è stato pensato dai nostri costituenti come la camera di riflessione, non come un Senato federale vero e proprio. La rappresentanza su base regionale serviva infatti a dare voce alle diversità territoriali del nostro Paese, ma l’istituzione delle regioni ordinarie arrivò soltanto nel 1970. Tanto è vero che il solo riferimento al carattere regionale del Senato è nell’articolo 57 della Costituzione che prevede l’elezione a suffragio universale su base regionale. Il vero Senato federale non si realizza soltanto con la presenza dei delegati regionali e territoriali, ma con l’attribuzione di funzioni e competenze specifiche relative alle decisioni nazionali di interesse regionale, cosa che questa riforma non fa. Cosa del resto già prevista nella riforma costituzionale approvata dal parlamento grazie soprattutto alla Lega Nord (Devolution) che istituiva il Senato Federale e che è stata affossata”. Inoltre la trasformazione del Senato avviene in un contesto di decisa centralizzazione del potere, trasferito per molte materie dalle regioni allo Stato.

Premesso che ampio è da anni il consenso sul superamento del bicameralismo così come com’è oggi, con proposte alternative tratte da importanti esperienze straniere, i fautori del NO denunciano un depotenziamento della rappresentanza popolare in uno squilibrio, anche nei rapporti Parlamento-Governo che concorre ad alterare l’intero quadro istituzionale.

Vogliono, quindi, sfatare un mito: tutti i Paesi del G8 sono bicamerali: Canada, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia e Stati Uniti. 15 Paesi del G20 sono bicamerali: gli stessi Paesi del G8 più Argentina, Australia, Brasile, India, Messico e Sud Africa. La stessa Unione Europea suddivide il potere legislativo tra Parlamento e Consiglio Europeo. Sono, invece, monocamerali, per esempio: Arabia Saudita, Cina, Corea, Indonesia e Turchia, non proprio dei modelli di democrazia. Sono monocamerali anche i Paesi scandinavi, ma non potrebbero essere diversamente considerata la scarsa popolazione, la forte omogeneità sociale e politica, la forma di stato accentrata. Hanno un bicameralismo perfetto grandi democrazie come gli Usa e la Svizzera. Quattro miliardi di persone su cinque miliardi e mezzo (Cina esclusa) sono rappresentati da Parlamenti bicamerali. È vero, molti fra questi Paesi hanno un bicameralismo imperfetto, ma pressoché tutti sono autenticamente federali e il Senato rappresenta effettivamente il luogo di compensazione fra le istanze regionali e quelle centrali, il contrario di quello che fa questa riforma (Le ragioni del NO, cit., in Logos, www.logos-rivista.it, giugno 2016). Anche per il fatto che i “senatori” non sono eletti dal popolo. Sembra che i partiti abbiano una certa allergia per il voto di preferenza. A volte sostenendo che favorisce il “voto di scambio”, soprattutto in alcune aree del Paese. E propendono per elezioni “primarie” nelle quali il voto di scambio, sempre in quelle aree del Paese, è stato ripetutamente accertato dalla magistratura.

Per i fautori del NO il nuovo Senato è un pasticcio. Le funzioni attribuite sono ambigue e il modo di elezione dei nuovi senatori confuso, prevedendo peraltro che siano rappresentati enti territoriali (regioni e comuni) i quali svolgono funzioni molto diverse. Il Senato diventa organo ad elezione indiretta composto da 95 senatori (74 Consiglieri regionali, 21 Sindaci e 5 Senatori nominati dal Presidente della Repubblica), non vota la fiducia al Governo ed ha funzioni legislative limitate, ma non irrilevanti (basti pensare ai trattati internazionali ed alla normativa di derivazione dell’Unione Europea) e comunque interferenti, come vedremo, con quelle della Camera. La durata del mandato dei senatori coincide con quella dell’organo dell’istituzione territoriale da cui sono eletti, ossia con la durata dei consigli regionali (art. 57, comma 5). È, dunque, un organo a rinnovo parziale anche nel corso della legislatura della Camera, non soggetto a scioglimento. Non è chiaro se i senatori rappresentano le Regioni, i gruppi consiliari o le popolazioni. Probabilmente rappresentano solamente il partito al quale sono iscritti.

Il superamento del bicameralismo perfetto, tuttavia, lascia inalterato il peso istituzionale della seconda Camera che non solo non è stata abolita, come era stato inizialmente propagandato, ma non è affatto vero che eviterà la seconda lettura delle leggi, tanto criminalizzata, additata come causa principale dei ritardi (molto si è favoleggiato sulla cosiddetta navetta, cioè il passaggio dei disegni di legge da una Camera all’altra). Infatti, su richiesta di appena un terzo dei senatori, si potranno sempre proporre modifiche ai testi approvati dalla Camera, così obbligandola ad una seconda lettura. Verosimilmente non si tratterà di una eccezione, dal momento che, a differenza di oggi, Camera e Senato saranno diversamente composti e spesso in competizione. Il Senato sarà infatti composto da consiglieri regionali e sindaci eletti in tempi diversi, con leggi diverse e per contingenze politiche diverse da quelle che caratterizzano la elezione dei deputati. Nessuno si sofferma sul fatto che questi senatori dovranno dividersi tra la Capitale e il capoluogo regionale, con il rischio di fare male in entrambe le sedi (a proposito non si parla neppure di diaria, spese di viaggio, vitto e alloggio e oneri per la segreteria, ausilio indispensabile per un legislatore). Non solo, se rapportato agli attuali tempi medi di approvazione di alcuni disegni di legge, l’art. 70 prevede già che si raggiungano quei tempi solo per il passaggio in Senato:  il progetto approvato dalla Camera, dopo una discussione che non sarà necessariamente breve, deve essere trasmesso al Senato che entro 10 giorni può decidere di esaminarlo. Nei 30 giorni successivi il Senato può proporre modifiche. A quel punto il testo ritorna alla Camera per la discussione e il voto definitivo. I 40/50 giorni ricordati da Openpolis, necessari per approvare molte delle leggi votate da un Parlamento che nella vigente Costituzione ha spesso avuto una maggioranza simile fra Camera e Senato, sono già abbondantemente superati in una realtà che vedrà due maggioranze non necessariamente collaborative. Anche per sempre possibili interferenze estere (le lobby).

Il Senato dovrà obbligatoriamente approvare tutte le leggi costituzionali, le leggi ordinarie che riguardano comuni e regioni, ma soprattutto le leggi di ratifica dei trattati negoziati nel quadro UE e la cosiddetta “legge comunitaria” che disciplina le modalità di partecipazione dell’Italia alla formazione e attuazione delle norme comunitarie. Un bel po’ di questioni di rilevante interesse. Basti pensare che il diritto amministrativo interno è oggi, e già da tempo, quasi esclusivamente di derivazione europea. E che il 36% delle leggi riguarda la ratifica di trattati, buona parte dei quali deriva dalla appartenenza dell’Italia alla UE, dunque di competenza anche del Senato. Sono fra l’altro proprio queste leggi di ratifica quelle che impiegano più tempo e che fanno alzare la media dei tempi di approvazione.

“Questa riforma, che non appare per nulla urgente, né rilevante – scrive Giuseppe Valditara, ordinario di Diritto romano a Torino, direttore scientifico della rivista Logos, nel cui Comitato scientifico siedono i massimi esperti della Lega Nord e di NoiConSalvini -, rischia dunque di impedire un vero processo costituente che riveda per esempio il funzionamento del CSM, la composizione della Corte costituzionale, le modalità di applicazione di alcuni trattati Ue, che chiarifichi i rapporti fra il nostro ordinamento e quello europeo fissando i confini di quest’ultimo, che riveda i limiti oggi previsti nella Carta ad una tutela più efficace della proprietà privata che introduca un avanzato modello di federalismo fiscale, e un accorpamento di alcune regioni, che farebbe risparmiare, questo sì, miliardi di euro, che ripensi il ruolo del Presidente della repubblica, che attribuisca al Presidente del consiglio il potere di nominare e sostituire direttamente i ministri - di essere un premier e non un primus inter pares, condizionato dal Presidente della repubblica - l’unico, vero potere decisionale di cui si sentiva il bisogno, riforma tanto attesa e curiosamente dimenticata”. Nei giorni scorsi le cronache da Londra ci hanno dimostrato l’efficienza del sistema parlamentare e di governo del Regno Unito. Il Primo Ministro si è dimesso, il suo partito ha designato il successore, la Regina lo ha incaricato e si è subito insediato al n. 10 di Downing Street. Il tutto nel giro di pochi giorni.

Siamo su un altro pianeta.

La cosa più rilevante per il cittadino è senza dubbio la decisione di configurare un Senato che, pur mantiene compiti molto importanti, non è eletto dai cittadini, ma è nominato dai consigli regionali. Un Senato che, oltre alle competenze legislative ricordate, concorre ad eleggere il Presidente della Repubblica, alcuni giudici della Corte costituzionale, ed i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura, non sarà scelto dagli italiani ma dai gruppi regionali nei quali finora la molto ha attecchito la malapianta degli sprechi di denaro pubblico e della corruzione, come leggiamo, quasi quotidianamente, nelle cronache.

Inoltre, non solo la riforma non abolisce i senatori nominati dal Presidente della Repubblica, ma li aumenta proporzionalmente perché addirittura diventano il 5% del totale (100), mentre prima erano 5 sui 315.

Per i fautori del NO in primo luogo non si comprende poi quale sia la funzione di raccordo di questo nuovo Senato in ragione, nei procedimenti legislativi, del ruolo della Conferenza Stato-regioni sempre più determinante. Ma soprattutto, come ha sottolineato il Professore Enzo Cheli, la “non chiara definizione dei rapporti fra le due Camere e tra lo Stato e le regioni” rischia di generare una forte conflittualità destinata a compromettere l’operatività del nuovo modello”. C’è una ipotesi concreta del moltiplicarsi delle liti e delle controversie, il contrario di ciò che una buona riforma della Costituzione dovrebbe fare.

La cancellazione dell’elezione diretta dei senatori, la drastica riduzione dei componenti — lasciando immutato il numero dei deputati — la composizione fondata su persone selezionate per la titolarità di un diverso mandato politico, collegato al ruolo di consiglieri regionali o di sindaci, colpiscono irrimediabilmente il principio della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale. È la tesi del NO. Non basta l’argomento del taglio dei costi, che più e meglio si poteva perseguire con scelte diverse e che, come vedremo in un successivo capitolo, riguarda spiccioli. Né l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie, smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo e da un rapporto Stato-Regioni che solo in piccola parte realizza quegli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione che pure erano necessari, determinando, senza valorizzare per nulla il principio di responsabilità, fortissimi rischi di inefficiente e costoso neo-centralismo. È possibile accogliere una riforma che assicuri più efficienza e miglior funzionamento dell’istituzione, che non significa necessariamente “maggiore velocità”, ma razionalità, responsabilità e tutela della rappresentanza delle istituzioni democratiche. La riforma del Governo, invece, stravolge l’impianto della Costituzione del 1948, ed affronta un momento storico difficile e una pesante crisi economica concentrando il potere sull’esecutivo, producendo un impatto indiscutibile e decisivo sulla partecipazione democratica, sul pluralismo istituzionale, sulla sovranità popolare, sulla rappresentanza.

In proposito, alla domanda se, con la nuova riforma, l’approvazione delle leggi sarà più rapida e renderà i governi più stabili. Zagrebelsky ha affermato che “se è vero che viene garantita la stabilità governativa, ci si riuscirà solo in ragione di un accentramento del potere che l’Italia non conosce più da tempo. Non era infatti necessario abrogare il bicameralismo, ma correggerlo soltanto in alcuni suoi vizi, come il continuo rinvio tra le due Camere, e prevedere un Senato federale con propria iniziativa e competenza legislativa sulle materie di interesse regionale, in modo che ci fosse veramente una Camera dedicata ai territori come in tutti i modelli federali democratici che questa riforma invece di emulare, ignora completamente”.

9 agosto 2016

 

 

Arturo Martucci di Scarfizzi e Claudio Galtieri nominati Presidente e Procuratore Generale della Corte dei conti

di Salvatore Sfrecola

 

Dal 1°agosto sono stati rinnovati i vertici della Corte dei conti, Presidente e Procuratore Generale.

Nel rispetto delle indicazioni del Consiglio di Presidenza, il CSM della Magistratura contabile, il Consiglio dei ministri ha proceduto alla nomina dei magistrati che sostituiranno, rispettivamente, Raffaele Squitieri e Martino Colella, collocati a riposo con decorrenza 1° luglio.

Arturo Martucci di Scarfizzi, nuovo Presidente della Corte dei conti è un magistrato con grande e variegata esperienza nei settori del controllo e della giurisdizione contabile, le attribuzioni costituzionali della Corte previste dagli articoli 100, comma 2, e 103, comma 2, Cost..

Nato a Napoli il 19 agosto 1947, già funzionario del Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, Martucci di Scarfizzi è entrato a far parte della Magistratura della Corte dei conti nel 1979, a seguito di pubblico concorso.

Nel corso della carriera ha svolto numerosi e prestigiosi incarichi fornendo importanti contributi anche in ambito scientifico. Presidente Aggiunto della Corte dei conti dal 1° febbraio 2015, e pertanto componente di diritto del Consiglio di Presidenza, è stato Presidente coordinatore delle Sezioni riunite in sede giurisdizionale e componente delle Sezioni riunite in Sede consultiva e deliberante.

Martucci di Scarfizzi ha iniziato la carriera di magistrato contabile presso l’allora Delegazione regionale di controllo per la Puglia (oggi Sezione regionale di controllo), la Delegazione regionale per il Lazio e presso la Commissione amministrativa regionale di controllo per il Lazio. Successivamente ha prestato servizio presso la Procura Generale ed il Servizio Massimario e Rivista (Rivista della Corte dei conti, la pubblicazione bimestrale di servizio, diretta dal Presidente di Sezione Gaetano D’Auria, un tempo edita dall’Istituto Poligrafico dello Stato, poi da Maggioli, oggi da Rubettino). Successivamente ha ricoperto l’incarico di Procuratore Regionale per la Campania.

È autore di numerosi scritti in materia amministrativa e contabile. Nelle stesse materie ha tenuto relazioni in importanti convegni di studio.

La Famiglia Martucci di Scarfizzi è originaria del cosentino. Il titolo di Marchesi di Scarfizzi è stato concesso da Re Ferdinando IV il 31 maggio 1788.

Anche Claudio Galtieri, romano, nuovo Procuratore Generale, vanta una lunga esperienza nella magistratura della Corte dei conti nella quale è entrato a far parte a seguito di concorso nel novembre 1976. Dopo una prima esperienza nell’ambito delle attività di controllo su Amministrazioni periferiche e centrali dello Stato (1976-1980), poi Direttore dell'Ufficio di coordinamento del controllo preventivo (1980-1989), dal 1987 al luglio 1996 Galtieri è stato componente della Prima Sezione giurisdizionale per le materie di contabilità pubblica, prima giudice di primo grado e poi d’appello. Dal luglio 1996 al dicembre 2001 ha svolto funzioni di Vice Procuratore Generale presso la Procura generale in Roma, con incarico di responsabile del coordinamento delle Procure regionali. Dal 1° gennaio 2002 ha svolto le funzioni di Procuratore regionale presso la Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Toscana. Successivamente, dal 21 febbraio 2011, ha assunto le funzioni di Presidente della Sezione giurisdizionale per la Regione Lombardia per poi tornare a Roma a presiedere la Prima Sezione d’Appello.

Dal 1981 al 1994 ha fatto parte del Servizio Massimario e Rivista e dal 1991 al 1994 è stato responsabile dell’Ufficio studi del Consiglio di Presidenza.

Ha svolto anche prestigiosi incarichi di consulenza: presso l’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici dall’ottobre 2000 al settembre 2008; la Presidenza del Consiglio dei Ministri dall’ottobre 2001 al dicembre 2005 per le questioni concernenti l’attività contrattuale di Palazzo Chigi; in tale veste ha collaborato alla revisione del Regolamento di contabilità.

Del dottor Galtieri si conoscono anche rilevanti attività scientifiche, di studio e di insegnamento. Ha collaborato a numerose riviste giuridiche, di alcune delle quali è stato redattore capo per molti anni (Rassegna del Consiglio di Stato, Rassegna dei Tribunali amministrativi regionali, La Settimana giuridica, Rassegna giuridica della sanità, Archivio giuridico delle opere pubbliche). Ha pubblicato numerosi articoli in materia di diritto amministrativo, finanza locale, informatizzazione giuridica, danno ambientale, controlli di gestione e responsabilità, attività contrattuale della P.A..

È coautore di numerose opere in materie amministrative, con particolare riguardo all’attività contrattuale (da ultimo: Appalti pubblici di servizi - Il Sole 24 ore 1996-1998; Appalti pubblici di forniture, Il Sole 24 ore 2001; Il leasing e la Pubblica amministrazione, Il Sole 24 ore 2001; La realizzazione dei lavori pubblici, CEL 2004).

Galtieri ha anche svolto una intensa attività didattica collaborando per molti anni alla cattedra di Diritto amministrativo presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ed ha svolto, come professore a contratto, l’insegnamento integrativo di “Attività contrattuale della P.A.” presso la cattedra di Diritto amministrativo della Facoltà di Economia dell’Università di Perugia.

È docente nell’ambito dell’annuale Corso sui contratti pubblici presso la Scuola di perfezionamento in diritto amministrativo dell’Università di Bologna – SPISA, presso la quale ha tenuto anche il corso di “Contabilità di Stato”.

Ha tenuto anche lezioni sugli appalti pubblici e il danno nell’ambito dei Corsi per Ufficiali superiori presso la Scuola di Polizia tributaria della Guardia di finanza.

Al Presidente ed al Procuratore Generale le congratulazioni e gli auguri di www.unsognoitaliano.it che spesso si occupa di tematiche concernenti le attribuzioni di controllo e giurisdizionali della Corte dei conti.

7 agosto 2016

 

 

 

Il caso del PM dell’incidente ferroviario di Andria che ha rinunciato all’inchiesta dopo le foto che la ritraggono con l’avvocato difensore di uno degli imputati

L’indipendenza dei giudici tra l’essere e l’apparire

di Salvatore Sfrecola

 

Infine il Sostituto Procuratore della Repubblica di Trani, titolare dell’inchiesta sull’incidente ferroviario di Andria con morti e feriti, ha rinunciato all’incarico. Dopo che su Facebook erano state pubblicate, postate come si dice, foto che dimostravano una notevole familiarità con un avvocato, difensore di uno dei capostazione indagati. Il magistrato ha lasciato l’inchiesta ma non potrà evitare che del suo caso si occupi il Consiglio Superiore della Magistratura. La procedura, infatti, è stata avviata.

La vicenda porta nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica una questione antica, oggi enfatizzata dalla possibilità di diffusione delle notizie anche personali sui mezzi di comunicazione di massa, quella della indipendenza dei magistrati, giudici e pubblici ministeri, un requisito minimo, essenziale per chi amministra la giustizia. Un requisito che la Magistratura stessa è da sempre impegnata a tutelare, considerato che il comportamento e, quindi, l’immagine di ognuno ricade sull’immagine di tutti.

Un’indipendenza che deve essere osservata non solamente nel concreto esercizio delle funzioni, giudicanti o requirenti, ma che occorre sia evidente, secondo la regola antica che non basta essere indipendente, è necessario anche apparire tali agli occhi della gente. E non c’è dubbio che il PM che oggi ha rinunciato all’inchiesta è stata imprudente avendo consentito ad un avvocato confidenze che neppure in un luogo privato, in presenza di altre persone, dovevano essere permesse, tra l’altro testimoniate da più foto pubblicate sempre sui social network.

Allo stesso tempo l’avvocato ha dimostrato gravissima scorrettezza, in particolare se fosse effettivamente legato da un rapporto di amicizia al magistrato, mettendola in una condizione di gravissimo imbarazzo, a meno che non si sia comportato in tal modo per ottenere il risultato di eliminare quel Pubblico Ministero dalla sua strada. Ipotesi che, allo stato, non è sorretta da alcun indizio.

Ingenuità o malafede non conta. Il danno all’immagine della Giustizia è fatto, perché resta nell’immaginario di chi ha visto quelle foto la possibilità di rapporti non limpidi, e si sente legittimato a generalizzazioni  ed illazioni ingiuste.

6 agosto 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti - 5

Una riforma approvata da un Parlamento delegittimato

di Salvatore Sfrecola

 

  Per i fautori del SÌ la legge di revisione della Costituzione è stata approvata “con una larga maggioranza” peraltro non sufficiente ad evitare il referendum (non sarebbe stato necessario, ai sensi dell’art 138, comma 2, Cost. se la legge fosse stata “approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti”). Per il Comitato del NO, e per quanti condividono questa posizione, è stata una “finta maggioranza”. Anzi, “una minoranza che, grazie alla sovrarappresentazione parlamentare (il premio di maggioranza, n.d.A.) fornita da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza solo sulla carta, non può spingersi fino a cambiare, con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione”. Infatti la sentenza della Corte costituzionale n. 1 del 13 gennaio 2014 (Presidente Silvestri, relatore Tesauro), che ha dichiarato illegittimo il Porcellum, la legge con la quale le attuali Camere sono state elette (e che ha assicurato il “premio”), pur non delegittimando il Parlamento, in ragione del “principio della continuità dello Stato” largamente contestato in sede scientifica, avrebbe tuttavia richiesto una limitata sopravvivenza di quelle Camere, giusto il tempo di varare una nuova legge elettorale per poi essere sciolte ed andare a nuove elezioni.

Una soluzione “diplomatica”, si direbbe, ma chiara. Le Camere non possono venir meno immediatamente ma hanno una limitata legittimazione. Possono solo occuparsi dell’emergenza. Invece sono ancora in carica, ad oltre due anni e mezzo dalla sentenza che si è pronunciata sul Porcellum. Tra l’altro il rinvio al principio di continuità dello Stato, criticatissimo come si è detto, è motivato in modo assai fragile, con riferimento a due articoli della Costituzione (gli artt. 61, comma 2, e 77, comma 2) che riguardano, rispettivamente, la proroga dei poteri delle Camere sciolte (ma regolarmente elette), in attesa della prima riunione delle “nuove”, e la convocazione delle Camere “anche se sciolte” ai fini della conversione dei decreti legge. È chiaro che si tratta di due situazioni giuridiche molto diverse. Non ci azzeccano, direbbe Di Pietro.

Questo Parlamento, dunque, legittimato a funzionare solo in ragione dell’emergenza, non poteva spingersi fino a cambiare la Costituzione. Il Comitato per il NO parla di “un violento colpo di mano di una minoranza che artificiosamente è divenuta maggioranza”.

Su questa realtà il Capo dello Stato avrebbe dovuto vigilare perché fosse rispettata la sentenza della Consulta. Invece il 22 aprile 2013, di fronte al Parlamento in seduta comune, il giorno del suo secondo insediamento, Napolitano ha sostenuto, come ricorda Francesco Clementi, docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Perugia, fautore del SÌ, che la prosecuzione della legislatura si giustificava proprio in funzione di riforme necessarie e non più eludibili.

Senza dubbio una forzatura. Neppure particolarmente elegante.

Tra i fautori del SÌ c’è anche il Prof. Stefano Ceccanti, costituzionalista, il quale ritiene che “la legittimità è un argomento che non si può usare. O si è legittimi o non si è legittimi. O bisognava andare a votare subito e il Parlamento non poteva fare più niente. Oppure non era necessario andare a votare e il Parlamento può fare tutto. Come può votare la fiducia al governo ed eleggere il Presidente della Repubblica e i giudici costituzionali, così allo stesso modo il Parlamento può riformare la Costituzione. Dopodiché, se esiste un dubbio di rappresentatività, sarà sciolto dal voto referendario”.

Non è così. Le Camere dovevano essere sciolte. Avrebbe dovuto provvedere in tal senso il Presidente della Repubblica. Non l’ha fatto e questo non si risolve come dice il Prof. Ceccanti con il voto referendario. Perché quel voto non può legittimare ciò che legittimo non è, perché il referendum non costituisce verifica della legittimità del procedimento legislativo. In diritto la forma spesso è sostanza, soprattutto quando si tratta delle regole della democrazia rappresentativa e della legalità costituzionale. Ma non c’è modo di far fronte alla prepotenza. Né è immaginabile un intervento della Corte costituzionale.

È un problema di sensibilità politica. L’idea che un Parlamento, eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale, possa non solo sopravvivere oltre un ragionevole lasso di tempo ma addirittura si metta a riformare la Costituzione sarebbe inimmaginabile in qualunque democrazia liberale.

Anzi, interpellato da Formiche, Ceccanti va al contrattacco e risponde alle critiche mosse sul Fatto Quotidiano dal Presidente emerito della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky che in 15 punti ha manifestato la propria contrarietà alla riforma. In uno di questi il Presidente aveva affermato come la riforma della Costituzione non debba garantire la governabilità bensì un governo. Precisando di ritenere che “governo, in democrazia, presupponga idee e progetti politici capaci di suscitare consenso, partecipazione, sostegno. In assenza, la democrazia degenera in linguaggio demagogico, rassicurazioni vuote, altra faccia della rassegnazione e dell’abulia”. Per Ceccanti quella di Zagrebelsky è una “opzione di tipo culturale” e sposta l’accento sull’esperienza delle democrazie europee di pari importanza, le quali, “seppur con regole diverse – hanno tutte sempre assicurato un governo di legislatura. Ciò invece in Italia non è accaduto. Basta pensare alla cancelliera tedesca Angela Merkel che nei vertici europei ha visto alternarsi Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. Mi pare difficile sostenere che in Italia non ci sia un problema di governabilità e che le soluzioni adottate con la riforma non lo riducano”.

Queste considerazioni rivelano un altro aspetto del dibattito, spesso evocato ma non inquadrato nei suoi esatti termini. La questione della governabilità è evidentemente rimessa ad una saggia legge elettorale non alla revisione delle istituzioni. L’Italia, infatti, con questa Costituzione, ha avuto governi di legislatura proprio in ragione di una legge elettorale, il cosiddetto Mattarellum, che aveva sperimentato collegi uninominali, sostituita da quella dichiara incostituzionale, approvata in fretta e furia sul crepuscolo della legislatura 2001-2006, quando la maggioranza di Centrodestra, comprendendo di avere scarse possibilità di tornare a vincere nelle elezioni del giugno 2006, aveva cercato di parare il colpo, “riuscendo” a perdere per soli 24 mila voti. Insomma, come è accaduto altre volte, una legge fatta a misura degli interessi di chi la propone. Ed, infatti, la modifica della legge elettorale è avvenuta ripetutamente negli ultimi trenta anni.

Sono riforme dal fiato corto, che rivelano la cura di interessi particolari, quelli del partito egemone o che pensa di diventarlo.

Questo, comunque, attesta della stretta connessione tra Costituzione e legge elettorale. Infatti la governabilità non è assicurata dalla riforma costituzionale ma dalla maggioranza conquistata in sede elettorale, maggioranza che, a sua volta, assicura al partito egemone la possibilità di eleggere in solitario il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali ed i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura. È evidente che c’è un pericolo per la democrazia.

In difficoltà nel difendere la decisione di Napolitano di far sopravvivere le Camere, Clementi afferma che questa riforma è comunque valida perché “migliorerà la qualità della democrazia” spiegando che ciò è possibile “perché affronta i principali problemi che da decenni vengono sottolineati da ogni partito o schieramento politico rispetto all’inadeguatezza delle nostre istituzioni di fronte al tempo che cambia”.

Una risposta apodittica che fa il paio con l’affermazione che, grazie a questa riforma “ci sarà un miglioramento della qualità della legislazione, tanto nel suo procedimento, quanto nelle sue fonti: dalla decretazione d’urgenza ai referendum propositivi e di indirizzo che entrano per la prima volta nel nostro ordinamento”. Apodittica perché la qualità della legislazione è dato dalla professionalità del legislatore, come sanno bene coloro che, giudici, avvocati, funzionari pubblici, s’interrogano quotidianamente sul significato delle parole della legge per cercare di comprendere quale sia l’obiettivo che si è voluto perseguire, sovente senza riuscirci. Un impegno arduo, perché frustrato dalla oscurità dei testi, dalla loro inutile ridondanza, dal lessico approssimativo. Come nella legge di revisione che non pochi hanno osservato essere scritta in un italiano scadente e ricordato nell’occasione come Meuccio Ruini, Presidente della Commissione dei Settantacinque, che ha redatto la bozza di Costituzione, avesse incaricato Concetto Marchesi, famoso storico della letteratura latina, Costituente, di farsi coadiuvare da alcuni illustri linguisti per una revisione del testo, si direbbe, “risciacquandolo” nel Tevere, come Manzoni aveva risciacquato “i panni in Arno”, insoddisfatto della prima stesura de I promessi sposi. “La Costituzione – precisò Ruini – si rivolge direttamente al popolo e deve essere capita”. Anche questa esigenza è connotato fondamentale della democrazia. L’aveva richiamata Piero Calamandrei in Assemblea Costituente il 4 marzo 1947, lodando esempi di “equilibrio e di armonia stilistica”, riconosciuti proprio in un documento di Ruini. Un po’ come dello Statuto Albertino, del quale aveva sentito dire da un altro Costituente “guardate come era semplice e sobrio; ed ha servito a governare l’Italia per quasi un secolo”

            4 agosto 2016

 

 

La revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 4

Per i fautori del SÌ quella che siamo chiamati ad approvare o respingere con il referendum è una riforma necessaria, attesa da anni, che ci chiede l’Europa, che il Presidente Napolitano ha posto al vertice dell’agenda del governo. Ma non è così

di Salvatore Sfrecola

 

Una riforma necessaria, attesa da anni, che ci chiede l’Europa, che il Presidente Napolitano ha posto al vertice dell’agenda del governo. Così i fautori del SÌ. Di queste affermazioni, tuttavia, è vera solamente l’ultima, quella del presidente Napolitano impegnato in prima persona. E che adesso, terminato il suo mandato, anche da “emerito” continua a premere affermando che con il NO sarebbe a rischio la sua eredità !). Qualcuno direbbe che basta questa affermazione per votare NO. Ma sarebbe una battuta e noi vogliamo ragionare sulle cose.

Cominciamo, dunque, daccapo, inquadrando il messaggio nell’esperienza degli ultimi decenni. Una riforma urgente per la governabilità è tesi ricorrente, da Craxi a Berlusconi a Renzi. Secondo questa lettura delle questioni politiche tutte le insufficienze dell’azione governativa, nell’amministrazione e nell’economia, non sono conseguenza dell’inadeguatezza della classe politica di governo e di maggioranza che lo sostiene, ma dell’assetto istituzionale, in sostanza della Costituzione che, per definizione, è legge solo di principi, spesso composta di un limitato numero di norme destinate a durare nel tempo. Mentre le politiche pubbliche si perseguono con leggi ordinarie, regolamenti e decreti vari.

Le costituzioni, naturalmente, non sono immodificabili. Per cui ove emergesse per la nostra Carta fondamentale l’esigenza di intervenire, le modifiche dovranno comunque essere approvate con l’ampio consenso con il quale a suo tempo, a fine 1947, è stata approvata. Questa riforma, invece, non è stata approvata “nella seconda votazione da ciascuna Camera a maggioranza di due terzi dei suoi componenti” (art. 138, comma 3) circostanza che avrebbe evitato il referendum. Altro che “larga maggioranza”.

Quel che sfugge al partito della riforma, che pure non è nuovo a colpi di mano, come quando nel 2001 approvò con soli tre voti, la riforma del Titolo Quinto oggi disconosciuta, è che approvare una riforma con un solo voto di maggioranza non è nello spirito dei Costituenti. Infatti la Carta fondamentale vive nel consenso più ampio delle Camere. Conseguentemente con il voto dei due terzi del Parlamento non si fa luogo a referendum. Questa regola, una procedura definita “aggravata” per la necessità del più ampio consenso delle Camere, è conseguenza della natura “rigida” della Costituzione, voluta dai Costituenti a seguito dell’esperienza delle sventure conseguenti all’alterazione delle regole statutarie dovute, nel periodo fascista, alla natura “flessibile” dello Statuto Albertino che ne consentiva la modifica con legge ordinaria. Dal 1948 la Carta fondamentale è, dunque, parametro di riferimento della legislazione ordinaria presidiata dalla Corte costituzionale, quale giudice delle leggi. Uno dei “contrappesi” che rischiano di venir meno al loro ruolo in ragione dell’ampio potere di nomina dei giudici costituzionali che è assicurata dalla legge elettorale, il cosiddetto Italicum, alla maggioranza di governo che, avendo il potere incontrastato di fare le leggi (in ragione dei numeri di cui dispone alla Camera a seguito del premio di maggioranza), influirebbe in misura determinante anche sulla compagine del collegio che ne giudica la legittimità costituzionale. Infatti, oltre ai giudici eletti dalla maggioranza parlamentare, che è anche maggioranza governativa, ve ne sono altri cinque nominati dal Presidente della Repubblica che con la nuova legge elettorale è eletto in solitario dalla medesima maggioranza. Uguale cosa può dirsi della elezione del Presidente della Repubblica, dei Giudici costituzionali e dei componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Sul sistema dei pesi e dei contrappesi nell’assetto costituzionale, che, come detto, con questa riforma sarebbero condizionati dal “premio” di maggioranza di 340 seggi alla Camera, che porterebbe il partito vincitore ad essere autosufficiente in ogni votazione, sbaglia, dunque, il Ministro per le riforme, Maria Elena Boschi, quando afferma che “non corrisponde alla realtà” un pericolo per la tenuta delle istituzioni di garanzia. A suo giudizio, infatti, la Repubblica rimane parlamentare, il Presidente della Repubblica mantiene il ruolo di garante della correttezza istituzionale, le funzioni attribuite alla Corte Costituzionale e l’autonomia della magistratura non vengono intaccate. “Nulla di quello che è stato modificato con la riforma, incide sui pesi e sui contrappesi“, sostiene.

I dubbi, invece, ci sono e fondati, in quanto la maggioranza ha i numeri per prendere tutto, una preoccupazione già manifestata da Bersani in via di principio al momento della votazione sulla legge elettorale (Corriere della Sera, 9 aprile 2014). Dubbio che è espressione di onestà intellettuale e non di un calcolo politico, quello che aveva indotto Renzi a prevedere un tetto del 40% per il vincitore (anche meno, ovviamente, in caso di ballottaggio) nella convinzione che il livello di consensi ottenuto dal Partito Democratico nelle elezioni europee (superiore al 40%) sarebbe stato mantenuto nel tempo.

Di qui le ragioni del NO nel prossimo referendum, istituto che nella storia delle democrazie occidentali e nel nostro ordinamento, è espressione della cosiddetta “democrazia diretta”, le cui ragioni storiche e politiche vanno essenzialmente individuate nella necessità di attribuire al popolo, cioè al corpo elettorale, la verifica di alcune delle decisioni assunte dagli organi della rappresentanza popolare, i Parlamenti.

Chi ha manifestato nel tempo contrarietà al referendum ha individuato nell’istituto “difetti e svantaggi, come, ad esempio, l’inidoneità e l’incompetenza dei comuni cittadini nel deliberare in ordine agli affari di governo spesso tecnicamente complessi; l’impossibilità di giungere ad un compromesso tra le due opposte posizioni, così che il referendum obbliga ad adottare una delle due soluzioni necessariamente antagoniste, e non favorisce la ricerca del consenso su decisioni intermedie, il pericolo che, mediante la rigorosa e forzata utilizzazione del criterio maggioritario, le minoranze risultino ancor più oppresse” (G. M. Salerno). Ha osservato, in proposito, Michele Ainis come “questo referendum ci confisca il diritto di scegliere fra i suoi diversi petali, ma non è colpa dei costituenti: l’art. 138 venne concepito per interventi singoli, chirurgici, puntuali” (L’Espresso del 4 febbraio 2016). È questo il motivo per il quale, forse nel timore che possa prevalere il NO, si vanno facendo strada proposte di “spacchettamento” del quesito referendario (nel senso di prevedere quesiti distinti su singoli punti della riforma) che dovrebbero, nell’intenzione di chi lo propone, acquisire consensi su alcuni degli aspetti più condivisi. Soluzione non praticabile in ragione della connessione esistente tra le norme. Il Presidente del Consiglio si dice contrario a spacchettare: “no a quesiti à la carte”, ha detto in un’intervista a Il Sole 24 Ore il 12 luglio. È la tesi anche di Stefano Ceccanti, docente di Diritto pubblico comparato all’Università di Roma “La Sapienza”, secondo il quale “la riforma costituzionale è una sorta di patto, dal punto di vista tecnico e politico. Questi interventi prevedono delle compensazioni interne: si cede su un articolo, si bilancia con un altro. Tutto si tiene, è inimmaginabile cancellarne solo una parte”. Unico dubbio è: il “patto” con chi è stato fatto se la maggioranza si è tenuta stretta intorno alla sua base escludendo pressoché tutti gli emendamenti dell’opposizione?

Quesito onnicomprensivo, dunque, a fronte del quale l’immagine, offerta dal Presidente del Consiglio attraverso i media, dell’elettore che legge, capisce, valuta e decide non corrisponde alla realtà di un testo che anche gli esperti giudicano di difficile interpretazione, probabilmente perché non privo “di difetti e discrasie”. A mio giudizio un quesito referendario pressoché indecifrabile è una autentica “truffa” ai danni dei cittadini elettori. Una questione che i fautori del SÌ tentano di aggirare affermando, come ha fatto il gesuita Padre Occhetta (su Civiltà Cattolica), che “va anzitutto compresa la logica referendaria”, ricordando che “l’elettore è chiamato a dare un giudizio sintetico e globale, avendo presente il testo vigente (quello che sarebbe confermato in caso di successo del No) e quello approvato dalla riforma Boschi (…)”.

Quindi SÌ o NO all’intero pacchetto, indipendentemente dalle norme, e questo riduce obiettivamente – come ha scritto Michele Ainis - gli spazi di libertà dell’elettore cui la decisione finale è affidata.

Insomma si vota “la logica” e si fa finta di niente quanto alle singole norme.

Abbiamo detto iniziando che i fautori del SÌ sostengono che la riforma fosse necessaria, attesa da anni, che ci chiede l’Europa, che il Presidente Napolitano ha posto al vertice dell’agenda del governo. Secondo i firmatari del manifesto del SÌ e quanti si sono impegnati nel sostenere le ragioni della legge di revisione costituzionale, esponenti dei partiti, dei sindacati, delle associazioni di categoria (dalla Confindustria alla Confartigianato) e del mondo accademico, la riforma, varata in Parlamento “con una larga maggioranza” affronta “efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese”. “Nel progetto - scrivono - non c’è forse tutto, ma c’è molto di quel che serve, e non da oggi”. È la tesi della riforma attesa “da tempo”, senza che venga in mente a chi la sostiene che se non è stata proposta e approvata vuol dire che non c’era consenso, che in un ordinamento costituzionale è la misura della democrazia.

Le “emergenze istituzionali” sono in vario modo individuate nella necessità di superare il “bicameralismo paritario” ed assicurare la “governabilità”, in tandem con la nuova legge elettorale entrata in vigore il 1° luglio 2016. Si afferma, in particolare, che la Governabilità va individuata nel fatto che, superato “l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato” si prevede “un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo”. Il Senato, infatti, non vota la fiducia. Argomento forte nel dibattito politico e come tale ricorrente nei confronti televisivi come nei conversari della gente, anche se non poteva che essere così. Una Camera i cui componenti non sono eletti dal popolo non può votare la fiducia. Anche il Senato del Regno, di nomina regia, non votava la fiducia. Nessuno lo ha mai dubitato, nonostante quell’assemblea fosse composta dalle maggiori personalità della cultura e delle istituzioni (da Manzoni a Verdi, a Carducci, Einaudi, Croce, Pacinotti, Righi, per fare qualche nome tra quelli più noti al grosso pubblico, se non altro perché ad essi sono intestate scuole e vie).

Una riforma, si sostiene, che “ci chiede l’Europa”. In realtà l’Unione Europea chiede quel che si può realizzare prevalentemente con leggi ordinarie: una giustizia più celere, per favorire gli investimenti e la circolazione dei capitali, procedure amministrative più snelle e più veloci e, soprattutto, più trasparenti, il contrasto all’evasione fiscale e alla corruzione che incidono sulla libertà di concorrenza, uno dei cardini dell’Unione, ai sensi dell’art. 81 del Trattato.

In una visione più ampia dei rapporti tra l’Italia e l’Unione Europea Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale, scrive: “Diteci che cosa rappresenta l’Europa di oggi se non principalmente il tentativo di garantire equilibri economico-finanziari del Continente per venire incontro alla “fiducia degli investitori” e a proteggerli dalle scosse che vengono dal mercato mondiale. A questo fine, l’Europa ha bisogno d’istituzioni statali che eseguano con disciplina i Diktat ch’essa emana, come quello indirizzato il 5 agosto 2011 al “caro primo ministro”, contenente un vero e proprio programma di governo ultra-liberista, in materia economico-sociale, associato all’invito di darsi istituzioni decidenti per eseguirlo in conformità. Continua Zagrebelsky: dite: “Ce lo chiede l’Europa” e tacete della famosa lettera Draghi-Trichet, parallela ad analoghi documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese. (…) A chi dice: ce lo chiede l’Europa, poniamo a nostra volta la domanda: qual è l’Europa alla quale volete dare risposte?. “L’Europa – aveva detto a La Repubblica - è una scelta, non un guinzaglio. L’articolo 11 della Costituzione prevede la possibilità che l’Italia limiti la sua sovranità a favore di organismi internazionali, ma a condizione che ciò serva alla pace e alla giustizia tra le Nazioni. Che cosa vuol dire? Che non è un’abdicazione incondizionata alla finanza, entità immateriale con conseguenze molto concrete, ma una partecipazione consapevole e paritaria a istituzioni democratiche sovranazionali. L’Europa dovrebbe significare più, non meno democrazia”.

Una riforma, infine, che il Presidente della Repubblica ha posto ad obiettivo dell’agenda del Governo, come ripetutamente affermato dal Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, che se l’è intestata, insieme al Presidente del Consiglio. L’impegno di Giorgio Napolitano, in effetti, è stato rilevante e continuo, tanto da rivendicare apertamente la paternità della riforma, con interventi ripetuti e pressanti non consueti ad un Capo dello Stato in una Repubblica parlamentare, affermando che, se prevalesse il NO, considererebbe il risultato una sua personale sconfitta, un disconoscimento della sua iniziativa (“col referendum, a rischio la mia eredità”), aggiungendo che in tal caso “per le riforme è finita: l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi” (Corriere della Sera del 3 maggio 2016). Una indicazione che il Presidente, sappiamo, non poteva dare. L’indirizzo politico è nelle scelte dell’elettorato (che non ne ha date al riguardo) e nel voto delle Camere che approvano le dichiarazioni programmatiche del Governo. Per cui la lettura “presidenzialista”, di cui si è molto parlato (riassunta giornalisticamente nell’espressione “Re Giorgio”), è fuori della Costituzione.

Un comportamento entrato ancora nel mirino di Zagrebelsky che, nell’accusare il Governo  di “arroganza”, ha sottolineato come “queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di chi, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione” (in Loro diranno, noi diciamo, Laterza).

Per chi ha sensibilità democratica e crede nel ruolo del Parlamento, riflesso delle speranze dell’elettorato, ci sono troppe forzature delle regole lungo il percorso riformatore perché non si possa che votare NO.

1° agosto 2016

 

 

 

La revisione della Costituzione:

le parole e i fatti – 3

Per D’Alimonte serve una “conoscenza basata sui fatti”. Che poi ignora

di Salvatore Sfrecola

 

La premessa è pienamente accettabile: “per far vincere paura e strumentalizzazioni serve conoscenza basata sui fatti”. È il titolo della pagina che il Sole 24 Ore oggi dedica al dibattito sul referendum nella quale le ragioni del SÌ sono affidate a Francesco Clementi, quelle del NO a Valerio Onida. L’apertura è di Roberto D’Alimonte, politologo, che imposta il tema del dibattito “meno umori, più contenuti”. Come non si potrebbe essere d’accordo? Sennonché i veri contenuti, secondo D’Alimonte, sembrano essere riferiti più che altro a quello che la legge di revisione costituzionale non cambia “di una virgola”, i poteri del presidente del Consiglio, quelli del presidente della Repubblica, della Corte costituzionale. Perché “quello che la riforma fa è importante ma limitato. Cambia la composizione e il ruolo del Senato. Ridisegna i rapporti tra le regioni e lo Stato. Introduce nuovi meccanismi di democrazia diretta. Modifica la procedura per la scelta del presidente della repubblica”.

Poco importa se “poteva essere fatta meglio”, votata da “una maggioranza più ampia”. Insomma, “pur con tutti i suoi limiti” è “un passo avanti”, “dopo trenta anni e passa di immobilismo istituzionale”. Gli elettori “non dovranno decidere se questa è una riforma perfetta Non lo è”. Infine, “non è il metodo che conta”. “Meglio una riforma approvata a maggioranza che nessuna riforma”, tanto per rispondere a coloro che ritengono che, come nel 1947, la Costituzione – come ovunque nelle democrazie occidentali - debba essere approvata a larghissima maggioranza perché è la legge fondamentale dello Stato, quella nella quale gli italiani si devono poter riconoscere per anni, per decenni, come ovunque nel mondo dura una Costituzione.

Insomma D’Alimonte ripete oggi la tesi che porta avanti da tempo, “meglio questa che niente”, tradotto nel linguaggio comune. Di fronte all’immobilismo di oltre un trentennio (Renzi aveva provato a sostenere che la sua riforma era attesa da settant’anni, poi gli hanno spiegato che la Costituzione non aveva quella anzianità, per cui ha ripiegato su un minore lasso di tempo) qualcosa si doveva fare e quel qualcosa è la legge di revisione costituzionale che gli italiani dovranno leggere e capire per poi votare nel referendum. Che ho chiamato una “truffa”, perché il testo è complesso e non chiaro, tanto da non trovare concordi nella interpretazione neppure illustri giuristi. Pretendere che gli elettori possano decidere SÌ o NO con piena consapevolezza è una autentica presa in giro.

Non sconvolge il professore D’Alimonte che questa riforma “con tutti i suoi limiti” non è una leggina qualunque che è possibile modificare con un semplice emendamento in occasione del primo provvedimento normativo all’ordine del giorno di Camera e Senato. Questa è la Costituzione della Repubblica Italiana, la legge fondamentale degli italiani. Quella e questi meritano rispetto, il massimo rispetto. La Carta non si deve modificare nella consapevolezza della sua insufficienza e non si deve raccontare agli italiani che votarla non è “un attentato alla democrazia” perché nessuno l’ha detto. L’attentato, infatti, non è nella legge costituzionale ma nell’effetto che sul funzionamento delle istituzioni e sull’equilibrio dei poteri e sugli istituti di garanzia avrà la legge elettorale, quella giornalisticamente definita Italicum. E mi sono chiesto spesso perché mai si usi la lingua che a tutti ha insegnato il diritto per designare una legge a misura dell’interesse del partito oggi di maggioranza perché la mantenga, la consolidi e l’ampli per poter nominare ad libitum il Presidente della Repubblica, i giudici della Corte costituzionale, i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nella mancanza di contrappesi sta il pericolo per la democrazia, in Italia come ovunque negli stati costituzionali. Un pericolo che senza mezzi termini è evidente già oggi nell’impegno che in prima persona ha assunto Giorgio Napolitano (chiamato dai giornali “Re Giorgio”, senza pensare che quella espressione certifica la lesione della democrazia parlamentare) intestandosi la riforma e sostenendo financo che il prevalere del NO avrebbe sconfessato la sua eredità. Ma ci rendiamo conto di quel che significa questa intrusione del Capo dello Stato in iniziative che neppure il Presidente del consiglio avrebbe dovuto intestarsi, come insegnano da Calamandrei in poi coloro che distinguono tra le funzioni dei Governi e le attribuzioni del Parlamento.

Altro che umori, caro Professore D’alimonte, e non è vero che “non è il metodo che conta”. Perché quel metodo “ancor m’offende”. A cominciare dalla circostanza, non evocata nel Suo articolo, che a votare questa riforma della Costituzione è stato un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale per l’abnorme premio di maggioranza. Camere che avrebbero dovuto rimanere in carica il tempo minimo solamente per garantire la “continuità dello Stato”. E che, invece, resistono da due anni e mezzo e si permettono addirittura di riformare la Costituzione.

In qualunque altro paese democratico i cittadini sarebbero inorriditi. Altro che umori!

Dimenticavo, il Professore D’Alimonte è esperto di sistemi elettorali. Difende l’Italicum incurante dei sui effetti sulle istituzioni.

31 luglio 2016

 

 

 

Le ferie dei deputati e quelle dei magistrati: 40 a 30

di Salvatore Sfrecola

 

“Stremati dal lavoro”, come scrive Il Fatto Quotidiano oggi, i nostri parlamentari si prendono 40 giorni di ferie. In pratica torneranno al lavoro a metà settembre. Il giornale dà conto della produttività di alcuni deputati e senatori, delle loro assenze e della assiduità con la quale alcuni seguono i lavori parlamentari, si impegnano nelle discussioni e nella presentazione di iniziative legislative, mentre altri denunciano assenze superiori al 99%. E viene spontaneo richiamare quella vicenda, che ha occupato le cronache dei giornali due anni fa, sulle ferie dei magistrati che il Presidente del consiglio si era impegnato a ridurre, ed ha ridotto, secondo la sua tecnica di colpire in anticipo i suoi avversari o presunti tali.

In pratica, con questa vicenda delle ferie, che spiegheremo subito, il Presidente del consiglio ha voluto additare ai cittadini italiani i magistrati quali fruitori di un congedo feriale più lungo di quello degli altri lavoratori del pubblico impiego, in questo modo cercando di danneggiarne l’immagine agli occhi della gente che li avrebbe dovuto ritenere poco assidui. E probabilmente c’è riuscito, perché i giornali e le televisioni non hanno spiegato come stavano le cose.

In realtà i magistrati italiani hanno sempre avuto un periodo di ferie di 30 giorni, come tutti gli altri dipendenti pubblici. La legge precisava che i magistrati che sono addetti agli uffici giudiziari, cioè quelli che tengono udienza nei Tribunali, nelle Corti d’appello e in Cassazione, a differenza dei loro colleghi che prestano servizio al Ministero della Giustizia, usufruiscono di altri 15 giorni, periodo destinato alla redazione delle sentenze e degli altri atti giudiziari di competenza del magistrato.

Avviene, infatti, ma la gente non lo sa, che le udienze nei tribunali negli altri luoghi dove si amministra la giustizia si tengano fino alla fine di luglio, cioè immediatamente prima dell’inizio del periodo feriale che corrispondeva ai 45 giorni di sospensione dei termini, che non serviva soltanto ai magistrati ma anche agli avvocati. Oggi la “sospensione feriale” è ridotta a 30 giorni, coincidenti con il mese di agosto, cosa non gradita al Foro che si trova a dover riprendere subito dopo la conclusione delle ferie misurandosi con le relative scadenze processuali.

La disciplina di questi 15 giorni non è illogica perché se un magistrato, avendo tenuto udienza a fine luglio, fosse partito per le ferie il giorno successivo, non essendo possibile pretendere che impegnasse parte delle ferie per lavorare, avrebbe dovuto redigere la sentenza al ritorno, con evidente aggravio, dovendo procedere alla completa rilettura di atti che avrebbe avuto ancora freschi in mente all’indomani dell’udienza e della Camera di consiglio nella quale sono state decise le motivazioni che hanno indotto il collegio a decidere in un certo modo. Tutto questo poi si inserisce in un dibattito ampio, del quale si è avuta contezza anche alcuni giorni fa a In Onda, la trasmissione serale di approfondimento de La7, con l’intervento di Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM), sulla tipicità dell’attività giudiziaria, cioè della preparazione e la gestione in udienza e nella successiva redazione di atti giudiziari, ordinanze o sentenze, non paragonabile a quella di qualunque altro ufficio pubblico. Gli uffici amministrativi, infatti, adottano provvedimenti di vario genere, anche complessi, ma che sono per la maggior parte dei casi standardizzati, spesso ancorati a precedenti.

Nella trasmissione televisiva, nella quale si è confrontato con Parenzo e Labbate, Davigo ha ricordato che i magistrati, a meno che siano titolari di uffici direttivi (presidenti di Tribunali o Corti d’Appello, presidenti di sezione della Cassazione) non dispongono di un ufficio personale, nel quale mantenere le carte e lavorare alla stesura degli atti. Questa attività essi svolgono da sempre a casa. Infatti negli uffici giudiziari esistono delle sale arredate con armadietti dedicati ad ogni magistrato nei quali vengono conservate la toga, i documenti e i fascicoli. E dove normalmente c’è un tavolone sul quale i giudici si appoggiano per scrivere. È evidente che in queste condizioni è possibile lavorare bene esclusivamente a casa, in un locale destinato allo scopo, dove nel silenzio (i giovani magistrati hanno figli piccoli e spesso, ovviamente, rumorosi), con i loro codici ed i testi di dottrina (regolarmente pagati in proprio dal magistrato e non detraibili dal reddito, come accade per gli avvocati), in collegamento via internet con le banche dati che da alcuni anni assistono i magistrati a cura dell’amministrazione della giustizia. Lì scrivono i loro atti. Che non sono mai semplici. La ricostruzione del fatto, necessaria per ristabilire le responsabilità e motivare la sentenza richiede sempre alcune ore. E se i cittadini sapessero che i nostri magistrati, i quali, per dato fornito dall’Unione europea, risultano i più produttivi, sono chiamati a redigere annualmente molte centinaia di atti, si renderebbero conto delle difficoltà della giustizia per la quantità di cause che non ha nessun paese al mondo e per la scarsità di personale addetto. Pensate che mancano oltre a molti magistrati circa 10.000 cancellieri e senza un cancelliere non si può tenere udienza. In queste condizioni, che conosce chiunque in qualche modo è stato interessato ai problemi della giustizia, è chiaro quali sono i veri problemi da risolvere. Matteo Renzi, specialista nel giocare di anticipo aggredendo spesso gratuitamente, ha fatto intendere agli italiani che i problemi della giustizia fossero in quei 15 giorni nei quali magistrati, attaccandoli alle ferie, scrivono le sentenze relativi ai giudizi discussi nelle udienze tenute nei giorni precedenti. Questo approccio al tema giustizia non solo è scorretto, perché cerca di danneggiare l’immagine di una categoria essenziale per il buon funzionamento della vita civile, che se ha difetti non sono certo quelli della produttività, ma confonde le idee agli italiani, cosa che nessun politico dovrebbe fare e mai il Presidente del consiglio dei ministri che non è un quisque de populo ma è il Capo del governo, con precise responsabilità nei confronti del Parlamento e dell’opinione pubblica che deve correttamente informare. Mi auguro che queste considerazioni nate da un titolo “sparato” in prima pagina sulle “onorevoli ferie” di deputati e senatori serva a restituire agli italiani il senso delle cose in un settore molto delicato perché la giustizia civile è gravata da una quantità enorme di procedimenti che la rendono lenta, per cui gli imprenditori cercano di evitare di entrare nei conflitti e gli stranieri si guardano bene dall’investire in Italia. Questi sono i problemi che Presidente del consiglio avrebbe dovuto affrontare, non con la barzelletta delle ferie dei magistrati, che ha difeso a spada tratta ancora di recente con quel suo tono spavaldo ed arrogante che ormai gli italiani conoscono bene, che è un suo limite e probabilmente la causa del costante calo della popolarità che segnalano gli istituti demoscopici i quali monitorizzano la opinioni dei cittadini.

31 luglio 2016

 

 

Revisione della Costituzione: le parole e i fatti – 2

Un testo “non privo di difetti e discrasie” (lo confessano i fautori del SÌ)

di Salvatore Sfrecola

 

“Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate (per esempio in materia di forma di governo: l’Italia rimane una repubblica parlamentare!) o antidemocratiche”. Questa frase, in chiusura del documento dei fautori del SÌ al referendum sulla legge di revisione costituzionale (Unità.tv@unitaonline 24 maggio 2016, in http://www.unita.tv/focus/il-manifesto-dei-costituzionalisti-che-spiega-le-ragioni-del-si/) che interessa ben 47 (su 139) articoli della Costituzione vigente, è la prima cosa che mi ha colpito e, devo dire, non poco turbato, nel mettere in ordine documenti, articoli di giornale, interviste televisive e più austeri scritti scientifici raccolti nel corso del dibattito parlamentare e, poi, in vista del referendum. E se Angelo Panebianco, un eminente politologo liberale, uno di quelli che tiene bene a mente i principi dello stato di diritto, scrive sul Corriere della Sera del 10 maggio che “la Riforma non è perfetta, ma i suoi nemici hanno torto”, evocando i “molti interessi che alimentano la coalizione del no”, in primo luogo delle Regioni che perdono attribuzioni, vuol dire comunque che qualcosa di importante non va in una legge che modifica più di un terzo della Costituzione e della quale fin d’ora si ammette la necessità di successive modifiche, considerato che “la riforma presenta anche punti che avrebbero potuto essere meglio precisati o previsti”, come scrive su Civiltà Cattolica il gesuita padre Francesco Occhetta che, preannuncia, voterà SÌ. Non una legge qualsiasi, badate, per la quale ad eventuali “difetti e discrasie” si può porre rimedio con un semplice emendamento al primo decreto-legge in conversione, ma la legge fondamentale dello Stato, punto di incontro tra le generazioni passate, presenti e future, ad un tempo il frutto di una volontà di convivere e di continuare ad esistere. Per questo essa vive di legittimazione: giuridica, politica e culturale. Così è stato per la Costituzione del 1948, approvata quasi all’unanimità e che per questo è stata la Costituzione di tutti.

Educato, dunque, a considerare, da cittadino e da giurista, la Carta fondamentale un punto di riferimento dotato della massima autorevolezza, anche se certamente non immodificabile, ove emergesse l’esigenza di farlo, mi sono avvicinato con estrema serenità alla legge di revisione (“disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del CNEL e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”), per capire prima di giudicare. Quello che per Luigi Einaudi è stato il “conoscere per deliberare”. E mi sono immediatamente chiesto come si possa approvare una revisione della Costituzione nella consapevolezza dell’esistenza di “difetti e discrasie”. Una legge portata avanti volutamente ignorando studi autorevoli, messi a punto solo pochi mesi prima a livello di Presidenza del Consiglio (come ricorda Luca Antonini, costituzionalista, tra i professori a suo tempo incaricati da Enrico Letta), approvata a colpi di maggioranza, con “l’utilizzo di svariati strumenti (“canguro” “tagliola”, per citarne due), tesi a ridurre, o tout court escludere, gli emendamenti presentati dalle opposizioni e i tempi degli interventi di ciascun gruppo parlamentare” (come scrive Alessandra Algostino, Un progetto contro la democrazia, in “Io voto NO”), compresa la sostituzione nelle commissioni parlamentari di chi era contrario (nel luglio 2014 furono rimossi dalla Commissione affari costituzionali del Senato Mauro e Mineo), aggregando gruppi politici disomogenei, conseguenza di cambi di partito che nel corso dell’esame parlamentare ha riguardato oltre 150 tra deputati e senatori. Ciò che non costituisce ovviamente un giudizio di valore sull’operato dei singoli nel Paese in cui il “trasformismo” ha attraversato periodi significativi della storia politica, ma una constatazione obiettiva, non smentita ma giustificata dalla finalità perseguita i cui effetti, come vedremo, sono essenzialmente condizionati dalla nuova legge elettorale contestualmente approvata.

Insomma, una sorta di “fine che giustifica i mezzi” di machiavelliana memoria, anche se quella frase il Segretario fiorentino non l’ha mai scritta. Ma proprio per questo siamo di fronte ad una riforma che divide, il contrario di come nascono e vivono le costituzioni.

È la conseguenza di un orientamento politico secondo il quale alla revisione si doveva comunque pervenire, altrimenti non si sarebbe modificata la Costituzione chissà per quanti anni. Ma modificarla perché e come? Naturalmente autorevoli giuristi ne tessono le lodi, in ragione di riforme ritenute necessarie e non più eludibili, come Giuliano Amato, Francesco Clementi, Sabino Cassese e Stefano Ceccanti, tra i più attivi sul fronte del SÌ. E c’è chi non manca di evocare opinioni di personalità della politica e del diritto non più in vita (da Togliatti a Dossetti), espresse anni addietro, spesso molti, e che, pertanto, non sappiamo se le hanno confermate successivamente sulla base dell’esperienza della Costituzione repubblicana, che dal 1948 durante gli anni, ha consentito importanti riforme ed assicurato agli italiani democrazia e libertà. Né poteva mancare chi è andato a rileggere discorsi e scritti di chi aveva criticato la legge costituzionale sulla devolution, voluta da Berlusconi, al grido di “salvare la Carta” con l’accusa, che oggi viene mossa all’attuale maggioranza: “ancora una volta emerge la concezione, che è propria di questa maggioranza, secondo la quale chi vince le elezioni possiede le istituzioni e ne è proprietario” (Sergio Mattarella richiamato da T G. Roselli, Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2016, a pagina 6). Le preoccupazioni di oggi, con riferimento alla nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum come sbrigativamente è stata battezzata nel dibattito politico-giornalistico. Del resto erano i dubbi di Bersani, riferiti dal Corriere della Sera del 9 aprile 2014, secondo il quale quella legge va cambiata o chi vince prende tutto.

Né va trascurato che se molte delle aspettative di efficienza e semplificazione che hanno mosso l’iniziativa riformatrice sono ampiamente condivise esse si potevano perseguire attraverso la modifica dei regolamenti parlamentari, leggi ordinarie adeguate, con i relativi provvedimenti di attuazione, nonché con le direttive amministrative agli uffici che costituiscono spesso l’unico ed il più efficace strumento per perseguire le politiche pubbliche. Forse è mancata l’esperienza o, come sostengono alcuni, l’obiettivo autentico della legge è la sostanziale, anche se surrettizia, modifica della forma di governo “introducendo il presidenzialismo senza dichiaralo”, come ha scritto Michele Ainis (Nella riforma di Renzi c’è un pericolo nascosto, L’Espresso, 5 ottobre 2015), assegnando a questo, in ragione degli effetti della nuova legge elettorale sulla formazione della maggioranza, un potere molto più vasto dell’attuale, una sorta di “premierato forte” il quale, nelle costituzioni che lo prevedono, è limitato da contrappesi significativi. È questo un punto certamente dirimente sul quale il dibattito è sollecitato anche da una anomalia segnalata particolarmente dai fautori del NO, l’essere la riforma iniziativa del Governo in una materia propria del Parlamento, come dimostra l’esperienza dell’Assemblea costituente nella quale il Presidente del consiglio, De Gasperi, mai è stato presente al banco del Governo. Lo andava ripetendo Calamandrei, uno dei padri costituenti più spesso citati in questo periodo: “quando si scrive la Costituzione, i banchi del governo devono restare vuoti”. Travaglio e Truzzi (Perché NO) hanno richiamato un intervento in aula del Senatore Walter Tocci, storico esponente della Sinistra romana: “mai il governo aveva imposto una revisione costituzionale, mai il relatore era stato costretto a presentare un testo che non condivideva quasi nessuno, mai i senatori erano stati destituiti per motivi di opinione”.

Poi c’è il capitolo della incostituzionalità della legge elettorale sulla base della quale sono entrati in Parlamento gli attuali “costituenti”. Alla prossima puntata.