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Un Sogno Italiano mercoledì, 20 luglio 2016 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
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(Leo Longanesi, 1956)

 

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passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

 

A In onda

i ragionamenti di Ciriaco De Mita

e gli slogan di Alessia Morani

di Salvatore Sfrecola

 

Istruttivo, ieri sera a In Onda, la trasmissione serale di approfondimento de La7 condotta da David Parenzo e Tommaso Labate, il dibattito tra Ciriaco De Mita e Alessia Morani. La storia ed i ragionamenti dell’anziano ma lucidissimo leader democristiano e gli slogan inconsistenti della giovane esponente del Partito Democratico, un confronto inframmezzato da richiami ad un precedente intervento, nella stessa trasmissione il giorno precedente, di Massimo D’Alema, impietoso nei confronti del Presidente del Consiglio, Renzi, e della revisione della Costituzione. D’Alema con in mano il libretto che riproduce la legge di revisione costituzionale ne sottolinea la complessità e la farraginosità e, pertanto, la difficoltà per il cittadino di decidere. Quello che noi abbiamo riassunto in una parola “truffa”, perché si chiama a votare chi non è in condizione di comprendere a fondo il testo e le sue conseguenze sul funzionamento delle istituzioni e sulla vita democratica del nostro Paese.

Ma torniamo al dibattito De Mita – Morani. Di fronte alla parlamentare del PD che continuava ossessivamente a ripetere gli slogan di Renzi sulla semplificazione e la governabilità, che sarebbe assicurata dalla revisione della Costituzione senza spiegare perché e come, un De Mita a tutto campo dimostra il contrario, la vitalità della vita democratica negli anni passati e la capacità di quei governi e di quei parlamenti di innovare coraggiosamente, anche in tempi brevissimi. Ed ha ricordato il caso della “riforma agraria” varata dalle Camere un paio di mesi dopo la presentazione del relativo disegno di legge da parte di De Gasperi. E, poi, il metodo del confronto, costantemente praticato da Aldo Moro con tutti coloro dei quali desiderava la convergenza, come al tempo della previsione di un’apertura a sinistra. Palese confronto con Matteo Renzi che, invece, non dialoga, soprattutto con i sindacati e le altre parti sociali se non è scontata, in anticipo, l’adesione alle sue iniziative che impone senza adeguata riflessione, sicché il malessere è vasto e la popolarità del giovane leader del Governo e del Partito Democratico in costante discesa.

Istruttivo il confronto tra due modi di concepire la democrazia, quello del confronto e della riflessione e quello dell’imposizione, che assume la novità come un bene per definizione indipendentemente dal contenuto del nuovo. E così, a furia di mozioni di fiducia, il premier ci inonda di norme a suo giudizio dagli effetti taumaturgici quando, invece, denunciano la estrema modestia delle nuove disposizioni, spesso confuse e inconcludenti, come in materia di pubblica amministrazione dove i nodi cruciali sono ancora irrisolti, come i tempi dell’azione amministrativa, un fardello che grava su cittadini ed imprese. Mentre mancano iniziative dirette alla crescita del Paese che annaspa in una crisi economica che avrebbe richiesto un colpo d’ala, una strategia di impiego di grandi risorse pubbliche e private per invertire il tratto negativo della crisi economica per perseguire obiettivi di sviluppo, il che vuol dire nuova occupazione ed incremento dei consumi. Due elementi dell’economia che si condizionano vicendevolmente, nel senso che l’aumento dei consumi facilita l’incremento della produzione che, se stabile, determina nuovi posti di lavoro dai quali discende naturalmente una ulteriore sollecitazione ai consumi. Ma anche al risparmio

20 luglio 2016

 

Integrazione: un pericoloso confronto tra comunità

di Salvatore Sfrecola

 

Siamo alla “guerra civile”. In Francia, naturalmente, come si legge sui giornali, anche italiani, da La Repubblica a Il sole 24 ore, dopo la strage orribile di Nizza, una ferita profonda, difficile da rimarginare, non soltanto nel cuore dei francesi. E non  perché fra i morti molti sono dei bambini, morti in un modo crudele mentre il terrore s’impadroniva di genitori, nonni ed amici convenuti sul famoso lungomare nizzardo, la Promenade des anglais, per assistere ad uno spettacolo che prende grandi e piccini, una selezione di fuochi artificiali per festeggiare la Repubblica francese nel giorno che ricorda il 14 luglio 1789, la presa della Bastiglia e l’inizio della rivoluzione, il passaggio dall’ancient regime all’era dei diritti individuali e collettivi al grido di Liberté, Egalité, Fraternité.

A Nizza molti hanno aperto gli occhi su una realtà che sembra difficile da interpretare e da definire se non come “guerra civile” in Francia. Come fa Enrico Letta, che sulle rive de La Senna ha avviato una stagione di insegnamento e di studio alla guida del prestigioso Jacques Delors Institut – NOTRE EUROPE, think tank fondato dall’ex Presidente della Commissione Europea Jacques Delors, con sede anche a Berlino. “Guerra civile”, un’immagine, ha scritto su Il sole-24 ore del 16 luglio Vittorio Emanuele Parsi, Professore di Relazioni Internazionali nella facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, ricorrente “in molti commenti ed evoca lo spettro che possa ridursi lo spazio della tolleranza reciproca all’interno delle nostre società”. Gli fa eco lo stesso giorno su Il Fatto quotidiano Jean-David Cattin, dirigente di Generation Identitarie, per il quale “l’immigrazione è la causa di tutto, fermiamola”. Perché l’integrazione “è una balla”. Parole forti, che vanno in senso opposto a quanto auspicato da molti in Italia. Cattin chiede di chiudere le moschee radicali che a Nizza, dice, “sono legate ai Fratelli musulmani, lo stesso movimento che in Egitto è fuorilegge”. Ed osserva, alla domanda del perché ad attaccare sono francesi di seconda o terza generazione, che “la situazioni della vecchia immigrazione è grave come per chi arriva ora. Non ci sono generazioni integrate né in Francia né in Europa. Anche chi è nato qui, pure di terza generazione, non si sente francese. Sono più legati ad altri paesi piuttosto che alla Francia. Non è una cosa nuova”. Né imprevedibile.

Del resto, ricorda Bernardo Valli su La Repubblica del 16 luglio, Patrick Calvar, Capo dei Servizi segreti interni (DGSI) ha dichiarato di recente dinanzi alla Commissione di inchiesta parlamentare sugli eventi del 13 novembre a Parigi (la strage del Bataclan), aveva previsto, dinanzi ad ulteriori attentati, “un confronto tra comunità”. A sua conoscenza, riferisce il giornale, “alcuni gruppi (di estrema destra) erano pronti a rispondere al terrorismo islamista con un’identica violenza rivolta verso la comunità musulmana”.

Lo abbiamo scritto anche noi più volte. Gli islamici mantengono la loro cultura e le loro tradizioni, sono legati alle loro radici che vivono con orgoglio all’interno di ambienti nei quali è difficile l’integrazione che probabilmente neppure cercano, convinti, come sono, della superiorità dell’insegnamento del Corano, della moralità delle loro donne, che non mostrano le chiome corvine che attirano gli uomini, che occultano i segni della femminilità che tanto, invece, ostentano le occidentali, espressione di una società corrotta, fatta di apparenze, in un tripudio di sesso, anche quando ad essere pubblicizzate sono le scarpe o un rossetto per le labbra.

Questo sentirsi puri in una società che li emargina rafforza negli immigrati e nei “nuovi” francesi l’orgoglio delle loro radici e genera ribellione fino all’estremo della partecipazione a progetti che possono esplodere in atti terroristici, giustificati se non stimolati dall’insegnamento di Iman fuori controllo che la cui predicazione infiamma i cuori ed obnubila le menti.

Era prevedibile che accadesse in Francia. È possibile che accada altrove in Europa, anche in Italia, in una società dal pensiero debole che ha da tempo allentato i legami con la propria storia e, conseguentemente, il senso della propria identità.

L’integrazione presuppone, come ha spiegato Giuseppe Valditara scrivendo dell’immigrazione nell’antica Roma, due regole essenziali, il rispetto delle regole della società che accoglie e, in qualche misura, la condivisione della sua storia e delle prospettive che essa pone a se stessa in coerenza con le proprie radici culturali. Integrarsi significa, in pratica, abdicare, almeno in parte, alle abitudini della società di provenienza per non rimanere isolati. E questo i musulmani non sono disposti a farlo, come dimostrano nei rapporti con le loro donne, costrette a sottostare ad usanze non compatibili con le libertà dell’Occidente, e con la religione cristiana della quale spesso offendono e distruggono i simboli. Infatti, rimangono ancorati alle loro credenze per cui, sempre più isolati, covano la ribellione contro l’Occidente ricco e corrotto. Una condizione nella quale è facile che maturino ribellioni, come quella che ha guidato chi era al volante del camion che ha fatto strage di pacifici turisti in gioiosa ammirazione dei fuochi artificiali sul lungomare di Nizza. Non basta dire “un folle”, né analizzare se affiliato e guidato dallo stato islamico in guerra con l’Occidente. È obiettivamente un nostro nemico che, solo, comandato o internet dipendente ha maturato l’idea di farci del male. Questo conta e questo deve indurci a prevenirlo e combatterlo. Né ci deve sfuggire che quel “combattente” è obiettivamente un soldato di un esercito che in proprio o per conto di poteri neppure tanto occulti sta conducendo una guerra che va definita senza mezzi termini “terza guerra mondiale”, una guerra combattuta non con eserciti contrapposti ma con azioni terroristiche che stanno destabilizzando gli amici dell’Occidente, gli Stati islamici che si sono allontanati dall’estremismo jhadista per cercare una dimensione democratica e civile nel contesto difficile di popoli per troppo tempo governati da satrapi violenti e rissosi in contesti economici che non hanno distribuito ricchezza, anche quando le condizioni locali avrebbero consentito migliori condizioni di vita. Queste masse diseredate sono facilmente preda della violenza, non riescono a concepire un rapporto con gli altri Stati e con l’Occidente che non sia di contrapposizione culturale.

Che sia una guerra fondata sulla contrapposizione di interessi economici lo dimostrano gli effetti sull’economia, in particolare turistica, dei paesi dove più crudele si è espressa l’azione terroristica, dalla Tunisia all’Egitto, alla Turchia, le cui economie tanto hanno dovuto negli anni scorsi alla presenza di vacanzieri. Chi visiterà quest’anno le belle spiagge di Sharm Ed Sheik, di Hammamet o di Antalya, i villaggi o gli splendidi hotel della compagnie internazionali?

Una guerra, dunque, fatta di ricatti e di attentati, una sorta di Spectre, che manovra immense risorse finanziarie, solo in parte provenienti dal petrolio venduto fuori dai circuiti legali.

19 luglio 2016

 

 

 

ASSOCIAZIONE MAGISTRATI

DELLA CORTE DEI CONTI

COMUNICATO STAMPA

 

L’Associazione Magistrati della Corte dei conti si unisce allo sdegno per la barbara rimozione di un ingentissimo numero di magistrati turchi, con arresti in corso.

Nel manifestare vicinanza e solidarietà nei confronti dei colleghi turchi, sollecita le autorità italiane e le istituzioni internazionali ad intervenire, con la massima urgenza, sulle autorità turche affinché siano ripristinati, quanto prima, lo stato di diritto ed i principi di legalità, di indipendenza dei giudici e del giusto processo.

Roma, 18 luglio 2016

 

 

 

 

In assenza di idee e di ideologie

torniamo alla storia, alla nostra identità

per guardare al futuro

di Salvatore Sfrecola

 

Dopo aver esaltato la fine delle ideologie ci siamo accorti che sono finite anche le idee, intese come linee guida dell’azione politica e sociale dei partiti e dei movimenti che hanno l’ambizione di agire nella società. Accade così che, a corto di idee, la politica sia vittima di interessi economici o personali, interni o internazionali, comunque di indicazioni che non sono contenute all’interno di una visione equilibrata e prospettica della società e dello Stato.

In questa condizione è sempre più necessario ricostruire un tessuto morale che faccia capo a valori nei quali la società italiana si è riconosciuta nel tempo attraverso l’azione di uomini politici e di cultura, di storici, filosofi, scienziati i quali hanno fatto grande il nostro Paese, ricordati ovunque nel mondo, spesso molto più che in Italia. Sono i valori che disegnano la nostra identità come popolo.

È necessario dunque, riandare alla nostra storia, al nostro passato perché, come ha scritto Andrea Carandini, archeologo e storico dell’arte greca e romana, “Il nuovo dell’Italia è nel passato” (Laterza, Bari, 2012), chiedendosi come si possa progettare un futuro, anche il più audace e tecnologicamente spregiudicato, se non si è consapevoli del passato che ci ha preceduto ma che tuttavia perdura in noi. I beni culturali sono, con l’istruzione e la ricerca non la ciliegina sulla torta, bensì la torta stessa dell’Italia futura. “Il nostro paesaggio – ha scritto - sono gli avi, siamo noi, e il futuro dei nostri figli. Soltanto 83 generazioni ci separano dalla fondazione di Roma: sono queste generazioni le simboliche autrici delle nostre campagne e città. Non possiamo annientarle distruggendo in poco tempo millenni di fatiche e di ingegno”.

Che senso hanno queste considerazioni oggi nel 2016 per i giovani dei quali questa Italia spesso è matrigna perché non consente loro di esprimere, attraverso il lavoro che costituisce l’espressione delle loro aspettative professionali maturate nei lunghi anni trascorsi sui banchi di scuola? La consapevolezza della nostra storia deve costituire un obiettivo concreto, alla base di una progettualità attuale nella gestione di questo immenso patrimonio fatto non soltanto di ruderi illustri, sia pure straordinaria evocazione di uomini e di fatti, di opere d’arte e della storia del Paese non è molto spesso nella conoscenza dei giovani ed anche dei meno giovani. E conseguentemente non c’è la consapevolezza della necessità di valorizzare e di rafforzare il legame fra loro, noi e il nostro territorio. Perché l’Italia se veramente è Il Bel Paese, come è stato riconosciuto lungo i secoli per le caratteristiche dell’ambiente naturale è anche di una bellezza variegata in relazione alle diverse condizioni climatiche delle varie aree geografiche, in conseguenza della specifica configurazione orografica, della vicinanza al mare, della presenza dei laghi e dei fiumi. Sicché ognuno di noi, pur nella consapevolezza della bellezza dell’intero territorio nazionale e della storia che l’ha caratterizzato è anche chiamato a riflettere ed a ripensare sulle storie e sulle bellezze del territorio nel quale vive. Di questa consapevolezza si notano, per la verità, alcuni esempi che ci sono dati da alcune realtà locali che, anche se a fini prevalentemente turistici, valorizzano antiche manifestazioni risalenti nel tempo, quali giostre di vario genere e di varia denominazione come le varie Quintane. Ma altre sono le iniziative che potrebbero essere assunte anche con riferimento agli episodi storico politici e militari oppure a ricorrenze collegate alla vita e all’opera di pittori, di poeti, di musicisti che ovunque hanno vissuto e operato.

L’invito dunque è alle giovani generazioni perché si impossessino della loro storia, della storia delle loro contrade che sono la ricchezza di questo Paese e ne assumano la consapevolezza in una proiezione futura, non soltanto di gestione e fruizione dei beni culturali e della storia a fini economici ma anche come base di una elaborazione di idee che consentano di migliorare il futuro d’Italia e degli italiani, soprattutto dei giovani dai quali ci si attende l’indicazione di prospettive di sviluppo per crescere e per essere presenti nel contesto delle nazioni con la consapevolezza della tipicità del nostro Paese. Questa consapevolezza arricchisce l’Europa perché le sue radici stanno nella storia dei singoli paesi, nella cultura greco romana, nell’elaborazione del pensiero che lungo i secoli ha prodotto opere di straordinaria importanza nell’affermazione dei diritti delle persone e delle formazioni sociali nelle quali, come afferma la nostra Costituzione, si svolge la personalità degli italiani.

È la sfida del nostro tempo, è la risposta civile al tentativo di confondere le storie dei popoli agevolata da una immigrazione incontrollata la quale non ha la consapevolezza della civiltà nella quale pure tenta di inserirsi esclusivamente per motivi di carattere economico e forse politico se, come taluno teme, dietro questo grande esodo dall’Africa e dall’Oriente, si può intravedere una strategia di penetrazione dell’Occidente che ha perduto la consapevolezza delle sue radici storiche. Lo stesso fatto che gli attentati in Francia o nel Belgio siano stati posti in essere da soggetti residenti, cittadini di seconda o terza generazione, dimostra la difficoltà della integrazione di culture diverse, talune orgogliose delle proprie radici altre, le nostre, che hanno svenduto la propria identità. Sicché l’Occidente corrotto stimola, soprattutto negli islamici, l’azione violenta in una ribellione che ha alla base il disprezzo per chi non è consapevole della propria storia.

16 luglio 2016

 

 

 

 

Revisione della Costituzione: le parole della campagna referendaria – 1

Per il SI: Una riforma attesa da molti anni

Per il NO: approvata da un Parlamento delegittimato

di Salvatore Sfrecola

 

Nel dibattito sulla revisione costituzionale che saremo chiamati a votare, secondo le ultime ipotesi, tra fine ottobre ed i primi di novembre, emergono alcune “parole chiave” che riassumono le posizioni del SI e del NO, parole e slogan destinati a convincere, offrendo una riassuntiva illustrazione di uno o più aspetti delle norme che sostituiranno una parte non trascurabile della Costituzione vigente, ben 45 articoli su 139.

Parole chiave, quelle che nel linguaggio della comunicazione usata dal Presidente del Consiglio riassumono esigenze, proposte, indicano obiettivi. Parole importanti, non solo per il loro autentico contenuto ma per quello che evocano. E difatti tornano nelle discussioni tra le persone, nei fondi degli opinionisti e nella cronaca delle tante discussioni aperte in Italia nelle più svariate sedi, politiche e scientifiche. Come nei conversari al bar o nei circoli.

Sono parole che la cui forza evocatrice è indubbia, anche quando espressione di un luogo comune, di un’opinione tramandata, ripetuta pedissequamente perché suona bene o semplicemente perché nella opinione della gente si è affermata la convinzione che sia così, come per le parole “risparmio”, “semplificazione”, “governabilità”.

Ecco, dunque, in primo luogo “riforma”, naturalmente “necessaria”, per di più “attesa da anni”, che realizza notevli risparmi, riforma, varata in Parlamento “con una larga maggioranza” (in realtà approvata da una maggioranza raccogliticcia e variabile; se fosse stata approvata con i 2/3 delle Camere non sarebbe stato necessario il referendum) per affrontare “efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese”. “Emergenze”, come le alluvioni che coinvolgono parti importanti del Paese non adeguatamente tutelato sotto il profilo idraulico. Emergenza, per indicare la necessità di superare il “bicameralismo paritario” ed assicurare la “governabilità”, in tandem con la legge elettorale entrata in vigore il 1° luglio 2016, l’Italicum, come sbrigativamente è stata battezzata nel dibattito politico-giornalistico. Invece si afferma che la Governabilità va individuata nel fatto che superato “l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato” si prevede “un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo”. È inevitabile che fosse così. Una camera non elettiva non può votare la fiducia. Anche il Senato del Regno, di nomina regia, non votava la fiducia. Nessuno lo ha mai dubitato.

Una riforma, si sostiene, che “ci chiede l’Europa”, che il Presidente della Repubblica Napolitano ha posto come obiettivo dell’agenda del Governo, come ripetutamente affermato dal Ministro Boschi. Una indicazione che il Presidente, sappiamo, non poteva dare. L’indirizzo politico discende dalle indicazioni dell’elettorato (che non ne ha date) e dal voto delle Camere che approvano le dichiarazioni programmatiche del Governo. Per cui la lettura “presidenzialista” della Costituzione è fuori della Costituzione.

E, poi, ancora “semplificazione ed efficienza” e “competitività per il nostro Paese” in ragione del fatto che, a seguito della riforma del bicameralismo, le leggi “saranno approvate più velocemente” (affermazioni indimostrata; anzi i dati indicano il contrario, semmai è il Governo a rallentare l’adozione dei provvedimenti delegati di propria competenza). Inoltre “risparmi”, di miliardi, e ovviamente, “meno politici”, perché si ha l’“abolizione” del Senato (che poi diventa modifica delle sue competenze) “220 parlamentari in meno (i senatori sono anche consiglieri regionali o sindaci, per cui la loro indennità resta quella dell’ente che rappresentano)” e “delle province”, più esattamente con “la soppressione di qualsiasi riferimento alle province quali enti costitutivi della Repubblica”, meno spese per le regioni. Cioè le province vivono come enti intermedi non  previsti in Costituzione.

I conti del risparmio non tornano se si considera che, mentre gli Stati Uniti d’America, con oltre 380 milioni di abitanti, hanno 100 senatori e i deputati della Camera dei rappresentanti sono 435, la riforma Renzi mantiene 630 deputati. È presto detto. Se li avesse ridotti la revisione della Costituzione non sarebbe stata approvata.

In realtà, l’unico ad essere abolito sarà il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL)

Ripartiamo dalle parole da cui prende le mosse la narrazione dei fautori del SI, tra loro collegate: “riforma” e “ritardo”, nel senso di una riforma che interverrebbe a distanza di molto tempo da quando sarebbe emersa l’esigenza del cambiamento. La prima parola che ha accompagnato il dibattito sulla proposta di revisione costituzionale è, dunque, “riforma”. Sostantivo che indica la trasformazione di una situazione esistente, quindi naturalmente neutra, nel senso che trasformare, modificare significa solamente cambiare senza riferimento al merito e agli effetti di ciò che si riforma, che i promotori considereranno positiva, gli oppositori totalmente o parzialmente negativa. Lo conferma D’Alimonte, schierato per il SI “non esistono riforme perfette. Esiste invece lo status quo e esistono riforme che lo modificano in meglio o in peggio”. Nel linguaggio comune, tuttavia, come ne dà conto anche il Vocabolario della Lingua Italiana Dizionario della Enciclopedia “Treccani”, il sostantivo riforma ha una connotazione essenzialmente positiva. Nel senso di “trasformare dando forma diversa e migliore” (Vol. III**, 1431). Come “revisione”, “con esplicito rilievo dell’intento e dell’azione stessa di modificare quanto, a un riesame, risulta non più adeguato e rispondente alle nuove situazioni ed esigenze, spec. nel linguaggio giuridico: r. di una norma costituzionale” (Vol. III**,1389).

Accade così che i promotori della revisione della Costituzione, in primo luogo il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito Democratico, si dicano orgogliosi di quello che hanno fatto, sostanzialmente negli stessi termini in cui esaltarono la riforma del Titolo II della Costituzione, varata in fretta e furia nel 2001, e da tempo ripudiata dagli stessi che la promossero dopo i disastri che ha provocato nei rapporti Stato – regioni. Riforma, dunque, perché migliorativa e perché “ce lo chiede l’Europa”, che ha sollecitato più volte riforme, ma non certo quelle costituzionali, ma quelle della pubblica amministrazione, della giustizia e del fisco che incidono pesantemente sulle attività economiche, dei cittadini e delle imprese. Queste riforme si fanno con leggi ordinarie. A meno che non si intenda fare riferimento a quel che compare nella famosa lettera del 5 agosto 2011, di Draghi e Trichet, il Governatore della Banca Centrale Europea entrante ed il cedente, che fu definita un dicktat allineato ad analoghi “documenti provenienti da “analisti” di banche d’affari internazionali, che chiede riforme istituzionali limitative degli spazi di partecipazione democratica, esecutivi forti e Parlamenti deboli, in perfetta consonanza con ciò che significano le “riforme” in corso nel nostro Paese” (Zagrebelsky).

Riforma, per di più, attesa da tempo. Da settant’anni ha detto ripetutamente Matteo Renzi che, poi, ha ridotto i presunti tempi dell’attesa quando gli è stato spiegato che, in realtà, la Costituzione non aveva ancora 70 anni per cui non sarebbe potuto essere auspicata una riforma di una legge ancora nel grembo, quanto meno dell’Assemblea costituente, votata nel 1947. Il premier è convinto, dunque, di aver promosso una decisione storica non essendo stato sfiorato dal dubbio che il presunto “ritardo” sia dovuto al fatto che, nonostante molteplici studi elaborati in sede scientifica e politica e le approfondite riflessioni emerse nell’ambito delle Commissioni parlamentari bicamerali, autorevolmente presiedute da Aldo Bozzi(1983-1985), Ciriaco De Mita – Nilde Iotti (1992-1994) Massimo D’Alema (1997-1998) non si sia trovata una maggioranza disposta a condividere un testo. Perché, va ricordato, che le Costituzioni, in quanto leggi fondamentali di uno Stato, che disciplinano diritti e doveri sempre definiti “fondamentali” ed il funzionamento della democrazia attraverso la individuazione delle attribuzioni delle istituzioni fondamentali, il Parlamento, il Governo, il Capo dello Stato, gli organi di garanzia, la Magistratura, sono destinate a durare nel tempo. E quando vengono emendate i ritocchi sono limitati, anche quando significativi. Infatti quando si sente dire nel dibattito politico della Costituzione degli Stati uniti d’America e degli “emendamenti” approvati nel tempo parliamo di ritocchi non alla forma di governo ma alla migliore definizione di diritti fondamentali.

Il fatto è che “l’esperienza insegna che una riforma costituzionale – ha scritto Enzo Cheli, costituzionalista, giudice della Corte costituzionale – resta un’impresa molto difficile (se non impossibile) quando manchi una necessità storica in grado di imporre e giustificare agli occhi dell’opinione pubblica le ragioni del mutamento. Né tale necessità può essere surrogata dalla presenza di motivi di opportunità, sia pure forti e pressanti, legati alle vicende della politica contingente. Se questo accade sarà lo stesso contesto degli interessi, delle tradizioni, degli equilibri consolidatisi nel tempo a reagine ed a mettere in scacco le forze che troppo improvvidamente abbiano cercato di utilizzare la leva della riforma come strumento per aumentare, nel contingente, la sfera della propria influenza”. Infatti il premier e quanti hanno promosso e condiviso la riforma costituzionale evocano ad ogni piè sospinto l’esigenza di assicurare la governabilità che, peraltro, è affidata palesemente non alle norme della Costituzione riformata ma alla legge elettorale, il cosiddetto Italicum, pensata a misura di un consenso elettorale ottenuto dal Partito Democratico in occasione delle elezioni europee, non riprodotto nelle più recenti consultazioni per l’elezione dei sindaci. Sicché oggi si vanno manifestando dubbi sulla opportunità di mantenere quell’impianto normativo che assegna un premio di maggioranza al partito che risultasse il più votato. Legge che, di contro, vuole mantenere il Movimento 5 Stelle che, cresciuto nei consensi, immagina di poter trarre vantaggio da quel sistema.

Il premier avrebbe dovuto, dunque, comprendere che, mancando una maggioranza qualificata ed ampia ed un consenso diffuso, la riforma non si poteva fare. E comunque non una che riguardi 45 articoli di una legge che ne conta 139. Infatti la nostra è una Costituzione lunga rispetto alle altre dei paesi che con il nostro possono confrontarsi quanto a storia, tradizioni, cultura istituzionale.

La Costituzione costituisce l'identità politica di un popolo che, guardando ad essa, si riconosce come comunità unita in un destino storico. La Costituzione è il punto di incontro tra le generazioni passate, presenti e future, ed è ad un tempo il frutto di una volontà di convivere e l'origine di una volontà di continuare ad esistere. Per questo essa vive di legittimazione: giuridica, politica e culturale. Così è stato per la Costituzione del 1948, approvata quasi all’unanimità e che per questo è stata la Costituzione di tutti.

La riforma costituzionale portata avanti dal Governo Renzi, approvata da una maggioranza limitata e occasionale è, secondo il Comitato per il NO una Costituzione che divide anziché unire, che lacera anziché cucire, che porta le cicatrici della violenza di una parte sull'altra, senza approntare lo spirito per rimarginare le ferite: questa riforma ha dunque già fallito.

La riforma di una maggioranza “sulla carta”, frutto di una legge elettorale illegittima non è idonea a cambiare la Costituzione. Il rispetto della costituzione formale non è quindi in questo caso sufficiente perché questa non è la riforma di una maggioranza che, seppur limitata, potrebbe ancora risultare accettabile; questa in realtà è la riforma di una minoranza che, grazie alla sovra rappresentazione parlamentare fornita da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 1 del 13 gennaio 2014 (Presidente Silvestri, Relatore Tesauro). Il Giudice delle leggi ha ritenuto che quella legge elettorale abbia “rotto il rapporto di rappresentanza”. Una maggioranza solo sulla carta avendo la Consulta fatto salvo l'attuale Parlamento, malgrado esso fosse stato eletto con una legge incostituzionale. Non perché il Parlamento fosse legittimamente composto, ma perché di fronte alla costatazione drammatica del vizio delle elezioni, un valore superiore sarebbe dovuto prevalere: quello della continuità dello Stato. Questo Parlamento, insomma, è legittimato a funzionare solo in ragione dell'emergenza di salvaguardare la vita dello Stato. Ma se questa è la ragione, la legittimazione ad esistere del Parlamento attuale non è illimitata e piena. Il mandato parlamentare è dunque limitato a conservare lo Stato, e non può spingersi fino a cambiarne, con un violento colpo di mano di una minoranza che artificiosamente è divenuta maggioranza, i connotati mediante l'intervento costituzionale ai massimi livelli. Questo nei fatti si traduce in un tradimento del limitato mandato che, a seguito della sentenza della Corte, grava su questo parlamento zoppo.

Su questa realtà avrebbe dovuto vigilare il Capo dello Stato che dopo la dichiarazione di incostituzionalità della legge elettorale non avrebbe dovuto, come afferma ad ogni piè sospinto il Ministro Boschi, sollecitare la riforma costituzionale ma dare un tempo limitato alle Camere perché, votata una nuova legge elettorale, fossero sciolte. Così si fa nelle democrazie parlamentari. Anzi, nelle democrazie tout court. Una condizione che, cominciamo a capire, non è più del nostro Paese.

“La riforma del Titolo V della Costituzione ridefinisce i rapporti fra lo Stato e Regioni nel solco della giurisprudenza costituzionale successiva alla riforma del 2001, con conseguente incremento delle materie di competenza statale”. È una riduzione del regionalismo su cui incombe la “clausola di salvaguardia” che consente allo Stato centrale di riappropriarsi di qualsiasi competenza regionale. Può andare bene ma si deve capire.

“I poteri normativi del governo vengono riequilibrati, con una serie di più stringenti limiti alla decretazione d’urgenza introdotti direttamente nell’articolo 77 della Costituzione, per evitare l’impiego elevato che si è registrato nel corso degli ultimi anni e la garanzia, al contempo, di avere una risposta parlamentare in tempi certi alle principali iniziative governative tramite il riconoscimento di una corsia preferenziale e la fissazione di un periodo massimo di settanta giorni entro cui il procedimento deve concludersi”. Nulla di nuovo sotto il sole. La decretazione d’urgenza ha oggi limiti ben precisi che il Governo Renzi ha sistematicamente violato in sede di conversione utilizzando la tecnica espropriativa della funzione parlamentare mettendo la fiducia su maxiemendamenti che hanno strozzato il dibattito nelle assemblee e in commissione.

“Il sistema delle garanzie viene significativamente potenziato: il rilancio degli istituti di democrazia diretta, con l’iniziativa popolare delle leggi e il referendum abrogativo rafforzati, con l’introduzione di quello propositivo e d’indirizzo per la prima volta in Costituzione; il ricorso diretto alla Corte sulla legge elettorale, strumento che potrà essere utilizzato anche sulla nuova legge elettorale appena approvata; un quorum più alto per eleggere il Presidente della Repubblica. Del resto i contrappesi al binomio maggioranza-governo sono forti e solidi nel nostro paese: dal ruolo della magistratura, a quelli parimenti incisivi della Corte costituzionale e del capo dello Stato, a un mondo associativo attivo e dinamico, a un’informazione pluralista”. Parole al vento. Le leggi di iniziativa popolare sono comunque soggette alla volontà dei partiti che se sono tenuti a prenderle in esame non hanno ovviamente il dovere di approvarle, qualunque sia il numero dei proponenti.

La chiusura del documento del SÌ è pudicamente equivoco: “Il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”.

14 luglio 2016

 

 

 

 

Gli errori dei sondaggisti e la volontà autentica degli elettori

di Salvatore Sfrecola

 

Riordinando giornali e appunti, ho ritrovato alcuni articoli riguardanti la recente campagna elettorale per l’elezione dei sindaci, con indicazione delle percentuali rilevate nelle intenzioni di voto al primo turno dagli speciali istituti di ricerca. Viene da sorridere, con il senno del poi, ma devo dire che molti aspetti dei risultati erano stati percepiti a pelle, come si dice, in ordine al gradimento dei cittadini romani rispetto alle candidature.

Così la candidatura di Alfio Marchini, con tutti i suoi sponsor palesi ed occulti, valutata il 17 maggio al 18,4%, si è rivelata ottimistica per più della metà. Ugualmente la tenuta di Roberto Giachetti, valutata alla stessa data al 24,7% rispetto al 30,5 di Virginia Raggi dimostra che non è stata percepita nelle sue reali condizioni la disponibilità dei romani ad un cambiamento radicale, ad un rinnovamento profondo della classe dirigente capitolina.

Più attendibile la valutazione dell’attenzione dei cittadini per Giorgia Meloni stimata sempre alla stessa data del 21,1%.

Non è intenzione di chi scrive censurare i sondaggisti ed i loro metodi, ma è dimostrato a Roma, come a Torino, che la percezione che si ha del sentimento popolare è molto più interpretata dalla gente comune che da sondaggi che tengono conto di variabili le quali si basano su antiche valutazioni politiche. Ad esempio era chiarissima l’intenzione dei romani di centro destra di non condividere la candidatura di Bertolaso presentato da Silvio Berlusconi come il taumaturgo capace di risollevare la città di Roma dal suo degrado. A cominciare dalla polemica con Giorgia Meloni, da tutti ritenuta sgradevole, l’ex capo della Protezione civile si è mostrato arrogante e sprezzante nei confronti dei suoi concorrenti, al punto da riscuotere pochissimi suffragi. Un tratto personale che è stato negativo anche per Roberto Giachetti il quale ha tentato a volte di sorridere ma prevalentemente si presentava all’elettorato, almeno attraverso gli schermi televisivi, in tono sprezzante, come una sorta di predestinato alla vittoria perché supportato dal Presidente del Consiglio e Segretario del partito Matteo Renzi.

Queste brevi considerazioni inducono a ritenere che i sondaggisti debbono inserire nei meccanismi di accertamento della volontà popolare delle variabili che, a mio avviso, sono state trascurate. Come quella della simpatia personale che è un candidato è capace di esprimere e di raccogliere tra i suoi potenziali elettori. Ciò che ha giovato, ad esempio, a Giorgia Meloni che ha molto italianizzato il linguaggio romanesco in modo persuasivo condendolo con ironia e giovandosi anche del fatto che perseguiva il suo obiettivo politico in un momento particolare della sua vita a causa della gravidanza avanzata.

Nessuno poi si è soffermato a considerare il distacco tra previsioni e risultati ed a commentarli in modo non formale. In particolare nella fase del ballottaggio si è trascurato che, accanto a coloro i quali non avrebbero votato perché non avevano più il loro candidato, molti, come accade ovunque nel mondo, avrebbero espresso un voto contrario ad uno dei due protagonisti del ballottaggio. Secondo una regola antica della democrazia per la quale se non puoi votare il candidato preferito devi concorrere ad impedire che vinca quello che ti è più lontano. Ed è il sistema del collegio uninominale di stampo inglese che noi avevamo recepito con il cosiddetto Mattarellum, forse la più intelligente delle leggi elettorali proposte, se non fosse stata aggravata da una percentuale di voto proporzionale.

Concludendo va detto che l’elettorato dimostra sempre meno attaccamento ai partiti, dimostrando una mobilità misurata che comunque fa la differenza e che potrebbe riservare delle sorprese nelle prossime elezioni politiche, naturalmente se lo scenario che presenteranno loro i leader dei partiti sarà capace di stimolare libertà di aggregazioni e novità di idee.

12 luglio 2016

 

 

 

Il valore di un leader: da Cristiano Ronaldo a Matteo Renzi

di Salvatore Sfrecola

 

Chi ha assistito alla finale della Coppa d’Europa, tra Francia e Portogallo, avrà notato il ruolo di Cristiano Ronaldo, capitano dei lusitani, identificato dagli spettatori come leader assoluto della squadra non solamente per la consueta fascia al braccio. Avendo dovuto abbandonare il campo dopo appena mezz’ora per un grave infortunio che forse gli costerà la lontananza dai campi di calcio per qualche tempo, il capitano è rimasto ai bordi del rettangolo verde ad incitare i suoi giungendo, proprio nelle fasi finali dell’incontro, durante il secondo tempo supplementare, a costringere un giocatore infortunato a restare, letteralmente spingendolo in campo, ed a lottare ancora perché la squadra non perdesse un elemento importante nel suo equilibrio in un confronto decisivo, con i francesi alla disperata ricerca del pareggio.

“Ronaldo in campo”, riesumando il titolo di una fortunata commedia musicale di Garinei e Giovannini, dove il protagonista era “Rinaldo” una specie di Robin Hood siciliano, ha dimostrato ancora una volta che capi si nasce, che non basta un filetto d’oro sulla manica dell’uniforme o una stella sulla spallina perché l’autorità sia riconosciuta dai collaboratori e dai subordinati. Inoltre il capo non teme confronti, neppure con i più bravi fra i membri della squadra.

Rimanendo in Francia, e passando dal campo di gioco quello di battaglia, Napoleone non esitava a circondarsi dei migliori generali, convinto naturalmente che il suo valore fosse soprattutto quello di saper gestire comandanti di brigata e divisionari in una visione strategica degli obiettivi da raggiungere, chiedendo sempre, a chi glieli presentava, se fossero oltre che bravi anche fortunati.

Dai campi di calcio e di battaglia al governo di una Nazione le doti di un capo sono le stesse, come l’arte del comando, che ha riempito con migliaia di pagine i libri di storia militare e politica. E qui giunti va detto che Matteo Renzi, al comando del governo italiano, a differenza di Napoleone si è circondato di mezze figure, di una modestia inusitata, che non ha conosciuto né la prima né la seconda Repubblica, “personaggetti” per dirla con Crozza, lontani dalla competenza che il ruolo affidato loro avrebbe richiesto. Non dotati di grandi conoscenze tecniche, come quelle dei “professoroni”, disprezzati da Maria Elena Boschi, giovane di belle speranze ma di nessuna esperienza politica, arrogante, come capita spesso a coloro cui vengono affidati compiti nettamente superiori alle loro possibilità.

Con persone di questa levatura Matteo Renzi, senza alcuna esperienza di governo (Firenze, della quale è stato Sindaco, è più piccola del più piccolo municipio di Roma) si è avventurato in una impresa più grande di lui. Ricordano tutti il discorso di presentazione del governo in Senato, con la indicazione puntuale delle cose da fare, che prometteva di realizzare in 100 giorni, precisando cosa avrebbe fatto di mese in mese, la riforma della pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola, del fisco, ecc.. Elencazione che, rispetto ai tempi indicati, una riforma al mese, doveva rendere immediatamente palese a tutti che parlava di cose a lui assolutamente sconosciute. Eppure si è udito forte e alto l’italico coro degli entusiasti, perché il giovane sembrava la persona giusta per fare ciò che da tempo si diceva si dovesse fare e non si faceva, pensando che “rottamare”, al di là della volgarità del termine usato per uomini e istituzioni, significasse un reale ridimensionamento della politica e dell’amministrazione. C’è voluto poco per capire che quella strategia di rinnovamento significava più pedissequamente “togliti di lì che ci metto i miei amici e gli amici dei miei amici”, quelli che lo avevano portato su nella fiducia di trarre vantaggi da un leader spregiudicato e disinvolto, tanto da affidare il Ministero dello sviluppo economico ad una giovane esponente dell’industria, già presidente dei giovani imprenditori, incurante che fosse in palese conflitto di interessi per essere figlia di un noto industriale che fornisce anche le pubbliche amministrazioni. Una questione di stile che evidentemente non rientra nella sensibilità del Presidente del Consiglio.

Contro tutto e contro tutti il giovane Presidente si è fatto solo nemici sì che i nodi sono venuti al pettine nel momento in cui una riforma della Costituzione, assolutamente indecente, non è sotto il tiro solamente dei “professoroni” ma anche della gente comune la quale si è resa conto che efficienza e risparmi sono solo degli slogan nel linguaggio del premier e che la legge elettorale, fatta a misura del successo ottenuto nelle elezioni europee non è replicabile, come hanno dimostrato i risultati delle elezioni comunali, in particolare a Roma e Torino. Nella capitale il suo candidato, per il quale tanto si è speso, Roberto Giachetti, è stato letteralmente doppiato dalla giovane avvocato Virginia Raggi, indicata dal Movimento5Stelle, mentre nel capoluogo piemontese è crollato il consenso verso un garbato signore, Pietro Fassino, passato con sabaudo aplomb dal Partito comunista al Partito democratico. Un risultato che ci consegna un Renzi frastornato, perché, essendo fino a ieri convinto di avere tutto, comincia a capire che la strada si fa impervia, per cui immagina modifiche all’Italicum, che non gli assicura più la vittoria e la conseguente espansione del potere grazie ad una riforma costituzionale costruita in combinato disposto, mentre è in vista un referendum nel quale vanno crescendo i NO. E, infatti, comincia ad immaginare impossibili spacchettamenti.

11 luglio 2016

 

 

 

Dice bene Davigo,

“i politici onesti non stiano con i corrotti”

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è giornale di questa mattina che non abbia ripreso la frase di Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, secondo la quale “i politici per bene non dovrebbero star seduti vicino ai corrotti”. Naturalmente i giornalisti hanno cercato di stuzzicare il magistrato che parlava ad Orvieto dalla tribuna dei Cattolici democratici. Nessun riferimento preciso, ovviamente. Davigo ha sempre detto di non occuparsi dei fatti oggetto di processi in corso ed ha aggiunto “a qualche politico ho chiesto se si rendeva conto che se continuava a sedersi vicino a un corrotto i cittadini sarebbero stati autorizzati a pensare che erano uguali”. La tesi del magistrato è che ove questo avvenga “chi commette reati tornerebbe a vergognarsene”. È lo sviluppo di un suo ragionamento che, all’indomani della sua elezione alla presidenza dell’ANM, irritò molti politici perché, facendo un confronto con il 1992, disse “allora erano molti che si vergognavano di essere stati sorpresi a rubare, oggi in molti continuano a rubare e non si vergognano più”. La polemica allora fu feroce anche perché il titolo di quella intervista di Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera semplificava la frase e faceva intendere che i politici rubano e non si vergognano. È bastato questo equivoco ingigantito dai politici per scatenare una guerra. Mentre Davigo aveva detto chiaramente che “quelli che rubano non si vergognano più”, così facendo intendere che ovviamente ci sono politici onesti e politici disonesti. Per cui oggi riprende quel concetto suggerendo agli onesti di non stare vicino ai corrotti.

Del resto anche Sergio Rizzo sul Corriere della Sera del 25 aprile 2016 “Quando i politici provavano vergogna (e facevano bene)” ricorda che c’è stato un tempo in Italia nel quale i politici tenevano alla loro immagine, perché non fosse macchiata da eventi disdicevoli, loro che ai sensi dell’articolo 54 della Costituzione devono svolgere le funzioni pubbliche ad essi affidate “con disciplina ed onore”. E non c’è bisogno di risalire nel tempo ai primordi dell’unità d’Italia quando i politici che la governarono per molti decenni ritenevano che il servizio prestato allo Stato fosse gratuito e naturalmente comportasse pesanti sacrifici personali, anche economici. Ho sentito giorni fa su RAI-Storia di Giovanni Lanza, per un biennio Primo Ministro del regno d’Italia, che viveva a Roma in una camera mobiliata e invitava la moglie a vendere una pecora per potersi permettere un nuovo vestito con il quale dignitosamente accompagnare il sovrano, Vittorio Emanuele II, nelle occasioni ufficiali.

Più di recente ricordo che un nobile siciliano, amico di famiglia, raccontava che il nonno parlamentare prima dell’avvento del fascismo ad ogni elezione vendeva un feudo per far fronte alle spese della campagna elettorale. Chi conosce la storia e l’economia di quella regione sa che un feudo è una ampia estensione di terreno coltivato e gestito con l’apporto di animali, quindi un’azienda agricola di rilevante valore economico.

È facile l’affermazione, che ripeto anche a costo di sembrare qualunquista, che molti politici oggi, quelli che, direbbe Davigo, non si vergognano, entrano in politica senza arte né parte e si arricchiscono mentre un tempo coloro i quali dedicavano parte della loro vita alla politica e alle istituzioni si impoverivano perché costretti ad abbandonare la professione od a limitarla fortemente, vendevano beni personali e familiari per affrontare le spese delle campagne elettorali e i costi della permanenza a Roma.

Con questo non intendo dire che l’esercizio della funzione pubblica debba essere assolutamente gratuito perché ritengo che un giusto rimborso spese debba essere assicurato a chi presta servizio in favore delle istituzioni della comunità ma è certo che rivestire una carica pubblica non può giustificare assolutamente l’arricchimento proprio e della famiglia. È anche una questione di stile, perché se è vero che il figlio o il parente di un parlamentare o di un ministro non può essere svantaggiato nell’esercizio di una professione o nell’aspirazione di un posto pubblico, è anche vero che questo posto non può essere che conquistato nelle forme proprie della legge che lo disciplina.

Dobbiamo tornare a sentire l’onore dell’esercizio di una funzione pubblica e comprenderne gli oneri che sono innanzitutto quelli del rispetto delle leggi, dell’onestà e della pari condizione con tutti gli altri, nelle professioni e nei posti di lavoro, perché nessuno ottenga immeritati vantaggi dall’illustre parentela con consulenze e pretende varie né ingresso in carriera o promozioni che non siano rigidamente ancorate ai propri, personali meriti.

10 luglio 2016

 

 

 

Considerazioni referendarie:

cosa insegna il referendum sull’uscita del Regno Unito dalla Unione Europea.

Un regalo per i novant’anni della Regina Elisabetta.

di Domenico Giglio

 

Chi ha votato per l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea ha pensato forse, inconsciamente, anche di rendere un omaggio alla sua Regina, ma, per la eterogenesi dei fini, ha forse innescato la dissoluzione del Regno Unito, come abbiamo visto quando Scozia ed Irlanda del Nord, hanno precisato che loro intendono rimanere giuridicamente nella Europa comunitaria e quindi staccarsi dal resto del Regno che diventerà non più “Unito”, cambiando necessariamente anche la bandiera per la quale avevano combattuto ed erano morti in centinaia di migliaia di soldati e marinai, anche scozzesi ed irlandesi.

Qualcuno ha poi notato che nell’arco di 400 anni si sta probabilmente compiendo, con l’attuale Regina Elisabetta II, un ciclo storico con il ritorno ad un Regno d’Inghilterra, quale era quello su cui regnava la prima Elisabetta ? Se così fosse non potevano fare regalo peggiore per i novant’anni della loro Sovrana!

Similitudini tra referendum.

L’esito del referendum circa la permanenza del Regno Unito nella Unione Europea ha visto una esplosione, da parte di analisti e commentatori, sui giornali italiani, di commenti negativi e disgustati per il risultato, ed insieme ad argomenti seri, specie di carattere economico, vi sono stati interessanti articoli sulla validità di questo voto, per la modesta differenza tra i “sì” ed i “no”, quando per eventi del genere, sarebbe stata necessaria, così hanno scritto, una maggioranza qualificata ed alcuni, tenendo conto che i votanti sono stati poco più del 72% del corpo elettorale, hanno sottolineato che quindi solo il 37% si è espresso a favore della uscita dalla UE. A distanza di 70 anni, questi articolisti , che dai loro nomi escludo abbiano simpatie monarchiche, con queste considerazioni mi hanno dato una autorevole conferma che il referendum istituzionale del 1946, lascia molti dubbi sulla effettiva vittoria repubblicana, il cui vantaggio di circa due milioni di voti, si sarebbe ridotto tenendo conto del milione e cinquecentomila voti annullati e minoritario rispetto al totale degli iscritti nelle liste elettorali, e che un evento di tale genere con le conseguenze che abbiamo visto e che viviamo, si sarebbe dovuto tenere quando a votare dovevano essere tutti i cittadini italiani, di tutte le provincie , comprese le centinaia di migliaia di ex prigionieri , ancora non rientrati in patria.

Anglofobia ed anglomania.

Sempre con questo referendum sono tornati a galla sentimenti per lo più anglofobi, fino a riesumare il termine della perfida “Albione”, dovuto a Vincenzo Monti, certamente poeta famoso, ma non certo esempio di coerenza politica, ma anche sentimenti di amore ed ammirazione per istituzioni, tradizioni, usi e costumi degli “angeli”, non “angli”, come li aveva definiti un antico Pontefice. È possibile che non si possa ragionare e valutare avvenimenti e popoli, con equilibrio e serenità, tirando invece fuori luoghi comuni, se non addirittura barzellette, e questo dopo 71 anni dalla fine della seconda guerra mondiale quando le ferite dovrebbero essere storicizzate e non più eventi sui quali ancora basarsi nei rapporti reciproci tra le nazioni europee. La scena evangelica dell’adultera e la frase di Gesù Cristo, che chi era senza peccato scagliasse la “prima pietra”, ha una validità universale, per cui lasciamo agli storici, quelli veri e non ideologicizzati che scrivono per dimostrare una tesi precostituita, di definire i rapporti avuti dall’Italia con la Gran Bretagna ed altre nazioni europee, dal momento che è l’Europa tutta ad essere oggi sotto attacco.

30 giugno 2016

 

 

Sullo sfondo della Brexit

Lo “splendido isolamento”

di Domenico Giglio

 

Quante volte abbiamo ripetuto la frase del Foscolo, “Italiani vi esorto alla storia”. Ma questa frase è valida per tutti le nazioni che hanno una storia, e nella vecchia Europa gli stati affondano le loro radici in secoli e secoli per cui l’invito era valido anche per la Gran Bretagna, che dell’Europa fa parte, almeno dall’epoca di Giulio Cesare, dovendo affrontare un “referendum” sulla uscita dalla attuale Unione Europea, di cui possiamo essere insoddisfatti, ma che aveva posto fine a quelle guerre, che in un secolo dal 1914 al 2016, l’avevano fatta retrocedere dal continente guida e “signore” del mondo da tutti i punti di vista dalla politica, alla cultura alla economia, alla finanza, ed a tutti gli altri settori della vita civile, ad un continente ormai minoritario come popolazione, con ricorrenti crisi economiche, in crisi di identità spirituale e di quei valori morali, che lo avevano reso grande. Ed accerchiato da nazioni emergenti, oltre tutto di religione differente, molte delle quali, a loro volta , in crisi, di carattere politico ed istituzionale, anche con guerre civili di inaudita violenza, che hanno reso endemico un fenomeno, quello della emigrazione, che esisteva da tempo, ma che non aveva assunto le dimensioni attuali.

Ebbene in tutto questo scenario brevemente tratteggiato gli elettori britannici, accorsi massicciamente alle urne, hanno deciso, con una modesta maggioranza, che oggi molti contestano, di abbandonare l’Unione europea, senza minimamente pensare alle conseguenze anche interne, vedi Scozia ed Irlanda del Nord, che minacciano secessioni, avendo votato per il mantenimento dell’adesione all’Europa, inseguendo un sogno antistorico di splendido isolamento, sul quale c’è molto da discutere. Senza andare infatti troppo lontano nel tempo, ma partendo da quel 1700, che vide anche ufficialmente l’unione della Scozia, all’Inghilterra, il Regno Unito , ha partecipato a tutte le dispute e le guerre che si svolsero nel continente, toccando il loro culmine nelle guerre napoleoniche, alle quali proprio l’esercito britannico pose fine nella giornata di Waterloo, e solo da allora, fino al 1914, si estraniarono, almeno ufficialmente dalle vicende europee, anche considerando quella strana guerra contro l’impero russo, in Crimea , insieme con la Francia ed il Regno di Sardegna, lungimiranti Cavour e Vittorio Emanuele II, dedicandosi invece ad ingrandire e rafforzare il suo impero, con guerre coloniali, vedi repressioni delle rivolte in India o nel Sudafrica, contro i boeri, impero che così raggiunse una dimensione mondiale, mai vista fino ad allora, ed oggi irripetibile.

Quanto al periodo successivo al 1914 ed alle due guerre mondiali la partecipazione alle stesse del Regno, Unito, anche come protagonista, in entrambi i casi alleato con la Francia, è storia recente che dimostra il suo stretto legame con l’Europa, la prima volta mosso in soccorso del Belgio e la seconda volta per la Polonia, entrambi Stati Europei, purtroppo aggrediti da un altro paese europeo, eventi questi che l’unione dovrebbe avere esorcizzato.

Quali siano state perciò le argomentazioni portate invece a favore dell’uscita, abbiamo letto e constatato la loro povertà in termini ideali e pratici, quando il governo Cameron aveva già ottenuto condizioni invidiabili ed eccezionali, per cui un voto positivo per il mantenimento della adesione, anche e proprio con una forte minoranza favorevole all’uscita, sarebbe risuonato egualmente alto e forte come monito ai burosauri di Bruxelles, ed avrebbe spinto le altre nazioni europee ad una radicale revisione della politica comunitaria, in quei settori in cui è sotto accusa in vari altri paesi europei, ed invece spinto al rafforzamento della politica estera comune, oggi quasi inesistente, e degli organismi militari ed antiterroristici che rispondano alle attuali esigenze, anche se, fortunatamente esiste, ma nessuno lo ha ricordato, pur sempre la NATO, di cui il Regno Unito, è stato ed è parte non secondaria.

27 giugno 2016

 

 

 

 

Cosa insegna il referendum del Regno Unito

di Salvatore Sfrecola

 

Ancora una volta la democrazia sulle rive del Tamigi c’insegna qualcosa. Stavolta in tema di referendum, i cui risultati, analizzati come stanno facendo i tecnici della politica e della comunicazione, dimostrano molte cose che hanno un significato politico importante: un contrasto culturale e generazionale, i laureati ed i giovani votano prevalentemente per restare in Europa, come gli abitanti della Scozia e dell’Irlanda del nord, mentre gli anziani e gli abitanti delle piccole città e delle campagne hanno dato voti alla Brexit. Si dice che siano i nostalgici dell’Impero.

Il referendum, tuttavia, insegna altre cose alla democrazia. In primo luogo che il quesito referendario deve essere chiaro e facilmente percepibile dall’elettorato anche nelle sue conseguenze immediate ed in prospettiva. Altrimenti la chiamata referendaria è una truffa perché il popolo vota come indica chi propone il messaggio più accattivante indipendentemente dalla realtà delle cose. In sostanza se il messaggio non dà conto della realtà della scelta che propone il SI il NO vengono sottoscritti senza consapevolezza della scelta. E questo non è democrazia.

Si spiega, dunque, perché la Costituzione vigente, dopo aver previsto al primo comma dell’art. 75 la possibilità che sia indetto un referendum popolare “per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge”, al comma successivo lo esclude “per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Le ragioni dell’esclusione delle leggi tributarie è evidente, sarebbero abrogate tutte. Le leggi di bilancio, “alle quali sono necessariamente connesse quelle in materia finanziaria” (Mortati), costituiscono il documento fondamentale sul quale si basa il funzionamento dello Stato. Inoltre il bilancio è “legge formale”, non ha carattere innovativo, limitandosi a recepire le prescrizioni contenute nelle leggi di spesa. Quanto all’amnistia e all’indulto si tratta di scelte politiche che attengono all’esercizio del potere punitivo dello Stato, essenziale al mantenimento dell’ordine pubblico. Ugualmente si comprende l’esclusione delle leggi che autorizzano la ratifica di trattati internazionali, documenti complessi, di elevato contenuto politico, che comportano scelte spesso oggetto di lunghe e complesse trattative che incidono su situazioni di carattere economico e commerciale e di sicurezza internazionale. Abrogare un testo complesso come un trattato internazionale, intorno al quale si articola tutto il sistema dei rapporti con gli altri stati è materia che appare incompatibile con una risposta secca, come prevista in un quesito referendario. Inoltre un trattato disciplina situazioni diverse. Un pacchetto che può essere in parte accettato, in parte respinto. S’intende che non è materia da rimettere alle decisioni del popolo che, come insegna la Confederazione Svizzera dove i referendum sono molto frequenti, deve essere chiamato ad una scelta non equivoca.

Concludendo, neppure in un referendum consultivo, come quello del 23 giugno nel Regno Unito, appare utile sperimentare il ricorso al voto popolare che nella stragrande maggioranza non è sorretto da una conoscenza compiuta del trattato e delle sue conseguenze. Il Regno Unito ne è la dimostrazione plastica. Non ha aderito alla moneta unica ed ha, proprio di recente, ottenuto da Bruxelles delle significative deroghe che hanno soddisfatto la sua antica volontà di stare a margine dell’Unione. In sostanza aveva ottenuto di godere dei vantaggi e di minimizzare i condizionamenti dovuti al mercato unico.

Questo non vuol dire che non sia autentico il disagio dei sudditi di Sua Maestà in un’Europa che stenta a realizzare quell’unione che le darebbe un ruolo determinante nelle politiche economiche e della sicurezza a fronte della globalizzazione dei mercati e delle crisi che insanguinano il mondo. L’Europa è una grande realtà, storica, culturale, economica, ma ha paura di esserlo e lascia ai governi nazionali, che si riuniscono nel Consiglio dei ministri, decisioni timide e più spesso contraddittorie per cui segna il passo.

È probabile che la brexit, che ritengo non si realizzerà, sia l’occasione per rivedere trattati e politiche, un campanello d’allarme che non sarebbe stato necessario se la classe dirigente europea fosse all’altezza del ruolo e di quanti la vollero a cominciare dal dopoguerra, da De Gasperi a Schuman, da Monnet ad Adenauer. I quali ebbero un sogno che non vogliamo sia interrotto.

26 giugno 2016

 

CIRCOLO DELLE VITTORIE

Presidente: Antonio Fugazzotto

V. Presidente: Domenico Fittipaldi

Tesoriera: Tiziana Ansoldi

Segretaria: Maria Bosco

Cons. Paolo Falsi

Cons. Luigi Rizzo

Cons. Licia Ugo

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Giovedì 23 giugno 2016 dalle ore 18:00

RIFORME COSTITUZIONALI:

VERSO IL REFERENDUM

 

INTERVENGONO

L’on. Giuseppe Gargani

Ex Sottosegretario alla Giustizia

Presidente del “Comitato Popolare per il NO

al referendum sulle Modifiche della Costituzione”

 

Il dott. Salvatore Sfrecola

Presidente di Sezione della Corte dei conti

 

Il Prof. Filippo Vari

Docente di Diritto costituzionale

Università Europea di Roma

 

Il Sen. Maurizio Gasparri

Vicepresidente del Senato

 

Introduce e modera

Antonio Fugazzotto

Parrocchia di Santa Lucia (Sala Teatro)+Via di Santa Lucia 5

Roma pressi di Piazzale Clodio

 

Prove tecniche di democrazia

Quando l’elettore vota “contro”

di Salvatore Sfrecola

 

Detto tra noi, a parte i risultati di Roma e di Napoli, ampiamente previsti, nessuno avrebbe scommesso sul crollo della sinistra a Torino, storica roccaforte del PCI, PDS, PD, dove Piero Fassino, un gentiluomo moderato che ha rivestito importanti incarichi di partito e di governo, è stato scalzato dalla poltrona di primo cittadino da una giovane del Movimento Cinque Stelle, Chiara Appendino, certamente con tratti professionali significativi, la laurea alla Bocconi ed una attività nel settore imprenditoriale, ma senza esperienza politica. Il voto, tra l’altro, ma è accaduto anche a Roma ha premiato un Movimento che ha dimostrato di saper cogliere il malessere dei ceti più modesti, come dimostra il successo conquistato nelle periferie, nelle aree più disagiate, dove la povertà condiziona la vita della gente in un contesto di  trasporti inefficienti, strade dissestate, mancanza di pulizia, l’assenza di ogni decoro urbano.

Il partito democratico prende voti soltanto nei quartieri centrali nella Roma bene e nella Torino dei salotti e crolla laddove il disagio è più grande a dimostrazione dello scollamento del partito della sinistra rispetto alle classi popolari, interpretate meglio dal Movimento Cinque Stelle e, a Roma, da Fratelli d’Italia.

Un fatto nuovo sui quali si arrabattano, in difficoltà per non aver individuato questa tendenza, politologi e giornalisti adusi ad interpretare i fatti della politica avendo l’occhio al partito di riferimento, alla proprietà del giornale sul quale scrivono, senza avere la capacità di esprimere in autonomia valutazioni approfondite. È la sconfitta dei partiti che non sono capaci di interpretare le esigenze della gente, e la sconfitta degli osservatori politici sempre sul generico. È la sconfitta di Matteo Renzi che ha ritenuto di caratterizzare la sua presenza politica con slogan e parole d’ordine che sembrano tratte da un fumetto, come ha detto un commentatore durante la lunga maratona televisiva di Enrico Mentana su  La7.

È la sconfitta di un partito lontano dalla gente governato da Roma con sms e Twitter, mentre la classe politica locale dimostra i suoi limiti per essere legata a interessi dei potentati dell’industria e del commercio. È la sconfitta di chi non ha saputo affrontare i temi della crisi economica avviando un programma di investimenti pubblici capaci di coinvolgere iniziative private che ben impegnerebbero risorse significative a fronte di progetti identificati come validi e utili al Paese. Un Paese che si allaga al primo acquazzone, che non è capace di gestire i rifiuti tossici seguendo la filiera degli adempimenti prescritti dalla produzione allo smaltimento. Un Paese che ha un sistema idraulico forestale assolutamente precario, un sistema di infrastrutture viarie inadeguate all’esigenza dello sviluppo dei commerci e del turismo, una ricchezza sempre evocata a parole ma mai perseguita nella realtà, quella che deriva dall’immenso patrimonio storico-artistico in un contesto ambientale meraviglioso. Un Paese dove gli acquedotti perdono la metà della loro portata, dove le infrastrutture elettroniche non sono all’altezza di una economia che vuole crescere.

Chiacchiere, solo chiacchiere da parte del Governo. Milioni e miliardi distribuiti a destra manca, più esattamente promessi, spesso richiamando stanziamenti già disposti, altre volte inventandone di nuovi, che rimangono sulla carta. Come rimane fumosa la riforma della pubblica amministrazione, che dovrebbe essere in realtà la prima preoccupazione di un governo perché solo con gli uomini della pubblica amministrazione, con le leggi che essi applicano e con le procedure delle quali si servono, è possibile perseguire gli obiettivi contenuti nel programma di governo.

Chi non ricorda il premier nel suo primo discorso al Senato indicare con cadenza mensile le riforme da fare? Della pubblica amministrazione, del fisco, della scuola, della giustizia, del lavoro, dell’economia, una elencazione che costretta nello spazio di un mese con una cadenza incalzante dava dimostrazione di una non conoscenza dei problemi, di una improvvisazione pericolosa, come la rottamazione di magistrati e dirigenti, oltre che di politici della vecchia scuola che ha rallentato anche laddove si poteva più celermente procedere. Ricorda un po’ quel che accadde all’inizio della rivoluzione spagnola quando i marinari di alcune navi, baldanzosi per l’insediamento della Repubblica, gettarono a mare gli ufficiali, sì che le navi senza comando rimasero ferme nei porti non essendoci nessuno che fosse in condizioni di governarle. A dimostrazione che le professionalità non si inventano, che se necessario, come era necessario, cambiare nella classe dirigente burocratica e di supporto degli organi di governo, fare tabula rasa significa privarsi di ogni supporto quando sarebbe stato necessario selezionare tra i grand commis quelli che avrebbero potuto collaborare col nuovo governo al servizio delle istituzioni e non compromessi con precedenti esperienze ritenute non meritevoli di essere mantenute.

Sono alcuni degli errori di Matteo Renzi, un politico ambizioso, certo con qualche merito, ma con poca esperienza e zero attenzione alle proposte che non venissero dalla sua fantasia e da quella dei suoi più stretti collaboratori fiorentini. Se il giovane di Rignano sull’Arno avesse arricchito la sua preparazione oltre che con le regole dei boyscout e le furbizie che aiutano nella partecipazione ai quiz televisivi con qualche buona lettura di storia politica e delle istituzioni, probabilmente si sarebbe potuto circondare di persone utili alla sua causa ed a quella dell’Italia, perché nessun uomo di Stato, meritevole di questa definizione, distingue i propri interessi politici e personali da quelli della nazione nelle sue varie articolazioni.

In questo contesto la risposta dell’elettorato è stata sintomatica. Fassino, intervistato subito dopo la debacle ha detto “la destra si è schierata con l’Appendino”. Accade così ovunque in democrazia. Negli scontri a due se l’elettore non ha il suo candidato vota per chi è meno lontano da lui od è portatori di valori che comunque condivide. Non si tiene lontano dal seggio. È evidente che la destra che ha votato senza accordi per i candidati del Movimento Cinque Stelle assume un credito ma soprattutto si prepara a riprendere l’iniziativa avendo maturato un’esperienza importante. Rimanere fuori, orgogliosi di uno splendido isolamento è incapacità politica, assoluta.

20 giugno 2016

 

A proposito del finanziamento governativo

al progetto “Città della salute” a Torino

Lo stile di un ministro,

il degrado della democrazia

di Salvatore Sfrecola

 

Non c’è dubbio che il Ministro Boschi abbia ragione: se l’amministrazione comunale di Torino rinuncerà ad un progetto finanziato in parte dal governo, quello che va sotto il nome di “La città della salute”, perderà quei fondi. Se, invece, la dichiarazione del ministro è quella riportata da Il fatto quotidiano, “se vince l’Appendino, Torino perde 250 milioni stanziati dal governo per il Parco della Salute. Di questo mi preoccuperei”, vuol dire che la Boschi è entrata a gamba tesa in una fase delicata delle elezioni a Torino, quella del ballottaggio, per danneggiare il candidato del Movimento5Stelle che avrebbe manifestato l’intenzione di cambiare programma per motivi vari, in particolare evitando il concorso di finanziamenti privati. Un assist a Fassino che, in quei termini, il ministro non si sarebbe dovuta permettere.

Sotto questo profilo il suo intervento a Sky è di una scorrettezza gravissima, inaudita, assolutamente incompatibile con il ruolo di rappresentante del governo della Repubblica. In qualunque paese occidentale non sarebbe tollerabile una simile interferenza e il ministro sarebbe stato invitato a dimettersi immediatamente. In qualunque democrazia occidentale, non in Italia, dove la questione sarà certamente archiviata con la scusa che la giovane, chiamata da Renzi a svolgere funzioni di governo, certamente superiori alle sue capacità professionali e politiche, non ha esperienza. Pertanto rimarrà sicuramente al suo posto, così contribuendo al degrado ulteriore della nostra vita politica.

Cosa ci si poteva aspettare da un ministro che difende ad ogni piè sospinto una riforma costituzionale approvata da una maggioranza, tra l’altro molto limitata, in un Parlamento i cui componenti sono stati eletti sulla base di una legge annullata dalla Corte costituzionale che, con la sentenza n. 1 del 2014, ha ritenuto, tra l’altro, che il difetto fosse proprio in quel premio di maggioranza che ha consentito al Governo Renzi di esistere? Un dato non formale, al quale nel dibattito sul referendum sento molti indifferenti, a riprova della scarsa sensibilità istituzionale diffusa in vari strati della popolazione. Senza considerare che le regole della democrazia sono fondamentali e la loro violazione, specie se reiterata, mina alla base la convivenza di un popolo. Ed è evidente che se a violare le regole della democrazia è il governo dello Stato vuol dire che il degrado del costume politico ha raggiunto un livello assolutamente intollerabile.

13 giugno 2016

 

 

 

Si pretende che gli italiani possano leggere,

capire gli effetti della riforma

e decidere in piena consapevolezza

Referendum, una autentica truffa

di Salvatore Sfrecola

 

Nel dibattito sulla riforma costituzionale, in larga misura condizionato dalla narrazione del Presidente del consiglio e segretario del Partito Democratico che attribuisce alle modifiche apportate alla Carta fondamentale effetti positivi sui costi della politica e maggiore efficienza delle istituzioni pubbliche, in particolare con riferimento alla riduzione delle competenze del Senato, si trascurano il più delle volte alcuni aspetti che sono fondamentali in una democrazia. In primo luogo, quello che la riforma costituzionale è stata votata da un Parlamento eletto sulla base di una legge elettorale (il famigerato Porcellum) dichiarata incostituzionale. Non è un fatto formale ma di correttezza istituzionale. Questo Parlamento, preso atto della pronuncia della Corte costituzionale, avrebbe dovuto votare nel più breve tempo possibile una nuova legge elettorale. Ed un minuto dopo il Capo dello Stato avrebbe dovuto sciogliere le Camere. È un fatto di una gravità eccezionale. Non sarebbe accaduto in nessuna democrazia occidentale.

Invece questo Parlamento si è arrogato il compito di modificare in larga misura una parte significativa della legge fondamentale dello Stato approvandola con una maggioranza limitata che è variata nel corso delle molteplici votazioni previste dall’art. 138 Cost. così venendo meno ad un principio fondamentale secondo il quale le costituzioni, nelle quali si riconosce la identità civile di una nazione, debbono contenere norme largamente condivise e, pertanto approvate, sulla base di un’ampia maggioranza. Come è stato nel 1947, quando è stata approvata, con il concorso delle principali forze politiche, la liberale, la cattolica e la socialcomunista, la Costituzione vigente che sarebbe entrata in vigore l’anno successivo.

Anche il richiamo a questa regola, non è un dato formale, ma dimostra la scarsa sensibilità democratica di questa maggioranza che già nel 2001 aveva votato, con quattro voti di maggioranza, una pessima riforma del Titolo Quinto che ha dato, fin dall’inizio, problemi gravissimi allo Stato e alle Regioni. Quella riforma è stata, alla prova dei fatti, deleteria intasando, tra l’altro, la Corte costituzionale con un contenzioso pesantissimo fra Stato e regioni. Se ne sono resi conto gli stessi promotori, gli stessi, ripetesi, che oggi presentano la nuova Costituzione “riformata”.

Ma per chi volesse ritenere formale, e non lo è, il fatto che un Parlamento delegittimato abbia addirittura modificato la legge fondamentale dello Stato, e l’abbia votata con pochi voti di maggioranza, c’è da dire che il referendum si presenta come una vera e propria truffa ai danni degli italiani. Si sente, infatti, ripetere dal Presidente del Consiglio e da altri esponenti della maggioranza, sui giornali e in tutti i dibattiti televisivi, che il referendum è espressione di democrazia partecipata perché gli italiani decideranno avendo letto e valutato il testo della legge. Ora non c’è dubbio che questa affermazione costituisca una gravissima presa in giro, perché il testo è complesso e di non facile interpretazione per i tecnici che si sono espressi, come abbiamo letto anche sui giornali, con modalità diverse, per cui è inconcepibile ritenere che cittadini comuni, in particolare quelli con scarsa cultura non solo giuridica, possano, con piena consapevolezza della scelta, votare SÌ o NO quando ad ottobre saremo chiamati a votare. Se ne è parlato ieri pomeriggio in un interessante seminario di studio promosso dal “Centro Studi Rosario Livatino” all’Università Europea di Roma, presenti Riccardo Chieppa, Presidente emerito della Corte costituzionale, i professori Felice Ancora, ordinario di Istituzioni di diritto pubblico a Cagliari, e Filippo Vari, orinario di diritto costituzionale all’Università Europea di Roma, moderatore Alfredo Mantovano, Consigliere di Corte d’appello, nel corso del quale sono emerse tutte le problematicità della riforma date anche dalla scarsa precisione di alcune leggi.

Questo della difficoltà di comprensione del testo ai fini del decidere se approvarlo o meno non è un dato formale, è l’essenza stessa della democrazia che in un referendum popolare deve mettere i cittadini in condizione di sapere di cosa si tratta per assumere le conseguenti decisioni. Inoltre, mentre sarebbe stato possibile articolare il quesito referendario in relazione a vari aspetti della riforma, tenuto conto che l’elettore potrebbe essere favorevole ad alcuni e contrario ad altri, si è fatto un pacchetto unico, tipo prendere o lasciare, proprio della mentalità del premier.

Inoltre si è inserito nel dibattito prepotentemente il riferimento alla legge elettorale, l’italicum, che certamente ha effetti sulla funzionalità di alcuni aspetti della riforma costituzionale, ad esempio sulla elezione del Capo dello Stato, dei giudici costituzionali e dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma se questi riferimenti possono guidare la decisione sul voto in realtà la legge elettorale è un provvedimento autonomo che non è in discussione in sede di referendum di ottobre. Una data scelta ad hoc dal Premier che teme la decisione della Corte costituzionale che di lì a poco dovrà pronunciarsi. Infatti molti dei difetti di costituzionalità che hanno motivato la decisione della Consulta a proposito del Porcellum si ritrovano nell’Italicum che è un porcellum al quadrato.

Per chi ha sensibilità democratica e senso delle istituzioni le due considerazioni svolte nel corso di questo breve articolo, la circostanza che l’attuale Parlamento sia stato eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale e tuttavia abbia modificato la Costituzione e l’altra che si pretende di ritenere corretto che una riforma così complessa possa essere presentata agli italiani nell’intesa che essi la leggano e dalla lettura traggano elementi certi per giudicare se votare SÌ o votare NO è una autentica truffa ai danni degli italiani.

11 giugno 2016

 

 

 

La destra ai 5Stelle:

l’ipotesi di un assist sussurrato

di Salvatore Sfrecola

 

In origine fu Berlusconi, nel 1993, durante la campagna elettorale per il sindaco di Roma a fare un assist a Fini, impegnato nel ballottaggio con Rutelli. “Se votassi a Roma – disse l’allora Cavaliere intervistato nel corso dell’inaugurazione di un supermercato - voterei Fini”. Ugualmente Matteo Salvini, più volte all’indomani del primo turno delle elezioni comunali: “a Roma voterei Raggi, a Torino Appendino”. Netto. Tanto è vero che giornali e televisioni sono tornati ripetutamente sull’argomento e ancora ieri, quando sono uscite le smentite a vari livelli. “Il Movimento 5 Stelle non fa accordi, né palesi né occulti” hanno detto un po’ tutti, da Di Maio a Di Battista, che oggi tracciano la linea del Movimento. Non c’era dubbio che sarebbe stato così. Il Movimento, che si è qualificato come nuovo, diverso e distante dai partiti tradizionali, quelli che prendono i contributi statali e piazzano i loro uomini nelle imprese pubbliche e negli enti di Stato, non può fare accordi con coloro dai quali tiene a distinguersi. Il M5S non chiede e non accetta una promessa di aiuto.

Un simile accordo avrebbe smentito il ruolo del Movimento, come è stato concepito da Grillo e Casaleggio, la sua storia. Tuttavia è evidente che una parte della destra ha guardato fin dall’inizio con interesse e direi anche con simpatia l’entrata in campo di questi giovani “duri e puri”, intenzionati a scalzare i vecchi partiti per rinnovare una classe politica dalla quale gli italiani si sentono sempre più distanti, perché la “casta” ha dato pessima prova di sé, tanto che pochi ritengono possa rinnovarsi dal suo interno. Così la destra liberale, che sempre più cerca di ritrovare le sue radici storiche in quel pensiero liberale che ha dato all’Italia statisti sommi, da Cavour a Giolitti, si è trovata spesso nell’azione parlamentare a votare con i “grillini”. Una coincidenza certamente che, tuttavia, è stata interpretata spesso maliziosamente come una sorta di corteggiamento di Salvini a Grillo, sottolineato dal tono basso delle polemiche che in alcuni casi hanno contraddistinto il dibattito tra partito e movimento.

Non richiesti e né offerti, dunque, i voti potrebbero arrivare ai candidati del Movimento Cinque Stelle a Roma come a Torino attraverso indicazioni generiche ma non equivoche di esponenti della destra i quali, rivolgendosi ai loro elettori, potranno evocare l’esigenza del rinnovamento della politica anche a livello di enti locali, nel segno della legalità e della trasparenza. Considerato che Giachetti non è certamente il nuovo e che nella gestione del Comune la trasparenza è stata molto scarsa se non inesistente è evidente l’assist a Virginia Raggi. Ugualmente si potrebbe dire a Torino dove Piero Fassino se la vede con la giovane Chiara Appendino.

D’altra parte sarebbe assurdo che coloro i quali hanno votato centrodestra al primo turno si astenessero nel secondo. In democrazia si vota a favore o contro e in un ballottaggio non c’è dubbio che chi non ha più il candidato è portato a dare il suo voto all’altro che gli più vicino per esorcizzare la possibilità che vinca l’altro, quello più distante.

È una regola antica, quando la scelta è tra due. Invece si sentono indicazioni di non voto, segno di scarsa sensibilità politica, una indicazione a dispetto che nasconde l’incapacità di guardare lontano, di immaginare una strategia di più lungo periodo. Anche perché è evidente che chi avrà aiutato il candidato che risulterà vincitore si troverà nella condizione di attuare una sinergia nell’assemblea comunale con la maggioranza che regge il sindaco.

10 giugno 2016

 

 

 

Maurizio De Giorgi,

Il giudizio di ottemperanza

(Key editore, 2016)

del Prof. Avv. Pietrangelo Jaricci

 

È stato recentemente pubblicato il succinto lavoro - pur se non manca di spunti interessanti - di Maurizio De Giorgi, Avvocato, dedicato al giudizio di ottemperanza, istituto particolarmente arduo cui il codice del processo amministrativo avrebbe potuto e dovuto riservare una più meditata attenzione.

L’autore, nella soggetta materia, dà prova di sapersi destreggiare tra le norme del codice e le più accreditate pronunce dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato, giustamente incurante di taluni sconcertanti interventi giurisprudenziali (tra questi, quello concernente il termine per la proposizione dell’appello avverso la decisione di primo grado, stranamente ritenuto dimidiato nonostante la inequivoca disposizione dell’art. 114, comma 9, contenuto nel libro IV, titolo I, del c.p.a., il quale prescrive che i termini per la proposizione dell’impugnazione sono quelli previsti nel libro III).

L’Avv. De Giorgi, che dimostra di avere familiarità con le aule della giustizia amministrativa, ha trattato la materia dell’ottemperanza in quattro capitoli e l’aggiunta di un formulario, con linguaggio chiaro e scorrevole.

Il primo capitolo riguarda il giudizio di ottemperanza alla luce del nuovo codice; il secondo i titoli esecutivi; il terzo il giudice dell’ottemperanza ed il quarto il procedimento.

Il dichiarato taglio pratico - operativo dell’opera e il formulario conclusivo rispondono al meglio alle esigenze specie dei più giovani che intendano cimentarsi con il processo amministrativo.

 

 

 

Verso il ballottaggio

Cambia vento? A Roma e non solo

di Salvatore Sfrecola

 

All’indomani del primo turno delle elezioni comunali chi, nel Partito Democratico, nei ballottaggi rincorre i candidati del Movimento Cinque Stelle, come a Roma, Giachetti, o è inseguito, come a Torino, Fassino, denuncia negli avversari populismo, protesta per la protesta e genericità dei programmi. Giachetti ha ripetutamente sfidato Virginia Raggi, attestatasi al 35% dei voti, a confrontarsi con lui, con i programmi sui percorsi della metropolitana e su questa o quella linea di tram e via discorrendo. Un confronto che, denuncia il candidato del PD, prima non c’è stato, anzi sarebbe stato evitato dalla candidata del M5S.

Quel confronto forse non ci sarà. In primo luogo perché chi è in testa solitamente non accetta confronti con chi lo insegue. Inoltre sfugge a Giachetti che il confronto tra lui e Virginia Raggi non è sui programmi ma sulla sua personale credibilità come candidato e sul partito che lo esprime in relazione alla sua storia a Roma. Insomma Giachetti è, nel bene e nel male, l’erede dell’area politica che ha governato Roma negli ultimi venti anni.

“È cambiato il vento”, ha detto in apertura della sua conferenza stampa la giovane Avvocato Raggi, un vento che ha premiato, al di là delle più rosee aspettative, la novità, l’immagine della novità, forse anche solo la speranza della novità, magari non bene identificata ma che, in ogni caso, si alimenta della speranza dei cittadini romani letteralmente disgustati da anni di sprechi e ruberie che fanno la cifra dell’inefficienza dei servizi comunali e della invivibilità della città più bella del mondo, in una parola della inadeguatezza dei partiti e delle loro classi dirigenti.

Tutte queste cose la Raggi non le dice ma le fa capire, perché ha compreso che l’ipotesi del cambiamento che ha mosso la sua candidatura è stata accolta dai romani in cerca del nuovo per quel sorriso accattivante, per il tono gentile della voce che dà un’idea della fermezza e della determinazione che la sorregge. In tanti hanno condiviso l’aspettativa del nuovo. Poco conta, quindi, che non abbia indicato quanti kilometri di metropolitana vorrà costruire, se e quali linee prolungare e fino a dove. I quiriti le hanno creduto sulla parola, ispirati da quel volto sereno e sorridente che spiegava con estrema semplicità che la novità è fatta di due parole di straordinaria importanza, legalità e trasparenza, senza mai alzare la voce, neppure per sottolineare un qualche aspetto della sua offerta politica, lei abituata a modulare parole e concetti quando, di fronte ai giudici più esigenti cerca di far valere le ragioni del suo assistito. Quel giudice che si chiama cittadino romano, che in politica è certamente ben più esigente di quello in toga, si è fatto convincere immediatamente è l’ha premiata. Troppo e troppo pressante il desiderio di cambiamento, quello che, già nelle elezioni politiche, era stato condiviso da un quarto dell’elettorato.

Giachetti, c’è da esserne certi, insisterà nel richiedere un confronto ritenendo di essere il più abile con la sua consumata esperienza all’interno del Partito Democratico romano, laddove si decide come gestire le risorse del Comune, tra indennità al personale, premi di produttività (quale?), consulenze, appalti di lavori, di servizi e forniture. È lì, nelle pieghe del bilancio, che si sono spesso annidati gli sprechi, magari all’insaputa di sindaci e assessori circondati da clientes ai quali il più delle volte non è possibile dire di no. Non che siano sempre illeciti, ma i romani hanno deciso di cambiare pagina di cogliere quel vento che è la novità di questa fase storica nella quale, come ha scritto Peter Mair, irlandese, uno dei principali protagonisti della scienza contemporanea, i maggiori partiti registrano un calo di iscritti e di partecipazione ed anche coloro che rimangono fedeli militanti sono sfiancati nel loro entusiasmo.

Si è aperta la fase del ballottaggio. Le due settimane che ci dividono dal secondo e definitivo voto saranno anche il tempo della sperimentazione dell’approccio nuovo che la realtà suggerisce ai cittadini ed ai partiti. Questi ultimi, a sentire le parole dei loro dirigenti, non sembra abbiano capito che è finito il partito che organizza non il consenso, sulla base di idee, ma la gestione delle risorse che fanno gola alle lobby grandi e piccole degli affari. Su questo si misura il rapporto con un movimento, come quello di Virginia Raggi che si alimenta di una protesta che per troppo tempo ha covato nell’animo degli uomini i quali hanno visto sperperi e corruzione passare impuniti attraverso gli anni, spesso protetti da norme di favore. Demonizzare la protesta è sbagliato e sciocco. I fenomeni vanno compresi ed è solamente l’arroganza della “casta” a negar loro cittadinanza.

Vedremo come si atteggeranno alcuni partiti che predicano legalità e trasparenza. Daranno qualche indicazione? Offriranno l’aiuto alla candidata Cinque Stelle, anche se lei non la chiederà? Roma diventa così un grande laboratorio di idee, sospinte da quel vento che “è cambiato”, in favore della giovane che non teme le difficoltà che dovrà affrontare se siederà sullo scranno più alto del Campidoglio. Un primo segnale lo ha dato Matteo Salvini con la solita formula: “se votassi a Roma voterei Raggi”.

8 giugno 2016

 

 

 

Non  disertare il voto

Alle urne, alle urne!

di Salvatore Sfrecola

 

Un mio amico ha scritto su Facebook che non ascolterà più nessuno che intenda lamentarsi di qualcosa che non va nella gestione della città se non gli avrà preventivamente dato assicurazione di aver votato. La Costituzione all’articolo 48, comma 2, definisce l’esercizio del voto “dovere civico”. Non un dovere giuridico, dunque, obbligatorio, cosa che fu esclusa nel corso dei lavori dell’Assemblea costituente, ma un dovere del cittadino come tale e in quanto partecipe di una comunità.

Un dovere che si connette ad un diritto, espressione prima delle società organizzate anche quando non assurgeva a icona del costituzionalismo moderno, che è quello di contribuire alla vita della società concorrendo alla scelta dei propri rappresentanti da individuare sulla base di un indirizzo politico enunciato nel corso della campagna elettorale, con riferimento a linee politiche ideali ed a programmi di azione amministrativa e di gestione dei servizi pubblici, come avviene essenzialmente nelle elezioni per i sindaci nelle quali si dibatte di mobilità, pulizia, ambiente, servizi amministrativi e alla persona, illuminazione delle strade e sicurezza, tanto per semplificare.

Sono temi che interessano tutti, ricchi e poveri. Nessuno può disinteressarsene. Ovvero, quando se ne disinteressa all’atto del voto, come dice il mio amico, non ha più motivo di lamentarsi se le cose non vanno come sperava.

Un voto può poco? Il disinteresse, l’assenteismo può molto. In negativo perché di fatto genera quel “non governo” del quale poi ci lamentiamo. Ecco perché da sempre richiamo l’attenzione su quel “dovere civico” che molti, troppi, italiani da tempo non esercitano. Anche nelle interviste televisive raccolte per strada si sente dire “non mi interessa”, “non so”, “non m’intendo”, “tanto con cambia niente”. Una disattenzione che è disaffezione per il proprio ruolo di cittadino che tuttavia sarebbe ingiusto addebitare solamente alla gente, ad una certa ignavia o rassegnazione e non si tenesse conto del fatto che la classe politica ha progressivamente perduto credibilità agli occhi della gente, sempre più convinta che la rappresentanza del popolo sia un concetto vuoto, che, in realtà, quello del politico sia un mestiere, anche ben retribuito, che la “casta” sia altro da noi comuni cittadini.

Questo tuttavia non giustifica il non voto. Perché proprio gli errori della politica dovrebbero spingere i cittadini a ribellarsi con l’arma potente di una scelta di alto valore civico perché non è vero che “tanto non cambia niente” perché la storia, anche di questa Italia di individualisti e sfiduciati, dimostra che agli italiani, quando hanno saputo scegliere, venuti risultati, come quando ci ribellammo a chi ci voleva mandare al mare anziché a votare.

D’altra parte chi tace ha sempre torto.

Oggi siamo chiamati a votare per eleggere sindaci e consiglieri comunali. È vero che i programmi presentati dai candidati nelle scorse settimane si somigliano un po’ tutti e non potrebbe che essere così. Le buche nelle strade, la viabilità e la pulizia delle città sono necessariamente temi di tutti. Ma c’è una possibilità di leggere quei programmi al di là degli slogan. Guardando alle persone, alla loro esperienza, a quanto hanno o non hanno fatto nel tempo, insomma alla loro affidabilità.

Si può sbagliare, ovviamente. Come quando si assicura amicizia ad una persona fidando su come si presenta. Ma è più sbagliato non scegliere, rimanere a casa o andare al mare o ai monti. Anche per rispondere a chi ha tentato di sminuire il senso della scelta dei sindaci piazzando la data delle elezioni al termine di un lungo ponte che ha portato molti italiani ad allontanarsi dalla loro città.

Il “rischio delle urne deserte” di cui ha scritto Aldo Cazzullo il 31 maggio sul Corriere della Sera è certamente reale ma voglio allontanarlo, fidando nei miei concittadini, nel loro senso civico nella speranza che quel “dovere” che evoca la Costituzione sia un invito sentito, un po’ come nella esortazione mazziniana, quasi a compensazione del ricorrente, ossessivo richiamo ai diritti. Che non possono essere tenuti lontani dai doveri, che non identificano neppure una contrapposizione, ma sono espressione dell’essere cittadino, che chiede perché, all’occorrenza, sa che deve dare.

Le elezioni amministrative di oggi e del 19, in caso di ballottaggio, ci chiedono di indicare un sindaco “l’unica figura – scrive ancora Cazzullo - che sino a poco fa aveva resistito al declino delle istituzioni e al degrado della rappresentanza”. Lo è ancora, anche se nella maggior parte dei casi non ha risorse adeguate alle esigenze dei servizi che è chiamato a rendere. Ma può liberare i bilanci dal peso degli sprechi e della corruzione. Gli uni spesso funzionali all’altra.

Si vota nelle grandi città, nella capitale dove mai era stato registrato un degrado così mortificante, a Milano, Napoli, Torino, Bologna. Ovunque con le sue specificità. I partiti le temono perché, ad onta dei tentativi di esorcizzarne il significato, sanno che il senso di appartenenza ancora conta e se lo zoccolo duro del Partito Democratico e di Forza Italia può tenere in alcune aree, in altre potrebbe trasformarsi in un esodo biblico in direzione del Movimento 5 Stelle, da un lato, e della Lega e di Fratelli d’Italia dall’altro, con pensionamento anticipato dei vecchi e giovani leader.

Il laboratorio più significativo potrebbe essere Roma dove il centrodestra appare diviso in un ramo con aspirazioni di fruttificare (Fratelli d’Italia e NoiconSalvini) e in uno, Marchini, contaminato da reduci di battaglie perdute, come i valori che continuano stancamente a richiamare. Mentre il PD, tra cattiva gestione e scandali, rischia una clamorosa retrocessione, nonostante l’impegno del segretario del partito Presidente del consiglio.

In testa ai sondaggi, pare, il Movimento 5 Stelle al quale molti guardano come ad una speranza di rinnovamento. La giovane Virginia Raggi riscuote molto interesse. La insegue un’altra giovane, Giorgia Meloni con impegno e determinazione.

Cosa diranno le urne? Oggi e soprattutto il 19 nell’inevitabile ballottaggio?

5 giugno 2016

 

A margine delle celebrazioni del 2 giugno

Qualche puntino sulle “i” tra politica e storia,

da Sabino Cassese a Corrado Augias

a cura di Salvatore Sfrecola e Domenico Giglio

 

Capisco e comprendo l’esigenza delle autorità pubbliche di ricordare il 70° del referendum istituzionale e l’enfasi che l’ha accompagnata, ma ritengo che buon gusto e rispetto della verità storica avrebbero imposto parole più sobrie, almeno nelle parole, soprattutto rivolte al futuro del nostro Paese. Invece molti, troppi, hanno scelto la strada della rievocazione delle vicende politiche precedenti il 1946 travisando o ignorando fatti, spesso in modo cialtronesco, denigrando in tono non di rado volgare personaggi della storia italiana probabilmente nell’intento di costruire una narrazione edulcorata che facesse risultare ineluttabile il risultato referendario e pertanto sorretto consapevolmente dalla maggioranza degli italiani. Nonostante i tanti “dubbi” e le molte certezze ed a tacere del clima di intimidazione e di violenza che in alcune aree del Paese impedirono l’espressione del voto a persone notoriamente di fede monarchica. Da pochi giorni è nelle librerie il contributo documentatissimo dello storico Aldo A. Mola (“Il referendum Monarchia-Repubblica del 2-3 giugno 1956 – Come andò davvero?”, BastogiLibri) che segnala brogli, sbagli, pasticci. Ricorda anche che tre milioni di italiani non hanno avuto la possibilità di  votare.

È accaduto altre volte nella storia che il “vincitore” abbia voluto incoronare il proprio successo enfatizzando talune circostanze, minimizzandone altre, spesso denigrando chi aveva perduto, trascurando si considerare che svilire l’“avversario” inevitabilmente riduce anche il senso della vittoria. Nel nostro caso, trattandosi di una consultazione dagli esiti contestati, e che comunque hanno spaccato l’Italia in due, sarebbe stato politicamente più civile guardare soprattutto al dopo con senso di responsabilità nei confronti della società uscita da una guerra devastante e coinvolgere tutti in una prospettiva di superamento della crisi economica e sociale che ne era seguita.

È così che abbiamo garbatamente fatto presente al Capo dello Stato su questo giornale che la sua intervista al Corriere della Sera del 2 recava talune imprecisioni storiche che sarebbe stato bene evitare.

Ugualmente il Professore Sabino Cassese, già giudice costituzionale, l’unico che, nella storia della Consulta, contravvenendo ad uno stile sempre serbato da chi aveva svolto quell’alta funzione, ha consegnato ad un testo (“Dentro la Corte – Diario di un Giudice costituzionale”, Il Mulino, 2015) critiche all’attività dell’alto consesso nel quale ha operato per nove anni, ripresa la libertà di scrivere ha voluto svolgere, ancora sul Corriere del 2 giugno (Le stelle sono ancora molto lontane?), considerazioni varie sulle prospettive che si erano prefissi, a suo dire, coloro che avevano propugnato la scelta repubblicana. Inizia chiedendosi se “sono state soddisfatte le attese e le promesse fatte settant’anni fa, quando gli italiani votarono e scelsero la Repubblica?”, quando, “disfatto lo Stato monarchico e fascista … il popolo fece sentire la propria voce scegliendo la Repubblica”. Aggiungendo che “per vent’anni non erano state consentite libertà di parola e di associazione … Per cent’anni, la scuola era rimasta classista, con corsi separati per i figli della borghesia, e per quelli degli operai e contadini, e all’assistenza sanitaria avevano avuto diritto gli iscritti alle «mutue». Nel 1962 fu introdotta una scuola media unica e nel 1978 fu istituito il Servizio sanitario nazionale, aperto egualmente a tutti”.

Mi limito ad alcune considerazioni generali, lasciando all’amico Ing. Domenico Giglio, che da alcuni anni arricchisce questo giornale con proprie considerazioni di carattere storico politico, alcune puntualizzazioni sulla scuola.

Il Professore Cassese, che è persona colta nel diritto pubblico e segnatamente nell’amministrativo, non può confondere lo stato monarchico con quello fascista né assegnare a gloria della Repubblica, come se l’Italia venisse dal nulla, talune riforme di carattere economico e sociale, come la riforma sanitaria, che tutti oggi sono convinti sia stato un errore attribuire alla competenza delle regioni con tutto il seguito di disfunzioni, sprechi e corruzione che giornalmente ci segnalano i mezzi d’informazione. Perché gli è ben noto che l’Italia, nel decennio giolittiano, aveva già sperimentato importanti riforme sociali che l’avevano collocata all’avanguardia tra i paesi continentali.

Ciò mentre i “forti divari” che “L’Italia unificata aveva accettato … al suo interno” vanno contestualizzati, come ogni storico degno di questo nome sa che va fatto per non apparire fazioso (uomo di fazione). Mentre al giurista, com’è il Professore Cassese, non può sfuggire re melius perpensa, come scrivono coloro che hanno letto le Pandette, che è certamente azzardato affermare che “Internet è divenuto un formidabile strumento per assicurare la trasparenza della gestione pubblica”. Magari usando un condizionale (potrebbe diventare) avrebbe preso meglio le misure in una materia nella quale l’Italia è fortemente deficitaria, tanto da collocarsi molto indietro nella graduatoria, redatta da Transparency International, dei paesi dove la corruzione percepita è più alta. E meno sentita l’etica pubblica.

Così denuncia disfunzioni politiche ed amministrative, la “lentissima attuazione” della Costituzione, quanto alla Corte costituzionale che cominciò la sua attività solo nel 1956, alla elezione dei consigli regionali avvenuta nel 1970. E, poi, “le degenerazioni del parlamentarismo”. Ma se abbiamo avuto 63 governi – l’argomento di Renzi a sostegno dell’Italicum e “il Parlamento fa troppe leggi e rinuncia ad esercitare la sua funzione di controllo del governo”, questo non è forse responsabilità dei partiti e dei loro gruppi parlamentari? E non si chiede, lui che apertamente propende per il SI, se, con una legge elettorale che assegna al partito di maggioranza, che è comunque una minoranza nel Paese, il dominio della Camera, quel controllo sul governo che evidentemente auspica sarà ancora possibile.

 

Lascio la parola a Domenico Giglio, in una lettera all’Ambasciatore Sergio Romano, che cura la rubrica le lettere sul Corriere, per poi riprenderla a proposito di quel che ha scritto Corrado Augias.

“Io ed il Prof. Cassese

Egregio dr. Romano, ho letto con interesse l’articolo di fondo, del 2 giugno del prof. Cassese e mi sembra di aver vissuto, qui a Roma, forse diversa dalla terra natale del professore, una vita dissimile da quella descritta nell’articolo, con la scuola divisa per ricchi e poveri, quando ricordo invece figli di portieri che studiavano insieme con i figli dei padroni di casa, e se poi la scuola media unica risale al 1962, cosa era quella scuola media che ho frequentato dal 1942 al 1945? E se i Sindaci erano soggetti al controllo statale e non liberi, vorrei mi fosse spiegato come mai Roma avesse avuto un Sindaco di nome Nathan, massone, e Milano, Caldara, socialista, che operarono liberamente ed ancora oggi sono ricordati e portati ad esempio per le realizzazioni compiute durante il loro mandato ?

In Italia libertà e democrazia non sono nate nel 1945, come affermò Parri al quale ben rispose Benedetto Croce, demolendo questa tesi, ma se furono obnubilate per diciotto anni, dal 1925 al 25 luglio 1943, ormai sappiamo bene di chi furono le vere responsabilità, dai popolari ai socialisti, i primi perché impedirono il ritorno al governo di Giolitti, per poi entrare nel governo Mussolini, e gli altri per il loro massimalismo, ed il rifiuto della strada riformista, auspicata dallo stesso Sovrano.

Distinti saluti

(un semplice e modesto) dr. ing. Domenico Giglio”

 

E veniamo a Corrado Augias

Su La Repubblica, 1 giugno 2016 (Ciò che vidi il 2 giugno, a pagina 28) risponde ad un anonimo lettore (“lettera firmata”, una formula che spesso nasconde lo stesso autore della risposta che confeziona a proprio uso un argomento che magari nessuno gli ha segnalato) che scrive: “Di una cosa non sono mai stato certo: quanto gli italiani, la maggioranza degli italiani, abbiano imparato ad apprezzare l’idea di essere cittadini di una repubblica che vuol dire la cosa pubblica cioè la cosa di tutti. Alle volte mi chiedo se qualcuno o molti non preferirebbero ancora oggi che in quel 2 giugno di settant’anni fa avesse vinto la monarchia”.

Augias esordisce rassicurando il lettore (o se stesso). Egli, infatti, ritiene che “siano trascurabile minoranza gli italiani che preferirebbero vivere oggi sotto una monarchia per almeno un paio di ragioni, una di buona lega, l’altra un po’ meno. La prima è che gli ultimi eredi Savoia hanno dato una così mediocre prova di sé da far ritenere di gran lunga preferibile il più modesto o molesto degli uomini politici; nessuno di loro è lì per ragioni ereditarie quindi prima o poi torna a casa mentre un cattivo re siede sul trono a vita”. Argomenti già in uso, stantii, che non mette conto commentare.

Ma dove il Nostro raggiunge l’apice della sua arroganza e ignoranza storica è quando così prosegue: “ci vollero la sconfitta e la fuga per far abdicare un re come Vittorio Emanuele III, pessimo fin dall’inizio, sgradevole d’aspetto e di cattivo carattere”. E qui mi fermo perché il resto è un tripudio, neppure troppo convinto, della scelta repubblicana, considerato, come scrive, che “non siamo stati capaci di mettere l’idea al centro della nostra identità nazionale”. Una frase buttata lì come fosse poca cosa non sentire collegata identità e forma di stato.

Ma veniamo alle banalità su Vittorio Emanuele III. Quelle parole confermano la supponenza del giornalista-scrittore che tutti hanno potuto verificare specialmente nelle più recenti apparizioni televisive. Di qualunque cosa discetta e insegna, anche di costituzione, che pure in un recente intervento a DiMartedì confessava di non aver ancora letto.

E veniamo all’accusa della “fuga”, un’ossessione che unisce dall’8 settembre 1943 sinistri e repubblichini, una colossale balla storica. Di recente in un convegno ho sentito dire che, durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre molti re e presidenti di repubbliche erano fuggiti in Inghilterra all’atto dell’occupazione tedesca dei propri stati, Vittorio Emanuele III era “fuggito in Italia”, cioè aveva portato la Corona nell’unica parte del territorio nazionale libera dai tedeschi e non ancora occupata dagli Alleati anglo americani. Un atto necessario, responsabile perché solo lui aveva la legittimazione a trattare con gli alleati ed a rappresentare lo Stato. Aveva lasciato Roma, indifendibile sul piano militare, anche per evitare che la più bella città del mondo, là dove il diritto e le istituzioni della politica hanno preso forma diventasse un cumulo di macerie. Montecassino insegna. Inoltre la stessa Santa Sede aveva fatto discretamente pressioni perché il sovrano lasciasse la capitale, ad evitare che divenisse un campo di battaglia per tedeschi e alleati. Scrive Antonio Spinosa (Vittorio Emanuele III – L’astuzia di un Re”, Arnoldo Mondadori, 1990) che “come Pompeo inseguito da Cesare, così lui, tallonato dagli eserciti di Hitler, aveva portato altrove le insegne dello Stato legittimo per sottrarle al nemico”.

E con questo ci auguriamo che coloro che sono in buona fede, anche se repubblicani arrabbiati, abbandonino questo argomento polemico ripetuto pedissequamente senza alcuna ulteriore, seria riflessione.

Re pessimo “fin dall’inizio” scrive Augias. Dovrebbe dirlo a Mario Missiroli (“Monarchia socialista”, un testo che come osserva Francesco Perfetti nell’introduzione alla più recente edizione (Le lettere) che “ha avuto una influenza non secondaria nella discussione sulle caratteristiche del Risorgimento, in particolare nella linea che da Gobetti giunge fino allo Spadolini di ‘Il papato socialista’”). E dovrebbe contestare quanti hanno nel tempo lodato un sovrano che, all’indomani dell’uccisione del padre, il re Umberto I, chiuse la bocca a coloro che auspicavano vendette e repressioni ed avviò la stagione delle riforme sociali con Giovanni Giolitti, riforme a tutti note, un esempio nell’Europa del tempo. Appena insediato disse a Saracco che desiderava esaminare le carte prima di firmarle (non si era mai fatto) aggiungendo che “d’ora in poi il re firmerà soltanto i propri errori, non quelli degli altri”. Il vecchio Presidente del Consiglio si sentì offeso e manifestò l’intento di dimettersi. Il Re lo convinse a rimanere con un discorso “di metodo”.

All’atto di assumere le funzioni di Re scrisse di suo pugno il suo discorso agli italiani. Sapeva maneggiare la penna. Disse, in una delle prime occasioni, che “monarchia e parlamento avrebbero proceduto solidali nella rigorosa applicazione delle leggi”. Consigliò al governo di aprire ai sindacati. E fu Giolitti, lo sviluppo economico e sociale, il pareggio del bilancio, l’introduzione del suffragio universale maschile e l’istituzione del monopolio statale delle assicurazioni sulla vita.

Durante la Prima Guerra Mondiale fu costantemente al fronte e, dopo Caporetto, a Peschiera, nel corso di un incontro con gli stati maggiori degli eserciti alleati, difese con successo l’onore del soldato italiano contrastando le tesi pessimistiche del primo ministro inglese Lloyd George e del Maresciallo francese Ferdinand Foch spiegando loro, in inglese e francese, quale fosse la strategia che avrebbe consentito all’Esercito di riprendere l’iniziativa contro gli austro-tedeschi. Ed è proprio Lloyd George a dirci che era stato colpito “dalla calma e dalla forza” del Re. Aggiungendo che “non tradì alcun segno di timore e di depressione. Pareva ansioso solamente di cancellare in noi l’impressione che il suo esercito fosse fuggito, e trovava mille scuse e giustificazioni per quella ritirata”. Fu il protagonista di quella giornata, come riferisce Vittorio Emanuele Orlando, Presidente del Consiglio, al quale aveva detto, entrando nella sala dove si svolse la conferenza, una squallida scuola elementare, sede d’un comando di battaglione: “sulla situazione militare desidero esporre e discutere io solo”  E fu sempre a Peschiera che, quando Orlando sottopose alla sua firma il testo di un messaggio da inviare alla Nazione in quel tragico frangente ne modificò l’incipit catastrofico (“Un’immensa sciagura ha straziato il mio cuore di Italiano e di Re”). Preferì scrivere “il nemico, favorito da uno straordinario concorso di circostanze… “ per concludere con un appello: “si risponda con una sola coscienza, con una voce sola: tutti siam pronti a dar tutto per la vittoria e per l’onore dell’Italia”.

Che fosse “sgradevole d’aspetto” non spetta a me giudicare, come del suo carattere. Ma era certamente un capo di stato geloso custode della legge, a volte formalista. Molti avrebbero voluto che mettese in atto un colpo di Stato e non dare l’incarico di formare un governo a Benito Mussolini. Sono gli stessi che respinsero l’ipotesi di un governo Giolitti, liberali, cattolici, socialisti, incapaci di assumersi delle responsabilità. Ma nel governo Mussolini entrarono. Mai diedero al Re quel “fatto costituzionale” che il Sovrano sollecitava. E quando il Re il 25 luglio congedò Mussolini tornarono a parlare di colpo di stato. L’incapacità dei politici che prima e dopo il fascismo hanno lasciato solo il Re costituzionale evoca presunti errori del Re per nascondere la propria irresponsabilità.

Fu un uomo affezionato alla famiglia, un esempio per gli italiani. Studioso di numismatica ha lasciato un’opera che tutti ammirano, il Corpus Nummorum Italicorum, di monete diligentemente descritte di suo pugno. Le ha donate allo Stato all’atto della propria abdicazione con una breve lettera a De Gasperi. A quello Stato che ha avocato a se tutti i suoi beni personali del Re e quelli dei discendenti maschi (XIII disposizione transitoria della Costituzione), un gesto miserevole nei confronti dell’erede di una famiglia che ha unificato l’Italia il cui ultimo Re, Umberto II, dopo il referendum, ha lasciato Roma evitando che l’Italia cadesse in una guerra civile. Nessuno gli è stato grato. Sarebbe stato un gesto signorile, almeno a distanza di 70 anni. Ma Signori si nasce, diceva Totò.

La verità storica non è monarchica o repubblicana, è solamente verità e chi la riconosce dà dimostrazione di intelligenza e di onestà intellettuale.

5 giugno 2016

 

In margine all’intervista di Marzio Breda del 2 giugno

Presidente Mattarella,

mi consenta qualche precisazione

di Salvatore Sfrecola

 

Signor Presidente, con la stima che Le porto e la simpatia che in tempi non sospetti mi hanno indotto a dialogare proficuamente con Lei su temi istituzionali, mi consenta qualche piccola chiosa alla Sua intervista a Marzio Breda sul Corriere della Sera del 2 giugno, a proposito di alcune sue affermazioni che io ritengo, sul piano storico, quanto meno estremamente dubbie. In apertura dell’intervista Lei sostiene che “dopo il duro ventennio fascista e la sciagura della guerra, l’Italia entrava a far parte del novero delle nazioni libere e democratiche”. Avrei scritto “tornava a far parte” – poche righe dopo Lei parla di “ritrovata libertà” - perché non è dubbio che il Regno d’Italia, prima dell’avvento del regime fascista, evento prodotto dalla incapacità della classe politica all’indomani della Grande Guerra di affrontare i temi difficili economici e sociali del Paese e avendo lasciato solo il Re che a liberali, cattolici e socialisti aveva invano chiesto di dar vita ad un governo forte, fosse uno stato democratico e liberale. Anzi, certamente tra i più democratici dell’Europa continentale. Tra l’altro il suffragio universale esteso a tutti i cittadini maschi fu voluto da Giolitti e patrocinato dal re Vittorio Emanuele III proprio negli anni del primo cinquantenario dello Stato unitario, mentre il voto alle donne, ricordato ampiamente in questi giorni, è dovuto ad un decreto che reca la firma del re Umberto II, ben prima che fosse definita la data del referendum istituzionale.

Con queste premesse mi sembra azzardata la sua affermazione secondo la quale l’entrare “a far parte a pieno titolo del novero delle nazioni libere e democratiche” sia accaduto “non soltanto perché la forma repubblicana prevalse su quella del monarchica, ma perché, per la prima volta nella storia della nazione, ritrovata alla libertà, la partecipazione al voto di tutti, uomini e donne realizzava una piena democrazia”. E se posso condividere la coda della frase l’affermazione che il rientro tra le nazioni libere e democratiche sia da collegare alla soccombenza della forma monarchica è assolutamente azzardata e indimostrata. Anche perché in Europa gli Stati ad ordinamento monarchico sono sicuramente tra i più democratici, basti fare quale nome: il Regno Unito, il Regno di Danimarca, di Svezia, di Norvegia, questi ultimi anche in testa agli stati virtuosi secondo la classifica annualmente redatta da Transparency International. Mentre la Repubblica italiana nella ventunesima edizione del CPI (2015) si classifica al 61° posto nel mondo e, pur scalando di 8 posizioni il ranking globale rispetto all’anno precedente (69°) rimane ancora in fondo alla classifica europea, seguita solamente dalla Bulgaria e dietro altri Paesi generalmente considerati molto corrotti come Romania e Grecia, entrambi in 58° posizione. Vogliamo affermare che la corruzione è dovuta alla “soccombenza della forma monarchica”? Assurdo. Basti pensare alle denunce di Giolitti se non altro quanto alle spese di guerra ed ai lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta (1920-1923).

Lei giustamente dice, l’ho ricordato innanzi, di “ritrovata libertà”. E per la contraddizion che nol consente se l’ha ritrovata vuol dire che l’aveva.

Il suo intervistatore prosegue chiedendole che “è un dato di fatto che la data del 2 giugno non sembra coinvolgere gli italiani con la stessa intensità con cui altri popoli europei, penso alla Francia o all’Inghilterra, vivono le loro feste nazionali”. Ma Lei non ne trae le conseguenze che la storia ci indica. Noi abbiamo nella nostra cultura storica, come punti di riferimento alcune date: il 17 marzo 1861, costituzione del regno d’Italia, lo Stato unitario che gli italiani auspicavano da secoli e che fu dovuto a quello che Domenico Fisichella definisce “il miracolo del Risorgimento”, quando i repubblicani Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini preferirono l’iniziativa politico militare di Casa Savoia al perdurare dell’occupazione straniera di grandi parti della penisola. Lei parla di “unità nazionale raggiunta nel Risorgimento”, dovrebbe essere quella la data della festa nazionale. Poi il 4 novembre 1918, fine della Prima Guerra Mondiale, ritenuta, non a torto, conclusiva del Risorgimento per la annessione di Trento e Trieste, e il 2 giugno 1946 quando si svolse un referendum i cui esiti sono stati contestati ancora di recente per vari motivi, a cominciare dalla esclusione dal voto di alcune aree del paese e di molti italiani ancora prigionieri del nemico. Per non dire del numero dei voti scrutinati: 23 milioni, su 21 milioni di aventi diritto. Un dato singolare. E poi il clima infuocato che in alcune aree del paese ha condizionato perfino la possibilità di votare. In quelle circostanze fu l’equilibrio e il senso dello Stato e della storia di un Re che lasciò l’Italia perché non cadesse in una nuova guerra civile dopo quella che in molte regioni del Paese era stata scatenata all’indomani del 25 aprile 1945. Forse a quel Re doveva essere reso omaggio. Non averlo fatto dimostra che comunque la si voglia considerare il 2 giugno è una festa divisiva. A 70 anni si poteva andare oltre. Gli altri paesi di cui fa cenno il suo intervistatore, quelli che Lei richiama nella risposta, compresa la Spagna, festeggiano date riferite alla fondazione dello Stato, non alla prevalenza di un gruppo su un altro, che è un fatto storico importante e innegabile ma che dovrebbe cedere di fronte all’esigenza di individuare una data non contestata e non contestabile per tutti. Quindi il 17 marzo o il 4 novembre. Tanto è vero, come Lei dice, che “la scelta del 2 giugno… è rimasta meno avvertita di altre”. È un timido riconoscimento dell’assenza di una consapevole identità nazionale, che è sentimento diverso dal nazionalismo cui Lei giustamente rimprovera di essere stato in qualche momento della storia italiana fonte di gravi anomalie sul piano interno ed internazionale. Ma è certo che in quei paesi nei quali si festeggia convintamente la storia nazionale vi è consapevolezza della identità che è necessaria per confrontarsi con gli altri, per avvicinarsi agli altri e per comprenderli.

Dietro l’affermazione della consacrazione di “valori universali affermati nel contrasto alla barbarie del nazifascismo”, valori condivisi da tutti gli uomini liberi, c’è anche un concetto universalistico proprio della religione cattolica che, non va trascurato, ha indotto molti in politica a sottovalutare il ruolo dello Stato nazionale e i valori che esso incarna. Che sono comunque valori universali di libertà nella legalità. Pur essendoci esempi illustri di cattolici impegnati in politica con alto senso dello Stato è indubbio che la concezione universalistica del cattolicesimo abbia indotto molti a non sentire i valori nazionali incarnati nella storia e delle tradizioni del popolo italiano. E dobbiamo ricordare, per rispetto alla storia ed a noi stessi, che l’attaccamento al potere temporale della Chiesa ha impedito nei secoli la formazione dello Stato unitario nazionale e successivamente a causa del non expedit di papa Pio IX ha escluso i cattolici italiani, che pure avevano una presenza significativa sul piano economico e sociale nell’intero territorio nazionale, dalla fase delicata di formazione dello Stato italiano per molte decine di anni.

Ecco, caro Presidente, alcune precisazioni, chiose e considerazione che, da persona intelligente e uomo di diritto, non vorrà respingere.

3 giugno 2016

 

Le grandi manovre per “repubblicanizzare” l’Italia *

di Cristina Siccardi

 

Il 1° giugno di 70 anni fa, vigilia del referendum istituzionale, Pio XII si rivolse al Sacro Collegio e, attraverso la radio, agli elettori italiani e francesi (anche in Francia, infatti, si votava, per le elezioni politiche), con queste allarmanti parole, che presagivano il nostro presente: «Domani stesso i cittadini di due grandi nazioni accorreranno in folle compatte alle urne elettorali.

Di che cosa in fondo si tratta? Si tratta di sapere se l’una e l’altra di queste due nazioni, di queste due sorelle latine, di ultramillenaria civiltà cristiana, continueranno ad appoggiarsi sulla salda rocca del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale, sulla credenza nella dignità spirituale e nell’eterno destino dell’uomo, o se invece vorranno rimettere le sorti del loro avvenire all’impassibile onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio. Di questi due casi si avvererà l’uno o l’altro, secondo che dalle urne usciranno vittoriosi i nomi dei campioni ovvero dei distruttori della civiltà cristiana. La risposta è nelle mani degli elettori; essi ne portano l’augusta, ma pur quanto grave responsabilità!».

I distruttori della civiltà cristiana, attraverso il referendum istituzionale, vinsero, ma non il 2 giugno nelle urne, bensì diversi giorni dopo, con gli inganni. La notte fra il 12 e 13 giugno, nel corso della riunione del Consiglio dei ministri, il presidente Alcide De Gasperi assunse le funzioni di Capo provvisorio dello Stato repubblicano.

Per Umberto II fu un vero e proprio colpo di Stato e lasciò volontariamente il Paese il 13 giugno, indirizzando agli italiani un proclama, senza attendere la definizione dei risultati e la pronuncia sui ricorsi, che saranno respinti dalla Corte di Cassazione il 18 giugno.

La monarchia in Italia era una minaccia per i rivoluzionari, così come lo era stata per i giacobini: occorreva tagliare la testa al Re. Se il cattolico Luigi XVI era stato ghigliottinato il 21 gennaio 1793, in Italia con il cattolico Re Umberto si decapitò la Monarchia per volontà dei Comunisti, dei Socialisti, di molti democristiani, fra cui lo stesso Alcide De Gasperi in comune accordo con le aspirazioni repubblicane degli Stati Uniti.

Interessante quanto riporta un documento redatto a Roma il 21 marzo 1946 dall’Ambasciatore argentino in Italia, Carlos Brebbia, e indirizzato al Ministro degli esteri dell’Argentina Juan J. Cooke: «Una repubblica turbolenta con maggioranza socialista e comunista, realizzandosi in Roma, costituirebbe una minaccia costante per la cristianità rappresentata dalla autorità spirituale del Papa. L’appoggio del Vaticano a favore della monarchia è ostensibile ed evidente affinché i cattolici sappiano a favore di chi dovranno votare. I vescovi hanno ordinato l’apertura dei conventi di clausura affinché le monache partecipino alle elezioni e durante l’ultimo Concistoro tutti i cardinali presenti a Roma accolsero l’invito del luogotenente  (il Principe Umberto, che diverrà Re dal 9 maggio al 2 giugno 1946) per presenziare a un ricevimento dato in onore dei nuovi porporati nei salotti del Palazzo del Quirinale, al quale assistette il Corpo Diplomatico e l’alta società romana (…). Alcuni si chiedono se le elezioni si terranno veramente il 2 giugno. Si può rispondere affermativamente a meno che ciò non venga impedito da cause esclusivamente interne (…) È da osservare che anche quando la differenza tra monarchici e repubblicani fosse di poca importanza, il fatto che alcune centinaia di migliaia di italiani non abbiano potuto partecipare alla votazione, potrebbe indurre la parte perdente a reclamare l’invalidità dei risultati».

Parlare di Monarchia è ancora un tabù. Il Comunismo in Italia, come altrove, ha lavorato sulla diffamazione, sull’odio e sull’oblio, metodi efficacissimi per depennare le scomodità e le coscienze, così da poter creare rivoluzionari modelli e arrivare a mettere addirittura sul trono dell’opinione pubblica odierna un Marco Pannella, un’incoronazione che ha trovato la sua legittimazione persino nella Santa Sede.

Affermava Palmiro Togliatti nel 1944 a proposito del futuro della monarchia in Italia: «Accantoniamo questo problema, dichiariamo solennemente tutti uniti che questo problema lo risolveremo quando tutta l’Italia sarà stata liberata e il popolo potrà essere consultato, allora vi sarà un plebiscito, vi sarà un’Assemblea Costituente, decideremo allora del modo di liberarsi dall’istituto monarchico, se il popolo vuole liberarsi, di proclamare un regime repubblicano come era nelle nostre aspirazioni».

Le loro intenzioni si sono concretizzate e la mentalità italiana si è trasformata, secolarizzandosi a grandi falcate. Se anche gli italiani in maggioranza erano monarchici, che importava? Se anche le votazioni non si potevano svolgere in Alto Adige (sotto amministrazione alleata), in Venezia Giulia (sotto amministrazione alleata e jugoslava), che importava? Se mancavano all’appello gli abitanti delle province di Zara, Istria, Trieste, Gorizia, Bolzano, che importava? Se mancavano alle urne migliaia e migliaia di militari ancora prigionieri all’estero e gli internati civili, che importava? Era il Regime a decidere, secondo le sue aspirazioni, non il popolo.

Agli elettori furono consegnate sia la scheda del referendum per la scelta fra Monarchia e Repubblica, sia quella per l’elezione dei 556 deputati dell’Assemblea Costituente, cui sarebbe stato affidato il compito di redigere la nuova Carta costituzionale. I votanti furono 24.946.878, pari all’89,08% degli aventi diritto al voto. Questi i risultati ufficiali del referendum: Repubblica 12.718.641 voti, pari al 54,27%; Monarchia 10.718.502 voti, pari al 45,73%; le schede nulle furono 1.509.735 (Fonte: Ministero dell’Interno – Archivio storico delle elezioni). La Monarchia è un nervo scoperto perché fa paura poiché l’Italia era cattolica e monarchica, per essenza.

Tuttavia La Grande Storia di Rai3 oggi non può più negare, come è accaduto nella trasmissione andata in onda il 27 maggio u.s.: 2 giugno 1946 – 70 anni dalla Repubblica (http://www.lagrandestoria.rai.it/dl/portali/site/page/Page-7f9d45d4-8c78-461e-9787-601bf8c90a52.html). Così, mentre si snocciolano documenti che sottendono incongruenze, manomissioni, sottrazioni di voti, nonché grandi manovre orchestrate da Togliatti, da Alcide De Gasperi, dall’allora Ministro degli Interni Giuseppe Romita, allo stesso tempo Paolo Mieli getta acqua sul fuoco e si affretta a dire che non è il caso di guardare ai complotti… ma i toni antisabaudi oggi si sono chetati, perché la vera Storia può essere imbavagliata, ma non uccisa: ormai ci sono troppe documentazioni e testimonianze che attestano ciò che avvenne 70 anni fa.

I seggi si chiusero alle 14.00 del 3 giugno. Lo spoglio non iniziò con le schede della scelta istituzionale, bensì con quelle dei deputati all’Assemblea Costituente e 35% dei suffragi andò alla Democrazia Cristiana. Le operazioni referendarie furono gestite da tre ministri di sinistra del primo gabinetto De Gasperi: il ministro per la Costituente, il socialista Pietro Nenni, per l’Interno Romita e per la Grazia e Giustizia Togliatti. Presero a dipanarsi ore elettrizzanti. Dopo un accentuato ritardo nell’afflusso dei verbali da parte del Ministero della Giustizia, nelle prime ore del 4 giugno la percentuale repubblicana si collocava fra il 30 e il 40 %.

Dirà Romita: «… le cifre erano lì, col loro linguaggio inequivocabile! (…) Non era possibile eppure era vero, verissimo, paurosamente vero: la monarchia si presentava in netto vantaggio. Mi accasciai nella poltrona (…) Il telefono squillò più volte (…) La monarchia sta vincendo, mormorai… Che cosa avrei detto a Nenni, a Togliatti, a tutti gli altri che non volevano l’avventura del referendum?» (M. Caprara, L’ombra di Togliatti sulla nascita della repubblica. Le pressioni del Guardasigilli sulla Corte di Cassazione, in Nuova Storia Contemporanea, 6 (novembre-dicembre 2002), p. 135).

Il Sud era per la maggioranza monarchico, il Nord repubblicano. C’era stata fretta nell’indire il referendum per due ragioni: mancavano moltissimi all’appello, come si è detto, inoltre non si voleva dare l’opportunità a Umberto II, molto amato dal popolo, di dargli tempo per una campagna elettorale a proprio favore. Il Re, infatti, ebbe soltanto 40 giorni appena, ma non si risparmiò e riempì le piazze. Umberto II, che aveva un’immagine pubblica diversa e affabile rispetto a quella del padre, era incapace di finzioni a causa della sua profonda rettitudine morale, della sua signorilità ovunque e comunque, ma anche della sua profonda fede cattolica.

Sarebbe bastato un suo ordine per scatenare una nuova guerra civile, tutta l’Arma dei Carabinieri sarebbe stata al suo fianco, così come le truppe del generale polacco Władysław Anders. Ma rifiutò a priori di versare altro sangue sulla patria. La coscienza innanzi a tutto. Pio XII dimostrò la sua benevolenza: al Re, espropriato dallo Stato italiano di tutti i suoi beni, donò una somma di denaro per i primi duri tempi dell’esilio in Portogallo.

Papa Pacelli, quel 1° giugno, aveva ancora dichiarato: «Da una parte (…) è lo spirito di dominazione, l’assolutismo di Stato che pretende di tenere nelle sue mani tutte le “leve di comando” della macchina politica, sociale, economica, di cui gli uomini, queste creature viventi, fatte ad immagine di Dio e partecipi per adozione della vita stessa di Dio, non sarebbero che ruote inanimate. Da parte sua, invece, la Chiesa si erge serena e calma, ma risoluta e pronta a respingere ogni attacco. Essa, madre buona, tenera e caritatevole, non cerca, no! la lotta; ma appunto, perché madre, è più ferma, indomita, irremovibile, con le sole forze morali del suo amore, che non tutte le forze materiali, quando si tratta di difendere la dignità, l’integrità, la vita, la libertà, l’onore, la salute eterna dei suoi figli. (…) Noi proviamo, anche più sensibilmente che d’ordinario, un immenso dolore nel mirare la società umana più che mai allontanatasi da Cristo, e al tempo stesso una indicibile compassione allo spettacolo delle calamità senza precedenti, con cui essa è afflitta a cagione della sua apostasia. Perciò Ci sentiamo mossi ad elevare di nuovo la Nostra voce per ricordare ai Nostri figli e alle Nostre figlie del mondo cattolico l’ammonimento che il Salvatore divino non ha cessato di inculcare attraverso i secoli nelle sue rivelazioni ad anime privilegiate che si è degnato di scegliere per sue messaggiere: Disarmate la giustizia punitrice del Signore con una crociata di espiazione nel mondo intero; opponete alla schiera di coloro, che bestemmiano il nome di Dio e trasgrediscono la sua legge, una lega mondiale di tutti quelli che Gli rendono l’onore dovuto e offrono alla sua Maestà offesa il tributo di omaggio, di sacrificio e di riparazione, che tanti altri Gli negano».

Nello Statuto Albertino, in vigore fino al 1948, stava scritto all’Art. 1: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Mentre con l’Art. 1 della Costituzione venne stabilito che: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». L’«impassibile onnipotenza di uno Stato materialista», come aveva paventato il Sommo Pontefice, «senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio», era stata ufficialmente sancita.

 

* Da Corrispondenza Romana n. 1442 del 1 giugno 2016

 

 

Artisti e letterati ed il loro rapporto con l’identità nazionale*

di Domenico Giglio

 

La nascita ed il consolidamento dell’identità nazionale di un popolo può durare secoli e deve essere favorita da una unità statale o meglio, come è accaduto in Europa e particolarmente in Francia da una monarchia e nonostante ciò non sempre mette radici profonde, per cui dopo secoli possono esserci fenomeni di rigetto, come vediamo oggi in Catalogna, in Scozia e nelle Fiandre. Ora, in Italia, prima della proclamazione del Regno, il 17 marzo 1861, non è possibile trovare una identità nazionale se non in poeti, letterati e scienziati, cominciando da Dante, che, facendo incontrare nel Purgatorio i due mantovani, Virgilio e Sordello, prorompe nell’invettiva sulla “Serva Italia”, e sulle divisioni cittadine “vieni a veder Montecchi e Cappelleti”, e sempre all’Alighieri si deve la descrizione dei confini orientali dell’ Italia, “sì come a Pola, presso del Carnaro, che Italia chiude e suoi termini bagna”. Poco dopo segue l’altro massimo poeta, il Petrarca che sferza “I Signori d’Italia” ed indirizza una canzone, che è una invocazione all’Italia , “…latin sangue gentile..” e speranza”…che l’antico valore- negli italici cor non è ancor morto…”, e dopo anche l’ Ariosto, nello “Orlando Furioso”, trova modo di incitare gli italiani, “…dormi Italia imbriaca”, fattasi “ancella”. Niccolò Machiavelli, auspica “…che Dio le mandi qualcuno (all’Italia ), che la redima, un capo che provveda la pratica di armi proprie, con la virtù italica…”, per poi giungere a Leopardi, che invoca sì l’ Italia, “O Patria mia, vedo le mura e gli archi…ma la gloria non vedo…” e depreca che italiani abbiano combattuto fuori d’ Italia, riferendosi alle campagne militari napoleoniche, entrando in contrasto con il Foscolo, che proprio nelle truppe del Regno Italico, aveva visto rinascere l’antico spirito combattivo e dato prova di indubbio valore.

Questo filo italico che collega, attraverso cinque secoli di storia e di vita, non si limita a questi grandi poeti e pensatori, ma ne coinvolge numerosi altri, che forse è ingiusto definire minori, provenienti da ogni parte dell’ Italia, che pure denunciano e deprecano le risse, le divisioni, le rivalità interne, che portarono alle invasioni straniere ed al loro successivo governo in tante nostre regioni, auspicando invece l’ indipendenza dallo straniero, l’unificazione della penisola, dedicando all’Italia poesie, canzoni, lettere ed appelli., il tutto come scrive il grande critico Francesco Flora, nella sua “ Storia della letteratura italiana”: “soltanto nella lingua e nella poesia e nelle arti della luce e della pietra…i figliuoli dell’Italia riconobbero…una patria comune”.

Sono nomi, probabilmente oggi dimenticati, e dalla scuola e dalla società, che vanno dal Sassoferrato, “…piangi Italia, giardino del mondo…”, a Pietro Bembo, letterato e Cardinale, a Baldassarre Castiglioni, che descriveva la miseria dell’ Italia, con toni gravi e mesti, al Guicciardini, con la sua “Storia d’Italia”, a Gabriello Chiabrera, forse il maggior poeta del XVII secolo, al Filicaia, “…deh (Italia), fossi tu men bella, o almen più forte…”, ad un Tassoni, che non scrive solo “La secchia rapita”, che è anch’essa una critica, sia pure scherzosa” alle rivalità provinciali, ma anche le “filippiche”, contro gli spagnoli ,denunciando “…veramente quegli (italiani) infelici, che hanno l’animo tanto servile, che godono o almeno non curano d’essere dominati da stranieri, (per cui) non sono degni del nome d’italiani…”, ed è interessante notare che alcuni di questi autori non piemontesi, si rivolgano a Casa Savoia, particolarmente a Carlo Emanuele I, figlio del grande Emanuele Filiberto, come il ferrarese Fulvio Testi che lo definisce “ Carlo, quel generoso invitto core ,da cui spera soccorso Italia oppressa”, e a Vittorio Amedeo II, come Eustachio Manfredi, bolognese, che per la nascita del suo primo figlio scrive “Italia, Italia, il tuo soccorso è nato…” e come Felice Zappi, di Imola, che dedica un’ode “Al serenissimo principe Eugenio” dove è questo bellissimo verso “..dovunque vai Tu, va la vittoria..”.

Questi poeti e pensatori hanno dei valori comuni, compreso quello dell’eredità di Roma, che in molti di essi non è solo rimpianto, ma sprone per risollevare l’Italia dalle divisioni e dalla servitù e così bastarono pochi uomini, di secolo in secolo, a serbare la memoria della libertà e della dignità italiana ed a mantenere viva la fiamma dell’ identità nazionale, che, con il sorgere del XIX secolo, l’ascesa ed il declino dell’astro napoleonico, il sia pur breve Regno Italico, purtroppo limitato all’Italia settentrionale, il tentativo sfortunato di Gioacchino Murat, con il suo “Proclama di Rimini”, acquista luce e calore dando inizio a quello che sarà poi definito Risorgimento. Sia pure limitata quindi ad una ristretta cerchia di intellettuali, ai quali si aggiungono gli scienziati, con i loro congressi nella prima metà dell’Ottocento, tenuti nelle capitali dei vari stati preunitari, tanto che alcuni governi di questi stati, quasi si pentirono di aver dato spazio ai congressi stessi, questa identità si rafforza, anche se vi è un abisso con la maggioranza della popolazione, specie delle campagne, e per il predominante analfabetismo, e per una diffusa identità limitata solo al proprio comune e alla propria provincia, rara se non inesistente invece l’identità regionale, eccetto la Sicilia, ed anche qui con profonde divisioni, eredità di guelfi e ghibellini, e con la differenza tra Nord e Sud d’ Italia, separati ed impediti a conoscersi e comprendersi, dalla illogica e negativa presenza dello stato pontificio che ha diviso per un millennio l’Italia..

La ripresa e l’ espandersi di questa fiamma nazionale, vede nuovamente in prima linea letterati, poeti, pensatori, ed anche pittori e musicisti, ed abbiamo così Vittorio Alfieri, con il “Misogallo” e “Italia, Italia, egli gridava a’ dissueti dissueti orecchi, a i pigri cuori, a gli animi giacenti : Italia, Italia – rispondeano le urne d’ Arquà e Ravenna”, e particolarmente Cesare Balbo, con le sue “Speranze d’Italia”, e Vincenzo Gioberti con il famoso “Primato morale e civile degli italiani” e con il successivo “Rinnovamento civile d’Italia”, che dettero una base storica e dottrinale alla richiesta di riscatto, e poi Luigi Settembrini con la denuncia “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, Giuseppe Mazzini con i “Doveri dell’uomo”, ed Antonio Rosmini, con “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa”, Silvio Pellico con “Le mie prigioni”, il racconto della sua prigionia allo Spielberg, e poi un Alessandro Manzoni, sia con “I promessi sposi”, sciacquati nell’Arno e con “Marzo 1821”, ricordando l’ Italia “una d’ arme, di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor.” e ancora Ippolito Nievo, garibaldino, mancato a soli trent’anni, con le “Confessioni di un italiano” ed i già ricordati Giacomo Leopardi ed Ugo Foscolo di cui non possiamo dimenticare l’altissima poesia dei “Sepolcri”, dove parlando della Chiesa di Santa Croce, a Firenze :”…beata che in un tempio accolte, - serbi l’itale glorie, uniche forse - da che….l’alterna onnipotenza delle umane sorti – armi e sostanze t’invadeano ed are – e patria e, tranne la memoria, tutto.- Che ove speme di gloria agli animosi intelletti rifulga ed all’Italia,-quindi trarrem gli auspici..”. A questi maggiori via via si uniscono tante altre voci, che diventano un vero e proprio coro, e così si raggiungono altri strati della popolazione culturalmente più avanzati e si approfondiscono i motivi autenticamente italiani della riscossa nazionale, e quindi della identità nazionale..

Il milanese Giovanni Berchet (1783- 1851), tra i fondatori de “Il conciliatore”, prende spunto dalla rievocazione del giuramento di Pontida, per incitare alla riscossa, un altro milanese, Giovanni Torti (1774-1851), scrive un inno, dedicato alle cinque giornate del 1848, l’abruzzese Gabriele Rosseti ( 1783-1854), canta “L’amor di Patria”, Angelo Brofferio, (1802-1866), piemontese, ed anche uomo politico, scrive un inno :”Viva il Re, dall’Alpi al mar – il Baiardo di Savoia – Re Vittorio l’ha giurato – che giammai non spergiurò”. Da Napoli, Alessandro Poerio (1802-1848) va a combattere e morire nel 1848, nella difesa di Venezia, e prima aveva scritto “Il Risorgimento” con “O patria, fiorente, possente, d’un solo linguaggio”, mentre il toscano Giuseppe Giusti (1809-1850), risponde al poeta francese Lamartine, con “La terra dei morti”, ed un giovanissimo poeta genovese, Goffredo Mameli ( 1827-1849), caduto nella difesa di Roma contro i francesi, scrive un primo “ Inno di guerra”, con “Viva l’Italia, era in sette spartita, le sue membra divulse”, ed un secondo ben più famoso, anche se vi è qualche dubbio sulla sua paternità, “Fratelli d’Italia”, musicato da Michele Novaro. All’inno di Mameli, si aggiunge un “Inno popolare di guerra” di Giovan Battista Niccolini ,( 1782-1861), toscano, più noto come drammaturgo, con i versi “Giuste leggi e non cieca licenza- libertade ad un tempo e potenza,- non servile ma forte unità”, ed il marchigiano, Luigi Mercantini (1821-1872), con i versi “l’ardente destriero, Vittorio spronò, a dir viva l’Italia, va il Re in Campidoglio” e la “Canzone italiana”, meglio conosciuta come “Inno di Garibaldi”, musicato da Alessio Olivieri, che ha un tono quasi religioso “Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti”. Sempre tra i poeti, anche se più noto per altre opere, fra le quali il grande “Dizionario della lingua italiana”, il dalmata, Niccolò Tommaseo (1802-1974), scrive una poesia “All’Italia”, nel 1834, incitando alla rinascita, ed un trentino, Giovanni Prati, (1814 – 1884), fedelissimo alla Casa Sabauda, ricordando i giovani universitari di Curtatone ,scrive “Viva la bella Italia! – orniam di fior la testa ;-o vincitori o martiri ,- bello è per lei cader”: A tale proposito è bene sottolineare che fino al 1849 i canti o gli inni non si rivolgevano solo a Casa Savoia, perché vi erano anche autori di fede mazziniana, ma fin da allora si deve notare una tendenza da parte di questi patrioti non monarchici di voler discriminare coloro che la pensavano diversamente, come nel caso di Prati, che per aver scritto un inno a Carlo Alberto si vide voltare le spalle dai repubblicani che lo additarono con avversione crescente per la sua intimità con la corte sabauda.

Oltre alla poesia una parte non trascurabile, forse anche più diffusa, di incitazioni patriottiche è dovuta ad opere teatrali ed ai romanzi storici, perché, anche se riferentisi ad eventi e personaggi del passato, gli autori, tutti patrioti, trovavano il modo di inserirvi elementi che facessero pensare ad eventi contemporanei o facendone i protagonisti, campioni d’ italianità, e di questo il caso più tipico e conosciuto è “Ettore Fieramosca” del piemontese Massimo Taparelli d’Azeglio, (1798-1866) rievocante la disfida di Barletta, tra cavalieri italiani e francesi, fra i quali si annida il rinnegato Gano che osava dire: “ho in tasca gli italiani, l’Italia e chi le vuol bene; servo chi mi paga, io . Non sapete …che per noi soldati dov’è pane è la patria”. Anche nella “Margherita Pusterla” del lombardo Cesare Cantù (1804-1895) grandeggia il motivo del Risorgimento sotto lo schermo di una storia lontana, e nella “Battaglia di Benevento”, del toscano Francesco Domenico Guerrazzi (1804 -1873), l’inizio del romanzo è un inno all’ Italia, “L’ Italia, che sedeva, regina del mondo”.

E così si giunge, il 17 marzo 1861, a conclusione di quello che un moderno studioso, Domenico Fisichella, ha definito “Il miracolo del Risorgimento”, alla proclamazione di Vittorio Emanuele II a Re d’Italia, e Cavour, nel suo genio multiforme, vuole onorare anche artisti e letterati, per cui chiede e quasi impone a Giuseppe Verdi, il grande, massimo musicista italiano, il cui nome preceduto da “Viva”, aveva anche significato “Viva V (ittorio) E (manuele) R (e) DI(talia), a presentarsi candidato per il primo parlamento del Regno, e pure fa appello all’altro grande Alessandro Manzoni. Dunque hanno vinto anche i poeti, i letterati ed altri artisti ,ma ora bisogna consolidare l’opera ed anche i pittori prima e poi gli scultori debbono ricordare le vicende del Risorgimento ed i suoi protagonisti, per allargare ulteriormente le conoscenze delle stesse e favorire l’identità nazionale.

Aveva iniziato il veneto Francesco Hayez (1791- 1882) con i suoi grandi quadri storici ed il famoso “Bacio”, poi un suo scolaro Domenico Induno (1815-1878) ed il fratello Gerolamo (1827-1890), con i soggetti militari, di cui ricorderemo “La battaglia di Magenta”, “La battaglia della Cernaia”, “La partenza da Quarto”, “Garibaldi al Volturno”, ( tutte esposte al Museo del Risorgimento di Milano), “Garibaldi in divisa di generale dell’esercito Sardo” ed il “Racconto del garibaldino”. I grandi quadri storici al Palazzo Madama, in Roma, sede del Senato, ed a Siena, nel palazzo comunale ,tra i quali “La consegna dei risultati del plebiscito di Roma a Vittorio Emanuele II”, sono opera del senese Cesare Maccari, (1840-1919) e sempre riguardanti il ciclo di affreschi di Siena, vi sono due lavori di un altro toscano, Amos Cassioli (1832 -1891) uno raffigurante “La battaglia di Palestro”, l’altro “La battaglia di San Martino” ed infine, il grossetano, Pietro Aldi (1852-1888), dipinge “L’armistizio di Vignale”. ”Garibaldi a Digione”, (esposto al Museo del Risorgimento di Milano), è del milanese Sebastiano De Albertis (1828 -1897), garibaldino, che dipinge pure “La carica dei Cavalleggeri di Monferrato a Montebello”, mentre sempre a Siena vi è il famoso “Incontro di Teano”, opera di Carlo Ademollo (1823 – 1911), fiorentino, autore anche della “Battaglia di San Martino (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), nonché della “Breccia di Porta Pia”, mentre Clemente Origo (1855-1921), romano, dipinge la carica della cavalleria alla Bicocca del 1849, e Gustavo Dorè (1832 – 1883) al quale dobbiamo le meravigliose tavole della “Divina Commedia”, disegna gli episodi principali dell’impresa garibaldina del 1860, e Carlo Alberto a Novara è ricordato da Gaetano Previati (1852 -1920), ferrarese, che dipinge anche il popolano milanese, Amatore Sciesa, condotto, nel 1851, alla fucilazione dagli austriaci, mentre pronuncia la celebre frase “tiremm innanz”. Vengono poi i “macchiaiuoli” toscani e fra questi Telemaco Signorini (1835 -1901), con il quadro degli “Zuavi francesi ed artiglieri italiani” (esposto al Museo del Risorgimento di Firenze), ed il loro maggiore esponente, Giovanni Fattori (1825-1909), che ai paesaggi maremmani seppe unire la rappresentazione dei nostri soldati in due momenti particolari, uno felice “Il campo di battaglia italiano dopo (la vittoriosa battaglia di) Magenta”, l’altro relativo alla sfortunata “Battaglia di Custoza” (esposti entrambi alla Galleria d’arte moderna di Firenze). Tutti dipinti che se al momento furono visti da una ristretta cerchia di persone, sarebbero successivamente divenuti le illustrazioni di libri di scuola e di storia e quindi conosciute da una più vasta platea, che così riviveva tanti principali episodi del Risorgimento, ed a questi pittori, dobbiamo doverosamente aggiungere Achille Beltrame, che sul settimanale “La Domenica del Corriere”, in edicola dall’8 gennaio 1899, disegnava delle bellissime tavole a colori, sui principali avvenimenti della settimana accaduti in Italia e nel Mondo, compresi quelli riguardanti i nostri Reali, che, data la tiratura del giornale che già dopo pochi anni aveva raggiunto le 600.000 copie, per superare poi il milione, arrivava in tante famiglie, anche di modeste condizioni economiche.

Dal punto di vista non solo artistico, ma della identità nazionale, fu senza dubbio la scultura, divenuta civile e patriottica, maggiormente atta a serbare le memorie, con le statue ed i monumenti, particolarmente di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi, e di altri artefici del Risorgimento, a coinvolgere anche la massa della popolazione, essendo per lo più situate nelle piazze principali di quasi tutte le città e nei Municipi. Pensiamo al ticinese, Vincenzo Vela (1820 – 1891), ai torinesi Carlo Marocchetti (1805 – 1867), con la statua equestre di Emanuele Filiberto nella piazza San Carlo, e Davide Calandra ( 1856 – 1915 ), con altra statua equestre di Amedeo di Savoia, ed il marchigiano, Ercole Rosa (1846-1898), a cui si deve il monumento equestre di Vittorio Emanuele II a Milano, nella piazza del Duomo, e sempre dedicati al Re, sono i monumenti a Venezia di Ettore Ferrari, e a Palermo di Benedetto Civitelli, mentre ad Enrico Chiaradia (1851- 1901), friulano, spetta la grande statua equestre del grande Re, nel “Vittoriano”, mirabile sintesi di architettura e scultura. Infatti questa opera monumentale, progettata dall’architetto bresciano Giuseppe Sacconi (1854- 1905), vincitore di un concorso nazionale indetto per erigere a Roma un monumento celebrativo della raggiunta Unità e del primo Re d’Italia, inaugurata dal nipote, il Re Vittorio Emanuele III, nel 1911, in occasione del cinquantenario del Regno, presenti i Sindaci di tutta Italia, nonché i rappresentanti di tutti i Reggimenti del Regio Esercito, che riempivano l’intera Piazza Venezia, rappresenta il maggiore contributo che l’architettura abbia dato all’affermazione dell’identità nazionale, per cui è anche chiamato “Altare della Patria”. Ritornando alla scultura ricordiamo che al senese Giovanni Duprè (1817 – 1882) si deve uno dei pochi monumenti del conte di Cavour, ed ai fiorentini, Cesare Zocchi, (1851 -1922) ed Emilio Gallori (1846 -1924), si devono rispettivamente, il grande monumento a Dante, inaugurato nel 1896, nella ancora asburgica Trento, a riaffermare l’italianità del trentino, e la statua equestre di Garibaldi sul Gianicolo, entrambe opere di notevolissimo valore artistico, sia scultoreo che architettonico, per terminare con il bresciano Angelo Zanelli ,(1879 -193.), vincitore del concorso per il grande fregio decorativo dell’Altare della Patria, e per la statua della Dea Roma, che sovrasta il sacello del Milite Ignoto.

Il ruolo dei letterati, dei poeti e degli scrittori non cessa, ma anzi si fa più costante e metodico per rafforzare i valori dell’unità ed indipendenza raggiunti, ed il campione di questa azione è il toscano Giosuè Carducci (1835- 1907), che con le sue poesie riguardanti storia e glorie passate, eventi, regioni, personaggi, avvicina tra loro le genti italiche, ne rafforza la coscienza nazionale, come pure con i suoi superbi discorsi celebrativi e commemorativi, tra i quali quello pronunciato il 7 gennaio 1897 a Reggio Emilia, per il centenario del tricolore, dove celebra il natale della Patria, ed esalta “la bella, la pura, la santa bandiera dei tre colori”, quasi come un sacerdote della religione della patria, che il suo erede, nella cattedra universitaria, il romagnolo Giovanni Pascoli (1855- 1912), avrebbe continuato ad officiare nei suoi discorsi, in occasione del cinquantenario della proclamazione del Regno, parlando all’Università di Bologna il 9 gennaio 1911, che chiamò “anno santo” della Patria e, poi il successivo 9 novembre all’Accademia Navale di Livorno ed infine il 26 dello stesso mese, a Barga, “La grande proletaria si è mossa.”, in occasione della guerra di Libia. Carducci con “Piemonte”, celebra la regione e lo stato sabaudo che dette inizio alla prima guerra d’indipendenza, e Carlo Alberto, “Re per tant’anni bestemmiato e pianto, che via passasti con la spada in pugno…”, con “Cadore”, celebra i montanari che si opposero agli austriaci, ed il loro comandante, “anima eroica, Pietro Calvi”, con il “Canto dell’amore” ricorda i perugini che si batterono per la libertà, e non ultima, anzi cronologicamente prima, con la canzone “Alla Croce di Savoia”, che è una mirabile sintesi risorgimentale della Toscana e di Firenze, con il Piemonte e la casa Savoia, di cui ricorda la storia italiana, con la rievocazione dei grandi italiani dei secoli bui, canzone che non esaurisce il suo valore storico e poetico, nella strofa più conosciuta “Dio ti salvi, o cara insegna, nostro amore e nostra gioia! Bianca Croce di Savoia, Dio ti salvi e salvi il Re”. Carducci capiva infatti che l’identità nazionale aveva bisogno di un punto di riferimento che non fosse solo un uomo, sia pure in molti casi necessario, se non indispensabile, come Garibaldi, al quale pure dedicò discorsi e poesie, ma una dinastia, un istituto che continua nel tempo, quale la Monarchia, artefice dell’unità, di cui scrisse “la Monarchia fu ed è un gran fatto storico e rimane per molta gente una idealità realizzata..” concludendo che “il capo della famiglia di Savoia, rappresenta l’Italia e lo Stato”, ed è così che si spiegano le sue liriche “Alla Regina d’Italia”, del 20 novembre 1878, “quali a noi secoli-si mite e bella ti tramandarono..” e la successiva “Il liuto e la lira”, entrambe dedicate alla prima Regina d’Italia, Margherita, “..figlia e regina del sacro- rinnovato popolo italiano.”, nelle quali parla dell’eterno femminino regale, e che Margherita lo incarnasse, rafforzando l’identità nazionale, lo conferma dopo oltre un secolo, uno storico contemporaneo, Giuseppe Galasso, che l’ha definita in un suo scritto: “Icona dell’Italia unita.”

E come Carducci a Bologna, dall’Università di Napoli, contribuiva alla creazione di questa coscienza unitaria, l’irpino Francesco De Santis (1817- 1883), patriota, carcerato dal governo borbonico ed uomo politico e ministro della Pubblica Istruzione nel primo governo del Regno d’Italia, con Cavour, ed anche in successivi governi, con la sua “Storia della letteratura Italiana”, da lui inserita nella storia della nostra civiltà, così che dall’unità politica veniva a poco a poco nascendo una identità di cultura, opera sulla quale, successivamente, hanno studiato tante generazioni di studenti, e poi professori.

Su di un piano diverso, ma non meno importante, è la figura del ligure Edmondo De Amicis (1846 – 1908), militare, combattente nel 1866, viaggiatore, giornalista, scrittore, particolarmente con una sua opera “Cuore”, stampata per la prima volta nel 1886, la cui immediata fortuna e diffusione, protrattasi nel tempo, ha favorevolmente influito sulla coscienza nazionale, superando pregiudizi regionalistici e classisti, sia con il suo testo base, ambientato in una scuola elementare, vedi l’arrivo dell’allievo calabrese e la morte del “muratorino”, ma soprattutto e volutamente con i “racconti mensili”, dove De Amicis, sa trovare il modo di esaltare il comportamento di giovani di ogni parte dell’ Italia, dal “Piccolo patriota padovano”, alla “Piccola vedetta lombarda”, al “Piccolo scrivano fiorentino”, al “Tamburino sardo”, al “Sangue romagnolo”, a “L’infermiere di Tata”, al “Valore civile”, al giovane viaggiatore “dagli Appennini alle Ande”, ed infine al “Naufragio” . Ed effettivamente la scuola dette pure un importantissimo contributo all’identità nazionale con i suoi maestri e maestre, come la maestra descritta da Guareschi e così pure l’esercito, sia con l’istruzione civile, militare ed anche tecnica, nonché agricola, sia con le prime campagne nell’Africa Orientale, sia pure sfortunate e tragiche, dai cinquecento morti di Dogali, con il colonnello De Cristofori, e poi Macallè con Galliano, l’Amba Alagi con Toselli ed infine Adua, con ben due generali caduti sul campo ,Giuseppe Arimondi e Vittorio Dabormida, dove, ovunque risaltò il valore dei soldati italiani, quasi tutti contadini delle regioni italiane, per cui, Giovanni Pascoli, ad esempio, dedicò una sua poesia, inserita nella raccolta “Odi ed Inni”, “Alle Batterie Siciliane”, comandate dal capitano Masotto, medaglia d’oro al valor militare, per l’eroico comportamento tenuto ad Adua, dove aveva difeso con i suoi soldati siciliani, i cannoni fino alla morte.

Perciò nel 1911 poteva dirsi abbastanza diffuso il concetto d’identità nazionale, collegato alla diminuzione sensibile dell’analfabetismo ed al generale progresso economico e sociale, e sia le grandi celebrazioni del cinquantenario, sia la contemporanea conquista della Libia ne furono autorevoli testimonianze, anche se le nuove generazioni di letterati operanti nelle numerose riviste sorte nel primo decennio del novecento erano abbastanza critiche nei confronti dell’Italia, chiamata “Italietta”, per la quale auspicavano più alti destini e la stessa monarchia, così “borghese”, con il nuovo Re, non sembrava loro abbastanza autorevole e rappresentativa . Se leggiamo ad esempio Trilussa (Carlo Alberto Salustri – 1871-1950), nelle sue poesie romanesche più volte, in forma indiretta, critica la “democraticità” di un ipotetico Re, molto simile a Vittorio Emanuele. Letterati che poi si, però, si riscattarono nel maggio del 1915, partecipando alla guerra, che avevano chiesto, pagando un doloroso e sanguinoso prezzo! Ben diverso invece l’atteggiamento costruttivo, nei loro scritti, dei grandi storici da Benedetto Croce (1866-1952), a Gioacchino Volpe (1876-1971), entrambi abruzzesi, a Pietro Silva (1887-1954), parmense, ed a Niccolò Rodolico (1873 -1969), di Trapani, sui cui testi hanno studiato generazioni di studenti liceali, fin quasi agli anni ’50 del secolo scorso, nel valutare positivamente l’esperienza unitaria, specie se commisurata ai punti di partenza in tutti i settori. Un discorso a parte va dedicato a Gabriele d’Annunzio (1863- 1938), perché se aveva salutato l’avvento al trono di Vittorio Emanuele III, “…miri Tu lontano ?...Giovine, che assunto dalla morte –fosti Re nel mare”, negli anni successivi, anche lui era tra i meno entusiasti del governo dell’Italia, quella “…Italia, Italia – sacra alla nuova Aurora – con l’aratro e la prora!”, per cui si riavvicinò solo con la guerra di Libia, per la quale scrisse le “Canzoni delle gesta d’oltremare”, pubblicate integralmente, a tutta pagina, dal “Corriere della Sera”, salvo una dove aveva chiamato Francesco Giuseppe,”…l’angelicato impiccatore, l’angelo dalla forca sempiterna”, per poi essere tra i maggiori fautori del nostro intervento in guerra nel 1915 e dedicare al Re, un altra poesia, dove lo vede in panni bigi, vicino ai suoi soldati. A fronte di questa opera per l’identità nazionale, rifacentesi al Risorgimento, ai suoi artefici, tipica la riunione in stampe e dipinti di Cavour, Mazzini, Garibaldi e Vittorio Emanuele II, vi era una costante propaganda repubblicana, spesso con toni abbastanza abbastanza volgari e virulenti, tipico il giornale “L’Asino”, di Podrecca, sia proveniente dai repubblicani storici, che ritenevano la monarchia traditrice degli ideali risorgimentali in tema di irredentismo, arrivando a dire nel 1915 “O guerra o repubblica!”, sia dai socialisti, che erano per principio contro spese e campagne militari, che ritenevano dovute alla monarchia, di cui non vedevano o non volevano vedere l’azione di elevazione e pacificazione sociale ed il grande esempio di senso del dovere del Re e della sobrietà di vita e di costume dato della famiglia reale, concentrando questa loro opposizione proprio sulla Casa Savoia. “I Savoia” detto con tono di disprezzo, oppure “maledetti Savoia”, dinastia di cui ignoravano la storia e che, invece, con suoi esponenti, come il Conte di Torino, che aveva respinto sul terreno le ingiurie di un principe francese nei confronti dei soldati italiani che avevano combattuto ad Adua, ed il Duca degli Abruzzi, scalatore delle più importanti vette dall’America, all’Africa ed all’Asia, imprese che in tutto il mondo erano state seguite con interesse ed ammirazione, non ultima quella di raggiungere il Polo Nord, che non fu raggiunto, ma per l’epoca fu la spedizione che vi era giunta più vicino, avevano innalzato il nome ed il prestigio dell’Italia e degli italiani, specie quelli che erano emigrati all’estero, tranne i gruppi anarchici a cui era dovuta la progettazione e l’esecuzione dell’ assassinio del Re Umberto.

E questo senso dell’ identità nazionale, diffuso, ma ancora parziale, ci consentì di affrontare la guerra, e di condurla per quasi quarantadue mesi, dal 24 maggio del 1915 al 4 novembre 1918, e durante questi lunghi mesi, crebbe, sia pure ad un carissimo prezzo, sì che alla sua conclusione vittoriosa, potevasi dire che la guerra stessa, “Fu lo strumento, grazie al quale si rafforzò l’identità nazionale, la diretta conoscenza del RE, che moltissimi soldati avevano conosciuto, fino ad allora, solo sulle monete e sui francobolli, e si sviluppò il senso di una comune appartenenza allo Stato unitario, costruito attraverso tanti sacrifici e tante lotte”, come ha scritto Francesco Perfetti, in quanto fu la prima grande, difficile ed anche dolorosa esperienza collettiva di tutti gli italiani, e di questa identità fu, due anni dopo, testimonianza la moltitudine degli italiani che si assiepò lungo tutti i binari ad attendere ed onorare il passaggio del treno che da Aquileia trasportava a Roma, dove era ad attenderla il Re, la salma del Milite Ignoto, per essere deposta all’Altare della Patria, all’ombra della statua del grande Re, Vittorio Emanuele II, simbolo, ancor oggi, della nostra identità nazionale.

31   aggio 2016

*Relazione tenuta il 28 maggio al Convegno di studi promosso dall'Istituto Nazionale per la Guardia d’Onore alle Tombe Reali del Pantheon

 

Verso il referendum sulla riforma costituzionale

Il SI delle bugie

di Salvatore Sfrecola

Ancora un premier che racconta balle. Berlusconi si diceva il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni dall’unità d’Italia, ignorando che avevano ricoperto quella carica Cavour, Giolitti e De Gasperi, per fare solo qualche nome, Renzi ne dice una al giorno sulla “riforma” costituzionale, raccontando di risparmi ed “efficientamento” della produzione legislativa. Aggiungendo che, se prevalessero i NO si tornerebbe agli inciuci che, a suo dire, sarebbero esclusi dall’Italicum, la legge elettorale che prevede un premio al partito che raggiunge il 40% dell’elettorato, tetto fissato secondo l’illusione ottica provocata dall’esito delle elezioni europee. E sempre ricordando a noi stessi, come dicono gli avvocati, che il 40% dei voti espressi è intorno al 20% del corpo elettorale. Bisognerebbe ricordarlo ai reduci del comunismo degli anni ’54 ed ai loro emuli del Partito Democratico che definirono “truffa” la legge elettorale che dava un premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 50% più 1 dei voti, cioè a chi aveva già la maggioranza assoluta.

Nella campagna referendaria che Renzi ha iniziato forse troppo presto, con ampio dispiegamento di giornali, televisioni e giuristi vari, che qualche giorno fa erano 100, poi sono diventati 184, in previsione (di Renzi) che arriveranno a 1000, in origine costituzionalisti, poi definiti, più prudentemente, giuristi, non meglio aggettivati, il premier esibisce il documento per il SI, un testo sbiadito sottoscritto per evidente dovere di appartenenza, senza entusiasmo.

Di bugia in bugia Renzi ne dice alcune di immediata percezione. Non è necessario essere dei costituzionalisti per capirlo. Basta un po’ di buon senso.

La prima bugia è quella secondo la quale la riforma costituzionale, modificando le competenze del Senato e riducendo il numero dei senatori, determinerà un risparmio. In effetti i senatori passano da 315 a 100, e va benissimo (è lo stesso numero dei senatori degli Stati Uniti d’America, un paese con oltre 281 milioni di abitanti, uno ogni 2 milioni e 800 cittadini) ma i deputati rimangono 630, un numero certamente eccessivo. Non averne prevista la riduzione dimostra l’intento di non incidere realmente sui numeri della casta, cioè sulle aspettative dei politici, quelli che hanno come unico mestiere e come unica lauta fonte di reddito la politica.

Ancora in tema di risparmio mi chiedo se qualcuno può ragionevolmente credere che i senatori, consiglieri regionali e sindaci verranno a Roma a proprie spese. Impensabile, ovviamente. Si dovrà pagare loro trasporto vitto e alloggio (in albergo a 4 stelle immagino!). Avranno ben diritto ad una segreteria che li assista degli impegni dell’attività legislativa e comunque nelle incombenze in aula e nelle commissioni. Nel frattempo nelle regioni e nelle città i consiglieri regionali ed i sindaci, divenuti senatori, non lavoreranno nell’esercizio delle loro funzioni non essendo previsto per loro il requisito dell’ubiquità.

C’è poi un’altra considerazione da fare. Solamente Renzi può pensare che le istituzioni dello Stato debbano essere valutate per quanto costano e non per quanto rendono in relazione alle attribuzioni sono proprie.

Tuttavia quello del risparmio, cioè del presunto risparmio, è un argomento che fa presa sulla gente che da sempre odia la casta, considerata luogo di privilegi che si riversano non solo sui politici ma su famiglie e clientes. È evidente che il taglio dei costi poteva essere perseguito più e meglio con scelte diverse.

Proseguiamo con le bugie. La presenza di due Camere che svolgono le stesse funzioni, quella condizione che chiamiamo di bicameralismo perfetto o paritario o piùcheperfetto, per dirla con Pitruzzella, secondo la vulgata renziana rallenterebbe i tempi della produzione legislativa. Lo si dice perché molte volte è stato necessaria la cosiddetta “navetta” (quando un provvedimento va avanti e indietro tra le Camere) ma si trascura di considerare che questo è avvenuto solamente quando sul testo non era stato raggiunto l’accordo nell’ambito della maggioranza. In presenza di accordi, le leggi sono state approvate rapidamente, anche nel giro di pochi giorni. E comunque si trascura di considerare che molti errori nella normativa in fieri sono stati corretti immediatamente dall’altra Camera. Senza andare molto lontano di recente, in televisione, il relatore al Senato sulla riforma della scuola a chi gli faceva osservare che vi erano degli errori di formulazione di alcune norme, ha risposto tranquillamente “li correggiamo alla Camera”.

Non è vero in ogni caso che il bicameralismo sia stato eliminato. La maggioranza non ha ritenuto di forzare la mano nella direzione del monocameralismo, da sempre caro alla sinistra comunista ignoto agli ordinamenti democratici. E così ha creato un sistema normativo complesso nel quale si intrecciano varie forme di legislazione con attribuzione al Senato delle materie delle autonomie e delle disposizioni di attuazione della normativa europea, sempre più pervasiva. Inoltre il Senato potrà chiedere di esaminare una legge di competenza della Camera che peraltro deciderà in ultima istanza. Un autentico pasticcio..

In questa prospettiva appare assurdo che i senatori non siano eletti dal popolo ma reclutati in relazione alla titolarità di un diverso mandato politico, con lesione del principio “della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale”, come osservato nel documento del Comitato per il NO. Che mette in risalto come “l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie (è) smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto Stato-Regioni che solo in piccola parte realizza quegli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione che pure erano necessari, determinando, senza valorizzare per nulla il principio di responsabilità, per contro fortissimi rischi di inefficiente e costoso neo-centralismo”. Evidente, del resto, nel trasferimento di poteri già delle regioni allo Stato centrale.

Per non dire del pasticcio della soppressione delle province, l’autentica realtà storica, ambientale, culturale ed economica dei territori. Semmai si dovevano abolire le regioni, enti inutili e costosi, che gestiscono, come sappiamo, quasi esclusivamente i fondi del Servizio Sanitario Nazionale, sostanzialmente vincolati. Che senso ha avere un ente che decide solo sul 5-10% dei propri bilanci?

Preoccupa soprattutto il cambiamento surrettizio della forma di governo che si avvia a costituire una sorta di “Premierato assoluto” fondato su una legge l’Italicum che, con il premio di maggioranza di cui si è visto, consentirà al partito egemone di decidere in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali, dal Presidente della Repubblica ai giudici costituzionali, ai componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nello spazio funzionale alla testata che pubblica queste riflessioni non c’è spazio per specifici approfondimenti che riserviamo a singoli contributi. Ma non può non rilevarsi che questo voluto da Renzi è stato il peggior modo di riscrivere la carta di tutti, attraverso molteplici forzature di prassi e regolamentari che hanno determinato nelle Aule di Camera e Senato spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale. Un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale che ha “osato”, diranno gli storici del diritto, cambiare nientemeno che la Carta fondamentale dello Stato, un Parlamento che in quasi tre anni ha visto ben 244 membri (130 deputati e 114 senatori) cambiare Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza (in linguaggio politico si chiama inciucio), utilizzando gli strumenti parlamentari acceleratori più estremi, delineando un vero e proprio sopruso nei confronti delle garanzie e delle prerogative riconosciute in un ordinamento democratico alle minoranze.

Ed è grave che la Costituzione del 48, che certamente necessitava di essere riformata, venga alterata nella parte migliore della nostra tradizione costituzionale. Ne sono consapevoli anche i fautori del SI i quali scrivono che “il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie”, come se si trattasse di una legge ordinaria che è possibile modificare ed integrare con un semplice codicillo. Basti questo per segnalare la gravità di quello che si propone agli italiani dicendo fra l’altro, con straordinaria ipocrisia, che potranno approfondire il testo e così decidere come votare . Una presa in giro. Chi è in condizioni di approfondire un testo complesso e pasticciato come questo per poi decidere? Anche sotto questo profilo è innegabilmente leso il diritto politico degli italiani.

25 maggio 2016

Non è così in Italia

In Svezia “trasparenza totale” per battere la corruzione

di Salvatore Sfrecola 

“Trasparenza totale” è la ricetta adottata nel Regno di Svezia per battere la corruzione. Lo ha riferito Raffaele Cantone, Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), che, intervenendo ad un Convegno sui “Valori morali ed etica pubblica: presupposti per il perseguimento del bene pubblico in una società solidale” organizzato dal Gruppo di Presenza Cattolica della Corte dei conti, in un dialogo con il Cardinale Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la cultura, ha richiamato quanto gli aveva detto di recente il ministro della funzione pubblica di quello stato lassù, in cima all’Europa, in testa ai paesi più virtuosi secondo Transparency International, l’Istituto che rileva la percezione della corruzione, una realtà molto lontana da quella che relega l’Italia in coda alla medesima statistica.

Chissà che effetto avrà fatto quella regola svedese risuonata nell’Aula delle Sezioni Riunite della Corte dei conti, laddove i magistrati contabili ripetutamente denunciano l’opacità delle pubbliche amministrazioni, vizio antico del potere arrogante, ostile ad assoggettarsi al controllo di legalità. Anche in tema di accesso agli atti sempre riguardato dal destinatario della relativa istanza come un atto di lesa maestà, cui si aderisce spesso con fastidio, cercando di ritardare il più possibile la consegna degli atti, perché intuitivamente destinati all’esercizio della tutela giurisdizionale in presenza di un provvedimento ritenuto lesivo di diritti.

Anche da noi, infatti, la legge n. 190 del 2012 prevede la trasparenza amministrativa quale strumento di prevenzione della corruzione, come attesta sui siti delle amministrazioni e degli enti la pagina “amministrazione trasparente” dove spesso si rilevano significative omissioni.

“Trasparenza vo cercando”, si potrebbe dire a leggere oggi Il Fatto Quotidiano che si sofferma, in uno scritto di Thomas Mackinson, sul testo dell’ultimo decreto sulla trasparenza, firmato Madia, nel quale l’attento giornalista rileva un neo non di poco conto, che esenta dalla pubblicazione gli atti relativi agli incarichi conferiti dalle pubbliche amministrazioni a titolo gratuito, “ivi inclusi quelli conferiti discrezionalmente dall’organo di indirizzo politico senza procedure pubbliche di selezione”. Letta superficialmente, come il potere vorrebbe che facessero gli italiani, la norma sembra neutrale, quasi logica. Il consulente scelto “discrezionalmente”, cioè senza riferimento a requisiti di professionalità (titolo di studio, esperienze pregresse), non è pagato a carico del bilancio dello Stato, quindi perché preoccuparsi del suo curriculum professionale e personale? Sennonché altro è l’interesse pubblico. In primo luogo il consulente che assiste e consiglia il politico di fatto si inserisce in procedimenti amministrativi diretti all’adozione di scelte dell’Amministrazione per cui ha un ruolo è rilevante in ragione del quale, in assenza della pubblicazione dei dati personali, potrebbe non rilevarsi una sua situazione di incompatibilità o di conflitto di interessi per attività pregresse o coesistenti. Inoltre è poco credibile che un professionista si impegni in un lavoro senza retribuzione. È evidente che, proprio in ragione della sua collaborazione gratuita con un “organo di indirizzo politico”, sarà compensato, come insegna l’esperienza di chi conosce la storia delle pubbliche amministrazioni, con “altra utilità” (un’espressione che significativamente il legislatore identifica all’art. 318, c.p. quale compenso per la corruzione) con altri incarichi per i quali la consulenza “gratuita” farà premio su possibili concorrenti in un continuum politica-amministrazione che è la negazione stessa della trasparenza. In quanto, come scrive Il Fatto Quotidiano la nuova normativa “fa calare un velo proprio sugli incarichi che, in assenza di un compenso in denaro, meglio si prestano a contropartite poco chiare”.

Del resto la storia del potere in Italia espone un catalogo ricchissimo di utilità conseguite all’ombra del potere. Ma anche di comportamenti virtuosi. Ancora una volta ricordo in proposito la lettera di Quintino Sella, in procinto di diventare Ministro delle finanze del Governo Rattazzi, il quale scrive al nonno per segnalargli che dal giorno del suo giuramento “le imprese di famiglia dovranno ritirarsi dagli appalti pubblici”. Altri tempi, altro stile!

21 maggio 2016

In un appello a Mattarella la denuncia di Zagrebelsky

Indebite pressioni del Governo per il SI al referendum

di Salvatore Sfrecola

L’appello, autorevolissimo, è diretto al Capo dello Stato. Lo fa Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte costituzionale, uno dei massimi costituzionalisti italiani, da sempre orientato a sinistra. Il quale, in occasione della presentazione a Torino, al Salone del Libro, del volume di Salvatore Settis, Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla, si rivolge, “con rispetto” al Presidente Mattarella affinché dica “al presidente del Consiglio che chi governa non può legare la sua sorte all’esito del referendum costituzionale”. Così attuando una forma di pressione indebita che fa comprendere quale sia il modo di intendere la democrazia da parte di Matteo Renzi.

Le ragioni dell’appello al Presidente della Repubblica sono fondatissime e muovono dalla considerazione che il referendum è “del popolo” e non “del governo”, così come del Parlamento e non del governo doveva essere la riforma costituzionale, ancorché a promuoverla fosse il partito del premier. Ed è facile tornare all’esperienza della Assemblea Costituente quando il dibattito in aula vedeva il banco del governo sistematicamente vuoto, convinti com’erano i padri costituenti e l’esecutivo che la costituzione fosse un atto proprio dell’assemblea. È accaduto il contrario con il governo Renzi, nel corso delle letture, che l’articolo 138 della Costituzione impone ad ogni modifica della Carta fondamentale, che il Premier ed il ministro delle riforme Maria Elena Boschi siano stati attori in prima linea della riforma costituzionale. Così facendo intendere che ad essa legavano le sorti del governo e della maggioranza che, sulla base del combinato disposto, come si usa dire, della riforma e della nuova legge elettorale, l’Italicum, consente al partito che vince le elezioni  di conquistare quell’ampio potere, per certi versi assoluto, che discende dal premio di maggioranza con la possibilità di eleggere, senza il concorso di altre forze politiche, il Presidente della Repubblica, i giudici costituzionali e i membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Quell’impegno improprio in sede di dibattito parlamentare oggi si ripropone nella campagna referendaria, nella quale il Presidente del Consiglio si spende in favore del SÌ, non come qualunque altro politico ma facendo intendere agli italiani che il voto negativo sulla riforma costituirebbe una bocciatura del governo con conseguenti sue dimissioni. Ed anche se, sul piano giuridico, questo collegamento è privo di qualunque fondamento costituzionale non c’è dubbio che l’essersi impegnato in prima persona nella riforma della Costituzione costringe oggi Renzi a prospettare in quel modo l’eventuale esito negativo della consultazione di ottobre per galvanizzare i suoi seguaci e confondere le idee degli italiani che quella riforma poco conoscono, essendo stato loro prospettato, tra l’altro, quasi solo un risparmio di spesa che all’evidenza è, in ogni caso, modesto essendo sufficiente considerare che, avendo ridotto i senatori da 315 a 100, un numero assolutamente congruo (si pensi soltanto che gli Stati Uniti d’America, con una popolazione di molto superiore alla nostra,  hanno un identico numero di senatori), ha mantenuto 630 deputati, certamente eccessivi. E senza considerare che le istituzioni della Repubblica non possono essere valutate per quanto costano ma per quanto la loro presenza giova al buon andamento della democrazia. Ciò che non è assolutamente dimostrato leggendo la pasticciata riforma che ci viene proposta.

“Ci va di mezzo la democrazia”, dice infatti Zagrebelsky, spiegando come le pressioni del governo e del premier si accompagnino alla previsione di  scenari drammatici in caso di sconfitta in un referendum che segue ad una campagna elettorale per il rinnovo di sindaci e consigli comunali che vede il partito democratico in forte affanno sicché, sull’onda di quei risultati, è prevedibile che l’ampio schieramento di quanti propongono di votare NO possa riservare al governo ed alla maggioranza brutte sorprese. Nonostante l’impegno di Renzi che non ha esitato, come in altri casi, a dare alla sua polemica il tratto sgradevole dell’offesa personale, come quando ha apostrofato i giuristi favorevoli al NO “archeologi travestiti da costituzionalisti”, rivolta agli stessi, tra cui proprio Gustavo Zagrebelsky, che Maria Elena Boschi, all’inizio del percorso parlamentare della riforma, aveva definito “professoroni” con evidente disprezzo, un atteggiamento che non si confà a chi riveste incarichi di governo, non dico a statisti, perché parliamo di persone modeste e di pochi studi la cui cultura giuridica è attestata in modo inequivoco dalla lettura della Gazzetta Ufficiale dove si leggono provvedimenti legislativi e amministrativi nei quali oltre al diritto assai spesso anche l’italiano è una variabile indipendente.

Tornando all’appello al Capo dello Stato non è dubbio che esso sia indirizzato a chi ha il dovere di assicurare un corretto esercizio dei diritti tra i quali indubbiamente vi è quello di esprimere il voto sulla riforma costituzionale in piena serenità e consapevolezza della scelta, senza pressioni indebite che costituiscono un vero e proprio ricatto nei confronti dei cittadini. Per cui l’appello contro “l’ideologia della rassegnazione”, come ha scritto Zagrebelsky nell’epilogo del suo bel libro “Moscacieca”, nonostante si debba constatare che oggi “negli organi di governo, nelle posizioni-chiave, siedono ormai solo uomini di fiducia dell’oligarchia finanziaria globalizzata”.

16 maggio 2016

Se l’università non prepara per la professione:

a colloquio con un giovane laureato in giurisprudenza

di Salvatore Sfrecola

Un colloquio di alcuni giorni fa con un giovane laureato in giurisprudenza in cerca di lavoro mi ha confermato una valutazione negativa del rapporto università-professione del quale sono consapevole da tempo, prima come studente, più di recente, come docente. Il giovane in cerca di lavoro, una brillante laurea, un master importante, la partecipazione ad attività didattiche, mi ha rappresentato la difficoltà di trovare un posto di lavoro in realtà privatistiche perché alla domanda, che gli viene sistematicamente rivolta sulla sua esperienza non può esibire altro che quella maturata nei corsi e nei master che ha effettuato. Poco, troppo poco in assenza di una esperienza professionale maturata presso uffici pubblici o privati.

Naturalmente formulata così, la domanda di chi conduce la selezione, compito non facile che comporta la capacità di intuire le attitudini e le potenzialità del candidato al di là del freddo linguaggio di un curriculum, non corrisponde alle aspettative reali di chi intende reclutare un venticinquenne. È evidente, infatti, che il giovane laureato non ha e non può avere una significativa esperienza lavorativa. Anche uno stage non è un vero e proprio lavoro, è meno di un apprendistato, assicura certamente una esperienza ma indubitabilmente limitata e comunque non significativa. Solamente una collocazione che prevede un impegno e delle responsabilità, sia pure circoscritte, assicurano che la formazione richiesta abbia la necessaria consistenza. Eppure non c’è dubbio che, rimanendo alla Facoltà di giurisprudenza, si rilevano gravi carenze sotto il profilo della preparazione dello studente all’impatto con il mondo del lavoro. Le lezioni ed i seminari, che danno una preparazione teorica significativa agli studenti trascurano alcuni aspetti che sono essenziali nella formazione del giovane nel momento in cui cercherà un impiego. In primo luogo, tranne casi rarissimi, nessuno studente è chiamato ad effettuare elaborazioni scritte se si esclude la compilazione della tesi di laurea. Alla quale arriva avendo in precedenza scritto l’ultima volta al liceo quando era chiamato a svolgere temi di critica letteraria, storia della letteratura, arte, storia. Il giovane che si appresta a redigere la sua tesi di laurea non ha mai scritto su temi di diritto e quindi, pur avendo letto molto trova sicuramente gravi difficoltà nella stesura del documento, tanto da rimanere sulle prime smarrito. Il linguaggio giuridico ha sue peculiarità che vanno affinate col tempo perché una sentenza o una memoria di costituzione non è necessariamente un orrore linguistico fatto di ripetizioni, assonanze e orribili neologismi forensi. Inoltre quello studente, nella maggior parte dei casi, non è stato educato a fare delle ricerche, a consultare le banche dati di dottrina e giurisprudenza e il più delle volte non ha neppure sfogliato una rivista giuridica della quale non conosce neppure il titolo, non ha visto, non dico letto, una sentenza né un’ordinanza e neppure un atto amministrativo, una istanza di accesso agli atti, una domanda di autorizzazione né un provvedimento adottato dall’autorità amministrativa e soggetto ad impugnazione davanti al giudice amministrativo. Nessuno avrà messo davanti a lui gli atti di una procedura concorsuale diretta alla stipula di un contratto di appalto di lavori o di fornitura di beni e servizi, l’attività più consistente delle pubbliche amministrazioni, quella che impegna una parte significativa delle risorse dei bilanci pubblici. Una materia che impegna quotidianamente i giudici civili, amministrativi e contabili e, di recente, sempre più spesso quelli penali.

Questa carenza informativa generalizzata fa sì che il giovane laureato, che non avrà certamente una preparazione pratica come quella che deriva dalla frequentazione di uno studio legale, di una segreteria giudiziaria o di un ufficio comunale o statale, sarà privo anche di quella preparazione teorica che attiene all’impatto quotidiano con la realtà delle leggi, delle sentenze degli atti dell’amministrazione. Con la conseguenza che si vedrà eccepita la mancanza di esperienza da un soggetto privato ma avrà anche una difficoltà di accedere ad uno studio legale perché, alla prima richiesta di come si fa una ricerca giurisprudenziale o di come si redige una memoria di costituzione in giudizio, probabilmente avrà non poche difficoltà.

Questa carenza dell’Università, che è antica, diviene tanto più grave nel momento in cui la ricerca di un posto di lavoro diventa sempre più difficile per un giovane in una realtà occupazionale complessa, dove i posti di lavoro sono pochi, remunerati pochissimo, più spesso quasi gratuiti e dove la richiesta di un’esperienza pregressa, che comunque è sempre difficile per un giovane appena laureato, si unisce alla richiesta di conoscenza della lingua straniera, normalmente l’inglese, non facile da maneggiare perché anche su questo la scuola italiana ha gravi carenze. La lingua di Sua Maestà Elisabetta II, facile nella grammatica, è in realtà difficile nella pronuncia. Devo dire, ad esempio, che nella mia esperienza, nei contatti con autorità diplomatiche italiane e straniere, ho notato che è difficile trovare chi abbia la capacità di dialogare in modo fluente. Inadeguata la preparazione delle scuole medie superiori, leggermente migliore quella delle università che spesso hanno docenti di madrelingua. Comunque nel complesso chi non ha la possibilità di soggiorni prolungati sulle rive del Tamigi e dintorni è difficile possa superare un colloquio in lingua inglese che spesso avviene, in una seconda fase della selezione, anche telefonicamente, prova assai più ardua e più selettiva.

Le considerazioni che nascono dall’esperienza e che sono state stimolate dal colloquio con il giovane laureato in cerca di lavoro dimostrano che, al di là degli slogan e delle dichiarazioni di principio di autorità pubbliche la scuola in generale e specialmente l’università ha bisogno di una riflessione profonda e di un adeguamento alle esigenze di una didattica che sia anche protesa verso la pratica verso quegli elementi di preparazione che consentono di avvicinarsi con maggiore sicurezza al mondo del lavoro. È vero che molti docenti hanno scelto la strada delle visite a Tribunali ed a Corti, ma questo non è sufficiente per sviluppare una conoscenza utile a fini professionali. Sono stati anche previsti degli stage. Ne ho promossi presso la Corte dei conti quando insegnavo Diritto amministrativo europeo alla LUMSA. Ho fatto conoscere alle persone che mi sono state assegnate biblioteca, archivi, segreterie in modo che avessero la possibilità di rendersi conto anche visivamente di come si lavora in un ufficio giudiziario tra l’altro con importanti attribuzioni di controllo su enti di diverse dimensioni e ruoli. È qualcosa, certamente, ma non è sufficiente. È necessario che i docenti, utilizzando anche i loro collaboratori di cattedra, assistenti e ricercatori, introducano realmente con delle simulazioni di attività giudiziarie o amministrative i loro studenti sulla via della professione, facendo sì che quel che hanno imparato sui libri, dove la dottrina insegue le leggi e sentenze, diventi viva conoscenza di come si lavora attraverso la guida di persone con esperienza, considerato che nella maggior parte dei casi i ricercatori, gli assistenti, i tutor svolgono anche attività professionale nei Tribunali, nelle Corti o nelle Amministrazioni.

Si tratta di iniziative tutto sommato semplici, facili da organizzare, idonee a perseguire quello scopo che dovrebbe essere proprio dell’Università, cioè assicurare agli studenti una preparazione, scientifica e pratica, adeguata alle esigenze professionali alle quali saranno chiamati nel mondo del lavoro.

Non potrei chiudere queste riflessioni originate dal colloquio con il giovane laureato se non facessi cenno, insieme alle carenze denunciate, da me individuate già al tempo dei miei studi universitari, anche un’ulteriore accusa che egli muove al nostro sistema scolastico, quella che la cultura della quale la scuola media superiore fornisce i nostri studenti attraverso lo studio della lingua e della letteratura italiana, del latino e del greco, della filosofia, della storia e delle materie scientifiche, sia in gran parte inutile per le prospettive di lavoro. Non è vero. Non è assolutamente vero, come insegna l’esperienza. La cultura, intesa come formazione a tutto campo attraverso l’acquisizione di conoscenze varie, soprattutto di quelle pertinenti alla nostra tradizione, in un quadro di solida formazione, costituisce la base sulla quale costruire la specializzazione universitaria. Ho, infatti, constatato nel corso degli anni come la padronanza della lingua italiana e la formazione classica siano fondamentali nello scritto come nei rapporti con le persone, collaboratori e superiori e interlocutori in genere. Costituiscono un valore aggiungo che in un colloquio diretto all’assunzione fa la differenza.

Quella base culturale è stata sempre la forza della nostra scuola. Del resto nelle scuole estere importanti la formazione di base è affidata a un percorso scolastico che ha le caratteristiche proprie della nostra formazione classica, ovunque negli istituti di maggiore rilievo.

Ricordo, al riguardo, una intervista televisiva fi alcuni anni fa a Furio Colombo, all’epoca corrispondente de La Stampa dagli Stati Uniti che lì viveva e lì studiavano le sue figlie. Alla domanda dell’intervistatore sulle scuole che frequentavano rispose “una scuola classica”. Ed alla domanda dell’intervistatore su cosa significasse quell’espressione nel paese della tecnologia più avanzata Colombo rispose: “Una scuola classica, studiano latino e greco”.

Forse quel brillante laureato in giurisprudenza mio interlocutore non si è reso conto del patrimonio che la scuola gli ha fornito e che forse non ha saputo valorizzare nei colloqui (un po’ di umiltà è indice di intelligenza) ed, amareggiato per non aver ancora trovato lavoro, lo addebita all’impegno della scuola media superiore nell’insegnamento di Dante e di Petrarca, di Giotto e di Michelangelo. Per concludere semplicisticamente “non serve”. Probabilmente altro è il problema.

16 maggio 2016

Renzi confuso tra Costituzione e Vangelo

di Salvatore Sfrecola

“Ho giurato sulla Costituzione, non sul Vangelo”. A parte l’intrinseca volgarità della frase, il Presidente del Consiglio Segretario del Partito Democratico dimostra una inammissibile ignoranza per chi ricopre una elevata funzione istituzionale ed una colpevole semplificazione. Quella di ritenere che le questioni attinenti alla famiglia, al suo  ruolo nella società e, pertanto, ai suoi diritti, sia un problema religioso, in specie cattolico, come dimostra l’improprio riferimento al Vangelo. Visione distorta della realtà ma, purtroppo, diffusa nella classe politica, spesso frenata nella determinazione di misure di sostegno alle famiglie, specie a quelle numerose, nella convinzione che in tal modo si faccia un piacere alla Chiesa, anzi, per molti, “al Vaticano”.

Il Presidente del Consiglio, che sul documento ha giurato, dovrebbe ben conoscere la Costituzione che alla famiglia dedica norme importanti, le quali costituiscono un riferimento essenziale per il legislatore ordinario, quello, appunto, che ha votato la legge sulle cosiddette “unioni civili”, ignorando, è la tesi di chi si prepara a raccogliere le firme per un referendum abrogativo, i parametri di riferimento essenziali scritti nella Carta fondamentale dello Stato. Precisò, infatti, l’On. Tupini, in Assemblea Costituente, a nome della Commissione per la Costituzione, che il progetto constava “di due elementi fondamentali: uno di carattere normativo assoluto, l’altro di direttive al futuro legislatore perché vi si conformi e vi si adegui…”.

Ed ecco l’impianto. Cominciamo con l’art. 29, che apre il Titolo II dedicato ai “rapporti sociali”, dove si legge che “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” che, precisa il secondo comma, “è ordinato all’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. Regole innovative che avrebbero dovuto, come precisato dall’on. Mortati e come è avvenuto, modificare il codice civile che all’epoca quella eguaglianza non assicurava in toto.

Qualificando la famiglia come “società naturale”, della quale lo Stato “riconosce” i diritti, il Costituente ha inteso prendere atto che essa, come ebbe a precisare l’on. Moro, “ha una sua sfera di ordinamento autonomo nei confronti dello Stato”, “un ordinamento di diritto naturale”, disse l’on. La Pira, al cui insegnamento Renzi afferma spesso di ispirarsi, un ordinamento che preesiste allo Stato, alla sua costituzione ed alle norme che lo disciplinano. Un dato storico, come insegnano quanti si sono occupati di ricostruire le vicende degli insediamenti umani ovunque sul pianeta, individuando modalità di formazione delle famiglie e delle regole che le riguardano individualmente ed in rapporto alle altre famiglie con le quali nel tempo si forma quell’“ordinamento generale” che più tardi si chiamerà stato.

Ma la Costituzione non ha soltanto le norme assolute, come abbiamo visto ricordare dall’on. Tupini, dà anche direttive al legislatore in forma che delineano chiaramente il ruolo della famiglia. Infatti nell’art. 30 si legge che “è dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio”, ai quali “la legge assicura… ogni tutela giuridica e sociale compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima”. Se ne deduce che la famiglia è ordinata in via prioritaria alla procreazione, all’istruzione e alla educazione dei figli che sono i futuri cittadini italiani, i futuri lavoratori, il cui ruolo nella società la Costituzione individua e intende tutelare. Infatti all’art. 31 “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose”, precisando, al secondo comma, che “protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Un bel pacchetto di indicazioni al legislatore molte delle quali, la gran parte delle quali, ignorate, come dimostra la legislazione fiscale che in nessun modo agevola le famiglie, così contravvenendo palesemente alla disposizione che impone l’adozione di misure dirette alla “formazione della famiglia” e all’adempimento dei compiti connessi. Ciò che è stato fatto e viene fatto in altri ordinamenti che, proprio per effetto delle agevolazioni assicurate ai nuclei familiari, hanno visto un consistente incremento delle nascite che in Italia invece, purtroppo, sono da tempo in calo.

Tutti sanno, perché se ne parla spesso, che altri paesi, i quali hanno a cuore il mantenimento della società con le sue caratteristiche culturali e storiche, dalla Francia alla Svezia alla Norvegia, per citare solo i più noti e con tradizioni diverse, in vario modo agevolano nuove famiglie escludendo dall’imposizione fiscale le spese per il mantenimento dei figli, assicurando una scuola gratuita (compresi i libri di testo) e capace di formare i futuri professionisti. Con agevolazioni economiche ai giovani fino all’ingresso nel mondo del lavoro.

Tutto questo non è, all’evidenza, un problema religioso, come il nostro premier vorrebbe far intendere, tanto è vero che in Assemblea Costituente, che si apprestava a votare articoli successivi a quelli che richiamano i Patti Lateranensi, fu respinta la proposta di affermare l’indissolubilità del matrimonio ritenendo quell’istituto più pertinente al profilo religioso, anche se l’on. Iotti (PCI, antenato del PD) affermò di non essere contraria “a fissare tale principio nella legge ordinaria”.

Il Premier ignora comunque che la stragrande maggioranza degli italiani, al di là del credo religioso, si riconosce nelle norme della Costituzione, nei suoi principi e nelle sue direttive. Gli italiani certamente vorrebbero fare più figli se lo Stato fosse consapevole del ruolo della famiglia, assicurando a tutti quelle agevolazioni che la Costituzione prevede, convinti che l’istruzione e l’educazione dei figli sia un dovere primario dello Stato rispetto alla società.

Ancora una volta con una buona dose di arroganza, che sempre si accompagna alla scarsa conoscenza di ciò di cui si parla, il Presidente del consiglio divide gli italiani in modo artificioso per guadagnarsi un pugno di voti trascurando che altri, molti, ne perderà a breve, anche per questo suo atteggiamento, e quando sarà posta ai voti popolari quella riforma della Costituzione che così palesemente dimostra di non conoscere o di voler ignorare.

13 maggio 2016

Mostra i muscoli per compattare una maggioranza incerta

Renzi e la mozione di fiducia: debolezza e arroganza di un leader

di Salvatore Sfrecola

Straordinaria vignetta di Giannelli oggi sul Corriere della Sera dal titolo Peccati Democratici con Renzi che confessa ad un sacerdote, che ha le sembianze di Mattarella, “non ho resistito alla tentazione di chiedere la fiducia”. Il Presidente-confessore lo interroga: “quante volte figliolo? Quante volte?”. Tante, viene da dire a noi osservatori, troppe in una democrazia parlamentare nella quale il Governo resta in carica fino a quando gode della fiducia delle Camere. Fiducia nel programma di Governo “che ha già avuto una investitura elettorale” (Manzella). Bastano queste poche parole di uno dei massimi studiosi del Parlamento per rendere evidente che  siamo fuori dalle regole costituzionali. Infatti il provvedimento oggetto della mozione di fiducia non faceva parte del programma del governo sul quale a suo tempo si sono espresse le Camere e il Governo non ha avuto sul punto una investitura elettorale.

Si comprende, dunque, la vivace polemica delle opposizioni ed i “mal di pancia” di parti significative della maggioranza in quanto l’anomalia, gravissima, di un voto di fiducia su un provvedimento che non è di iniziativa del governo, altera il ruolo dello strumento usato, attraverso il quale i governi ricompattano la loro maggioranza attraverso un voto su un provvedimento qualificante del programma che ha lo scopo di verificare che permanga il consenso che ne giustifica l’esistenza.

Con il ricorso improprio alla mozione di fiducia il Presidente del Consiglio ha voluto forzare la mano dei parlamentari della sua maggioranza, nonostante questa sia numerosissima e quindi capace di affrontare il voto anche senza bisogno della pressione del voto di fiducia. Che, in realtà, dà dimostrazione della “sfiducia” del Premier Segretario del Partito Democratico nella sua maggioranza, un segnale di debolezza considerato anche che Renzi aveva promesso di liberare i suoi parlamentari dal vincolo di partito trattandosi, nella specie, del voto su un provvedimento eticamente rilevante e significativo.

L’uso della forza, come insegna la storia, non solamente parlamentare, quando non necessaria è quasi sempre dimostrazione di debolezza. Chi ha la forza dei numeri, come in questo caso, non dovrebbe ricorrere ad uno strumento che ha come unico effetto quello di strozzare il dibattito parlamentare, evitando qualunque confronto di idee. Una scelta pensata per un esecutivo che teme di non godere più del consenso necessario per continuare a governare. Accade invece che da alcuni anni si sia abusato del ricorso al voto di fiducia, abuso al quale ha fatto ampio ricorso l’attuale Presidente del consiglio. In questo modo si delinea una trasformazione della Repubblica parlamentare incentrandosi di fatto ogni iniziativa legislativa rilevante nel governo anche quando la proposta nasce da un parlamentare. È una grave lesione del principio (art. 70 Cost.) secondo il quale la “funzione legislativa” è esercitata dalle Camere, tanto più grave quando viene esercitata in presenza di una maggioranza rilevante come in questo momento alla Camera a favore del governo Renzi. Al voto di fiducia si sono affidati anche governi precedenti, ma in casi più contenuti e sempre per provvedimenti d’iniziativa governativa. Anche il governo Berlusconi era stato criticato per il ricorso alla mozione di fiducia, avendo quel governo la più ampia maggioranza parlamentare della storia repubblicana. Ma quella maggioranza, di nominati e scelti senza attenzione all’esperienza ed al merito, era a tratti inaffidabile. Ed è quello che accade oggi. Per cui il premier mostra i muscoli. E se si considera che questo comportamento è posto in essere da chi si è fatto promotore della riforma costituzionale che di fatto concentra direttamente o indirettamente nel governo, anche quale effetto dell’Italicum, un porcellum elettorale riveduto e corretto, ampi poteri di legislazione e di gestione c’è da temere per la democrazia parlamentare che può piacere o no ma è senza dubbio la sola che assicura una adeguata rappresentanza al popolo.

Al riguardo sono state particolarmente puntuali alcune considerazioni di Monsignor Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti e Vasto, il quale, in una intervista al Corriere della Sera di oggi, a proposito del voto di fiducia sulla legge sulle unioni civili, ha affermato esplicitamente che “la democrazia è tale se su tutte le questioni - ma specialmente su quelle che hanno uno spessore etico e ricadute sociali e culturali - c’è la possibilità di portare e discutere tutti gli argomenti, pro e contro, e valutarli in un dibattito libero e aperto”. E alla osservazione di Gian Guido Vecchi, che lo ha intervistato, secondo il quale “se ne discuteva da anni”, il prelato risponde “vero, ma è proprio nel momento in cui si arriva al voto che tutti hanno il sacrosanto diritto di esprimersi. Mi pare scorretto, tanto più in questo caso: sui temi etici le posizioni sono trasversali rispetto agli schieramenti. Se si vuole ricompattare con un sì o con un no, si fa un danno a tutti”.

E trasversali erano le opinioni dei parlamentari sulla riforma costituzionale, essendo in discussione ipotesi diverse, tratte dalla dottrina costituzionalista e dall’esperienza di altri paesi. Esempi sempre da tenere presenti sia pure considerate le diversità storiche e antropologiche dei vari popoli. Non si è voluto discutere e chi si è opposto non ha avuto risposte ma spesso solamente insulti, dall’epiteto di “professoroni” affibbiate da Maria Elena Boschi ai vari Zagrebelsky, Rodotà, Gallo e Azzariti, alla qualificazione di “archeologi” dallo stesso Renzi attribuita loro in quanto presunti fedeli del Codice di Hammurabi. Certo lui non lo ha letto. Ma è già un fatto positivo che ne abbia sentito parlare.

12 maggio 2016

Ben più della scelta dei sindaci

Le elezioni del 5 giugno sono un test sulla politica del Governo

di Salvatore Sfrecola 

Ha un bel dire Matteo Renzi che il 5 giugno alcuni milioni di italiani saranno chiamati a scegliere soltanto Sindaci e Presidenti di Municipi per amministrare città e quartieri. Per cui il test elettorale nulla avrebbe a che fare con il suo governo. Lo ha smentito in modo chiarissimo Stefano Fassina questa mattina ad OmnibusLa7 ricordando come i problemi dei comuni, quelli con i quali gli amministratori hanno a che fare quotidianamente, dalle buche al trasporto locale, dalla raccolta dei rifiuti al decoro urbano, sono significativamente aggravati dal fatto che Governo e Parlamento nel corso degli anni hanno progressivamente fatto scontare a comuni e province le difficoltà finanziarie dello Stato centrale. Ciò ai fini del rispetto del patto di stabilità interno e degli impegni assunti in sede europea, senza che sia stata avviata una riforma dell’amministrazione e della finanza degli enti locali, tra l’altro gravati da adempimenti che costituiscono voci di costo pesanti per i rispettivi bilanci.

Naturalmente non tutte le difficoltà dei comuni vanno addebitate ad errori od omissioni dello Stato. Buona parte dell’inefficienza dei comuni sono conseguenza delle cattive amministrazioni locali che non hanno saputo passare dai rimborsi statali sostanzialmente a piè di lista ad un regime di responsabilità finanziaria idoneo ad offrire servizi nell’ambito delle risorse disponibili, risparmiando dove possibile e gestendo in modo corretto ed economicamente proficuo ad esempio il patrimonio immobiliare, spesso dato in locazione a canoni assolutamente fuori mercato. Il caso di Roma, dove l’Amministrazione capitolina non sa quanti appartamenti ha, quanto e se pagano gli inquilini tenuti a canoni vecchi di decenni, non è solamente della capitale. Un autentico scandalo che fa immaginare intese fraudolente con funzionari ed amministratori quando non colpevoli omissioni, casi accertati un po’ dovunque in Italia, spesso oggetto di indagini da parte delle Procure regionali della Corte dei conti. Che hanno portato a condanne nei confronti degli amministratori disattenti o dei funzionari complici.

La finanza locale, dunque, va riformata come parte essenziale della finanza pubblica e nel quadro dell’unità economica della Repubblica. Una sfida importante che non si affronta con le misure spot alle quali ci ha abituati il premier a fini di consenso elettorale e per distrarre l’attenzione degli italiani dalle difficoltà che giorno dopo giorno assillano un numero sempre più vasto di cittadini. Mentre s’intravedono all’orizzonte nuove stangate per i pensionati, in primo luogo.

Per questo le elezioni comunali sono inevitabilmente un test sul governo e sulla sua maggioranza che ha dato pessima prova di se, non solo per gli scandali che qua e là per l’Italia hanno messo sotto accusa amministratori assolutamente inadeguati ma sempre proni agli interessi dei settori economici di riferimento, ma soprattutto per l’incapacità di immaginare, al di là delle frasi ad effetto, che questo è effettivamente il Paese più bello del mondo che va in malora per una lunga serie di governanti incapaci di guardare al futuro, governi tra i quali spicca l’attuale che, a differenza degli altri che non facevano neppure finta di volere, cerca di confondere le idee agli italiani illudendoli che sia “la volta buona”. Auspicabile se il risultato delle elezioni dirà loro in modo inequivocabile che è ora vadano a casa.

8 maggio 2016

Dirigenti, generali, magistrati

Conflitti di interessi e illecite contiguità

di Salvatore Sfrecola

Con l’espressione conflitto di interessi l’opinione pubblica identifica normalmente situazioni diverse, di interferenza tra interessi pubblici e privati solo parzialmente corrispondenti a quelle previste dalle leggi che tutelano il corretto esercizio di funzioni pubbliche. La gente, infatti, si preoccupa che non si verifichino situazioni anche solo potenzialmente capaci di determinare influenze negative sulla gestione delle pubbliche amministrazioni con conseguente deviazione dalle finalità istituzionali e dispendio di denaro pubblico. E si sofferma sulle vicende professionali di alcuni alti esponenti delle pubbliche Amministrazioni che destano perplessità.

Vediamo qualche esempio. Accade da molto tempo che personalità che hanno operato con funzioni di vertice nelle amministrazioni pubbliche, alti dirigenti dello Stato, delle regioni e degli enti locali, gradi elevati delle Forze Armate ed anche magistrati con importanti funzioni requirenti o giudicanti, all’atto del pensionamento, quando non si avviano verso qualche libera professione, vengano impiegati in imprese, pubbliche o private, quali amministratori o consulenti, in ragione dell’esperienza a lungo maturata negli uffici pubblici. Naturalmente ci riferiamo ad attività che vengono prestate, con funzioni di consulenza o di gestione, in strutture che operano nel settore degli appalti di opere pubbliche o di forniture di beni e servizi alle pubbliche amministrazioni. Accade anche per alti gradi delle Forze Armate che hanno maturato importanti esperienze nell’approvvigionamento di materiali di carattere strategico, dagli armamenti alle infrastrutture tecnico scientifiche, i quali, dismessa l’uniforme, passino ad amministrare industrie che lavorano anche per l’Esercito, la Marina e l’Aeronautica. Ovviamente in linea di principio non c’è nulla di male nel fatto che imprese del genere si avvalgano della collaborazione di esperti, particolarmente qualificati, che ben conoscono le esigenze delle Forze Armate. Il dubbio, che costituisce per il cittadino motivo di giusta preoccupazione, è che la utilizzazione di queste professionalità derivi da una contiguità con l’attività già svolta in servizio. È evidente, infatti, che se ci fosse stato un condizionamento delle amministrazioni nella scelta delle forniture attraverso una persona di riferimento nella struttura pubblica si determinerebbe una situazione di conflitto che potrebbe aver determinato scelte distorte, effettuate nell’interesse non dello Stato ma dell’impresa. Per cui il successivo passaggio al privato, come dirigente o consulente, sarebbe il frutto di un non corretto esercizio di un ruolo istituzionale, che abbia assicurato vantaggi non dovuti all’impresa dal dipendente infedele. Ciò quando non si configurasse una vera e propria ipotesi delittuosa qualificabile come corruzione.

Ugualmente per i magistrati, i quali hanno svolto attività requirente o giudicante in una certa area geografica, sarebbe assolutamente inopportuno assumere un incarico di consulenza in favore di un’autorità politica o amministrativa i cui atti potrebbero essere stati oggetto di valutazione sotto il profilo della liceità/legittimità nella veste di pubblico ministero o di giudice. Situazione imbarazzante ove si trattasse, di un magistrato di una Procura della Repubblica al quale fossero state segnalate o denunciate irregolarità di un amministratore locale dal quale poi fosse chiamato a collaborare. Ma anche di un magistrato amministrativo che abbia deciso su questioni importanti di interesse per l’ente o per un appaltatore. Lo stesso può dirsi di chi ha svolto funzioni di revisore dei conti in rappresentanza di una pubblica amministrazione vigilante il quale andasse, all’indomani del collocamento a riposo, a fare il consulente presso l’ente già vigilato.

Naturalmente queste ipotesi possono essere solamente inopportune e non necessariamente illecite. L’utilizzazione dell’ex dirigente, dell’ex generale o dell’ex magistrato può avvenire senza che ci sia stata in passato alcuna sua complicità nei confronti dell’ente o dell’impresa con la quale, da pensionato, va a collaborare

La materia è molto delicata e attiene alla libertà di esercizio di una funzione professionale che non si può negare ad un dipendente pubblico a riposo, a meno che pretenda di svolgerla presso l’amministrazione appena lasciata. Ma questa ipotesi è stata disciplinata dalla legge e precisata da una circolare del Ministro Madia.

Le legittime aspettative dell’opinione pubblica alla chiarezza ed alla trasparenza, inducono ancora una volta a tornare alla storia, ad un esempio che sovente richiamo per essere espressione di un comportamento che indica straordinaria correttezza morale e istituzionale, quello del ministro delle finanze del 1862, Quintino Sella. Chiamato all’incarico governativo ed in vista del giuramento di fedeltà al Re, Sella, si rivolge al nonno, il patriarca della famiglia, per segnalargli l’esigenza inderogabile che, da quel giorno, le imprese di famiglia si sarebbero dovute ritirare dagli appalti pubblici. Siamo in un periodo storico che costituisce il nerbo morale e politico dell’Italia risorgimentale, quando nella costituzione del nuovo Stato si impegnano personalità della politica e della cultura di elevatissimi valori morali. Quell’Italia e quegli uomini e le idee che hanno portato avanti negli anni sono espressione della cultura liberale che è l’unico patrimonio politico del nostro Paese, sopravvissuto al Fascismo e che ha permeato la primissima fase della Repubblica, rapidamente scivolata verso Tangentopoli. Oggi quelle idee, quei comportamenti sembrano lontanissimi e fanno quasi sorridere. Mentre dilaga la corruzione, della quale, come ha detto Piercamillo Davigo, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, oggi non si vergogna più nessuno, il nostro Paese sembra aver perso ogni riferimento morale, il senso della dignità della funzione che altrove è richiesta inderogabilmente per chi esercita un ruolo pubblico. Anche la nostra Costituzione richiama l’esigenza di comportamenti virtuosi, quando afferma, all’articolo 54, che “i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempiere con disciplina ed onore”. Tuttavia la sensibilità dei partiti e dei cittadini non è certamente uguale a quella che si registra in alcuni paesi, in Germania, ad esempio, dove non molto tempo fa il ministro della difesa, astro nascente del partito di maggioranza, ha sentito il dovere di dimettersi perché gli era stato contestato di aver copiato qualche pagina della sua tesi di laurea una ventina di anni prima. Immagino che a quella notizia, enfatizzata dalla stampa internazionale, molti politici di casa nostra abbiano sorriso. Chissà quanto hanno copiato, a cominciare dai banchi di scuola, laddove si dovrebbe insegnare e imparare ad essere dei cittadini rispettosi delle leggi. O come il parlamentare inglese dimessosi per aver addebitato alla moglie una contravvenzione stradale che invece atteneva ad una sua infrazione.

Con Quintino Sella siamo lontani nel tempo, giusto 154 anni dall’unità d’Italia, con gli esempi tedesco ed inglese siamo ai giorni nostri, a dimostrazione del fatto che la moralità pubblica non ha tempo. Ma in casa nostra la politica sembra non saper selezionare i migliori, quanto a professionalità ed a rigore morale. Forse perché a scuola non si insegna a diventare italiani. Lo diceva già Massimo d’Azeglio all’indomani della proclamazione del Regno d’Italia: “pur troppo s'è fatta l'Italia, ma non si fanno gl'Italiani”. All’epoca poteva essere una constatazione prematura. Oggi è una realtà.

3 maggio 2016

Legalità e controlli

Come si favoriscono sprechi e corruzione

di Salvatore Sfrecola

Nicola Gratteri, Procuratore della Repubblica di Reggio Calabria, è stato perentorio. Intervenuto qualche sera fa ad Otto e Mezzo, la trasmissione de La7 condotta da Lilli Gruber, ha addebitato alla soppressione dei Co.Re.Co., i Comitati regionali di controllo sugli atti degli enti locali, avvenuta nel 2001, il dilagare della illegalità e degli sprechi di pubblico denaro. Infatti, in assenza di controlli è difficile individuare tempestivamente l’atto o la condotta fonte dell’illecito e del danno.

Previsti dalla legge 10 febbraio 1953, n. 62 (cosiddetta Legge Scelba) in attuazione dell’art. 130 della Costituzione, anche se hanno iniziato ad operare solo nel 1971, a seguito dell’attuazione dell’ordinamento regionale, i Comitati esercitavano un controllo preventivo di legittimità su tutte le deliberazioni dei consigli e delle giunte (art. 59) ai quali, all’epoca, era attribuita la competenza ad adottare la maggior parte degli atti amministrativi degli enti locali, così garantendo la legalità dell’azione amministrativa. Inoltre, quando rilevavano fatti i quali potevano costituire un pregiudizio finanziario o patrimoniale per l’ente, ne riferivano alla Corte dei conti. Alla quale, dalla loro soppressione, le denunce arrivano col contagocce (per non dire che sono pari a zero). Infatti, in presenza dei Co.Re.Co., sindaci e presidenti delle province non volevano correre il rischio di essere imputati di omissione di denuncia e quindi di essere coinvolti nella responsabilità amministrativa. Sapevano che il Comitato, individuata una ipotesi di danno erariale, lo avrebbe immediatamente denunciato. E si mettevano al riparo.

La legge 833/1978 (Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale) ha esteso i controlli dei Co.Re.Co. alle deliberazioni delle unità sanitarie locali (art. 49) e degli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (art. 42). Controlli poi soppressi dall’art. 4, comma 8, della legge 412/1991.

Nel frattempo la legge 142/1990 aveva ridotto gli atti sottoposti a controllo di legittimità, rendendolo obbligatorio solo per le deliberazioni riservate alla competenza dei Consigli (art. 45). Passano pochi anni e nel 1997 arriva un’altra sforbiciata: gli atti sottoposti a controllo sono ulteriormente ridotti dall’art. 17, comma 33, della legge 15 maggio 1997, n. 127 (cosiddetta legge Bassanini-bis), poi recepito dall’art. 126 del d.lgs 18 agosto 2000, n. 267 (T.U delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), che lo limita a statuti, regolamenti di competenza del consiglio, bilanci e rendiconti. Insomma solamente ad atti generali, con esclusione, dunque, degli atti di gestione, laddove si annidano spreco e corruzione.

Non bastava ai fautori delle “mani libere” (nonostante non fosse poi tanto lontana l’esperienza di “mani pulite”). E così i controlli vengono aboliti per effetto dell’emanazione della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, di riforma del Titolo V della Costituzione e dell’abrogazione dell’art. 130 Cost. che ne aveva previsto l’istituzione. I Co.Re.Co. potevano essere mantenuti in vita, come era previsto, con funzioni consultive. Anche i pareri, evidentemente sono invisi. Mettono in evidenza errori ed omissioni. Così tutte le regioni hanno scelto di sopprimere i Comitati.

“Quello che nel bene e nel male era stato un sistema che aveva assicurato il buon funzionamento degli enti locali e l’oculato utilizzo delle risorse pubbliche – ha scritto l’Avv. Alfredo Lonoce www.studiolonoce.it - è apparso all’improvviso in contrasto con il sistema costituzionale delle autonomie locali”. Aggiungendo che “con l’attuazione del federalismo si è introdotto il concetto della "pari soggettività" o "pari dignità" costituzionale fra Stato, Regioni, Comuni, Province e Città Metropolitane, enti autonomi tutti costituenti l'organizzazione dei pubblici poteri, per cui l’assetto della repubblica non è più piramidale ma orizzontale. Secondo questa singolare visione di federalismo il controllo di legittimità sugli atti, esercitato da un organo che emana da un'altra amministrazione (statale o regionale), comporterebbe una subordinazione dell’ente destinatario del controllo. Eppure nel resto d’Europa, anche negli stati federali, esistono controlli successivi che riguardano la legittimità degli atti, la loro efficacia, economicità e la regolarità dei bilanci. In Spagna e Germania, caratterizzati da forti autonomie, i controlli sono su base regionale, mentre nella realtà anglosassone sono di competenza  dello stato centrale. Addirittura in Irlanda e Svizzera agli organi regionali di controllo sono conferiti veri e propri poteri giurisdizionali. Obiettivamente non crediamo che le regioni autonome spagnole o quelle tedesche si sentano subordinate o menomate nella loro autonomia per il fatto di essere soggette a controlli esterni. Ecco quindi che non viene minimamente lesa l'autonomia degli Enti locali ex art. 114 della Costituzione”.

È la conferma che la verifica della legittimità degli atti non è nel dna dei nostri politici che, a confronto dei colleghi di altri, importanti stati europei di antica tradizione amministrativa, appaiono disattenti rispetto ad elementari principi del buon andamento e della imparzialità dell’amministrazione, che è regola costituzionale (art. 97) espressione del principio di legalità troppo spesso trascurato.

2 maggio 2016

 

Berlusconi sceglie Marchini: per dare una mano a Giachetti e non farsi contare - di Salvatore Sfrecola

Berlusconi ricompatterà il Centrodestra partendo da Roma, in vista dell’Italicum? - di Senator

In un’intervista a La Repubblica. Renzi stempera la polemica con l’ANM che lui stesso aveva iniziato - di Salvatore Sfrecola

 

 
 
 
 

 

 

 

 

 

 


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