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Un Sogno Italiano venerdì, 27 gennaio 2012 ultimo aggiornamento

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"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)

 

 

 

 

 

Miti e realtà della spesa pubblica

di Salvatore Sfrecola

 

     La spesa pubblica è da sempre sotto accusa da parte della classe politica e di quanti si occupano della crisi finanziaria che vive il nostro Paese. Il tema è affrontato in vario modo, spesso superficialmente, ma la conclusione è sempre la stessa: il livello della spesa toglie risorse allo sviluppo e l’Italia non può permetterselo. E dunque arrivano da ogni parte proposte di riduzione degli stanziamenti di bilancio, soprattutto mediante riduzione del personale e delle attribuzioni (ad esempio con la “semplificazione” di cui si parla oggi al Consiglio dei ministri!).

     L’esigenza c’è, è reale ma è stata troppo spesso affrontata in modo semplicistico, come dicevo. Ad esempio con i “tagli lineari” nei quali si è prodotto ripetutamente il Ministro dell’economia dell’ultimo governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Un disastro, una mossa rozza, meno tot per cento a tutti, con l’effetto di toccare solo alcuni, il più delle volte con effetti che a questo punto è difficile ritenere non voluti. Nel settore della cultura e della ricerca, ad esempio, enti con modesti bilanci sono stati strozzati.

     Eppure la cultura non è un lusso, ha un ruolo all’interno ed all’esterno del nostro Paese che continua ad essere un punto di riferimento di molti studiosi e studenti nel settore dell’arte, della musica, della lingua. Un modo per farci conoscere ed apprezzare anche all’estero, anche in realtà difficili dove l’Italia può vantare una stima generalizzata della sua storia politica, istituzionale, culturale. Penso al medio oriente dove archeologi e studiosi di lingue e religioni vantano un credito che non hanno altri paesi mediterranei, come la Francia, ad esempio, erede di un colonialismo senza scrupoli.

     Ebbene, ridurre la spesa pubblica si può ed anzi, nelle condizioni attuali, si deve. Ma è necessario valutare attentamente qual’è la produttività della spesa nei vari settori, per capire se e dove si deve tagliare e se si taglia da una parte per trasferire le risorse o metterle in cassa.

     Facciamo un esempio che la gente capisce, quello della sanità, perché, quando la gente si ammala è in condizione di valutare l’effetto dell’organizzazione predisposta dalla Aziende sanitarie.

     In questo caso è relativamente facile che degli esperti di gestione della sanità e dei bilanci valuti se le risorse impiegate rendono un servizio caratterizzato da efficienza, efficacia ed economicità. È vero che sembra più facile a dirsi che a farsi, ma è certo che per persone esperte è facile verificare se ci sono sprechi, se c’è una abnorme proliferazione i reparti e, quindi, di responsabili, se le attrezzature destinate ad analisi e ad accertamenti diagnostici sono utilizzate in modo funzionale al numero dei pazienti o ci sono spazi di inazione che allungano le degenze o rimettono a studi convenzionati attività che le ASL potrebbero effettuare.

     Sono esempi. Ma se, com’è noto, vi è una notevolissima diversità tra i costi di gestione nelle varie regioni d’Italia e non è facile individuare i cosiddetti “costi standard”, questo non deve impedire di giungere rapidamente, anche utilizzando rilevazioni statistiche, ad una definizione dei costi “giusti”, sfoltendo l’organizzazione di uomini e strutture.

     Questo vale anche per le strutture amministrative ministeriali, alcune delle quali svolgono funzioni che potrebbero essere rimesse agli enti locali, per concentrare l’attenzione su funzioni primarie, necessarie allo sviluppo del Paese. Per tutti, in materia di patrimonio storico artistico, l’Italia ha bisogno di storici dell’arte e di esperti di restauri perché “il nostro petrolio” non perda quell’appeal che porta nelle nostre città d’arte e nelle aree archeologiche milioni di turisti ogni anno, con un  apporto al PIL che, per la prima volta, sento preso in considerazione dal Governo Monti nelle dichiarazioni di alcuni ministri. Mi riferisco a Passera (Sviluppo economico) e a Gnudi, il Ministro del turismo.

     Questa ricognizione è necessaria premessa di ogni razionale riduzione della spesa pubblica. Perché la spesa, per essere eccessiva, deve essere prima di tutto improduttiva, altrimenti non è da ridurre.

     La stessa cosa, ma del tema tornerò ad occuparmi nuovamente, riguarda il patrimonio immobiliare, che si vuol vendere. È giusto farlo, ma quella ricchezza, dovuta al sacrificio di milioni di italiani nel corso dei secoli, non va svenduta. Il patrimonio va utilizzato, ove possibile, o venduto per trasformarlo in altre utilità perché spero che qualcuno dica al Presidente Monti che moltissimi uffici statali, civili e militari, sono in locazione. Ciò che a tutti appare inverosimile, considerate le dimensioni del patrimonio immobiliare pubblico che con estrema disinvoltura viene ceduto ad enti locali che spesso se ne servono solo per fare cassa.

     Il governo ha una vita a tempo, necessariamente. Al più a maggio del 2013. Il tempo è poco ma l’avvio di una riforma seria dell’amministrazione e del patrimonio non può attendere. Perché l’amministrazione è la forza dei governi, come sa bene il Ministro della funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, che la conosce a fondo, e perché il patrimonio è la casa della famiglia pubblica.

27 gennaio 2012

 

 

 

 

A proposito del Comandante Schettino

Der Spiegel antitaliano ("Italienische Fahrerflucht").

Ma non è una novità! Si vendica di un certo Giulio Cesare

di Senator

 

     Alla vigilia del “Giorno della memoria”, la ricorrenza della liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz il famoso settimanale tedesco non fa neppure la mossa di una riflessione sulla tragedia degli ebrei e di quanti Hitler considerava persone inutili, ma, con un articolo del Signor Jan Fleischhauersulla versione on-line, se la prende con gli italiani per la vicenda della Costa Concordia, con gli italiani, non con il Comandante Schettino.

     L’attacco al nostro Paese ed al suo ''carattere nazionale'' si è meritato l’energica replica dell'Ambasciatore d’Italia a Berlino, Michele Valensise. ''Gli argomenti di quell'articolo - ha scritto in una lettera al settimanale - sono tanto offensivi nei confronti dell'Italia quanto privi di fondamento. Mi meraviglia che una testata autorevole dia spazio ad affermazioni cos volgari e banali''.

     ''Gentile Direttore – ha scritto Valensise -, sono stupito e contrariato”. ''Credo naturalmente nella libertà di critica'', ma ''colpisce soprattutto, tra tanti luoghi comuni, che il giornalista accomuni con disinvoltura le responsabilità di una singola persona a quelle di un intero popolo. Capisco il desiderio di Spiegel on line di scrivere qualcosa di non politicamente corretto, ma questa volta si tratta di una provocazione gratuita che rimando al mittente, anche a nome dei miei connazionali che hanno espresso indignazione per lo scritto. Perché tirare in ballo tutti gli italiani?''.

     ''Fleischhauer - aggiunge l'Ambasciatore - non si è accorto che accanto al comportamento del Comandante della Costa Concordia, peraltro oggetto di indagine giudiziaria, vi sono state istituzioni e persone che hanno dato il meglio di sé‚ per salvare vite umane e limitare i danni dell'incidente? Ed è veramente convinto dell'inaffidabilità addirittura di tutta una Nazione?''. ''Fleischhauer lasci perdere le generalizzazioni fondate sulla razza - conclude -. Sono cose del passato, che nessuno rimpiange. Si rilassi e venga a trovarci in Italia. Troverà un grande Paese, accogliente, capace di slanci sorprendenti, individuali e collettivi, che sui pregiudizi cerca di sorridere, non di improvvisare strampalati tribunali''.

     Der Spiegel non è nuovo a sentimenti antitaliani. Tutti ricordano la copertina del settimanale tedesco in uno dei momenti più difficili per il nostro Paese, quando il terrorismo bagnava di sangue, quotidianamente, le strade delle nostre città. Allora mise in copertina un piatto di spaghetti sormontato da una P38.

     Pessimo gusto, allora come oggi.

     Forse che qualche giornale italiano ha generalizzato, con riferimento all’intero popolo tedesco, la vicenda del rogo alla Thyssenkrupp di Torino, una delle pagine più buie e dolorose degli ultimi tempi, dove persero la vita sette operai, bruciati vivi. Per quella tragica vicenda, esiste una sentenza di condanna in primo grado, a carico dell'amministratore delegato tedesco", ma nessuno ha mai pensato di scrivere che i tedeschi non si preoccupano della sicurezza degli impianti industriali definita in sede europea.

     Questa ricorrente presunzione di alcuni tedeschi (“alcuni”, s’intende!) di considerasi “superiori”, “razza eletta” (ma da chi?) dimostra, in realtà, una smania di grandezza non realizzata che finché riferita a musicisti, filosofi e giuristi può essere benevolmente considerata, mentre nella storia civile dei rapporti con gli altri popoli la storia rivela molte pagine oscure.

     Ma poi che senso ha prendersela con gli italiani, un popolo pacifico e dignitoso che accanto a qualche Schettino annovera oscuri, ignoti eroi che non hanno mai chiesto una medaglia?

     Perché antitaliani? Mi sa tanto che, in realtà, in "alcuni" tedeschi bruci ancora qualche esemplare “lezione” loro impartita da un certo Caio Giulio Cesare, Console romano.

27 gennaio 2012

 

 

 

 

“Intoccabili”, ovvero della faziosità

di Salvatore Sfrecola

 

     Il portavoce della Santa sede, Padre Federico Lombardi, ipotizza il ricorso a vie legali “per garantire l'onorabilità di persone moralmente integre e di riconosciuta professionalità, che servono lealmente la Chiesa, il Papa e il bene comune”.

     Non intendo valutare gli aspetti legali della trasmissione condotta da Gianluigi Nuzzi ieri sera su La7, con tre servizi dedicati a questioni che riguardavano uomini di Chiesa, Monsignor Viganò, Nunzio apostolico a Washington, e Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de l’Aquila, e la stessa Conferenza Episcopale Italiana, per quanto concerne la vicenda dell’I.C.I.. Anche se le rimostranze della Santa sede riguardano solo la vicenda di Monsignor Viganò, all’epoca dei fatti Segretario del Governatorato della Città del Vaticano, mi sembra necessario gettare uno sguardo sull’intera trasmissione il cui andamento è stato evidentemente preordinato a mettere in cattiva luce uomini della Chiesa.

     Andiamo in ordine. Nella nota della Santa Sede si afferma che la ricostruzione dei fatti è stata condotta “in modo parziale e banale, esaltando evidentemente gli aspetti negativi», con il “facile risultato” di presentarlo “come caratterizzate in profondità da liti, divisioni e lotte di interessi”. Il riferimento è ad una lettera attribuita a Monsignor Viganò che denuncia irregolarità nella gestione di spese a varie funzioni destinate (si fa anche l’esempio del Presepe di Piazza San Pietro), parlando anche di “mazzette, lavori gonfiati e pilotati”, situazioni che, ha sostenuto la trasmissione, sarebbero state coperte per non dispiacere a qualcuno non specificato, anche se si fanno ripetuti riferimenti al Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, senza specifiche accuse sul punto.

     Monsignor Viganò avrebbe scoperto spese eccessive, forse fatture gonfiate, irregolarità gravi, senza prova che queste situazioni abbiano determinato illeciti veri e propri, quali pagamento di tangenti per lavori e forniture.

     Secondo la tesi esposta da Nucci gli eventuali responsabili non sarebbero stati puniti per superiori coperture e Monsignor Viganò sarebbe stato mandato a fare il Nunzio Apostolico a Washington, sede tra tutte la più prestigiosa, per mettere tutto a tacere.

     Chi ha seguito la trasmissione non può non essersi reso conto di una insistenza, contro ogni evidenza, nel dedurre situazioni e fatti che Nuzzi ha solo potuto supporre. Anche se certamente possono essere avvenuti come in ogni gestione di cose umane, in un comune, in una provincia, in una regione o in un ministero.

Quel che mi ha disturbato come spettatore, consapevole che quegli sprechi possono essere avvenuti, è il fatto che l’interesse che si voleva indurre nello spettatore era dato non dai fatti in se ma dalla circostanza che fossero avvenuti in ambiente ecclesiastico, nella sede della Città del Vaticano.

     Qui sta la faziosità della trasmissione che ha potuto supporre e insinuare ma non dimostrare, così gettando un discredito sulla Santa Sede che poggia sull’acqua.

     L’impostazione preconcetta della trasmissione è esplosa nella seconda parte della trasmissione dedicata alla vicenda I.C.I. laddove Nucci non ha voluto sentire ragioni sull’ammontare della somma in discussione contraddicendo continuamente Franco Bechis, Vice direttore di Libero, che esponeva cifre ufficiali del Ministero dell’economia. E quando si è visto in difficoltà Nucci ha cominciato a parlare dell’8 per mille rilanciando continuamente alla ricerca di un argomento che poggiasse su una base più certa.

     Infine l’episodio di Monsignor Giovanni D’Ercole, Vescovo ausiliario de l’Aquila che, da autentico pastore, è riuscito a far capire che l’interesse della Curia, rispetto a risorse messe a disposizione dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, era solo diretta a sollecitare progetti di interesse comunitario (residenze per anziani, asili nido, ecc.) con la più ampia partecipazione di soggetti pubblici operanti sul territorio.

     Padre Lombardi ha definito la trasmissione “disinformazione” e “informazione faziosa nei confronti del Vaticano e della Chiesa”.

     Uno scoop che non è stato uno scoop, che ha cercato di gettare del fango gratuito sulla Chiesa la quale può certamente essere criticata e censurata, carte alla mano e valutandone gli effetti. Perché se un ecclesiastico sbaglia nella gestione di risorse della Chiesa non è giusto riversare sull’intera istituzione gli effetti di quegli errori. Questo vale per la Santa Sede come per il più piccolo comune italiano.

26 gennaio 2012

 

 

 

Evasione fiscale, ci aiuterà l’Europa?

di Salvatore Sfrecola

 

      Un’evasione fiscale di 120 miliardi annui, dato Agenzia delle entrate, è assolutamente intollerabile e ci pone in testa ad una non invidiabile graduatoria.

Quelle dimensioni dell’evasione fiscale sono intollerabili in un paese civile perché dimostrano, da un lato, che il sistema è fragile e consente un aggiramento, tutto sommato agevole, dell’obbligo fiscale, e, dall’altro, che i controlli da parte dell’Amministrazione finanziaria sono complessi e onerosi.

     I due profili sono strettamente collegati. Il sistema fiscale è fragile, perché evidentemente non contiene in sé elementi idonei ad evitare l’evasione, e, di conseguenza, i controlli sono difficili. Per non dire, come ha affermato il Direttore dell’Agenzia delle entrate, Attilio Befera, che la lotta all’evasione fiscale per molti anni “non è stata al centro dell’attenzione”. Espressione “diplomatica” per dire che l’Amministrazione finanziaria si trova ad affrontare una situazione che è, quanto meno, tollerata, se non voluta come farebbero pensare talune affermazioni tradizionalmente colte in molti ambienti politici, secondo le quali in alcune aree del Paese la stessa sopravvivenza delle popolazioni è affidata al “lavoro nero”, cioè a redditi non tassati, se non in via di imposizione indiretta (l’IVA).

     Ora non si spiegano, se non per i motivi di complice tolleranza di cui si è appena detto, le ragioni per le quali l’ordinamento tributario italiano non attua sistemi di contrasto tra i contribuenti, come quelli derivanti dal ricorso alle deduzioni fiscali in relazione alle spese sostenute, in tal modo impedendo al percettore di quelle somme di ometterne la denuncia nella dichiarazione dei redditi. Avviene dovunque negli ordinamenti moderni, tenuto conto che il meccanismo, oltre a rispondere ad una obiettiva esigenza di individuare redditi tassabili importanti, ha una estrema flessibilità. La deduzione, infatti, può essere totale o parziale e in questo secondo caso il fisco ci guadagna due volte perché l’indicazione di una percentuale di deduzione comporta l’indicazione dell’intero che è stato percepito dal soggetto che ha rilasciato la fattura o la ricevuta esibita dal contribuente.

     Un sistema siffatto, assolutamente flessibile, nel senso che la misura della deduzione può tenere conto dello stato della finanza pubblica ed essere, pertanto definita annualmente in sede di bilancio o di legge finanziaria (oggi di stabilità), esclude anche quelle preoccupazioni che ricorrono in ambienti del Ministero dell’economia, riferite all’ammontare del gettito che non può diminuire se la normativa viene attuata gradualmente con acquisizione al sistema informativo dell’Agenzia delle entrate dei dati relativi ai redditi dei contribuenti messi a confronto dall’applicazione delle deduzioni.

     Se, dunque, la lotta all’evasione “non è stata al centro dell’attenzione”, come dice Befera, che è l’altra faccia di un fisco nella cui complessità si annida l’evasione, non ci resta che sperare nell’Europa che, quanto prima, dovrà pretendere una omogeneizzazione dei sistemi fiscali degli stati membri. Infatti, come per le spese si è provveduto ad imbrigliare i bilanci attraverso il “patto di stabilità e crescita”, non si potrà a lungo ignorare l’altra faccia della medaglia, quel sistema tributario al quale i governi affidano non solo il reperimento delle risorse per la spesa, cioè per le politiche pubbliche nei settori della sicurezza, dell’istruzione, del lavoro e della salute, ma le politiche di sviluppo dell’economia, la guida della crescita.

     D’altra parte l’Unione europea non potrà trascurare il profilo tributario nel quadro di una integrazione dell’economia dei paesi che ne fanno parte. Altrimenti l’Europa continuerà ad essere un’espressione geografica priva di forza politica ed economica. Proprio ciò che vogliono quanti in questa stagione della finanza internazionale si adoperano giornalmente per favorire le divisioni e contrastare il made in Europe sui mercati internazionali.

26 gennaio 2012

 

 

 

 

 

Che fine ha fatto il VTS?

A proposito della “Costa Concordia”:

nessuno controlla le rotte

di Salvatore Sfrecola

 

     Vessel traffic service, in sigla VTS, è un sistema di controllo del traffico navale che, utilizzando un gps, consente di localizzare le unità mercantili in navigazione sui nostri mari. Lo scopo è quello di evitare collisioni o episodi come quello della “Costa Concordia”, a parte le regole, come quella di non avvicinarsi troppo alle coste o di attraversare il canal Grande a Venezia. Non serve una legge, o un decreto, è sufficiente un’ordinanza della competente Capitaneria di Porto.

     Negli anni scorsi, a seguito della legge sulla difesa del mare, gestita con grande capacità da Matteo Baradà, Direttore generale dell’allora Ministero della marina mercantile prese avvio il progetto VTS. Progettato da una equipe di studiosi ed esperti in collegamento con Alenia (oggi Selex Sistemi integrati, di Finmeccanica, che nel frattempo ha proposto, assicurandosi le relative forniture, il sistema ad altri paesi) e con i migliori ufficiali delle Capitanerie di Porto, ricordo per tutti il Capitano di Vascello Lolli, che sarebbe diventato Ammiraglio e Comandante generale delle Capitanerie di Porto.

     Lo studio fu portato a termine collaudato. Seguì la prima realizzazione, quella del VTS dello Stretto di Messina, un’area fortemente a rischio per il grande traffico che la caratterizza. Il centro di controllo fu collocato in una palazzina costruita ad hoc a Messina, in posizione elevata, sotto Forte Ogliastri. L’impianto fu realizzato e collaudato (da una Commissione da me preceduta), ne fu annunciata l’entrata in funzione nel 2007 dall’allora Ministro delle infrastrutture e dei trasporti.

     Non so che sia poi successo. Mi fu detto di un VTS nazionale per dare sicurezza alla navigazione in vicinanza delle nostre coste.

     Non sono aggiornato.

     Sta di fatto, però, che nella discussione di questi giorni intorno alla tragedia dell’Isola del Giglio non si è fatto cenno al sistema di controllo del traffico navale VTS. Il che fa intendere che non è stato attuato o non funziona.

     Nel frattempo c’è chi scrive “aridatece Bertolaso”. È Dagospia in  margine alla lettera che l’ex capo della Protezione Civile ha scritto oggi al Corriere della Sera. Per dire che “su questo incredibile disastro si è scritto di tutto. Alcuni aspetti fondamentali, però, sono stati trascurati. II primo. Sembra che il passare vicino alla costa fosse abitudine, non un caso eccezionale, per questa e forse per altre navi di quelle caratteristiche e di quella stazza. Una notizia del genere rappresenta una denuncia ben più pesante delle accuse rivolte allo sprovveduto comandante della Costa”.

     Bettolaso si chiede, come abbiamo fatto in molti in quelle ore, “chi sono, quanti sono, dove sono coloro che sapevano di queste insane abitudini e non hanno detto nulla, non hanno preso provvedimenti, non hanno reagito richiamando i comandanti delle navi a regole di condotta sensate? Serviva un decreto legge per impedire gli «inchini»?” Certamente “no”! Per cui è venuto in mente a molti che la dura reprimenda del Comandante De Falco al Capitano Schettino in realtà avrebbe inteso coprire qualche “disattenzione” delle autorità marittime, quella sera e forse in precedenza.

Bertolaso si chiede: “Possibile che un tratto di mare così trafficato come quello toscano sia attraversato da mezzi navali che nessuno segue, che nessuno monitora, anche enormi come la nave affondata al Giglio?”

     Ed evoca “un sistema che oggi usano pure le barche a vela: l'Ais, segnale anticollisione (è disponibile anche sull'iPhone, grazie al programma «marine traffic», costa 2 euro e da tutte le indicazioni sulle navi in movimento, con rotta e velocità). Perché nessuno ha controllato cosa faceva una nave con 4.000 anime a bordo?”

     Due euro? Chi volete che si occupi di un aggeggio che costa così poco?

E, poi, “chi ha coordinato i soccorsi?”

Occorre rimediare subito. Oltre allo spread la nostra immagine internazionale è oggi offuscata dalla vicenda “Costa Concordia”.

     Francamente gli italiani perbene non ne possono più di questo modo di gestire il Paese. Ed è possibile che perdono la pazienza. Anzi è strano che ancora non sia accaduto!

21 gennaio 2012

 

 

 

A proposito di un articolo di Galli della Loggia

Alla corte dei ministri. Tecnocrati, ma fedeli a chi?

di Salvatore Sfrecola

 

     “Una invisibile supercasta - L’oligarchia degli alti burocrati”, così titolava ieri il fondo di Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, un pezzo che farà storia. Illustre il giornale e la firma, il tema è di quelli che, ancora di recente, hanno appassionato politici e commentatori.

     “Non è vero  -scrive Galli della Loggia - che il contrario della democrazia sia necessariamente la dittatura. C’è almeno un altro regime: l’oligarchia. E tra i due regimi possono esserci poi varie forme intermedie. Una di queste è quella esistente da qualche tempo in Italia. Dove ci sono da un lato un Parlamento e un governo democratici, i quali formalmente legiferano e dirigono, ma dall’altro un ceto di oligarchi i quali, dietro le quinte delle istituzioni democratiche e sottratti di fatto a qualunque controllo reale, compiono scelte decisive, governano più o meno a loro piacere settori cruciali, gestiscono quote enormi di risorse e di potere: essendo tentati spesso e volentieri di abusarne a fini personali. I frequenti casi scoperti negli ultimi anni e nelle ultime settimane hanno aperto squarci inquietanti su tale realtà”.

     Tra questi “signori del potere”, oltre all’alta burocrazia dei ministeri, cioè dei direttori generali, secondo l’articolo “si è andata aggiungendo negli anni una pletora formata da consiglieri di Stato, alti funzionari della presidenza del Consiglio, giudici delle varie magistrature (comprese quelle contabili), dirigenti e membri delle sempre più numerose Authority, e altri consimili, i quali, insieme ai suddetti direttori generali e annidati perlopiù nei gabinetti dei ministri, costituiscono ormai una sorta di vero e proprio governo ombra. Sempre pronti peraltro, come dimostra proprio il caso del governo attuale, a cercare di fare il salto in quello vero”.

     L’analisi merita alcune considerazioni che Galli della Loggia, storico e politologo avrebbe dovuto fare immediatamente, per completezza, anche sulla base di illustri esperienze del passato.

     Non è da oggi che i detentori del potere, per grazie di Dio e/o per volontà della Nazione, si servono di alti burocrati, giuristi, politologi, diplomatici che spesso hanno determinato il successo del potente. Le cancellerie dei grandi della terra sono state rette sempre da personaggi che hanno notevolmente influito sulle scelte della politica, che hanno dato il nome a leggi, a trattati, a riforme importanti rimaste a segnare un momento della storia. I consiglieri si chiamano così perché consigliano e consigliando influiscono.

    Si tratta di grandi dignitari provenienti dall’amministrazione della Corona, dall’esercito, dagli ordini religiosi, singolarmente o inseriti in organi collegiali. Come il Consiglio del Re, Supremo consiglio di governo che sostituì in Francia, dal XIV secolo, la Curia regia. Il suo nome, alquanto generico, fu attribuito, per tutto l'ancien régime, a istituzioni di volta in volta diverse come il Conseil d'en haut, il Conseil privé, il Conseil des dépêches ecc.

     Mi vengono in mente centinaia di nomi, quello di Seneca, filoso e consigliere di Nerone, di Herman von Salza, Gran Maestro dell’Ordine Teutonico e Cancelliere di Federico II Hohenstaufen, grande soldato e diplomatico, di Pier della Vigna, ministro e ascoltato consigliere dello stesso Imperatore, di Guglielmo di Nogaret, primo consigliere del Re di Francia Filippo IV Il Bello, protagonista nella vicenda della soppressione dell’Ordine del Tempio. E ancora di Tommaso Moro e di Tommaso Becket. Uno stuolo infinito di personaggi che sono stati spesso i veri protagonisti di vicende storiche attribuite, poi, a principi e sovrani.

     Non ha senso, dunque, l’osservazione di Galli della Loggia sul fatto che quella oligarchia “non è passata attraverso nessuna selezione specifica né alcuna speciale scuola di formazione (giacché noi non abbiamo un’istituzione analoga all’Ena francese)”. Perché i nostri dirigenti, i nostri magistrati del Consiglio di Stato e della Corte dei conti, come gli avvocati dello Stato, le categorie dalle quali sono tratti prevalentemente i grand commis dello Stato si formano nelle amministrazioni e nelle aule d’udienza nel preparare provvedimenti, controllarli, verificarne la legalità. Sono, pertanto, personalità di grande preparazione professionale. Ed è fuor di luogo affermare che vengono “designati dalla politica con un grado altissimo di arbitrarietà”. La regola, infatti, è quella della scelta intuitu personae, per conoscenza o stima personale, per il tam tam che collega i detentori del potere.

     Potenti e spesso inamovibili, dei consiglieri Galli della Loggia avrebbe dovuto chiedersi se sono al servizio dello Stato o del potente di turno. E se questo esercita il potere che gli è dato nell’interesse dello Stato e del bene comune.

È questo il punto essenziale, il discrimine che Galli della Loggia avrebbe dovuto affrontare è se questi grand commis sono fedeli al giuramento di osservare la Costituzione e le leggi e di adempiere alle funzioni loro affidate con”disciplina ed onore”, come si legge nell’art. 54 della Costituzione. Ciò che comporta che in caso di contrasto tra la disposizione ricevuta e la loro coscienza di uomini dello Stato sono disposti a lasciare il posto, a rinunciare alla carica ed ai compensi che comporta. Non si ricordano, in proposito, molti casi, almeno di recente. L’ultimo a dimettersi fu il Consigliere di Stato Vincenzo Caianiello che, da Capo dell’Ufficio legislativo del Ministro dei lavori pubblici Franco Nicolazzi, motivò la sua scelta al tempo della legge sull’edilizia residenziale che porta il nome di quel politico e che lui non condivideva.

     Un esempio di dignità e di coerenza professionale di un uomo delle istituzioni. Devo dire che nella mia esperienza di consigliere giuridico di vari ministri, attento alle vicende governative e dell’Amministrazione da un osservatorio privilegiato come la Corte dei conti ho potuto constatare che per molti è difficile dire ad un ministro “questo non si può fare” o “questo è contro la legge” o, ancora, più semplicemente, “ha conseguenze negative sul piano istituzionale”. La maggior parte preferisce allinearsi alla volontà del politico di turno, piuttosto che contraddirlo, con il rischio di dover essere messi fuori ed uscire “dal giro”.

     E qui va detto che la presenza di magistrati del Consiglio di Stato, della Corte dei conti o di Avvocati dello Stato nei gabinetti o negli uffici legislativi di ministri, per la loro formazione professionale e per l’indipendenza che li dovrebbe caratterizzare, fa bene alle istituzioni. Un ministro, nel momento in cui assume l’incarico governativo, diventa, nel bene e nel male, prigioniero della struttura, delle sue esigenze delle sue aspettative in relazione al ruolo che la legge le attribuisce, con la conseguenza che può essere impermeabile ad esigenze di innovazione, di semplificazione delle procedure dalla quale i burocrati ministeriali potrebbero ritenere di perdere parte del loro potere.

     La presenza di un diretto collaboratore del ministro, non coinvolto in tali interessi, ma autorevole per la sua provenienza istituzionale e indipendente può essere essenziale per un politico innovatore. Può essere la sua fortuna.

     È questo il problema che sta sullo sfondo dell’articolo di Galli della Loggia, ma non affrontato. Non è importante che i consiglieri dei ministri italiani non abbiano frequentato l’Ena, ma che siano professionalmente capaci e soprattutto, indipendenti, che servano lo Stato e non si servano dello Stato. In sostanza che non si trovino in quelle condizioni che Galli della Loggia denuncia, evocando “casi clamorosi di conflitto d’interessi” e sfruttino occasioni per “avere case, privilegi, vacanze, stili di vita da piccoli nababbi”.

      Per questo su questo giornale io e gli altri collaboratori evochiamo spesso principi di etica della funzione pubblica.

Anche per dare fiducia ai cittadini.

21 gennaio 2012

 

 

 

I tassisti? Lasciamoli scioperare!

di Senator

 

     Non c’è dubbio che, tra tutte le “liberalizzazioni” annunciate la più attesa dagli italiani, e soprattutto dai romani, è quella che riguarda i taxi. Un po’ perché s’immagina che le tariffe potrebbero diminuire per effetto dell’aumento dei mezzi a disposizione, un po’ perché l’arroganza della categoria e la maleducazione di molti autisti hanno gettato discredito su un servizio che nelle più importanti città d’Europa è gestito con grande efficienza sotto l’attenta sorveglianza della autorità cittadine. Si tratta, infatti, di un servizio pubblico essenziale che è idoneo a concorrere allo snellimento del traffico nelle grandi città se efficiente ed a buon prezzo. In queste condizioni prendere un taxi “conviene”, si evita lo stress della ricerca del parcheggio ed il suo costo, si risparmia tempo, in quanto non si deve calcolare il tempo necessario per conquistare un posto dove lasciare l’auto.

     Se, pertanto, soprattutto i romani sono scontenti del servizio cittadino è perché, come è stato detto più volte da questo giornale, i nostri autisti fanno di tutto per non farsi amare. Auto sporche, spesso maleodoranti, frequente mancato uso dell’aria condizionata, percorsi che sembrano itinerari turistici che allungano i tempi con accurata scelta del percorso più intasato ed irto di semafori. E poi, radio urlanti e finestrini perennemente abbassati con rischio cervicale e congiuntiviti.

     Tutto va chiesto “per favore”, dal finestrino, da alzare, alla radio, da abbassare, all’aria condizionata, da attivare, spesso invano (“me credevo che andavamo ner deserto”, mi ha detto un attempato tassista il 9 di giugno in una Roma surriscaldata alla mia indicazione per Largo Goldoni).

     Insomma, Presidente Monti, non so se tutte le liberalizzazioni preannunciate porteranno vantaggi per il Paese e contribuiranno effettivamente alla ripresa dell’economia, ma è certo che quella dei taxi va fatta, subito e in modo che questo servizio finalmente funzioni. Ma non ne affidi le modalità di attuazione ai Sindaci perché altrimenti la riforma non decolla. Per quattro voti i nostri primi cittadini sono disposti a tutto, anche a continuare a far soffrire, d’estate, i turisti americani, e non solo, i quali torneranno a casa sudati, tappandosi il naso e ripetendo, che puzza, che puzza, come il nanetto nella pubblicità di una nota casa produttrice di prodotti per le fosse biologiche.

20 gennaio 2012

 

 

 

No taxi? Limousine!

di Marco Aurelio

 

     Roma, stazione Termini, ore 21 e 20, esco e cerco in via Marsala un taxi. Avevo chiamato una cooperativa di taxi ed ero stato tranquillizzato: "ci dovrebbero essere i taxi del turno di notte". Niente! Uno squallore, neanche un taxi. In compenso dappertutto limousine fiammanti, Mercedes, BMV, con autista alla guida, eleganti, giacca blu, cravatta della cooperativa. Lo sciopero dei taxi quanto meno ha fatto vedere un po' di eleganza. Perché un taxi non deve essere fiammante, perché d'estate è un problema far accendere l'aria condizionata, tra l'altro ad evitare che il conducente offenda il nostro olfatto con una maleodorante sensazione di sudato?

     Non credo che dalla liberalizzazione dei taxi gli italiani guadagneranno molto, anche se è certamente auspicabile che questo servizio assuma una dignità che oggi, almeno a Roma, non ha. A parte il diffusissimo mancato uso dell'aria condizionata, entri in taxi dove l'autista ha la radio a tutto volume inevitabilmente sintonizzata su una trasmissione sportiva. Ad una mia amica è capitato di imbattersi in un autista intento a ad ascoltare una trasmissione su temi sessuali. Ha fatto notare che la cosa la disturbava. Il cafone al volante le ha risposto che lui sente quello che vuole. Lei ha chiesto si fermasse ed è scesa. Intanto, nei dieci minuti del percorso l'autista fa almeno tre o quattro telefonate, ovviamente senza auricolare, facendoti venire l'ansia.

    Insomma un servizio da reinventare. Ma non so se quel che il governo vuol fare ci darà taxi puliti, autisti educati e non maleodoranti, a prezzi inferiori.

     Ne dubito, non vedo la connessione tra liberalizzazione e un servizio migliore. Una maggiore concorrenza? E' difficile che basti aumentare le licenze.   

19 gennaio 2012

 

 

Eroi? Come i santi sono uomini normali!

di Salvatore Sfrecola

 

     Per Bertolt Brecht, com’è noto,”Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”. Da un lato un paradosso, se pensiamo che tutti i popoli, periodicamente, scoprono al loro interno degli eroi, dall’altro, ma non è certamente questo alla base della affermazione di Brecht, è vero che l’eroe è un uomo normale che, al momento opportuno, riesce a fare quello che altri non fanno, spontaneamente, perché quell’uomo normale sente di dover intervenire come gli suggerisce la coscienza.

     In questo senso gli eroi sono come i santi, uomini normali, che potremmo avere vicino a noi senza accorgercene, se non che sono capaci, all’occorrenza, di comportamenti che altri non compiono, di pietà e di amore, spontaneamente, disinteressatamente, neppure pensando che sia gradito a Dio.

     Ma ci sono momenti che di questi uomini normali, eroi o santi, i popoli hanno bisogno, per ricordare a tutti i doveri che, prima dei diritti, sono propri di una comunità, doveri semplici che caratterizzano un mestiere o una professione, quei doveri che diciamo rispondere ad un’etica propria di quel mestiere o di quella professione.

     Così è stato eticamente censurabile il comportamento del Comandate della Costa Concordia, un uomo che dal colloquio con il Comandante della Capitaneria di Porto di Livorno è risultato un irresoluto, incapace di rendersi conto della situazione, di affrontarla secondo ciò che è proprio del suo ruolo.

     C’è uno slogan che accompagna la pubblicità delle accademie militari italiane che ripeto per come lo ricordo “guiderai e sarai responsabile di uomini”. Ecco il ruolo del comandante, che non è solo uno che comanda, ma guida uomini e di essi si assume la responsabilità, un ruolo che in mare ha tradizionalmente creato un legame particolare con la nave e con i marinai. Per cui il comandante non abbandona la nave se non per ultimo. E vive con i suoi marinai in un rapporto che fa dell’equipaggio un tutt’unico, legato alla nave ed al suo comandante.

    L’esaltazione del Comandante De Falco, dunque, che redarguisce duramente Schettino, che non vuol risalire a bordo della nave in avaria con ancora passeggeri a bordo, è certamente comprensibile e condivisibile. Riguardato come un eroe De Falco è, in realtà, un uomo normale che fa il suo lavoro, evidentemente con somma coscienza e professionalità, che sa che il suo ruolo in quel momento è quello di sostituirsi al comandante della Costa Concordia nel dare le disposizioni del caso, per spronarlo a riprendere possesso delle sue funzioni. Lo rimprovera con durezza ma in cuor suo vorrebbe che quel “collega” tornasse a svolgere le funzioni di comandante, per guidare i suoi marinai che nella fase delicata del naufragio devono, prima di tutto, aiutare chi rischia la vita perché in mare “prima di tutto” è necessario salvaguardare la vita umana.

     Non un eroe, dunque, ma un uomo normalissimo, forte di esperienza, consapevole dell’etica del suo ruolo che lo guida nel difficile rapporto col comandate della nave naufragata, mentre deve coordinare i soccorsi.

    Se De Falco non è un eroe, ma un eccellente professionista, Schettino è una persona che si trova ad affrontare una situazione superiore alle sue possibilità. E c’è da chiedersi chi lo ha scelto, chi ha valutato quel marinaio idoneo a guidare una macchina supertecnologica con migliaia di persone a bordo. È il difetto di questo Paese, che non dà a ciascuno il proprio, che non sa scegliere e non sa punire nel modo esemplare che certi comportamenti esigono.

    “La drammatica telefonata tra Francesco Schettino e il capitano di fregata Gregorio Maria De Falco della Capitaneria di porto di Livorno – scrive oggi sul Corriere della Sera Aldo Grasso - è forse il documento che meglio testimonia le due anime dell’Italia. Da una parte un uomo irrimediabilmente perso, un comandante codardo e fellone che rifugge alle sue responsabilità, di uomo e di ufficiale, e che si sta macchiando di un’onta incancellabile.

     Dall’altra un uomo energico che capisce immediatamente la portata della tragedia e cerca di richiamare con voce alterata il vile ai suoi obblighi. In mezzo un mondo che affonda, con una forza metaforica persino insolente, con una ferita più grande di quello squarcio sulla fiancata.

     Se il capitano De Falco fosse stato sulla nave sarebbe sceso per ultimo, come vuole l’etica del mare”.

     Un uomo normale che diventa suo malgrado un eroe perché messo a confronto di una nullità. Un uomo vero.

     Ho un ricordo che porto con me dalla scuola elementare, quando per la prima volta ho letto la motivazione della medaglia d’oro dell’ufficiale al quale è dedicata la mia scuola di bambino, il Sottotenente Ugo Bartolomei.

     Chiamato alle armi con i ragazzi del '99, romano, prese parte alla Prima guerra mondiale come sottotenente del 1° Reggimento Fanteria. Morì nella battaglia della Conca di Alano nell'ottobre del 1918 nel tentativo di attirare su di sé l'attenzione del nemico per difendere un gruppo di altri suoi compagni in difficoltà.

     Un eroe? Un uomo normale responsabile del suo ruolo che chiamiamo eroe e giustamente lo Stato ne ha riconosciuto le virtù umane. E ne siamo orgogliosi!

18 gennaio 2012

 

 

È l’economia che conta,

non il nome della moneta

di Salvatore Sfrecola

 

     “Il 55% degli italiani non si fida più dell’euro”, titola oggi l’Osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere della Sera, a pagina 13. Dove si spiega che la maggioranza degli italiani dichiara manifestamente la propria sfiducia nella moneta unica e, conseguentemente nell’Europa.

     Il dato, tuttavia, viene in qualche misura corretto da una ulteriore rilevazione, secondo la quale, malgrado le estese perplessità attuali, gli italiani, nella loro maggioranza (60%), ritengono che “il passaggio all’euro andava fatto e che non si deve tornare indietro”.

     Le perplessità, dunque, a ben vedere riguardano l’Europa, non la moneta che, in quanto tale, è neutrale, ed anche il suo valore, come, al momento della sua introduzione, il criticatissimo cambio con la lira, è un effetto della politica. E così, oggi, chi si lamenta dell’euro dovrebbe indirizzare le sue critiche verso i governi degli stati che aderiscono all’Unione, che non riescono a fare un passo avanti, a costruire un modello di sviluppo dell’intero continente che, tenendo conto della varietà e rilevanza delle economie nazionali, tutte le riconduca in una visione globale che premi la fantasia, l’ingegno e la laboriosità degli imprenditori europei.

Questo manca ancora, a più di cinquant’anni dai Trattati di Roma, che hanno istituito la Comunità Economia Europea, divenuta dopo Maastricht Unione Europea ad attestare la volontà degli stati membri di fare un passo ulteriore verso una unione “politica”, così come auspicato dagli europeisti più convinti da Alcide De Gasperi a Gaetano ed Antonio Martino, a Giorgio Napolitano, che non tralascia occasione per sollecitare una maggiore iniziativa in quella direzione.

     È quel che è dietro l’euro, dunque, che deve preoccupare. La mancanza di una visione globale dell’economia dell’Unione e dei singoli paesi rende debole l’Europa e la sua economia sui mercati internazionali, e impedisce a “Mister Europa”, di parlare a nome di tutti, quel Mister Europa che si sarebbe dovuto presentare quale Ministro degli esteri dell’Unione, come aveva previsto il Trattato costituzionale del 2004, affossato da francesi e olandesi, probabilmente anche per conto terzi. Da Lisbona è venuto l’Alto rappresentante per gli affari esteri. Anche le parole hanno un significato e a tutti deve essere parso evidente che il nuovo Trattato ha voluto sminuire il significato di chi è incaricato della politica estera. Che è strettamente legata a quella economica, l’una e l’altra espressione di quell’autorità esterna della quale l’Europa ha bisogno per sedere al tavolo delle relazioni internazionali con gli altri partners mondiali, dagli Stati Uniti, alla Cina, dal Brasile all’India.

     Quindi non prendiamocela con l’euro, ma con chi lo sostiene a livello mondiale, i paesi dell’area, le cui economie non dimostrano consapevolezza delle ragioni dello stare insieme. In questo senso gli eurobond proposti da Tremonti costituiscono indubbiamente la strada maestra, la conseguenza necessaria della moneta unica.

     Inguaribile ottimista, credo che l’Unione europea sia una realtà della quale gli stati membri e le loro economie non possono prescindere. Tornare indietro significherebbe diventare vassalli di questa o di quella potenza economica. Non conviene a nessuno, neppure ai più grandi, come la Germania, grande in Europa,piccola nel mondo.

     Occorre, dunque che si rimbocchino le maniche tutti e mettano in piedi un sistema di relazioni finanziarie tra gli stati che dia alla Banca Centrale Europea il ruolo che avevano le banche centrali dei singoli paesi perché sia finalmente messo in campo un modello di sviluppo articolato sulla base delle singole economie e delle tradizioni che le caratterizzano.

     Quanto al cambio dollaro/euro nessuno si preoccupi per la minore quotazione della moneta europea, ma si faccia in modo di cogliere questa opportunità per andare sui mercati e conquistare quote di esportazioni che possano restituire smalto alle nostre produzioni e contribuite ad invertire quella tendenza recessiva che tanto preoccupa.

16 gennaio 2012

 

 

 

 

Paghiamo il ritardo dell’unione politica

Attacco all’Europa

di Salvatore Sfrecola

 

     Lo aveva detto Giorgio Napolitano nel discorso di fine anno, ma nessuno aveva raccolto l’allarme.

     Eppure l’attacco all’Europa e alla sua moneta era evidente da mesi, già prima che la Grecia entrasse in affanno e con essa gli altri paesi in difficoltà e i governanti a Berlino e a Parigi si sono sentissero investiti del un sacro ruolo di censori delle altrui debolezze finanziare, con onere di dettare prescrizioni nella sostanza vincolanti.

     Era evidente che la verifica dell’affidabilità dei paesi europei, provenendo dagli Stati Uniti, fosse in qualche misura condizionata dalla situazione di quella grande nazione, a sua volta in difficoltà per il suo ruolo internazionale, incerto e costoso in termini finanziari e politici, di guardiani delle libertà contro il terrorismo, nel tentativo di dominare un’area del mondo preziosa soprattutto per il petrolio che produce. E c’è da chiedersi quando i politici a Washington e dintorni studieranno un po’ di storia romana per capire come si conquista e soprattutto come si mantiene la leadership del mondo. Tra l’altro assicurandosi il consenso dei “dominati”.

     In quel gigante con diffuse fragilità, dalla cui finanza si sono diramati negli anni scorsi i virus tremendi che hanno infettato al di qua e al di l’là dell’oceano e colpito tanti risparmiatori, c’è chi teme, e non da oggi, l’Europa, una realtà culturale, imprenditoriale e scientifica che se raggiungesse effettivamente l’unità politica ed una guida sicura sarebbe il leader dell’Occidente. E così si fomenta la divisione con l’impegno, degno di migliore causa, alternativamente di francesi e inglesi, i primi pronti a bocciare il trattato costituzionale del 2004, i secondi eredi di un isolazionismo fuori tempo, considerato che se c’è nebbia sulla Manica, ad onta nella nota battuta, molto spesso è l’Inghilterra e non l’Europa ad essere isolata.

     Attenzione! Non che inglesi e francesi, con la collaborazione volonterosa dei tedeschi e di qualche piccolo paese “di area”, abbiano tutti i torti. Sentono la mancanza di una guida politica, ma è certo che questa guida non potrà prendere forma effettiva se l’Europa degli stati non troverà quell’idem sentire che diventi anche un idem modus agendi per il quale è di ostacolo il particulare perseguito da chi accetta i vantaggi e respinge un impegno serio.

     E così si ha l’impressione che sia il tempo dell’ultima chiamata, in bilico tra crescere e sparire, nel senso che è possibile prendere la strada dello sviluppo o quella della dissoluzione di un’idea politica che, già a fine ‘800, Luigi Einaudi intravedeva come unica speranza per un futuro prospero del vecchio Continente.

Ora anche Monti denuncia l’“attacco all’Europa”, ne parlano oggi i giornali perché questa realtà è evidente negli ultimi avvenimenti, dalle pronunce delle agenzie alla speculazione che mira ad un cambio di proprietà attraverso il crollo delle quotazioni di borsa di importanti imprese industriali, bancarie e assicurative che fanno preludere ad un successivo rastrellamento a prezzi stracciati.

     L’Europa deve reagire, anche di fronte al severo monito delle società di rating che bacchettano e puniscono, le stesse che non sono molto tenere di fronte alla crisi dell’economia americana, non superata nonostante l’immissione di forti quantità di dollari, una manovra inflazionistica in relazione alla quale Standar & Poor’s si è limitata ad un affettuoso buffetto sulla guancia.

     Certo il declassamento, che non ha solo riguardato l’Italia, non è frutto della “cattiveria” delle agenzie ma trova fondamento nella realtà del debito pubblico e nella fase di stagnazione che non fa intravedere segnali di ripresa del prodotto interno lordo, una situazione rispetto alla quale le misure preannunciate dal governo Monti non sembrano idonee, nel breve periodo, a determinare un cambio di tendenza. Ad esempio le liberalizzazioni, alle quali da molti si annette un effetto taumaturgico, non avranno effetti significativi se non dopo alcuni anni, come ha spiegato in televisione ieri sera sul La7 il Sottosegretario all’economia ed alle finanze Gianfranco Polillo, incalzato da tassisti e farmacisti intenti a dimostrare che risparmi concreti per i cittadini (i taxi) e per questi e lo Stato (i farmacisti) non ce ne saranno di immediati. Forse più certi possono essere gli effetti dell’intervento governativo sui gestori delle pompe di benzina, se tutto il sistema della distribuzione non farà resistenza occulta con effetti reali. Ed, ancora, è probabile che si possa spuntare qualche risparmio dalla gestione del sistema delle assicurazioni in quanto le compagnie potranno abbassare le tariffe in considerazione della più ampia platea di assicurati che si prevede con l’obbligatorietà delle polizze per i professionisti.

     Tuttavia l’incertezza è grande ed il pericolo per la politica deriva dalla generalizzata reazione delle lobby che, riguardando gran parte delle famiglie italiane (in quasi tutte c’è un interessato alle “liberalizzazioni”), potrebbe generare un diffuso senso di sfiducia nell’azione del governo, certamente deleterio per la sua tenuta anche in vista delle elezioni per il rinnovo del Parlamento che, al più tardi, come sappiano, saranno nella primavera del 2013.

15 gennaio 2012

 

 

 

Il malinconico Carlo ed il burbero Quintino

di Senator

 

     Non entro nel merito della vicenda che ha portato alle dimissioni del Professore Avvocato Carlo Malinconico, Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, anche se quel “non me lo merito. Io ero in buona fede”, che campeggia nel titolo dell’intervista a La Repubblica dell’altro ieri, desta, a dir poco, perplessità. Chi lascia un albergo, dove ha soggiornato per giorni, senza pagare il conto deve necessariamente ritenere, se non è ospite del proprietario, che qualcuno quella fattura l’avrebbe pagata. E non si vede perché quel ”qualcuno” avrebbe dovuto anticipare una somma da rimborsare. Una spiegazione che non regge, tanto che avendo provveduto, alla vigilia delle dimissioni, a pagare il conto con un bonifico, il destinatario, come si legge sui giornali, lo ha rifiutato per l’ovvia ragione che il conto era già stato saldato.

     Si è dimesso, dunque. Il fatto è che non avrebbe dovuto neppure essere incaricato del prestigioso ruolo governativo, non solo per la vicenda di cui si è appena detto, della quale i giornali (in particolare Libero, con alcuni articoli del Vicedirettore Bechis) si erano occupati senza essere smentiti, ma perché è apparso subito poco conveniente che il Presidente della Federazione Editori Giornali andasse a ricoprire il ruolo di Sottosegretario all’editoria.

     Ingenuità o disattenzione del Premier all’atto della formazione della lista dei sottosegretario o malconsigliato?

     E inevitabilmente viene voglia di dire che l’etica delle istituzioni, nelle istituzioni è ancora per molti una illustre sconosciuta. Si stenta a mantenere quella estraneità ed equidistanza, rispetto agli interessi in campo, che deve essere sì effettiva ma anche visibile, perché i cittadini sappiano e possano valutare i comportamenti di chi svolge funzioni di pubblico interesse.

     È un degrado che ci trasciniamo da tempo se qualcuno in questi giorni ha difeso Malinconico tentando di minimizzare un comportamento a dir poco sconveniente, assolutamente da evitare da un uomo delle istituzioni, ex magistrato, uno che aveva giurato non solo “di osservare le leggi”, come tutti i cittadini, ma di adempiere alle funzioni pubbliche a lui affidate “con disciplina ed onore”, come si legge nell’articolo 54 della Costituzione.

     Viene da dire o tempora o mores, anche se non dubitiamo che Malinconico nell’esercizio delle funzioni istituzionali a lui affidate abbia rettamente operato. Il fatto è che la vita privata di un uomo pubblico non è indifferente, risalta immediatamente e, se non adamantina, espone il personaggio a indebite sollecitazioni.

     E vien voglia di riandare con la mente a ben altri esempi della vita ministeriale romana, ad un altro inquilino dei palazzi del potere, a quel Quintino Sella, del quale i Ministri del tesoro e delle finanze (ora dell’economia e delle finanze), occupano ancora oggi lo studio e lavora alla sua scrivania, nel Palazzo di via XX Settembre a Roma. Quel Ministro delle finanze che, in vista di una riunione con il Presidente del Consiglio, Giovanni Lanza, gli inviava un biglietto per ricordargli di portare le candele della Presidenza del Consiglio perché, ove fosse andata per le lunghe e avessero dovuto accendere le candele, non sarebbe stato possibile utilizzare quelle del Ministero delle finanze per una riunione che aveva ad oggetto questioni della Presidenza del Consiglio.

     Un ricordo per dire di come gli uomini di quella che ingenerosamente fu chiamata “Italietta” guardassero alla utilizzazione del denaro pubblico. Uomini dei quali si è più volte detto che, distesi sul letto di morte, mostravano le suole delle scarpe consumate al punto che molto spesso lasciavano intravedere il classico buco.

     Tornando all’oggi, ricordo di aver più volte segnalato la necessità, nella scelta degli uomini di governo e dei loro collaboratori, di una accurata selezione, evitando chi, pur di elevata professionalità, abbia dimostrato disinvoltura anche nella vita privata, come attestano le intercettazioni telefoniche che, in questi anni, ci hanno fatto conoscere le abitudini pubbliche e private della “Cricca” e di quanti la frequentavano ottenendo piaceri di vario genere che è difficile ritenere fossero elargiti gratuitamente, considerato il vorticoso giro di appalti, consulenze, collaudi e arbitrati che hanno mosso cifre da capogiro.

     Infine, poiché è evidente che, mentre per le “misure” economiche attuate dal Governo Monti a carico dei poveracci il Premier si prende al più qualche imprecazione, ora che minaccia di colpire interessi consolidati di qualche corporazione potente, il Professore Monti deve attendersi qualche sgambetto, magari per colpire qualcuno dell’entourage che incautamente si è messo o gli è stato messo accanto.

     Ed è da chiedersi: chi lo ha consigliato o non la dissuaso per chi lavora?

13 gennaio 2012

 

 

Il trattamento economico dei parlamentari:

sciocchezze e verità

di Salvatore Sfrecola

 

     Si è parlato molto nei giorni scorsi del trattamento economico dei parlamentari, di quanto guadagnano per indennità e compensi vari, variamente giustificati e si è aperta una polemica sgradevole per chiunque abbia a cuore le sorti delle istituzioni, a cominciare da quella che è per Costituzione rappresentativa del popolo italiano, il Parlamento con le sue sue Camere, il Senato e la Camera dei deputati.

     Prescindiamo, perché non rilevanti ai fini di questo mio interevento, dalla misura dell'indennità e delle altre voci che compongono il trattamento economico per affrontare il tema nei suoi reali termini, che non ho visto trattare sui giornali e nelle polemiche di questi giorni nelle quali anche la stampa non ha fatto una bella figura per essersi prevalentemente schierata, con una buona dose di demagogia, contro quella che è stata definita "la casta". Cosa facile da fare in questi giorni nei quali agli italiani si chiedono sacrifici ai quali sembra che i parlamentari non vogliano concorrere.

     Vediamo, dunque, partendo dall'inizio qual'è il modo corretto,a mio avviso, di affrontare il tema.

     Credo che nessuno oggi possa ritenere che il parlamentare lo debba fare gratis, senza percepire un qualche compenso comunque denominato, stipendio, indennità, diaria, rimborso spese  e via dicendo. Un  tempo i parlamentari non avevano nessun trattamento economico e questo, mi sembra evidente, facilitava l'ingresso nelle aule del Parlamento di chi fosse abbiente o avesse chi lo supportava economicamente, fosse anche un partito o un sindacato.

     Non è immaginabile, pertanto, una classe parlamentare alla quale non sia  riconosciuta una qualche indennità. Proseguendo nella riflessione si tratta di ragionare su quanto il parlamentare debba ricevere a carico del bilancio pubblico (quello dell'Assemblea di appartenenza) per questo suo impegno che, è altrettanto evidente, collide in una certa misura con la normale attività lavorativa, cioè con quell'impegno professionale che consente al deputato o al senatore di mantenersi e di mantenere la famiglia.

     A questo punto mi pare necessario fare dei distinguo. Il parlamentare può essere lavoratore dipendente o libero professionista. Cioè può ricevere uno stipendio o una pensione a carico del suo datore di lavoro, pubblico o privato, oppure non avere altra risorsa che il suo lavoro.

     Nel primo caso la vicenda si può risolvere in vario modo, ad esempio consentendo al parlamentare di continuare a percepire il trattamento economico del suo datore di lavoro, direttamente, con rimborso delle camere, o può ricevere la stessa somma dall'Assemblea della quale fa parte.

     Più complessa è la vicenda del libero professionista il quale deve rinunciare al suo lavoro o drasticamente ridurlo. Mi sembra evidente che non  si possa negare all'avvocato, al medico o all'ingegnere che vede ridimensionata la sua attività professionale e, conseguentemente, il suo guadagno, di ricevere un'indennità, come il dipendente che va in aspettativa dal lavoro.

     Si tratta di determinarne l'importo, anche sulla base dell'esperienza di paesi comparabili al nostro, evidentemente nell'ambito dell'Unione europea.

     Cosa va calcolato? Certamente una indennità base, comunque denominata, e le voci qualificate come rimborso spese che devono essere realistiche ed effettive. Ad esempio non mi scandalizza che i parlamentari godano di una sorta di rimborso per le spese di alloggio nei giorni nei quali lavorano in aula o in commissione, ma è chiaro che quella somma non può essere attribuita a chi vive a Roma per cui non ha spese di alloggio. La vicenda è emblematica di una scarsa considerazione per il denaro pubblico e ricorda un caso, di alcuni anni fa, quando alcuni Consiglieri provinciali di Roma fruivano di una indennità se  residenti fuori della Capitale ma nella provincia. Molti risultavano residenti in seconde case al mare o ai monti, ma la Procura Generale della Corte dei conti, che aveva condotto un'inchiesta in proposito, verificò, sulla base delle utenze (luce, acqua, gas) che quei signori non risiedevano affatto nelle località indicate.

     C'è, poi, il discorso del collaboratore per il quale il parlamentare dispone di una certa somma, con la conseguenza che questa soluzione si presta ad abusi. Non si tratta della persona scelta, che sia un parente o un amico perché credo che il collaboratore lo debba scegliere il parlamentare in considerazione del rapporto di fiducia che necessariamente deve intercorrere tra i due, ma sarebbe bene che lo pagasse la Camera, sulla base di uno specifico contatto di lavoro, ad evitare che il parlamentare sfrutti la situazione corrispondendo all'assistente una somma inferiore a quella messa a disposizione dall'amministrazione.

     Credo, dunque, che sarà necessario fare chiarezza sul trattamento economico dei parlamentari offrendo magari più servizi, locali, copia, e quant'altro in altre realtà viene garantito ai rappresentanti del popolo che svolgono un lavoro volontario ma di interesse generale, considerato che  "ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato", come si legge nell'art. 67 della Costituzione.

     Per concludere, evitiamo di porre sul terreno della discussione una critica ai parlamentari che degeneri in una rissa nella quale a rimetterci sarebbe la politica, quella nobilissima arte della gestione della cosa pubblica che comporta in chi la pratica a livello di senatore o deputato una buona dose di sacrifici, per il tempo che l'attività sottrae alla famiglia ed alla professione. I parlamentari meritano di essere aiutati a svolgere il loro lavoro e di ricevere una indennità "prevista dalla legge", come precisa la Costituzione all'articolo 69. Ho impressione che molte "voci" retributive e rimborsi spese siano stati stabiliti all'interno  all'interno delle stesse Camere, in barba alla trasparenza ed al rispetto della Costituzione. Per questo il Governo vuol mettere ordine, nell'interesse della funzione e per la buona immagine del Parlamento.

7 gennaio 2012

 

 

Evasori e tartassati

di Salvatore Sfrecola

 

     La polemica di questi giorni sull'opportunità o meno di iniziative clamorose, come quella degli agenti del fisco a caccia di evasori a Cortina d’Ampezzo, nel corso delle festività di fine anno, induce a qualche ulteriore riflessione, dal momento che le voci che si sono levate per criticare l'azione dell'Agenzia delle entrate assumevano di farlo in ragione della rilevante pressione tributaria e da anni pesa sui cittadini italiani sì da indurli ad evadere.

     Ricordo una conversazione di alcuni anni fa con l'allora Governatore della Banca d'Italia, Antonio Fazio, il quale conveniva con me e con altri presenti, sulla circostanza che la pressione fiscale, pur essendo in Italia ai livelli che conoscono altri paesi europei, da noi grava molto di più sui singoli contribuenti in ragione dell'alta evasione fiscale.

     Ora la difesa degli evasori fiscali non è assolutamente ammissibile in uno Stato di diritto. Vorrei dirlo all'onorevole Giorgio Stracquadanio, che si è esibito ieri sera a “Piazza pulita” in una farneticante interpretazione del fenomeno insistendo sull'elevata pressione fiscale ed eludendo le domande di quanti ripetevano che, in linea di principio, il dovere di corrispondere allo Stato ed agli enti locali l'imposta dovuta per legge, è un dovere al quale non ci si può assolutamente sottrarre. La Costituzione, infatti, afferma solennemente che "tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva".

     Detto questo che dovrebbe costituire la premessa di ogni ragionamento sul fisco, considerato anche che ad evadere non sono ovviamente soggetti con scarso reddito ma coloro i quali hanno una notevole disponibilità di danaro, le istituzioni hanno il compito di riscuotere le imposte che esse stesse hanno stabilito attraverso una decisione del Parlamento l'organo rappresentativo del popolo italiano.

     Fatta questa premessa, è evidente che un'evasione fiscale che tocca i 120 miliardi annui (dato Agenzia delle Entrate) dimostra senza equivoci che il sistema tributario è intrinsecamente inefficiente sul versante della sua capacità di accertare ciò che deve poi riscuotere e versare nelle casse dello Stato.

     Il fatto che noi siamo ad un livello di evasione fiscale unica tra i paesi dell'Unione europea, cioè tra paesi che hanno una tradizione antica di democrazia e di organizzazione amministrativa, la struttura attraverso la quale si riscuotono le imposte, non può essere casuale. Ricordo a me stesso, come si usa dire, che in Europa ci sono stati che hanno una lunga tradizione di eccellente organizzazione amministrativa, regni e repubbliche che sono stati grandi imperi, penso all'Inghilterra, alla Germania, alla Francia, alla Spagna che hanno delle burocrazie d’avanguardia.

     Comunque, la compiuta riscossione delle imposte non è, evidentemente, soltanto rimessa all'efficienza dell'amministrazione, alla sua capacità di accertare là dove si sono prodotti i redditi che vanno sottoposti all'imposta. I sistemi fiscali moderni, quelli che riducono al minimo l'evasione fiscale, anche perché la rendono estremamente pericolosa per le sanzioni applicate, che in Italia si proclamano ma non si riesce ad applicarle, basta pensare ai tempi lunghi del contenzioso tributario, hanno nella struttura stessa del sistema tributario gli elementi necessari per contrastare l'evasione. Ad esempio, e sembra che finalmente qualcuno cominci a ritenere che questa sia la strada maestra, attraverso la contrapposizione degli interessi dei contribuenti, quando il pagamento viene testimoniato da una fattura o da una ricevuta che colui che ha pagato può poi utilizzare in sede di dichiarazione dei redditi, riducendo in qualche misura il proprio reddito imponibile. La scelta di alcuni sistemi fiscali, quelli più progrediti, più moderni, anche più giusti, di consentire la deduzione totale o parziale corrisponde all'esigenza, per il fisco, di accertare se il destinatario del pagamento abbia poi dichiarato effettivamente di aver percepito quella somma.

     Questo sistema, per cui io posso dedurre 100 perché il fisco possa accertare che altrettanto viene dichiarato da colui che ha percepito la somma che io gli ho corrisposto per l'acquisto di un bene o di un servizio, appare evidentemente come uno strumento idoneo a contrastare l'evasione fiscale che oggi si giova della impossibilità di dedurre le spese per cui il cittadino, di fronte all'offerta del percettore di una certa somma di uno sconto del 30 o del 50% se non chiede la fattura o la ricevuta, non sapendo cosa farne, non la pretende indirettamente favorendo l'evasione.

     Anche la tesi, invocata da più parti, di una difficoltà nel controllo di queste dichiarazioni, essendo noto che in Italia ci sono soggetti che vivono facendo fatture false per operazioni inesistenti, sconta un'immagine di un fisco inefficiente, perché oggi, attraverso controlli elettronici dei codici fiscali, è molto agevole scandagliare le dichiarazioni dei redditi per verificare se la fattura che io esibisco è vera ed io ho effettivamente corrisposto quella somma ad un artigiano, ad un medico, ad un piccolo imprenditore per lavori di ristrutturazione del bagno o della cucina, piccoli lavori che comunque incidono sul mio reddito e sul mio bilancio.

     È qui che scatta un'altra giustificazione della mancata applicazione di un sistema di ampie deduzioni, quella secondo la quale proprio per effetto delle difficoltà di controllo delle dichiarazioni, si potrebbe rischiare una rilevante riduzione del gettito fiscale, con pregiudizio del bilancio dello Stato. Anche questa giustificazione è, consentitemi, priva di fondamento perché è evidente che utilizzare un sistema come quello che sto delineando, sia pure a grandi linee, comporta un periodo di adattamento, per cui il fisco dovrebbe iniziare, con norma da inserire annualmente nella legge di stabilità, consentendo di dedurre solo una percentuale che potrebbe essere gradualmente elevata. In sostanza intendo dire che se io posso portare in deduzione il 30, il 40 o il 50% di una somma, per individuare quella percentuale debbono prima di tutto esporre la somma totale, per cui si avrebbe un vantaggio per il fisco, sin dall'immediato, in quanto io potrò dedurre anche il 20%, anche il 10%, di una somma avrò indicato al fisco nella sua interezza, somma che va individuata nel bilancio di un altro contribuente.

      Non è neanche vero, come qualcuno dice, tra coloro i quali negli ultimi tempi sposano questa via (ricordo un mio intervento in un convegno della CIDA del 1992) che è necessario dedurre tutto o niente, perché anche una piccola deduzione è utile, perché tante piccole riduzioni fanno una cifra di una certa importanza per cui l'inizio graduale della deducibilità delle spese consentirebbe certamente un avvio significativo di una riforma tributaria seria e giusta.

     Dico giusta perché accanto agli evasori, in questo nostro Paese, ci sono i tartassati, cioè coloro i quali pagano integralmente le imposte, magari, come dice qualcuno, perché non possono sfuggire, i soggetti preferiti dal fisco quando ha bisogno di denaro. Lo ha fatto il governo Berlusconi l'estate scorsa colpendo i dipendenti pubblici, solo i dipendenti pubblici. Riforma giusta, perché chi denuncia un basso reddito e che va a sciare la Cortina con un suv di alcune migliaia di cilindrata è colui che sorpassa il povero dipendente comunale o statale nella graduatoria per l'asilo nido o il cui figlio paga il minimo per l’iscrizione all’università.

      Ora l'ingiustizia, senza ricorrere al pensiero dei filosofi o alla Dottrina sociale della Chiesa è, da sempre, il motore della ribellione al potere costituito il quale per essere tale è, di per sé, qualificato all'esercizio di una funzione pubblica la quale è diretta al perseguimento del bene comune.

     In questo contesto, nel quale gli italiani sono chiamati a molteplici e pesanti sacrifici per salvare il Paese dalla bancarotta verso la quale l'anno portato i politici incapaci che hanno dominato la scena politica negli ultimi decenni, è necessario che il governo, se vuole essere credibile, dia il via ad una riforma del sistema tributario che porti ad una equa distribuzione dei carichi d’imposta, senza trascurare l'uso della leva fiscale nel settore dell'imposizione indiretta, cioè dell'Iva, l'imposta che effettivamente colpisce il reddito consumato, cioè la vera capacità di spesa, dei contribuenti. Francesco Forte, nel suo libro sul bilancio pubblico ricorda che Tacito attribuiva all'imposta sulle vendite la maggiore entrata al bilancio dell'Impero romano.

     Ed anche qui bisogna sfatare un'antica leggenda, quella dell'ingiustizia dell'imposta indiretta perché colpirebbe tutti indiscriminatamente, i ricchi e i poveri. Non sfuggirà ad un lettore attento che è possibile rendere l'imposta flessibile, in modo tale da colpire in misura minima o da esentare addirittura i consumi di prima necessità, riservando un trattamento più adeguato ai consumi voluttuari che evidentemente interessano chi può pagare.

     In conclusione di queste riflessioni, necessariamente sintetiche, vorrei richiamare il Presidente Monti all’obbligo morale di dare un segnale significativo e concreto, capace di restituire fiducia al tartassati perché anch'essi possano un giorno dire, come fece l’allora Ministro dell'economia e delle finanze, Padoa Schioppa, che pagare le imposte “è bello”, un giudizio che può emettere soltanto chi percepisce che la somma trasferita allo Stato a titolo d'imposta viene ben utilizzata per i servizi pubblici essenziali dei quali il cittadino si giova, dalla sicurezza alla giustizia, dall'istruzione alla sanità, alla cultura, la grande dimenticata di questa stagione politica.

6 gennaio 2012

 

 

 

 

L’evasione fiscale vista da Cortina

Lo stupore e la vergogna

di Senator

 

     Stupisce che qualcuno si stupisca, perdonatemi il bisticcio, perché gli agenti del fisco, piombati a Cortina d'Ampezzo nel bel mezzo delle festività di fine anno, abbiano accertato che i proprietari di potenti autovetture, costose e di costosa gestione, abbiano dichiarato un reddito che, se è vero, non avrebbe consentito loro più di qualche pieno per alimentare quei rombanti motori con i quali avevano raggiunto la prestigiosa località turistica.

     Ugualmente hanno stupito le notizie provenienti dai ristoranti e dalle boutique più esclusive che, nei giorni della visita, questa sì “fiscale”, hanno rilasciato ricevute per somme anche 400 volte superiori a quelle dello stesso periodo dell'anno scorso, con la conseguenza che qualche buontempone ha gridato al miracolo. Non c'è più la crisi! Gli italiani spendono, come diceva l'ex Presidente del consiglio Berlusconi.

     Stupore, dunque. E la vergogna chi l'ha sentita? Non certo gli evasori, che delinquono sapendo di delinquere, né gli agenti del fisco ai quali è da credere che prima che si insediasse il governo Monti nessuno aveva detto di fare una “gita sulla neve” per capire come se la cavassero lassù ristoratori, parrucchieri e titolari di esercizi di alta moda.

     Né si è vergognato quell'ospite di Omnibus, la trasmissione di approfondimento politico de La7 in onda la mattina, che ieri ha criticato l'operazione tributaria sulla base della considerazione che ne sarebbe derivato un danno all'Italia e alla sua immagine. Prima un danno economico agli operatori di Cortina perché – diceva - dopo il blitz del fisco è certo che gli infedeli contribuenti il prossimo anno passeranno le vacanze invernali altrove, magari, ha fatto un esempio, a Saint Moritz.

     Che fare? Lasciare liberi gli evasori, che nel precedente governo avevano avuto anche la paterna benedizione del Cavaliere il quale riteneva non esecrabile nascondere redditi al fisco, considerato troppo esoso (ma non era stato proprio il Presidente-imprenditore a promettere dal 1994 di ridurre le imposte?) o piuttosto fare quel che si fa negli Stati uniti, dove tutti esibiscono la loro ricchezza, pagano le tasse e vanno a dormire tranquilli?

     L'argomento lo ha ripreso ieri sera a Piazza pulita quell'incredibile personaggio che si chiama Straquadanio, parlamentare del Partito della libertà, il quale si è scagliato contro il blitz del fisco ed, in genere, contro l'attività di riscossione di Equitalia, sostenendo che, in questo Paese, il fisco è troppo pesante. Ma questo incredibile personaggio, del quale è difficile capire l'effetto sull'elettorato che segue le trasmissioni televisive, ha fatto finta di dimenticare, nonostante ripetute sollecitazioni del conduttore Formichi, che a questo livello di tassazione siamo arrivati regnante Silvio Berlusconi che nel 1994 era sceso in campo anche per diminuire le imposte. Non le ha diminuite, ma, per non mettere le mani nelle tasche degli italiani, come ama ripetere, ha fatto pesanti tagli alla spesa pubblica costringendo gli enti locali, erogatori di importanti servizi di carattere sociale, a renderli più costosi, alzando le tariffe. Quindi questa tesi, ossessivamente ripetuta, di non aver messo le mani nelle tasche dei contribuenti è falsa.

     Al tempo di Berlusconi, sul finire della sua esperienza di governo, quando era evidente che di lì a poco avrebbe dovuto fare le valigie, l’Agenzia delle entrate si è esibita in una campagna pubblicitaria moraleggiante che, nelle intenzioni di chi l'ha commissionata e di chi l'ha realizzata, avrebbe dovuto indurre gli evasori a non farlo più per tornare, finalmente redenti, a contribuire con tasse e imposte al bene comune!

     Per concludere su questo punto vorrei ricordare a tutti una considerazione di lapalissiana evidenza. L'elevata pressione fiscale secondo alcuni induce all'evasione. È da dubitare che ci sia una così diretta relazione tra livello dei tributi ed evasione, perché è certo che molti troverebbero sempre una giustificazione per non pagare anche imposte meno pesanti, come è certo che, se si vuole abbassare il livello della pressione fiscale, è necessario combattere l'evasione per avere una più ampia platea di contribuenti.  Ora questo problema è come il classico cane che si morde la coda, nel senso che non è possibile ridurre le imposte se l'evasione rimane così elevata. Quindi bisogna trovare un punto dal quale partire per avviare un risanamento del sistema tributario che diventi più giusto. Perché non è più possibile che a pagare siano sempre e solo i dipendenti, pubblici e privati.

6 gennaio 2012

 

 

 

 

2012: Auguri Italia!

di Salvatore sfrecola

 

     Il panorama dei giornali di oggi è sconfortante. Si preannunciano rincari, dappertutto, è una litania di tariffe che crescono, della luce del gas, delle autostrade. Cresce il canone RAI, cresceranno le imposte sulla casa. Aumenti che si aggiungono a quello della benzina in un contesto nel quale la stretta fiscale decisa del Governo Berlusconi questa estate, ma solo per i dipendenti pubblici, colpisce persone già impoverite. Il quadro è dunque decisamente fosco e il governo, che pure ha detto la verità agli italiani sulle condizioni del Paese, stenta a fornire elementi esaustivi sulle iniziative destinate allo sviluppo, cioè alla ripresa dell’economia e dell’occupazione. Perché la gente accetti i sacrifici con fiducia della loro utilità.

     Le indicazioni, invece, sono generiche, individuano più i settori che le misure concrete, le liberalizzazioni, l’intervento sulle infrastrutture, delle quali si dice vagamente. È forse logico che sia così in questa fase, ma occorre uscire presto dalla fase della elaborazione delle idee per configurare una strategia normativa della quale gli italiani possano valutare gli effetti per mettere a confronto sacrifici e speranze e dedurne che valga la pena.

     Solo in questo modo sarà possibile evitare una opposizione strisciante, dal vago sapore qualunquistico che si sente montare insieme ad una certa disaffezione nei confronti dei partiti che appoggiano il governo. Questi sentono il disagio dei cittadini e cercano di esorcizzarne gli effetti con alcuni distinguo sostenendo che è indispensabile sostenere il Governo ma che le misure che questo ha adottato non sarebbero proprio quelle che loro avrebbero scelto. Un po’ di verità e un po’ di ipocrisia che fa intravedere, al termine di una lunghissima campagna elettorale, in pratica già in atto, un esito incerto quando nel 2013 metteremo la scheda nell’urna.

     Un anno fa, il 30 dicembre 2010 Ernesto Galli della Loggia intitolava il suo editoriale sul Corriere della Sera “Dite la verità al Paese” delineando “un panorama sconfortante”, dall'istruzione “dal rendimento assai basso” alla burocrazia “pletorica e in efficientissima”, alla giustizia “tardigrada e approssimativa”, alla delinquenza organizzata “che altrove non ha eguali”, alla rete stradale e autostradale “largamente inadeguata”, mentre quella ferroviaria “appena ci si allontana dall'Alta velocità, è da Terzo mondo”, alla “rete degli acquedotti” “un colabrodo”, al nostro paesaggio “sconvolto da frane e alluvioni rovinose ad ogni pioggia intensa, mentre musei, siti archeologici e biblioteche versano in condizioni semplicemente penose”. Né aveva trascurato la “corruzione capillare e indomabile” e l'evasione fiscale “fra le più alte d'Europa”. E poi la condizione degli operai italiani i quali “ricevono salari ben più bassi della media dell'area-euro” ed il nostro sistema pensionistico “fra i più costosi d'Europa”.

     Tutto vero. Come il 30 dicembre 2010 anche oggi le cose stanno così per cause antiche. Errori distribuiti nel tempo commessi da tutte le maggioranze, di destra e di sinistra, anche se è possibile graduare le responsabilità in relazione al tempo nel quale le varie maggioranze sono state nelle “stanze dei bottoni”.

     Da ultimo abbiamo dovuto subire gli effetti negativi di un ottimismo contro ogni evidenza e la vacuità di un’opposizione che si parla addosso, in un contesto nel quale al Paese manca un modello di sviluppo che consideri la peculiarità delle nostre risorse, il clima, l’arte, il turismo, alcune tecnologie d’avanguardia, dai quali potrebbero venire elementi di sviluppo ed occasioni di lavoro, per procedere alla giornata secondo le pressioni delle lobby che l’autorità politica non riesce a conciliare con gli interessi comuni.

     È questa situazione a preoccupare gli italiani. L’assenza di una classe politica che offra prospettive credibili e, sia pure progressivamente, realizzate.

     Ora abbiamo un nuovo governo con personalità di spicco, economisti, banchieri, manager, alti dirigenti dell’amministrazione e degli enti. Saranno all’altezza del compito? Non è ancora chiaro. Come non è certo che abbiano percepito la congruenza degli strumenti a loro disposizione, normativi e umani per fare quello che pensano di fare o che si possa fare. Intanto, tranne qualche eccezione, hanno mantenuto staff già presenti nel precedente governo, yes men che mai hanno contraddetto il politico di turno per paura di perdere il posto. Pusillanimi che hanno rinunciato far valere la loro professionalità, spesso eccellente, per servire chi non è al servizio dello Stato ma si serve dello Stato.

     Eppure non cadiamo nella disperazione dalla quale sarebbe facile essere trascinati.

     L’Italia è una grande Nazione, come abbiamo ricordato in questo anno nel quale sono state evocate le personalità che hanno costellato la storia dei primi 150 anni. Cavour, Giolitti, De Gasperi, Einaudi, che tutti consideriamo dei punti di riferimento certi quanto a capacità politica ed a personalità.

     Ed abbiamo fiducia che se ne trovi presto l’erede.

31 dicembre 2011

 

 

 

Secondo Vittorio Feltri

Gli statali, "tiranni del timbro", artisti del cavillo

Ma si sbaglia

di Salvatore Sfrecola

 

     Vittorio Feltri è un giornalista di grande valore, acuto, ironico, una penna felice, capace di grandi inchieste, ma "tiene famiglia" anche lui e così può capitare che si faccia prendere dal desiderio di compiacere il suo editore o i propri lettori. Non c'è niente di male, l'editore ci mette i soldi,  i lettori sono la forza di un giornale, ma l'etica giornalistica impone autonomia di giudizio ed anche un impegno d'informazione indipendente accompagnato da annotazioni che si basino su fatti verificabili e verificati.

     Si tratta di considerazioni che prendono le mosse dall'odierno fondo del Direttore de Il Giornale, "Ostaggio dei dittatori del timbro", il quale se la prende con gli statali, oggi in sciopero, accusati di sfruttare una sorta di rendita di posizione fatta di competenze rigidamente seguite, di interpretazioni cavillose di leggi e regolamenti, in tal modo detenendo un potere improprio  che si sovrappone a quello dei politici che impartirebbero ordini che non sono "in grado di farli rispettare" non avendo "dimestichezza" con la macchina amministrativa. Per cui "il politico dice e il funzionario cerca di non fare, e ci riesce benissimo, giustificando la propria inazione con vari pretesti di carattere legale e procedurale". Sicché "l'apparato non è al servizio né dei cittadini né dei loro rappresentanti. E' al servizio di se stesso ed è efficiente soltanto quando si tratta di esercitare un potere ostativo o di creare, attraverso regole intricate, i presupposti di paralizzanti contenziosi".

     Feltri non ha tutti i torti, ma, partendo dalla constatazione di fatti innegabili, non giunge ad individuare l'origine delle cose e le cause delle disfunzioni.

     In primo luogo occorrono alcune puntualizzazioni in diritto, come si dice, e precisazioni in ordine al ruolo dei politici e dei tecnici dell'amministrazione.

     I politici sono gli amministratori della cosa pubblica, cioè della res publica, del denaro e delle risorse messe a disposizione dell'ente pubblico, lo Stato, la regione, il comune e via dicendo, dal cittadino contribuente il quale paga imposte e tasse ma vorrebbe sapere, anzi pretende di sapere, come quelle somme vengono utilizzate se veramente per il "bene comune" o per compiacere lobby varie e l'elettorato di riferimento, una fettina del popolo sovrano.

     Poi c'è l'apparato amministrativo composto di dipendenti di varie professionalità - l'espressione burocrati è usata in senso dispregiativo e già questo, caro Feltri, non va bene - dipendenti che sono, dice la Costituzione, "al servizio esclusivo della Nazione", non del politico di turno, anche se all'amministratore spetta indicare l'indirizzo politico amministrativo e verificarne l'attuazione.

     Ma, sostiene Feltri, il politico dice, dà ordini, ma "non è in grado di farli rispettare". E qui, evidentemente, il problema non è del dipendente pubblico, ma del politico che molto spesso non è all'altezza del ruolo che pretende di ricoprire.

     Intanto, le leggi le fanno i politici in Parlamento. Se sono insufficienti rispetto agli obiettivi, scoordinate e spesso incomprensibili e inapplicabili non si può addossare questa responsabilità al funzionario, tanto è vero che la confusione e l'incertezza  normativa esclude la responsabilità per danno erariale dinanzi  alla Corte dei conti. Il danno c'è, ma non può essere addebitato al dipendente che si trova ad applicare norme incomprensibili.

     Non leggo nel pezzo di  Feltri critica alcuna alla classe politica che non è in condizione di programmare e dirigere, come - lo abbiamo visto con la crisi finanziaria affrontata in limine dal governo Monti - non è in condizione di  prevedere e prevenire, per cui dinanzi ad una crisi paurosa ha preferito fuggire perché altri adottasse quelle misure che i governo "politici" non sono stati in condizione di assumere.

     Una classe politica e di governo modestissima (ed è un complimento!) non esclude responsabilità dell'apparato, ma fortemente le limita. Perché  se i politici comprendessero che la pubblica amministrazione è l'unico strumento del quale dispongono per attuare le politiche pubbliche, cioè quanto promesso agli elettori, non disprezzerebbero i funzionari, come spesso si è sentito perfino dal Presidente del Consiglio -  ma si preoccuperebbero della loro preparazione professionale, del loro numero, della loro distribuzione tra le funzioni ministeriali e sul territorio, ne esalterebbe il ruolo motivandoli perché avessero la soddisfazione di sentirsi utili al Paese, veramente al servizio della Nazione.

     Ora Feltri dovrebbe sapere che è pessima usanza quella di dire che gli altri ci ostacolano per giustificare la nostra incapacità ed inadeguatezza.

     L'articolo di Feltri avrà soddisfatto i lettori del giornale, abituati a denigrare l'esercizio della funzione pubblica secondo una concezione politica in modo improbabile definita "di destra" o di "centrodestra" o, perfino, liberale,  dove a comandare sono craxiani doc, guidati da un craxiano della prima ora, tutta gente che dicendosi liberale e di destra mente sapendo di mentire.

     Caro Feltri, con la mentalità che manifesta nel suo articolo non si va da nessuna parte, la classe politica continuerà ad essere scadente e i funzionari non avranno una guida politica. Unicuique suum!

19 dicembre 2011

 

 

 

Governare gli italiani si può

di Salvatore Sfrecola

 

     Governare gli italiani non è difficile, è inutile. Lo ha detto Silvio Berlusconi in occasione della presentazione dell'ultimo libro di Bruno Vespa richiamando una frase attribuita a Mussolini che così si sarebbe sfogato in un momento di difficoltà nella gestione del governo. La citazione è tratta dal volume di Giulio Andreotti Governare con la crisi (Rizzoli, 1991), ma c'è chi sostiene che, in realtà, questa considerazione l'avrebbe già fatta in precedenza Giovanni Giolitti, con una variazione. Invece di "difficile" lo statista piemontese avrebbe detto “impossibile”.

     Con tutto il rispetto dovuto alle opinioni altrui, devo dire che io dissento fortemente da questa conclusione. Gli italiani hanno dato dimostrazione di grande capacità di rispetto delle istituzioni, di impegno professionale e civile in tanti momenti difficili della nostra storia, in pace e in guerra. Basti pensare alle tante espressioni di solidarietà proprie del nostro popolo, che non si trovano in altri contesti nazionali.

     Comprendo che questi profili di carattere umano non sono significativi rispetto al ruolo di cittadino rispettoso delle leggi che la frase evocata vuole evocare, considerata anche l'elevata misura della evasione fiscale, una tipica espressione di mancato senso dello Stato.

     La verità molto probabilmente è più semplice. Gli italiani in molti momenti della loro storia non sono stati governati, se governare significa dare attuazione con capacità realizzativa all'indirizzo politico uscito vittorioso dalle elezioni. In sostanza la critica fatta agli italiani andrebbe rivolta ad una classe politica si è rivelata nella sua stragrande maggioranza estremamente modesta sia sul piano della visione strategica dei problemi del Paese, sia sotto il profilo degli strumenti tecnici necessari per governare, come dimostra il livello della legislazione caotica e spesso incomprensibile, e l'assoluta disattenzione, da me più volte denunciata, per la pubblica amministrazione, cioè per lo strumento principale attraverso il quale i governi realizzano la loro politica.

     Una classe politica formata da personaggi il più delle volte senza esperienza, con scarsissima cultura giuridico costituzionale e politica, come gli italiani hanno appreso seguendo alcune trasmissioni televisive, come quella delle “Iene” nel corso della quale parlamentari di varie parti politiche hanno dimostrato di non conoscere, neppure per approssimazione, il costo del pane. E stato un degrado progressivo quello della classe politica soprattutto negli ultimi anni quando sono stati posti in posizione di responsabilità parlamentare e governativa persone di scarsa cultura e di nessuna esperienza di governo neanche a livello locale, scelti spesso solo per l'avvenenza fisica, le donne, o per la giovane età, gli uomini, requisiti che evidentemente non sono sufficienti per ricoprire un posto di parlamentare, ministro, vice ministro o sottosegretario.

     Queste cose le ha dette con maggiore autorità Leonardo Sciascia in un discorso parlamentare del 5 agosto 1979. "In realtà - ha affermato lo scrittore siciliano  - questo Paese è invece il più governabile che esista al mondo: le sue capacità di adattamento e di assuefazione, di pazienza e persino di rassegnazione sono inesauribili. Basta viaggiare in treno o in aereo, entrare in un ospedale, in un qualsiasi ufficio pubblico, avere insomma bisogno di qualcosa che abbia a che fare con il governo dello Stato, con la sua amministrazione, per accorgersi fino a che punto del peggio sia governabile questo Paese, e quanto invece siano ingovernabili coloro che nei governi lo reggono: ingovernabili e ingovernati non dico soltanto nel senso dell'efficienza; intendo soprattutto nel senso di un'idea del governare, di una vita morale del governare”.

     In sostanza la denuncia di Giolitti - Mussolini - Berlusconi nel criticare gli italiani costituisce una critica a se stessi per non essere  capaci di ottenere dagli italiani quel consenso che evidentemente non hanno saputo conquistarsi.

18 dicembre 2011

 

 

Ma Monti pensi allo sviluppo

Incredibile faccia tosta di PdL e PD

di Senator

 

     Approvato con qualche voto in meno rispetto alla maggioranza che aveva concesso la fiducia al governo, il decreto contenente la manovra economica passa al Senato accompagnato da alcuni distinguo e da non poche critiche. Sono soprattutto gli uomini del partito di Berlusconi a manifestare quelli che oggi si chiamano “mal di pancia”, cioè riserve che non fanno venir meno il voto favorevole al governo, mentre la lega apertamente dissente, come l'Italia dei valori, ed il partito democratico limita le sue critiche a pochi aspetti, continuando a ribadire la necessità della massima tutela dei pensionati e di provvedimenti più incisivi sull’economia delle famiglie.

     Tuttavia quel che è incredibile è la faccia tosta soprattutto del Partito della libertà sul quale indubbiamente incombe la maggiore responsabilità per aver governato gran parte degli ultimi anni senza prevedere e, quindi, prevenire le difficoltà finanziarie internazionali e interne che oggi il governo Monti è chiamato ad affrontare. Faccia tosta ed ipocrisia, perché queste misure dure e severe avrebbe dovuto prenderle il governo del Cavaliere nei mesi scorsi, appena fu evidente che si stava manifestando, a livello della finanza dei paesi più industrializzati, una situazione pesante che sarebbe stato necessario seguire e contrastare con idonee misure sul piano fiscale e bancario. Nulla di tutto questo, neppure misure insufficienti ma esclusivamente plateali manifestazioni di ottimismo reiterate e quanto alla situazione dell'Italia, ritenuta migliore di quella di altri importanti partner europei, contestualmente all'affermazione del nostro Paese sarebbe stato guidato dal miglior Presidente del consiglio degli ultimi 150 anni, un leader ritenuto in testa al gradimento dei cittadini, quanto meno in Europa. Non era vera né l'una nell'altra affermazione, non la condizione della nostra economia ed ancor meno il prestigio del Presidente del consiglio rispetto agli altri che nel corso dei 150 anni dell'unità d'anno guidato il governo.

     Ora questo partito e il suo leader che non ha avuto il coraggio di adottare misure restrittive dell'economia al fine di contenimento del debito e del disavanzo, cercano di prendere le distanze dal governo Monti, pensando così allontanare dal ricordo degli italiani quelle reiterate manifestazioni di ottimismo che alla verifica dei fatti si sono dimostrate anche agli occhi dei seguaci del Cavaliere fondate sul nulla.

     È questa, con qualche distinguo, la posizione di tutti i partiti che vogliono far dimenticare la loro incapacità di affrontare la crisi, ciò che vale tanto per chi governava quanto per chi non ha saputo svolgere appieno e fino in fondo il compito di oppositore, un ruolo essenziale in una democrazia parlamentare. Maggioranza e opposizione, infatti, hanno dimostrato di essere incapaci nell'analisi della situazione, nella definizione delle misure per fronteggiarla e così si preparano alle elezioni del 2013 con l'intento di cogliere eventuali possibilità di una elezione anticipata, quasi nel timore che le misure severe di Monti abbiano la capacità di raddrizzare la barca dell'economia e della finanza nel nostro Paese e quindi acquisire un consenso popolare, sia pure a posteriori, che potrebbe pesare sul consenso elettorale. Del resto anche Beppe Pisanu ha immaginato una maggioranza di centro-destra guidata da Mario Monti, come del resto avevamo immaginato fin dall'indomani della costituzione del governo e scritto su questo giornale.

     È tutto in movimento, dunque, e non sono da escludere agguati nei prossimi mesi per condizionare o forse per far cadere il governo, per andare alle elezioni in un momento in cui certamente prevale l'amarezza per le misure economiche adottate dal governo rispetto ad ipotesi di sviluppo ancora definite e comunque, per loro natura, destinate a mostrare gli effetti positivi a distanza di tempo.

     Operazioni di guerriglia dunque, e furbizie varie nella speranza che sia l'altro a rimanere con il cerino in mano. Un rischio che il partito democratico non vuol correre per cui dovremo attendere distinguo vari nei confronti della posizione del Partito della libertà.

     Ne vedremo delle belle, in una pantomima tragicomica che non sappiamo se convincerà il popolo che Berlusconi ha ben governato e non poteva fare di più e che l'opposizione ha proposto invano misure idonee a prevenire la crisi ed a combatterla efficacemente.

     In queste condizioni è possibile immaginare un crescente successo di Lega e Italia dei valori, con la conseguenza di ridurre le dimensioni della maggioranza che uscirà dalle urne con la conseguenza di mantenere il Paese sostanzialmente ingovernabile.

17 dicembre 2011

 

 

 

I biglietti di auguri con firma prestampata

L'orgia cafona

di Salvatore Sfrecola

 

     Cominciamo ad essere inondati da biglietti di auguri. Li scambiamo con amici, parenti, colleghi d'ufficio e persone con le quali vogliamo mantenere un rapporto di cordialità o di ossequio.

     Semplici, colorati, in parte contenenti una frase augurale esprimono una relazione alla quale in qualche modo teniamo. Questa caratteristica tuttavia, esige il rispetto di alcune regole elementari, prima fra tutte quella che l'augurio sia firmato il nostro pugno, al termine di una frase già predisposta, alla quale sarebbe bene comunque far seguire un'espressione personalizzata, o meglio ad accompagnare un nostro personale pensiero.

     E' una regola di buona educazione, come direbbe il mio amico Luigi Condemi, che sta dando alle stampe un libro sull'etichetta che null'altro se non la regola del saper vivere, del rispetto altrui nel tono garbato che si è sempre usato nelle famiglie bene.

     Torno nuovamente su questa brutta abitudine  diffusa ai vari livelli sociali e professionali perché non riesco a comprendere il senso di un biglietto prestampato quando il rapporto personale potrebbe essere tenuto e mantenuto dedicando un po' di tempo a questa pratica cortese la cui omissione è tanto più colpevole quando l'autore del biglietto prestampato è una personalità che dispone di segreterie le quali possono predisporre la busta con l'indirizzo rimettendo a chi deve scrivere o rispondere un sintetico augurio e la firma.

     Ricordo che nel periodo natalizio, mio padre tornando a casa sotto leva un paio d'ore al sonno per due o tre giorni per curare personalmente questo adempimento di cortesia. Fin da bambino ne ho percepito ed apprezzato l'importanza, naturalmente, senza bisogno che qualcuno mi spiegasse il perché di quella pratica. Con la conseguenza che non sopporto di ricevere auguri o risposta ad auguri prestampata, che considero espressione di cattiva educazione e di disprezzo per la persona.

     Torno così annualmente a denunciare questo comportamento spesso ricorrendo ad esempi il più illustre dei quali è senza dubbio quello del senatore Giulio Andreotti ce ne ha fatto oggetto, come in altra occasione ho ricordato, di un passo del Diario 2000 dove, alla data del 5 gennaio, si legge che avendo trovato, al ritorno dalle vacanze di fine anno, "tanta posta: quasi tutti auguri" affermava che vi avrebbe risposto "personalmente". Aggiungendo; " gli auguri burocratici non mi piacciono".

     Lo ha sempre fatto, scrivendo di pugno suo perfino l'indirizzo del destinatario sulla busta. Che differenza dalla cafonata alla quale si assiste in questi giorni!

     L'ho fatto notare l'anno scorso ad un mio amico ministro al quale ho suggerito di mandare a casa questi suoi segretari che rispondono con il  "lei" a chi dà del "tu", senza valutare il rapporto esistente tra le persone, in un biglietto dalla firma stampata. Mi ha detto che erano tanti. Più di settecento ha specificato. Mi chiedo quanto avrebbe  impiegato a scrivere anche solo la firma!

     Io l'invio di più, ho acquistato una macchinetta etichettatrice e con quella rapidamente faccio fronte alle esigenze.

     Sento già qualcuno dire   che  nella crisi economica di questi giorni io perdo tempo con questioni di etichetta e buona educazione.

     A parte la circostanza che la buona educazione manca da tempo sicché sarebbe effettivamente il momento di riportarla ad una regola di relazioni interpersonali, è certamente il disinteresse per gli altri e per il bene comune alla base del malessere sociale che, unito allo scarso senso dello Stato, ha fatto precipitare il costume politico italiano e con esso la democrazia, l'amor di patria, il rispetto degli altri e ne paghiamo le conseguenze, in politica come nella vita sociale.

17 dicembre 2011

 

 

In margine all'intervista di Attilio Befera al Corriere della Sera

Passare al conflitto di interessi

per combattere l'evasione fiscale

di Salvatore Sfrecola

 

     Il dato ricorre un po' in tutte le analisi sulle dimensioni dell'evasione fiscale in Italia, ma oggi è ufficiale. L'evasione fiscale sottrae al bilancio dello Stato 120 miliardi l'anno. L'ho detto Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle entrate e Presidente di Equitalia in un'intervista al Corriere della Sera di oggi a Massimo Mucchetti che il giornale milanese lancia in prima pagina con un titolo a sei colonne: “così scopriremo gli evasori”, spiegando che incrociando dati sui conti correnti, i fondi e i patrimoni sarà possibile recuperare parte del gettito evaso.

     Befera ritiene di poter ridurre l'evasione a livelli europei. Non sarà, tuttavia, “l’opera di un giorno”, precisa. E pur non potendo fare previsioni ritiene che oggi il fisco italiano possa finalmente combattere l'evasione. “Oggi - a giudizio del Direttore dell'Agenzia delle entrate - abbiamo finalmente tutti gli strumenti per operare: l'accesso all'informazione completa sui movimenti finanziari, il redditometro, i limiti dell'uso del contante che consentono la tracciabilità delle operazioni ovvero la notifica, da parte delle banche, delle violazioni di questi limiti”. Inoltre, aggiunge, oggi “il sistema informatico dell'Agenzia registra tutte le transazioni su conti correnti, fondi, gestioni patrimoniali, polizze assicurative…”.

     Tutto questo richiede un lavoro non indifferente a fronte del quale gli organici dell'agenzia sono passati da 37 a 32.000 unità, mentre ogni anno vanno in pensione 1000 1200 dipendenti. Evidentemente c'è bisogno di personale, tanto è vero che lo stesso Befera si augura che il governo “confermi la deroga al blocco del turn over”. Il che vuol dire che le aspettative di una maggiore efficienza che puntano sulla capacità dell'agenzia di incrociare i dati richiedono personale, quindi un impegno non indifferente che certamente i dipendenti del dottor Befera metteranno nel loro lavoro.

     Senza togliere niente ai risultati raggiunti e alle prospettive che il direttore dell'Agenzia si pone e presenta alla platea dei cittadini italiani sempre più indignati per una evasione fiscale che non abbia uguali in Europa, mi sembra che si continua a non percepire, cosa che, per la verità, sta emergendo ogni giorno del dibattito politico, che la lotta all'evasione si fa innanzitutto con lo strumento del “contrasto di interessi”, come si comincia a chiamare, cioè mettendo i contribuenti in condizione di controllarsi a vicenda. L'esempio classico è quello dell'idraulico che viene a casa per riparare il rubinetto che perde acqua, chiede, per un lavoro di pochi minuti, 100 euro, precisando “se non vuole la fattura”, altrimenti va caricata l’Iva. Ho fatto il classico esempio dell'idraulico, ma lo stesso vale per altre professioni. Non soltanto per artigiani ed operatori dell'edilizia ai quali tanto spesso dobbiamo ricorrere. Anche molti medici hanno difficoltà a rilasciare ricevute o fatture delle loro prestazioni, in particolare i dentisti, con la conseguenza che i cittadini, anche se animati da sacro rispetto delle istituzioni e dei doveri tributari che su ognuno di noi incombono, finiscono per cedere alla proposta di risparmiare l'importo dell'Iva perché sanno che comunque con quella ricevuta, al di là di una certa somma, non sapranno che farne in sede di dichiarazione dei redditi.

     Vado dicendo queste cose da molti anni in tutte le occasioni nelle quali si parla di fisco a chi si lamenta dell'evasione fiscale che condiziona anche la misura del prelievo su coloro i quali pagano le imposte. Nel senso che, sembra abbastanza evidente, che se tutti pagassero tutti pagheremmo di meno. Qualcuno ha sorriso di questa affermazione ma continuo a non comprenderne le ragioni perché, se la matematica non è un'opinione, 100 o 120 miliardi di nuove entrate al bilancio dello Stato devono necessariamente avere un effetto, considerato che le manovre di rientro nei momenti di difficoltà hanno le dimensioni di qualche decina di miliardi, senza rivestire una caratteristica strutturale, cioè senza costituire un dato permanente in conseguenza di una modifica che incida sul bilancio dello Stato sulle spese o sulle entrate.

     L'osservazione con la quale si contrasta la proposta di deduzioni sulla base di spese documentate è sostanzialmente una, diminuirebbe il gettito. Nel senso che, si sostiene, deducendo dal reddito imponibile somme documentate da ricevute o fatture si avrebbe una minore entrata a carico di coloro i quali ricorrono alla deduzione. La tesi non convince per l'ovvia considerazione che se io posso portare in deduzione somme percepite da un altro soggetto il quale non le denuncia perché non emette fattura o ricevuta, molto probabilmente il fisco si vede privato di una fetta importante di redditi. Ritengo, comunque, che un siffatto sistema dovrebbe essere attuato gradualmente con deduzioni percentuali, almeno in una prima fase, sia con riferimento al genere del consumo o della prestazione, sia tenendo conto della situazione finanziaria del bilancio dello Stato. Ma è evidente che se io posso portare a deduzione del mio reddito la percentuale di una spesa effettuata, mettiamo anche solo del 10%, per individuare quella misura dovrò esibire una documentazione fiscale che indichi l'intera somma per cui il fisco saprà che ho comprato, ad esempio, un gioiello che ho pagato 2000 euro, somma della quale porterò in deduzione secondo l'esempio solo il 10%.

     Avviene in molti paesi civili. Non si comprende per quale motivo questa scelta che  in altri ordinamenti è virtuosa e funzionale all'abbattimento dell'evasione non possa essere adottata in Italia. In questo modo si colpirebbe parte del lavoro nero, così facendo emergere esigenze lavorative che non danno luogo a nuova occupazione ma che pensano sulla totalità dei contribuenti onesti perché sono questi che pagano anche per quelli che evadono.

     Vedo, come ho detto poco fa, che queste considerazioni vengono fatte oggi da molti più di un tempo, sìcché è lecito sperare che, magari gradualmente, si possa introdurre nell'ordinamento fiscale italiano un conflitto di interesse tra contribuenti, in modo da ridurre il peso fiscale, per allargare la platea di quanti pagano le imposte nella misura dovuta.

11 dicembre 2011

 

 

 

Dieci anni dopo

Un’occasione mancata 2

Proviamo a rimettere in moto l’Italia

di Salvatore Sfrecola

 

     Ci siamo lasciati a dicembre del 2006, quando, nella sala delle conferenze della Fondazione Nuova Italia, Gianni Alemanno, Roberto de Mattei, Carlo Giovanardi, Francesco Perfetti e Marcello Veneziani, con Luciano Lucarini, l’editore, in funzione di moderatore, fu presentato il mio libro “Un’occasione mancata”, nel quale riflettevo sui fatti della legislatura appena conclusa con una sonora sconfitta per il centrodestra che aveva governato dall’11 giugno 2001 quando Silvio Berlusconi si era insediato per la seconda volta a Palazzo Chigi.

      Una sconfitta resa più grave dal fatto che nel quinquennio 2001 – 2006 il centrodestra aveva avuto una maggioranza fino ad allora la più consistente nella storia della Repubblica, che avrebbe potuto consentire il raggiungimento degli obiettivi indicati al corpo elettorale che li aveva vivamente apprezzati mandando all’opposizione un centrosinistra che nei cinque anni precedenti aveva cambiato tre Presidenti del Consiglio, Romano Prodi, il leader indicato nella campagna elettorale del 2001, Massino D’Alema e, infine Giuliano Amato, il Presidente del Consiglio della “manovra” da oltre 90 miliardi del 1992, una finanziaria tutta “lacrime e sangue”, compreso un prelievo forzoso del 6 per mille direttamente dai conti bancari, di notte.

     Una sconfitta nell’aria già da un paio di anni, alla quale non aveva creduto solo Silvio Berlusconi, che, impegnatosi allo spasimo, a volte con linguaggio poco convenzionale, ne aveva limitato gli effetti. Solo 24 mila voti in più alla coalizione di centrosinistra, un risultato, mi telefonerà Francesco Storace dopo aver letto il mio libro, che dimostra “perché abbiamo perso per 24 mila voti quando avremmo potuto vincere per 2 milioni”. Una conclusione cui l’ex Presidente della Regione Lazio ed ex Ministro della sanità era giunto sulla base dei fatti e delle considerazioni con le quali avevo ricostruito i miei cinque anni “a Palazzo Chigi con Gianfranco Fini”, quale suo Capo di Gabinetto, il primo dei collaboratori sul piano tecnico del Vicepresidente del Consiglio, il ruolo che il leader di Alleanza Nazionale aveva scelto all’atto della formazione del Governo. Un incarico in un primo tempo senza deleghe. Poi avrebbe assunto la responsabilità governativa del coordinamento delle politiche antidroga, affidata ad una “struttura di missione” denominata Dipartimento Nazionale delle Politiche Antidroga diretto dal Prefetto Pietro Soggiu, già Generale di Divisione della Guardia di Finanza e Direttore generale dell’Antidroga del Ministero dell’interno, un esperto a livello internazionale.

     Nel 2002 Fini sarebbe stato il rappresentante del Governo italiano nella Convenzione europea, incaricata di redigere la Costituzione dell’Unione nel terzo millennio. Infine, avrebbe assunto l’incarico di Ministro degli affari esteri. Un po’ per caso, in verità, perché se Rocco Buttiglione, designato Commissario europeo dal Governo italiano, avesse passato l’esame del Parlamento di Bruxelles Franco Frattini sarebbe rimasto alla Farnesina. Invece, caduto Buttiglione nell’imboscata dei fautori delle più diverse diversità, Frattini ha assunto l’incarico di Commissario europeo e Fini quello di Ministro degli esteri, pur mantenendo la Vicepresidenza del Consiglio.

     “Un’occasione mancata”, dunque, un titolo che mi aveva suggerito Fini quando gli parlai della mia intenzione di scrivere degli ultimi cinque anni, per una maggioranza consistente ma, evidentemente, non coesa, formata di parlamentari, deputati e senatori, di scarsa o inesistente esperienza politica, il più delle volte reclutati con criteri aziendalistici (si è parlato di selezioni operate da società di ricerca di personale i cosiddetti “tagliatori di teste”), privilegiando giovani ambiziosi e belle ragazze nella convinzione che la giovane età fosse, da sola, in mancanza di esperienza e di studi adeguati, un valore da esprimere nel delicato settore dell’esercizio della legislazione.

     Contemporaneamente governo e maggioranza si sono disinteressati della pubblica amministrazione, lo strumento attraverso il quale un governo governa, cioè persegue la realizzazione del programma. Anzi, di più, sono state adottate misure che hanno negato la distinzione tra politica ed amministrazione introducendo uno spoil system selvaggio per cui il funzionario, per fare carriera, si è dimenticato di essere “al servizio esclusivo della Nazione”, come si legge in Costituzione (art. 98), per rincorrere il politico di turno ed ottenere, assicurandogli fedeltà cieca per ottenere il posto di funzione e mantenerlo nel tempo.

     Nello stesso tempo, del programma proposto agli italiani governo e maggioranza si sono dimenticati, a partire dalla politica per la famiglia, una “istituzione” che ha un ruolo centrale nella politica economica e sociale, tanto è vero che, nel corso della crisi attuale il Presidente del Consiglio, di allora, in carica fino a un mese fa, minimizzava le preoccupazioni per il futuro dell’Italia proprio in ragione della virtuosità delle famiglie italiane che risparmiano e sopportano oneri che se fossero riversati sullo Stato e sugli enti locali aggraverebbero ulteriormente la crisi.

     Ne parleremo nei prossimi giorni cercando di aggiornare considerazioni e rilevazioni anche sulla base di quanto andiamo scrivendo su questo giornale che abbiamo voluto chiamare “Un sogno italiano” perché non vogliamo cedere alle delusioni ed al pessimismo ma crediamo che sia possibile rimettere in moto l’Italia.

9 dicembre 2011

 

 

 

Un patrimonio male utilizzato

Lo Stato in affitto

di Salvatore Sfrecola

 

     Torna, ogni volta che si affronta il tema della grave situazione finanziaria del nostro Paese l'idea di alienare parti del patrimonio pubblico. “Dismissioni”, è la parola magica che dovrebbe indurre gli italiani a ritenere che lo Stato faccia, in primo luogo, risparmi al suo interno, in tal modo riducendo gli oneri a carico dei cittadini, come contribuenti o come utenti di servizi pubblici, dalla scuola alla sanità, ai trasporti pubblici locali.

     In sostanza, in caso di difficoltà finanziarie, si può cercare il riequilibrio dei conti con una manovra sul versante del fisco, aumentando IRPEF o IVA o tutte e due, ma si può ottenere lo stesso risultato limitando le risorse per la scuola, la sanità, i servizi di trasporto, così gravando di più sugli utenti. Classi più numerose, ticket più salati o difficoltà di ottenere una visita o un intervento chirurgico, con conseguente ricorso alla sanità privata, oppure si possono aumentare i costi dei biglietti dei servizi di trasporto per compensare le minori risorse destinate al servizio pubblico.

     In sostanza ci sono vari modi per attuare una manovra “correttiva”.

     Torniamo al patrimonio dello Stato ed alla sua utilizzazione. Me ne sono occupato più volte, mai negando che possa essere in parte venduto, una misura che è certamente possibile adottare in presenza di una crisi finanziaria grave, come l’attuale. Tuttavia, mentre si pensa di poter vendere alcuni beni e partecipazioni in imprese, nel bilancio dello Stato, fra le poste passive, vi è un consistente ammontare di affitti passivi, somme che lo Stato paga per avere la disponibilità di locali per i suoi uffici, ma anche per caserme dei Carabinieri o dei Vigili del fuoco, Commissariati della Polizia di Stato . Ricordate Giuliano Amato, Ministro dell’interno, che invitava i pompieri a non pagare l’affitto se avessero avuto problemi a pagare la benzina per le autopompe?

     Il Presidente del Consiglio dovrebbe chiedere alla Ragioneria Generale dello Stato una rilevazione sui costi che le amministrazioni dello Stato sopportano per affitti passivi. Se lo facesse scoprirebbe, com'aveva segnalato alcuni anni fa la Corte dei conti in una relazione al Parlamento, che si tratta di somme rilevanti, certamente eccessive per uno Stato che possiede un patrimonio di proporzioni enormi.

     Questa mattina, parlando ad Omnibus, la trasmissione di approfondimento politico de La7, l'onorevole Crosetto, che nel governo precedente è stato Sottosegretario alla difesa con delega al demanio militare, ha affermato che vanno alienati beni dello Stato ma che è difficile senza una preventiva “valorizzazione”, cioè senza l’eliminazione dei vincoli urbanistici che impediscono ad una caserma di diventare un albergo, così rendendone difficile la vendita.

     C’è da dire, al riguardo, che, prima di vendere. lo Stato dovrebbe utilizzare meglio il proprio patrimonio. In primo luogo va abolita la disposizione secondo la quale i beni immobili della Difesa, per i quali sia cessato l’uso militare, non tornano al Demanio generale, com’era un tempo e come avevamo imparato dai libri di scuola, ma restano nell’ambito del Ministero di via XX Settembre che cerca di venderli, il più delle volte invano, per fare cassa.

     Queste caserme, invece, potrebbero diventare sede di uffici pubblici senza problemi di destinazione urbanistica, essendo la nuova utilizzazione coerente con la precedente utilizzazione a scopi militari.

     Un esempio per tutti. A Torino importanti uffici dello Stato, la Corte dei conti, il Tribunale Amministrativo Regionale del Piemonte, l'Avvocatura distrettuale dello Stato, sono in affitto ed anzi, almeno la Corte dei conti, sotto sfratto. Esiste a di Torino, nel centro della Città - e la centralità, si sa che per alcuni uffici è essenziale in relazione all'esigenza dell'utenza - una caserma la “De Sonnaz” che potrebbe ospitare i tre uffici prima indicati. Ma è stata destinata al Comune di Torino che sembra la venderebbe per fare cassa. Intanto la Corte dei conti ha dovuto ricorrere a un avviso pubblico per cercare una nuova sede in affitto

     Questa vicenda di Torino è emblematica di una situazione di incapacità dello Stato di utilizzare il proprio patrimonio per alloggiarvi i propri uffici, così risparmiando ingenti somme da destinare ad altre finalità di interesse pubblico.

     Torno spesso su questo argomento perché mi sembra che, senza ricorrere a professionalità particolari, a docenze universitarie prestigiose, anche un semplice amministratore dei beni di una vecchia famiglia nobile avrebbe avuto la capacità di evitare di pagare affitti passivi in presenza di un patrimonio di grande consistenza, nel rispetto di una regola fondamentale: se il patrimonio non si può utilizzare, va alienato e le somme così acquisite rese disponibili per costruire immobili di attuale interesse. Non si lasciano nel degrado, come avviene da anni in questo Paese, beni di grande valore.

     Questa immagine dello Stato, che non cura i propri beni e si disinteressa dei propri interessi, è deleterio sul piano dell'immagine e del rapporto con il contribuente il quale ha un elemento in più per protestare contro il prelievo fiscale. Può dire, ad esempio, “caro Stato chiedi soldi a me, tra l’altro per pagare l’affitto dei tuoi uffici, mentre hai un patrimonio immenso che non sai utilizzare".

     Io mi auguro che questo governo, che ha dimostrato di avere una visione concreta ed adeguata dell'attuale situazione finanziaria, adottando misure di contenimento della spesa pubblica, sappia gestire il proprio patrimonio evitando situazioni come quella prima descritta.

8 dicembre 2011

 

 

 

Un forum al Salone della giustizia (Fiera di Roma)

Alla riscoperta dell'etica pubblica

di Gianni Torre

 

     Nell’ambito del Salone della Giustizia, http://www.salonedellagiustizia.it/content_page.php?Id=51, si è tenuto ieri sera, nel padiglione "Ermellino" della nuova sede della Fiera di Roma un Forum dell’Accademia del Notariato sul tema “Confronto per un’etica condivisa tra le Attività, le Professioni e le Istituzioni”.

     Coordinati ed interrogati da Pier Luigi Gregori, Giornalista autore RAI, GR Parlamento, i lavori sono stati introdotti dal notaio Adolfo de Rienzi, Presidente dell’Accademia del Notariato che da tempo approfondisce il tema dell'etica nei vari comparti professionali. Nella sua introduzione de Rienzi  ha richiamato l'etica della responsabilità, di weberiana memoria, sostenendo che la ricerca di una dimensione etica delle professioni, pubbliche e private, costituisce un dato costante in chi crede nel ruolo "pubblico" delle professioni, dal notalo, all'avvocato, al giornalista, alla deontologia professionale cui devono ispirarsi il singolo e gli ordini,  nel rispetto dei cittadini che si rivolgono al professionista o alle istituzioni o che ne subiscono l'iniziativa. ha richiamato l'etica della responsabilità, di weberiana memoria, sostenendo che la ricerca di una dimensione etica delle professioni, pubbliche e private, costituisce un dato costante in chi crede nel ruolo "pubblico" delle professioni, dal notalo, all'avvocato, al giornalista, alla deontologia professionale cui devono ispirarsi il singolo e gli ordini,  nel rispetto dei cittadini che si rivolgono al professionista o alle istituzioni o che ne subiscono l'iniziativa.

     Sono intervenuti nel dibattito il Notaio Avv. Alberto Vladimiro Capasso – Presidente dell’Organismo di Mediazione A D R notariato, l’on. Prof. Giuseppe Chiaravalloti, Vice Presidente dell’Autority per la Privacy, il nostro Direttore, Prof. Salvatore Sfrecola, Presidente della Sezione Giurisdizionale della Corte dei conti del Piemonte ed il Prof. Avv Vito Tenore, Consigliere della Corte dei conti, Docente stabile alla Scuola Superiore della P. A..

     Il dibattito, che è stato seguito con estremo interesse da un pubblico qualificato di professionisti, notai, avvocati e commercialisti, dopo l'intervento introduttivo del notaio de Rienzi, che ha delineato le finalità dell'iniziativa, auspicando l'individuazione dei principi di etica comune per tutte le professioni liberali, ha preso l'avvio con una relazione del professor Tenore, ricca di spunti tratti dall'esperienza personale di studioso e di magistrato che ha approfondito in una serie di scritti di grande successo ed interesse professionale le tematiche delle regole deontologiche contenute nei codici di comportamento e nelle leggi, anche alla luce della giurisprudenza che si è andata formando in questi ultimi anni.

     Tenore ha fatto specifico riferimento anche alle decisioni della Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, così smentendo quella diffusa sensazione di lassismo nei confronti degli illeciti dei magistrati come spesso fa riferimento con enfasi la stampa e parte della classe politica.

     L’on. Giuseppe Chiaravalloti, Vice Presidente dell’Autority per la Privacy, magistrato e già presidente della Regione Calabria ha ricordato alcune esperienze della sua attività nell'organizzazione giudiziaria, sottolineando anche l'esigenza che la classe politica recuperi quei valori che sono scritti in Costituzione come espressione di quella “legalità repubblicana” che hanno tenuto presente i costituenti.

    Salvatore Sfrecola ha avviato la sua riflessione riprendendo uno spunto di Vito Tenore che aveva ricordato l'articolo 54 della Costituzione che impone ai cittadini “cui sono affidate funzioni pubbliche” di adempiere ad esse “con disciplina ed onore”. Per Sfrecola quella norma, che al secondo comma si riferisce ai pubblici amministratori e funzionari, al primo comma ha un significato più generale ed in quanto afferma che “tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la costituzione e le leggi” ha voluto delineare un quadro di generale rispetto della legalità per indicare un cambio di passo rispetto a tempi, anche nell'ottocento, nei quali amministrazione e politica hanno realizzato un connubio perverso, come denunciato da Silvio Spaventa e Ruggero Bonghi, siamo nel 1886, che ha mortificato lo sviluppo civile nella prima fase dell'unità d'Italia.

     Richiamando un recente volumetto di Stefano Rodotà, "Elogio del moralismo", Sfrecola ha sottolineato come quell’autore, giurista raffinato e politico spesso controcorrente anche nel suo partito, abbia voluto dimostrare con rinvio ad inchieste giudiziarie che hanno squassato il Paese negli ultimi decenni, come la moralità pubblica in Italia sia particolarmente bassa per la diffusa corruzione denunciata dalla Corte dei conti cui si accompagna una elevata evasione fiscale, anch'essa dimostrazione della scarsità dei valori etici di molti settori del popolo italiano. Il riferimento all'evasione fiscale ha consentito al relatore di richiamare una iniziativa portata all'attenzione del Parlamento elvetico nella quale, fra l'altro, si sostiene che pagare le tasse è una questione di onore e che il cittadino vuole anche sapere come quelle somme vengono utilizzate. In proposito Sfrecola ha ricordato che i parlamenti nascono nell'era moderna per controllare le spese del sovrano, in relazione all'autorizzazione al prelievo fiscale, sottolineando come i grandi sprechi di cui spesso i mass media denunciano l'esistenza in Italia siano anche essi espressione della scarsa moralità pubblica di una classe politica la quale privilegia gli interessi del collegio o della lobby di appartenenza rispetto alle esigenze obiettive delle amministrazioni e dei cittadini.

     Con l'occasione è stato anche fatto riferimento all'elevato debito pubblico originato in gran parte dalla disattenzione degli parlamenti e dei governi per le regole della buona gestione, in particolare per quella contenuta nell'articolo 81 quarto comma della Costituzione laddove si prevede che ogni nuova o maggiore spesa debba prevedere i mezzi per farvi fronte. Cioè la copertura finanziaria che, ha ricordato Sfrecola, se fosse stata sempre rispettata non ci avrebbe portato a queste dimensioni del debito.

     Nel dibattito che è seguito ha preso la parola l'Avvocato dello Stato Paola Maria Zerman la quale ha sottolineato come la carenza di valori etici sia attestata dal fatto che i comportamenti illeciti non vengano quasi mai fermati prima dell'intervento sanzionatorio degli strumenti predisposti dall'ordinamento, sia con riferimento alla fase interna disciplinare alle singole amministrazioni e strutture degli ordini professionali, sia con riguardo aella fase dell'intervento dei giudici. L'Avvocato Zerman ha sottolineato, in particolare, la necessità di tornare al rispetto dei valori fondanti della nostra tradizione politica e culturale e di  assumere un dato propositivo dell'azione di ognuno nella promozione del bene comune che è finalità propria di tutti gli appartenenti ad una comunità, anche secondo l'insegnamento della dottrina sociale della Chiesa, richiamata anche Stefano Rodotà nel volumetto che Sfrecola aveva citato.

     Molto apprezzata dai presenti la conduzione del dottor Pier Luigi Gregori, un giornalista con una vasta cultura giuridica e istituzionale, che ha saputo con le sue domande stimolare le risposte dei relatori e trarre una sintesi efficace dagli spunti più significativi nello spirito dell'iniziativa del l'Accademia del notariato che, come ha ricordato il notaio de Rienzi, si è proposta con il Forun di individuare, sulla base del concorso di esperienze diverse, tratti comuni per un codice etico delle professioni, in particolare con riferimento alla loro funzione pubblica e con riguardo ai rapporti con i cittadini.

3 dicembre 2011

 

 

Poche novità dagli staff

Ministri tecnici ingabbiati?

di Senator

 

     Questo giornale, anche con articoli a firma del direttore, ha manifestato grande apprezzamento per il Presidente del consiglio, Senatore Monti, e per la scelta da lui compiuta nella definizione della squadra di governo che è parsa sufficientemente autonoma rispetto ai partiti tradizionali, anche se alcuni ministri  denunciano una marcata contiguità con potenti lobby economiche.

     Uguale distanza dai politici e dal mondo del potere non si trova, invece, nella lista dei sottosegretari e, soprattutto, negli staff di diretta collaborazione con i ministri. Non faremo nomi, come hanno fatto alcuni giornali. Cito per tutti il bell'articolo di Sergio Rizzo sul Corriere della Sera di qualche giorno fa. Del resto sono personaggi noti a tutti, alcuni di elevata professionalità e sensibilità politica, altri più modesti, ma agguerriti nella difesa delle prerogative dell'amministrazione presso la quale operano, come nel caso di un Capo di gabinetto che nel 2006, alla vigilia delle elezioni,  impedì la formalizzazione di un provvedimento normativo in favore della famiglia elaborato a Palazzo Chigi per una ottusa difesa di prerogative che invece avrebbe potuto più utilmente coinvolgere nell'iniziativa, così contribuendo a quella sconfitta del governo Berlusconi per 24.000 voti. Chiunque lo avrebbe rispedito a casa. Invece rimane, per quali meriti non si comprende.

     Questa serie di personaggi, i bravi e i meno bravi, sono stati mantenuti accanto ai nuovi ministri tecnici dall'iniziativa congiunta di un duo formidabile nella gestione del potere personale. Ne consegue che i nuovi ministri tecnici, alcuni dei quali hanno scarsa conoscenza della struttura amministrativa che si apprestano a governare, si troveranno condizionati da questi personaggi, molti dei quali rispondono direttamente a chi li ha voluti mantenere in quella posizione. Viene meno in questo modo un connotato fondamentale della prima Repubblica secondo la quale i ministri sceglievano i propri più diretti collaboratori per averli i saggiati nella loro capacità operativa e professionale, ad esempio nel corso dell'attività parlamentare, o per essere stati  consigliati da colleghi di partito o, aggiungiamo, di corrente.

     La situazione che si è venuta a creare, e che in parte è riprodotta nel comparto dei vice ministri e sottosegretari, individua un ben noto regista, anzi due, che vivono in simbiosi, per cui è sotto gli occhi di tutti che i capi di gabinetto, i capi degli uffici legislativi ed una buona parte di sottosegretari sono, come si usa dire, eterodiretti ed eterocondizionati con la conseguenza che l'autonomia decisionale dei singoli ministri è notevolmente limitata.

     Come il nostro direttore, anche io mantengo immutata la fiducia nel professor Monti e dei suoi colleghi di governo, ma desideravo sottolineare questa anomalia che non si era verificata in tempi passati quando, a capo degli uffici di diretta collaborazione erano posti alti dirigenti dello Stato, magistrati amministrativi e contabili, avvocati dello Stato, legati da un diretto rapporto di fiducia con il politico del quale seguivano le sorti, spesso rimanendo fuori del governo quando la personalità politica aveva perduto l'incarico. Oggi invece gli staff passano da un ministro all'altro, appartenenti a coalizioni diverse, unico rimanendo il regista, anche lui in qualche modo manovrato, con piacere, certamente, considerando i lauti stipendi e gli altri intuibili benefici. Non c'è che da sperare in qualche granello di sabbia, di quelli che l'esperienza dimostra capaci dell'imponderabile, che  inceppi questo meccanismo di potere per il potere.

1 dicembre 2011

 

 

 

 Principio del pareggio di bilancio

e vigilanza sui conti pubblici: velleitarismo normativo e confusione di idee

di Salvatore Sfrecola

 

     Protesta l’Associazione Magistrati della Corte dei conti alla vigilia della votazione sul disegno di legge A.C. 4205, "Introduzione del principio del pareggio di bilancio nella Carta Costituzionale", in calendario oggi alle Commissioni riunite Affari costituzionali e Bilancio della Camera dei deputati. Protesta, perché tra le diverse innovazioni proposte è stata prevista l'istituzione di un organismo indipendente per la valutazione degli andamenti di finanza pubblica, le cui competenze pongono in discussione il ruolo della Corte dei conti. Inoltre, sembra in forse la norma che consentirebbe la promozione diretta, da parte della Corte dei conti, del giudizio di legittimità costituzionale per la violazione dell'obbligo di copertura finanziaria delle leggi.

     I magistrati contabili segnalano che l’eliminazione della possibilità di accesso diretto alla Consulta priverebbe l’ordinamento di una efficace verifica giurisdizionale delle eventuali violazioni dell’art. 81 della Costituzione, soprattutto in relazione alle regole dell’Unione europea, con pregiudizio del sistema delle garanzie obiettive.

     “Proprio nel momento in cui si tende all’adozione di misure di carattere finanziario per la riduzione del debito e per lo sviluppo del Paese – si legge in un comunicato dell’Associazione Magistrati - un punto nodale per l’effettiva realizzazione del principio dell’equilibrio dei conti pubblici e del pareggio del bilancio statale, la creazione di un nuovo soggetto giuridico finalizzato a controllare la spesa pubblica, oltre a svilire il ruolo costituzionalmente intestato alla Corte dei conti, di fatto procede ad incrementarla” per l’aggravio immediato dei costi che ne deriverebbe.

     “Dell'istituenda autorità - si legge nel comunicato - non sono comunque chiari collocazione costituzionale, composizione e funzioni che essa appare destinata a condividere con le funzioni oggi affidate alla Corte dei conti. Si persegue ancora una volta il modello di un nuovo organismo che comporterebbe tra l'altro, un immediato aggravio di costi per le finanze pubbliche mentre non sarebbe in ogni caso in grado di dare risposte adeguate con la celerità e la situazione richiede”.

     Il Consiglio direttivo dell’Associazione Magistrati della Corte dei conti è convocato il 5 dicembre. Il dibattito sarà inevitabilmente serrato tra le tante posizioni possibili, difensive o variamente propositive. Come quella che intende puntare l’attenzione su una soluzione istituzionale esistente, che storicamente ha la sua genesi nel sistema integrato Corte dei conti-Ragioneria Generale dello Stato-Banca d'Italia (dPR 367/1994 e smi), il quale potrebbe essere opportunamente rafforzato al fine di creare una Commissione permanente o, nel linguaggio europeo, una task force indipendente, con un ruolo di coordinamento affidato alla Corte in funzione di garanzia dell'indipendenza, coniugando così l'indipendenza, le competenze e la specialità di una magistratura, da un lato, e dall'altro le indiscusse professionalità e risorse (anche strumentali, ad es. le basi di dati finanziarie) di alto profilo della RGS e della BKI, fornendo, in tal modo, una risposta immediata ed efficace alle aspettative europee.

     Altrimenti, si sostiene, la Corte verrebbe superata in corsa da un'autorità parlamentare indipendente (o presunta tale) che costa, che non serve a nulla ed il cui start up sarebbe inevitabilmente lungo.

     La proposta, giudicata seria e ragionevole, sarà approfondita nel corso della riunione del Consiglio direttivo di lunedì investendo anche il Presidente della Corte, Luigi Giampaolino, perché rappresenti le ragioni dei magistrati contabili al Governo ed al Parlamento. In ogni caso l’opinione è quella che non può bastare un semplice anche se deciso no al disegno di legge occorrendo articolare una proposta alternativa. Cosa che il Presidente ha fatto investendo del problema il Presidente della Camera. A Gianfranco Fini Luigi Giampaolino – riferisce l’Agenzia ANSA -, ha inviato stamani una lettera in cui chiedeva di modificare il testo della riforma dell'articolo 81 della Costituzione ora approdato in aula. Le richiesta di conservare il compito inizialmente attribuito alla Corte dei Conti dal vecchio testo, non è stata accolta dal comitato ristretto che istruisce i lavori per l'aula, il quale ha cancellato tale compito nel nuovo testo approvato.

     Nel vecchio testo era stato attribuito alla Corte dei Conti il compito di sollevare il conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale in caso di legge priva di copertura finanziaria. Ma tale compito è stato eliminato dal nuovo testo presentato dai due relatori, Donato Bruno e Giancarlo Giorgetti, al comitato dei nove. E in tale sede è stata recapitata da Fini la lettera di Giampaolino. Questi ha definito ''indispensabile'' il mantenimento di questo ruolo per la Corte dei Conti ''per assicurare l'effettiva chiusura di un sistema che vuole garantire l'equilibrio delle entrate e delle uscite e la sostenibilità dell'indebitamento delle amministrazioni pubbliche''.

     I motivi dell'eliminazione di questo compito, ha spiegato Gianclaudio Bressa (Pd), è che è cambiata l'architettura complessiva della riforma. Inizialmente essa aveva una impostazione più rigida, con una imposizione secca di pareggio di bilancio. Ciò avrebbe portato molti contenziosi davanti alla Consulta, ed era stato così individuata nella Corte dei conti un filtro. Ora il nuovo testo parla di ''equilibrio di entrate ed uscite'' ed è più flessibile, il che toglie la necessità di un filtro nel sollevamento della legittimità costituzionale.

     ''In comitato - ha commentato il ministro Piero Giarda - hanno riconsiderato il loro precedente orientamento, giudicandolo non più opportuno. Ciò potrà dispiacere a qualcuno, ma sono le decisioni del Parlamento”.

     Quel “qualcuno” sono i magistrati della Corte dei conti le cui ragioni sono state efficacemente interpretate dal presidente dell'Istituto, Giampaolino, nella lettera a  Gianfranco Fini. Il ruolo della corte non è stato considerato nella sua giusta dimensione. D'altra parte uno dei relatori, l'onorevole di Donato Bruno, un pugliese garbato e colto, avvocato, ha dimostrato sempre una scarsa disponibilità a comprendere le ragioni ed il ruolo della magistratura contabile a garanzia della buona gestione del denaro pubblico.

     Ma il tema di fondo di questa riforma costituzionale, presentata come necessaria ad ottenere il pareggio del bilancio, come se l'articolo 81 quarto comma della costituzione non assicurasse, se bene interpretato, l'equilibrio della gestione, in realtà è un manifesto contraddittorio che se da un lato sembra irrigidire la regola della corretta copertura delle spese, dall'altro introduce tante e tali deroghe che lo scopo principale appare allontanarsi ad ogni riga del testo sottoposto all'esame del Parlamento.

     L'intenzione di disciplinare normativamente tutto e il contrario di tutto non è un buon modo di legiferare soprattutto in una materia, come quella finanziaria, soggetta variabili dovute all'andamento dell'economia ed al capriccio dei mercati internazionali. Non è materia da normare nel dettaglio facendo ipotesi alternative che renderanno arduo il lavoro dell'interprete, con la conseguenza di eludere l'accertamento delle responsabilità politiche e giuridiche in caso di conseguenze negative di comportamenti gestori influenzati da una normativa contraddittoria originata dallo scompiglio di questi giorni e dall'incapacità di prevedere e quindi prevenire situazioni che sarebbe stato più facile affrontare se tempestivamente identificate con conseguente predisposizione delle misure strutturali e congiunturali necessarie per far fronte all'emergenza.

     Anche l'Anci ha da ridire, come riferisce l’ASCA. Infatti, esprime ''forte preoccupazione per il fatto che, alla Camera, stia avvenendo la discussione su un provvedimento vitale per lo Stato ma anche per i Comuni, come quello sul pareggio di bilancio da inserire nella Costituzione, senza che ci sia stato nessun tipo di interlocuzione con l'Associazione, né in Conferenza Unificata né in Parlamento''. A preoccupare in particolare l'Associazione dei Comuni è l'integrazione all'art. 119 della Costituzione che potrebbe prefigurare una riorganizzazione in modo verticale della struttura della Repubblica italiana. L'Anci vuole ricordare, a chi sta lavorando in queste ore, che l'art. 119 della Costituzione è ''una norma che segue l'art. 114 e l'art. 117 lett. P): due norme che hanno sancito l'equiordinazione fra gli enti che compongono la Repubblica e la necessità che le funzioni dei Comuni siano interamente finanziate dalla legislazione statale''.

     “C'e' poi il tema - aggiunge l'Anci - della istituenda Autorità sui conti pubblici. Pur apprezzando l'iniziativa, peraltro richiesta da anni dall'Associazione, è bene tener presente l'esigenza che l'Autorità veda al proprio interno tutti i livelli di governo, in modo da garantire una condivisione dei dati e degli obiettivi''. L'ANCI ritiene inoltre che il ruolo previsto per questa nuova Autorità debba ''coordinarsi con la Conferenza per il coordinamento della finanza pubblica di cui si attende l'insediamento e, in particolare, con la Copaff, considerato che in quest'ultima sono rappresentati Ragioneria dello Stato, ISTAT, Servizi studi di Camera e Senato''.

     Per questo l'Associazione ha scritto ai Presidenti delle Commissioni parlamentari Affari costituzionali e Bilancio e al Ministro Giarda, per ''sollecitare un incontro urgente, prima che il Governo presenti una riformulazione del testo del disegno di legge''. L'Anci chiede inoltre ai gruppi parlamentari di poter ''discutere nel merito e auspica che il Ministro dell'Interno possa garantire una interlocuzione ordinata e leale fra i vari livelli istituzionali che sono interessati dal provvedimento''.

     Torneremo sull'argomento per seguire la riforma e le velleità che la spingono da parte di alcuni parlamentari.

29 novembre 2011

 

 

 

La TIM e il roaming: un messaggio sibillino?

O una corretta informazione dell'utente?

di Salvatore Sfrecola

 

     Sarà capitato anche i nostri lettori, recandosi all'estero, di passare sotto la gestione di una diversa compagnia telefonica rispetto a quella che ha emesso la sim del telefonino. Avviene automaticamente al passaggio della frontiera e da allora siamo sotto l'autorità del nuovo gestore.

     Nulla di speciale per le telefonate, ma se  si tenta di navigare, magari solo per consultare un comunicato Ansa,  il rischio è grosso. Gli utenti ricevono due tipi di messaggio. Un primo di questo tenore: "gentile cliente, ti informiamo che hai raggiunto 2/3 della soglia massima di spesa dati all'estero. Per non essere bloccato invia 'dati estero on'al 40915".

     Passa un po' di tempo e giunge un nuovo messaggio: "gentile cliente, la informiamo che ha raggiunto la soglia max di spesa dati all'estero. Per riprendere il traffico dati invii SMS 'dati estero on' al 40915".

     Da notare che dal primo al secondo messaggio si passa dal "tu"al "lei", un modo cortese che continua con un ulteriore messaggio se lo sventurato invia l'sms richiesto. In tale occasione Tim avverte l'utente che "a seguito del suo sms di autorizzazione potrà continuare ad effettuare traffico dati in roaming".

     Con questo messaggio Tim ritiene di aver assolto un obbligo di corretta informazione sulla base delle indicazioni provenienti dall'Autorità per le comunicazioni. Ma solo formalmente. Infatti il messaggio non indica le condizioni nelle quali il traffico dati potrà essere effettuato con il nuovo gestore, per cui l'utente è legittimato a ritenere che avvenga alle stesse condizioni della prima tranche corrisposta a Tim, una tariffa che evidentemente sconta comunque il rapporto con il nuovo gestore.

     Accade, dunque, che il malcapitato, non avendo assunto opportune informazioni, che poteva anche ritenere inutili sulla base della tariffa praticata fino alla concorrenza della misura massima di spesa dati all'estero, si trova a dover pagare una somma rilevante, di molte centinaia di euro.

     Tim ritiene di essere in regola. Probabilmente lo è sul piano formale, ma è certo che l'informazione è parziale, non chiara, tanto da non consentire all'utente di accertare che sta correndo un grosso rischio. In un ordinamento giuridico basato sulla trasparenza nella gestione dei servizi pubblici o di pubblico interesse messaggi di questo genere non sono ammissibili. Vanno riformulati in modo da rendere esplicito all'utente quale onere va a sostenere in via ordinaria quando, recandosi all'estero, continua ad effettuare traffico dati in roaming.

28 novembre 2011

 

 

 

 

 

L'acconto di novembre

costerà ai contribuenti italiani il 17% in meno

di Salvatore Sfrecola

 

     Al 30 novembre i contribuenti italiani tenuti a versare l'acconto IRPEF non dovranno più pagare il 99% ma l'82%. A me sembra una misura di carattere antirecessivo, destinata a mantenere nelle tasche delle famiglie italiane una piccola somma che comunque potrà servire a fine anno per far fronte ad alcune esigenze rinviate. E' un segnale di quelli che il duo Berlusconi - Tremonti non è riuscito neppure ad immaginare dal 1994 ad oggi, pur continuando, ad ogni occasione, a dire che avrebbero alleggerito il fisco per gli italiani.

     Naturalmente non si tratta di una riduzione d'imposta, ma dell'alleggerimento di un onere, l'acconto di novembre, che pesa sulle spalle degli italiani in un periodo dell'anno particolarmente impegnativo, in vicinanza delle festività natalizie e considerato che dalla data di pagamento dello stipendio e della 13ª, a metà dicembre, al successivo stipendio di gennaio corre un mese mezzo.

     Non ritengo, dunque, di condividere quel che mi ha detto un amico commercialista il quale ha giudicato l'iniziativa come un provvedimento inutile e di facciata. In economia contano anche fattori di carattere psicologico, per cui l'iniziativa del Presidente del consiglio nella sua veste di Ministro dell'economia va collocata fra quelle che i governi assumono per dimostrare attenzione nei confronti dei contribuenti. Ci vorrà altro, evidentemente, per restituire credibilità al fisco agli occhi di italiani tartassati, ma la piccola misura che trattiene un pugno di euro nelle tasche delle famiglie per qualche consumo in più restituisce anche fiducia ai commercianti ed ai produttori che da tempo non navigano in buone acque, con conseguente contrazione delle vendite sul mercato interno che significa anche contrazione delle produzioni e dei posti di lavoro.

     L'economia, come abbiamo ricordato più volte ha molti attori. Uno dei più importanti è la famiglia nel suo complesso, società, come la definisce la Costituzione, che ha un ruolo centrale nella vita del Paese, perché di essa fanno parte lavoratori, aspiranti lavoratori, risparmiatori, consumatori capaci di stimolare il mercato interno, se hanno a disposizione risorse da destinare all'acquisto di un'abitazione, al mantenimento e all'istruzione dei figli, all'assistenza degli anziani e dei malati, un ruolo quest'ultimo che alleggerisce di molto gli oneri che per queste funzioni incombono sullo stato degli enti locali. Un ruolo, quello della famiglia, del tutto ignorato dal fisco che in tal modo dimostra di non comprendere le ragioni che abbiamo detto in ordine ai vari profili di rilievo economico e caratterizzano i suoi componenti.

     Mi auguro, dunque, che l'iniziativa del professor Monti non sia, come teme il mio amico commercialista, inutile e di facciata, ma espressione della volontà del governo di presentare un fisco “dal volto umano”, premessa di una riforma tributaria giusta in un contesto nel quale la lotta all'evasione fiscale non sia uno slogan tante volte ripetuto ma una realtà effettivamente percepibile dai contribuenti.

25 novembre 2011.

 

 

Se il centrodestra vuol sopravvivere

Oltre Berlusconi

di Senator

 

     Partiamo da una constatazione, richiamata più volte da Silvio Berlusconi fin dalla sua discesa in campo nel 1994. In Italia esiste una maggioranza moderata che dal 1948 consente a partiti di centro-destra, variamente coalizzati, di gestire il potere a livello centrale. Una maggioranza ostile al comunismo in tutte le versioni, che quando ha imbarcato Bettino Craxi lo ha fatto in ragione del suo anticomunismo.

     Berlusconi ha approfittato di questo orientamento degli italiani per dominare la scena da quasi un ventennio. Da un'idea giusta è derivato un danno per il centrodestra, nel senso che la leadership mediatica del Cavaliere, fatta di slogan di sicuro effetto, le privatizzazioni, la riforma tributaria, la famiglia, la semplificazione, la riforma della giustizia, hanno convinto gli italiani. Anche se la riforma tributaria non è stata fatta, della famiglia ci si occupa solo alla vigilia delle elezioni, della semplificazione non si vede nulla di significativo, della giustizia è chiaro che Berlusconi si sia occupato esclusivamente per assicurarsi l'impunità nei processi che lo vedono imputato di comportamenti consueti nel mondo dell'imprenditoria.

     Preoccupato delle esigenze delle sue imprese, entrato in politica indebitato per cifre importanti, le ha fatte crescere nel corso della sua gestione del potere. Attento ai suoi problemi giudiziari e di quello dei suoi amici (ricordate l'annuncio delle limitazioni alle intercettazioni telefoniche in un'assemblea di imprenditori, là dove allignano i corruttori, che gli avevano tributato un applauso scrosciante), Berlusconi ha trascurato la politica, quella per la quale aveva detto di essere sceso in campo. Conseguentemente ha emarginato quanti con lui avevano dato vita a Forza Italia, Pera, Martino, Antonione, per non fare che qualche nome noto al grande pubblico, per privilegiare yes men, personaggi modesti, tanto per fare loro un complimento. Modesta la squadra di governo, modesti i gruppi parlamentari che con una maggioranza mai vista nella storia repubblicana non sono riusciti a portare a termine le riforme promesse ripetutamente. Gli italiani hanno sempre creduto alle sue affermazioni, anche a quelle evidentemente assurde, come l'essere il più grande presidente del consiglio degli ultimi 150 anni della storia nazionale o il più amato dagli italiani e comunque quello con maggiore consenso in Europa. Finché non è stato chiaro che aveva sottovalutato il pericolo di una crisi finanziaria che è certamente mondiale ma alla quale ogni paese risponde secondo la sua struttura produttiva e amministrativa. Così abbiamo assistito in diretta TV ai sorrisetti di Angela Merkel e di Nicholas Sarkozy e, da ultimo, alla scenetta pietosa registrata dalle telecamere a raggi intenti di Berlusconi che sorrideva come se fosse partecipe di lunga discussione alla cancelleria tedesca e il presidente francese mentre in realtà era evidente che nessuno gli rivolgeva la parola e la Merkel addirittura gli volgeva le spalle.

     Come spesso accade a quanti sono autoreferenziali, leader carismatici con scarso fondamento eppure per un certo periodo con largo consenso, Berlusconi non ha capito che la sua stella stava per declinare e che per dimostrare di essere uno statista avrebbe dovuto preparare una successione credibile ed una uscita di scena non traumatica, al punto che oggi temiamo che con lui naufraghi anche il centrodestra, almeno nel breve periodo. È l'accusa più grande che si può muovere al Cavaliere il quale, fra l'altro, finisce per svendere quel poco di buono che sicuramente ha fatto nel frenare per tre volte, nel 1994, nel 2001 e nel 2008, l'avanzata di una composita coalizione di sinistra che già nel 2006 e il 2008, pur avendo come leader un ex Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, non è riuscita a governare. Il Popolo della libertà deve guardare oltre il suo fondatore. Quella coalizione di liberali e cattolici, il nucleo moderato tradizionale l'Italia del dopoguerra, ancora una ragion d'essere in un futuro, ma deve passare attraverso una ricostruzione del pensiero e dell'azione, tenendo a bada l'anima socialista alla quale Berlusconi, ex socialista anch'egli, a patto eccessivo risalto e responsabilità del governo e in Parlamento.

     Occorre riprendere le fila del discorso partito da lontano che potrebbe coinvolgere Pierferdinando Casini, il leader centrista che ha dimostrato di essere un punto di riferimento importante dei cattolici e dei liberali.

     È presto per dire chi prenderà la guida del timone della nave degli orfani di Berlusconi, probabilmente un leader che ancora non conosciamo ma che non sarà difficile individuare in quel vasto mondo della cultura e delle professioni cui può fare riferimento il mondo moderato, cattolico e liberale che, non dobbiamo dimenticarlo, ha fatto risorgere l'Italia distrutta dalla guerra, ha avviato il boom economico, riordinato le istituzioni del Paese.

     Dobbiamo crederci ancora e guardare oltre Berlusconi, per guardare alle prossime generazioni e restituire all'Italia il ruolo che le spetta in Europa e nel mondo.

23 novembre 2011

 

 

 

Monti alla guida del centrodestra nel 2013?

di Senator

 

     All'estero, in un'area dalla quale non è facile connettersi con i siti dei giornali italiani, ho difficoltà a percepire alcuni aspetti del dibattito politico seguito all'insediamento del ministero Monti, alla presentazione del programma ed alle dichiarazioni di voto che ne hanno consentito l'approvazione.

     Leggo dell'altro, desumendolo soprattutto dai titoli, che Silvio Berlusconi, il quale aveva mostrato il volto delle armi all'indomani della formazione del nuovo governo, sembra indotto a più miti consigli perché avrebbe affermato di essere soddisfatto, se non altro, per due motivi: Monti gli avrebbe assicurato che non intende candidarsi alle prossime elezioni politiche ed inoltre non reintrodurrebbe l’I.C.I. sulle prime case sostituendola eventualmente con una diversa imposta.

     Entrambi questi aspetti, che sembrano aver soddisfatto il Cavaliere, sono evidentemente scarsamente rassicuranti. La promessa del Professor Monti di non candidarsi alle prossime elezioni che Silvio Berlusconi sembra datare 2013 costituisce un'affermazione senza dubbio sincera ma, all'evidenza, suscettibile di subire gli effetti del decorso del tempo. Se avrà successo, come tutti si augurano, il Presidente del consiglio, ancorché non lo desideri oggi, sarebbe sicuramente sollecitato a capeggiare proprio quel centrodestra oggi guidato da Berlusconi. Il Senatore Monti, infatti, è sicuramente persona gradita agli elettori del centro destra, è un cattolico liberale, molto più liberale di quanto lo sia stato Berlusconi che si è riempito la bocca di quella parola senza che il suo governo abbia dato un contributo effettivo ai principi del liberalismo in economia e della legalità nella gestione del potere.

     E' quindi possibile, anzi auspicabile, che il successo del Professor Monti si trasformi in una indicazione in favore di una sua leadership del centrodestra che con Silvio Berlusconi è stato pesantemente mortificato sul piano dell'immagine e della sua credibilità. Quel centrodestra che sicuramente è maggioritario nel Paese potrebbe ritrovare, accanto ad un Presidente del Consiglio che sia stato capace di raddrizzare la barca dell'economia e della finanza e di restituire credibilità internazionale all'Italia, un significativo consenso elettorale avendo una squadra di autentici servitori dello Stato ispirati ai migliori valori della democrazia liberale.

     È certo che il leader del centro-sinistra Bersani, costretto alla scelta di appoggiare il Senatore Monti rinunciando ad una ipotesi di elezioni anticipate che forse lo avrebbero visto vincitore, sia pure con una modesta maggioranza, vedrà sfumare ogni possibilità di ulteriore guida del partito democratico e della coalizione, così concludendo una pur dignitosa carriera politica.

     Quanto, infine, alla vicenda della tassazione degli immobili è certo, perché delineato nel federalismo degli enti locali, che la nuova tassa, che si chiamerà IMU, cioè imposta municipale unica sostituirà l'Ici, così accontentando il Cavaliere che, ancora una volta, si mostra nient'altro che un abile comunicatore di notizie scarsamente attendibili. Per lui basta che la nuova tassa non si chiami I.C.I..

     Io che l'ho votato e che ho fatto parte della sua squadra parlamentare, rimasto presto deluso dell'uomo politico che non ha saputo eguagliare il successo dell'imprenditore, guardo con mestizia alla fine ingloriosa di un leader di partito che tanti aveva fatto sognare nella prospettiva di un cambiamento che neppure la più forte maggioranza parlamentare della storia repubblicana gli ha consentito di portare avanti, avendo riempito governo e gruppi parlamentari di personaggi che definire modesti è quasi un complimento.

     Voltiamo pagina. Non è dubbio che coloro i quali hanno a cuore le sorti della democrazia liberale oggi possano individuare in Mario Monti un leader capace, dotato di grande competenza tecnica esaltata una sensibilità politica maturata in una lunga esperienza di commissario dell'Unione Europea e nell’attenta individuazione dei problemi economici e sociali del nostro Paese tante volte affrontati nelle sue collaborazioni giornalistiche nelle quali è riuscito sempre a coniugare il rigore che sollecita per la spesa pubblica e le esigenze autentiche degli italiani che si soddisfano esclusivamente con una attenta utilizzazione delle risorse disponibili per il potere politico nella misura necessaria a non comprimere l'industria e i commerci, cioè l'intrapresa privata che presenta le nostre produzioni sul mercato interno ed internazionale, assicurando posti di lavoro e benessere alle famiglie.

     Il Professor Monti ha restituito fiducia agli italiani ed ai nostri partner europei. Se la politica deteriore non gli farà lo sgambetto, se non preferirà guardare alle prossime elezioni anziché alle prossime generazioni il nostro Paese potrà tornare ad essere tra i primi in Europa e nel mondo.

20 novembre 2011

 

 

 

Una buona squadra di governo

Tecnici "politici"

di Salvatore Sfrecola

 

     Tecnici "politici", cioè con sensibilità politica, non tecnici "di partito" così i ministri del Governo Monti piacciono agli italiani e mettono in difficoltà i partiti ed i giornali "di partito" che avrebbero voluto avere un alibi per qualche distinguo per dire domani, cioè tra un anno e dispari, in sede di campagna elettorale, che, in fin dei conti, le misure severe che il Governo dovrà certamente prendere loro non le hanno sempre condivise.

     Tecnici "politici" perché la politica è la capacità di interpretare le esigenze della comunità nella sua composita varietà di interessi, economici, sociali, culturali. In questo senso la politica è la massima espressione  della cura del bene comune spesso interpretato meglio da un laico che da un "chierico", ideologizzato e tenuto a "rispondere", bruttissima espressione gergale di moda nei partiti, ad un capocorrente o ad un suo portaborse.

     Ci attendiamo molto da questo Governo al quale attribuiamo, ragionevolmente, una sensibilità politica, nel senso che abbiamo detto. Ci attendiamo che restituisca credibilità all'Italia ed ai suoi BOT, non sulla base di alchimie dei mercati ma di una ripresa dell'economia, possibile se si darà impulso, tra l'altro, a quella grande risorsa trascurata che è il turismo. Qui il Ministro Passera potrebbe giocare un grosso ruolo tenuto conto del fatto che il Ministero dello Sviluppo economico e quello delle infrastrutture sono di sua competenza. Il turismo manca di una visione strategica, nazionale e di infrastrutture, portuali, aeroportuali, viarie che dovrebbero avvicinare il turista ad aree archeologiche ed a siti ambientali che sarebbero appetibili se raggiungibili facilmente e dotati di strutture ricettive alberghiere ed agrituristiche. D'intesa con un personaggio del valore di Pietro Gnudi il turismo potrebbe tornare ad essere veramente la prima "industria" italiana, come l'agricoltura, un'altra risorsa trascurata da tempo mentre potrebbe anche indirizzare i suoi prodotti verso aree del mondo che soffrono la fame ed altre che apprezzano le delicatezze delle nostre produzioni.

     C'è molto da fare, per l'emergenza e l'ordinario. La "squadra Monti" potrà fare presto e bene. Lo consentiranno i partiti che già vedono nel Professore della Bocconi un pericoloso concorrente per le elezioni del 2013.

17 novembre 2011

 

 

Pro memoria per il Presidente incaricato

Ci sono tecnici e tecnici

di Salvatore Sfrecola

 

     Il Senatore Monti ha escluso l'attendibilità delle "anticipazioni" dei giornali sui nomi della squadra di governo. L'avrebbe fatto in ogni caso. Si tratta di scelte delicate che il Presidente incaricato dovrà verificare con i partiti che sostengono la sua iniziativa, soprattutto con quelli della vecchia maggioranza che ovunque lasciano uomini e programmi che immaginavano di portare  avanti nel prosieguo della legislatura.

     In queste condizioni non tutti i tecnici possono essere graditi, in particolare se tratti dall'amministrazione, funzioni o consulenti, spesso in polemica con l'apparato che rischiano di essere di ostacolo all'azione del governo.

     Anche se tratti dall'università non tutti i "tecnici" vanno bene. Alcuni sono solo teorici e non conoscono l'amministrazione, ciò che spesso ha reso difficile il loro dialogo con l'apparato, necessario al fine di realizzare il programma di governo.

     Tutto questo a prescindere da una certa arroganza che spesso accompagna i tecnici.

     E' meno facile di quanto può sembrare: si fa presto a dire "tecnici", ma la scelta non è facile, anche perché le scelte sbagliate si pagano, pesantemente. Possono far zoppicare un governo che che bisogno di procedere rapidamente, in ogni settore, non solo nella finanza. Si pensi solo ai beni culturali settore vitale per l'economia del Paese, venuto più volte alla ribalta per i crolli avvenuti a Pompei e non solo. In chiusura il Ministro Galan ha lanciato strali di fuoco nei confronti del Ministro Tremonti.

Ripartire dall'Amministrazione, questo deve essere l'obiettivo del Presidente Monti. Per realizzare il programma di governo che, non essendo a< tempo, deve lavorare a tutto campo.

    Detto questo, in via generale, quanto ai nomi che si fanno, molti dei quali di amici che stimo per la loro professionalità devo anche dire che alcuni di essi sono poco adatti a svolgere il ruolo di ministro, privi di sensibilità politica, alcuni palesemente legati ad ambienti che hanno fatto la storia (negativa) della nostra Repubblica.

     Mediti, Presidente Monti, le scelte sbagliate nella quadra di governo errori che si pagano cari

15 novembre 2011

 

 

 

La sconfitta della politica

di Senator

 

     Senza togliere nulla al Senatore a vita Mario Monti, già Rettore della Bocconi, per 10 anni commissario europeo, notista politico apprezzato, non c'è dubbio che il governo che si appresta a varare rappresenta visivamente la sconfitta della politica e dei partiti che si sono confrontati in questi anni della legislatura per non avere previsto e dominato la crisi economica che è certamente di carattere internazionale, ma si determina in modi diversi in relazione alla situazione finanziaria dei singoli Stati.

     Non è dubbio, infatti, che il governo abbia prima negato e poi minimizzato la crisi economica, in tal modo facendosi trovare impreparato all'aggravarsi delle difficoltà rese evidenti dal sempre più costoso collocamento dei titoli di Stato sui mercati internazionali.

     I motivi sono intuibili. La situazione economica avrebbe richiesto misure drastiche  di contenimento della spesa pubblica ed interventi di natura fiscale certamente impopolari che la maggioranza non si è sentita di adottare per non venir meno alla promessa di non mettere le mani nelle tasche degli italiani. In realtà un intervento pesante a carico delle economie private era già stato attuato attraverso la riduzione dei trasferimenti agli enti locali che hanno inciso negativamente sui servizi resi in sede comunale, divenuti più limitati e comunque più costosi.

     Queste misure non sono state sufficienti, per cui l'esigenza di ulteriori interventi sul piano fiscale, come la probabile reintroduzione dell'Ici sulla prima casa, non sono state adottate dalla maggioranza preoccupata, a meno di due anni dall'appuntamento elettorale, nel timore di negative ripercussioni sul consenso al quale tutti i partiti mirano.

     Questo timore, comprensibile, è tuttavia incompatibile con con la responsabilità di partiti che devono saper dimostrare nell'interesse generale delle attuali e delle future generazioni. L'incapacità di comprendere questo dovere fondamentale è pari alla incapacità di individuare i tempi dell'intervento che normalmente va collocato nella fase iniziale della legislatura in modo che il ricordo delle misure sgradite scemi nel tempo e sia sostituito dalla soddisfazione degli effetti positivi che quelle misure assicurano all'economia del Paese e allo sviluppo sociale.

     La responsabilità del governo Berlusconi sta, dunque, nel non aver previsto una crisi che si andava delineando da tempo all'orizzonte della politica economica e che sarebbe stato necessario affrontare immediatamente per offrire ai cittadini l'immagine di un governo capace di mettere al riparo gli italiani da maggiori difficoltà. Invece Silvio Berlusconi non ha affrontato la riforma fiscale promessa dal 1994, ha trascurato le esigenze delle famiglie, ha sottovalutato la crisi dell'occupazione, non ha adottato misure idonee a offrire incentivi allo sviluppo.

     L'incapacità del governo e della sua maggioranza, che non dobbiamo dimenticare ha esordito all'inizio della legislatura con un numero di parlamentari senza precedenti nella storia repubblicana, è speculare alla inadeguatezza dell'opposizione che non ha saputo ancora nei giorni scorsi proporre iniziative credibili, idonee al momento attuale. Anche per l'opposizione il timore di misure impopolari è stato determinante della sua eclissi politica.

     Ora andiamo ad un governo "tecnico" nella speranza, condivisa dalle maggiori forze politiche, che tolga le castagne dal fuoco per tutti. Questa non è politica, è piccolo cabotaggio di uomini incapaci di dimostrare una profondità di pensiero e d'una visione proiettata nel tempo degli interessi veri del Paese.

     Ne escono tutti con le ossa rotte, con prospettive incerte in vista di elezioni che sono troppo vicine perché gli italiani dimentichino gli errori degli uni e degli altri ed i pesanti sacrifici che ci attendono.

13 novembre 2011

 

 

Ricominciare dalla funzione pubblica

 

di Salvatore Sfrecola

 

     Nel momento in cui corrono i tempi della formazione del governo Monti, il cui programma probabilmente è stato delineato, sia pure per grandi linee, nei colloqui che l'ex Commissario europeo ha avuto oggi con Bersani e Berlusconi e tra poco (scrivo alle 16 e 15) con Casini, ritengo di dover sottolineare l'importanza di un ruolo governativo solitamente trascurato, tanto che nel governo uscente è stato ricoperto con assoluta insufficienza dal professor Brunetta.

     Mi riferisco alla funzione pubblica cioè dalla struttura ministeriale, strettamente legata alla Presidenza del consiglio, che ha il compito di gestire i profili generali, organizzativi ed operativi, dell'apparato pubblico dello Stato, con l'influenza evidente sulle strutture delle regioni e degli enti locali.

     Si tratta di un ruolo essenziale, quello che attiene al buon funzionamento dello Stato, considerato che l'apparato pubblico nel suo complesso costituisce lo strumento attraverso il quale il governo persegue gli obiettivi del suo programma. Questo ruolo è stato sottovalutato da anni, ma particolarmente nei governi Berlusconi, trascurando una realtà che un Presidente imprenditore, come il Cavaliere si è più volte orgogliosamente definito, avrebbe dovuto immediatamente comprendere e che invece trascura dal 1994, da quando, cioè, insediatosi a Palazzo Chigi, disse, alle sue prime dichiarazioni, che in quel grande palazzo avrebbe lavorato alacremente avendo bisogno soltanto nella sua segretaria, Marinella, e di un paio di archivisti.

     Già allora mi parve grave l'affermazione, soprattutto in quanto proveniente da un imprenditore, abituato a gestire la sua impresa utilizzando vari fattori della produzione, il più importante dei quali è sicuramente quello umano, dato dalla capacità manageriale e progettuale del management. Divenuto Presidente del consiglio Silvio Berlusconi avrebbe dovuto considerare che, come ha ben operato delle sue aziende con mezzi tecnici di valore, avrebbe dovuto ugualmente preoccuparsi della capacità professionale dei funzionari dello Stato, suoi naturali collaboratori. Invece non ha trascurato occasione per mostrare scarsa considerazione, quando non aperto disprezzo, per i dipendenti pubblici tra i quali, devo dirlo per l'esperienza maturata in funzioni di collaborazione ministeriale e quale magistrato della Corte dei conti, ho sempre trovato professionisti di valore nei vari settori, con grande senso dello Stato, nonostante gli stipendi e le condizioni di lavoro non siano ottimali.

     Chiedo dunque al Presidente Monti di tenere presente, nella sua difficile impresa di far funzionare l'Italia, innanzitutto il ruolo dei dipendenti pubblici, i quali andranno certamente redistribuiti tra le varie funzioni, alcune delle quali da tempo trascurate (penso al settore dell'arte e della cultura in generale che costituiscono la grande attrattiva del nostro turismo), ma vanno indubbiamente motivati dai ministri di riferimento e dalla dirigenza statale perché sappiano esprimere il massimo del loro capacità professionale, della loro voglia di fare, della capacità di immaginare procedure più snelle, quali desiderano i cittadini e le imprese perché l'amministrazione non sia un costo ma un'opportunità per i singoli e per il Paese.

     Se il Presidente Monti comprenderà le ragioni di questa mia sollecitazione indubbiamente metterà al centro della sua azione di governo il rafforzamento dell'apparato pubblico e la considerazione del ruolo della pubblica amministrazione e dei suoi addetti. Per fare questo tuttavia non dovrà ricorrere al solito professore universitario di diritto amministrativo o dintorni che dell'attività pubblica conosce le leggi e la patologia dell'atto, ma dovrà scegliere una persona che sappia parlare ai dipendenti pubblici e li sappia motivare. Perché il prestigio di servire lo Stato deve tornare ad essere, come è stato in alcuni momenti della nostra storia e come nelle grandi democrazie occidentali che vantano una lunga esperienza statuale, grandi imperi, quindi con grandi burocrazie, motivo di orgoglio per i dipendenti e per i cittadini che ad essi si avvicinano per chiedere la soddisfazione di diritti e il rispetto di interessi.

     Non so chi potrà consigliare Monti su questo versante della politica del governo. Non mancano conoscitori dell'amministrazione, ma non sono molti che abbiano la capacità di dare un senso ad un'azione di trasformazione e di riorganizzazione dell'amministrazione che sia idonea a contribuire in modo determinante alla rinascita del Paese. Abbiamo ancora un po' di ore per verificare se Monti avrà prestato attenzione ai temi della funzione pubblica o se sarà nella scelta del ministro competente ancora un'occasione mancata per cui evasione fiscale e corruzione continueranno a correre ed a pensare per un paio di centinaia di miliardi di euro ogni anno sull'economia e sull'immagine del paese.

12 novembre  2011

 

 

Il governo dei tecnici

di Salvatore Sfrecola

 

     Sembra ormai certo che si vada ad un governo tecnico, cioè ad un esecutivo formato da professori universitari, alti dirigenti dell'amministrazione, professionisti con esperienze in vari settori dell'economia e della finanza. È accaduto altre volte che, in un momento di difficoltà, la politica si sia affidata a personalità estranee ai partiti, soprattutto quando avrebbe dovuto adottare misure impopolari delle quali nessuno intendeva assumersi le relative responsabilità.

     Tuttavia l'esperienza dimostra che ci sono tecnici e tecnici, alcuni dotati anche di una elevata sensibilità politica, altri chiusi nella loro esperienza ed impermeabili a quanto proviene dalla società civile, un po' arroganti, inadatti a dialogare con l'apparato amministrativo dello Stato e con le categorie interessate dalle misure che il governo "tecnico” intende adottare. L'esperienza insegna, infatti, che, a fronte di un Lamberto Dini, ministro del Tesoro e poi Presidente del Consiglio, con significative esperienze alla Banca mondiale e la Banca d'Italia, altri hanno dimostrato assoluta insensibilità ed incapacità di guardare lontano. È il caso del Ministro Brunetta, un tecnico la cui mancata comprensione del ruolo è pari all'arroganza che ha caratterizzato la sua azione in un settore delicato della cui importanza probabilmente neppure il Presidente del consiglio si è reso conto.

     Si tratta dunque di capire quale sarà la strada percorribile, sia che venga designato Mario Monti, sia che, per effetto del malessere che percorre la maggioranza, il Presidente della Repubblica ricorra ad altra personalità estranea ai partiti.

     I nomi che si fanno, che probabilmente non sarebbero indicati da Monti, dimostrano che anche gli osservatori che operano nella stampa d'informazione sono condizionati dall'esperienza negativa delle precedenti designazioni tecniche. Per cui, ad indicazioni di tutto rispetto, del tipo di Saccomanni, Direttore generale della Banca d'Italia, si sente ripetere il nome di Franco Bassanini, giurista certamente di valore, sapiente ispiratore di ASTRID, un centro di studi che ha prodotto rilevanti apporti al dibattito scientifico sui temi della Costituzione e dell'Unione europea, ma che da Ministro della funzione pubblica si è dedicato soprattutto ad attuare sue personali idee dell'amministrazione che non l'hanno resa più efficiente.

     In sostanza quel che intendo dire è che la scelta va indirizzata verso tecnici i quali, insieme ad una elevata capacità professionale che consenta loro di proporre con autorevolezza le riforme necessarie, abbiamo anche una sensibilità politica che li porti a individuare la migliore iniziativa possibile, da perseguire in tempi brevi, con ampio consenso ed effetti percepibili dall'opinione pubblica.

     L’auspicio, dunque, è che il futuro Presidente del Consiglio abbia la capacità di individuare i ministri con un criterio che consenta al governo di disporre nelle varie branche dell'amministrazione di guide illuminate ed autorevoli che consentano di uscire dall'attuale difficile situazione restituendo smalto alle politiche pubbliche che negli ultimi anni hanno macinato molte risorse senza che i cittadini abbiano percepito effetti positivi perduranti nel tempo.

     Se questo non avvenisse, sarebbe una sconfitta per tutti, per la politica che ha fatto un passo indietro riconoscendo i propri limiti ed errori di anni, e per il Presidente “tecnico”, che non dimostrerebbe quella capacità di guardare lontano che fa di un tecnico uno statista.

12 novembre 2011

 

 

 

L'alluvione sommerge la credibilità delle istituzioni

di Salvatore Sfrecola

 

     Sarebbe ingiusto gettare la croce addosso a chi oggi amministra comuni, province e regioni, per le disgrazie che hanno colpito nei giorni scorsi Genova e prima ancora altre aree della Liguria e l'alta Toscana, per i morti e le devastazioni. Ma è certo che non si può tacere rispetto ad eventi che, sia pure eccezionali, scontano in buona parte inadempienze recenti e più antiche, nella regolazione dei torrenti ed, in genere, nella tutela del territorio, compresa la tolleranza degli abusi edilizi, colposamente sanati per motivi elettoralistici.

     Lo abbiamo sentito in questi giorni nelle polemiche giornalistiche e televisive nelle quali si è sentito di torrenti cementificati e ridotti nelle dimensioni per fare spazio ad insediamenti che, forse, formalmente legittimi per effetto di disposizioni comunali, sono stati consentiti in aree che hanno violato la natura e messo a repentaglio, come si è visto, l'incolumità della gente.

     E' emerso in modo evidente nel pomeriggio di oggi sia sul Primo canale che sul Cinque per bocca del Sindaco di Genova, Vincenzi, che, in risposta ai cittadini che l'accusavano ed a quanti l'interrogavano da studio, ha ammesso inadempienze e ritardi, non imputabili a sua responsabilità ma alla mancanza di risorse ed alle limitazioni poste dal "patto di stabilità", che non consente di utilizzare risorse pure disponibili (sia pure non in senso contabile).

     Una somma di fatti negativi, dunque. Errori indotti dalla demagogia e disattenzione per le opere di prevenzione. Un dato, questo, che ricorre ad ogni disgrazia di origine naturalistica a dimostrazione che in questo Paese la classe politica, tutta, trascura da sempre le opere che necessarie per mettere in sicurezza il territorio, opere importanti e costose che, agli occhi degli amministratori, locali e nazionali, non portano consensi. Infatti si tratta di interventi destinati a durare nel tempo, mentre si privilegia da sempre ciò che si può inaugurare con grande enfasi nel corso del mandato. E' la politica del "taglio del nastro", che esclude opere irrigue, l'intervento sugli acquedotti, quelli che perdono oltre il 50% della loro portata, e in genere gli interventi di messa a norma di fiumi e torrenti e comunque la prevenzione, anche quella che consiste  nella vigilanza sul corso dei fiumi per individuare eventuali fattori di rischio per una esondazione, ad esempio per l'accumularsi di detriti che possano influire sul corso normale delle acque.

     Stupisce che, di fronte ad una situazione nota a tutti, che torna all'attenzione dell'opinione pubblica ad ogni alluvione, il prode e garbato Giletti, se la sia presa con la burocrazia anziché con la classe politica, quella cui spettano le scelte delle opere da eseguire e che, in fin dei conti è responsabile anche dell'efficienza dell'Amministrazione.

     In ossequio alla verità.

6 novembre 2011

 

 

 

Lo promette il governo, con cinque anni di ritardo

Una garanzia statale sui mutui dei giovani per la prima casa

di Salvatore Sfrecola

 

     Questa sera a Ballarò l'On. Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera ed autorevole esponente del Popolo della Libertà, ha detto che tra le misure che il Governo si appresterebbe ad adottare, nel quadro delle misure per il rilancio dell'economia, ci sarebbe una garanzia dello Stato sui mutui concessi dalle banche a giovani per l'acquisto della prima casa.

     In sostanza, lavoratori precari, che non potrebbero avere un mutuo dalle banche, non potendo offrire idonee garanzie, sarebbero assistiti dallo Stato attraverso una garanzia sul pagamento delle rate del mutuo.

     Ottima iniziativa, ne aveva fatto cenno anche il Ministro della gioventù Meloni.

     Ci auguriamo di vedere presto questa norma (dovrebbe essere inserita nell'emendamento alla legge di stabilità) che, per la verità, era stata immaginata nel disegno di legge sullo Statuto dei diritti della Famiglia elaborato nel corso della legislatura 2001-2006 da una apposita Commissione istituita dal Vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, e da me presieduta, una Commissione della quale erano stati chiamati a far parte esperti ed esponenti delle associazioni familiari. La Commissione aveva lavorato in Gruppi di lavoro coordinati dall'Avvocato dello Stato Paola Maria Zerman.

     Abbiamo atteso più di cinque anni. Anni perduti che avrebbero potuto assicurare certezze a tante giovani coppie. Una norma semplice che avrebbe consentito, pur con risorse limitate, di assicurare garanzie ad un significativo numero di mutui.

     Perché non si è fatto prima? Né alla vigilia delle elezioni del 2006, né successivamente?

     Sono i misteri di questa politica che non coglie le opportunità che vengono offerte dall'esperienza che, in questo caso, i  componenti della Commissione avevano messo a disposizione di una iniziativa di grande significato politico e sociale. Disattenzione politica colpevole e suicida.

1 novembre 2001

 

 

 

Se avocassimo allo Stato i beni dei politici

che ci hanno portato sull'orlo del fallimento?

di Senator

 

     La 13ª disposizione della Costituzione stabilisce che “i beni, esistenti nel territorio nazionale, degli ex re di Casa Savoia, delle loro consorti e dei loro discendenti maschi, sono avocati allo Stato”.

     Mi sono sempre chiesto quale fosse la motivazione giuridica e morale di questa espropriazione nei confronti di cittadini italiani ai quali, altresì, una norma eccezionale, successivamente abrogata,  aveva negato il diritto di elettorato attivo, la possibilità di ricoprire uffici pubblici e cariche elettive, nonché l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale. Mi sono chiesto, in particolare, perché questa norma fosse più severa e limitativa di un diritto che la Costituzione riconosce a tutti cittadini rispetto a quanto previsto per “ i capi responsabili del regime fascista", quanto "al diritto di voto e alla eleggibilità", limitati ad un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione e comunque da stabilire con legge.

     Anche la eccezionalità della situazione politica ed il timore connesso all'iniziale fragilità della Repubblica non sembrano poter giustificare, al di là della comprensibile limitazione dei diritti politici, l'avocazione dei beni personali di una famiglia la cui storia è indissolubilmente legata alle vicende politiche dell'Italia fino alla conclusione del moto risorgimentale ed alla istituzione del Regno unitario.

     Il ricordo di questa ricorrente riflessione su una avocazione di beni che ho sempre ritenuto e ritengo ingiusta, mi fa pensare alla possibilità di una avocazione, certamente giustificata dagli eventi, da applicare nei confronti dei responsabili dell'attuale classe politica che, avendo trascurato di tenere sotto controllo l'evoluzione della crisi finanziaria internazionale e di predisporre gli strumenti per limitarne quantomeno gli effetti, sono responsabili di un danno notevolissimo arrecato alla finanza pubblica ed all'economia del Paese. Si tratta di una classe di governo che, nella maggior parte dei casi, ha assunto funzioni pubbliche disponendo di scarse risorse personali, quando non ne era completamente priva, la quale, in conseguenza dell'esercizio del potere, si è notevolmente arricchita.

     Questa ricchezza si può definire “profitti di regime”.

     Mi rendo conto che questo non sarà possibile, che una tale decisione potrebbe conseguire solo ad un moto rivoluzionario che nessuno auspica. Ma è certo, che, magari solo con una pubblica iscrizione nel registro delle infamie, i responsabili dello sfascio del Paese dovranno essere consegnati alla storia, a soddisfazione di quanti hanno subito i danni per la scellerata gestione della cosa pubblica ed a monito dei futuri politici, perché sia dato un contenuto effettivo a quella norma della nostra Costituzione, l'articolo 54, secondo la quale "i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”.

     Sono certo che anche questa sanzione morale non sarà attuata, che quanti hanno profittato della loro posizione politica, arricchendosi, potranno godere delle loro ricchezze, e non saranno chiamati a risarcire in qualche modo il danno enorme cagionato allo Stato e alla comunità intera. Anzi è certo, come insegna la storia, che molti di questi cambieranno rapidamente casacca e li troveremo a gestire la nuova realtà politica convinti di essersi rifatti una verginità. Per la cronaca, probabilmente, non per la storia. Che non dimentica.

1 novembre 2011

 

 

 

Renzi contro Bersani

Non è un problema di età ma di idee

di Senator

 

     La polemica che oppone Matteo Renzi, Sindaco di Firenze, a Bersani è certamente generazionale, dei giovani che non sopportano la gestione sclerotizzata di quanti sono abituati, dalla prima Repubblica, ad una guerra di posizione che, come nelle migliori tradizioni militari, in realtà è una guerra “di logoramento”, che colpisce tutti, chi vince e chi perde, chi governa e chi è all’opposizione, dome dimostra la situazione attuale.

     E allora Renzi precisa che soprattutto occorre  "cambiare le facce". Sul palco della “Leopolda” il Sindaco di Firenze ne ha per tutti: “abbiamo capito che ci sono tanti elementi di difficoltà. Però noi pensiamo che sia di centrosinistra dire che questo mondo globalizzato offre molte opportunità al nostro Paese e che alla destra non si può replicare con gli slogan, la conservazione e senza il coraggio”. La tre giorni del “Big bang”, nel quale Renzi si propone leader del centrosinistra, vuol essere innanzitutto bando al pessimismo ed al vittimismo della sinistra. Per Renzi non si vince senza rischiare, proporre ricette innovative, premiare il merito e rottamare “l'egualitarismo” che mortifica “l'uguaglianza”.

     Il messaggio di Renzi è innanzitutto quello del superamento della sterile diatriba tra berlusconismo e antiberlusconismo per guardare al futuro verso la premiership cui ha dimostrato di riferirsi nella finzione scenica, quando si è chiesto cosa farebbe se fosse presidente del Consiglio. Risposte che si sono intrecciate con un dibattito intensissimo via Internet (centinaia di migliaia di contatti via streaming, Facebook e Twitter).

     Ma il Sindaco di Firenze è prudente. “Se uscissimo da qui con una candidatura faremmo un tragico errore”, per cui rinvia ai prossimi tre mesi, quando, aggiunge, “faremo conoscere le nostre proposte in tutta Italia”. Probabilmente anche per vedere se il governo dura. Comunque è pronto a candidarsi.

     Intanto si discute delle “cento idee per l'Italia”, consultabili via Internet, subito stroncate da Bersani che le ha ritenute “vecchie”, degli anni ’80.

    Il cuore post-thatcheriano del Sindaco di Firenze batte forte per liberalizzazioni e privatizzazioni, senza preoccuparsi di mandarle a dire al sindacato, e, però, al tempo stesso, esalta la big society, il terzo settore e l'associazionismo. E' uno schema che sa di "vecchio"? Consentitemi di dubitarne.

     Del leader del Partito Democratico dice “Ha l'età di mio padre”. E di Berlusconi: “ha l'età di mia nonna”.

     La storia, aggiunge, “la scrivono i pionieri non i reduci”.

     Alla Leopolda ha parlato anche Luigi Zingales, economista, una cattedra negli Stati Uniti. “L'Italia non cresce perché è malata - ha detto -. Il male oscuro del Paese è che è governato né dai migliori né dai mediocri, ma dai peggiori. Siamo una "peggiocrazia" e se non ricostruiamo un senso civile e morale, se non sradichiamo il sistema, non abbiamo futuro”.

     In ogni caso da Firenze è venuta una salutare boccata d’ossigeno per un sistema Paese indubbiamente bisognoso di modernizzazione.

     Un consiglio vorrei dare al “giovane Renzi”. Punti su idee nuove e facce nuove, ma non solamente su una rivoluzione generazionale. L’esperienza insegna che vi sono giovani-giovani e giovani-vecchi, anziani vivaci e pronti al confronto ed alla novità, quando l’esperienza non si cristallizza ma genera impegno e stimola il rinnovamento che, non dimentichiamolo, esige piena consapevolezza degli errori passati.

1° novembre 2011

 

 

 

Attacco alla Corte dei conti

Economisti magistrati? No grazie!

di Salvatore Sfrecola

 

     Si parla in questi giorni della proposta di inserire in un provvedimento d’urgenza di prossima emanazione, probabilmente l’atteso decreto “per lo sviluppo”, un “reclutamento straordinario” di laureati in economia presso la Corte dei conti per farne dei magistrati da assegnare alle Sezioni regionali di controllo.

     Non è una boutade, ma una proposta che ha preso corpo in ambienti della Corte dei conti, quelli che chiamo gli “orfani della Bicamerale”, la Commissione per le riforme istituzionali che aveva concluso i lavori proponendo per la Corte dei conti un controllo sulla gestione senza la verifica della legalità e l’eliminazione della giurisdizione contabile, quella che accerta le responsabilità per danno al pubblico erario e condanna al risarcimento del danno, trasferita al tribunale amministrativo regionale, senza previsione di un Pubblico Ministero che esercitasse l’azione nei confronti dei responsabili dell’illecito.

     Diffusa è la contrarietà dei magistrati della Corte dei conti ad una iniziativa destinata inevitabilmente, ove fosse accolta, a spaccare la Corte dei conti, a trasformarla in una authority, come qualcuno insiste ad auspicare, e ad emarginare la giurisdizione, considerata da alcuni un fastidioso accidente che aliena le simpatie del potere politico.

     È una iniziativa che si iscrive in una concezione del tutto sbagliata del “mestiere” di economista e di quello di “amministratore” della cosa pubblica, quello che i magistrati della Corte dei conti controllano. Le scelte di politica economica le fanno governo e parlamento. Esse si materializzano in direttive alle amministrazioni ed agli enti e, quindi, in attività concrete, in decisioni che un giurista “di amministrazione”, come deve essere considerato il magistrato della Corte dei conti, è certamente in condizione di valutare sotto il profilo della legittimità, ovvero della efficienza, efficacia ed economicità dell’azione amministrativa, sulla base dei risultati raggiunti.

     D’altra parte, i cittadini, senza essere economisti, si rendono conto immediatamente degli effetti della gestione delle amministrazioni e degli enti e, con un minimo di riflessione, sanno anche individuare dov’è l’errore nella realizzazione degli obiettivi di politica economica definiti a monte. Sui quali, se fossero sbagliati, la Corte dei conti non potrebbe comunque intervenire perché “atti politici”.

     In ogni caso la Corte dei conti dispone da anni di funzionari laureati in economia e statistica e di analisti finanziari che ben possono supportare il magistrato quando si trovasse ad affrontare temi che attengono a valutazioni economiche nell'attività di gestione. Come un perito del giudice.

     Anni fa, auspice il vertice della Corte, l’On. Bassanini si fece promotore di una norma che consentiva ai laureati in economia di partecipare ai concorsi per l'accesso alla magistratura contabile. La norma fu, poi, rimossa per iniziativa dell'On. Frattini, sollecitato dall’Associazione Magistrati, che la sostituì con altra più adeguata, ed oggi vigente, che consente ai laureati in giurisprudenza, i quali abbiano anche la laurea in economia, di avvantaggiarsi nei concorsi per la riserva del 20% dei posti in palio.

     L’iniziativa, se verrà formalizzata, non potrà non essere contrastata dall’Associazione Magistrati della Corte dei conti e da tutti i giudici contabili per rispondere a questo ennesimo tentativo di destabilizzare una Istituzione che è al centro del sistema delle garanzie che devono assistere la gestione del denaro e dei patrimoni pubblici (in tempi in cui si paventa una svendita dei “Gioielli di famiglia”).

     Con le grane che il governo deve affrontare in questo momento è molto probabile che non si avventuri in una iniziativa che a Palazzo Chigi sanno non essere gradita ai magistrati di viale Mazzini.

30 ottobre 2011

 

 

 

 

Un articolo di Stella sulle Maserati dei generali

Ma nessuno si vergogna

di Salvatore Sfrecola

 

     Gian Antonio Stella, il talent scout di corrotti, corruttori e spreconi di Stato ha scoperto un nuovo misfatto, una spesa inutile in un momento nel quale il governo falcidia i bilanci delle istituzioni più antiche e prestigiose, il fiore all’occhiello della cultura italiana.

     “Le Maserati dei generali” è il titolo dell’editoriale di oggi del Corriere della Sera che reca una denuncia terribile nel momento della crisi dell’economia e dell’immagine della politica. ”Una sola delle 19 Maserati Quattroporte – inizia Stella - comprate dal ministero della Difesa costa nella versione base 22.361 euro più dell'intero stanziamento 2011 dato all'Accademia della Crusca, che dal 1583 difende la nostra lingua. Una volta blindate, quattro auto così valgono quanto la dotazione annuale della «Dante Alighieri» che tenta di arginare il declino della nostra immagine nel mondo tenendo in vita 423 comitati sparsi per il pianeta e frequentati da 220mila studenti che seguono ogni giorno 3.300 corsi di italiano”.

     Ma nessuno si vergogna! Anzi l'acquisto di quella flottiglia di auto blu di lusso è stato liquidato “facendo spallucce”, con una giustificazione assurda: “la notizia è uscita ora ma il contratto è del 2009-2010. Cioè prima che Tremonti disponesse che «la cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc. Fanno eccezione le auto in dotazione al capo dello Stato, ai presidenti del Senato e della Camera, del presidente del Consiglio dei ministri...».

     È necessaria una faccia tosta incredibile a giustificare quell’acquisto. E non è un problema di crisi. Anche se l’Italia fosse il paese più ricco del mondo, senza un debito di duemila miliardi, ma con un avanzo di bilancio quell’acquisto sarebbe comunque inutile, ingiustificabile perché comunque quelle somme starebbero meglio nei bilanci delle istituzioni culturali che abbiamo citato e poi in tante altre che fanno onore all’Italia. Come l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (IsIAO), del quale abbiamo parlato più volte, sull’orlo di una crisi che ne può determinare la soppressione perché lo Stato sprecone non ha una manciata di euro per sostenere gli oneri di una istituzione benemerita che ha un ricchissimo patrimonio bibliografico e documentario, che conduce campagne di scavo in paesi del medio e dell’estremo oriente, che organizza corsi di lingue, che cerca di avvicinare culture diverse, con una storia millenaria.

     Scrive Stella: “la foto ai funerali dei due alpini morti ad Herat nel maggio 2010 diceva tutto: il cronista dell'Espresso contò 259 auto blu”. Il costo “un miliardo di euro in un triennio” da risparmiare, secondo Brunetta, mentre poliziotti e vigili del fuoco per mettere la benzina nelle auto di servizio fanno una colletta.

     Ripeto. Eppure nessuno si vergogna.

     È evidente che se l’acquisto è stato incauto chi ne ha l’autorità assuma l’iniziativa di chiudere la vicenda. Quanto prima.

29 ottobre 2011

 

 

 

Il debito pubblico italiano è antico

alimentato dall'insipienza di chi ci ha governato

di Salvatore Sfrecola

 

     Il debito pubblico italiano è certamente antico. È conseguenza di una politica della spesa non assistita da idonea copertura finanziaria, come previsto fin dal 1948 dalla Costituzione della Repubblica all’art. 81, quarto comma. La responsabilità è distribuita tra i Governi e i parlamentari in una misura che qui non è dato individuare esattamente in quanto il debito si forma a distanza di qualche anno dalla data di approvazione della legge che ha deciso la spesa, cioè quando hanno luogo i pagamenti ulteriori rispetto quelli per i quali la copertura della spesa è assicurata.

     Il debito in origine ha certamente favorito lo sviluppo dell’Italia del dopoguerra, il cosiddetto “miracolo economico” degli anni ’60, il riscatto delle categorie sociali più svantaggiate. In tal modo la classe politica ha assicurato la pace sociale.

     Il debito ha favorito lo sviluppo dell’economia, in particolare le produzioni destinate alle esportazioni, e il rafforzamento delle imprese di Stato, che hanno consentito la presenza dell’Italia sui mercati internazionali garantendo una significativa occupazione anche di ragguardevole livello tecnico, nello stesso tempo portando nel mondo l’immagine di un Paese tecnologicamente avanzato.

     Il rovescio della medaglia è stato il debito alimentato dal meccanismo perverso dovuto al nuovo debito contratto per pagare gli interessi del debito preesistente.

Le imprese di Stato che hanno ovunque realizzato importanti opere pubbliche, in particolare dall’ITALSTAT, azienda IRI, in vari paesi nei diversi continenti, o che si sono assicurate grosse commesse nel settore tecnologico (basti pensare alle imprese di Finmeccanica nei settori delle telecomunicazioni e militare) hanno assicurato lavoro e lauti stipendi ai figli del potere, ma sono state anche al centro di fenomeni di corruzione dei quali la stampa ci ha abbondantemente informato.

L’aumento dei costi di gestione e la perdita di competitività sui mercati internazionali, a causa anche degli scandali che nell’opinione pubblica straniera hanno favorito la concorrenza, hanno determinato il declino delle imprese di Stato, un declino durato troppo a lungo senza un progetto concreto di risanamento. In questo periodo la crisi degli enti ha determinato l’esigenza di massicci interventi finanziari dello Stato. Leggevamo sulla Gazzetta Ufficiale il periodico aumento dei fondi di dotazione (il capitale degli enti pubblici economici) ed i più pensavano che fosse un fatto positivo, che avrebbe conseguito un maggior impegno industriale. Nulla di tutto questo. Quei miliardi, erogati solitamente a fine anno, servivano per pagare gli stipendi e, in genere, le spese di gestione.

     È durata anni l’agonia delle imprese pubbliche divenute inefficienti e costose, a cominciare da quell’IRI che, all’indomani della crisi del 1929, aveva salvato le imprese italiane in difficoltà.

     Non si è pensato di razionalizzare il settore restituendogli efficienza. Ed al grido di “meno stato più mercato” sono stati svenduti pezzi di imprese che sarebbe stato possibile recuperare, se non altro come marchio (si pensi all’Alfa Romeo ceduta alla FIAT nummo uno) o ricapitalizzate nei settori “strategici”, quelli nei quali l’economia nazionale si deve necessariamente impegnare per essere competitiva ma il privato, almeno in alcune fasi, trova difficoltà, anche per non disporre di quella rete diplomatica che, in teoria, dovrebbe supportare le iniziative imprenditoriali italiane all’estero.

     Il fallimento di Alitalia, la compagnia “di bandiera”, è presente a tutti né vale la pena dire che altre compagnie con i colori dei rispettivi paesi sono fallite. Se è vero che aver compagno al duol scema la pena, questo non ci può consolare. Perché, statisticamente parlando, non appare possibile che i governanti ed i parlamentari incapaci siano concentrati in Italia.

     Anche qui si dovrebbe chiedere a gran parte della diplomazia perché non va a scuola dai colleghi francesi e inglesi, sempre in prima fila per assicurare commesse al made in France ed al made in England.

     Il Presidente Berlusconi ha detto più volte, negli anni passati, che avrebbe spinto la nostra diplomazia ad una riconversione professionale in senso “commerciale”. Non si sono visti risultati in proposito. Un’altra occasione mancata.

     E di occasione mancata in occasione mancata il Paese declina.

     Il turismo, ad esempio, la prima “industria” italiana, potenziale sportello finanziario di valuta pregiata e di lavoro in tutte le regioni, continua ad essere trascurato. Sarà per la competenza regionale che non dà spazio adeguato all’indirizzo e al coordinamento statale, ma sta di fatto che non sfruttiamo come potremmo questa eccezionale risorsa che fa dell’Italia un unicum a livello mondiale per la quantità e la qualità delle nostre opere d’arte che sono la prima attrattiva per i turisti, opere pittoriche e sculture conservate nei più prestigiosi musei del mondo, insieme a palazzi, castelli, ville e dimore gentilizie, sempre inserite in una contesto ambientale di straordinaria bellezza. Un patrimonio sottoutilizzato, nonostante alcune indicazioni statistiche sulla presenza di turisti nelle città e negli alberghi.

     Vi sono regioni d’Italia nelle quali mancano infrastrutture che consentano l’accesso ad aree archeologiche e/o paesaggistiche, dove il livello degli alberghi e dei ristoranti lascia decisamente a desiderare, come la cortesia dei gestori che spesso oscurano gravemente l’immagine del paese in giro per il mondo.

     Infine, mi ripeto, ma vorrei entrasse nella mente dei politici e degli operatori economici che il turista è un messaggero, un ambasciatore dell’Italia nel paese d’origine, quando porta lì il sapore dei prodotti alimentari italiani, le ceramiche di Deruta o di Gubbio, le sete di Como o le trine e i tessuti e gli altri prodotti dell’artigianato che sarebbe impossibile enumerare.

     Intanto il Governo s’impegna ad alienare beni immobili statali. Sarà ancora una svendita. Intanto molti uffici statali sono sotto sfratto perché in affitto, milioni di spese, mentre i gioielli di famiglia vengono ceduti ai comuni che fanno cassa, o ceduti a prezzi stracciati, ipocritamente si dice “valorizzati”.

27 ottobre 2011

 

 

 

 

In “un’ora promettente della storia”

I cattolici a Todi: ripartire dalle idee

di Salvatore Sfrecola

 

     “L’assenteismo sociale per i cristiani è un peccato di omissione” particolarmente grave, ha sottolineato il Cardinale Bagnasco, se avviene in “un’ora promettente della storia”. E siccome non intendono peccare, a Todi i cattolici si sono incontrati per riflettere sul momento attuale giungendo alla conclusione che ne occorre uno “forte” perché l’attuale, ha detto Raffaele Bonanni, “non è adeguato”.

     “La buona politica per il bene comune” richiede di “ripartire dalle idee” per “far rinascere una cultura politica nel Paese”, come ha detto Andrea Riccardi, una cultura che si è andata progressivamente impoverendo colpita a morte dal populismo della classe politica al governo, non solo di destra.

     È come se gli italiani avessero delegato per troppo tempo le sorti del Paese, le scelte di carattere economico e sociale e quelle che attengono a valori “non negoziabili” a uomini politici che in quei non credono o dicono di credere solamente per ricercare un consenso facile. Politici da mandare a casa quanto prima possibile perché la rinascita dell’Italia in un momento di gravissima crisi economica esige personalità riconoscibili all’interno ed all’esterno per capacità operativa e specchiata fedeltà ai valori civili e spirituali cui crede la maggioranza dei nostri concittadini. Così il Presidente delle ACLI, Andrea Olivero, si riferisce direttamente a Berlusconi per dire che deve lasciare se non altro “per tutto ciò che ha rappresentato il suo governo in termini di disvalori”.

     Ai cattolici si richiede, dunque, un nuovo impegno civile, come aveva sollecitato Papa Benedetto XVI, perché – ha spiegato il Cardinale Bagnasco, “la comunità cristiana con il suo patrimonio universale” di fede e valori “deve animare i settori prepolitici nei quali maturano la mentalità e si affinano competenze, dove si fa cultura sociale e politica”.

     I cattolici, tuttavia, non si apprestano a rifondare un partito politico del tipo della Democrazia Cristiana, una “casa comune” dei credenti. Sono in molti a contestare l’ipotesi di un simile sbocco. Innanzitutto i cattolici del PdL (contemporaneamente all’incontro di Todi il Sen. Quagliariello riuniva gli amici di Magna Charta a Norcia) i quali ritengono di essere garanti di una linea di attenzione con creta ai valori cristiani.

     Non si farà un partito, ma la pressione delle associazioni cattoliche potrà influire sulla politica come fin qui non ha fatto, evitando di pretendere, da una classe politica di maggioranza che si dice attenta ai valori, quelle riforme che avrebbero potuto attestare che il mondo cattolico è, come sempre, il difensore del lavoro, del risparmio e della famiglia perché in questa “società naturale fondata sul matrimonio” sono presenti, in una straordinaria sintesi tutte le esigenze della comunità.

     Non si farà il partito unico dei cattolici, ma è certo che da oggi tutte le loro istanze avranno una migliore attenzione, sperando che non sia strumentale ad una scadenza elettorale ormai prossima, al più tardi nel 2013. Com'è accaduto sistematicamente almeno negli ultimi vent’anni.

18 ottobre 2011

 

 

 

Pochi controlli sulle strade: l'esempio della Salaria

 

di Salvatore Sfrecola

 

     Queste mie brevi note non intendono essere una denuncia ma una segnalazione. Ci sarà stato senz'altro un motivo ma oggi, tra le 10 e le 12, nel percorso Monte Terminillo Roma non ho incontrato nessuno che svolgesse attività di controllo del traffico, non Polizia, non Carabinieri, non Polizia Municipale, 100 chilometri di una strada pericolosa nel corso dei quali ho visto di tutto, sorpassi di  doppie strisce o singole continue, sorpassi in  prossimità di una curva, rientri a sfiorare l'auto sorpassata.

     Un tempo ricordo che con gli amici, recandoci sulla Montagna di Roma, sapevamo dove le pattuglie  svolgevano il loro servizio, a Settebagni la Polizia Stradale, a Monterotondo ed a Passo Corese i Carabinieri, e poi ancora  Polizia e Carabinieri.

     Come spesso accade in Italia  si passa dal troppo (forse) al troppo poco (certo). Tenuto conto che non è necessario che la pattuglia stia ore nello stesso posto, ma anzi, spostandosi con una certa frequenza, potrà assicurare una presenza sulla strada certamente più proficua.

     Nessuna protesta, dunque, ma una segnalazione che, mi auguro, utile per chi di dovere.

16 ottobre 2011

 

 

 

Le ragioni ed i torti

di Senator

 

     Lo ha detto anche il Governatore Draghi, i giovani che protestano in giro per il mondo hanno buoni motivi per denunciare la mancanza di prospettive di lavoro, cioè di vita, avere una casa, costituire una famiglia, avere dei figli, allevarli e dar loro un'istruzione perché possano avere, a loro volta, prospettive migliori di quelle che loro hanno avuto.

     E' il desiderio naturale di ogni uomo e di ogni donna che oggi appare non più prefigurabile per la maggior parte della popolazione giovanile. Di qui la protesta, l'indignazione che denomina la protesta. Gli indignatos  da Madrid a Londra, a Roma hanno buoni motivi di lamentarsi della gestione della classe politica negli ultimi decenni, accusata di non aver previsto la crisi economica e di non aver individuato misure di crescita idonee a restituire speranza a chi le ha perdute.

     Hanno ragione, dunque, i giovani che protestano e le loro istanze è giusto che siano esposte anche sulle piazze del mondo e la classe politica ha il dovere di ascoltare la protesta, anche se si nota una certa ritrosia di chi è al governo a riconoscere responsabilità nel timore di pagarne le conseguenze sul piano elettorale. Un errore, perché riconoscere che la classe politica tutta, di governo e di opposizione, non questa ma quella degli ultimi decenni, ha commesso alcuni errori, anche grandi, sarebbe  un gesto di grande responsabilità che, accompagnata con misure concrete per la crescita le darebbe molte chance sul piano del consenso.

     Detto questo appare evidente che le manifestazioni, iniziate con grande apertura al confronto, anche se con motivazioni fortemente polemiche, una volta trasformate in una battaglia con le forze dell'ordine, non possono essere accettate. L'azione delittuosa è addebitabile a violenti di professione, dai quali i manifestanti si sono dissociati. Ebbene questa dissociazione deve essere l'occasione perché il Governo assuma un'iniziativa positiva per restituire ai giovani quella speranza che negli anni è stata loro progressivamente tolta. Sarebbe un'azione politica certamente apprezzata.

     Queste brevi note sugli eventi di Roma, non possono chiudersi senza considerare alcune responsabilità nella gestione degli scontri che hanno devastato il centro della Città. Come ha detto Pier Luigi Celli, Direttore generale della LUISS, poco prima delle 15 su RAI1, l'azione dei violenti è stata preordinata e organizzata sul terreno in forma che possiamo ben definire "militare". Se ne parlava sul web da giorni, si conoscevano le organizzazioni e gli organizzatori. E' mancata l'intelligence per individuare e isolare i violenti ed evitare gli scontri. Un tempo in un caso come questo il Prefetto sarebbe stato collocato a riposo. Un tempo lontano. Oggi i funzionari ai quali è attribuito un incarico superiore alle loro capacità non vengono più rimossi ma "promossi", per i Prefetti normalmente con la nomina a Consigliere di Stato. Un errore. In questo modo non s'impara mai.

16 ottobre 2011

 

 

 

Di bis in bis: e il diritto piange

Via libera al rendiconto generale dello Stato

di Salvatore Sfrecola

 

     Essendo stato bocciato dalla Camera il disegno di legge di approvazione del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2010, già ritenuto regolare dalla Corte dei conti, il Consiglio dei ministri ha nuovamente approvato il documento contabile e lo ha spedito alla Corte dei conti con richiesta di esaminarlo ai fini della verifica della sua regolarità, cosa che la magistratura contabile ha fatto nell’udienza di ieri mattina delle Sezioni Riunite, il collegio cui spetta pronunciarsi, nelle forme della propria giurisdizione contenziosa, sulla regolarità del documento trasmesso dal Ministero dell’economia.

     "Al termine dell'udienza pubblica, tenutasi oggi 14 ottobre 2011 – si legge in una nota della magistratura contabile diffusa dalle agenzie - le Sezioni riunite della Corte dei conti hanno dichiarato le risultanze del Rendiconto generale dello Stato per l'esercizio 2010, trasmesse alla Corte dei conti dal Ministro dell'economia e delle finanze in data 13 ottobre 2011, corrispondenti a quelle contenute nel Rendiconto parificato in data 28 giugno 2011".

     In parole povere il Governo ha approvato un documento già approvato e la Corte dei conti ha dichiarato le risultanze del “nuovo” rendiconto “corrispondenti” a quelle del vecchio con una pronuncia (sentenza) identica a quella già adottata.

     Ed il divieto del bis in idem, cioè di pronunciarsi su una questione già decisa con sentenza definitiva?

     Si poteva trovare un’altra soluzione da parte del Governo e della Corte? Si poteva, certo. Ci voleva un po’ di fantasia, anzi neppure tanta. Se ne parlerà dai prossimi giorni fra quanti s’intendono di diritto.

15 ottobre 2011

 

 

 

Rendiconto generale bocciato

Il Governo ci mette una pezza

di Salvatore Sfrecola

 

     La questione del superamento della situazione politico-istituzionale seguita alla bocciatura del disegno di legge di approvazione del Rendiconto generale dello Stato impegna in queste ore (la mattina del 14 ottobre), oltre alla politica ed alla stampa, il Governo e la Corte dei conti. Infatti, a seguito di quel voto parlamentare sembra che il Governo abbia richiesto una nuova pronuncia della Magistratura contabile che già si era espressa sul rendiconto esaminandolo a Sezioni Riunite, nelle forme proprie della giurisdizione contenziosa, con l’intervento del Procuratore Generale. La pronuncia della Corte è una vera e propria sentenza che attesta della regolarità contabile delle poste contenute nel rendiconto, acquistando formalmente le caratteristiche della cosa giudicata. Tanto è vero che per sanare eventuali partite ritenute irregolari dalla Corte si procede con legge di approvazione del rendiconto.

     Non è chiaro, dunque, al momento come la Corte dei conti possa essere stata nuovamente investita della questione risultando i dati contabili, così come forniti dal Ministero dell’economia e delle finanze, coperti dalla precedente pronuncia. Sul punto ci riserviamo di tornare dopo aver conosciuto quale atto giuridicamente rilevante nell’ambito della procedura di legge il Governo abbia inoltrato alla Corte né quale pronuncia la Corte si appresti ad emettere per evitare un bis in idem.

     Intanto vediamo cosa ha detto ieri il Presidente del Consiglio per formulare qualche considerazione.

     “Il Rendiconto generale dello Stato – ha esordito l’on. Berlusconi - è un atto dovuto ed il Governo non può sottrarsi alla sua responsabilità, che è costituzionalmente prevista. Ferme ovviamente le risultanze contabili del rendiconto, il Governo presenterà al Parlamento un nuovo provvedimento, di un solo articolo, al quale aggiungerà come allegati le tabelle ed i dati contabili e di gestione delle singole amministrazioni e delle aziende autonome. Il provvedimento sarà adottato dopo la conclusione di questo dibattito, sarà nuovamente sottoposto al vaglio della Corte dei conti e sarà presentato al Senato”.

     “Il Governo ha il dovere di farlo – ha aggiunto il Presidente - ma, siccome qualcuno contesta che ne abbia il potere, ritengo utile qualche precisazione, non per partecipare alla disputa tecnico-giuridica che dilaga sui giornali in queste ore, ma solo per lasciare agli atti del Parlamento una precisa assunzione di responsabilità”.

     “La legge sul Rendiconto generale dello Stato e delle aziende autonome appartiene alla categoria delle cosiddette leggi formali, ovvero dei provvedimenti legislativi che hanno soltanto la forma di legge, ma non ne hanno le caratteristiche sostanziali. Infatti, il Rendiconto è costituito da una serie di risultanze e dati contabili, elaborati in sede consuntiva di bilancio dell'anno precedente da parte della Ragioneria generale dello Stato e asseverati dalla magistratura contabile, la Corte dei conti, con apposito giudizio di parificazione, che attesta la veridicità dei dati ed il rispetto dei vincoli finanziari posti dalla legge”.

     “Nell'approvare la legge sul Rendiconto, il cui contenuto è inemendabile perché è comprensivo di dati esclusivamente contabili ormai consolidati, il Parlamento conferisce una copertura legislativa al procedimento di accertamento e di verifica del bilancio dell'anno precedente”.

     “In caso di votazione negativa di una Camera parlare di sfiducia nei confronti del Governo è quindi del tutto improprio perché il Rendiconto è un atto squisitamente di riscontro contabile, e non rientra, infatti, nell'elenco di cui all'articolo 7 della recente legge di riforma, la n. 196 del 2009, la legge che individua gli strumenti della programmazione finanziaria per i quali è certamente necessaria una consonanza tra Esecutivo e Parlamento. L'equiparazione, proclamata dai partiti della minoranza, tra Rendiconto e leggi di bilancio e di stabilità è pertanto del tutto forzata e strumentale. Il Governo quindi intende porre rimedio al negativo episodio del rigetto dell'articolo 1 del Rendiconto, nel doveroso rispetto dei poteri del Parlamento, ma anche di quanto disposto dall'articolo 81 della Costituzione. A questa soluzione non c'è alternativa per il bilancio e per il funzionamento stesso dello Stato, come del resto sul piano politico non c'è alternativa credibile a questo Governo nelle Assemblee elettive di Camera e Senato”.

     Le conclusioni sono nel senso che “non è un fattore aritmetico quello che decide, è un fattore politico di eccezionale rilevanza”.

     Il discorso del Presidente suggerisce qualche considerazione in diritto, sotto il profilo squisitamente costituzionale e quanto alla natura del rendiconto generale, della pronuncia della Corte dei conti e della legge di approvazione.

      Intendo, dunque, richiamare l’attenzione tanto dell’on. Berlusconi, per i profili politico costituzionali, quanto del suo anonimo collaboratore per quelli più squisitamente giuridici.

     È vero che “La legge sul Rendiconto generale dello Stato . . . . appartiene alla categoria delle cosiddette leggi formali, ovvero dei provvedimenti legislativi che hanno soltanto la forma di legge, ma non ne hanno le caratteristiche sostanziali”.

Ma è anche vero che il rendiconto generale ha un elevatissimo significato politico. Infatti con la sua presentazione alla Corte e, poi, al Parlamento il Governo compie un atto fondamentale nei rapporti con le Assemblee parlamentari che gli hanno dato la fiducia, con la conseguenza che la bocciatura del rendiconto (anche se per un fatto tecnico, l’assenza di parlamentari della maggioranza) incide nel rapporto di fiducia tra Parlamento e Governo. Non è come un’altra legge. Il rendiconto (come il bilancio di previsione) è l'atto essenziale sul quale nei secoli si è costruito il rapporto tra legislativo ed esecutivo.

     Tutto quanto si legge nel discorso del Presidente del Consiglio a proposito delle risultanze e dei dati contabili