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Un Sogno Italiano venerdì, 17 novembre 2017 ultimo aggiornamento

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Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi

(Leo Longanesi, 1956)

 

I ladri di beni privati

passano la vita in carcere

e in catene, quelli di beni pubblici

nelle ricchezze e negli onori

(Marco Porcio Catone)

 

Convegno a Padova

Quando a Peschiera, fu riscattata Caporetto

 

Gran serata al Circolo Interforze di Padova l’11 scorso. Sala piena, attenzione massima, vivissimo apprezzamento per i relatori intervenuti all’Incontro sul Convegno di Peschiera 1917, presieduto da Re Vittorio Emanuele III, organizzato dal Circolo Cavalletto e dalla Rivista OpinioniNuoveNotizie.

È stato così adeguatamente ricordato nel Centenario un avvenimento che ha avuto un ruolo cruciale dopo lo scacco di Caporetto e che, con la decisione, fortemente voluta dal Sovrano di effettuare la difesa al Piave, aprì la strada al successo delle armi italiane, a Vittorio Veneto.

Relazioni hanno tenuto il Prof. Domenico Fisichella, già Vice Presidente del Senato e Ministro per i Beni Culturali e Ambientali (Caporetto: un profilo storico-politico), il Prof. Frédéric Le Moal, storico, dell’Institut Catholique di Parigi al quale si deve una pregevole biografia del Re (Vittorio Emanuele III e la Grande Guerra), il Prof. Marco Mondini, storico, dell’Università di Padova (Il mito della colpa. Cadorna e Caporetto come rivelazione morale degli italiani), il Prof. Ciro Romano, storico, dell’Università Federico II di Napoli (Da Caporetto a Peschiera: un percorso storico archivistico) che ha anche rappresentato al Convegno l’Istituto delle Guardie d’Onore al Pantheon del quale è Ispettore nazionale.

Hanno partecipato anche l’Associazione Combattenti e Reduci e l’Assoarma, che hanno concorso nell’organizzazione dell’incontro, presenti con delegazioni e i loro rappresentanti patavini. Tra i presenti il Conte Giustiniani, i Generali Angileri e Zacchi, le delegazioni della Guardie d’Onore di Chioggia, di Padova, della Provincia della zona nord, sud, ed ovest, dei Colli Euganei. Molti provenienti da fuori provincia e da fuori regione. Presenti anche3 numerosi collaboratori di Opinioni Nuove con il direttore, dott. Patrizia Rossetti.

Ai partecipanti è giunto anche un messaggio di saluto del Principe Emanuele Filiberto di Savoia, letto dal Prof. Sandro Gherro.

Nell’occasione sono stati anche resi noti i prossimi incontri organizzati dal Circolo Cavalletto e dalla Rivista OpinioniNuoveNotizie:

Rovigno – in Istria il 22 Novembre prossimo, dove il prof. Sandro Gherro, che ne ha curato l’edizione, presentderà, su invito della Locale Comunità degli Italiani, i due volumi degli “Scritti minori” di William Klinger, il nostro collaboratore, studioso fiumano, assassinato tre anni fa a New York in circostanze non ancora chiarite.

20 Gennaio, ospiti del Circolo Interforze di Padova, Convegno dibattito sul “Plebiscito 1866 “, più che mai attuale, in risposta alle “istigazioni” indipendentiste attuali.

Interverranno la dott. Angela Maria Alberton, dell’Istituto per la storia del Risorgimento, autrice di una recente pubblicazione in tema: “La Volontà dei Veneti e il plebiscito 1866” ed il dott. Giulio de Rénoche (Alberto Cavalletto e il plebiscito del 1866).

A fine gennaio è prevista la presentazione de la Terza Armata del 4° Quaderno di OpinioniNuoveNotizie, della collaboratrice del giornale Lisa Bregantin sul tema “Vivere e morire per l’Italia”.

17 novembre 2017

 

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale

 della Capitale”

***

Nel quarantesimo anniversario della morte del grande invalido,

mutilato della Quarta Guerra d’Indipendenza,

Carlo Delcroix

Domenica 19 Novembre, ore 10.30

 

Prof. Pier Franco Quaglieni

Vice Presidente del Centro Pannunzio

ricorderà

“Carlo Delcroix : un patriota che amò disperatamente l’Italia”

Sala Roma, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

 

 

 

Catastrofe della scuola pubblica

come rimediare?

di Aldo A. Mola

 

La mia casa sarà chiamata casa di preghiera, voialtri invece ne fate una spelonca di briganti!”. Lo scrissero gli Evangelisti Matteo (21, 13), Marco e Luca, con identiche parole. Matteo aggiunse: “Guai a voi scribi e farisei ipocriti, che siete simili a sepolcri imbiancati: sono belli all'apparenza, ma dentro sono pieni di ossa di morti e d'ogni immondezza… di ipocrisia e di iniquità”. È il ritratto di tante scuole italiane, da decenni alla deriva. L'ultima seria legge sulla scuola è quella varata nel 1923 da Giovanni Gentile, ministro della Pubblica istruzione nel governo di coalizione nazionale in carica dal 31 ottobre 1922, sulla traccia di quella approntata da Benedetto Croce due anni prima col governo Giolitti. Scuola è disciplina: studio, preparazione e applicazione, come la Scuola dell'Esercito all'Arsenale di Torino, comandata del gen. Claudio Berto. Scuola è educazione dalla ferinità all'umanità, attraverso lungo tirocinio. È palestra (ginnasio): il dominio di sé si raggiunge con impegno e sacrificio.

Nel 1944-1946 furono i “vincitori/liberatori” a imporre in Italia la “nuova scuola”. Ordinarono persino l'epurazione dei manuali, ma non poterono sostituire con i loro “sergenti” presidi e docenti che continuarono la loro “missione”. Il Sessantottismo perpetuo ha poi portato allo sfascio attuale, documentato dal bulletto che tira il cestino dei rifiuti contro la professoressa inerte e rassegnata in un Istituto intitolato a Galileo Galilei, genio perseguitato dalla curia pontificia. Presidi (oggi avvolti nella mantelletta di “dirigenti”, nocchieri di sedi centrali, staccate e periferiche autocefaliche), docenti (alla mercé di allievi e genitori spesso spaesati e spaiati) e personale amministrativo (dalle palpebre quotidianamente abbassate su circolari inapplicabili) celebrano le esequie della Scuola pubblica, ancora per alcuni mesi nelle mani di un ministro immeritevole di menzione.

Dalla buffa zazzera e dallo sguardo più spiritato che ispirato, codesta ministro ha l'attenuante: decenni di invenzioni devianti. Per primo si esibì Giuseppe Bottai, con la “Carta della Scuola”, tanto celebrata dai “fascisti di sinistra” poi transitati in partiti accomunati dal mito dei soviet, di Mao e, perché no?, del socialnazionalismo fatto proprio dal “socialismo reale”. “Fascista critico”, già Bottai mescolò la cura degli orti scolastici alla traduzione dal greco e alla comprensione di un sistema filosofico, come oggi accade con la fatua alternanza scuola/lavoro: due fantasmi evanescenti mentre la disoccupazione giovanile non si schioda dal 36% e i “ni-ni” aumentano.

Lo sfascio fu accelerato dai famigerati decreti presidenziali che nel 1974 istituirono i Consigli scolastici elettivi provinciali, distrettuali e di istituto, dalle elementari alle superiori, in nome di una parità spacciata per democrazia. La Scuola non è né può essere “paritaria” né “democratica”. È trasmissione di cognizioni da chi sa a chi non conosce. È educazione del discepolo da parte del maestro. È responsabilità del maggiore verso il minore. Quei consessi furono la fiera delle vanità. A caccia di chissà quale popolarità e in vista di non si sa quali mete, genitori rampanti organizzarono liste elettorali e stamparono manifesti con le loro faccette per raccattare preferenze. Altrettanto fecero i figli, mentre il personale amministrativo-tecnico-ausiliare (Ata: segretari, assistenti di laboratorio, bidelli) si contese il “posto” riservatogli dalla legge.

Quell'orgia di scambisti fu sterile, perché le scuole tanto ricevevano dallo Stato, tanto potevano spendere. Per di più quei decreti abolirono le benemerite Casse scolastiche che da un secolo avevano fatto beneficenza vera, con tatto e discrezione, aiutando chi davvero ne aveva bisogno: ciò che non fa la Repubblica, che dal suo carrozzone carnevalizio lancia soldi/bonus come coriandoli o caramelle invecchiate.

Il resto è sotto gli occhi. Gli esami di maturità hanno cambiato norme e volto varie volte in pochi anni. Così come sono non servono a nulla. I “test” per la verifica del sapere scolastico nazionale sono un rito come le candelore. L'insieme della pubblica istruzione è un caleidoscopio di istituti che si barcamenano, scuole in abbandono, classi allo stato brado, accampate in edifici ancora solidi se sottratti tempo addietro a monache e a frati, in caserme dismesse o di anteguerra. Quelli di costruzione recente spesso paiono usciti da menti obnubilate che o non sono mai state a scuola o non ne hanno mai capito le necessità fondamentali. Aule per conferenze e palestre nella generalità dei complessi scolastici rimangono aspirazione insoddisfatta.

Così stando le cose, la scuola pubblica muore. Essa nacque con l'unificazione nazionale, con ministri quali Pasquale Villari, Quintino Sella, Michele Coppino, Francesco De Sanctis, Ferdinando Martini..., quasi tutti massoni con buona pace dell'altra riva del Tevere che continua a vedere la Massoneria come “lobby”, quasi i papi non abbiamo mai maneggiato potere, denaro e altro. Per restituire la Scuola alla sua identità originaria occorrono tre rimedi: un ministro serio (una persona colta e competente, come furono Vittorio Emanuele Orlando e il fossanese Balbino Giuliano...) in un governo durevole e dal progetto politico e civile altrettanto serio; il ripristino della sovranità educativa dei collegi docenti presieduti da persone colte e competenti, responsabili della formazione scientifica nella libertà; l'adeguamento delle retribuzioni del personale scolastico al valore della sua missione., mentre oggi più che misere sono offensive. Chi forma il cittadino va remunerato più di chi ne cura gli acciacchi fisici. I malanni del corpo passano, con la guarigione o con la morte. Quelli della personalità di adolescenti e di giovani durano e creano danni irreparabili, come mostra il fanatismo oscurantista di tutti i culti. Per curarli va letta “La Porta Magica di Roma, simbolo dell'Alchimia occidentale” (ed. Olschki) di Mino Gabriele, eccellente candidato al Premio Acqui Storia 2017.

Diversamente le famiglie hanno il diritto/dovere di provvedere in proprio alla scolarizzazione dei figli, trattenendo però dalle tasse quanto allo scopo debbono spendere per scuole private: un mondo,codesto, sempre all'anno zero, anche e soprattutto per la colpevole ignavia della borghesia di recente fortuna, doviziosa per caso, inconsapevole e incapace di un progetto culturale di lungo periodo.

È significativo che nella competizione elettorale in corso in Sicilia il tema dell'istruzione sia pressoché ignorato. Accadrà altrettanto alle elezioni politiche nazionali? Nel frattempo gl'insegnanti vengono mortificati dagli allievi, da genitori incoscienti e da quella parte di scalcinata opinione pubblica che si gonfia le gote con chiacchiere su democrazia e onestà. È la stessa che condannò a morte Socrate, perché rinfacciava agli ateniesi di non capire che la classe politica, i “governanti”, deve essere il meglio della “città”: non espressione di pulsioni tumultose, della “balda gioventù”, di giocose e oscure “piattaforme”, ma anziani fatti saggi dalla vita, dallo studio, dalle armi.

Sarà benemerito chi caccerà i mercanti dal Tempio della Pubblica istruzione, come fece Gesù appena entrato in Gerusalemme, e lo restituirà ai suoi sacerdoti: la Scuola ai docenti. Se lo Stato latita, lo facciano i cittadini, moltiplicando le scuole private.

(da Il Giornale del Piemonte e della Liguria del 5 novembre 2017)

 

 

Piero Cenci, “Quando i giudici non indossavano lo spezzato”, Futura Edizioni, Perugia, 2017, pp. 207, € 14,00

di Salvatore Sfrecola

 

Si legge tutto d’un fiato questo “diario” di Piero Cenci che ci fa conoscere, attraverso le sue esperienze di magistrato che via via assume funzioni sempre più rilevanti sul piano professionale, una personalità ancorata a valori civili e spirituali che emergono con straordinaria efficacia di pagina in pagina, anche quando annota episodi con sottile ironia, a volte con il rimpianto di non aver potuto fare quanto avrebbe desiderato, ostacolato da leggi e o da prassi giudiziarie. Sullo sfondo la quotidianità, l’amore per la sua famiglia, l’affetto per la diletta Marilena, moglie e madre dei suoi figli, la “fortuna” della sua vita.

Aveva scelto di indossare la toga del giudice, l’attività che un tempo con enfasi certamente sincera era definita “sacerdozio civile”, come ricorda Giulio Andreotti nella prefazione ad un libro di Giovanni De Matteo (Vita a rischio di un magistrato), Procuratore della Repubblica a Roma, ai tempi del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, essendo educato, con la parola e con l’esempio, dal padre, carabiniere, al senso dello Stato, al rispetto della legge “con la L maiuscola, senza sofismi e senza furberie”. E grande era stata, dunque, l’emozione al suo ingresso in magistratura che rievoca con semplicità e rara efficacia.

Queste pagine dovrebbero leggerle tutti i magistrati all’ingresso in carriera, perché riflettano sul compito specialissimo che loro è affidato, di applicare le leggi alle quali “soltanto” sono soggetti, come specifica l’art. 101 della Costituzione. Un avverbio che ha una forza straordinaria per affermare, ad un tempo, l’indipendenza di chi è chiamato a punire i delitti e definire il diritto nelle controversie tra privati e l’autonomia della Magistratura, segno distintivo di un regime politico, la misura di uno stato “di diritto”,  come ci ha insegnato Montesquieu. Il quale ha anche spiegato che i giudizi devono essere fissi, “a tal punto da non essere altro che un testo preciso della legge. Se fossero l’opinione particolare del giudice, si vivrebbe nella società senza conoscere con precisione quali impegni vi si contraggono”, quali sono i diritti e i doveri dei cittadini, quali comportamenti vanno tenuti e quali omessi. Altrimenti, verrebbero meno la certezza del diritto e la prevedibilità della sanzione. Per garantire la pacifica convivenza all’interno della comunità, ne cives ad arma ruant, come dicevano i romani, i quali hanno insegnato e continuano ad insegnare al mondo intero che il diritto è la regola della pacifica convivenza e la Giustizia il riconoscere a ciascuno il proprio, come ha scritto Ulpiano (Libro 2, regularum): Iustitia est constans et perpetua voluntas ius suum cuique tribuendi.

Piero Cenci aveva scelto di fare il magistrato nella consapevolezza che sarebbe andato incontro ad una vita “inevitabilmente connotata da sacrifici, solitudine, sofferenza e necessario isolamento sociale”, come avrebbe sentito dire nel fervorino del Presidente della Corte d’Appello che lo aveva ricevuto, insieme ai nuovi uditori, nello studio austero che occupava nel Palazzo che un tempo era stato il prestigioso Convento dei Barnabiti, al centro di Perugia, tra reperti medievali e mobili ottocenteschi. Quarant’anni dopo, in questo diario, Cenci avrebbe scritto che l’autore di quella che gli era parsa una “interminabile litania” tutto sommato “aveva ragione”. I sacrifici li aveva fatti e accettati. Del resto, per dirla con Giovanni Falcone, un uomo o è un uomo o non lo è.

Si era presentato a quell’appuntamento in un rigoroso e austero completo Principe di Galles, avendo dovuto a malincuore rinunciare all’elegante spezzato del quale andava fiero, da cui il titolo del libro. Il Presidente del Tribunale aveva sentenziato, con fare garbato ma fermo, che lo “spezzato” non si addiceva al decoro di un magistrato. Quel completo lo avrebbe accompagnato nel corso del suo uditorato.

Il libro ripercorre, quasi giorno dopo giorno, le molteplici attività alle quali Piero Cenci è stato assegnato nel corso della sua carriera, le emozioni del giovane uditore, la palestra della Camera di consiglio, dove s’impara “il mestiere…nell’angosciosa ricerca della verità”, il peso dei carichi di lavoro esorbitanti, i fascicoli “più rognosi e vetusti”, rifilati ai giovani “freschi di studi e bravi”. Una consuetudine da sempre, ovunque.

Poi le soddisfazioni del pretore, il “più giovane d’Italia”, come aveva scritto Il Resto del Carlino all’atto del suo insediamento. Il Pretore, quella figura antica e possente che nella realtà locale rappresentava un riferimento forte per il cittadino, vicina e autorevole perché il capo di quell’ufficio conosceva persone e cose, soprattutto nelle piccole realtà. Il Pretore, soppresso dall’improvvida riforma del processo del 1998 da un Parlamento “disinformato quanto ideologizzato”, da quel Legislatore che “sarebbe opportuno che qualche volta esca dal palazzo e si confronti con la realtà”. Quel Pretore che “incarnava la giustizia, mediava e risolveva i contrasti, espletava in delega funzioni del Tribunale e della Procura della Repubblica”. La sua eliminazione travolgeva con sé il carcere mandamentale, “un istituto utile per decongestionare le case circondariali e contenere il piccolo delinquente in una realtà il più delle volte autenticamente risocializzante”. Un passaggio che sottolinea la grande umanità di Piero Cenci che sarebbe stata esaltata nel successivo ruolo, difficile e delicato, presso il Tribunale dei minorenni.

In questo senso il Pretore era anche un osservatorio prezioso della vita locale e Cenci ce lo ricorda tra episodi esilaranti e grotteschi, e ci fa intendere come un magistrato di grande preparazione professionale, se assistito da una profonda umanità, possa, come lui ha fatto, riuscire a trattare i rapporti spesso difficili tra le persone cercando di favorire ragionevoli ricomposizioni al di là di contrasti economici o caratteriali. Come quando si occupò di divorzi, cercando di superare difficoltà psicologiche spesso ancorate a ragioni le più varie, nel tentativo di portare pace tra le coppie. Ciò che era possibile in una piccola sede, meno in un grande tribunale, non tanto per il numero delle cause iscritte a ruolo quanto per l’anonimato che nelle grandi città circonda le persone che il giudice non conosce. E s’imbatte anche nei divorzi “programmati”, quelli tra un vecchietto, spesso tratto da un ospizio nel quale era stato parcheggiato, e la giovane, di solito proveniente dall’Est europeo. Non si erano mai conosciuti, e non solamente in senso biblico ovviamente, altro che in tribunale nel corso di un’udienza necessariamente breve perché ogni tentativo di conciliazione non era prevedibile.

Poi il tirocinio presso la Procura della Repubblica, costellato di episodi che il lettore apprezzerà anche per il garbo e l’ironia con il quale vengono narrati, come nel caso di una presunta violenza carnale che, nella narrazione della “vittima”, sarebbe avvenuta di giorno, in pieno centro, e fin qui nulla di strano. Ma confusa nella descrizione dell’aggressione, da parte di un uomo che, mentre con una mano le tappava la bocca, con l’altra le serrava i polsi, e con un’altra le sollevava la gonna. Fu evidente che, mancando la prova che il presunto stupratore fosse figlio della Dea Kalì, la vicenda apparve subito poco verosimile, pur tenendo conto della concitazione del racconto e l’orrore del fatto in sé.

E poi c’è Piero Cenci nella sua esperienza di magistrato presso il tribunale dei minorenni, Procuratore della Repubblica e poi Presidente, testimone di sofferenze grandissime, delle famiglie, dei giovani, non di rado vittime di abusi, violenze e sopraffazioni, e il suo sentirsi impegnato a trovare per tutti una condizione di vita possibile, aperta al futuro, a prospettive di soddisfazione di soggetti spesso ai margini della società, ai quali desiderava restituire l’umanità smarrita, non solo per i minori in stato di abbandono. Il dolore delle adozioni internazionali, la difficoltà di decidere quando intervenivano fattori diversi, in presenza di donne africane o sudamericane dai rapporti difficili con il “compagno” italiano, a quelle spesso dedite alla prostituzione, un “lavoro” difficilmente conciliabile con la cura degli adempimenti materni.

C’è anche lo spazio per le vicende emerse nell’ambito di famiglie musulmane, di madri segregate, considerate oggetti in una cultura millenaria lontana dalla nostra, dai valori della società che attraverso il diritto romano e l’insegnamento cristiano ha messo al centro la persona.

Anche il capitolo dei rapporti con i colleghi, con le loro diversità caratteriali sono di grande interesse. Cenci mette in risalto soprattutto l’ironia, in particolare dei partenopei, impegnati spesso a sdrammatizzare, perché il dolore sotteso ad alcune cause non si trasformasse nei giudici in una ansiosa partecipazione, al di là del desiderio di applicare la legge nel modo più consono per gli interessi generali e delle persone. Nel contesto professionale c’è spazio per l’attenzione riservata al confronto delle idee e delle prassi operative maturato anche nei corsi di aggiornamento organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura e nei convegni di studio ai quali ha partecipato.

Ho conosciuto Piero Cenci nei primi anni 90 quando il mio ufficio di Procuratore Regionale della Corte dei conti per l’Umbria aveva sede nello stesso immobile, pur in una diversa ala, che ospitava anche il Tribunale dei minorenni. Eravamo accomunati dagli orari, spesso prolungati fino a serata inoltrata. Nel corso della giornata a volte approfittavamo di una pausa caffè, tra una udienza ed un interrogatorio (da noi si chiama audizione), per confrontare le nostre diverse esperienze e per scambiarci qualche impressione sui concerti del Conservatorio di Perugia, nell’aula magna dell’Istituto o al Teatro Morlacchi, dei quali eravamo assidui frequentatori. Favoriva la nostra amicizia anche questo idem sentire per la musica, da entrambi ritenuta espressione altissima di un’arte straordinaria capace come poche di arricchire l’umanità delle persone e di rasserenarle sulle note di Mozart e Beethoven e dei grandi compositori italiani, da Verdi a Puccini, a Rossini. Ce li presentava il maestro Giuliano Silveri, Direttore del Conservatorio, attraverso le pregevolissime performance dei suoi giovani allievi e dei più esperti docenti. In quelle occasioni lo accompagnava Marilena. Conobbi anche i suoi figli, soprattutto Daniele che ne avrebbe ereditato la toga, un’emozione straordinaria che ci accomuna, perché anch’io ho indossato per anni la toga di mio padre, magistrato della Corte dei conti.

In questo libro è Piero Cenci, con la sua umanità, il suo carattere di uomo sobrio, come appare dalla prosa, dal gusto per l’aneddoto, per ricordare ma anche per far riflettere tutti sul ruolo, difficile e impegnativo di chi ha scelto la professione del giudice con tutte le difficoltà proprie delle decisioni che è chiamato ad adottare. Perché a quell’uomo che pronuncia “in nome del Popolo Italiano” si chiede di essere indipendente ma anche di apparire tale, come lo vogliono i cittadini. Incurante di una certa impopolarità che naturalmente accompagna chi commina sanzioni e dirime diritti, per l’ovvia considerazione che colui che le subisce o chi non si vede riconosciuta una posizione giuridica che riteneva di poter pretendere, quasi mai “ci sta”.

Di Piero Cenci si potrebbe ripetere con le parole di San Paolo (Seconda lettera a Timoteo, 4,7) Bonum certamen certavi, cursum consummavi, fidem servavi.

8 novembre 2017

 

P.S. Il libro è stato presentato ieri pomeriggio in una gremitissima Sala dei Notari nel corso di un evento patrocinato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati e dal Comune di Perugia, da me, quale autore di una delle prefazioni, insieme a Monsignor Fausto Sciurpa, Presidente del Capitolo della Cattedrale di Perugia, al Prof. Luigi Ferrajoli, Emerito di Filosofia del diritto presso l’Università di Roma Tre, all’avv. Maria Giovanna Ruo, Presidente di CamMiNo, Camera Nazionale Avvocati per la Famiglia ed i Minorenni ed all’Editore Fabio Versiglioni. Saluti sono stati portati ai convenuti dall’Avv. Andrea Romizzi, Sindaco di Perugia, da S.E il Cardinale Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia e dall’avv. Gianluca Calvieri, Presidente dell’Ordine degli Avvocati.

Ha concluso il dottor Daniele Cenci, Consigliere della Corte di Cassazione, figlio del Presidente Cenci.

 

 

 

L’Italia verrà presa sul serio

solo continuando a restare unita

Le richieste autonomiste sono giuste,

ma se ci dividiamo diventeremo l’anello debole d’Europa

di Salvatore Sfrecola

 

L’anello “debole” dell’Europa rischia di diventare debolissimo. L’Italia, cui spesso è associato quell’aggettivo per indicare soprattutto la scarsa incisività della politica nazionale nel contesto europeo e l’insufficienza del PIL, appare ancor più precaria, alla vigilia di elezioni che potrebbero aprire una stagione di incertezze per la difficoltà di produrre una maggioranza forte e coesa. Si rafforzano le ipotesi di accordi strumentali alla conquista del potere con finalità di tutela di interessi non esplicitati agli elettori. “Inciuci”, nella migliore delle ipotesi, anche per evitare una stagione “alla spagnola”, con ripetute consultazioni alla ricerca di una maggioranza sempre sfiorata, per cui il governo di Mariano Rajoy si regge sull’astensione del Partito socialista. Di maggioranze impossibili si sente dire nel contesto tripolare in cui centrodestra, PD e M5S nei sondaggi sostanzialmente condividono percentuali simili.

Ma questa è anche la stagione dell’insufficienza di identità nazionale, componente essenziale della forza morale e politica di un popolo che si sente tale proprio perché nazione. Anche nella patria dei mille campanili, che richiamano storie diverse dal Nord al Sud ed all’interno di quelle aree. Se si pensa ai “convenuti dal monte e dal piano…  cittadini di venti città” che si ritrovarono a Pontida per schierarsi in difesa della autonomia dei loro Comuni contro Federico I, il Barbarossa, all’esperienza dei comuni toscani o alle “città libere” della Puglia. Mentre altrove, dinastie locali non guardavano oltre l’orizzonte pur di mantenere il potere si facevano vassalle di potenze straniere, dalla Francia all’Austria alla Spagna, nella assoluta indifferenza dei popoli. Per cui il noto adagio “Franza o Spagna purché se magna”.

Eppure, ad oltre 150 anni dall’unità, insorgono a minarne le fondamenta ed il futuro polemiche localistiche, dalla contestazione dei plebisciti che decretarono le annessioni al Regno d’Italia, al riconteggio dei “sì” all’annessione, dimenticando che il senso della Patria seguiva il pensiero di pochi intellettuali. Tra i primi i cattolici, da Vincenzo Gioberti ad Antonio Rosmini, e i laici come il genovese Giuseppe Mazzini, il lombardo Carlo Cattaneo e il siciliano Francesco Ferrara esule in Piemonte. E poi Camillo Benso Conte di Cavour, Massimo d’Azeglio, Luigi Carlo Farini, dalmata, un elenco infinito di cuori e di intelligenze che da ogni parte d’Italia, come il “grido di dolore” che percepiva Vittorio Emanuele II, si levarono a propugnare l’unità.

Cosa non ha funzionato se c’è chi rivendica la propria storia, la propria cultura, le proprie tradizioni? Fa bene a farlo: questa è la nostra ricchezza. Ma perché demonizzare l’unità cambiando i nomi a strade e piazze, eliminando statue? Per alimentare divisioni che minano la coesione e l’immagine del Paese e la capacità di essere patria comune dalle Alpi al Lilibeo nell’Europa che tante patrie vuole rappresentare consapevole delle comuni radici che la Convenzione europea, chiamata a scrivere la prima Costituzione, non ha voluto incastonare nel preambolo, e definire “cristiane”. Nonostante la consapevolezza diffusa che quelle radici, nate sulle sponde del mar Egeo alimentate dal diritto di Roma, hanno permeato l’Europa.

Cosa non ha funzionato? Certo tanto, molto in una Repubblica che nella Carta “riconosce e promuove le autonomie locali” ma non riesce a dare corpo al principio di responsabilità che esalta la politica nelle periferie operose, senza che venga meno la solidarietà per le aree svantaggiate in forme assistenzialistiche. Autonomia, dunque, e responsabilità verso la comunità locale e nazionale. In forza di un nuovo modo di governare, di un nuovo patto tra gli italiani. Ed allora ecco che Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti parlano di nuovo risorgimento, e Matteo Salvini scende al Sud per una Lega che vuol essere “nazionale” porti ovunque le esperienze virtuose delle aree più ricche del Paese. Un nuovo risorgimento perché siamo in tanti a sentire fastidio nella definizione di “anello debole” e non risorsa preziosa dell’Europa attribuita all’Italia, che vorremmo porta aperta sull’Oriente come avevano immaginato uomini di pensiero ed azione, da Federico II, che alle soglie del Medio Evo immaginò rapporti diplomatici e commerciali con quei mondi ma con assoluta fermezza nella difesa dell’identità, a Cavour che volle unificare l’Italia per renderla prospera e protesa verso l’Europa e l’Oriente.

(da La Verità dell’1 novembre 2017, pagina 15)

 

CIRCOLO DI EDUCAZIONE

 E CULTURA POLITICA

REX

“il più antico Circolo Culturale della Capitale”

***

Inaugurazione 70° ciclo conferenze 2017-2018

Domenica 5 Novembre, ore 10.30

 

Sen. Prof. Domenico Fisichella

relatore sul tema

“Europa, Italia, sovranità”

 

Sala Italia, presso “Associazione Piemontesi a Roma”,

via Aldrovandi 16 (ingresso con le scale), o 16/B (ingresso con ascensore)

 

 

Su Caporetto gli storici si dividono

 da 100 anni

 

La battaglia cosiddetta di Caporetto è stata oggetto nel corso del tempo di interpretazioni diverse. Ed ancora oggi non si rinvengono valutazioni univoche dei fatti e degli antefatti, intendendo con questa parola la conduzione della guerra nel corso dei mesi e degli anni precedenti. Una guerra “nuova”, combattuta con strategie e tattiche diverse rispetto a quelle del Risorgimento e soprattutto con armi nuove. Basti pensare all’uso della mitragliatrice che ha modificato in misura significativa il modo di combattere, come dimostra il famoso film di Stanley Kubrick “Orizzonti di gloria”. Ma come sapevamo dalla guerra di secessione americana di oltre cinquant’anni prima.

Tra le tante questioni oggetto di riflessioni la cultura militare dei nostri generali e la mancanza di coordinamento, peraltro già vista in altre battaglie e in altre guerre. Da evitare, in ogni caso, la difesa ad oltranza per “amore della Patria” di comportanti a dir poco inadeguati e la denigrazione delle forze armate e dei suoi comandanti consueta a certi ambienti “politici”, riversati anche in opere di carattere storico.

Sbagliano gli uni, sbagliano gli altri.

Personalmente ritengo che sia sempre necessario sottoporre a rigorosa verifica fatti controversi perché se ci sono stati errori non si ripetano. Perché è sempre necessario approfondire i fatti per correggere eventuali disfunzioni, soprattutto quando riguardano aspetti del funzionamento delle istituzioni, come quelle che presiedono alla sicurezza nazionale e alla tutela degli interessi di una Nazione. I grandi stati hanno sempre fatto così. Sugli eventi di Caporetto ci fu una specifica commissione d’inchiesta come sulle spese militari che rivelò, come aveva denunciato Giovanni Giolitti, corruzione e sprechi. Ho intitolato un mio articolo “Non solo eroi ma anche corrotti e corruttori”. Niente di nuovo, dunque, sotto il sole. Allora e dopo.

Pubblico, pertanto, volentieri lo scritto del Professore Aldo M. Mola, editoriale de Il Giornale del Piemonte e della Liguria, di oggi 22 ottobre 2017, un contributo che sicuramente i nostri lettori avranno modo di apprezzare.

Salvatore Sfrecola

 

Da Caporetto alla Vittoria

di Aldo A. Mola

 

Cent'anni dopo diciamo la verità: Caporetto non fu affatto “Caporetto”, “la madre di tutte le disfatte”, la condanna dell'Italia a sentirsi “bella e perduta”, da sempre e per sempre. Chi lo scrisse e lo ripete è disinformato o in malafede. Tanti manuali echeggianti il Sessantottismo perenne, ripetono la litania di un'Italia perpetuamente perdente: Custoza (1848 e 1866), Novara (1849), Lissa (1866), Adua (1896), Sciara-Sciat e poi, appunto, la ritirata dall'Isonzo al Piave (24 ottobre-8 novembre 1917) e, s'intende, l'8 settembre 1943, la “fuga di Brindisi”, ecc. ecc. Così l'Italia viene avvolta in lugubri panni anziché nel tricolore.

Caporetto? Venne già scritto tutto nella famigerata “Inchiesta” varata nel gennaio 1918, in piena guerra. Mentre l'Esercito preparava la riscossa, una Commissione presieduta dal generale di esercito Carlo Caneva (nel 1912 esonerato dall'inconcludente comando della guerra contro l'impero turco) mise alla gogna il Comandante Supremo, Luigi Cadorna, quello della Seconda Armata, Luigi Capello, e molti generali e ufficiali superiori, rimossi dagli incarichi e “messi a disposizione”. Da mesi Cadorna rappresentava l'Italia a Versailles. Godeva della massima stima a livello internazionale (anche da parte dei condottieri nemici, che lo attestarono nelle loro memorie) ma i politicanti nostrani volevano azzannare l'osso. Morso dopo morso, sarebbero arrivati al comandante della Terza Armata, Emanuele Filiberto di Savoia duca d'Aosta, e al re stesso, Capo dello Stato e garante dell'unità nazionale all'interno e all'estero, in un mondo nel quale l'Italia aveva alleati ma nessun amico. Il re, come mostrò nell'incontro di Peschiera l'8 novembre 1917, tenne nervi saldi mentre tutto sembrava crollare. Lo documentano le introduzioni alla ristampa anastatica dell'Inchiesta su Caporetto, pubblicata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito col contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Saluzzo e dell’Associazione di Studi sul Saluzzese. Il re aveva una visione chiara delle sorti dell'Italia: dopo il cattivo, arriva sempre il bel tempo. Dopo la siccità arriverà la pioggia. Bisogna resistere, come dopo Caporetto dissero orgogliosamente alla Camera Vittorio Emanuele Orlando e Giovanni Giolitti, con il consenso del socialista Filippo Turati (“anche per noi la patria è sul Piave”) e dei cattolici, capitanati dal milanese Filippo Meda, memori che “bastone tedesco Italia non doma”. Nei giorni drammatici l'ormai anziano Leopoldo Franchetti, patriota a 24 carati e senatore del regno, si uccise col rimorso di aver voluto l'intervento. Anche il socialriformista Leonida Bissolati fu sull'orlo dell'abisso. Erano persone colte e responsabili. Contrariamente a quanto si è detto e ancora si ripete in evocazioni ripetitive, a reggere fu proprio la “macchina militare”, che attuò la manovra da anni messa a punto da Cadorna e conclusa con la battaglia di arresto del nemico “sulla Piave”, come egli amava dire.

Caporetto non fu ha ritirata, non una “disfatta”. Fu una battaglia perduta come ne ebbero tutti gli eserciti in lotta. Con una profonda differenza, però. L'Italia era entrata in guerra per una decisione discutibile e persino deprecabile, sulla base dell'accordo (arrengement) del 26 aprile 1915 con l'Intesa contro gli imperi centrali, suoi alleati dal 1882. Il governo (Salandra-Sonnino) azzardò l'intervento il 24 maggio nell'illusione che il conflitto sarebbe terminato entro l'autunno stesso. Povera di risorse per il suo sistema industriale e persino per l'alimentazione, con domini coloniali remoti e indifendibili (Tripolitania, Cirenaica, Eritrea, Somalia...), essa era presa alla gola da alleati e avversari, chiusa tra Gibilterra, Malta, Cipro e Suez, tutte “piazze” in mano inglese. Per capirne le scelte bisogna guardare la carta geo-storica dell'epoca. Da quando l'Italia scese in campo al novembre 1918 i suoi nuovi alleati non compirono alcuna azione navale contro la flotta astro-ungarica nell'Adriatico. Decisero di aiutarla solo quando ne temettero il crollo: a le loro divisioni arrivarono quando gli italiani si erano già riorganizzati.

Per comprendere quanto accadde dopo Caporetto bisogna poi osservare una carta del dopoguerra. Con una premessa, però: la vittoria nacque dalla resistenza del “Paese Italia”, dalla sua tenacia, dal ferreo comando di Armando Diaz (niente affatto più “tenero” di Cadorna, come attesta l'amministrazione della giustizia militare nel 1917-1918) e per molti aspetti persino più aggressivo e con determinazione più spietata, dagli Arditi ei corpi speciali degli Alpini e via continuando, inclusa l'aviazione che tra i molti eroi contò Francesco Baracca.

Chi guardi quella carta vede un fatto inoppugnabile. Esattamente dodici mesi dopo Caporetto l'Esercito italiano passò all'offensiva, travolse l'armata nemica e impose l'armistizio all'impero asburgico con la clausola strategica: la facoltà di attraversare in armi l'Austria per aggredire la Germania da sud. Ma i tedeschi avevano tutte le loro forze schierate sul fronte occidentale, contro i franco-anglo-americani. Perciò chiesero l'armistizio a confini inviolati. Il kaiser dovette riparare in Olanda. Il Paese collassò tra ammutinamenti, insurrezioni, rivoluzioni: il caos generò il mito del tradimento e l'ascesa del nazional-socialismo, tenuto per le dande dal feldmaresciallo Hindenburg, massonofago. Quella stessa carta mostra l'altra evidenza: la Grande Guerra vide sparire l'impero russo, dilaniato dalla guerra civile tra