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Un Sogno Italiano venerdì, 30 luglio 2010 ultimo aggiornamento

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"Non è la libertà che manca,
mancano gli uomini liberi".
(Leo Longanesi, 1956)

 

 

 

 

 

Fini: né tattica né strategia

di Senator

 

     Fin dai prossimi giorni sarà possibile capire se l’azione di Fini, di contestazione del premier e della maggioranza, su temi significativi del modello di governo Berlusconi, dall’uso continuo dei decreti legge ai maxiemendamenti che espropriano il Parlamento del suo ruolo principe di legislatore, il ricorso reiterato al voto di fiducia nonostante la consistenza della maggioranza, corrisponda ad una strategia o non abbia espresso piuttosto azioni avulse da una visione complessiva dello scenario politico.

     Gianfranco Fini indubbiamente ha condotto una battaglia nella quale crede, che corrisponde alla sua storia, alla storia di quella parte dello schieramento politico che si è tradizionalmente collocata a destra, indipendentemente dalla autenticità della matrice culturale e dai riferimenti ideali al pensiero tradizionale della destra italiana.

     È uscito allo scoperto dopo aver inghiottito tanti rospi nella legislatura 2001-2006, quella dell’“Occasione mancata”, quando ha occupato a Palazzo Chigi la poltrona di Vicepresidente del Consiglio a lungo senza deleghe per trasferirsi poi alla Farnesina, una bella ma inutile vetrina per un leader di partito con “ulteriori” ambizioni. Insomma in quegli anni ha sprecato occasioni e dissipato un patrimonio di valori, quelli cristiani innanzitutto dei quali si era detto difensore nella sede della Convenzione europea, quando aveva rivendicato le “radici cristiane” dell’Europa, da mettere nel preambolo della Costituzione.

     In quegli anni Berlusconi si deve essere fatto l’idea che Fini sia un personaggio politicamente innocuo. Immagine accattivante, buon parlatore, garbato (quando vuole) contraddittore nelle tavole rotonde, interventi televisivi, un’immagine di successo. Anche se di poco contenuto, al di là del ricorrente richiamo alla Patria “terra dei padri”.

    Abilissimo nel captare ciò che vuole la gente che lo ascolta che inevitabilmente soddisfa nell’immediato, tranne poi a chiedersi cosa abbia detto, Fini appare uomo più versato nell’intervento tempestivo su temi che lo possono tenere sulle prime pagine dei giornali uno o due giorni. È tattica? È lecito dubitarne, dal momento che per un uomo politico con evidenti ambizioni di leadership nazionale ogni intervento dovrebbe essere collocato in una visione più ampia rispetto all’iniziativa del giorno. Cioè ogni iniziativa, grande o piccola, dovrebbe essere parte di una strategia, un tassello di un mosaico dai colori certi. Nel senso che la tattica non è, e non può essere, avulsa da un contesto più ampio. La tattica senza strategia è fine a se stessa, non è neppure tattica è solo un’incursione corsara nel mondo politico.

     Ora Fini, al quale tutti abbiamo dato credito per le sue iniziative di richiamo alle regole della democrazia parlamentare, quelle che disturbano molto il Cavaliere-imprenditore, non appare dotato di una visione strategica della politica italiana, ad oggi dominata dalla figura di Silvio Berlusconi. Un uomo che piace a molti, troppi italiani perché anticomunista, ricco e donnaiolo, al quale si perdonano perfino le marachelle che hanno interessato la magistratura. In fin dei conti appare agli occhi della gente un “dritto”, che si fa gli interessi propri e che molti sperano si ricordi anche di quelli degli italiani.

     Fini, che ha ritenuto Mussolini il più grande politico del secolo scorso forse ha pensato che l’appeal di Berlusconi, come quello del Duce, sia tutto sommato fragile in un Paese dove lo sport più diffuso è quello del salto sul carro del vincitore. Sicché gli italiani, in camicia nera fino al 25 luglio 1943, l’hanno cambiata in rossa o bianca il giorno dopo. Gli “ante marcia” (su Roma) si sono presto riconvertiti in antifascisti “da sempre”.

     Così Fini deve aver fiutato che la stella di Berlusconi è destinata a breve a tramontare, vuoi per l’età del premier e per le ricorrenti preoccupazioni di salute, vuoi per le dure misure economiche assunte dal governo in una realtà che fino al giorno prima era stata definita virtuosa, tanto che la crisi era passata. Un annuncio che è stato dato dal premier di tanto in tanto, fino alla vigilia del decreto legge anticrisi, ed al quale gli italiani sono sempre meno disposti a credere.

    Che farà adesso Fini, sfiduciato da Berlusconi in un percorso politico senza ritorno?

     Gli scenari possibili sono quelli di un governo che va avanti ansimando, con l’incubo dell’agguato parlamentare che la pattuglia dei finiani certamente si appresterà a preparare. In queste condizioni il Cavaliere potrebbe essere indotto a provocare una crisi per andare ad elezioni anticipate, una scelta, tuttavia, pericolosa perché potrebbe limare ulteriormente l’attuale maggioranza e restituirgli numeri, alla Camera ed al Senato, molto risicati, da Governo Prodi, con l’effetto di una pratica ingovernabilità.

     Il Cavaliere potrebbe anche scegliere la strada di favorire un esecutivo tecnico in vista di elezioni ad un anno, nel corso del quale potrebbe ricompattare le fila dei suoi. Scelta, tuttavia, pericolosa per chi ha costruito un partito e gruppi parlamentari formati da dipendenti, amici, amici degli amici, senza esperienza politica, personaggi spesso velleitari e disinvolti, facili ad interessare la magistratura.

     Indubbiamente a stare peggio è il Cavaliere, assediato, più che dai giudici, da quella pletora di mezze figure che ha messo in campo, molte delle quali ha costretto ad improbabili difese dell’indifendibile. Non parlo del patetico Bondi, ma di parlamentari come Maurizio Lupi, costretto a deprimenti maratone televisive ed a poco dignitose difese d’ufficio della politica del governo e della maggioranza.

    Non è facile immaginare gli scenari futuri. La storia insegna che può accadere di tutto, ad esempio che i moderati possano trovare un leader nuovo, capace di restituire dignità alla politica italiana e fiducia a questo Paese che ha avuto al vertice delle istituzioni personaggi di elevato senso civico e i grande capacità di governo. Nel momento in cui ricordiamo i centocinquant’anni della storia dell’Italia unita guardando indietro a chi si è auto qualificato il miglior Presidente del Consiglio della storia d’Italia ne troviamo di molti altri dai quali si può imparare se non altro il rispetto della legalità e l’attenzione per le aspettative dei cittadini.

30 luglio 2010

 

 

 

Fini verso la disfatta?

di Senator

 

     La vignetta di Giannelli sul Corriere della Sera di oggi è spietata. Una pattumiera il cui coperchio, non completamente chiuso, lascia intravedere materiale vario con in bella mostra una foto di Fini. Il titolo "Finì", non è nuovo e immagina un possibile scenario, l'uscita dalla  scena politica dell'ex leader di AN, a conclusione della querelle che l'oppone al Cavaliere, sul merito e sul metodo dell’azione politica del Popolo della Libertà.

     A Silvio Berlusconi che, scrive l’ANSA, “mette nero su bianco una dura censura politica contro Gianfranco Fini ed i suoi fedelissimi” il Presidente della Camera lancia, in limine, un ramoscello d'ulivo, un invito alla tregua con l’auspicio di poter confermare, insieme al Cavaliere, l'impegno con gli elettori, senza inutili ''mattanze”.

    Forse siamo fuori tempo massimo. La tregua, se non la pace, sono possibili e gioverebbero al solo Berlusconi, che ne trarrebbe il vantaggio di dimostrare che Fini è venuto a Canossa, che il giovanotto indisciplinato ed effervescente ha, in fine, riconosciuto la sua leadership e torna ad allinearsi, come ha fatto sempre negli anni passati, magari sacrificando qualcuno dei suoi più indisciplinati e riottosi, da Bocchino a Granata, che avevano dimostrato di essere più realisti del re, o meglio più presidenzialisti del presidente, considerata la fede repubblicana dell’ex leader di AN.

     ''Qui sto e qui resto”, dice Fini. E rivendica il ruolo di cofondatore del partito, dimenticando che all’annuncio della sua costituzione aveva detto “siamo alle comiche finali”. Una mossa allora sbagliata, come ha scritto questo giornale, se subito dopo è entrato a farne parte.

     La pace con il Cavaliere è la fine politica di Fini che ha condotto nei mesi scorsi una guerra corsara contro Berlusconi e i berluscones, evidentemente senza avere una strategia politica precisa. Solo tattica, come da abitudine, che non gli consente oggi un agevole riposizionamento nel Pdl, mentre gli preclude ogni rapporto con le varie anime del centro e della sinistra moderata e riformista che sembrava aver curato nei mesi scorsi e che potevano accompagnare una crescita politica tra gli schieramenti, facilitata dalla posizione istituzionale rivestita.

     Perché se Fini avesse voluto, invece, operare nel partito, anche in vista della successione a Berlusconi, avrebbe dovuto scegliere la strada, che avevamo indicato all’indomani delle elezioni, di assumere una posizione forte nel governo, per essere, oltre che confondatore del partito, cogestore dell’esecutivo, con un ruolo di primo piano, non la vetrina sbiadita degli esteri, scelta nella passata legislatura per soddisfare la vanità dell’apparire che tanto gli piace, ma un ministero-che-conta, l’interno, l’economia, la difesa, dove scaldarsi i muscoli per proseguire nella scalata verso Palazzo Chigi o il Quirinale.

     Soprattutto la Difesa, che ha preferito assegnare al modestissimo La Russa, avrebbe dato all’ex leader di AN. quella visibilità internazionale che gli serve, insieme alla possibilità di spargere semi politici virtuosi sul territorio nazionale che può visitare quotidianamente, tra un comando dei Carabinieri, un aeroporto e una base della Marina. Una posizione politica di tutti rispetto, considerato che la Difesa concorre all’ordine pubblico attraverso i Carabinieri e partecipa ai grandi progetti della tecnologia più avanzata nell’informatica e nella meccanica in collegamento con la migliore industria tecnologica del Paese.

     Ha preferito, invece, assumere la terza carica dello Stato, credendo di crescere politicamente per le giuste battaglie sull’abuso dei decreti legge e dei voti di fiducia, senza pensare che quanto cresceva nell’apprezzamento di chi ha senso dello Stato altrettanto scendeva nella considerazione del Cavaliere che, quanto a senso delle istituzioni, è prossimo allo zero.

     Un calcolo sbagliato, quello dell’ex leader di AN, che non si capisce da chi sia consigliato in queste scelte che non tengono conto della realtà della politica italiana e del ruolo del Cavaliere, vero padre-padrone del partito che fa a lui esclusivo riferimento.

     Di fronte alla scelta, se rimanere fuori come Casini o intrupparsi nel nuovo partito, Fini ha scelto l’unica strada per lui possibile, ormai senza partito e senza gregari, ma l’ha fatto nel peggiore dei modi, pensando di poter fare il corsaro della politica con incursioni su temi sensibili, non solo alla gente ma anche al Cavaliere, che li considera cosa sua e non tollera censure.

     Arriviamo al dunque, ad uno scenario che in ogni caso vedrà Fini ridimensionato se non umiliato dallo strapotere del Cavaliere che sperava di erodere da Montecitorio mentre avrebbe dovuto costruire una sorta di diarchia di fatto che, se avesse avuto buoni consiglieri, lo avrebbe portato ad essere oggi una riserva affidabile della Repubblica.

     Una buona dose di presunzione e scarse letture di politica e storia lo costringono oggi in un cul de scac dal quale sarà arduo emergere.

29 luglio 2010

 

 

 

 

 

Il malessere nel Pdl

Se il dissenso viene demonizzato

di Senator

 

     “Stupisce che un partito che porta la “libertà” nel suo nome si esprima con tanta disinvoltura con il linguaggio dell’espulsione, della radiazione, dell’epurazione. Il partito che caccia via chi dissente è leninista, non liberale”. Le parole con le quali Pierluigi Battista ha avviato la sua riflessione su “Dissenso e probiviri”, ieri l’altro, sul Corriere della Sera, delinea in modo non equivoco la situazione nel Popolo della Libertà mentre cresce la tensione intorno alle vicende di corruzione e di malamministrazione che il leader non riesce ad affrontare ma deve subire, come nei casi dei Ministri Scajola e Brancher, condannato stasera dal Tribunale, e del Coordinatore Verdini. D’altra parte per un Ministro, Fitto, è stato richiesto l’arresto e in giro per l’Italia esponenti vari del partito di maggioranza sono inquisiti o sospettati di aver approfittato delle cariche pubbliche a fini privati, personali o di amici e parenti. Con la conseguenza che, agli occhi degli italiani, gran parte della classe politica appare come una consorteria di affaristi, di persone che hanno perseguito cariche per fare affari o per farli fare impunemente, in un’orgia di conflitti d’interesse paurosa.

     È un’immagine della classe dirigente al governo che danneggia le tante persone perbene che sono scese in politica per perseguire obiettivi di interesse generale, che s’impegnano quotidianamente per il bene comune, seriamente.

     Non giova all’immagine della classe politica neppure la polemica alimentata dal premier contro le correnti, definite sbrigativamente “metastasi” della democrazia.

     La presenza di gruppi organizzati all’interno dei partiti, spesso con proprie sedi e pubblicazioni, è stata sempre guardata con sfavore dai capi dei partiti che vi hanno visto una limitazione del loro potere, realtà con le quali fare i conti per continuare a gestire le scelte elettorali e di governo.

     È chiaro che in un sistema politico che ha eliminato il voto di preferenza, dove deputati e senatori sono, in realtà, nominati e non eletti, in dipendenza dalla particolare posizione nella quale sono collocati nell’ambito della lista ad iniziativa dei segretari di partito è evidente che la nascita di una corrente è considerata con grande sfavore, come elemento di disunione che il leader carismatico non può tollerare.

     Ecco, allora, il tentativo di mettere al bando questo o quello che prende iniziative autonome, attiva un dibattito, magari polemico, per affermare una posizione culturale diversa. Così a destra ed a sinistra si cerca di zittire chi dissente. È stato così per Paola Binetti nel Partito Democratico, quando fece mancare il suo voto alla norma sull’omofobia, tocca adesso al “finiano” Fabio Granata, reo di un vero e proprio “delitto d’opinione”, una tesi controversa, certamente discutibile per la quale rischia il deferimento ai probiviri del partito, secondo l’iniziativa assunta da alcuni “colleghi” che non hanno gradito i dubbi manifestati dal parlamentare sulla sincerità di alcune iniziative di lotta alla mafia.

     È pericoloso cercare di tappare la bocca a chi non è perfettamente allineato, un segnale illiberale che potrebbe imbarbarire la vita politica all’interno di partiti nei quali dovrebbe essere assicurato il più ampio confronto, con il limite dell’ingiuria personale e della diffamazione politica o dell’intelligenza con l’avversario politico per far franare una iniziativa politica.

     Non ci piacciono i giudizi sommari, non sono degni del pluralismo che ha sempre caratterizzato la vita politica italiana, che può aver limitato la governabilità del Paese, ma ha certamente arricchito il dibattito politico. La governabilità, la stabilità della maggioranza si perseguono con altri mezzi, con una legge elettorale che assicuri una rappresentanza parlamentare solida al partito o alla coalizione che ottiene il maggior consenso elettorale e con un sistema di pesi e contrappesi che diano rilievo al ruolo delle istituzioni. “Ci si comporta come una fortezza assediata dove il nemico più insidioso è quello “interno” – ha scritto Battista -, additato come il principale responsabile delle difficoltà in cui versa il partito (e il governo). La sindrome dell’accerchiamento trascina sempre con sé l’invocazione del giro di vite, l’illusione che una stretta repressiva abbia un valore pedagogico e scongiuri la diffusione del dissenso”. Considerato che è proprio dei movimenti di grandi dimensioni presentare una varietà di interpretazioni delle esigenze della società, avendo un saldo ancoraggio su alcuni principi di fondo. Purtroppo né il Pdl né il Pd hanno una base ideologica forte, principi etici e giuridici largamente condivisi. In entrambi i casi quei partiti sono nati da aggregazioni occasionali o occasionate di persone e gruppi con storie diverse, spesso distanti anni luce, come i socialisti, i liberali e gli ex Dc aggregati da Berlusconi, i paleo e i post comunisti, i cattolici “di sinistra” ed i radicali messi in campo da Veltroni alla ricerca di un “nuovo” partito che non è mai nato.

     Traballa la maggioranza quando Fini richiama i valori della legalità e dello Stato di diritto, sbanda il Partito Democratico per il quale l’antiberlusconismo non è più un collante sufficiente per fare opposizione. Cioè per presentare agli italiani un programma di governo alternativo. È una regola della democrazia che non abbiamo ancora imparato e che appare sempre più lontana, tra un Berlusconi che continua a ritenersi “prestato” alla politica ed un politico, Bersani, che non riesce ad apparire un credibile futuro Presidente del Consiglio, leader di quel Governo ombra che da sempre anima il dibattito politico al di là della Manica dove, dobbiamo dirlo, è nata e prospera la democrazia liberale, della quale il Cavaliere si riempie la bocca, sempre meno disponibile ad ascoltare la voce di chi dissente, anche, e soprattutto, se è la terza carica dello Stato.

28 luglio 2010

 

 

 

Un magistero "di persuasione"

L'intervento del Capo dello Stato: ragionevole ottimismo

di Salvatore Sfrecola

 

     L'intervento del Presidente della Repubblica alla cerimonia dell'omaggio del ventaglio da parte della stampa parlamentare è di quelli che continueranno a suggerire commenti. Per cui torno anch'io, non per sottolineare ancora il ruolo di garante dell'equilibrio tra i poteri e di espressione viva dell'unità e della continuità nazionale, di cui ho già detto. Il discorso del Presidente Napolitano, che non ha trascurato nessuno dei temi in discussione (il ddl sulle intercettazioni e la manovra anticrisi) e dei problemi aperti (le nomine del nuovo Ministro dello sviluppo economico, del Presidente della Consob, dei membri laici del Consiglio Superiore della Magistratura) si caratterizza soprattutto, e nonostante tutto, per una vena ben evidenziata di ottimismo. Non di quello di maniera che abbiamo sentito profondere a piene mani nei mesi scorsi, come se fosse bastato da solo a condizionare l'andamento della crisi economica. Il Capo dello Stato ha tratto lo spunto da alcune recenti intese politiche, come quella sugli emendamenti al ddl sulle intercettazioni all'esame della Camera, per trarne buoni auspici perché il confronto tra maggioranza ed opposizione si avvii su un percorso costruttivo, nell'interesse del Paese.

     Inoltre, mentre emergono, quasi quotidianamente, fatti di corruzione che coinvolgono politici ed esponenti delle amministrazioni, Napolitano non esita a manifestare la convinzione che l'Italia disponga "di validi anticorpi: in primo luogo la capacità di reazione morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi ispirate a quei principi e affidati alla preziosa azione della magistratura e delle forze dell'ordine".

     La fiducia nelle istituzioni è rassicurante e largamente condivisa, come ha rivelato una recente indagine di Renato Mannheimer, sulla quale abbiamo svolto qualche considerazione. A cominciare dal fatto che, evidentemente non a caso, in testa alla graduatoria delle istituzioni nelle quali maggiormente ripongono fiducia gli italiani c'è proprio il Capo dello Stato, a battersela  con Carabinieri e Forze Armate. Un dato che non può essere ignorato e che dice di un popolo che crede nella legalità, che è virtù la quale non ha colore politico, non è di destra o di sinistra, dacché ci sono politici onesti e rispettosi delle leggi ed altri che le aggirano. E questa deve essere la distinzione che conta.

     Il richiamo del Capo dello Stato alla legalità pubblica e privata non è mera espressione retorica cui, del resto, Napolitano ha dimostrato di non indulgere mai. Ha voluto, infatti, ribadire il suo ruolo, quello del quale ho costantemente sottolineato l'importanza, un ruolo "di persuasione" che proviene dall'osservazione dei fatti, nell'ottica della Costituzione e dei suoi principi, di quella funzione di impulso, iniziativa ed influenza, in una parola di moderazione  necessaria per il buon funzionamento di una democrazia parlamentare.

     Immaginiamo per un attimo  un Presidente della Repubblica eletto dal popolo e titolare di poteri di governo.  Ci sarebbe di che preoccuparsi per il futuro della democrazia! La governabilità non passa per il potere assoluto di un uomo o di un partito che assuma l'investitura popolare come fonte unica del suo governo.  Un tema sul quale torneremo. Sempre Costituzione alla mano.

24 luglio 2010

 

 

 

Il ruolo imprescindibile del Capo dello Stato

Napolitano a tutto campo, con equilibrio e determinazione

di Salvatore Sfrecola

 

     Lo abbiamo detto più volte. Le “esternazioni” del Capo dello Stato, sempre misurate e rispettose della diversità delle opinioni politiche manifestate da maggioranza ed opposizione, sono la migliore dimostrazione dell’importanza del ruolo che la Costituzione ha attribuito al Presidente della Repubblica nel nostro ordinamento. Una forma di  governo parlamentare che si basa su un delicato equilibrio di pesi e contrappesi per impedire la concentrazione di poteri in un unico organo, perché la stabilità della maggioranza non vada a detrimento della tutela della minoranza e dei suoi poteri di controllo, nella prospettiva di una possibile alternanza al potere.

     Uno scenario complesso, dunque, che impone l'esistenza di funzioni neutrali, più esattamente arbitrali, come quelle affidate al Capo dello Stato, cui compete un controllo di costituzionalità dei provvedimenti del Governo ed un limitato ma significativo potere di rinvio delle leggi votate dal Parlamento perché si pronunci nuovamente sugli aspetti che hanno destato le perplessità costituzionali del Presidente.

     Anche la nomina del Presidente del Consiglio corrisponde ad un potere sostanziale che si basa sui risultati delle elezioni parlamentari, in rapporto alla maggioranza uscita dalle urne o, in caso di pluralità di partiti politici ed in assenza di una coalizione che sia maggioranza, di una ragionevole percezione della situazione politica parlamentare.

     In una Repubblica federale, quale risulta dalla riforma del 2001, il ruolo del Capo dello Stato è ancora più importante perché ha il compito di rappresentare la comunità nazionale nella varietà delle espressioni regionali e localistiche. Ciò che Napolitano fa egregiamente, anche in occasione delle sue visite in giro per il Paese.

     Questi richiami al ruolo del Capo dello Stato come delineato in Costituzione dovrebbero far riflettere i fans del presidenzialismo o del semipresidenzialismo variamente aggettivato, un sistema politico istituzionale nel quale sarebbe impossibile una voce autonoma, che richiami certi valori, ad esempio l'importanza del dialogo parlamentare e della funzione di controllo dell'opposizione, che troppo spesso in Italia si tenta di demonizzare, contemporaneamente segnalando le preoccupazioni e le speranze dell’opinione pubblica, in particolare delle famiglie e dei giovani ai quali la politica dovrebbe prestare maggiore attenzione perché in essi sta il futuro del Paese. Può sembrare una frase fatta ma è una realtà che dovrebbe indurre tutti, maggioranza ed opposizione, a riversare ogni cura nella scuola, laddove si formano i cittadini ed i futuri lavoratori, ai vari livelli professionali.

     Andiamo, dunque, all'intervento di Napolitano. Senza prendere parte al dibattito, che non gli compete, nel ruolo di garante obiettivo del dialogo tra le istituzioni, il Presidente ha tratto lo spunto dall’incontro con i giornalisti, in occasione della tradizionale cerimonia di consegna del Ventaglio da parte della Stampa parlamentare, per soffermarsi sui temi che premono, la crisi economica che manifesta qualche timida ripresa, la mancanza di lavoro per i giovani, alcuni adempimenti che tardano nell’agenda di Governo e Parlamento, la nomina del successore di Scajola al Ministero dello sviluppo economico e la scelta dei componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura, in scadenza al 31 luglio.

     L’intervento di Napolitano ha preso le mosse dalle condizioni e dalle prospettive dell'economia, sulle quali giustamente “resta concentrata l'attenzione del paese e dei cittadini". Aggiungendo che "al di là delle divergenze e delle tensioni manifestatesi sui contenuti del decreto che sta per essere convertito in legge, e anche al fine di tenere aperta la ricerca di risposte a problemi e domande che non hanno trovato sbocco nel confronto finora svoltosi su questo difficile e impegnativo provvedimento, occorre davvero guardare avanti, misurarsi con le sfide del futuro, e farlo con la massima apertura e serietà. Nessun catastrofismo per quel che riguarda l'Italia, ma consapevole realismo nel valutare le attuali tendenze, nei loro aspetti positivi e nei loro limiti, le questioni di fondo e le incognite che restano".

     Per il Capo dello Stato, "dobbiamo guardare al futuro, e ciò significa in sostanza guardare alla condizione dei giovani, e alle troppe debolezze e strozzature del nostro sistema economico e civile che occorre superare per garantire ai giovani un futuro sostenibile e dinamico. Il punto critico in cui si incrociano le maggiori contraddizioni del nostro sviluppo storico e della fase attuale è quello del livello di inattività nettamente più alto che nella media europea e in ulteriore crescita. Alla ripresa produttiva non corrisponde - e tale fenomeno non è solo italiano - una ripresa dell'occupazione. Da noi, le questioni storiche dell'occupazione e del Mezzogiorno si rispecchiano, esaltate, nella condizione giovanile. Il problema dei giovani non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studio o di formazione, è oggi il problema numero uno se si guarda al futuro dell'Italia".

     Il Presidente Napolitano ha quindi fatto riferimento alla discussione che ha preso corpo in queste settimane sulla stampa, circa il compito cui la politica dovrebbe assolvere, di suggerire una visione e una prospettiva per il futuro del Paese: "Penso che le sollecitazioni in questo senso vadano raccolte seriamente, e auspico che nel confronto emergano anche visioni diverse, rappresentative sul piano politico delle attuali forze di maggioranza e delle attuali forze di opposizione, non sottraendosi queste ultime alla prova e alla responsabilità a cui sono chiamate in un quadro di feconda competizione come quello che dovrebbe caratterizzare una democrazia dell'alternanza".

     Il Capo dello Stato ha, quindi, sottolineato la necessità “se ci si impegna in un confronto di fondo sul futuro del paese, partendo dallo spessore e dalla complessità dei problemi da affrontare e riconoscendo che si impongono scelte di medio e lungo periodo… di un'ampia condivisione su grandi obbiettivi e su grandi linee d'intervento. Non c'è spazio – ha aggiunto - per autosufficienze ed esclusivismi né per contrapposizioni totali: convincersi di ciò e trarne le conseguenze, è quel che mi sta a cuore e che sollecito, mentre non mi interessano scenari politici ipotetici di nessuna specie".

     Del confronto aperto e lungimirante, auspicato dal Capo dello Stato nell'interesse generale, "è condizione il corretto funzionamento delle istituzioni e dei rapporti tra le istituzioni. L'istituzione governo non può ormai sottrarsi a decisioni dovute, come quella della nomina di un titolare del Ministero dello sviluppo economico o del Presidente di un importante organo di garanzia quale la Consob. Penso in pari tempo soprattutto all'istituzione Parlamento, e ai rapporti tra governo e Parlamento. E' di cruciale importanza che questi rapporti si dispieghino in modo da consentire il più attento vaglio delle soluzioni legislative da adottare, specie quando si tratti di problemi particolarmente complessi. In tali casi, il tempo che può prendere l'esame di un provvedimento da parte delle Camere, anche attraverso laboriosi approfondimenti e ripensamenti, non deve considerarsi qualcosa di abnorme, uno spreco, un segno di disfunzione".

     Non deve, dunque, stupire che la definizione di una nuova legge in materia di intercettazioni abbia richiesto un tempo non breve e un percorso faticoso: "Non c'è da stupirsene - ha rilevato Napolitano - perché si trattava di bilanciare tra loro diversi valori e diritti, tutti egualmente riconosciuti in Costituzione". Nel richiamarli - sicurezza dei cittadini ed esercizio della funzione giurisdizionale; libertà di stampa e di informazione; rispetto della riservatezza e della dignità delle persone - il Presidente ha sottolineato che "nessuno di questi valori e diritti può mai essere invocato contro gli altri. Occorre definirne il miglior bilanciamento possibile, che è funzione delicata ed essenziale innanzitutto del legislatore, cioè del Parlamento, restando eventualmente in ultima istanza alla Corte Costituzionale l'apprezzamento del rispetto degli indirizzi e dei vincoli posti nella Carta. Questo è stato lo sforzo compiuto e ancora in atto a proposito della legge in materia di intercettazioni, e non si può che apprezzarlo, dandone merito e non demerito alla dialettica parlamentare, che ha rispecchiato e teso a comporre anche molteplici contrasti emersi nell'opinione pubblica e nel paese".

     Il ruolo del Presidente della Repubblica nella vicenda della controversa legge "è risultato, io credo, più che mai chiaro nel rispetto delle attribuzioni e dei limiti sanciti in Costituzione. Nessuna interferenza nella dialettica politica tra gli opposti schieramenti e all'interno di essi ; e nessuna interferenza nell'attività del Parlamento, che rappresenta la sovranità popolare nell'esercizio della funzione legislativa, fatta salva la facoltà del Presidente di cui all'articolo 74 della Carta. Il mio è piuttosto un impegno a valorizzare sempre il profilo e i poteri del Parlamento come istituzione "cardine" della democrazia repubblicana. L'invito a un ampio ascolto dell'opinione pubblica, delle forze sociali, del "paese reale" e alle convergenze o all'avvicinamento delle posizioni, in Parlamento, su scelte di più rilevante portata e valenza, è un dovere che sento come proprio del Presidente della Repubblica quale lo vollero i Costituenti, definendolo "magistrato di persuasione", chiamato a "rappresentare e impersonare l'unità e la continuità nazionale".

     Il Capo dello Stato si ripromette "di affrontare altri rilevanti fatti e temi di attualità nell'incontro con gli uscenti e gli entranti del Consiglio Superiore della Magistratura - incontro che avrò entro la fine del mese, essendo certo che il Parlamento stia per procedere alla dovuta elezione dei componenti "laici" del Consiglio". L'invito conclusivo, rivolto a quanti seguono le vicende della politica e delle istituzioni con ben comprensibile turbamento e preoccupazione, "è a compiere uno sforzo di pacata e matura riflessione. Ci indigna ed allarma l'emergere di fenomeni di corruzione e di trame inquinanti, anche ad opera di squallide consorterie, ma la nostra democrazia, e vorrei dire la collettività nazionale, dispone di validi anticorpi: in primo luogo la capacità di reazione morale dei cittadini, e insieme la vitalità dei principi costituzionali, e dei presidi costituiti dalle leggi ispirate a quei principi e affidati alla preziosa azione della magistratura e delle forze dell'ordine. Si deve intervenire senza alcuna incertezza o reticenza su ogni inquinamento o deviazione nella vita pubblica e nei comportamenti di organi dello Stato: ma senza cedere a nessun giuoco al massacro tra le istituzioni e nelle istituzioni".

24 luglio 2010 

 

 

Motociclette con licenza di parcheggio

Maleducazione privata e inefficienza pubblica

di Marco Aurelio

 

     Licenza di parcheggio per motorini e motociclette. Ovunque, sui marciapiede, anche dove non c'è l'indicazione del parcheggio, sulle strisce blu e bianche. Per traverso in modo da occupare lo spazio di un'auto. Senza tuttavia pagare neppure un centesimo.

     E' un problema di maleducazione, certamente. Ma anche di insipienza dell'Autorità capitolina che consente che le aree a pagamento siano occupate da mezzi che non pagano il parcheggio.

     E' la solita politica populista che da una parte regola, dall'altra consente che la regola sia aggirata o platealmente violata.

     Un appello al Sindaco Alemanno? Inutile per definizione. Il primo cittadino della Capitale è in tutt'altre faccende affaccendato. Basta pensare che ha esordito liberalizzando il parcheggio ovunque a Roma, avendo esteso all'intera città una sentenza del TAR Lazio che si riferiva ad un solo quartiere, anzi ad alcune strade di un quartiere.

     Il traffico è il primo problema della capitale. Nel traffico si perde tempo prezioso per il lavoro e la vita, nel traffico si consuma un inquinamento che si percepisce visivamente, rappresentata da quella coltre  tra il giallo ed il grigio che incombe sulla Città, che è possibile "ammirare" dai castelli.

     I Sindaci passano, i problemi restano. Non c'è un piano per decongestionare Roma dalle centinaia di migliaia di automobili che ogni giorno scendono dalle città e dai paesi dell'hinterland. Non ci sono più i vecchi trenini "de li Castelli, diciamo romani", non sono state realizzate linee ferroviarie nuove o metropolitane di superfici. Il dio petrolio domina ancora la logica della gestione del territorio.

     Intanto maleducazione ed insipienza riducono gli spazi destinati al parcheggio. Nessuno interviene. Il Sindaco mica deve cercare parcheggio. Lui viaggia in auto blu!

22 luglio 2010

 

 

 

A proposito del d.d.l. sulle intercettazioni

Fini - Berlusconi: 1 a 0 e palla al centro

di Senator

 

     Dopo l'esibizione di Silvio Berlusconi, ieri, a Milanello, usiamo un linguaggio calcistico per spiegare che il Cavaliere ha tirato troppo la corda fino a farla spezzare E così, Gianfranco Fini, che sembrava in difficoltà, attaccato a fondo dai Berluscones  in modo spesso volgare, ha occupato la scena e probabilmente la terrà a lungo. Con sicurezza, senza perdere l'aplomb che gli è consueto, stile Presidente della Camera, quale, infatti, è.

     Così l'ex leader di Alleanza Nazionale sul cui futuro politico, solo ieri, non avremmo scommesso più di un  centesimo, certi di perderlo, si ritrova al centro del dibattito politico. Ha vinto senza stravincere, come piace a lui. Costringendo il Governo a trovare un'ipotesi di compromesso capace di coagulare vasti consensi, anche a sinistra, anche se qualcuno del PD continuerà a strillare, anche se Di Pietro non ci sta.

     Ha ragione il leader dell'Italia dei Valori sul piano tecnico nel richiedere più ampie possibilità d'indagine per i magistrati. Ma la maggioranza c'è e Berlusconi dovrà masticare amaro.

     Lo ha riassunto da par suo Giannelli, oggi, sul Corriere della Sera, Dove c'è un Berlusconi palesemente irritato che telefona alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera, finiana di ferro. "Buongiorno Giulia", esordisce il Premier. "Buonanotte Silvio" è la risposta. Una sintesi perfetta della giornata del Premier.

     Ritorna al centro Fini e forse non solo in senso metaforico. Il leader di AN che sul finire della legislatura 2001 - 2006 si scoprì laico e radicale di destra, un po' anticlericale, dopo essere stato coccolato da ambienti ecclesiastici accettandone le attenzioni, potrebbe tornare a Canossa, sia pure per convenienza, tipo "Parigi val bene una Messa" per agganciare l'amico Casini in vista di una coalizione più vasta, forse nella prospettiva di salire al Quirinale. Un alloggio più compatibile con le attitudini di Fini, che non ama impegnarsi nella gestione, che al Governo ha preferito fare il Vicepresidente a lungo senza deleghe (solo, e per un po', la responsabilità del Dipartimento antidroga) e poi il Ministro degli esteri, per passare nel 2008 a presiedere Montecitorio. Tutti incarichi di facciata, poco impegnativi ma molto appariscenti, anche se non portano voti.

     Al centro potrà continuare ad ambire a trasferirsi sul Colle più alto. Potrebbe trovare i consensi necessari, un po' a sinistra, un po' a destra, anche perché, nel dopo Berlusconi, molti preferiranno tenerlo lontano.

21 luglio 2010

 

 

 

 

Dopo la chiusura del quartiere di Milano

per sospetto inquinamento di una falda acquifera

L’acqua, bene fondamentale ma trascurato

di Salvatore Sfrecola

 

     La notizia è di quelle che fanno veramente male alla pancia. Non solo in senso figurato. Perché dopo il sequestro del cantiere di Rogoredo disposto dalla magistratura milanese la gente ha paura di bere l’acqua di casa nel quartiere di Santa Giulia, periferia Sud-Est di Milano. “Concentrazioni notevolmente superiori ai limite di legge” di sostanze pericolose per l’uomo, in quanto cancerogene e pericolose sta scritto nella documentazione  in possesso del P.M., fornita dall’Agenzia regionale per l’ambiente e dal Nucleo ambiente della Polizia Municipale.

     Le notizie si ricorrono e diffondono il panico tra la gente, anche perché è chiaro che quel che è avvenuto è stato possibile grazie a inadempienze delle autorità che avrebbero dovuto verificare e controllare lo stato delle acque ed adesso non possono intervenire in funzione di risanamento perché non hanno risorse.

     Quanti sono i csi d’inquinamento delle acque in giro per l’Italia? Quante discariche abusive di rifiuti tossici hanno inquinato le falde, a partire da quelle più superficiali dalle quali si attingono le acque che irrorano i campi dove si producono frutta e verdura che viene sulle nostre mense?

     Il tema è di quelli che dovrebbero aprire l’agenda dei governati ai vari livelli di responsabilità. L’acqua è un bene primario, per uomini ed animali, tutelato da sempre nei paesi civili. A Roma e nell’impero cinese chi avesse inquinato o danneggiato falde acquifere rischiava seriamente la testa, senza che intervenissero amnistie o indulti.

     Da noi, non si sa niente delle inchieste che negli anni sono state aperte dalla magistratura e dalla varie amministrazioni, statali e regionali, interessate. È un problema serio, ci sono ipotesi attendibili di danni alla salute e c’è un danno all’immagine immenso in un Paese che vive di turismo.

     Chiediamo alle autorità di intervenire, di assumere una iniziativa seria per fare la mappatura delle falde e verificare lo stato dei luoghi sospetti d’inquinamento. Il fatto è che la classe politica, tutta e da anni, non sembra interessata a queste problematiche. La”politica del taglio del nastro”, come è stata definita, impone a ministri ed assessori che si occupano di ambiente e lavori pubblici di mettere in cantiere opere che hanno un immediato riscontro nell’opinione pubblica. Così è meglio inaugurare qualche manufatto, anche di scarso rilievo, che condurre una bonifica delle falde. Il manufatto si vede, tanto che spesso viene inaugurato più volte per dare soddisfazione al politico di turno, mentre il monitoraggio e la manutenzione degli impianti idrici e delle fonti di approvvigionamento sono attività poco appariscenti per quanto molto importanti.

     Così le falde restano a rischio, gli acquedotti perdono mediamente oltre il 50 per cento della loro portata ma la classe politica è distratta da beghe interne agli schieramenti o da questioni che hanno a che fare con posizioni politiche che poco interessano la gente. Come nella vicenda delle intercettazioni, sbandierata come legge di civiltà, a tutela della gente, mentre è evidente che il quisque de populo non ha nessuna preoccupazione per la riservatezza delle proprie conversazioni che, invece, preoccupano imprenditori e politici, laddove si annidano concussori, corrotti e corruttori.

     Così il Parlamento italiano dedica gran parte dei suo tempo a questioni che non interessano la gente, che è più preoccupata dalla microcriminalità con la quale deve confrontarsi ogni giorno anziché con dalla grande criminalità internazionale, dai faccendieri e dagli speculatori, che teme per la propria salute nell’eventualità di un ricovero, specie in alcune regioni, e vorrebbe bere dell’acqua batteriologicamente indenne. Non mi sembra una pretesa eccessiva. E' il minimo della civiltà.

21 luglio 2010

 

 

 

 

 

Malasanità, una vergogna italiana

di Salvatore Sfrecola

 

     Non è la prima volta che, a causa di reparti chiusi e ambulanze che non arrivano, qualcuno muore, spesso un neonato che non è possibile curare adeguatamente secondo le tecniche di un paese civile. Accade quasi sempre in Italia meridionale, più spesso in Calabria,.

     Nessuno chiede scusa, nessuno si vergogna, nessuno viene cacciato. Nessuno paga. Eppure ci sarà qualcuno che avrebbe dovuto assicurare un servizio adeguato per fronteggiare l'emergenza, per far sì che il diritto sacrosanto alle ferie non sia pagato in termini di vite umane, dai più deboli, da coloro che non possono difendersi, che sono "nelle mani" di amministratori, medici ed infermieri distratti, incapaci di assicurare un servizio essenziale come quello della salute, che attiene ad un diritto fondamentale dell'uomo.

     Non ci stupiamo più. In pochi, pochissimi abbiamo ancora la forza di indignarci e di protestare, di gridare alto e forte che questo Paese con la sua storia di civiltà di almeno tre millenni non può assistere inerte a questa vergogna sulla quale l'autorità politica, se degna di questo nome, deve intervenire immediatamente, che la Giustizia anche nei casi di malasanità non può arrivare con anni di ritardo, magari per accertare che il reato per il quale qualcuno è perseguito è prescritto.

     Che tristezza, che vergogna! Com'è possibile che solo in Italia, che il Presidente del Consiglio vorrebbe "digitalizzata", non si sappia dov'è un'ambulanza né in quale ospedale sia predisposta la sala operatoria per l'emergenza, dove si trovi il letto disponibile. Così può accadere che, dopo un pellegrinaggio da un ospedale ad un altro, visitati senza sapere se fossero in condizioni di accogliere il malato o di operare un infortunato, il paziente muore nel terzo o nel quarto nosocomio. Ma ricordo un caso in cui l'ambulanza aveva visitato ben nove ospedali prima che l'infortunato morisse.  

     E' un problema di conoscenza e di coordinamento delle strutture sanitarie che molti dei nostri ragazzi, avvezzi all'uso del computer, saprebbero risolvere rapidamente, con un programmino condiviso in rete, almeno a livello regionale.

     Eppure nello spreco immane della sanità non si trovano alcune centinaia di migliaia di euro per mettere su un sistema integrato d'informazioni per cui l'ambulanza che preleva l'infortunato va diretta all'ospedale che dispone della sala operatoria e della equipe adatta all'esigenza, senza un inutile vagabondare.

     A questo proposito, che fine ha fatto il progetto del numero unico delle emergenze, richiesto dall'Europa ed attuato dovunque?  Perfino in Turchia. Giorni fa in televisione, al telegiornale, è stata inquadrata un'ambulanza della Mezzaluna Rossa sulla cui fiancata campeggiava il 112, il numero europeo delle emergenze. Un'esigenza improcrastinabile eppure da anni in fase di progetto, con qualche tentativo di sperimentazione. Pare sia attuata solo in provincia di Varese.

20 luglio 2010

 

 

 

L'Italia degli scandali: sprechi e corruzione

C'è una questione morale ineludibile 

di Senator

 

     “Quando si è ai vertici dello Stato o di un partito bisognerebbe stare attenti a chi si frequenta. Insomma, io ci penserei bene prima di andare a cena con Carboni...”. Pierferdinando Casini, leader dell'Udc, commenta così le ultime novità sull'inchiesta sull'eolico. “I giudici devono fare il loro lavoro – aggiunge - e saranno loro a spiegarci se la P3 è una cosa seria o una buffonata”.

     È una riflessione sulla “questione morale” che agita il Paese perché la maggioranza ed il suo leader, Silvio Berlusconi, non sembra capace dio mettere fuori del partito e del governo, magari solo sospendendoli in attesa della conclusione delle indagini, personaggi fortemente sospettati di azioni illecite o comunque di comportamenti che screditano la politica, che si difendono con argomentazioni che fanno acqua da tutte le parti, quando non offendono la stessa intelligenza degli italiani, come nel caso di Scajola, a proposito della casa che continuava a sostenere di aver acquistato per poche centinaia di migliaia di euro.

Il fatto è, come messo in risalto da Casini, ma come ritiene la maggior parte degli italiani che i politici che si avventurano nell’agone chiedendo il voto della gente debbono circondarsi di persone di ineccepibile moralità e soprattutto capaci di rispettare le leggi e di non profittare del denaro pubblico, per se stessi e per gli amici.

     Il senso della legalità, il rispetto per la res pubblica è purtroppo merce sempre più rara.

     E se è umanamente “comprensibile – come ha scritto Massimo Franco sul Corriere della sera del 13 luglio - la tentazione del centrodestra di reagire all’inchiesta che riguarda il coordinatore del Pdl, Denis Verdini, facendo quadrato. Corrobora la tesi del complotto antigovernativo della magistratura. Serve a serrare i ranghi, a costo di additare i dubbiosi come sabotatori, assimilabili agli avversari. Eppure, vicende del recente passato hanno reso applicabile al centrodestra la massima che l’ex premier Giulio Andreotti aveva dedicato ai «quadrati» che la Dc costruiva per difendere i suoi uomini sotto accusa: alla fine, al quadrato mancava sempre un lato. Il lato mancante dipendeva dalla spregiudicatezza politica di chi contava sulle disgrazie altrui; ma anche dal fatto che alcuni personaggi erano indifendibili”.

     Archiviati i tempio in cui “la moglie di Cesare” non poteva neppure essere sospettata e, quindi, innocente rimossa dal talamo del massimo erede della Gens Iulia, questa classe politica sembra prediligere, nel reclutamento, personaggi disinvolti, pronti a tutto che sembrano considerare il potere, ai vari livelli di governo, come il mezzo per arricchirsi ed arricchire gli amici della cordata o della “cricca”.

     Questo è assolutamente inaccettabile. Gli affaristi facciano gli affari, non gli uomini di governo.

     La difesa disperata del Premier deriva dal fatto che, da imprenditore, ha iniziato la sua avventura politica reclutando nel suo ambiente e nei settori contermini mettendo in campo persone che non hanno senso dello Stato, anzi sono stati abituati a disprezzare il potere pubblico quello che la Costituzione vuole sia esercitato nel rispetto delle regole del “buon andamento e dell’imparzialità”, come si esprime l’articolo 97 della Carta fondamentale. Naturalmente questi personaggi, che ho definito “disinvolti” sono, a loro volta, legati ad altri, ai professionisti dell’evasione fiscale, del riciclaggio di denaro di dubbia provenienza, magari solo perché guadagnato o acquisito “in nero”, della costituzione di capitali all’estero, che poi qualcuno si preoccuperà di far rientrare a condizioni di favore e soprattutto legittimandoli, della corruzione dei pubblici ufficiali, delle opere pubbliche realizzate a costi esorbitanti e non a regola d’arte.

     Con questa gente il Cavaliere non va da nessuna parte e se non alleggerisce il partito e il governo dai sospettati finirà per essere trascinato in basso nella considerazione della gente. Che magari accetta e, probabilmente, invidia il Presidente donnaiolo e straordinariamente ricco, senza chiedersi nulla sul conflitto d’interessi che naturalmente insorge ad ogni decisione politica che abbia riflessi economici e fiscali sul mondo delle imprese dove operano anche le aziende del Presidente, ma che non sarà disposto a lungo ad accettare che le opere pubbliche continuino ad essere realizzate in un tempo dieci volte superiore al previsto ed al costi ancora maggiori. Soprattutto quando questo accade per mancanza dei controlli e per effetto della corruzione.

     Dalle stelle alle stalle, di personaggi rovinosamente caduti la storia ne ha visti tanti.

     "E alla fine – conclude l’editoriale di Franco, ricordato poc’anzi - il lato mancante potrebbe essere un elettorato che appena due anni fa ha consegnato il Paese al centrodestra”.

18 luglio 2010

 

 

 

 

Ma Bossi dice no all'ingresso dell'UDC nel governo

Casini e le sirene del Cavaliere.

di Senator

 

     Consapevole della precarietà della sua maggioranza che ad onta dei numeri deve ricorrere, per ogni provvedimento legislativo di una certa importanza, ai maxiemendamenti poi blindati con voti di fiducia, preoccupato della fronda finiana, il Cavaliere corteggia Casini per farne la ruota di scorta se in Parlamento nell'ipotesi che i seguaci del Presidente della Camera siano costretti a lasciare il Partito.

    Così, in una cena nella bella abitazione di  Bruno Vespa nel centro storico di Roma, affittata da Propaganda Fide, si ritrova intorno al tavolo con il Presidente dell'UDC, il Cardinal Bertone, Mario Draghi e l'immancabile Letta, per cercare di portare convincere Pierferdinando Casini ad entrare, se non altro nella maggioranza.

     Il leader dell'UDC smentisce, ma è evidente che Berlusconi deve aver offerto posti di governo, cercando di ricucire, superando  un contrasto che alla vigilia delle elezioni del 2008 è stato sottolineato da parole grosse del Cavaliere verso l'ex alleato che ha voluto correre da solo e che poi non ha aderito alla nuova formazione nata su un predellino in piazza San Babila a Milano. Un'iniziativa nata male, sostanzialmente imposta all'alleato Fini che, all'indomani dell'annuncio, se ne uscì con una dichiarazione che l'inquilino di Palazzo Grazioli non ha mai dimenticato. "siamo alle comiche finali", a dimostrazione del disappunto per non essere stato per tempo messo a parte dell'iniziativa. Anche se di lì a poco ha accettato di essere cofondatore del Partito.

     Casini, dunque, corre da solo, una scelta vincente che gli ha riconosciuto quella autonomia di pensiero e di azione che Berlusconi non tollera nel partito. Si è fatto contare, ha stretto alleanze, ora a destra ora a sinistra, secondo le situazioni politiche e gli interlocutori sul territorio nelle regioni, nelle province e nei comuni. Ha infoltito le sue schiere con l'ingresso di transfughi del Partito Democratico (Binetti, Lusetti, ecc.). Quella dell'UDC è una forza che ha una dignitosa posizione politica in virtù dei valori ai quali si ispira, religiosi e civili, come dimostra la posizione assunta in tema di intercettazioni richiamando la maggioranza a considerare l'utilità di tale mezzo investigativo per l'individuazione dei reati che destano maggiore allarme sociale.

     Butterà a mare tutto questo casini per un posto di governo ed un paio di sottosegretariati? Deluderebbe molti, troppi tra quanti hanno creduto in lui e tra coloro che sono ancora nel guado, ancora incerti non sul se ma sul quando uscire dal PD per un ritorno nella casa del centro, da ricostruire  ma certo nel cuore di molti.

     E' dura, per il Cavaliere, la ricerca di una entente cordiale con l'UDC, subito respinta da Bossi. "O lui o noi", ha tuonato il leader della Lega, anche se il giornale di famiglia fa intendere che l'ultimatum, in realtà, non è tale. Riportare Casini nel Centrodestra non è facile. Pierferdinando è un "vecchio"  democristiano con i pregi ed i difetti di questo grande partito che ha riunito nel dopoguerra i moderati italiani d'ispirazione cattolica, tradizionalisti con spiccata vocazione sociale, da De Gasperi a Fanfani, da Vanoni a Segni, personalità che hanno saputo dialogare con le forze progressiste quanto con quelle liberali, riuscendo a mediare nell'interesse delle classi uscite più disagiate dalla guerra per portarle a raggiungere condizioni di benessere prima mai conosciute.

     Erede di questa esperienza democratica Casini diffida del Cavaliere, della matrice socialista e radicale che permea di se la maggioranza, rozzamente laica anche se opportunisticamente ossequiosa nei confronti della Chiesa e del Romano Pontefice, secondo l'esempio del Cavaliere che certo non razzola come predica e come vorrebbe apparire.

     Casini è molto più vicino a Fini, accomunato dall'età e dalla provenienza geografica, ma anche da un minimum ideologico, da individuare nei riferimenti al pensiero moderato, un po' tradizionalista un po' innovatore, al senso dello Stato, alle regole della legalità, come dimostra le posizioni coincidenti prese dai due in materia di intercettazioni. Li distingue, tuttavia, e non è poco, il riferimento all'insegnamento della Chiesa, che per Casini è costante, e che Fini respinge decisamente dopo lo "strappo" del "no" al referendum sulla procreazione assistita ,  ed il rifiuto di portare in Consiglio dei Ministri il disegno di legge, da lui stesso richiesto ai suoi collaboratori tra il 2004 e il 2006, che dettava norme per uno statuto dei diritti della famiglia. Richiesto anche da Buttiglione allora Ministro per i beni e le attività culturali al quale l'allora Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli esteri non volle dare il testo. Per completezza va detto che il "tradimento" di Fini  sulla famiglia ed il rifiuto di Maroni, Ministro del lavoro, di darsene carico, in ciò indotto dalla miopia politica di alcuni dei suoi collaboratori che ritenevano lo studio commesso da Fini un'intrusione nelle competenze del Ministero di Via Veneto, sono stati alla base della sconfitta elettorale del 2006. Quando la maggioranza di Centrodestra perse per poco più di ventiquattromila voti, "quando avremmo potuto vincere per due milioni", secondo Francesco Storace.

     Casini al centro del Centro, dunque, con prospettiva di crescere non può cedere alle lusinghe di un Cavaliere dall'incerto avvenire, mentre i suoi del PdL già gettano i dadi per dividersi le spoglie.

11 luglio 2010

 

 

 

 

Stampa: libertà, non licenza

di Editor

 

     Tra venerdì e sabato giornali e telegiornali si sono negati agli italiani. Lo hanno fatto per protestare contro le limitazioni alla libertà d'informazione contenute nel disegno di legge sulle intercettazioni, la "legge bavaglio" com'è stata definita. Una gravissima lesione del diritto fondamentale delle democrazie liberali, quello di informare i cittadini di tutto ciò che avviene, anche delle vicende giudiziarie che hanno una rilevanza pubblica.

     Ecco, appunto, il discrimine tra lecito e illecito nelle informazioni, tra libertà e licenza. Un limite spesso valicato, al punto  che il Premier e la sua maggioranza, che in realtà mirano soprattutto a tagliare le unghie agli investigatori, hanno costruito una legge affermando di voler difendere il diritto primario degli italiani alla riservatezza della loro vita, delle loro relazioni.

     Difendiamo la privacy è il messaggio che gli uomini del Cavaliere in Parlamento e sulla stampa continuano a diffondere e citano articoli di stampa nei quali sono sbattute in prima pagina conversazioni che non sembrano avere nulla a che fare con le indagini su fatti di concussione e corruzione, perché attengono a vicende personali, spesso di sesso, nelle varie versioni che conosciamo dai mezzi d'informazione.

     Qui l'appello, più che alla privacy, dev'essere al buon gusto e al rispetto delle persone che va in ogni caso difeso, ma quelle informazioni "anomale" non devono essere pretesto per limitare le indagini giudiziarie come si vorrebbe fare. Le cronache giudiziarie insegnano, infatti, che alcune vicende "personali", come alcune storie di sesso, e i "vizietti" di cui si parla sono, in realtà, momenti spesso essenziali nell'ambito dei fenomeni corruttivi, in quanto strumento di ricatto nei confronti di personalità del mondo politico e imprenditoriale umanamente fragili per talune loro "tendenze".

     E' noto, ad esempio, che,  in tutto il mondo, i servizi di sicurezza prendono buona nota di quel che fanno nella vita privataalcune personalità della politica e dell'amministrazione  per proteggerli da eventuali ricatti che, in alcuni casi, potrebbero mettere a rischio la stessa sicurezza della nazione, come nel caso del cosiddetto "scandalo Profumo" che in Gran Bretagna mise fine alla carriera politica di un brillante politico conservatore, astro nascente del partito Tory, Ministro della difesa, il quale aveva avuto la debolezza di accompagnarsi ad una modella, Cristine Keeler, che condivideva il letto con l'addetto militare sovietico a Londra, Evidente la preoccupazione dell'intelligence britannica e le ragioni della fine politica di Profumo.

     Tornando ai fatti di casa nostra, la misura nella divulgazione delle notizie private è espressione della deontologia professionale del cronista che a volte deve saper resistere allo scoop, così come i direttori dei giornali devono capire che la pubblicazione della notizia privata, irrilevante per le indagini, è solo espressione di una pruderie, per cui  la sua omissione non è notizia "bucata".

     Ugualmente la magistratura deve essere severissima in caso di violazione del segreto investigativo.

    Più facile a dirsi che a farsi, ovviamente, ma tra questi paletti sta la libertà di stampa e la correttezza dell'informazione. Tutti abbiamo il dovere di provarci con il desiderio di riuscirci.

     Speriamo che gli italiani i quali hanno trovato nelle edicole  solo i giornali "di famiglia", ricchi di pubblicità, capiscano che c'è un  pericolo libertà di stampa, segnali preoccupanti che vanno immediatamente colti prima che sia troppo tardi. Già la riduzione della pubblicità sulla carta stampata, con incremento di quella sulle TV del Cavaliere (quale imprenditore può resistere alle lusinghe del potere!), dice che è in pericolo la pluralità dell'informazione. Un valore sul quale si fonda quella democrazia liberale della quale tanti si riempiono la bocca dimostrando, poi, nei fatti di essere intrinsecamente illiberali.

11 luglio 2010

 

 

 

 

Qualche considerazione su una rilevazione di Renato Mannheimer

Come cambia la fiducia degli italiani nelle istituzioni

di Salvatore Sfrecola

 

     Carabinieri, Forze Armate, Capo dello Stato in testa alla graduatoria delle istituzioni più amate, rispettivamente dell'83, 81 e 78 per cento degli italiani. L'Osservatorio di Renato Mannheimer sul Corriere della sera del 6 luglio merita alcune considerazioni. Perché in un Paese scosso da una crisi economica che fa chiudere imprese medie e piccole, con conseguente riduzione dei posti di lavoro, la gente riversa la propria attenzione su ciò che ritiene espressione di valori quali la legalità. Perché Carabinieri, Forze Armate e Presidente della Repubblica evocano un presidio certo, una sponda sicura proprio in un settore che è guardato come elemento di stabilità nell'incertezza della politica, troppo spesso contaminata da interessi privati se non da veri r propri illeciti. Le avventure della "Cricca" dicono, infatti, non solo di favori e guadagni personali incompatibili con i ruolo politici e amministrativi rivestiti, ma anche degli effetti sui lavori e sulle forniture inutili o costati più del giusto. Ciò che indigna più il cittadino contribuente che si sente frodato personalmente perché il denaro che ha messo a disposizione dello Stato con proprio personale sacrificio è sperperato, non è gestito con quella oculatezza che si richiede la buon padre di famiglia, come si legge nei libri di diritto per indicare una virtù antica, comune al pubblico come al privato, soprattutto se gestore di beni altrui.

     La classe politica dovrebbe meditare su queste rilevazioni sulla fiducia degli italiani nelle istituzioni. Non lo farà, come non lo ha mai fatto, perché l'arroganza dei parvenu del potere   non conosce limiti, ignora quell'umiltà che dovrebbe essere espressione del servizio alla Comunità per cui un soggetto si mette in gioco per il bene comune.

     Allo stesso modo le istituzioni che seguono nella graduatoria della  fiducia degli italiani, la Magistratura, la Scuola, la Chiesa cattolica  (60, 60, 57 per cento) dovrebbero meditare su questo minore consenso che evidentemente risente degli effetti di una insufficiente capacità di dare risposte alla società rispetto alla missione di ciascuna di esse.

     L'analisi che s'impone deve essere serena ma severa, direi impietosa perché per invertire la tendenza e recuperare credibilità, di questo si tratta, è necessario che l'opinione pubblica percepisca che le cose sono cambiate, che le istituzioni si sono lasciate alle spalle insufficienze ed errori con pubblica rinuncia a posizioni autoreferenziali, di chiusura rispetto alle aspettative della gente. Che per la Magistratura sono processi brevi e sentenze comprensibili, per la Scuola un recupero di efficienza, per la Chiesa cattolica l'austerità dei costumi e la capacità di testimoniare la fede in Dio e nell'insegnamento del Vangelo.

     La Magistratura, in primo luogo, deve scindere le proprie responsabilità da quelle della classe politica che fa le leggi, identifica i reati ed i diritti delle persone tutelabili dinanzi ai giudici e definisce i tempi dei processi non solo attraverso le regole ma anche mettendo a disposizione dei tribunali i mezzi e gli uomini necessari. Per essere credibili, tuttavia, i magistrati devono fare fino in fondo il proprio dovere in modo da soddisfare, per la parte che compete a giudici e Pubblici ministeri, le aspettative della gente, di coloro che attendono giustizia. C'è bisogno, dunque, di un confronto continuo con il mondo variegato del diritto, con l'Università e con il Foro e la classe politica perché le riforme siano effettivamente dirette a soddisfare le esigenze di giustizia che provengono dalla comunità.

     La Scuola, ai vari livelli dell'istruzione, misura il grado di civiltà di un popolo, la sua capacità di attuare percorsi culturali che proiettino il grande patrimonio delle scienze, anche umane, che ci proviene dal passato verso l'innovazione in un confronto permanente con le esperienze dei paesi più evoluti per confermare o correggere gli indirizzi formativi in atto.

     L'Italia sta rimanendo paurosamente indietro, perde la sua cultura classica, di grande capacità formativa, e non si arricchisce del nuovo. Non c'è più chi sappia "legger di greco e di latino", neppure i giuristi, neppure molti uomini di quella Chiesa che si è fatta nei secoli custode della civiltà greco-romana. E non sopravvengono altre "virtù" di quelle evocate da Giosuè Carducci.

     Siamo colpevoli di aver disperso anche un patrimonio di formazione, di metodo nello studio, che ha fatto del liceo classico un esempio di saldezza culturale che dava una marcia in più anche a coloro che all'università affrontavano gli studi scientifici.

     Una classe politica incolta ha disarticolate l'ordinamento scolastico pubblico mentre mandava i figli a studiare nelle scuole private, soprattutto cattoliche, e all'estero. E qui una responsabilità è anche della Chiesa che ha da tempo abdicato all'antico ruolo di educatrice dei cuori e delle menti, alla prima difficoltà economica. Ha lasciato quasi completamente l'insegnamento medio per rifugiarsi in quello universitario, laddove giungono contribuzioni pubbliche. Dimenticando che la perdita delle scuole elementari e  medie, dove si formano i giovani, è errore gravissimo perché reclutare solo a livello universitario non vale a consolidare quella cultura d'ispirazione cristiana cui si deve tanto della nostra storia civile. Così si perdono le radici cristiane del paese e dell'intero Continente . E difatti la Convenzione europea, nel definire il preambolo della Costituzione, ha ignorato ogni riferimento alle radici giudaico-cristiane sulle  tanto si è impegnato Giovanni Paolo II.

     Fuori dalla cultura della formazione, la Chiesa Cattolica recede nella fiducia degli italiani proprio nel momento in cui irrompono nelle cronache episodi di pedofilia che vengono enfatizzati, al di là delle dimensioni reali del fenomeno, gravissimo anche se si trattasse di un solo caso, da chi vorrebbe dare un colpo di grazia alla Chiesa. Non sarebbe possibile e i casi di oltraggio ai minori e alla loro innocenza assumerebbero la loro reale consistenza di fatti isolati dovuti essenzialmente a poveri mentecatti se la comunità non avesse subito un processo di scristianizzazione anche per colpa della Chiesa che recede dal mondo della scuola, settore nel quale si formano le coscienze e si apprende il valore di quell'identità culturale che fonda le sue radici nella storia e nella spiritualità di un popolo.

11 luglio 2010

 

 

 

 

Ancora un disservizio al ritiro bagagli di Ciampino

di Salvatore Sfrecola

 

     Ciampino, ore 22,38, in anticipo sull'orario, atterra il volo Ryanair proveniente da Cagliari da dove l'aereo era decollato alle 21,45.

     Tuttavia i passeggeri che si sono avviati con fiducia a ritirare i bagagli sono stati delusi. Il nastro trasportatore si è messo in movimento soltanto alle 23,20, quaranta minuti dopo l'atterraggio, poco meno del tempo del volo Cagliari-Roma. La gente ha protestato con il personale di Aeroporti di Roma. Tuttavia non era chiaro chi fosse il responsabile del servizio. Qualcuno ha balbettato il nome di una società di servizi. "Non  è forse incaricata da AdR?", ho fatto osservare ad un impiegato in una stanzetta lì accanto. E' stato gentile, ha cercato il Caposcalo. Ma poco dopo ha chiuso la porta. Evidentemente non desiderava essere ulteriormente disturbato.

     Il fatto è che nessuno chiede scusa di questi disservizi che fanno precipitare l'Italia nella graduatoria dei paesi civili, dove si rispetta l'utente, dove i bagagli vengono smistati rapidamente. Senza arrivare all'efficienza di Tokio dove, all'uscita dal controllo passaporti, effettuato con rara celerità adeguando i varchi al numero delle persone, i passeggeri trovano i bagagli divisi per albergo di destinazione!

     Nessuno chiede scusa, ma evidentemente nessuno prova un po' d'imbarazzo se non di vergogna. Senso della professionalità zero!

10 luglio 2010

 

 

 

 

Alla fine Brancher ha dovuto dimettersi

di Senator

 

     Lo ha annunciato in Tribunale. Aldo Brancher, Ministro per un pugno di giorni contrassegnati da polemiche per la sua manifestata e poi smentita decisione di avvalersi del "legittimo impedimento" alla fine esce di scena togliendo la maggioranza dell'imbarazzo.

     Naturalmente il Premier lo ringrazia.''Ho condiviso con Aldo Brancher - ha dichiarato Silvio Berlusconi - la decisione di dimettersi da ministro. Conosco e apprezzo ormai da molti anni l'on. Brancher e so con quanta passione e capacità avrebbe potuto ricoprire il ruolo che gli era stato affidato. La volontà di evitare il trascinarsi di polemiche ingiuste e strumentali dimostra ancora una volta la sua volontà di operare esclusivamente per il bene del Paese e non già per interessi personali''. 'Sono certo - ha aggiunto il premier - che superato questo momento l'on. Brancher potrà, come sempre, offrire il suo fattivo contributo all'operato del Governo e alla coalizione''.

     Era diventata una situazione imbarazzante per l'intera maggioranza l'incarico "inventato" per Brancher. Tutti avevano fatto finta di non saperne niente, perfino la Lega che, invece, aveva condiviso la scelta del cavaliere.

     ''Chapeau a Brancher. Con le sue dimissioni e la rinuncia al legittimo impedimento - ha dichiarato Italo Bocchino - il ministro ha sgombrato il campo dagli equivoci e favorito la soluzione  di uno dei problemi più spinosi interni al Pdl''. Aggiungendo: ''ci fa piacere aver avuto ragione difendendo in maniera pignola il principio di legalità che non può essere offuscato dal sospetto di una nomina vera a sottrarre l'imputato dal suo giudice naturale. Il primo atto del 'ghe pensi mi' berlusconiano - sostiene Bocchino - va incontro alle nostre richieste e siamo fiduciosi che lo stesso accadrà su intercettazioni, manovra e vita interna del Pdl''.

     Continua, dunque, lo scontro tra finiani e seguaci del Premier, quello scontro che oggi è palese ma che ha contraddistinto, in modo meno traumatico, l'intera vicenda delle relazioni tra il Cavaliere e l'ex Presidente di Alleanza Nazionale. Fin dalla legislatura 2001 - 2006, quando Fini è stato sistematicamente compresso da Berlusconi, come nel famoso caso della Cabina di Regia economica, decisa in un vertice di maggioranza e mai attribuita a Fini.

     "Senso dello Stato zero!", soleva dire il leader di AN al ritorno da ogni incontro con i colleghi della maggioranza, con il Presidente-Imprenditore e con Bossi, il parolaio leghista padano, secessionista a giorni alterni.

     Fini ha masticato amaro in tutto questo tempo subendo la prepotenza del Cavaliere. E adesso si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Peccato che dopo aver tanto subito in silenzio, la sua attuale, condivisibile iniziativa politica sembri tanto un'azione maramaldesca, considerate le evidenti difficoltà, politiche e personali, del Premier.

     Vedremo come evolve la situazione. Se Fini terrà il punto della legalità in occasione della conversione del decreto anticrisi e  dell'esame del ddl intercettazioni. Cercando di rinnovare la politica, senza farsi strumentalizzare da Casini e da Bersani.

5 luglio 2010

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L'economia è una cosa troppo seria

per lasciarla in mano ai ragionieri

di Salvatore Sfrecola

 

     Riprendendo una frase di Georges Clemenceau, primo ministro francese durante la prima guerra mondiale tanto da guadagnarsi l'appellativo di "Padre della Vittoria", che l'aveva riferita ai militari ("La guerra è una cosa troppo seria per lasciarla ai militari") Senator ha voluto criticare la gestione dell'economia di questa difficile stagione di crisi, alternativamente dietro l'angolo, alle spalle, o, più realisticamente, comunque con una buona dose di ottimismo, in fase di superamento, un'espressione rassicurante che lascia aperta ogni ipotesi.

     Ottimismo, soprattutto, secondo una regola antica che riconosce una componente significativa al profilo psicologico nei fatti dell'economia. Significativa la ripresa economica del dopoguerra, quando lo sfacelo materiale dell'Italia, uscita dal conflitto con infrastrutture civili e industriali distrutte, indusse gli Italia, liberi dall'incubo dei bombardamenti, a rimboccarsi le maniche ed a lavorare per quella ripresa dell'economia che avrebbe portato al "miracolo italiano".

     Il fatto è che in quella occasione il Paese ebbe una guida intelligente, con una profonda conoscenza della storia dell'economia, tanto da consentirgli di valutare immediatamente la validità delle misure suggerite o proposte e di adottare quelle più idonee all'esigenza. Luigi Einaudi, liberale davvero, conoscitore dell'economia nella storia dell'Italia e dei paesi più industrializzati tenne ferma la barra del timone per uscire dalla crisi e vi riuscì in poco tempo controllando l'andamento della spesa pubblica dal Ministero del bilancio, istituito apposta per lui con il D.Lgs.C.P.S. 4 giugno 1947, n. 407, secondo le sue richieste che De Gasperi non discusse nemmeno, convinto che il governo non potesse prescindere dall'apporto del grande economista, all'epoca Governatore della Banca d'Italia. Il 6 giugno 1947 Luigi Einaudi lascia la carica di Ministro delle finanze e del tesoro assume la guida del ministero del Bilancio nel IV governo De Gasperi, mantenendo la vicepresidenza del Consiglio e trasferendo le funzioni di Governatore della Banca d'Italia a Menichella, allora direttore generale dell'istituto. Il democristiano Pella e l'indipendente Del Vecchio, entrambi di orientamento liberale, e quindi vicini alle posizioni einaudiane, assumono rispettivamente la responsabilità dei Ministeri delle Finanze e del Tesoro.

     In poco tempo Einaudi, che si era riservato di tenere sotto controllo le leggi di spesa assicurandosi che, ove ritenute necessarie, fossero assistite da idonea copertura finanziaria (una regola che sarà consacrata nell'art. 81, comma 4, della Costituzione), riuscì a frenare la spesa inutile, mentre Ragioneria Generale e Corte dei conti facevano la loro parte.

     Oggi evidentemente manca il controllo della spesa. Manca in Parlamento dove la sensibilità per le spese inutili, se non dannose, è scarsissima in una maggioranza particolarmente sensibile agli interessi privati. Manca nella gestione, non tanto come verifica della legalità della spesa, perché non si ha motivo di dubitare del buon lavoro della Ragioneria e della Corte, quest'ultima per gli atti che controlla, meno, molto meno di un tempo. Della Ragioneria ho già detto che, come custode del bilancio, ha fallito il suo ruolo se non riesce a rappresentare la Ministro l'inutilità di alcune spese, quelle che definiamo senza mezzi termini sprechi.

     Di fronte a questa situazione di ingovernabilità il Governo ed il suo ministro dell'economia si sforzano di contenere le spese in modo brutale, ricorrendo a sistematici, ricorrenti tagli, tutto il contrario di quel che serve in un momento come questo, quando occorre sollecitare i consumi, per far risalire la produzione e con essa l'occupazione.

     "Un'overdose di austerità sta drogando l'economia" , ha scritto ieri su Il Sole - 24 Ore Paul Krugman, l'economista statunitense Premio Nobel nel 2008, contestando la tesi della "contrazione che produce espansione". E dimostrando che dove questi comportamento è parso abbiano riscosso successi, questo, in realtà, derivava da altri fattori dell'economia che nulla avevano a che fare con la riduzione della spesa pubblica.

     Intendiamoci bene. Una spesa pubblica eccessiva è sempre da evitare, ma è certo che non è la quantità ma la qualità della spesa che influisce sulle condizioni generali dell'economia e sulla capacità del pubblico di contribuire al benessere della popolazione.

     Ad esempio non è sufficiente ridurre la spesa sanitaria con i famigerati tagli "orizzontali" per avere servizi migliori perché è molto probabile che i tagli vadano a colpire aspetti essenziali della cura della salute, mentre un taglio selettivo, sulla base delle indicazioni provenienti da un approfondimento degli elementi costitutivi della gestione potrebbe sortire il duplice effetto di diminuire la spesa e migliorare le prestazioni.

     Il fatto è che la spesa inutile e dannosa è spesso conseguenza dell'intervento di lobby, vicine al potere, che sollecitano l'espansione del costi.

     Per rimediare allo sfascio di vasti settori della gestione pubblica occorre, dunque, una revisione severa delle spese, analizzandole una ad una sulla base delle indicazioni degli organi di controllo e tenendo presenti le indicazioni provenienti dalle esperienze più virtuose. Rapidamente si possono avere elementi certi e colpire senza pietà gli sprechi, appena scoperti, giorno dopo giorno, senza attendere piani generali. Uno spreco accertato va immediatamente eliminato.

     Per far questo occorrono autorevoli verifiche della spesa e la volontà di risolvere i problemi. Occorrono scelte politiche consapevoli. Ed una direzione del Governo e del Ministero dell'economia in mano a personalità che abbiano la competenza e l'autorevolezza di imporsi ai vari clientes che la politica come sempre attira.

      Non si vede nessuna di queste qualità oggi all'orizzonte. C'è solo la capacità di brutali tagli, del tutto inutili, soprattutto svincolati da una politica globale del bilancio pubblico che tenga conto degli effetti del fisco sull'economia e sul reddito delle persone e delle imprese. Per fare politica economica ci vorrebbero economisti alla Einaudi non modesti contabili, quasi amministrassero il condominio di casa loro.

4 luglio 2010

 

 

 

 

Berlusconi "corregge" il relatore

Il pasticciaccio delle tredicesime decurtate

di Senator

 

     Clamoroso marcia indietro del Governo sulla riduzione delle tredicesime al personale statale. Il Premier Berlusconi interviene quando gli animi si erano già abbondantemente riscaldati e le polemiche dilagavano in tutta Italia.

     Ecco l'emendamento incriminato:
     "All'articolo 9, dopo il comma 22, sono inseriti i seguenti: "22-bis. Al fine di assicurare un risparmio di spesa non inferiore ai risparmi derivanti dall'applicazione dei commi 1, 21, secondo e terzo periodo, e 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo, del presente articolo, nei confronti del personale di cui all'art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, la tredicesima mensilità spettante al predetto personale può essere ridotta con decreti di natura non regolamentare del Presidente dei Consiglio dei Ministri da emanare entro il 31 ottobre 2010 su proposta dei Ministri competenti di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze; con i decreti è fissata la percentuale di riduzione necessaria ai fini del conseguimento del predetto risparmio di spesa. Per il personale di cui alla legge n. 27 del 1981, il decreto è emanato su conforme delibera degli organi di autogoverno. In particolare, possono essere emanati distinti decreti per:
a) il personale dirigente delle Forze armate e delle Forze di Polizia;
b) il personale non dirigente delle Forze armate e delle Forze di Polizia;
c) il personale dirigente dei Vigili del Fuoco;
d) il personale non dirigente dei Vigili del Fuoco;
e) i professori ed i ricercatori universitari;
f) il personale di cui alla legge n. 27 del 1981;
g) il personale della carriera prefettizia;
h) il personale diplomatico;
i)  il personale della carriera dirigenziale penitenziaria.
22-ter. A seguito della registrazione da parte della Corte dei Conti  dei singoli decreti di cui al comma 22-bis, nei confronti delle categorie destinatarie dei decreti stessi cessano di applicarsi le disposizioni di cui ai commi 1, 21, secondo e terzo periodo, e 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo, del presente articolo.
22-quater. Qualora gli effetti finanziari previsti in relazione all'applicazione dei commi 1, 21, secondo e terzo periodo, 22, secondo, terzo, quarto e quinto periodo e 22-bis del presente articolo nei confronti del personale di cui all'art. 3 del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, risultassero, per qualsiasi motivo, conseguiti in misura inferiore a quella prevista, con decreti di natura non regolamentare del Presidente del Consiglio dei Ministri, da emanare previa relazione del Ministro dell'economia e delle finanze, è disposta la riduzione della tredicesima mensilità spettante al predetto personale, sino alla concorrenza dello scostamento finanziario riscontrato. Sono emanati distinti decreti per le categorie indicate nell'ultimo periodo del comma 22-bis."
Il Relatore".

     Una decisione di rara insipienza politica, un aggravio all'aggravio dei tagli che già hanno destato vivissimo malcontento per l'intrinseca ingiustizia che li riferisce solamente alle categorie del pubblico impiego, da parte di un governo e di un Ministro, in carica da anni, il quale non ha saputo combattere l'evasione fiscale che anzi è sensibilmente aumentata secondo i dati dello stesso Ministero dell'economia e delle finanze che dovrebbe provvedervi, che non ha saputo riordinare il sistema del contenzioso tributario che allunga, oltre ogni ragionevolezza, i tempi della riscossione delle imposte. In sostanza uno sfacelo su tutta la linea, un apparato elefantiaco che non riesce a fare quello che tutti gli stati seri fanno, riscuotere le imposte. Il perché è semplice. Il sistema tributario è farraginoso, continuamente soggetto a modifiche. Di difficile interpretazione  è la Bengodi degli evasori e dei  consulenti, il più delle volte ex dipendenti dell'Amministrazione finanziaria nella quale mantengono solidi collegamenti. Nessuna politica seria delle deduzioni, l'unica capace, come insegna l'esperienza dei paesi all'avanguardia nella lotta all'evasione fiscale, di far emergere i redditi degli operatori economici e i lavori in nero. Un'amministrazione che è capace solo dei "tagli orizzontali", cioè di decurtazioni percentuali uguali per tutti, ignorando che non per tutti la medesima riduzione degli stanziamenti ha lo stesso effetto. Così si premiano strutture parassitarie e si condannano a morte enti che costituiscono il fiore all'occhiello del nostro Paese nella ricerca scientifica e nella cultura.

     La conclusione è una sola, l'economia   è una cosa troppo seria per farla fare ai ragionieri del Ministero di via 20 settembre.

4 luglio 2010

 
 

 

La protesta dei magistrati: oltre lo  sciopero

di Iudex


     H
o scioperato, abbiamo scioperato in molti, per protestare contro un provvedimento che attua una manovra finanziaria ingiusta, che colpisce soprattutto le categorie dell’impiego pubblico, laddove è facile tagliare stipendi e rateizzare le liquidazioni. Dopo averci imbottito la testa di rassicuranti certezze. In parole povere Berlusconi e Tremonti ci avevano fatto credere di essere il Paese più virtuoso d'Europa. Dove la crisi stava per passare, era passata, in sostanza stavamo per riprendersi, il tutto  mentre le piccole imprese, l'orgoglio del Nord Est chiudevano una dopo l'altra e a migliaia perdevano posti di lavoro. Alcuni senza prospettive i quaranta-cinquantenni, assolutamente incollocabili.
     Di fronte ai soliti tagli "orizzontali", dimostrazione della incapacità di distinguere le situazioni e le esigenze vere, ad esempio degli enti definiti "inutili", spesso perché non se ne conosceva la funzione (questo giornale ha fatto l'esempio dell'Istituto di Studi ed Esperienze di Architettura Navale, l'INSEAN, che ha commesse dalla U.S. Navy, e scusate se è poco!), noi magistrati abbiamo anche fatto presente che la nostra protesta su tagli di stipendi e blocco delle promozioni discende dal fatto che non siamo categoria contrattualizzata e non ci è facile tornare a rivendicare, a breve, recuperi di carriera e stipendiali, gli uni e gli altri strettamente connessi con un regime di autonomia assicurato dalla Costituzione, come espressione della indipendenza che è anche economica.
     Ingiusta perché,  a parità di livello, se dovessimo  prendere le misure con il vecchio “ordinamento gerarchico”, un Consigliere di cassazione, equiparato ad un dirigente generale o ad un generale di divisione, “porta a casa” a fine mese meno, molto meno del funzionario, che, soprattutto in alcune amministrazioni (ad esempio il Ministero dell'economia e delle finanze, il Ministero di Tremonti il "tagliatore") “arrotonda” con incarichi e benefits, palesi o occulti (ma questi non interessano). Commissioni, comitati, collaudi, arbitrati, consigli di amministrazioni, revisorati dei conti. E poi la possibilità di “sistemare” figli e nipoti in aziende e società dipendenti dallo Stato e dagli enti locali. Raramente il figlio di questi Grand Commis fanno concorsi, di solito vengono "chiamati" dagli enti vigilati.
     Angelo Balducci, certo non un esempio da seguire, per i comportamenti che gli sono addebitati dalla magistratura ordinaria (per parte sua la Corte dei conti, Sezione giurisdizionale del Lazio, lo ha condannato in primo grado per un collaudo “distratto” in occasione della ristrutturazione delle Sale Operatorie dell'Ospedale Santo Spirito effettuate con i fondi del Grande Giubileo del 2000), ha affermato di guadagnare ogni anno oltre due milioni e mezzo di euro, tra collaudi e arbitrati.
     Certo non è un reddito diffuso tra i dirigenti dell’Amministrazione, ma certamente tutti guadagnano più dei magistrati di qualifica “corrispondente”. 
     La conseguenza è evidentemente quella che i tagli stipendiali incidono sull’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, nei confronti dei quali c’è, in buona parte della classe politica, in particolare dell'attuale maggioranza, una diffusa ostilità, conseguenza di intolleranza rispetto al controllo di legalità che connota lo Stato di diritto.
     Tuttavia questa lesione dell’indipendenza della magistratura non è percepita dalla gente, la quale è convinta, perché così è stata indotta a credere da stampa e televisione, che i magistrati lavorano poco e guadagnano tanto. E poi siccome ricordano alla gente che ci sono varie regole da rispettare sono obiettivamente “antipatici” a molti nel Paese dei "dritti", quelli che sovente fanno incursioni nell'illegalità ma tuttavia la fanno franca .
     Con questa premessa, lo sciopero non sembra la forma di protesta più adatta. Intanto perché l’astensione dal lavoro nella storia delle rivendicazione in materia di lavoro deve danneggiare essenzialmente il datore di lavoro, mentre nel caso dei magistrati lo sciopero colpisce gli utenti del servizio giustizia (il più delle volte i più deboli)  e poi perché continuo a nutrire dubbi sul fatto che un potere dello Stato possa scioperare nei confronti di altri poteri, il Governo e il Parlamento, dal momento che il decreto legge è atto "del Governo" che adesso è “del” Parlamento chiamato a convertirlo in legge.
     Da queste brevi considerazioni deduco due conseguenze:
1.        i magistrati non sanno comunicare, altrimenti, denunciando una lesione di indipendenza, avrebbero dalla loro la gente;
2.        l’astensione dal lavoro è uno strumento non idoneo alla protesta.
     Quanto al primo punto, essenziale, è evidente che le associazioni dei magistrati non possono scendere in campo solamente quando la categoria è danneggiata nel portafoglio. Se, come è evidentemente vero, si è voluto portare una lesione all’indipendenza della magistratura, questa va rivendicata in ogni occasione, in un dialogo aperto e continuo con le altre componenti del mondo del diritto, avvocatura ed università, in rapporto ai principi costituzionali sui diritti dei cittadini, i quali devono essere informati del dibattito che direttamente o indirettamente li riguarda.
      Se il ruolo della Magistratura, la quale si deve dare carico, per quanto di propria spettanza, della risposta alla richiesta di Giustizia che proviene dalla comunità, è compreso dalla gente, è evidente che la classe politica sarà indotta a tenerne conto anche quando pensa di poter attuare riforme di esclusivo interesse di parte.
     Questo cambio di passo è essenziale. Altrimenti ci ritroveremo al prossimo giro nelle stesse condizioni, costretti a protestare con un’opinione pubblica indifferente e in molti casi ostile (chi attende da anni una sentenza civile o il danneggiato da un reato beffato dalla prescrizione!).
     È necessario dunque (siamo al punto 2) pensare a forme diverse di protesta che siano idonee a coinvolgere effettivamente la totalità dei colleghi: una manifestazione pubblica, un impegno lavorativo straordinario, capaci di marcare la differenza e di sottolineare la dignità del ruolo istituzionale di chi è chiamato ad amministrare la Giustizia. Proviamo a pensarci su per non trovarci impreparati alla prossima occasione o per continuare la protesta con maggiori forze e più vasti consensi perché la Giustizia, con la "G" maiuscola, è centrale nella pacifica convivenza, perché punire i reati è dimostrazione della presenza dello Stato e dà certezze ai cittadini, e assicurare la tutela dei diritti è espressione di civiltà, come insegna l'eredità del diritto romano.   

3 giugno 2010

 

 

Scontro Quirinale Palazzo Chigi

C’è una questione legalità non risolta

di Senator

 

     Oltre alla questione morale, che si è affacciata prepotentemente in questi ultimi mesi, quando sono venute all’attenzione delle cronache le malefatte della “Cricca”, c’è un’evidente questione legalità. Non da oggi, ovviamente, ma da quando un evidente, irrisolto conflitto di interessi, incarnato da un imprenditore che ha assunto la leaderschip del governo ha fatto ritenere a molti, certamente ai suoi compagni cordata, che le regole della democrazia e financo la Costituzione possano essere aggirate o modificate  in funzione di interessi personali o di categoria.

     La questione legalità è sottolineata dalla quotidiana insofferenza del Premier e dei suoi uomini per la magistratura e per la Corte costituzionale. Il controllo di legalità che connota lo “stato di diritto” che lo affida a giudici "soggetto soltanto alla legge", sempre poco gradito dai detentori del potere, in Italia, in questi anni, è apertamente rifiutato da una parte della classe politica, quella degli affari e dei conflitti di interesse grandi e piccoli, palesi o ben occultati, che degradano il nostro Paese ai livelli di alcune repubbliche sudamericane ed africane, dove imprenditori senza scrupoli e capi tribù pretendono di gestire la cosa pubblica nell’interesse proprio e dei propri amici. Uomini d’affari che, nel periodo nel quale sono al Governo, del paese e degli enti locali si arricchiscono rapidamente.

     Oggi il conflitto sulle regole della legalità esplode attraverso un’iniziativa del Quirinale che, sempre prudente, ipotizza, con linguaggio di inusitata durezza, un rinvio alle Camere, ove il disegno di legge sulle intercettazioni fosse approvato così com’è approdato alla Camera dopo l’approvazione del Senato.

     Una tensione palpabile e foriera di possibili soluzioni traumatiche, che ha fatto dire a Massimo Franco, nel suo editoriale sul Corriere della sera del 2 luglio di “cortocircuito istituzionale”. Perché le parole di Giorgio Napolitano a proposito della legge sulla disciplina delle intercettazioni “non sono soltanto una bocciatura dell’accelerazione del governo, ed un invito a cambiare il provvedimento”.

     Il Capo dello Stato si è lamentato di non essere stato ascoltato neppure sulla manovra economica, che è stata attuata con provvedimento d’urgenza, ed in tal modo “dà sfogo -  scrive Franco - ad una sensazione diffusa: sebbene il centrodestra gli risponda che temporalmente il suo consiglio è stato seguito”.

     L’intervento di Napolitano può essere interpretato in vari modi. Anche che “una tensione così evidente si spiega con la volontà di scongiurare un pericolo: che il centrodestra finisca per scaricare sul Paese i suoi contrasti interni” (ancora Franco).

     A me pare che l’intervento del Capo dello Stato possa e debba, nella situazione che si è venuta a creare tra chi vuole evidentemente legare le mani ai magistrati e chiudere la bocca ai giornalisti e chi ritiene che la legalità rappresenti un valore che connota la democrazia e la nostra Repubblica, essere interpretato come espressione di un ruolo centrale nel sistema costituzionale. 

     Per cui il Presidente con la sua iniziativa rivendica il ruolo di garante super partes della legalità, facendo intendere indirettamente ai fautori del presidenzialismo o del semipresidenzialismo, secondo le formule che la tradizionale esterofilia italiana definisce ad imitazione di esperienze straniere imbarcate spesso solo per sentito dire nelle rivendicazioni politiche, che un garante non può venir meno, senza mettere a rischio la democrazia. Perché sarebbe veramente terrificante immaginare che sul Colle sedesse, con più ampi poteri, il Cavaliere imprenditore, pronto ogni giorno a fare strame delle regole del diritto e della democrazia.

     Berlusconi afferma di non avere poteri per governare. In realtà con una maggioranza numericamente ragguardevole e con i poteri che la Costituzione gli riconosce potrebbe fare molto. Se non lo fa, se non riesce a governare è perché il suo governo è diviso, composto nella maggior parte dei casi da personale politico modesto (in taluni casi patetico) e i parlamentari della maggioranza non sono professionalmente qualificati. Perché così li ha scelti lui, privilegiando belle ragazze e giovani senza esperienza. A tutti ha fatto ritenere che fosse possibile non rispettare le leggi e all’occasione modificarle ove fossero di ostacolo al perseguimento di interessi personali e di lobby, sia pure gabellati come interessi della gente.

3 luglio 2010

 

 

 

 

Mentre monta una "questione morale" dagli esiti imprevedibili

Il "caso Brancher" tra politica e diritto

di Senator

 

     La nomina di Aldo Brancher a Ministro per l’attuazione del federalismo se non altro farà discutere negli anni a venire gli studiosi di politica e di diritto costituzionale. I primi si chiederanno che senso abbia istituire un posto di governo che deve monitorare l'attività di un altro ministro, quello per il federalismo. Per cui si potrebbe pensare a plurimi ministri senza portafoglio per verificare l'attuazione del programma dei ministri con portafoglio. Il ministro per l'attuazione delle politiche comunitarie, che è già senza portafoglio, o delle politiche agricole, che, invece, il portafogli lo ha. O il ministro per l'attuazione del programma del beni culturali o della sanità o del lavoro.

     Contemporaneamente i giuristi si porranno il problema se sia legittimo moltiplicare i posti di governo, sfruttando lo strumento dei ministro "senza portafoglio", cioè senza bilancio autonomo che, però, pesa sul bilancio dello Stato perché si avvale di uno staff che mai va sotto le venti unità, un capo di gabinetto, un capo del settore legislativo, come si esprime il decreto organizzativo della Presidenza del Consiglio (solo Gianfranco Fini, Vicepresidente del Consiglio, lo ha chiamato  "Ufficio legislativo" per mettere in pista il fedelissimo Paolo Maria Napolitano, un funzionario del Senato poi nominato Consigliere di Stato e quindi spedito alla Consulta), Tutti e tre con auto blu e autisti, ovviamente, dei quali inevitabilmente saranno dotati anche il segretario particolare. Spese che, in tempi di crisi economica, sarebbe stato meglio evitare.

     La nomina di Brancher, a velocità supersonica, ha stupito tutti, o quasi. Apertamente sorpresi  La Russa e Gasparri, Bossi "il federalista" per antonomasia, che in materia ha una esplicita competenza ministeriale, ha accolto la notizia con evidente contrarietà tanto da sconfessare pubblicamente, in quel di Pontida, la scelta di Berlusconi.

     "Perché tutta questa fretta?" si è chiesto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera. Un ennesimo mistero politico, considerato che da oltre un mese e mezzo è vacante un posto di governo di particolare rilievo, quello dello Sviluppo economico, al quale sono affidate molte delle speranze della ripresa della produzione e dei consumi, dopo le dimissioni di Claudio Scajola non viene ancora assegnato.

     "Anche i meno sospettosi, anche chi è più disponibile a rilasciare un credito all’attuale governo e chi ha appena ritenuto positive le ultime scelte, specialmente in economia - ha scritto Battista -, è costretto a immaginare che in tanta segretezza frettolosa molto abbia pesato il nome del nuovo ministro, Aldo Brancher, che potrebbe avvalersi, come tutti i ministri, delle nuove norme sul "legittimo impedimento" per procrastinare le vicende giudiziarie che lo riguardano. È un sospetto ingiusto, ma la singolarità della nomina di Brancher autorizza qualsiasi malevolenza".

     Una vicenda comunque imbarazzante se dal Quirinale, nella sua funzione di supremo garante della legalità, il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,  è dovuto intervenire per dire che un ministro senza portafoglio non può essere legittimamente "impedito" dinanzi al suo giudice. Tanto che Brancher avrebbe l'intenzione di chiedere che l'interrogatorio sia anticipato.

     E' comunque una situazione imbarazzante che favorisce quel clima di profondo malessere che attraversa tutto il mondo politico e che sta montando anche nel Popolo della Libertà, tanto da costringere Berlusconi a reiterate condanne di ogni ipotesi che veda il formarsi di correnti o di altro analogo raggruppamento.

     Sullo sfondo una "questione morale" che non può essere a lungo occultata, se ministri ed altri uomini di governo o dirigenti dell'Amministrazione sono inquisiti o sospettati di illeciti o di compiacenti omissioni di controlli.

26 giugno 2010 

 

 

 

 

 

E due! Dopo Sergio Santoro, se ne va anche Sergio Gallo,

Capo di gabinetto del Sindaco Alemanno

di Marco Aurelio

 

     "Improvvise e impreviste situazioni familiari" sono la giustificazione dell'abbandono di Sergio Gallo, magistrato ordinario, Capo di gabinetto del Sindaco di Roma, Gianni Alemanno. Il quale prende atto "con dispiacere della sopravvenuta situazione" e ringrazia il suo ex collaboratore "in modo non formale".

     Gallo rientra in  magistratura, come Sergio Santoro, Presidente di Sezione del Consiglio di Stato, che lo aveva preceduto nel delicato incarico, tra l'altro con una remunerazione assai buona. Che il Corriere della Sera ha indicato in 298 mila euro.

    Che due magistrati lascino il prestigioso incarico fa riflettere. Il primo, Santoro, ha una vasta esperienza di magistrato amministrativo, ottimo conoscitore degli apparati dello Stato e degli enti locali, una vasta esperienza di collaborazione ministeriale in vari settori. Gallo non ha la stessa esperienza. Era giudice civile. Entrambi   sono uomini di legge, abituati ad applicarla ed a pretendere che sia seguita.

     Cosa li ha indotti a mollare un incarico di grande prestigio e ben retribuito? Un'esigenza personale è la versione ufficiale e non vi sono motivi per dubitare che sia così. Tuttavia la coincidenza  è certamente singolare per cui il Corriere della Sera di oggi (a pagina 2 della Cronaca di Roma), a proposito delle dimissioni di Gallo, azzarda: "sembra che all'origine della decisione ci sia stata qualche incomprensione col sindaco sui tempi delle decisioni, a cominciare dalla sanatoria sulle piscine".

     Che la stessa cosa sia accaduta con Sergio Santoro?

     Certo che non è da tutti abbandonare una poltrona prestigiosa, accanto ad un politico giovane e rampante, che aspira ad un ruolo di primo piano nel dopo Berlusconi, se non c'è un motivo serio, un'incomprensione non superabile.

     Resta, dunque, il dubbio che l'azzardo del Corriere possa essere verosimile, che effettivamente tra il politico e il tecnico ci sia stata qualche contrasto, che a questo punto deve ritenersi grave, su alcune decisioni da assumere.

     Certamente delle dimissioni di Gallo si tornerà a parlare ed è probabile che si ricerchino i motivi per i quali, a breve distanza dell'insediamento del Sindaco che ha prevalso su Rutelli, anche Sergio Santoro preferì lasciare il Palazzo del Campidoglio e tornare al Consiglio di Stato.

23 giugno 2010

 

 

 

 

L'iniziativa del Sindaco di Roma

La Guardia di Finanza negli asili,

per far pagare di più a chi più può

di Senator

 

     L'idea sembra appropriata. Il Sindaco Alemanno alla disperata ricerca di mezzi per far cassa dopo la disastrosa esperienza delle giunte di Centrosinistra e dopo gli errori iniziali dello stesso Sindaco (strisce blu a pagamento e bianche senza controlli), che tra l'altro hanno privato la comunità romana di somme legislativamente destinate ai parcheggi ed alla segnaletica, pensa, così dicono i giornali di oggi (E-Polis, a pagina 15) di fare un accordo con la Guardia di Finanza "per setacciare i i redditi delle famiglie che iscrivono i bambini al nido per accelerare la lotta all'abusivismo". "Darà di più chi ha più possibilità, dice il Sindaco.

     La questione non è chiara per cui tento alcune ipotesi e considerazioni.

     Sembrerebbe diretta a coloro i quali iscrivono i figli negli asili comunali. In questo caso il reddito effettivo della famiglia dovrebbe servire a permettere di formare la graduatoria nel senso di dare la precedenza a chi ha redditi inferiori. Per cui se è evidente e giusta l'idea di adottare misure che accertino i redditi effettivi, in modo da evitare l'ingiustizia di chi dolosamente esponga un reddito inferiore, non si comprende che senso abbia dire pagherà di più chi più ha perché chi è in questa condizione non dovrebbe entrare in graduatoria.

     L'idea del Sindaco va, dunque, meglio spiegata. E certamente lo farà, anche perché l'opposizione ha subito parlato di una "vera e propria stangata per i romani".

     L'occasione induce, invece, a considerare la necessità di valutare - ma questo è compito del Ministro Tremonti - la possibilità di attuare una deduzione dei costi che le famiglie sostengono per i figli. In parte, ovviamente, considerate le condizioni della finanza pubblica. Ma è evidente che se la retta di un asilo privato è, ad esempio, di 700 euro mensile il fisco che consentisse di dedurre anche solo il 10 per cento (70 euro) sarebbe in condizione di individuare la somma che l'asilo percepisce e non potrebbe non esporre nel bilancio e nella dichiarazione dei redditi. Infatti il 10 per cento, come qualunque altra percentuale, individua il totale, l'effettiva somma incassata dal percettore.

     E' questo il segreto del fisco moderno e civile. Far emergere, attraverso la generalizzata deduzione di tutto o di parte dei redditi trasferiti le somme da tassare. Ma da questo orecchio il Ministro Tremonti non ci sente. Si sente dire che si perderebbe gettito. E' una solenne sciocchezza, considerata la flessibilità del sistema tributario e la possibilità di determinare anno dopo anno la misura delle deduzioni come delle detrazioni.

    Quando diventeremo un paese civile?

21 giugno 2010

 

 

 

 

Dopo la partita Italia-Nuova Zelanda giudicata "sulla carta" facile

E' sempre sbagliato sottovalutare gli avversari

di Salvatore Sfrecola

 

     Abbiamo sofferto, tutti, ieri pomeriggio durante la partita Italia - Nuova Zelanda, che tutti i giornali avevano ritenuto "sulla carta" facile.

     Invece abbiamo sofferto e molto, anche per aver sottovalutato l'avversario e per aver messo in campo una squadra inadeguata. Lippi ha ripetuto più volte nell'intervista televisiva del dopo partita che i  neozelandesi erano alti due metri. Che fossero cresciuti nella notte? Suvvia è la solita spocchia nostra e del CT, in particolare, che dopo l'incontro con il Paraguay ebbe a dire, parola più o parola meno, che la squadra sudamericana si era impegnata molto a contenere i nostri!

     Ma dov'era Lippi?

     E poi che senso ha minimizzare il valore dei nostri avversari? Svilisce anche il senso di una nostra eventuale vittoria. Se gli avversari valgono poco lo stesso successo vale poco.

     Mi ricorda la stupida denigrazione che al tempo del Fascismo si faceva dell'esercito inglese. Mussolini disse che era l'ultimo del mondo. Affermazione quanto mai azzardata considerato che per secoli i soldati con la bandiera dell'Union Jack  hanno combattuto in tutti i continenti.

     Affermazione azzardata, quella del Duce, che però consentì a Churchill, a guerra finita, di annunciare alla Camera dei comuni che l'ultimo esercito del mondo aveva battuto il penultimo.

     Sciocchezze italiche!

21 giugno 2010

 

 

 

 

In margine all'editoriale di Gian Antonio Stella

Autocertificazione sì, ma con controlli adeguati

di Senator

 

     Quando ho scritto il mio pezzo sulle preannunciate semplificazioni cin materia di apertura di un'impresa, all'alba di questa mattina, non avevo ancora letto il Corriere della Sera che si apre con un bell'editoriale di Gian Antonio Stella dal titolo emblematico "Autocertificati (e responsabili)".

     Fustigatore dei costumi della "casta" e della "cricca", severo censore delle malefatte della burocrazia Stella esordisce con un "Dio benedica l'autocertificazione". Convinto che Dio non debba essere nominato "invano" , tuttavia condivido il peana alla semplificazione, come l'ho condiviso quando l'Amministrazione pubblica ha cominciato ad accettare dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà per abbattere la carta dei certificati ed i tempi lunghi delle pratiche che ne prendevano atto. Poi, però, è emerso che molti profittavano della diffusa convinzione, sperimentalmente verificata, che i controlli non arrivano sempre, Conosco il caso di un falso medico, condannato dalla Corte dei conti, il quale prestava servizio presso un ospedale napoletano avendo attestato di essere laureato in medicina e chirurgia. Periodicamente la direzione amministrativa gli chiedeva il certificato la laurea e l'iscrizione all'ordine. Lui faceva finta di niente e così per molto tempo l'ha fatta franca. Poi è cambiato il direttore sanitario. Il nuovo ha reiterato la richiesta ma stavolta, non ricevendo risposta, si è rivolto all'università ed all'Ordine dei medici. L'una non aveva mai laureato quel signore che, ovviamente, l'Ordine dei medici non aveva mai iscritto.

     Accadeva a Napoli qualche anno fa. Ed oggi Stella racconta episodi che dimostrano che in fatto di truffe da autocertificazione, ove più ove meno, l'Italia è una, in barba al federalismo della Lega. Cronache, come scrive, che "fanno rizzare i capelli".  Seicentosei studenti della Sapienza smascherati (su un campione di soli 4000) perché si dichiaravano poveri rubando le borse di studio ai poveri veri. Settantatré palazzine abusive a Casalnuovo vendute dal notaio in base a un’autocertificazione falsa secondo cui tutto era a posto per il condono. Cento per cento dei posti in graduatoria nelle «materne» dell’Agrigentino assegnati grazie alla legge 104 e ai documenti di maestre che giuravano di assistere parenti invalidi”.

     E, ancora, migliaia di “buoni-bebè” (solo a Voghera erano truffaldine 354 pratiche su 430) distribuiti a immigrati “finti italiani”. Poi decine di migliaia di finti nullatenenti dalla Val d’Aosta alla Calabria esenti dal ticket sanitario e viua dicendo, dall’Alpi al Lilibeo, l’Italia dell’autocertificazione è a rischio.

     Occorre procedere comunque sulla strada della semplificazione. Ma occorrono pene severe per chi imbroglia, senza che abbia la sensazione di condoni all’orizzonte.

     Infine, massima severità anche all’interno, per evitare che in sede di controlli i soliti impiegati disonesti, che non mancano mai anche nelle migliori amministrazioni, taglieggino coloro che, magari in buona fede, qualche imprecisione l’hanno denunciata nell’autocertificazione,

     Vediamo se questo riesce a diventare un Paese normale e civile.

20 giugno 2010

 

 

 

 

Un antico problema "scoperto" soltanto adesso

Meno burocrazia per aprire un'impresa,

evitando il far west selvaggio

di Senator

 

     Necessarie da anni, certamente da quando il Presidente imprenditore è entrato in politica, nel 1994, delle esigenze di semplificazione degli adempimenti per avviare un'impresa non se ne era parlato mai a livello di governo. Viene adesso prepotentemente alla ribalta mentre le imprese chiudono un po' dappertutto in Italia sotto i colpi della crisi economica. Ottima iniziativa certamente, come sottolineato anche dal Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi, che ha denunciato "troppi ostacoli". "Una regolamentazione eccessiva o di cattiva qualità costituisce per le imprese un fattore di ostacolo alla concorrenza", Più esattamente una regolamentazione "inefficiente e costosa", sicché, riprendendo una valutazione della Banca Mondiale osserva come "non sia facile fare impresa in Italia".

     Bene, anzi benissimo. Si doveva fare prima ma il Presidente imprenditore, che questi problemi dovrebbe conoscere in ragione della sue esperienza professionale, non se ne era dato carico fino ad oggi.

     Che sia un ennesimo annuncio? Considerato il gran polverone che si va facendo, innanzitutto coinvolgendo nell'iniziativa la riforma degli articoli 41 e 118 della Costituzione in termini non ben definiti e della quale comunque non si comprende bene la motivazione. Soprattutto non si comprende perché si voglia modificare l'articolo 41 che si apre con una affermazione solenne: "L'iniziativa economica privata è libera", come pretesa alla non ingerenza del potere politico nei rapporti di produzione e di scambio. Una formula che addirittura richiama l'inglese Magna Charta libertatum del 1215, che garantisce a tutti i mercanti la possibilità  di circolare liberamente "sia per terra che per acqua, per comprare e per vendere, secondo le antiche e buone consuetudini".

     L'articolo 41 prosegue (comma 2) affermando che (l'iniziativa economica privata) "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana".. Fin qui credo che né Berlusconi né Tremonti abbiano nulla da dire.

     Al terzo comma sta scritto che "la legge determina  i programmi e i controlli opportuni perché* l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali". E qui, probabilmente, sta la scusa della preannunciata proposta di revisione costituzionale perché questa norma "programmatica" che prevede l'eventuale attribuzione dal legislatore alla pubblica amministrazione di una verifica della regolamentazione del numero e della localizzazione degli esercizi commerciali (ad esempio, le farmacie, i supermercati) o delle caratteristiche dei locali allo scopo adibiti sotto il profilo della sicurezza e dell'igiene è evidentemente una scusa per mascherare le difficoltà non valutate e giustificare l'eventuale fallimento dell'iniziativa. Perché è facilmente immaginabile cosa accadrebbe se, in sede di verifica successiva, l'autorità pubblica accertasse che l'autocertificazione, ad esempio sulla sicurezza dei locali e dell'igiene, non fosse rispondete alla realtà, Si applicherebbe rigidamente la legge o farebbe capolino l'ennesimo condono?

     Che non sia questione semplice lo dimostra la difficoltà che lo schema normativo ha incontrato in Consiglio dei Ministri, con le riserve di Brunetta, Calderoli, Ronchi, Bossi e Frattini. Di quest'ultimo, soprattutto, che pur essendo Ministro degli affari esteri, lontano, quindi, dalla materia ratione officii, è un giurista di  valore al quale non possono sfuggire che non esistono reali ostacoli da parte dell'articolo 41 alla semplificazione della disciplina normativa per l'avvio di un'impresa.

     Si parla meno della riforma dell'articolo 118 della Costituzione e non se ne comprendono ancora oggi le ragioni, atteso che la riforma del 2001 ha delineato l'esercizio delle funzioni amministrative tra i vari enti che compongono la Repubblica, comuni, città metropolitane, province, regioni e Stato, con l'affermazione del principio della sussidiarietà, verticale (da un ente all'altro, partendo da quello più vicino al cittadino) e orizzontale (con attribuzione al cittadino ed alle associazioni nelle quali opera a fini sociali di svolgere funzioni proprie dei comuni).

     Forse verranno chiarimenti più avanti. O forse si voleva pensare all'articolo 117 che ripartisce le competenze legislative tra Stato e Regioni, sia per i casi di legislazione esclusiva che di quella  "concorrente". Nel  117, infatti, stanno le attribuzioni regionali in materia di commercio.

     Ci auguriamo veramente che lacci e lacciuoli siano eliminati per le imprese. Evitando tuttavia il far west selvaggio che sta dietro l'angolo di ogni liberalizzazione, in assenza di una burocrazia efficiente ed autorevole che faccia rispettare le regole, sia pure ex posto.

20 giugno 2010

 

 

 

 

 

Un forte richiamo alla responsabilità delle istituzioni

Cambiano i vertici di Corte dei conti e Consiglio di Stato

 

di Salvatore Sfrecola

 

     Momento delicato per le istituzioni della Repubblica troppo spesso coinvolte in polemiche politiche che, in realtà, non le riguardano e oggetto di aggressioni scomposte di chi non ne riconosce il ruolo per essere fuori della logica istituzionale e democratica sulla quale si fonda la nostra Costituzione.

     Da un lato i magistrati costretti a scioperare contro voglia, nella consapevolezza che gli uomini e le donne che incarnano un potere dello Stato, il potere giurisdizionale, l'espressione più alta del vivere civile, entrano in rotta di collisione con un altro potere dello Stato, il Governo, ripetutamente impegnato non a facilitarne il delicatissimo lavoro ma ad ostacolarlo, come nel caso della guerra alle intercettazioni telefoniche e ambientali in una corsa contro il tempo perché non emergano le malefatte della "Cricca". Da ultimo con una sforbiciata alle retribuzioni che ad una categoria la quale non contratta gli stipendi, perché stabiliti per legge, vede nella diminuzione di un trattamento economico di gran lunga inferiore a quello dei dirigenti statali e regionali una lesione grave della propria indipendenza.

    Lo scontro è duro perché la maggioranza ha messo in campo i mezzi di comunicazione di cui ampiamente, quasi monopolisticamente, dispone, a cominciare dai giornali amici o "di famiglia", dove scrivono giornalisti e pennivendoli che in fatto di retribuzioni e benefici vari stanno molte spanne avanti al titolare del maggior stipendio della magistratura.

     Intanto continua l'attacco alla Consulta di chi è intollerante dei controlli di costituzionalità sulle leggi.

     Altre situazioni maturano nel mondo della Giustizia. Tra il primo e il cinque di luglio lasciano la toga i Presidenti della Corte dei conti e del Consiglio di Stato, due Istituzioni essenziali nel buon funzionamento dello Stato, la prima per la funzione di controllo "sugli atti del governo", con compito di riferire al Parlamento "sul risultato del riscontro eseguito" (art. 100, comma 2, Cost.), la seconda "organo di consulenza giuridico-amministrativa e di tutela della giustizia nell'amministrazione" (art. 100, comma 1, Cost.). Cose non di poco conto!

     Entrambe le Istituzioni sono anche titolari di funzioni giurisdizionali, la Corte dei conti nelle materie di contabilità pubblica, per cui giudica sui conti di chi gestisce denaro pubblico e sulle responsabilità per danno all'Erario, il Consiglio di Stato giudice d'appello nella materia della Giustizia Amministrativa, laddove si verifica la legittimità dell'operato delle pubbliche amministrazioni, ad esempio in sede di aggiudicazione degli appalti. E Dio sa se non è un ruolo importante, come attestano le indiscrezioni giornalistiche, anche di fonte giudiziaria, sulle avventure della "Casta" e sugli imbrogli della "Cricca".

     Ebbene, alla vigilia della nomina del successore di Tullio Lazzaro, il Presidente della Corte dei conti, e di Paolo Salvatore, il Presidente del Consiglio di Stato, non vi è certezza sulla procedura che il Governo intenderebbe seguire, considerato che entrambi i Presidenti saranno nominati con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, "sentito il Consiglio di Presidenza", cioè l'organo di autogoverno delle due magistrature.

     La formula della legge, impostata nel senso che il Governo acquisirebbe il parere su una sua proposta è stata sempre interpretata come una designazione dei Consigli di Presidenza, per evidente rispetto dell'autonomia delle due magistrature e perché non sembri che l'esecutivo si nomina il suo controllore e il suo consulente che sono anche giudici della responsabilità degli amministratori pubblici e della legittimità dei loro atti.

     Così è stato da tempo per il Consiglio di Stato, più di recente per la Corte dei conti. La Presidenza del Consiglio scrive una letterina di due righe nella quale chiede un nome, ai fini della successiva deliberazione del Consiglio dei Ministri.

     Così sembra sia stato fatto nei giorni scorsi per il Consiglio di Stato, anche se nessuna deliberazione è stata assunta dal Consiglio di Presidenza in vista della scadenza del 5 luglio (collocamento a riposo del Presidente Paolo Salvatore).

     Non è accaduto per la Corte dei conti, nonostante il Presidente Tullio Lazzaro sia collocato a riposo dal 1° luglio.

     Il ritardo ha messo in stato di allerta l'Associazione Magistrati della Corte dei conti, anche perché sembra aver ripreso corpo la voce che il Governo chiederebbe non già una designazione secca ma una "terna" di nomi tra i quali scegliere.

     La diversità di trattamento, ove fosse confermata, non farebbe onore al Governo che potrebbe essere accusato di minare l'indipendenza della Corte dei conti, il suo controllore, e del Consiglio di Presidenza. Per cui la Giunta dell’Associazione dei Magistrati contabili è stata convocata "d’urgenza" per oggi "per esaminare le iniziative di contrasto da adottare nel caso siano confermate le voci nuovamente ricorrenti di richiesta da parte del Governo al Consiglio di Presidenza della Corte di una rosa di candidati entro la quale il Governo medesimo dovrebbe poi effettuare la scelta del Presidente della Corte".

     La Giunta ricorda di aver già "preso atto che il procedimento per la nomina del nuovo Presidente del Consiglio di Stato è prossimo alla conclusione pur mancando quasi un mese dalla scadenza dell’attuale vertice. Al contrario, malgrado l’assoluta identità del quadro normativo che disciplina le procedure in questione e ad appena dieci giorni dalla vacanza dell’analoga posizione per la Corte dei conti, la relativa procedura non è neppure iniziata". E sottolinea come "già l’anomalo differimento" evidenzi "una ben diversa attenzione del Governo nei confronti dell’organo di consulenza (oltre che di giustizia amministrativa) rispetto a quella manifestata all’organo di controllo, oltre che di giurisdizione di responsabilità". Segnalando come "le rinnovate voci di richiesta da parte del Governo di un’indicazione di più nomi, che non consentirebbe un’effettiva tutela dell’autonomia dell’Istituto, destano vivissimo allarme nei magistrati contabili".

     Al riguardo in un comunicato la Giunta ricorda come "il Consiglio direttivo unanime aveva a suo tempo rilevato (seduta del 4 maggio) che tale procedura “contrasterebbe con il ricordato quadro normativo di riferimento, costituirebbe un anomalo precedente e lascerebbe al Governo la sostanziale scelta della nomina del Presidente della Corte, così vanificando l’effettivo apporto decisionale da parte del Consiglio di presidenza della Corte stessa”.

     La Giunta preannuncia un appello al Presidente della Repubblica "perché voglia esercitare il suo ruolo di garante dell’indipendenza e dell’autonomia di tutte e di ciascuna Magistratura". Ugualmente saranno sensibilizzati anche i Presidenti dei due rami del Parlamento.

     Fin qui la notizia. Mi auguro che il Governo, che ha già altre gatte da pelare, con molti dei suoi componenti coinvolti, i giudici diranno poi come e in quale misura, nella cronaca di affarucci che se accertati dimostrerebbero che non si è servito lo Stato ma ci si è serviti dello Stato, non voglia usare la prepotenza nei confronti dell'organo di controllo, al quale in altri tempi, nell'Italia liberale, nel 1862, un Ministro del Re, Quintino Sella, nell'inaugurare a Torino il 1° di ottobre la Corte dei conti “il primo Magistrato civile che estende la sua giurisdizione in tutto il Regno”, manifestava altissimo senso dello Stato e rispetto dell'Istituzione. "Altissime sono le attribuzioni che la legge a voi confida. La fortuna pubblica è commessa alle vostre cure. Della ricchezza dello Stato, di questo nerbo capitale della forza e della potenza di un paese voi siete creati tutori".

     "A vostro compito il vegliare a che il Potere esecutivo non mai violi la legge; ed ove un fatto avvenga il quale al vostro alto discernimento paia ad essa contrario, è vostro debito il darne contezza al Parlamento. Delicatissimo ed arduo incarico, tanto che a taluno pareva pericolo l'affidarlo a Magistrati cui la legge accorda la massima guarentigia d'indipendenza, cioè la inamovibilità. Questo timore non ebbi, no, o Signori, e non esitai a propugnare per voi così delicate attribuzionì, ed il feci perché ho fede illimitata nel senno civile degli Italiani, come sopratutto in un regime di piena libertà e di completa pubblicità; regime che agli Italiani, certo quanto ad ogni altro popolo civilissimo meravigliosamente conviensi. Il feci per la fiducia che avevo negli illustri personaggi che il Governo intendeva chiamare dalle varie Provincie del Regno a questa Corte, sotto la guida di un venerando uomo di Stato che da ormai undici lustri rende servigi eminenti alla patria, ben degno che l'ufficio nobilmente tenuto nel Regno di Sardegna, il conducesse a quello di presiedere la Corte dei conti del Regno d'Italia. Così composta la Corte, io ero certo che sarebbesi mirabilmente conciliata l'osservanza della legge con la prudenza che in momenti difficili potrebbe tarpare indispensabile. Né dubitai che i miei successori avrebbero sempre chiamati tra voi uomini tali che non verrebbero meno alle virtù ed al patriottismo che v'illustra. A voi spetta quindi il tutelare la pubblica fortuna, il curare la osservanza della legge per parte di chi le debbe maggior riverenza, cioè del Potere esecutivo, senza che abbia a menomare quella energia e prontezza di esecuzione che in alcuni momenti decide dell'avvenire di un paese. Voi adempirete il vostro mandato in guisa che dalla istituzione di questa Corte l'Italia tragga i più lieti auspici per la sua unità amministrativa e legislativa".

     Un po' di enfasi, un po' di retorica, ma di un uomo che ha dimostrato con i fatti di credere nello Stato e nelle sue leggi, che rivolgendosi ai magistrati della Corte dei conti ne sottolinea l'indipendenza e li invita a controllare il governo e riferire al Parlamento "in un regime di piena libertà e di completa pubblicità". Né dubitava che i suoi successori avrebbero nominato magistrati della Corte tra gente capace di rendere "servigi eminenti alla patria".

     Che differenza tra l'Italia liberale di Quintino Sella, colui che, divenuto Ministro delle finanze, fece uscire dagli appalti pubblici le imprese "di famiglia", e quanti, tra un affaruccio e l'altro, oggi evocano ad ogni occasione lo "spirito liberale". Senza pudore.  

18 giugno 2010

 

 

 

 

 

Benedetto XVI: l'economia rispetti la dignità dell'uomo

 

     ''La liberazione dalle ideologie totalitarie non è stata utilizzata unilateralmente per il solo progresso economico a detrimento di uno sviluppo più umano che rispetti la dignità e la nobiltà dell'uomo?''. E' quanto si è chiesto il papa incontrando ieri i partecipanti alla 45.ma riunione comune della Banca di Sviluppo del Consiglio d'Europa, ricevuti stamani in Vaticano.

     Di fronte alla crisi economica, ha poi esortato Benedetto XVI, bisogna ripartire dai valori cristiani, vero motore per un autentico sviluppo anche del Vecchio Continente. Attualmente, ha proseguito il Pontefice - riferisce l'Agenzia ASCA - l'Europa e il mondo attraversano un momento di grave crisi economica. Ma, ha avvertito, non bisogna valutare questa situazione solo attraverso un'analisi strettamente finanziaria. Citando l'enciclica 'Caritas in Veritate', il Pontefice ha messo in evidenza che la relazione tra carità e verità e' ''una forza dinamica che rigenera l'insieme dei legami interpersonali'' per orientare la vita economica e finanziaria ''al servizio dell'uomo e della sua dignità'''.

     ''Marginalizzare il Cristianesimo, anche attraverso l'esclusione dei simboli che lo manifestano - è stato il suo richiamo - contribuirebbe ad amputare il nostro continente della sua origine fondamentale che lo nutre instancabilmente e che contribuisce alla sua vera identità'''.

     ''Effettivamente - ha detto il Papa - il Cristianesimo è la fonte dei valori spirituali e morali che sono patrimonio comune dei popoli europei''.

13 giugno 2010

 

 

La denuncia della Federazione Nazionale della Stampa

Con il ddl sulle intercettazioni

limitate la libertà di stampa e il diritto di cronaca

 

     (ASCA) -''La rigorosa analisi sui contenuti e gli effetti del disegno di legge sulle intercettazioni, che è apparsa ieri ed oggi su tutti i giornali dopo l'approvazione in seconda lettura nell'aula del Senato, ha mostrato a tutti i cittadini con lampante evidenza quali disastrose conseguenze si avrebbero, se quel testo fosse approvato definitivamente, sulla libertà di stampa e sul diritto di cronaca''.

     E' quanto sottolinea il sindacato dei giornalisti indicando che ''la rivolta morale che in queste ore ha coinvolto tutta la categoria, senza distinzione di ruoli e di appartenenze politiche, è la visibile dimostrazione che occorre impedire che queste funeste previsioni diventino leggi dello Stato e che possano intaccare le basi fondamentali della convivenza democratica''.

     Anche per questo è necessario ''mantenere vivo il dibattito e alta la tensione e per questo invitiamo tutti i giornali e i direttori a garantire con costanza nei prossimi giorni l'informazione sull'iter parlamentare, sui contenuti del provvedimento e le conseguenze che si potrebbero riverberare sui diritti di tutta la collettività. In queste ore i giornali devono costruire un collegamento profondo con i cittadini ed evidenziare che i diritti, che questo disegno di legge tende a cancellare, non sono diritti corporativi di una categoria ma diritti dei cittadini''.

13 giugno 2010

 

 

 

 

Il disegno di legge sulle intercettazioni

Una pagina buia "per la nostra politica legislativa

in materia di giustizia"

 

di Iudex

 

     E' la frase con la quale Vittorio Grevi, noto processualista e firma tra le più prestigiose del Corriere della Sera, avvia nel fondo di oggi una riflessione a tutto campo in tema di intercettazioni, dopo l'approvazione del disegno di legge in Senato. "Scelte preoccupanti", è il titolo del fondo,  che non critica solo il "metodo", ossia l'abusato ricorso al voto di fiducia per stroncare il dibattito parlamentare ed indirizzare la scelta secondo le indicazioni del Cavaliere, ma soprattutto il "merito" della nuova normativa che passa all'esame della Camera dei deputati.

     Le preoccupazioni sono per la libertà di informazione, fortemente compressa con riguardo ai risultati delle intercettazioni, anche se non più coperti da segreto, quindi, osserva Grevi, "anche se concernenti fatti o circostanze direttamente rilevanti per le indagini". Un divieto "eccessivo ed ingiustificato", come eccessive ed ingiustificate sono le sanzioni penali previste a carico dei giornalisti nel caso di violazione del divieto, nonché quelle a carico degli editori.

     Ciò che preoccupa è la scarsa considerazione per l'interesse pubblico alla repressione dei reati, che è interesse primario della comunità nazionale. I presupposti per il ricorso alle intercettazioni, infatti, si rinvengono nelle modifiche all'articolo 267 del codice di procedura penale laddove si richiede la sussistenza di "gravi indizi di reato", cioè di una consapevolezza rispetto alla quale l'intercettazione appare un accessorio non determinante.

     Inoltre "nei casi di intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le utenze sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti indagati ovvero sono intestate o effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative conversazioni o comunicazioni siano attinenti ai medesimi fatti".

     E' evidente che la legge detta condizioni per limitare fortemente l'uso delle intercettazioni, per renderle spesso addirittura impraticabili in casi quali la corruzione e la pedofilia nei quali la ricerca dei collegamenti illeciti esige un'indagine a tutto campo.

     Anche la disciplina della durata delle intercettazioni, fissato in 75 giorni cozza contro l'esperienza la quale dimostra che per i reati per l'accertamento dei quali le intercettazioni sono essenziali (mafia, camorra, ndragheta, concussione, corruzione, sequestro di persona,  pedofilia) si richiedono lunghe verifiche. Sintomatica la disciplina dell'eventuale proroga alla quale eccezionalmente il pubblico ministero potrà ricorrere attraverso un complesso meccanismo di provvedimenti motivati in via autonoma, reiterabili di 3 giorni in 3 giorni, da sottoporsi a convalida entro altri 3 giorni da parte del tribunale distrettuale collegiale. Una procedura defatigante, spesso impraticabile anche per le difficoltà organizzative derivanti dalla competenza del tribunale.

    Un bavaglio per la stampa, dunque, e un impaccio per la giustizia. Ciò che si voleva, che voleva la maggioranza, che voleva il Cavaliere che, comprendendo l'impopolarità della normativa, ha già detto che non è quanto desiderava, insistendo sulla difesa della riservatezza, diritto sacrosanto, naturalmente, che va messo a confronto con gli interessi generali alla repressione dei reati.

     Infine, va detto che gli italiani, ai quali il Cavaliere fa intendere che d'ora in poi non saranno saranno più spiati, non avevano nessuna preoccupazione in tal senso, convinti, giustamente, che a temerle erano e sono soltanto le persone che commettono reati, quelli che tutti vorrebbero volentieri dietro le sbarre.

     Si tratta, dunque, di una legge contro l'informazione e la giustizia che, con la scusa, evidentemente infondata, di difendere la riservatezza dei cittadini, in realtà protegge il malaffare di pochi.

     Sintomatico l'atteggiamento di Berlusconi fin dal primo annuncio dell'iniziativa, quando, parlando ai giovani industriali, enunciò le regole minacciando la galera a destra ed a manca e riscuotendo applausi scroscianti (compresi quelli dei concussi e dei corruttori).

     "Senso dello Stato zero" si potrebbe ripetere con Gianfranco Fini che adesso si trova la patata bollente a Montecitorio, sotto tiro dell'opposizione e i mal di pancia di molti della maggioranza.

     Da ultimo va detto che l'unico effetto sarà quello negativo sulle indagini, mentre la stampa aggirerà alla grande i divieti. Le intercettazioni saranno pubblicate da giornali e da siti esteri. Se i nostri le riprenderanno saranno sanzionati? C'è da dubitarne. Intanto concussori e corruttori staranno tranquilli. Applauso continua!

11 giugno 2010

 

 

 

 

Il ddl sulle intercettazioni

Fini: lo strappo non ci sarà

di Senator

 

     Alla fine, dunque, Fini non rompe con il Cavaliere sul disegno di legge che disciplina le intercettazioni, un testo che scontenta molti dai magistrati ai giornalisti, ai cittadini perbene, quelli che vogliono che i reati siano accertati e puniti.

     "La rinuncia allo strappo" titola oggi Pierluigi Battista nell'editoriale  del Corriere della Sera nel quale spiega perché il Presidente della Camera, già leader di Alleanza Nazionale non rompe con il Premier. Lo "strappo" di Gianfranco Fini dunque "non è all’ordine del giorno", scrive Battista, e si chiede perché "la sfida spettacolare lanciata del presidente della Camera in diretta tv nell’aprile scorso non sfocia in una separazione con il premier Berlusconi".

     E' lo stesso Berlusconi, a mio giudizio, che ha disinnescato la mina e spento la miccia, quando ha apertamente affermato che il disegno di legge è molto lontano da quello che lui avrebbe voluto.

     Questa insoddisfazione del Premier giustifica la rinuncia di Fini a dare battaglia alla Camera. "Non dobbiamo stravincere" è una sua ricorrente affermazione. Sa che per vincere fino in fondo deve mettere in conto una rottura definitiva  dalle conseguenze imprevedibili. Non ci sono leader alternativi nel centrodestra, l'opposizione offre quotidianamente una patetica espressione d'impotenza. Il confronto Tremonti Bersani ad AnnoZero ha avuto tratti di comicità ed altri di deprimente obnubilazione. Sembravano due amici al bar al decimo bicchierino. Incerti nelle reciproche accuse essendo evidente che l'una e l'altra maggioranza sono state inadeguate rispetto alla lotta all'evasione fiscale ed agli sprechi.

     Si è visto un duello a base di accuse, neppure tanto velate, su manovre finanziarie e privatizzazioni che hanno arricchito gli industriali "di riferimento".

     In queste condizioni Fini non può rischiare di essere estromesso dalla maggioranza, anche se sono evidenti, giorno dopo giorno, le difficoltà del Cavaliere in calo di popolarità e di potere, eroso dall'incertezza dell'agire, dalla inadeguatezza della manovra economica che è solo una "pezza" messa lì perché qualcosa si doveva fare perché-lo-dice-l'Europa.

     Le difficoltà del Cavaliere muovono i vari Maramaldi, gente che lo ha osannato prosternandosi e che oggi che lo vede ferito dalle banderillas dell'economia e dell'informazione sarebbe tentata all'affondo, ad uccidere l'uomo se non morto gravemente ferito.

     Tremonti, Fini e Casini si presentano, secondo alcune versioni giornalistiche, come un Trio di congiurati, meno dei senatori che immersero le loro lame nel corpo di Cesare. Berlusconi non è Cesare (certamente gli parrebbe poco) e il Trio non è Bruto, ma le Idi di Marzo, sia pure fuori stagione sono alle viste. Inevitabili, anche se è difficile prevedere la data dell'evento.

     La situazione politica è insostenibile. Il Paese è allo sbando, la riduzione delle risorse dell'Amministrazione manderà a gambe all'aria molte imprese fornitrici. Pagheremo ancora cassa integrazione quando sarebbe stato possibile una riconversione virtuosa della spesa pubblica in funzione di sollecitazione dell'economia e di incremento dei consumi.

     Il fatto è che l'economia è una cosa tremendamente serie e complessa. Non è per i ragionieri.

10 giugno 2010

 

 

 

 

 

La liberalizzazione delle imprese

Sconfitta la burocrazia, a rischio la legalità

di Salvatore Sfrecola

 

     Il Presidente del Consiglio ha affermato, con grande enfasi, che potrà essere costituita un'impresa presentando agli uffici competenti una semplice autocertificazione dei requisiti previsti dalla legge. "Stiamo studiando con il ministro Tremonti una misura rivoluzionaria - ha detto il Premier -, un grande piano di liberalizzazioni a cominciare dal rafforzamento della libertà d'impresa prevista dalla Costituzione» per cui si prevederà "per un arco di tempo di due o tre anni la totale autocertificazione per le piccole e medie imprese e per l'artigianato".

   In sostanza, "si apre un'impresa senza chiedere autorizzazioni, ex post arrivano i controlli e se tu avrai osservato le leggi non avrai nulla da temere".

     La misura è certamente popolare e opportuna, specialmente in periodo di crisi economica e il Presidente comunicatore non si è lasciato sfuggire l'occasione per un annuncio che piacerà a molti. Il costo per le imprese e per la comunità, tra adempimenti e tempi (il costo dei tempi, che nessuno calcola!), oggi è troppo alto Forse le cose non andranno così de plano, anche perché la competenza in  molti casi è delle regioni che certamente non si faranno imporre regole dallo Stato.

     L'annuncio, comunque, merita un commento. La burocrazia con le sue difficoltà ha reso un pessimo servizio a se stessa e alla comunità nazionale. Ha scoraggiato gli imprenditori onesti, ha spesso creato le condizioni per concussione e corruzione, ma soprattutto è venuta meno al suo ruolo di servizio ed ha danneggiato l'immagine del potere pubblico. Quel che impiegati e funzionari dimenticano troppo spesso è che essi sono "al servizio esclusivo della Nazione" (art. 98 Cost.)  e il loro compito è far funzionare la struttura e suggerire alla dirigenza politica le eventuali modifiche di leggi e decreti perché i vari procedimenti si concludano nel minor tempo possibile. Non è stato quasi mai così.

     E adesso questa liberalizzazione cambia radicalmente il ruolo di molti uffici pubblici i quali non dovranno più autorizzare ma solo controllare. Va benissimo. Sperando che non si riproducano quei fenomeni di malcostume che hanno offuscato l'immagine della burocrazia italiana ai vari livelli di governo. In quanto è noto che spesso le autocertificazioni non sono veritiere e in sede di controllo qualche funzionario infedele potrà essere indotto a mettere la classica "pezza" dietro compenso.

      Se questo accadrà i tanti dipendenti onesti dovranno ringraziare i colleghi fannulloni o disonesti che hanno allungato oltre ogni limite ragionevole le procedure, anche le più semplici. Così offuscando l'immagine di tutti e dell'autorità pubblica.

     Infine, e per completezza, non si vede per quale motivo è stata avanzata da qualcuno l'ipotesi di una modifica della Costituzione, dell'art. 41, per la precisione, una norma che si apre con un comma veramente "liberale": "l'iniziativa economica privata è libera", per continuare (comma 2) che "non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da arrecare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana". Ultimo comma , il terzo, prevede che "la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali".

     Alcuni principi e una disposizione programmatica.

     Cosa intende modificare il Ministro Tremonti? Quali gli ostacoli al buon funzionamento del sistema imprenditoriale? Non se ne intravedono. Che sia un'iniziativa per mettere mano alla prima parte della Costituzione, quella dei principi?

6 giugno 2010

 

 

 

 

La Manovra "anticrisi" ne ha previsto la soppressione

In difesa dell'Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale (I.N.S.E.A.N.)

di Salvatore Sfrecola

 

     Giovedì sera, ad AnnoZero, il Ministro Tremonti ha confermato la decisione, contenuta nel decreto-legge sulla manovra anticrisi, di sopprimere l'Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale (I.N.S.E.A.N.), con trasferimento delle competenze al Ministero delle infrastrutture e dei trasporti.

     Lo ha detto rispondendo ai dipendenti dell'Istituto intervistati durante la trasmissione precisando che, a suo giudizio, era logico il passaggio al Ministero delle attribuzioni dell'Istituto e del personale. Non ha risposto neppure alla proposta di un ricercatore che ha ipotizzato come alternativa logica la fusione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche.

     Il Ministro evidentemente non sa di cosa si tratti, non se lo è fatto spiegare. Così non ha fatto una bella figura. Come nel caso degli enti culturali, soppressi  con un colpo solo, facendo infuriare il Ministro Bondi che non ne sapeva niente. Nel caso di questi enti il fatto grave è che il Ministro dell'economia aveva confezionato la norma soppressiva e l'aveva mandata a Palazzo Chigi dove nessuno aveva fatto ne a ne ba, come si dice. Anche lì, nella sede del Governo, ignoranza assoluta. In tutti i sensi.

     Torniamo all'I.N.S.E.A.N.

     Perché me ne occupo? E' presto detto. Come magistrato della Corte dei conti ho controllato l'Istituto per alcuni anni ai sensi dell'art. 12 della legge 21 marzo 1958, n. 259, il quale prevede, appunto, che al controllo sulla "gestione finanziaria" degli enti ai quali lo Stato partecipa al patrimonio si provveda mediante un magistrato della Corte che "assiste" alle riunioni del Consiglio di amministrazione e del collegio dei sindaci.

     Ho potuto constatare, e l'ho scritto nella relazione al Parlamento, che l'Istituto lavora egregiamente in un settore di grande rilievo scientifico e di importanza industriale straordinaria, un fiore all'occhiello della ricerca scientifica italiana in un settore, quello dell'architettura navale e non solo che si collega ad un'industria di notevole rilievo per l'economia italiana. In collegamento con importanti università straniere, svolgendo lavori commissionati perfino dalla marina degli Stati Uniti d'America.

     I compiti istituzionali dell'INSEAN, definiti originariamente dal R.D.L. del 24 Maggio 1946, n. 530 (che ha anche conferito all'Ente la denominazione di Istituto Nazionale per Studi ed Esperienze di Architettura Navale), ed integrati dal decreto legislativo del 29 Settembre 1999, n. 381, sono i seguenti:

  • promozione e svolgimento di attività di ricerca teorica e sperimentale nel campo dell'idrodinamica navale e marittima, anche nell'ambito di programmi dell'Unione europea e di altri organismi internazionali;
  • esecuzione delle esperienze con modelli di navi e dei loro organi propulsivi e di governo e di tutte le altre esperienze di idrodinamica navale e marittima che possono essere compiute negli impianti dell'Istituto o altrove, al fine di soddisfare le richieste dei Ministeri vigilanti, delle altre pubbliche amministrazioni, dell'industria cantieristica, delle società armatoriali o di privati in genere;
  • partecipazione alle prove in mare che interessano le materie di propria competenza; valorizzazione, sviluppo precompetitivo e trasferimento tecnologico dei risultati della ricerca svolta dall'Istituto;
  • collaborazione con enti ed istituzioni italiani e di altri Paesi e con organismi sovranazionali che operano nel campo dell'idrodinamica navale e marittima;
  • svolgimento, anche attraverso propri programmi di assegnazione di borse di studio e di ricerca, di attività di formazione nei corsi universitari di dottorato di ricerca, di attività di alta formazione postuniversitaria, di formazione permanente, continua e ricorrente. Svolgimento, altresì, di attività di formazione superiore non universitaria.

         L'Istituto offre, altresì, un supporto tecnico-scientifico alle amministrazioni pubbliche su loro richiesta.

         Al di là del significativo elenco delle attività, desunto dalla legge, l'Istituto collabora con importanti istituzioni estere, oltre alla Marina degli Stati Uniti d'America. Questo evidentemente Tremonti non lo sa perché comprenderebbe subito l'importanza. Ma pensate che la U.S. Navy si sarebbe rivolta all'I.N.S.E.A.N. se fosse un ente inutile e, pertanto, legittimamente destinato alla soppressione?

         E' la dimostrazione che all'economia ed a Palazzo Chigi non sono in condizione di decidere perché manca loro la premessa che aveva sempre ispirato Luigi Einaudi: "conoscere per deliberare". Oggi si delibera senza conoscere.

         Speriamo che qualcuno si vergogni.

         Tra l'altro il Ministero dell'economia, che deve annualmente un contributo all'Istituto per garantire la continuità delle prestazioni rispetto ai tempi delle erogazioni della clientela, ha sempre versato in ritardo costringendo l'ente ad indebitarsi con l'istituto tesoriere ad un tasso superiore a quello dei B.O.T.. Un vero affare (per la banca, naturalmente).

         va detto, inoltre, che l'Istituto, che dispone di grandi vasche nelle quali vengono effettuate le sperimentazioni sui modelli, non studia soltanto i modelli di navi, chiglie, eliche, ecc. ma anche di aerei, treni e automobili in quanto il fluido acqua consente l'acquisizione di elementi di valutazione migliori di quelli che è possibile acquisire nella galleria del vento, in ragione della diversa consistenza dei due fluidi.

         Ma evidentemente tutto questo non è parso interessante a qualche oscuro burocrate ministeriale che per servire il "suo" ministro è andato troppo avanti ed ha fatto fare al povero Tremonti una pessima figura.

         Da ultimo, devo dire che negli anni nei quali ho controllato l'Istituto per conto della Corte dei conti ho potuto constatare che il personale lavora con grande impegno ed eccezionale professionalità guidato da dirigenti di prim'ordine con al vertice sempre un Ammiraglio con esperienza ed altissimo senso dello Stato (oggi l'Ammiraglio Ispettore Capo Giano Pisi), orgogliosi di servire lo Stato in un settore di rilevante interesse scientifico ed industriale.

         Ma questo sembra che non conti niente. Ometto di indicare gli spiccioli che garantirebbe la soppressione. Il Ministro arrossirebbe. 

5 giugno 2010

 

 

 

I magistrati e la manovra "anticrisi"

Uno sciopero che la gente non capisce

(spulciando dalle lettere al Corriere della Sera)

di Salvatore Sfrecola

 

     Ho già scritto della difficoltà di comunicazione delle Associazioni dei magistrati le quali hanno proclamato uno sciopero che la gente non capisce, perché è difficile condividere una protesta che riguarda una categoria con un discreto trattamento economico in un momento nel quale buona parte degli italiani è chiamata a sacrifici, Il Premier continua a dire che non ha messo le mani nelle tasche degli italiani, infatti preferisce evitare che entri la solita somma in quelle tasche o che gli stessi cittadini abbiano meno servizi, a causa dei minori trasferimenti agli enti locali.

     A proposito dello stipendio dei magistrati l'ho qualificato "discreto" e non "buono" perché rispetto ai dipendenti dello Stato, delle Regioni e degli enti locali con funzioni dirigenziali (con i quali va fatto il confronto) i magistrati guadagnano di meno, molto di meno, anche perché nella maggior parte dei casi non hanno la possibilità di godere di guadagni extra stipendio. In molte amministrazioni, infatti, a cominciare dal Ministero dell'economia e delle finanze buone entrate derivano da incarichi vari, partecipazione a Consigli di amministrazione, collegi sindacali, ecc., che assicurano in qualche occasione anche fine settimana ameno nelle località dove hanno sede gli enti "controllati".

     C'è anche da dire che i magistrati sono tenuti, se vogliono fare bene il loro lavoro, ad un continuo aggiornamento su libri e riviste. Un costo non indifferente che non è possibile "scaricare" in sede di dichiarazione dei redditi, come può fare l'avvocato, un operatore della Giustizia che si confronta giornalmente con i giudici.

     Compro mensilmente varie centinaia di euro di libri e il gestore della libreria (specializzata in pubblicazioni giuridiche e pertanto frequentata da Professori universitari, avvocati, notai, magistrati) continua a chiedermi se voglio la fattura o è sufficiente la ricevuta. Mi basta questa, non potrei utilizzare la fattura per scaricare sia pure una parte del costo dei libri e delle riviste.

     Detto questo, ed aggiunto che il lavoro del magistrato è duro ed impegna anche i sabati e le domeniche, giornate ideali per scrivere una sentenza o per definire un atto di citazione in giudizio nel silenzio della propria abitazione,  la gente non capisce che per scrivere un atto giudiziario corretto e dignitoso ci vogliono a volte molte ore e spesso molti giorni, considerato il profluvio della legislazione, spesso incomprensibile e contraddittoria, e della giurisprudenza, E tenuto conto del fatto che la motivazione deve dare conto approfonditamente delle ragioni della pronuncia, soprattutto quando il provvedimento è negativo per una parte, che deve essere messa nella condizione di valutarlo e capire se accettarlo, magari obtorto collo, o impugnarlo.  La chiarezza degli atti giudiziari è condizione di giustizia e dimostrazione di civiltà giuridica.

     Ecco perché i magistrati hanno una speciale sensibilità per il loro trattamento economico, che non consente loro di vivere nel lusso, come taluni credono, ma assicura quell'indipendenza che non è richiesta al dirigente pubblico obbligato a seguire le indicazioni del Ministro, del Presidente della regione, del Sindaco, ecc. e per questa "dipendenza" viene compensato spesso con vari benefits, in particolare con incarichi  ben remunerati.

     Nella situazione di crisi economia in atto e nella prospettiva di un suo aggravamento i magistrati protestano per i tagli e per le limitazioni delle promozioni e degli aumenti periodici e automatici (in relazione alla progressione economica delle altre categorie di pubblici dipendenti, è bene precisare, per cui se non ci sono aumenti contrattuali anche i magistrati rimangono al palo) che danneggia soprattutto i più giovani, coloro i quali, avendo lasciato spesso ottime posizioni in altre amministrazioni o nel privato, impegnandosi in una concorso difficile ed altamente selettivo, si trovano a guadagnare meno di prima. Una situazione che ognuno può considerare obiettivamente di disagio, se non frustrante.

     Tutte queste cose la gente non le sa per cui non comprende le ragioni dello sciopero preannunciato che, anzi, condanna duramente in vario modo, soprattutto perché ha motivi di critica nei confronti della giustizia, lenta, troppo lenta, soprattutto quella civile, che rende incerto quel diritto che spetta proprio ai giudici tutelare.

     Spulciamo tra le lettere che in proposito ha ricevuto il Corriere della Sera, certo non un giornale eversivo, letto prevalentemente dalla  borghesia delle professioni.

     Le richiamo sottolineando i concetti più significativi.

     “pensavo che avessero molto più buonsenso questi signori, invece sono peggio dei politici scadenti. In uno stato civile ogni cittadino si deve sentire pilastro della società, non solo i magistrati”.

     “Anche se la destra, ai tempi di Prodi, si mise di traverso contro la sacrosanta battaglia del governo di allora nei confronti dello strapotere dei tassisti, l'opposizione non si comporti allo stesso modo con lo sciopero assurdo indetto dai magistrati. Questo non perché condivida i provvedimenti del governo Berlusconi Bossi, che giudico ridicoli, sia per quanto riguardo gli interventi sui lauti stipendi di magistrati e politici, i più alti d'Europa, sia per quanto riguardo il taglio ai partiti. Ma perché è tempo che la gente perbene di destra e di sinistra ponga fine a questo scempio del pubblico denaro”.

     Di che ci meravigliamo ? “Che la magistratura, potere armato del sistema pubblico, userà tutte le armi a sua disposizione per difendere il dominio conquistato dal sistema pubblico sul Paese che produce e lavora?

     LA CASTA TIENE DURO “Dalle ultime elezioni la casta magistrati non ha imparato nulla?! Se vi ricordate poco prima del voto Berlusconi li aveva attaccati più volte frontalmente. Il voto alla fin fine è stato favorevole a Berlusconi e ciò può anche apparire come un volere degli italiani affinché il premier continui la sua offensiva antimagistratura (politicizzata). Ma come al solito in Italia chi ha dei privilegi non vuole più mollarli pensando evidentemente che questi gli derivino da un diritto divino. Se tali signori avessero accettato di fare qualche sacrificio, visto la crisi economica attuale, forse avrebbero riguadagnato qualche punto di credibilità di fronte ai cittadini".

     Andate a lavorare! “Ma se sciopera chi guadagna 5.000 euro al mese (3.000 il primo giorno di lavoro) cosa dovrebbero dire gli insegnanti, gli impiegati, i cancellieri, ecc.? I magistrati sono l'unica categoria che si autopromuove e si autoassolve, la carriera è automatica a prescindere dal merito,mai visto un magistrato pagare per i suoi errori, a volte colossali. Per avere una sentenza di terzo grado servono 10 anni, e i nostri sono i magistrati più pagati d'Europa. Questo sciopero ha del grottesco”.

     commentare? è come sparare sulla Croce Rossa! “Ma come si fa a non avere il senso del ridicolo? A parte la somma immensa in busta che questi percepiscono, e di cui poco mi frega se non fosse che si tratta di risorse sontuose sottratte all'amministrazione della giustizia, a parte il monte ore che permea un'attività ormai fonte - così come viene svolta da questi eroi - di disagio sociale e danno economico nazionale. A parte tutto questo e altro ancora, mi interessa quel che trasmette una presa di posizione del genere: è gente che vive fuori dal mondo! e nulla fa per rientrarci!!! E questo traspare in modo ormai cristallino anche dalle sentenze: roba fuori dal mondo. Povera giustizia”.

     Ma vergognatevi magistrati “Fossi al governo farei tagli ben più pesanti su tutte le fasce alte di reddito della pubblica amministrazione. La magistratura poi farebbe bene a non cercare di porsi come vittima, per la qualità dei risultati del lavoro che fanno, con l'enorme arretrato e i tempi scandalosi dei processi, gli stipendi che percepiscono sono oltraggiosi. Occorrerebbe una seria riforma che elimini il CSM e riformi del tutto la giustizia, velocizzando i processi, e con un organo indipendente che valuti i risultati dei magistrati e penalizzi, fino al licenziamento, quelli improduttivi”.

     Semplicemente offensivo “Questa levata di scudi dell'ANM mi sembra semplicemente offensiva nei confronti delle migliaia di cittadini che ogni mese devono tirare avanti con retribuzioni che ammontano a molto meno di quelle dei magistrati. E questo a maggior ragione quando si pensi che le nostre toghe beneficiano di uno degli stipendi più alti d'Europa e che, al contrario, la giustizia italiana, specie nel settore civile, è una delle più elefantiache ed inefficienti del continente. Se, oltre a questo, consideriamo i privilegi di cui i nostri giudici e pm beneficiano (un mese e mezzo di ferie l'anno, scatti di carriera e stipendio automatici a prescindere dalle funzioni effettivamente svolte, ecc.) c'è da sorprendersi non poco del fatto che i sindacalisti della categoria abbiano avuto la faccia tosta di aver promosso questa agitazione”.

     Abbeverati di bugie "Vi fanno credere che i magistrati scioperano per decurtazioni minime di stipendio. E' un'emerita balla: nella sua ingiustizia (perché colpisce solo il pubblico impiego) la manovra è anche iniqua perché nell'ambito della stessa categoria dei magistrati ad alcuni toglie il 2% e ad altri il 30%. Se un magistrato non dovesse protestare a fronte di un taglio così penalizzante non potrebbe difendere neppure i diritti dei cittadini che gli si rivolgono. Ed è proprio quello che si vuole. Lo sciopero, proclamato pubblicamente, serve ad evitare un mercanteggiamento oscuro, che è proprio quello che la politica vorrebbe. Se volete che negli ospedali pubblici ci siano medici preparati, questi vanno pagati adeguatamente. Altrimenti sarete curati da macellai. Lo stesso vale per qualsiasi settore. Fatevi due conti".

      Lo sciopero più ridicolo del mondo "Questa ci mancava: i magistrati che scioperano per i soldi! Un magistrato di prima nomina, cioè al primo giorno di lavoro, guadagna 3.200 euro, dopo pochi anni ne guadagna intorno ai 5.000, a fine carriera 10.000.I nostri magistrati sono i più pagati e allo stesso tempo i più lenti d'Europa. Solo in Italia inoltre esistono le correnti, il cui unico scopo è quello di condizionare il Governo di turno. Un magistrato tiene udienza due volte alla settimana dalle 9:30 alle 12:30. I magistrati si promuovo e si assolvono tra di loro, la percentuale di avanzamento di carriere è del 98% circa, quella dei licenziamenti dell'1%. Ci sarebbe da ridere se non ci fosse da piangere".

     Dibattito pubblico "Innanzi tutto:i magistrati mettono in risalto i loro problemi anche attraverso lo sciopero perché il "vaso è ormai stracolmo" ed è stracolmo non solo per l'attacco ai loro stipendi, ma per quello che stanno subendo in termini discriminatori oramai da decenni. Altra questione io gradirei sentire dalla viva voce di questa categoria, innanzi tutto, quali sono le loro paghe reali. Non sarebbe utile una bella discussione in televisione sulle motivazioni della loro protesta? A me non interessa sapere le motivazioni di chi la spara più grossa da parte di gente che non conosce. Che cosa ne dite di una discussione pubblica alla luce del sole di magistrati con Ministro della giustizia? Già, per loro non è opportuno possano dire la loro in televisione sulla realtà delle buste paga e dello stato della magistratura e dove sono le responsabilità".

     I magistrati sono l'unico potere che serve "Gli altri due, il legislativo e l'esecutivo, potrebbero benissimo licenziare l'80% degli adepti che le cose andrebbero meglio. Invece si pagano le "trote" regionali 9000 euro al mese per potere chiacchierare con le igieniste mentali del premier elette. Un magistrato che lavora 40 ore alla settimana non prende che l'ombra di queste cifre".   

     LA RISPOSTA: "Non metto in dubbio la sua personale abnegazione al lavoro ma darà atto che in Italia un processo penale dura qualche anno ed uno civile arriva a decenni (il massimo che ho letto sui giornali 40 anni) senza poi parlare del tenore di molte sentenze che ci lasciano quanto meno sbalorditi. Lei la chiama "giustizia"? Peraltro non precisa se il suo stipendio (€ 3.800) sia netto o lordo, nel primo caso, dopo solo 10 anni di lavoro dovrei usare un termine non corretto e me ne astengo; se invece lordo direi che è una retribuzione già da privilegiato e non me ne lamenterei più di tanto ed eviterei di scioperare in un momento difficile come l'attuale per milioni di lavoratori non baciati dalla sua fortuna. In merito alla produttività, declamata dall'OCSE, mi permetta di fare una considerazione se gli altri stanno peggio di noi non vuol dire che noi stiamo bene .. non le pare? e non assolve la sua "corporazione" o "casta" dai privilegi che avete sempre avuto e continuate ad avere e che altri in questo sito hanno ben evidenziato. Un suggerimento per lei e suoi colleghi state tirando un pò troppo la corda .. evitate di scioperare e abbiate un basso profilo in questo periodo, il popolo italiano incomincia ad essere stufo di non poter ricorrere alla "giustizia" perché tra lungaggini e costi ... si rischia di avere ragione "postmortem". Con tutta la mia considerazione per la "Giustizia" con la "G" maiuscola. Cordiali saluti

     "La Magistratura, secondo me, è il principale problema del Paese. Politicizzati, sindacalizzati, vanitosi e megalomani. Niente a che fare con l'imparzialità di giudizio. Purtroppo quelli che rispondono a queste caratteristiche, anche se minoranza, sono quelli che comandano".

 

     Dobbiamo tenere conto di queste osservazioni. Molte non riguardano i giudici, ma le leggi, le procedure e gli strumenti di lavoro  (in particolare per quanto attiene alla lentezza dei processi), ma è indubbio che la categoria dei giudici non si fa amare e conseguentemente perde credibilità agli occhi della gente. E' necessario che le Associazioni ei magistrati s'impegnino, giorno dopo giorno, per restituire smalto all'attività giudiziaria e rendere ai cittadini quel servizio giustizia che la Costituzione e la nostra cultura giuridica pongono al centro degli interessi e della vita stessa della società. Fiat iustitia ne peraet mundus! (sia fatta giustizia affinché il mondo non vada in rovina), come diceva Hegel.

5 giugno 1010

 

 

 

A Varese il 2 giugno canzonette invece dell'Inno di Mameli

 La classe dirigente della Lega non riesce a crescere nonostante i successi elettorali

di Salvatore Sfrecola

 

     Roberto Maroni è un Ministro della Repubblica, un buon Ministro dell'interno. Ha giurato fedeltà alla Repubblica ed alle sue leggi, che si è impegnato a rispettare e a far rispettare.

     Eppure a Varese, il 2 giugno, ha assistito alla Festa della Repubblica nel corso della quale non è stato suonato l'Inno di Mameli, sostituito da canzonette, sia pure famose, ma sempre canzonette. Neppure il bellissimo ma triste Va pensiero dell'italianissimo Giuseppe Verdi, colui che i patrioti sorvegliati a vista dagli sbirri dell'Imperial Regio Governo d'Austria evocavano con un Viva Verdi, che significava viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.

     Una carnevalata, ha scritto il Corriere della Sera, un segno di debolezza, credo di poter affermare, dopo che Renato Mannheimer  ha accertato che oltre il 70 per cento degli elettori leghisti considera positivamente l'unità nazionale.

     Non leggono, forse, i sondaggi Bossi e i suoi uomini? O non sanno interpretarli? O pensano che nell'attuale sconcerto dell'opinione pubblica si debbano rispolverare i luoghi comuni del Nord virtuoso e di "Roma ladrona", dopo aver detto che tutto andava bene, che la crisi era alle spalle e la ripresa in atto, mentre si prospetta una significativa riduzione dei servizi pubblici locali e di quelli sanitari in specie per rientrare nei parametri del patto di stabilità imposto dall'Europa?

     Delude la Lega delle buone pratiche amministrative, dell'attenzione alle aspettative della gente, che si è allargata verso il Centro, fino a sfiorare la Capitale. Un insulto all'Inno nazionale dopo aver insultato ripetutamente la bandiera!

     Il Presidente Napolitano sarebbe contrariato anche dell'assenza di Ministri leghisti alla parata di via dei Fori Imperiali. Non basta. Il Capo dello Stato vuole evitare di far crescere la tensione nei confronti della maggioranza. Spetta al Presidente del Consiglio richiamare all'ordine i suoi ministri, imponendogli un comportamento più consono al loro ruolo costituzionale ed al giuramento sottoscritto all'atto della formazione del Governo. Se Bossi e soci si comportano così è perché il Cavaliere ha sempre dimostrato di essere succubo della Lega, dei voti che assicura al Nord. Ma attenzione, la volubilità degli italiani ha fatto brutti scherzi in passato a governi di vario colore, soprattutto quando hanno attentato alle loro tasche

3 giugno 2010

 

 

 

 

Evidentemente il Premier si crede spiritoso

Berlusconi sul più giovane magistrato d'Italia:

"poverino sarà disperato"

di Senator

 

     In vena di scherzi e battute, come sempre il Presidente del Consiglio ne ha per tutti nei giardini del Quirinale, dove partecipa al ricevimento per la Festa della Repubblica. Caracollando, secondo il suo abituale incedere che evidentemente ritiene raffinato, il Cavaliere, come riferisce il Corriere della Sera, ad una signora che gli si avvicina e dice, "Presidente, sa che mio figlio è il più giovane magistrato d'Italia?" risponde "poverino, sarà disperato".

     La frase potrebbe avere varie interpretazioni. E' disperato perché è il più giovane e si trova a convivere ed a lavorare con colleghi più anziani di lui. Improbabile. La magistratura si è molto ringiovanita. E comunque sarebbe un'attenzione per il lavoro di magistrato che non abbiamo mai sentito uscire dalle labbra del Premier che invece dei giudici ha detto che sono delle persone "mentalmente disturbate".

     Il 4 settembre 2003, in un'intervista  realizzata da Boris Johnson, direttore del settimanale conservatore britannico The spectator e da Nicholas Farrel, editorialista de La voce di Rimini, invitati dal Premier in Sardegna, nella sua residenza di Porto Rotondo il Cavaliere definisce i giudici "persone mentalmente disturbate, altrimenti non potrebbero fare quel lavoro".

    In quella occasione ce l'ha anche con i giornalisti. Sostiene che lo attaccano perché sono "gelosi e vorrebbero essere me".

     Come sempre Paolo Bonaiuti tenta di rimediare, una sorta di marcia indietro. Parla di "battute sul filo del paradosso", e sostiene  che il resoconto è viziato "dalla differenza di lingua" e da una "coloritura giornalistica". Nessuna smentita, dunque.

     D'altra parte è quello che ritiene il Premier disturbato dal fatto che, di tanto in tanto, per il suo pregresso ruolo di imprenditore ben corazzato politicamente, viene indagato dai giudici.

     C'è un'assoluta ostilità nei confronti della magistratura. Anche lo stesso Angelino Alfano non ne fa mistero, anzi si esibisce in performance certamente  assai gradite a chi lo ha tolto dall'anonimato per farne un ministro della Repubblica, anzi il Ministro della Giustizia. Così, quando finita la bagarre della presentazione delle liste elettorali, ad elezioni avvenute, a Ballarò, a Di Pietro che gli chiedeva se non ritenesse di dover restituire la loro dignità di onesti magistrati dello Stato ai vari giudici intervenuti a giudicare dei ricorsi in materia di liste il Ministro non ha inteso ragioni, e, nonostante le ripetute sollecitazioni, ha menato il can per l'aia.

     Pessima figura. Con un po' di onestà intellettuale, a cose fatte, dopo il successo conseguito nelle elezioni regionali avrebbe potuto riconoscere che quei magistrati avevano fatto il loro dovere fino in fondo.

     Non si incarnano così le istituzioni, Berlusconi e i Berluscones imparino da ciò che accade all'estero dove nessun politico insulta i giudici perché inquisito. Forse accade nelle repubbliche delle banane. Ma dubito che anche lì, almeno nella forma, il senso delle istituzioni sia mantenuto.

2 giugno 2010

 

 

 

 

Uno sciopero che la gente non capisce

Le associazioni dei magistrati non sanno comunicare

di Iudex

 

    Abituati a scrivere sentenze, ordinanze e decreti, indicando nelle premesse, leggi ed atti "visti", con molti "considerato" e "ritenuto", per dare una sequenza logica al ragionamento destinato a chiudersi con un P.Q.M. (per questi motivi), che apre alla decisione adottata in nome del popolo italiano, i giudici hanno poca dimestichezza con il linguaggio della comunicazione politica e giornalistica e ne pagano le conseguenze nel momento in cui contestano la manovra economica destinata a "limare", come si usa dire, i loro stipendi: - 5 per cento tra 90 mila e 150 euro, - 10 per cento sulle somme ulteriori.

     La categoria protesta, l'Associazione Nazionale Magistrati e le altre associazioni del magistrati amministrativi (TAR e Consiglio di Stato) e contabili (Corte dei conti) e degli Avvocati dello Stato  preannunciano uno sciopero ritenendo che la riduzione dello stipendio incida sull'indipendenza di giudici e pubblici ministeri.

     La gente chiamata a sacrifici, per riduzioni di stipendi (i dipendenti pubblici) e per la probabile contrazione di servizi sociali in relazione ai minori trasferimenti agli enti locali, non capisce le ragioni di questa protesta. Ritiene i magistrati una categoria privilegiata ("Ultracasta" l'ha definita Stefano Livadiotti) dal punto di vista degli stipendi e poco produttiva, considerati i tempi della giustizia, soprattutto di quella civile. E la stampa, soprattutto quella vicina al Governo ed alla sua maggioranza, che ha fatto della polemica contro la magistratura un motivo dominante della sua battaglia politica, enfatizza ogni questione che possa mettere in cattiva luce i magistrati, dalla lentezza dei processi, appunto, alle scarcerazioni che la gente non capisce, alle inchieste che non si concludono mai e che, quando interessano personaggi in vista della politica e dell'economia, spesso finiscono con l'accertamento della prescrizione.

     La gente non sa che il carico di lavoro è enorme, che le leggi più recenti sembrano fatte apposta per impedire le indagini, come dimostra la normativa in corso di approvazione in Senato sulle intercettazioni, criticata perfino dal Sottosegretario alla Giustizia del Governo americano.

     Ma torniamo alla questione delle misure anticrisi ed allo sciopero preannunciato in difesa della autonomia della magistratura.

     La gente non sa che il trattamento economico dei magistrati, a differenza di quello degli altri pubblici dipendenti, non è determinato in sede di contrattazione collettiva tra Governo e Sindacati o definito autonomamente dal Ministro, dal Presidente della Regione o dal Sindaco, come avviene per i dirigenti e per gli amministratori di quella miriade di società a capitale pubblico che un tempo erano semplicemente aziende autonome e municipalizzate con gli stessi stipendi dei dipendenti pubblici. Un esempio per tutti, tratto dal Corriere della sera di qualche giorno fa: il Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma, un ente in gravi difficoltà finanziarie, che ha implorato, e ottenuto, l'aiuto del Governo, gode di una indennità di 298 mila euro, molto di più di quanto, allo stesso titolo, è riconosciuto ai Capi di Gabinetto di molti ministri.

     Per i magistrati lo stipendio è stabilito dalla legge, a garanzia della loro indipendenza e per evitare di vedere una categoria di pubblici dipendenti che incarnano un potere dello Stato, la Magistratura, entrare in rotta di collisione con un altro potere dello Stato, il Governo. Per accentuare questa autonomia è anche stabilito, sempre con legge, che i magistrati  conseguono un aumento periodico percentuale ancorato alla media degli aumenti delle altre categorie del pubblico impiego. In sostanza se professori, ministeriali, militari, ecc. conseguono un aumento se ne avvantaggiano anche i magistrati con un meccanismo percentuale che ha una evidente funzione perequativa.

     Ora la manovra economica non solo riduce gli stipendi come si è già detto, ma blocca gli aggiornamenti periodici in funzione perequativa e sterilizza le promozioni dei magistrati più giovani.

     Non è dubbio che colpire  una categoria che non può contrattare il proprio trattamento economico e che nella stragrande maggioranza non ha altre fonti di sostentamento, considerato che articoli e libri non hanno arricchito nessuno, con esclusione del prode Bruno Vespa, l'aedo del Cavaliere, è un'azione che va contro l'indipendenza della Magistratura. Ma la gente non lo capisce. Ritiene che gli stipendi di cui parlano a volte i giornali, buoni ma nettamente inferiori  a quelli dei grad commis dello Stato e degli enti pubblici, siano un privilegio, soprattutto perché la Giustizia obiettivamente funziona poco.

     Continuare su questa polemica non giova ai magistrati. I quali, invece, dicendosi consapevoli che la situazione richiede sacrifici dovrebbero accettarli, ma protestare per la sperequazione che la manovra attua all'esterno, perché colpisce solo il lavoro dipendente  in specie pubblico, e all'interno perché danneggia i più giovani.

     Bene ha fatto, dunque,  l'Associazione Magistrati della Corte dei conti che, nel proclamare lo sciopero della categoria, "con tempi e modalità che verranno concordati unitamente alle altre magistrature", ha denunciato che le misure contenute nel decreto-legge all’esame del Parlamento, "oltre a risultare gravemente discriminatorie nell’ambito dello stesso comparto del pubblico impiego, l’unico colpito dalle misure anticrisi, finiscono per essere anche lesive dell’indipendenza e dell’autonomia dei magistrati, poiché incidono sul meccanismo dell’adeguamento stipendiale - che opera solo a seguito degli aumenti ottenuti dalle altre categorie di pubblici dipendenti – e, ancor più gravemente, bloccano le progressioni di carriera dei magistrati con minore anzianità di servizio". Aggiungendo che "la Corte dei conti ha ripetutamente, e anche di recente, segnalato al Governo e al Parlamento inefficienze e sprechi sui quali sarebbe possibile incidere concretamente, recuperando anche nell’immediato risorse ben superiori a quelle che potranno derivare dai tagli previsti nella manovra". Concludendo che "non solo non si perseguono adeguatamente sprechi e corruzione, ma anzi, con provvedimenti anche recentissimi, sono state pregiudicate le possibilità di recupero di ingenti danni erariali, già individuati o accertati dalla magistratura contabile".

     Un linguaggio chiaro, comprensibile dalla gente disgustata dagli sprechi e dalla corruzione che ogni giorno vengono alla ribalta della cronaca. Situazioni denunciate proprio dalla magistratura contabile che nelle più recenti relazioni in occasione dell'apertura dell'anno giudiziario e nei referti al Parlamento ha indicato le aree e le fonti di spreco, rimanendo inascoltata.

     Nel frattempo il giornale "di famiglia", che fa da cassa di risonanza delle opinioni del Presidente del Consiglio continua a martellare l'opinione pubblica, peraltro sempre meno convinta di queste "verità", che i magistrati italiani guadagnano più degli altri e lavorano meno. Come scrive Francescο Cramer su Il Giornale  con stucchevole ripetitività, disturbato per il fatto che i giudici si siano detti pronti allo sciopero "e anche ad altre forme di protesta alternative allo sciopero", il cosiddetto "sciopero bianco", consistente nel rigoroso esercizio delle funzioni  "senza svolgere alcuna delle attività di supplenza di cui si fanno carico abitualmente per le carenze di organico del personale amministrativo". Dà fastidio perché questa protesta mette in risalto le gravi inefficienze dei tribunali per mezzi e uomini, senza dire delle procedure. Una situazione che denuncia soprattutto la disattenzione della classe politica di maggioranza dedita solo alla limitazione delle intercettazioni, un piacere fatto a molti, soprattutto a  concussori e corruttori.

     Così Cramer snocciola dati che sarebbero consegnati in un recente studio del Consiglio d’Europa i cui dati appaiono ictu oculi, per usare il latino dei tribunali, inattendibili, non tanto per i 1.292 tribunali italiani contro i 595 inglesi e i 773 francesi (ma non è forse compito del Governo e del Parlamento stabilire il numero delle sedi giudiziarie?). Poi ogni 100mila abitanti la Francia ha 11,9 giudici, la Spagna 10,1, la Gran Bretagna 0,7, l’Italia 13,7. Forse Cramer non conosce i dati del carico giudiziario in un Paese nel quale si ricorre al giudice per ogni minima controversia. "In Italia ogni toga ha 4,2 addetti mentre la Germania ne ha 2,9". Anche qui si tratta di vedere come sono fatte le statistiche, quali dati assumono a base delle rilevazioni. Non ho mai avuto 4,2 addetti. Anzi spesso ho avuto una parte di segretario o segretaria, condiviso/a con altri colleghi.

     E' un po' come la famosa statistica di Trilussa, secondo la quale se la metà degli italiani mangia un pollo a testa vuol dire che tutti gli italiani mangiano mezzo pollo al giorno.

     Ma certa stampa non ha interesse e voglia di approfondire, di dire come stanno le cose di contribuire, sia pure con critiche fondate, al miglioramento della Giustizia. Il Presidente del Consiglio, a capo di una istituzione dello Stato, afferma che i componenti di un'altra istituzione, quella che deve assicurare la pacifica convivenza dei cittadini, è fatta di disturbati mentali. Necessariamente di disturbati mentali. E parte della stampa lo segue. E' un'azione eversiva, senza mezzi termini, che ha paragoni solo nelle classiche repubbliche delle banane.

     Detto questo riprendo quanto ho cominciato a dire iniziando. I Magistrati italiani e le loro associazioni dovrebbero rivolgersi a persone esperte di comunicazione per individuare il taglio da dare alla loro protesta e per ottenere consensi tra la gente. Quello della comunicazione è un mestiere lontano mille miglia dalla mentalità dei magistrati che spesso non sanno comunicare neanche il senso delle loro pronunce con un linguaggio accessibile ai cittadini.

     Figurasi se possono entrare in competizione con il Cavaliere che ha convinto molti di essere un liberale. Per cui Camillo di Cavour e Luigi Einaudi si rivoltano nella tomba.

1° giugno 2010

 

 

 

 

 

A proposito della manovra

Marcegaglia: l'ho riletta,va aggiunta parola "crescita"

di Oeconomicus

 

     Intervistata al termine dell'assemblea di Bankitalia, a proposito dell’invito del Presidente Berlusconi di “rileggere” i testo della manovra, il Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, ha detto: durante "Si, l'ho riletta" e 'la nostra posizione, che viene fuori anche da quanto ha detto oggi il governatore, e' che la manovra affronta la riduzione della spesa pubblica, lo fa con 24 miliardi, e riporta i saldi di bilancio al punto in cui era necessario"; ma - spiega - "a questo vanno aggiunte due cose, ossia ridefinire i limiti, i confini della spesa pubblica, che negli ultimi sei anni è cresciuta di sei punti di pil, e pensare anche alla crescita e, quindi, a investire in produttività, ricerca, e innovazione". Insomma, vanno bene "i tagli alla spesa", ma è necessario "tornare a parlare del tema della crescita".

     Alla Marcegaglia "é piaciuto il richiamo alla lotta all'evasione fiscale. E' un grande tema - ha aggiunto - su cui lavorare, non per coprire i buchi dei conti pubblici ma in prospettiva per abbassare le aliquote fiscali che, per chi paga le tasse, sono troppo alte.

     Gli industriali, dunque, continuano ad essere perplessi sulla manovra. Il "gelo" nei confronti del Premier che la stampa ha potuto constatare in occasione della recente assemblea di Confindustria permane e le ragioni ci sono tutte. Siamo di fronte ad una manovra monca che non interviene sullo sviluppo, che non contiene misure capaci di incentivare la produzione ed i consumi. In sostanza è una rozza manovra di contenimento della spesa, nella quale "Il ragionier Tremonti", come si è sentito ripetere nei saloni di Palazzo Kock, non ha mostrato fantasia, non ha saputo interpretare a fondo il ruolo di Ministro dell'economia, quello che hanno saputo fare i colleghi di Francia e Germania che, a misure di contenimento della spesa hanno collegati significati interventi in favore della ripresa dell'economia.

     Manca la parola "crescita", come dice Emma Marcegaglia. Non solo la parola, ovviamente, che di parole questo Governo ne ha dette fin troppo in economia, a cominciare da quelle che nei mesi scorsi ci hanno illuso che fossimo i più virtuosi d'Europa, ma i fatti, le misure atte a rilanciare produzione e consumi. Ma in questo settore non ci sono fondi.

31 maggio 2010

 

 

 

I magistrati verso lo sciopero

 

     (AGI) - Roma, 31 mag. - Magistrati verso lo sciopero. Contro la manovra economica del governo. Lo ha confermato il presidente della ANM Luca Palamara dopo un incontro a Palazzo Chigi tra l'Associazione nazionale magistrati e il sottosegretario alla Presidenza Gianni Letta. "Abbiamo preso atto - ha detto Palamara al termine dell'incontro - della conferma dei tagli che erano stati annunciati. Fino a questo momento per senso di responsabilità, avevamo congelato ogni iniziativa ma ora convocheremo il nuovo Consiglio direttivo e siamo pronti allo sciopero e anche ad altre forme di protesta alternative allo sciopero". "I magistrati - ha aggiunto Palamara - vogliono fare la loro parte in un momento così difficile per il Paese ma è grave che si preveda che chi guadagna di più paghi di meno. E' inaccettabile essere considerati un costo e non una risorsa.
  Ora basta, faremo sciopero ed altre forme di lotta".

 

P.S. In data odierna anche il Consiglio Direttivo dell'Associazione Magistrati della Corte dei conti ha votato un ordine del giorno nel quale delibera lo sciopero della categoria rinviando la decisione in ordine alla proclamazione dello sciopero ed alle sue modalità ad un successivo accordo con le altre associazioni dei magistrati amministrativi (TAR Consiglio di Stato) ed ordinari.

 

 

 

 

Compitino per gli studenti del II anno di giurisprudenza

Quale Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge alla firma del Capo dello Stato?

di Salvatore Sfrecola

    

     Nella bagarre di questi giorni, all'inseguimento del testo più verosimile tra i tanti pubblicati dai giornali, mi sono chiesto più volte se, una volta definito il testo di quello che possiamo ritenere una bozza di decreto legge approvato dalla Consiglio dei ministri nella seduta del 25 maggio, prima della firma del Capo dello Stato non sarebbe stato necessario un nuovo passaggio in Consiglio dei ministri.

     I decreti legge, ai quali il Governo ricorre, ai sensi dell'articolo 77, comma 2, della Costituzione nei casi "straordinari di necessità ed urgenza", sono deliberati dal Consiglio dei ministri in base all'articolo 92, comma 1, della Costituzione e secondo le disposizioni dell'articolo 2, comma 3, lettera c) della legge 400 del 1988.

     I decreti sono emanati dalla Presidente da Repubblica in base alla disposizione costituzionale dell'articolo 87, comma 5, della Costituzione. Il potere di controllo presidenziale viene riconosciuto anche sui decreti legge. Lo ha spiegato alla Corte costituzionale con la sentenza 406 del 1989.

     Il tema all'attenzione, un compitino per gli studenti del secondo anno di giurisprudenza, i quali affrontano lo studio del Diritto costituzionale, è quello della corrispondenza tra il testo approvato dal Consiglio dei ministri e quello sul quale il Capo dello Stato appone la sua firma nell'esercizio di quel controllo di costituzionalità che portò, ad esempio, il Presidente della Repubblica Scalfaro a respingere il decreto legge di depenalizzazione del finanziamento illecito ai partiti, all'epoca di Tangentopoli ( 5 marzo 1993).

     Posto che l'urgenza della decretazione esige naturalmente i tempi ristrettissimi, ed essendo logico che i partiti, le parti sociali e infine il Presidente da Repubblica possono fare delle osservazioni che inducano il governo a delle modifiche è logico ritenere che l'originaria deliberazione del Consiglio dei ministri non sia idonea a sorreggere formalmente il testo che il Capo dello Stato sottoscrive perché non è quello deliberato dal Consiglio dei Ministri, momento procedimentale essenziale nell'iter di formazione del decreto.

     È un problema a teorico, diranno, molti lettori, ma è un problema giuridico perché qualche giudice che ritenesse di sollevare una questione di costituzionalità rispetto ad alcune norme del decreto-legge potrebbe rilevare, altresì, che il testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale non risulta identico a quello deliberato dal Consiglio dei Ministri e che deve essere allegato alla verbale del Consiglio stesso.

     Ho detto una questione teorica, perché probabilmente nessuno la solleverà mai ma a fini didattici ritengo che gli studenti del secondo anno di giurisprudenza potranno esercitarsi su questa ipotesi di illegittimità costituzionale per giungere alla conclusione che le regole a volte, di recente troppo spesso, vengono manomesse.

31 maggio 2010

 

 

Io, magistrato della Corte di cassazione

e la manovra economica

(Da “Il Messaggero” del 29.5.2010 - http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104177&sez=HOME_MAIL)

 

     "Sono un consigliere della Terza Sezione Civile della Corte di cassazione e sto per compiere 54 anni. Sono entrato in carriera nel marzo del 1983. Questa settimana, a causa delle notizie sul trattamento che la manovra fiscale vorrebbe riservare ai magistrati, ho lavorato con profonda amarezza.

     Io, come quelli del mio concorso, mi troverei nella seguente condizione: il prossimo 19 marzo 2011 maturerei 28 anni di anzianità e, pertanto, dovrei essere valutato dal C.S.M; se dovessi ricevere una valutazione positiva, avrei diritto ad una progressione economica, funzionale anche a ragguagliare il mio trattamento a quello dei magistrati amministrativi con equivalenti condizioni di servizio. Invece, sento dire che, in forza di questa manovra (a parte il previsto prelievo del 5% o del 10% sullo stipendio e l'esclusione dell'adeguamento stipendiale agli aumenti già dati al pubblico impiego nel triennio precedente), se sarò valutato positivamente, mi sarà sì conferito il relativo titolo, ma non l'aumento di stipendio.

     Nella stessa condizione si troveranno i colleghi che, a far tempo dal 2011, dovranno subire valutazioni di professionalità, a cominciare da quelli più giovani. Anche a loro sarà conferito il titolo se valutati positivamente e, per la valutazione, dovranno prima presentare una domanda, un'autorelazione, i titoli. Tutto questo, però, senza corrispettivo. Io, come gli altri colleghi che si vedranno riconosciuta la progressione solo "per la gloria", mi troverò a lavorare con quei colleghi che hanno conseguito entro il 2010 la stessa valutazione, ma sarò pagato di meno.          

     Sono entrato in magistratura, provenendo da una famiglia di modesta condizione economica, perché credevo nel valore sociale del mestiere di magistrato. Sono arrivato giovane in Corte di cassazione (nel 2004), per concorso, e sono sempre stato soddisfatto ed entusiasta del mio lavoro (non altrettanto delle condizioni in cui si svolge, ma questo richiederebbe un discorso a parte).

     Nella mia carriera ho sempre dato tanto al "mestiere", lavorando sempre anche di sabato e, spessissimo, di domenica, senza limiti d'orario (e qualcuno voleva metterci pure i "tornelli"!). Lo stimolo di lavorare in cassazione (la Suprema Corte!), così come la forte motivazione di far fronte all'arretrato (ad esempio, in civile la Corte riceve 30.000 ricorsi all'anno) per rispondere alle esigenze dei cittadini, ha spinto me e i miei colleghi a lavorare a ritmi ormai difficilmente sostenibili. Tanto che quelli più anziani hanno preferito collocarsi in pensione, lasciando la Corte scoperta di oltre cento unità, ossia di circa un terzo del suo organico.

     Ora sono inquieto. Ho moglie e figli a carico e la mia è una famiglia monoreddito. Certo, non sono un impiegato, né un operaio. Sono consapevole che essi avranno preoccupazioni maggiori delle mie.

     Non so, però, se sarà giusto continuare a lavorare ai ritmi attuali. Non so se sarà giusto sacrificare – come ho sempre trovato "naturale" per il "mestiere" di magistrato, perché così insegnatomi dai colleghi più anziani con cui ho lavorato e lavoro – due terzi, e talvolta più, delle mie ferie, senza esservi tenuto per dovere di ufficio.

     Credo oggi di interpretare i sentimenti dei miei colleghi; per questo ho vinto il mio naturale riserbo di magistrato, spinto anche dalla notizia che un mio validissimo e noto collega di sezione, di dieci anni più anziano di me e con quaranta anni di servizio, proprio oggi si è dimesso dalla Magistratura".

 Raffaele Frasca
Consigliere della Corte di cassazione
 

P.S. Pubblico integralmente la lettera del Consigliere Frasca perché offre, con serena dignità e grande senso dello Stato, una testimonianza del disagio dei magistrati italiani dinanzi alla manovra economica all'esame del Presidente della Repubblica, ultimo disconoscimento del lavoro di chi è chiamato ad amministrare la Giustizia, dopo gli insulti pressoché quotidiani del Premier e l'aggressione del quotidiano "di famiglia", Il Giornale, diretto da un grande giornalista che invecchiando comincia piegare la schiena assumendo sempre più il ruolo di portavoce del Cavaliere.

     Ieri titolava I giudici arrestano la finanziaria, con un articolo di Alessandro Salustri, un giornalista che si è fatto notare per il livore e la totale assenza di serenità con cui interviene nelle trasmissioni televisive. Nell'occhiello "Minacce e ricatti: i magistrati non vogliono ridursi i lauti compensi neppure di un euro. Alla fine la spunteranno, sostenuti da sinistra e Quirinale che apre un braccio di ferro col governo. E poi parlano di equità sociale nei tagli".

     Sono parole che si commentano da sole. Più realisti del re, si diceva una volta. Più cavallerizzi del Cavaliere si deve dire oggi di questi giornalisti, una casta potente e lautamente pagata, vicina alla politica  che è in condizione di cucire sugli "altri" etichette di ogni genere purché gradite all'editore "di riferimento".

     Ha proprio ragione Longanesi, con la frase che campeggia in alto, sulla prima pagina di questo giornale, "non è la libertà che manca, mancano gli uomini liberi!".

Salvatore Sfrecola

31 maggio 2010

 

 

 

La spesa pubblica non va demonizzata

ma razionalizzata in relazione alle esigenze

della comunità nazionale

di Oeconomicus

 

     Ricorre sovente in questi giorni, nei quali il dibattito sulla crisi finanziaria internazionale preoccupa i governi e l'Unione europea per la tenuta dell'euro, il richiamo all'esigenza della diminuzione della spesa pubblica alla quale con il decreto legge, che peraltro non ancora visto la luce, il governo intende porre rimedio, tra l'altro, mediante i famigerati "tagli lineari", cioè con quella riduzione dei capitoli di spesa che percentualmente colpiscono tutti i ministeri ed enti pubblici nella stessa misura. Famigerati perché la medesima riduzione percentuale degli stanziamenti di bilancio evidentemente non ha gli stessi effetti su tutti gli enti destinatari di questo intervento.

     Nel complesso, tuttavia, pur richiamandosi sovente sprechi che si annidano in varie amministrazioni ed in varia misura, la polemica sulle dimensioni della spesa pubblica non appare definita in termini di razionalità con sostanziale negazione del ruolo dell'operatore economico  Stato e degli enti pubblici da intendersi quale strumento di gestione dei servizi pubblici e di sollecitazione dell'economia.

     È evidente, infatti, che la spesa dello Stato e degli enti pubblici locali e istituzionali non ha come finalità esclusiva o prevalente quella di pagare gli stipendi, ma di mettere a disposizione della comunità, dei cittadini e delle imprese, strutture amministrative destinate a fornire servizi il cui costo nella maggior parte dei casi costituisce anche una sollecitazione per l'economia del Paese. La spesa pubblica che si distingue in spesa di funzionamento di investimento è in entrambi i casi una preziosa sollecitazione nei confronti dell'economia. Infatti, se i servizi resi dalla pubblica amministrazione nelle attività amministrative, nell'istruzione, nella sanità costituiscono un vantaggio prezioso per il cittadino e le imprese, le spese di investimento in opere pubbliche gestione e manutenzione del patrimonio mettono a disposizione della comunità nazionale infrastrutture importanti per le attività economiche e produttive. Inoltre questi interventi di spesa sono sollecitatori di forniture nei confronti della pubblica amministrazione, forniture rilevanti le quali attivano sul mercato o produzioni spesso importanti. Si pensi per un attimo che le pubbliche amministrazioni acquistano di tutto sul mercato interno e internazionale, dalle matite ai cannoni, tutti i beni e i servizi dei quali le amministrazioni si servono solo uno strumento di sollecitazione di attività produttive che altrimenti troverebbero un mercato assai più ridotto.

     Questo profilo della spesa pubblica, espressione della funzione economica della pubblica amministrazione è quasi sempre trascurato. Nelle polemiche contro "Roma ladrona", ad esempio, si dimentica che molte imprese del Nord non avrebbero un mercato se non ci fosse l'operatore pubblica amministrazione in veste di acquirente. Anzi una nota teoria economica attribuisce alla spesa pubblica, nei momenti di crisi economica, il ruolo di volano dell'economia, quando il potere politico si dedica alla costruzione di reti infrastrutturali, oggi anche di carattere tecnologico che, oltre a costituire una utilità per le persone e le imprese, mette in moto un meccanismo di lavoro e forniture destinato a restituire tono all'economia nazionale.

      Naturalmente questa nostro riflessione presuppone che le dimensioni della spesa siano compatibili con l'esigenza di non aumentare il debito e che, quanto alla qualità, la spesa sia idonea a perseguire quegli obiettivi di sviluppo che ad essa vengono assegnati, senza sprechi, senza inutili interventi e trascurino le effettive esigenze dell'economia dei servizi sociali.

     Da questo punto di vista la polemica di questi giorni, anzi la polemica che da tempo conducono alcune forze politiche e in particolare la Lega a un certo o contenuto di validità in quanto la selezione della spesa pubblica con criteri di efficienza di efficacia e di produttività non sembra preoccupare molto gli odierni governanti i quali evidentemente non sono in condizione di fare una selezione, tagliando inesorabilmente quel che non produce e non produrrà, destinando le non rilevanti risorse verso quegli settori nei quali vi è una esigenza di carattere sociale da soddisfare e produzioni da sollecitare.

    Alla luce di queste riflessioni la manovra che si preannuncia appare assolutamente inadeguata, non riferita ad interventi strutturali cioè ad individuare riforme organizzative e procedimentali capaci di ridurre i costi dell'apparato, ma indirizzata a ridurre la spesa pubblica attraverso un risparmio a carico delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, mentre le preannunciate riduzioni dei trattamenti economici retributivi della casta appaiono poco più che virtuali è comunque in idonei a costituire una somma di un qualche rilievo nell'ambito delle misure complessivamente destinati, sembra, a recuperare oltre 25 miliardi di euro.

     Insufficiente appare anche la ribadita necessità di colpire l'evasione fiscale alla quale si provvede in quasi tutti i paesi civilizzati norme di AN e aumento dei controlli che pure vanno fatti ma attraverso delle disposizioni tributarie le quali dissuada no all'evasione, ad esempio mettendo in posizione di conflitto virtuale i  contribuenti, ad esempio mediante delle forme di deduzione di spese che mettano in evidenza il percettore di un reddito che potrebbe essere occultato. Tutta la vicenda delle somme non fatturate dimostra che il nostro fisco non ha individuato, cosa che potrebbe fare agevolmente prendendo spunto da ordinamenti stranieri sperimentati, forme di documentazione di attività e di redditi che impediscano di fatto l'evasione.

     Ognuno di noi si è sentito dire dall'impresa che fa i lavori di manutenzione, dal piccolo muratore che ristruttura un bagno per passare ai prestatori di opere ed ai professionisti, medici e dentisti, eccetera, che la parcella è di una certa dimensione ma sarebbe inferiore se il cliente rinuncia alla ricevuta del pagamento. Questo ragionamento che fa intravedere nel soggetto che spende un vantaggio in assenza della possibilità di utilizzare in qualche modo la prova della spesa per ridurre i suoi oneri fiscali e il reddito consumato, è la dimostrazione palese che il fisco non ha capito che le deduzioni non sono fatte a scopo pietistico, come per le spese sanitarie, ma corrispondono ad una modalità di individuazione dei percettori di reddito mediante, come già accennato, l'introduzione di un conflitto di interessi fra chi paga e chi percepisce una certa somma. È evidente, infatti, che se io fossi nella condizione di dedurre sia pure in misura diversa, da uno a 100, le spese che effettuo a vario titolo io chiederei sempre la fattura e tutti chiederebbero sempre la fattura. Ma se quella somma rimane a carico del contribuente nonostante sia stata trasferita ad un altro operatore, a sua volta contribuente, è evidente che non c'è possibilità di evidenziare il reddito e di comprimere l'evasione.

     Le conclusioni di queste brevi riflessioni, che hanno preso spunto da un'antica e ricorrente polemica in ordine alle dimensioni della spesa pubblica, e che c'hanno consentito di fare qualche considerazione sul sistema fiscale delineano un quadro sul quale prima o poi un governo serio dovrà mettere mano per non continuare a subire gli effetti negativi, politici e finanziari, di un'evasione che si dice sia dell'ordine di oltre centomila miliardi.  Per non dire delle somme accertate e non riscosse per effetto di un contenzioso tributario farraginoso che non tutela, se non altro per i tempi di definizione dei giudizi, i contribuenti onesti.

     Per dirla tutta, siccome ci rifiutiamo di ritenere che il governo non sia in condizione, avendo strumenti adeguati a disposizione, di individuare le aree di spreco, il fatto che non si intervenga la dice lunga su certe contiguità tra la classe politica e coloro che sono responsabili di queste zone grigie dell'amministrazione.

29 maggio 2010

 

 

 

 

 

Chi ha visto il decreto legge?

La manovra fantasma

di Salvatore Sfrecola

 

     Si rincorrono sui giornali e nelle e-mail che intasano la posta elettronica delle amministrazioni pubbliche interessate ai tagli. Ma il decreto legge non vede la luce perché, si mormora nei corridoi dei palazzi del potere, è soggetto a modifiche, molto diverse da quegli aggiustamenti o intese che generalmente accompagnano nel linguaggio dei comunicati stampa del Consiglio dei ministri la notizia dell’approvazione di provvedimenti di una certa complessità e di controversa definizione.

     Questa situazione che, con espressione abusata, è d’uopo definire kafkiana, solo per non qualificarla sul piano giuridico quale atto inesistente, se non allegato al verbale del Consiglio dei ministri del 25 maggio, è un vero e proprio giallo politico-istituzionale, considerato che nel comunicato stampa si legge che "il Consiglio ha approvato un decreto-legge che contiene misure finalizzate alla stabilizzazione finanziaria e alla competitività economica". Ha approvato un decreto legge, non delineato i contenuti di un futuro decreto-legge. In parole povere, trasparenza e correttezza istituzionale vorrebbero che il testo fosse conosciuto o conoscibile. Da questo punto di vista al di là del profilo strettamente giuridico, direi procedimentale, dell’iter formativo del decreto legge, è chiaro che si è pervenuti alla predisposizione del provvedimento urgente senza una preventiva, adeguata valutazione degli effetti delle misure che il governo ritiene essenziali nell’attuale momento congiunturale. Il sostanza, l’attuale situazione dimostra, senza possibilità di smentita, che il complesso delle misure immaginate non ha scontato un'adeguata valutazione dell'impatto non tanto finanziari ma sociale e, in fin dei conti, politico cui guarda con crescente apprensione il Presidente del Consiglio il quale sente scendere rapidamente il grado di consenso sul quale ha costruito il suo successo politico ed elettorale.

     La situazione conferma quel rilevante grado di inadeguatezza rispetto alle esigenze, soprattutto se caratterizzate da un significativo livello emergenziale, dei responsabili politici e degli staff tecnici che li supportano.

     Significa che manca il monitoraggio della situazione finanziaria, per cui le mia provocatoria proposta di abolire la Ragioneria generale dello Stato, e degli andamenti dell’economia che ogni governo, sulla base anche delle rilevazioni statistiche, ha il dovere di effettuare sistematicamente.

     In sostanza un governo degno di questo nome non dovrebbe essere  colto impreparato di fronte a fenomeni che si vanno delineando in un consistente arco di tempo, mai da un giorno all’altro, mai imprevedibili, come la crescita del debito rispetto al PIL che richiede misure adeguate per rientrare nei limiti del "patto di stabilità". Non siamo, infatti, di fronte ad una emergenza naturale, di quelle capaci di sconvolgere un paese in modo tale da non avere più punti di riferimento nei dati economici e finanziari del giorno prima.

     Questo è lo scenario che denuncia l'improvvisa concitazione con la quale si corre ai ripari dopo aver detto e ripetuto giorno dopo giorno, con una insistenza per la verità sospetta, che tutto andava bene, che il governo aveva provveduto alle persone e alle imprese, mentre cresceva la disoccupazione e chiudevano ,una dopo l'altra, centinaia di imprese, soprattutto nel Nord prospetto e innovativo.

     Si è perso tempo, è certo. Troppo tempo. Si dice che è accaduto anche in altri paesi, che anche Francia e Germania sono state costrette ad assumere misure drastiche, anche per cifre superiori a quelle indicate nella manovra "approvata" il 25 maggio.

     La differenza, a leggere i giornali italiani specializzati e la stampa francese e  tedesca, sta nel fatto che quei governi hanno approfittato dell'occasione di misure straordinarie a sostegno dell'euro, per intervenire sulla struttura della spesa pubblica e sulla sua capacità di incidere sullo sviluppo economico e sui costi sociali delle rispettive comunità. Differenza non da poco, anzi essenziale a dimostrazione che in quelle realtà la classe politica, assistita da organismi governativi di prim'ordine, è in condizione di valutare programmare e decidere per il bene del paese. mentre la tecnica italiana replica rozze manovre del passato, come quei tagli "lineari" che certifica l'incapacità di separare il grano dal loglio, la spesa utile dallo spreco. Per mancanza di elementi conoscitivi? O per incapacità politica di imporre scelte razionali? In ogni caso il taglio "lineare" è intrinsecamente ingiusto, perché colpisce indiscriminatamente e nella stessa misura, per cui per alcune amministrazioni i tagli non ha alcun effetto concreto, mentre per altre potrebbero essere tombali. Così come il concetto di "ente inutile", destinato alla soppressione o all'accorpamento, significa molto spesso ente del quale non è compresa la funzione o che quella realtà istituzionale non ha trovato un "Lord protettore".

     Un quadro deprimente, di fronte al quale cresce la rabbia degli italiani, certamente disponibili a sacrifici, purché non siano richiesti dall'incapacità dei governanti.

28 maggio 2010

 

 

 

 

 

OSSERVATORIO EUROPEO

GRECIA, EURO, EUROPA: HAMILTON CERCASI

di Europeus

 

      “Nessun paese, infatti, sia pur minimamente informato su quella che e’ la natura della nostra struttura politica, e’ tanto sciocco da stipulare negli accordi che concedono agli Stati Uniti privilegi di una qualche importanza quando, da parte sua, deve sempre prospettarsi l’eventualità che i singoli stati dell’Unione violino gli impegni assunti dall’Unione stessa“.

 (Alexander Hamilton,  Il Federalista, saggio 22 “ i difetti della confederazione“)

 

      Se ha ragione Hamilton, le misure che l’Unione europea ha deciso non ci allontaneranno da altri calici amari. Ma prima arrivano, meglio e’. Perché solo così, l’attuale stato politico ed economico dell’Unione europea farà il salto verso l’assetto federalista. Hic Rhodus, hic saltus.

     Il Consiglio Ecofin ed il Fondo Monetario Internazionale hanno deciso un pacchetto di misure per complessivi 750 miliardi di euro - dando vita ad un meccanismo denominato per ora di " Stabilizzazione Finanziaria Europea " - hanno  firmato il " creditor agreement " per la Grecia, e  si sono impegnati per la prima erogazione alla Grecia con scadenza  19 maggio 2010.

     L'art. 122.2 del Trattato UE in vigore è stato utilizzato per  la prima volta. La decisione comprende: 60 miliardi di euro a forte condizionalità, nel contesto del supporto UE/FMI;  440 miliardi di euro come " Special Purpose Vehicle " dell'UE a complemento dei primi 60; 250 miliardi di euro  come facility del FMI.

      In questo contesto la Banca Centrale Europea ha comunicato che a partire dal 10 05 2010: a) condurrà interventi sul mercato del debito pubblico e privato dell'euro-area; b) riattiverà le operazioni di provvista di liquidità in dollari USA.

Il fabbisogno finanziario totale di Grecia, Portogallo, Spagna e Irlanda nel 2010-2013 ammonta a 722 miliardi di euro. Fabbisogno che può esser ridotto con interventi addizionali di consolidamento del debito o di riduzione del deficit, come Spagna e Portogallo sono stati sollecitati a fare. Il pacchetto  ( 750 mld di euro ) delle misure decise copre comunque il fabbisogno attuale nel triennio (722 mld di euro ).

     Il Meccanismo di stabilizzaziome potrebbe portare all'emissione di titoli dell'Unione Europea ( eurobond ) ed essere dotato di basi giuridiche tali da farlo evolvere verso  un Fondo Monetario Europeo.  In questa prospettiva le decisioni del 10 05 2010 potrebbero costituire una " fast track " verso l'unione fiscale ? 

Ciò che è successo a Bruxelles il 9 maggio 2010 (e nei giorni seguenti) è stato oggetto di importanti ed utili commenti della stampa europea e mondiale.

E’ stato generalmente salutato con grande soddisfazione per lo `scampato pericolo´ .

     Ma la risposta fornita fotografa l´attuale precario equilibrio politico-istituzionale dell´Unione. Quindi a medio termine e’ inefficace. Abbiamo comprato un po’ di tempo, se va bene.

      Anche se saranno risolti i problemi politici e tecnici necessari per portare in tempo utile ad esecuzione quanto già deciso. Anche se sarà realizzata l’unione economica proposta da Barroso basata su tre pilastri ( rispetto reale del patto di stabilità, sorveglianza sugli squilibri macroeconomici, meccanismo permanente di soluzione delle crisi).

     Sta emergendo  il problema originario dell'euro: una moneta unica nello spazio istituzionale attuale europeo è insostenibile.

     Cosa vogliono i mercati? capire se alla fine tutto si fascia e restano con carta in mano che non vale più niente o se alla fine tutto si aggiusta ed hanno titoli di un nuovo capace attore  sulla scena multipolare mondiale ! Essi hanno studiato Hamilton: devono capire se, lasciando più o meno le cose come stanno, distruggeremo progressivamente il welfare, il lavoro, l’economia reale, il mercato unico, la finanza  e l’euro facendo la fine dell’Unione sovietica e della Iugoslavia o se passeremo ad un stato  con un unico debito pubblico, con un unico bilancio ed un unico ministro del tesoro: modello cinese o modello statunitense ?

     La ragione del calcolo ha preso il sopravvento sulla passione della costruzione negli ultimi trenta anni in Europa. E l’euro come “ l’uovo del serpente (monetario) “ – usando la metafora di  Bergman – e’ stato usato per incubare divisioni e scontri.

     Oggi lo riconosce persino Delors.

     Per l’ultima volta nella storia l’Europa può salvarsi, ma tutta intera. Quale degli stati italiani preunitari si sarebbe salvato - con un ruolo primario sulla scena europea - nello scontro tra gli stati europei nel secolo passato? E quanto avrebbe influito l’Italia se la sua dimensione ed il suo potenziale non fosse stato paragonabile ai grandi stati europei? come avrebbe fatto l’Italia se avesse mantenuto le monete preunitarie?  come avrebbe fatto se non si fosse organizzato come stato accentrato e con un unico bilancio oltre che con un’unica moneta? Avremmo avuto Sella,  Beneduce,  Einaudi per ciò che essi hanno significato nella storia identitaria economica italiana?

     La rinuncia alla moneta e quindi al tasso di cambio a chi conviene? E perché?   I paesi si indebitano se le spese superano le entrate. In termini di commercio estero se un paese importa  più beni  e servizi di quanti ne esporta, esso dovrà indebitarsi all'estero. Quindi la contropartita di un deficit della bilancia dei pagamenti è un aumento del debito estero.

     In teoria per ridurre l'indebitamento estero un paese ha tre strade: 1) svalutare, misura rapida; 2) contenere la spesa, misura che richiede tempo; 3) ristrutturare l’economia reale cioè’ la sua competitività, i suoi costi di produzione e la produttività, misura che richiede ancora più tempo, spesso decenni.  

     La svalutazione sostituisce domanda estera a quella nazionale,  in modo rapido: svalutando il paese rende immediatamente più costose le merci estere e più convenienti le proprie, condannandosi però a “valere “ sempre meno. I paesi appartenenti a una unione monetaria non possono svalutare: possono solo percorrere le altre due strade.

     Il contenimento della spesa migliora i conti con l'estero riducendo le importazioni: se la gente ha meno soldi da spendere, spende meno anche in importazioni. Si producono effetti deflazionistici,  minando alla lunga la stessa capacita’ di crescere  e di ripagare il debito, la disoccupazione aumenta, le  imprese  chiudono. In teoria, l'aumento dei disoccupati contiene i salari, e col tempo le merci nazionali diventano più convenienti e le esportazioni aumentano: alla domanda nazionale si sostituisce domanda estera, e le cose tornano a posto. Ma dopo, anche  se riesce questo aggiustamento, la posizione del paese e’ quasi sempre cambiata in peggio.

     Nel trattato di Maastricht sta scritto che  con la moneta unica i paesi dell'eurozona si privano di uno dei tre strumenti disponibili per riequilibrare i conti con l'estero, quello più rapido:  la svalutazione. Gli altri due sono lasciati ai singoli stati.

     Le condizioni che rendono sostenibile l'adozione di una moneta unica sono quattro:  flessibilità di prezzi e salari,  mobilità dei fattori di produzione,  integrazione delle politiche fiscali e  convergenza dei tassi di inflazione. Il loro ruolo è chiaro alla luce del fatto che, come abbiamo chiarito, ai paesi che non possono svalutare rimane solo la strada "lacrime e sangue".

     Maastricht ignora le condizioni dettate dalla teoria economica (flessibilità, mobilità, integrazione fiscale, convergenza dell'inflazione) e insiste sul debito pubblico, con l'intento di propugnare la riduzione del peso dello Stato nell'economia, e di evitare riferimenti alla reale natura del problema.   L'approccio di Maastricht è ideologico. Adottare una moneta unica in un'area nella quale essa non è sostenibile impone surrettiziamente e ideologicamente ai paesi membri una rincorsa affannosa dei requisiti necessari (flessibilità, mobilità, ecc.). Il mercato unico ha fatto qualcosa sotto il profilo della flessibilità, della mobilità e dell’inflazione. Il mercato unico potrebbe fare di più sotto il profilo della competitività e produttività. Sotto il profilo fiscale e del debito pubblico poco, molto poco. Quando si arriva al debito non ha quasi più alcuna funzione.

Ecco perché c’è bisogno di un Hamilton europeo: se la Germania e la Francia e l’Italia e gli altri paesi europei vogliono essere visti come un tutt’uno dai creditori internazionali – e pesare nel mondo come tale – devono mettere assieme debito, fisco e tesoro: il mercato deve essere sicuro che si salvano tutti assieme, perché sa che da soli non si salva nessuno di essi.

     Il mercato sa che questa l’Unione hamiltoniana è necessaria  all’equilibrio mondiale.

     Andando avanti così’, il prossimo tsunami è il crollo del dollaro. Ecco perché il segretario USA del Tesoro si affanna a dichiarare che gli Stati Uniti non sono la Grecia. Ecco perché egli teme che le misure restrittive dei singoli paesi europei possano portare ad una situazione “ giapponese “ di deflazione e ristagno in Europa con l’aggravante della mancanza di una politica fiscale unica ed al limite di politiche “ beggar my neighbour “. Gli Stati Uniti hanno bisogno dell’Europa hamiltoniana.

     Il ritorno ad un duopolio instabile USA-CINA, con, India,  Paesi arabi,  Sudamerica e Africa che aspettano da secoli e Russia che aspetta una rivincita renderebbe il passaggio dal breve monopolio USA già al tramonto al multipolio carico di incognite e di rischi più gravi forse di quelli della guerra fredda. Gli USA hanno bisogno dell’Europa Unita per poter giocare da primus inter pares nel mondo multipolare e poter dare concrete assicurazioni ai cinesi che essi non resteranno con un sacco di “  dollar balances “ di cui non sanno più che farsene.

La Cina, proprio in questi giorni, smentendo il Financial Times, ha fatto sapere che continuerà ad investire nei titoli di stato dell’area euro. E non è un fatto congiunturale: “ non mettere tutte le uova in un paniere “ è la regola aurea nel medio e lungo termine.

     Il XXI secolo ha più bisogno di Europa. Come diceva Ronald Reagan ancora non abbiamo visto niente. Né code tipo crisi del ’29, né suicidi dai grattacieli (purtroppo qualcosa in Francia ) né crisi diffusa di legittimità democratica.

     Quanto siamo disposti, noi europei, a pagare per continuare a contare qualcosa?

     C’è un prezzo per il futuro? John Ferling in “ A leap in the dark “ descrive il glorioso “salto nel buio “ dalla confederazione alla federazione statunitense a partire da una semplice constatazione: unirsi o perire. I tredici stati si sono uniti prima col debito, nel fisco e nel bilancio  e poi nella moneta e sono cosi’ diventati 50 ed il mondo più di due secoli dopo non può fare a meno di loro.

E’ finito un ciclo, non la storia. La razionalità post 1989 in Europa deve cedere di nuovo alla passione.

     Noi europei dobbiamo imparare a saltare ancora nel buio  perché non abbiamo più niente da perdere, se non la impotenza dei singoli stati.

     E tutto da guadagnare: il comune futuro.

 28 maggio 2010

 

 

 

 

Il Cavaliere e il Duce: la storia pro domo sua

di Salvatore Sfrecola


     Preoccupato del consenso, che sente sfuggirgli di giorno in giorno, per aver negato la crisi troppo  a lungo, senza prendere per tempo misure adeguate a restituire incentivi allo sviluppo, Silvio Berlusconi corre ai ripari e denuncia di non avere poteri.

     E cita Benito Mussolini  "Dicono che ho potere - è il brano scelto - non è vero, forse ce lo hanno i gerarchi ma non lo so. Io so che posso solo ordinare al mio cavallo di andare a destra o di andare a sinistra e di questo posso essere contento". Per far capire alla platea internazionale - il Cavaliere era a Parigi per la riunione dell'OCSE - che "il potere se esiste non esiste addosso a coloro che reggono le sorti dei governi".

     Affermazione all'evidenza assurda, soprattutto per chi dispone in Parlamento di un'amplissima maggioranza che gli consentirebbe di modificare leggi e riordinare apparati dello Stato. Il fatto è che quella maggioranza, che ruota intorno a lui, è, prima che rissosa, composta in gran parte di pervenu della politica, spesso giovanotti e giovinette di bella presenza, il più delle volte senza arte né parte, con studi molte volte "brevi", che non hanno fatto mai un lavoro, che non hanno mai amministrato neppure il condominio della casa dei genitori.

     D'altra parte, le caratteristiche di questa compagine il Cavaliere le aveva delineate benissimo alla vigilia delle elezioni quando, reclutando quelli che avrebbe "nominato" deputati e senatori chiarì che a lui  bastava un 30 per cento di bravi, gli altri li avrebbero seguiti.

     Non ha dunque motivo di lamentarsi il Premier, anche per chi ha portato al governo del Paese, spesso modestissime personalità di seconda fila già nei partiti di provenienza.

     Se non ha potere, dunque, è perché non sa esercitarlo, anche per essersi circondato, fin dal 1994, di yes men, quelli che piacciono tanto ai potenti che non sanno esercitare veramente l'arte del comando.

     Venendo, poi, a Mussolini, considerata la citazione storica di dubbia veridicità perché proveniente dai fantomatici Diari del Duce, questi di potere ne aveva, tanto da attuare una sorta di diarchia che, manipolando lo Statuto Albertino,  costringeva Re Vittorio Emanuele III a quotidiane acrobazie per mantenere la dignità della Corona. Mussolini aveva addirittura inciso sulla linea di successione al trono, che sarebbe stata sancita da una deliberazione del Gran Consiglio del Fascismo.

     Ma il tempo è galantuomo, per cui quando il Gran Consiglio il 25 luglio 1943 votò la restituzione al Re del comando dell'Esercito Vittorio Emanuele ne ha preso correttamente atto accogliendo le dimissioni che l'attonito Cavaliere Benito Mussolini riteneva sarebbero state respinte.

     Da Cavaliere a Cavaliere, il secondo, che sta perdendo a vista d'occhio consensi, pensi al pensionamento, tanto per lui, l'uomo più ricco d'Italia, non saranno un problema le norme sulla falcidia delle liquidazioni che applica, con tanta soddisfazione ed un pizzico di sadismo, ai lavoratori dipendenti.

28 maggio 2010

 

 

 

 

 

La Ragioneria Generale dello Stato, un ente inutile?

di Salvatore Sfrecola

 

     Ho scorso l'elenco, brevissimo, degli enti definiti "inutili" e come tali destinati alla soppressione il più delle volte mediante accorpamento ad altri enti del settore, come l'I.S.P.E.S.L., Istituto Superiore Prevenzione e Sicurezza sul Lavoro, che sarà unito all'INAIL.

     Non si parla, invece, della Ragioneria generale dello Stato, ovvero del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato, come pomposamente da qualche tempo si chiama quell'antica struttura del Ministero del tesoro, ora dell'economia e delle finanze, secondo la regola invalsa negli ultimi anni per giustificare la moltiplicazione dei posti dirigenziali.

     Naturalmente la mia è una boutade, una provocazione. Come si fa a considerare inutile la struttura cardine del controllo finanziario dello Stato, del controllo interno, parte essenziale dell'Amministrazione pubblica?

     Invece è proprio così. A sentire i funzionari della Ragioneria, che si articola in uffici centrali del bilancio presso le singole amministrazioni (un tempo si chiamavano Ragionerie centrali, chissà perché le hanno cambiato nome!) questi Uffici hanno un controllo contabile su tutte le operazioni di gestione del bilanci. La Ragioneria, inoltre, dispone di un centro di elaborazione dati sofisticatissimo. L'ho visitato al La Rustica qualche anno fa (ma non so se è ancora in funzione), una struttura avveniristica, superprotetta, una specie di Fort Nox nostrano, sigillato, a prova di bomba. Ricordo che chi mi guidava raccontava con orgoglio che l'allarme era scattato perché d'inverno sul muro di cinta si era posata una certa quantità di neve il cui peso aveva attivato l'allerta.

      Cose da fantascienza, come i grandi schermi, immensi, sui quali venivano registrate tutte le operazioni di tesoreria in entrata e in uscita, in tempo reale, mi disse orgoglioso il funzionario che mi illustrava la grande opera dell'ingegneria informatica. E in effetti sui maxischermi comparivano linee colorate che continuamente davano conto dell'andamento della gestione del bilancio e della tesoreria.

     E non finiva qui. Quel "cervellone", mi fu detto, disponeva delle serie storiche dei bilanci delle regioni, degli enti locali e degli enti pubblici variamente denominati ma gestori di denaro del cittadino. Lì, con orgoglio, si poteva conoscere tutta la storia passata e presente della finanza pubblica e prevederne l'evoluzione.

     A parte questa miracolistica informatizzazione, da quando lo faceva sui libri mastri, la Ragioneria ha il conto degli impegni, cioè delle somme che le amministrazioni accantonano a seguito di obbligazioni "giuridicamente perfezionate", come dice la legge.

     Di più, la Ragioneria, attraverso i suoi uffici nei ministeri ed i sindaci o revisori negli enti pubblici controlla la spesa, giorno dopo giorno. Non solo, ma riceve dalle amministrazioni statali le proposte per la formazione del bilancio di previsione, che valuta e assembla.

      A questo punto mi chiedo come sia sfuggita alla Ragioneria la pletora degli sprechi nelle pubbliche amministrazioni, quelle spese inutili che oggi pesano e per rimediare ad esse una parte degli italiani sono stati chiamati a pesanti sacrifici.

     Delle due l'una. O la Ragioneria non tiene i conti, non li controlla e non è in grado di valutare la "proficuità" della spesa, come sta scritto nella legge di contabilità del 1918, il regio decreto n. 2440, e allora va abolita come "ente inutile", oppure la Ragioneria mette in preallarme il Ministro dell'economia che non è in grado di eliminare gli sprechi. In questo caso la colpa è del Ministro Tremonti.

     Di chiunque sia la colpa, è possibile che gli sprechi si sono accertati solo oggi, perché giorno dopo giorno, come farebbe una famiglia virtuosa o un'impresa seria, non sono state eliminate le spese inutili? Era necessario giungere sull'orlo dell'abisso per chiedere ad una parte degli italiani sacrifici durissimi per mettere riparo agli errori o alle omissioni di funzionari e politici?

     Un'ingiustizia di queste dimensioni, che colpisce aspettative spesso collegate a spese effettuate, l'acquisto della casa, l'avvio di un'attività commerciale o professionale per i figli, le spese per l'istruzione superiore e universitaria, l'auto nuova, non potrà non lasciare un segno nei rapporti con la classe politica e con le istituzioni.

     E per concludere, se è stata la Ragioneria ad omettere rispetto al suo ruolo tradizionale come definito nelle leggi aboliamola. Il risparmio sarà consistente, diretto, uomini e strutture, e indiretto, i gettoni di presenza degli inutili revisori dei conti.

     Se, invece, come credo, l'errore lo hanno fatto i politici che non hanno ascoltato la voce dei ragionieri questi signori vanno mandati a casa insieme al patetico onorevole Lupi, che Berlusconi spedisce in televisione per difendere l'indifendibile politica dell'esecutivo con argomenti da avvocatello alle prime armi, un difensore d'ufficio che dimostra agli occhi della gente tutta l'incnsistenza delle sue argomentazioni.

26 maggio 2010

 

 

 

 

Sacrifici sì, ma via i responsabili dello sfascio

di Senator

 

     Accade alla squadre di calcio, accade alle società, accade agli stati. L'11 che non fa gol, l'impresa che non fa profitti, lo stato con deficit e debito pubblico. Ma, mentre la società di calcio liquida l'allenatore e l'impresa in difficoltà cambia gli amministratori, non sempre gli elettori mandano a casa i responsabili dello sfascio dei conti pubblici.

     O, meglio, non li mandano a casa subito, per quella vischiosità del mondo politico che rallenta il ricambio e, soprattutto, quando manca l'alternativa, quando l'opposizione non si presenta agli occhi dell'elettorato come credibile per sostituire il governo in carica.

     Tuttavia il problema è questo. Chi ha sbagliato, anche solo per per aver omesso di assumere per tempo le misure che avrebbero potuto se non evitare quanto meno ridurre effetti della crisi. Per far questo sarebbe stato necessario, quando si sono presentati all'orizzonte dell'Italia e di altri paesi segnali non equivoci di una crisi economica indotta non solo da speculazioni finanziarie internazionali ma dallo squilibrio nei rapporti interni tra produzione, lavoro, risparmio.

     Viviamo al di sopra dei nostri mezzi, dice più d'uno. E' vero, ma dov'erano i governi, al centro ed in periferia? Cosa hanno fatto, quali misure hanno adottato quando si sono resi conto di questa realtà? O non se ne sono resi conto?

     Comunque hanno sbagliato. E' innegabile. E come avviene nelle squadre di calcio e nelle società, l'"allenatore" va cambiato. All'interno della maggioranza o all'interno della classe politica. Non c'è soluzione diversa.

     Ciò perché evidentemente chi è stato al timone non ha saputo condurre la barca verso una navigazione sicura, dove il lavoro sia assicurato a quanto più cittadini è possibile, dove le famiglie possano svolgere il loro ruolo di fonte di capitale sociale, cioè di gestione del ruolo essenziale che la Costituzione assegna loro, fare figli, educarli ed istruirli ad essere cittadini e lavoratori. E, poi, la famiglia che consuma, così sostenendo la produzione, e risparmia.

     Poi il turismo, la nostra grande, unica vera industria sempre potenzialmente attiva, abbandonata dalla classe politica che non ha assicurato infrastrutture e servizi, che non riesce neppure a controllare il ristoratore che serve cibi scaduti, che presenta un conto assurdo e via dicendo.

     Troppe omissioni, troppi errori. Colposi, gravemente colposi.

25 maggio 2010

 

 

 

 

 

La legge anticorruzione sotto la lente dei magistrati contabili

     Per iniziativa del Gruppo "Rinnovamento" dell'Associazione Magistrati della Corte dei conti si è tenuta questa mattina la preannunciata Lectio legis, cioè una lettura a più voci del disegno di legge recante:" Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell'illegalità nella pubblica amministrazione".

      Nella prestigiosa Aula "Bonadonna" della sede centrale della Corte in viale Mazzini Salvatore Sfrecola, Segretario del Gruppo e Vice procuratore generale della Corte dei conti ha aperto i lavori sottolineando come l'iniziativa sia diretta ad una riflessione utile al dibattito parlamentare con approfondimento delle singole disposizioni del disegno normativo che prevede interventi sulle amministrazioni dello Stato e degli enti locali, chiudendo con norme che aggravano le pene previste dal codice penale.

       Dopo un indirizzo di saluto di Angelo Buscema, Presidente dell'Associazione Magistrati, Fiammetta Palmieri, Magistrato di Tribunale, addetta al Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ha illustrato il disegno di legge “anticorruzione”, oggi Atto Senato n. 2156, mettendo in risalto i profili di novità rispetto alla precedente legislazione.

     Andrea Altieri, docente di diritto amministrativo - Link Campus University of Malta, Avvocato di CONSIP si è soffermato sul profilo della trasparenza nei contratti pubblici presentando alcune proposte dirette ad evitare interferenze politiche nella nomina delle commissioni di aggiudicazioni e delle commissioni di collaudo.

   Alessandro Botto, Consigliere di Stato, Consigliere dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture si è soffermato sul ruolo dell’Autorità segnalando l'esigenza che non siano inutilmente aggravate le procedure e mettendo in evidenza la necessità che le notizie in possesso della banca dati siano accessibili a tutti, evitando l'applicazione delle norme sulla privacy quando non necessarie.

       Ennio Colasanti, Consigliere della Corte dei conti, Sezione relazioni internazionali ha illustrato l'apporto delle regole dell'INTOSAI e dell'Unione Europea nella regolarità dei conti e delle gestioni.

      Laura Lunghi, Avvocato, cultore di diritto amministrativo presso la Facoltà di Giurisprudenza de "La Sapienza", del Gruppo Intesa San Paolo ha parlato della Banca Dati nazionale dei contratti pubblici e delle prospettive che può apportare alla trasparenza dell'azione amministrativa. Tra l'altro auspicando una banca dati comunitaria.

       Nel dibattito ha preso la parola, tra gli altri, il Presidente Maurizio Meloni, Presidente delle Sezioni Riunite in sede di controllo che ha rivendicato il ruolo della Corte dei conti nell'approfondimento delle gestioni ai fini del monitoraggio dei fenomeni di malagestione.

     Salvatore Sfrecola, traendo le fila del dibattito ha dato appuntamento a tutti alla ripresa autunnale con un convegno di studio che consenta un confronto tra operatori economici, funzionari dell'Amministrazione, docenti universitari e magistrati delle varie giurisdizioni.

      Ai presenti è stato rilasciato un attestato di partecipazione.
 

24 maggio 2010

 

La crisi nello sfascio dell'Amministrazione e della Giustizia

di Salvatore Sfrecola

 

     Ho lasciato il titolo un pò forte del nostro amico Senator perché alcune sue considerazioni mi danno lo spunto per riflettere ad alta voce su alcuni aspetti della crisi finanziaria ed economica che preoccupa gli italiani, non solo quelli che subiranno i tagli di stipendio, dei quali parla con dovizia di particolari il Corriere della Sera insieme alle altre misure preannunciate che si leggono sul sito web del quotidiano.

     Cominciamo delineando il quadro di riferimento, per capire bene.

      L'Amministrazione pubblica è lo strumento del Governo per realizzare il programma della maggioranza, proposto all'elettorato e convalidato dal voto. Il Governo nazionale, come i governi di regioni, province e comuni operano attraverso gli strumenti normativi approvati dal Parlamento e per mezzo di impiegati pubblici che rendono servizi, dispongono pagamenti in favore di persone fisiche ed imprese, riscuotono imposte e tasse.

     Se ne deve dedurre che, in un paese ben ordinato, la classe politica al governo deve riservare la massima attenzione all'apparato amministrativo perché dirigenti, funzionari ed impiegati sono lo strumento per governare. Un'attenzione che si realizza attraverso la messa a punto di strumenti operativi adeguati alle esigenze e di uomini preparati professionalmente e messi in condizione di lavorare e di perseguire gli obiettivi stabiliti dalle leggi e precisati dalle direttive politiche. Questi uomini vanno motivati, ne va riconosciuto l'impegno lavorativo che deve essere premiato quando merita. Contestualmente gli incapaci ed i fannulloni devono essere puniti.

     Accade, invece, che, avendo trovato l'Amministrazione in condizioni non ottimali, l'attuale classe politica  di  maggioranza, di cultura prevalentemente privatistica, invece di sentire il bisogno di rendere l'apparato idoneo all'obiettivo di costituire strumento di miglioramento dei servizi resi alla comunità, si è esibita in una costante denigrazione del pubblico soprattutto agli occhi degli italiani.

     Contestualmente un sistema di spoil system esasperato, ancora di recente censurato dalla Corte costituzionale (sentenza 5 marzo 2010, n. 81, commentata da Paola Maria Zerman sull'ultimo fascicolo, il n. 5, di Diritto e Pratica Amministrativa, il mensile de Il Sole-24 Ore), ha reso la dirigenza pubblica precaria e, soprattutto, subordinata al potere politico. Il Ministro, il Presidente della regione, il Sindaco scelgono il dirigente, stabiliscono il tempo della loro permanenza nella funzione, determinano l'ammontare del loro trattamento economico. Sono le stesse autorità politiche che dovranno rinnovare la fiducia nel funzionario di lì ad un tempo breve (di solito tre anni), sicché l'indipendenza del dipendente "al servizio esclusivo della Nazione", come dice l'art. 98 della Costituzione è stata beffata.

     Le conseguenze sono gravissime e si notano in questa stagione nella quale le cronache sono piene di riferimenti a sprechi paurosi, a ruberie a corruzione, tanto che il Governo è ricorso ad un disegno di legge, del quale parleremo domani alla Corte dei conti con alcuni esperti per cercare di analizzarne pregio e difetti e rendere al Parlamento, che si appresta ad iniziarne l'approfondimento, qualche utile suggerimento indotto dall'esperienza di avvocati, dirigenti, magistrati.

        Una classe politica con senso dello Stato si sarebbe avvalsa di un'Amministrazione efficiente per rilevare ed eliminare gli sprechi, per evitare ruberie e corruzione.

     Una classe politica che sente il Premier quotidianamente disprezzare l'Amministrazione e vilipendere i magistrati è, invece, indotta a sentirsi libera di profittare degli sprechi, che interessano molte aziende produttrici di beni e fornitrici di servizi, e magari di esercitarsi in concussione e corruzione. Per cui la riforma vera della Giustizia attende e quel che si fa aggrava il lavoro di giudici e pubblici ministeri che in questo modo appaiono agli occhi degli italiani inefficienti e concausa dello sfascio.

     Diciamoci le cose come stanno. Se l'Italia si trova in condizioni molto vicine a quelle della Grecia molto è dovuto all'incapacità della classe politica tutta, di destra e di sinistra, che si è alternata al potere in questi anni, di prevedere e prevenire le conseguenze di crisi economiche interne ed internazionali. E questa incapacità deriva dall'aver mortificato l'Amministrazione, cioè di essersi privata degli occhi e degli orecchi per vedere ed ascoltare, nonché delle mani per operare.

     Chiacchiere se ne sono fatte tante. Annunci, pure. Gli italiani li hanno presi per buoni ma di fronte all'evidenza non c'è più alcun dubbio. Non si è fatto quanto si poteva fare per mettere il Paese al riparo degli effetti. Come in medicina, anche in politica la prevenzione premia. Ha solo un limite agli occhi di politici modesti, non desta clamore, non produce consenso immediato. E questo per la classe politica di oggi è un difetto grandissimo. Così siamo seduti sull'orlo del baratro e continuiamo a sentire slogan ripetitivi e all'evidenza privi di ancoraggio con la realtà

     Se si vuole governare la crisi si devono mettere le mani nelle tasche degli italiani. Non aumentando le tasse, evidentemente, ma limando stipendi e riducendo servizi. Formalmente la promessa del Premier è mantenuta. Nella sostanza è una stangata!    

23 maggio 2010

 

Il Premier non teme il ridicolo

Annuncia niente mani nelle tasche degli italiani, solo dei dipendenti pubblici!

di Senator

 

     "E' assolutamente falso che sia alle viste un aumento delle imposte'' ha affermato ieri il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, in un messaggio registrato ai Promotori della Libertà. ''Non verranno toccate - precisa il Premier - né la sanità né le pensioni, né la scuola né l'Università. E' sicuro invece che il governo continuerà a mantenere i conti pubblici in ordine con una politica prudente, coniugando il rigore con l'equità e il sostegno alo sviluppo. E ripeto: non aumenteremo le tasse. Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani''.
     "Cercheremo invece con ogni mezzo - spiega Berlusconi - di combattere le spese eccessive e di combattere l'evasione fiscale. Sino ad oggi siamo riusciti a tutelare le famiglie, i ceti più deboli, le imprese (soprattutto quelle piccole e medie) con provvedimenti mirati, concreti ed efficaci. Continueremo a farlo nei limiti delle possibilità di bilancio portando avanti la politica di buon senso degli ultimi due anni, con una gestione economica che mantenendo in ordine i conti pubblici ha messo il nostro Paese al riparo: un merito che ci è stato riconosciuto internazioalmente da tutti, anche dai più severi osservatori".
     Dal canto suo il Presidente del Senato, Renato Schifani, parlando a margine di una manifestazione a Buonconvento (Siena), ha affermato che se qualche sacrificio verrà chiesto agli italiani "sicuramente sarà graduato su livello sociale per calibrarlo. Qualche sacrificio dovrà essere chiesto a chi se lo può permettere". . Commentando la prossima manovra finanziaria ed economica, Schifani ha ribadito che "sarà significativa" ma si è detto certo che "si interverrà sulla contrazione della spesa pubblica e in particolar modo su quella non produttiva".

     Qualche commento. L'ipocrisia sta nel dire che non aumenteranno le tasse, quando è previsto, a leggere il Corriere della Sera, una significativa falcidia degli stipendi dei pubblici dipendenti. Non solo degli amministratori e dei collaboratori (la notizia dei 289 mila euro per il Capo di Gabinetto del Sindaco Alemanno ne è scandaloso esempio) ma dei dirigenti e dei funzionari sui quali incombono responsabilità, prova ancora della lontananza del Premier e della classe dirigente politica che lo circonda da una consapevolezza del ruolo delle istituzioni, che, infatti, non hanno saputo prevedere e frenare il dissesto del settore pubblico. In queste condizioni è difficile pensare alla ripresa dell'Amministrazione e ad un suo ruolo per la ripresa e la lotta all'evasione fiscale.

23 maggio 2010

 

Solidarietà e responsabilità

di Salvatore Sfrecola

 

  La situazione finanziaria e quella economica del Paese richiedono sacrifici a tutti, soprattutto a chi dispone di redditi più alti.

     Oggi il Corriere della Sera a pagina 8 illustra la manovra nei contenuti di cui si ha notizia, secondo ipotesi verosimili, stile Grecia, considerato che per avere un senso la manovra deve compire un po' tutti in misura tale da portare nelle casse dello Stato i miliardi di cui c'è bisogno per sostenere l'euro e non  aumentare il deficit.

     Tutti dobbiamo concorrere . Questo diffuso senso di responsabilità non ci può, tuttavia, impedire di fare alcune considerazioni di ordine generale: fino all'altro ieri ci è stato detto che tutto andava bene, che il nostro Paese era il più virtuoso dell'Europa, forse del mondo, che stavamo lontano dalla condizione della Grecia. Ma adesso adottiamo le stesse misure.
     Stanno male anche la Germania e gli Stati Unici d'America. Mal comune mezzo gaudio?
     Mi chiedo chi ha consentito si giungesse sull'orlo del precipizio senza prevederlo, senza adottare misure anticipate di salvaguardia a tutela dell'economia. E chi ha consentito negli anni che gli sprechi nelle pubbliche amministrazioni continuassero impuniti, che il malgoverno degli enti alimentasse la corruzione che oggi viene alla luce per alcune inchieste della magistratura.

     Non mi riferisco a questo a quel governo, al centro ed in periferia, ma mi sembra amara constatazione che la classe politica tutta non è stata all'altezza del compito, non ha saputo guardare al di là del proprio naso e dei propri interessi ben curati (indennità, case comprate o ristrutturate, conti all'estero).
     Sempre dal Corriere della Sera abbiamo appreso che il Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma "gode" di una indennità di 298 mila euro l'anno (immagino oltre allo stipendio di magistrato). Ed altri 49 collaboratori del medesimo Sindaco "godono" anch'essi di sostanziose indennità, mentre il comune è in grave deficit e l'unica entrata certa è data dalle multe per divieto di sosta.
     Per educazione, per cultura, oltre che per professione, uomo "delle istituzioni" non posso fare a meno di esternare queste mie perplessità perché quel che ci è capitato sulla testa non è dovuto al Fato, ma all'incapacità e disonestà degli uomini. Incapacità di prevedere e prevenire, di guardate alle prossime generazioni anziché alle prossime elezioni, come diceva De Gasperi individuando in questa capacità di guardare al futuro  il tratto distintivo degli statisti rispetto ai politici.
     Attenzione, poi, al dibattito parlamentare, perché siamo stati abituati ad emendamenti "della maggioranza" che completano la volontà del governo come consegnata nel decreto legge.
22 maggio 2009

 

Il Presidente della Commissione Europea, Barroso, in visita al Gran Maestro dell'Ordine di Malta

Roma, 21 mag. - (Adnkronos) - Il presidente della Commissione Europea Jose' Manuel Barroso, illustra a Roma il suo programma contro la disoccupazione in Europa, con l'obiettivo di ''ridurre del 25 per cento il numero di quanti sono esposti alla povertà e all'esclusione sociale'', obiettivo, ha precisato, ''parte integrante della strategia economica che la Commissione Europea sta mettendo a punto per i prossimi 10 anni'', oltre che impegno comune con l'Ordine di Malta che con i suoi 900 anni di vita e' ''la prima organizzazione umanitaria della storia''.
Nella sua visita all'Ordine di Malta, questa sera, Barroso e' stato insignito del ''Collare al Merito melitense" dal Gran Maestro Fra' Matthew Festing, ''per il grande impegno e la profonda competenza con i quali dal 2004 svolge il delicato incarico di Presidente della Commissione Europea e per l'attenzione che ha riservato all'Ordine di Malta sostenendone le attività con profondo spirito umanitario''. Durante i suoi colloqui sono stati ribaditi anche la volontà di rafforzare la cooperazione sanitaria e umanitaria fra la Commissione europea e l'Ordine di Malta (progetti umanitari congiunti sono in corso in Congo, Tailandia, Cambogia e Myanmar) e di collaborare alla tutela dei Luoghi santi e al dialogo inter-religioso.
La cerimonia, che ha avuto luogo nella Villa Magistrale a Roma, e' stata seguita da una cena di gala alla quale hanno partecipato un centinaio di ambasciatori e personalità delle istituzioni italiane tra le quali il ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, e vaticane come il presidente del Pontificio consiglio per il Dialogo interreligioso, cardinale Jean Louis Tauran.
Nel corso di una ''crisi economica e finanziaria senza precedenti'' e durante l'Anno europeo della lotta alla povertà' e all'esclusione sociale, ha ricordato il Presidente, l'impegno per la creazione di posti di lavoro e per una ''occupazione qualificata'' dei cittadini europei e' una priorità dell'Unione europea. ''Non si possono chiudere gli occhi - ha detto - di fronte alla sorte di 80 milioni di nostri concittadini poveri, dei quali 19 milioni di minori''. L'Ordine di Malta e l'Unione europea devono ''opporsi con determinazione e soprattutto con i nostri valori'' ai disvalori creati dalle crisi economiche che ''offrono un terreno fertile al populismo, al ripiegamento su se stessi e all'egoismo''. ''Contro la precarietà e l'ingiustizia - ha detto - occorre più che mai mobilitarsi con gli ideali di giustizia e di solidarietà che animano il vostro Ordine''.

 

A proposito della nuova disciplina delle intercettazioni

Una lezione dagli U.S.A.

un avvertimento per il Premier

di Iudex

 

     Severa lezione di politica criminale del Sottosegretario U.S.A. alla Giustizia, Lanny Breuer, in Italia per partecipare alle commemorazioni per Giovanni Falcone: "Nessuna norma ostacoli l'ottimo lavoro dei magistrati italiani. Grandi passi avanti nella lotta alla mafia". Per l'Amministrazione Obama le intercettazioni telefoniche sono uno "strumento essenziale delle indagini" che non va indebolito. "Non vogliamo che succeda niente che impedisca ai magistrati italiani di continuare a fare l'ottimo lavoro fatto finora", ha affermato il vice-sottosegretario del Dipartimento Penale Usa con delega per la lotta alla criminalità organizzata,

    Nel corso di un incontro con la stampa all'ambasciata americana a Roma, Breuer ha ricordato l'"ottimo livello di cooperazione" con la giustizia italiana. "Sono cosciente del fatto che contro la criminalità possiamo e dobbiamo fare di più".

     L'esponente del governo americano non ha inteso in alcun modo entrare in valutazioni di merito sulla legislazione italiana in materia di intercettazioni che ha esplicitamente dichiarato di "non conoscere", ma ha dato una indicazione sulla quale, peraltro, concordano tutte le persone di buon senso.

     Una cosa sono le intercettazioni utili alle indagini, altra cosa sono gli abusi dei giornali che pubblicano notizie riservate o non funzionali alle esigenze della polizia e della magistratura. Per queste rileva la regola della privacy, non per tutto ciò che è funzionale alla repressione dei reati.

     Purtroppo il Presidente del Consiglio, Berlusconi,  il il Ministro della Giustizia, Alfano, confondono le due esigenze perché l'intento palese è quello di depotenziare le indagini giudiziarie. Lo dimostra se non altro la circostanza che il Cavaliere ha annunciato l'iniziativa limitativa delle intercettazioni in un convegno di industriali, laddove si annidano corruttori e concussi, ricevendo un applauso da stadio.

     Infine, la presa di posizione del sottosegretario U.S.A. induce anche ad altra riflessione. Forse il Presidente americano, "giovane e abbronzato"  ha voluto manifestare ancora una volta la scarsa simpatia per il Cavaliere, troppo effervescente per il costume governativo americano, con troppe amicizie "pericolose", come il sovietico Putin con il quale l'Italia fa affari che urtano la sensibilità d'oltre oceano.

     O, forse, Obama vede il Cavaliere avviarsi a grandi passi sul viale del tramonto.

21 maggio 2010

 

Tremonti non metterà le mani nelle nostre tasche ma avremo tutti meno servizi

Si delinea una finanziaria di sacrifici, ma non per tutti

di Oeconomicus

 

     Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, assicura il Ministro dell'economia, Giulio Tremonti, sarà una finanziaria di tagli alla spesa pubblica. L'affermazione non può tranquillizzare in quanto lavorare sulla spesa pubblica, necessario da tempo, non è facile perché la spesa improduttiva si annida nelle pieghe dei bilanci, dello Stato e degli enti pubblici, da quelli istituzionali a quelli del servizio sanitario nazionale (quelle che adesso si chiamano "aziende") e la selezione della spesa non è facile, soprattutto non è da fare in poche settimane. Ne consegue che i tagli non saranno selettivi ma orizzontali, tot per ogni ente così da colpire, come è accaduto in passato, tutti indistintamente con conseguenze scarse per alcuni e gravi o gravissime per altri.

     Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, dice Tremonti, ma taglieremo molti servizi, soprattutto nello stato sociale, così i cittadini non pagheranno più tasse ma saranno costretti a rinunciare a molti servizi o a pagarli di tasca propria.

     E' inevitabile che accada così, che la spesa pubblica ridotta colpisca soprattutto la sanità, dove si annidano gravissimi sprechi, la scuola, i trasporti, ecc. Ma non saranno necessariamente ridotti gli sprechi proprio per la rozzezza della manovra che si preannuncia. Non è un processo alle intenzioni. E' quanto è accaduto finora tutte le volte che i governi, di destra e di sinistra, si sono impegnati a tagliare la spesa pubblica.

     A questo punto s'impongono alcune domande e considerazioni. Chi ha fatto deteriorare la situazione, chi non ha previsto, pur avendo la possibilità di monitorare l'andamento della finanza internazionale e dell'economia interna? Chi ha sottovalutato i segnali che provenivano da altri paesi e dagli indicatori dei vari fattori dell'economia?

     Non basta dire che altri hanno sbagliato e stanno, forse, peggio di noi. Gli statisti degni di questo nome prevedono e corrono tempestivamente ai ripari. Non è da ieri che l'economia dà segni di rallentamento, che la gente non compra e non risparmia come faceva una volta, mentre le imprese chiudono e in  migliaia perdono il lavoro, cioè escono dal mercato dei consumi. Con la conseguenza che la produzione rallenta e si perdono altri posti di lavoro. Il rapporto tra i vari fattori dello sviluppo dell'economia e della finanza è noto e non richiede grandi menti perché siano delineati i termini della crisi rispetto alla quale l'ottimismo è di  rigore per evitare che la gente cada nella disperazione, ma intanto il governo deve lavorare ed adottare le misure idonee a restituire alla gente fiducia e risorse.

     Non c'è dubbio che in molti abbiano sbagliato in Europa e nei singoli paesi. I responsabili se ne devono andare a casa, come accade in una società il difficoltà. Si cambiano gli amministratori. In politica si cambiano le maggioranze o il partito o la coalizione al governo cambia uomini.

     Anche gli italiani si attendono qualche segnale significativo. Deve saltare qualche testa, a cominciare da quella di chi non si è dimostrato all'altezza del ruolo. Il Presidente del Consiglio deve capire che non si governa con amici, compagni di scuola, amici degli amici. Servono doti politiche e capacità operative. Una squadra per vincere deve essere coesa e formata da persone capaci. Finora non è stato così, Berlusconi ha dimostrato di non avere la dote dei grandi politici, quella di saper scegliere collaboratori di valore. Si è circondato di mezze tacche, spesso infide ed adesso rischia grosso perché gli italiani, che pure lo hanno votato, sentono che quella fiducia si è incrinata per le difficoltà dell'economia e gli scandali che stanno travolgendo politici e amministratori. Anche qui il Premier deve fare il suo mea culpa. Se non avesse sistematicamente denigrato la pubblica amministrazione, la magistratura, le istituzioni di controllo, la Corte costituzionale, facendo intendere ai suoi che potevano violare impunemente le regole, oggi non si troverebbe a perdere consensi tra la gente per le vicende di una classe dirigente da terzo mondo, intenta a lucrare  miserevoli favori da imprenditori senza scrupoli, la cui più grave responsabilità è senza dubbio quella di aver messo fuori gioco operatori economici seri e non disposti a percorrere la strada facile della corruzione.

19 maggio 2010

 

La finanziaria della crisi

Pagheranno i soliti noti?

di Salvatore Sfrecola

 

     Al di là dell'ottimismo di maniera che i governi sono istituzionalmente tenuti ad ostentare, le prime anticipazioni della manovra d'estate che il governo si appresterebbe a presentare al Parlamento fanno intendere che si andrebbe a pescare nelle tasche dei dipendenti pubblici e dei pensionati.

     Senza fantasia avendo trascurato un'effettiva lotta all'evasione fiscale, soprattutto prevenendo e contenendo il contenzioso tributario, né combattendo la corruzione e la malagestione del denaro pubblico che dilaga nel Paese, come dimostra la cronaca di questi giorni, il Cavaliere affida al fido Tremonti una manovra "lacrime e sangue" giustificata dalle difficoltà interne ed internazionali per una stretta che peserà essenzialmente sul pubblico, con rinvio del rinnovo del contratto di lavoro e blocco degli incrementi retributivi automatici e del turn over. Si penserebbe anche di intervenire sulle grandi opere evidentemente per rinviarne la realizzazione.

     Cominciamo da quest'ultimo argomento. A scuola, fin dal liceo e poi all'università ci hanno spiegato che le grandi opere pubbliche sono il "volano" della ripresa economica di un paese in difficoltà. Sono strade, autostrade, porti, aeroporti, i grandi immobili dei quali il Paese ha bisogno per il suo sviluppo e che vengono accelerate perché muovono capitali, ingenti produzioni ed una buona dose di posti di lavoro.

     Il fatto è che in Italia, grazie alla corruzione ed all'incapacità dell'Amministrazione pubblica di progettare le opere pubbliche e seguirne la realizzazione, questi interventi vengono a costare molto più che altrove per non dire della durata dei lavori che vanno sistematicamente al di là dei tempi previsti dai contratti d'appalto anche per effetto del contenzioso che nella maggior parte dei casi oppone imprese e stazioni appaltanti, con ricorso alla definizione di riserve milionarie sulla definizione degli stati avanzamento lavori e conseguenti arbitrati regolarmente persi dalla parte pubblica.

     Mettere mano all'inefficienza ed alla corruzione nel settore delle opere pubbliche significherebbe risparmiare e vedere realizzati gli interventi nei tempi previsti.

     Quanto agli statali ed in genere ai dipendenti pubblici intervenire  sui loro stipendi e sul turn over è una scelta grezza e sostanzialmente ingiusta cui ricorrono i governi con scarsa fantasia e nessun coraggio di intervenire sui gangli vitali dell'illecito e dello spreco. Laddove si annidano le spese inutili o improduttive, decise spesso sulla spinta di interessi inconfessabili.

     Così, invece di selezionare la spesa pubblica, mantenendone i livelli essenziali al buon funzionamento delle istituzioni, il Ministro Tremonti ci ha abituati ai tagli indiscriminati, percentualmente determinati in modo aprioristico, con la conseguenza che la stessa misura della riduzione per alcuni è indifferente, per altri fatale, nel senso che impedisce l'esercizio delle funzioni istituzionali.

     E' stata la filosofia che ha stroncato enti prestigiosi e di rilevante funzione sociale o culturale e mantenuto in vita scatole vuote solo perché politicamente assistite.

     Quanto al turn over, del quale si riempiono la bocca troppo spesso i nostri governanti, questa misura per molte amministrazioni ha un effetto gravissimo perché invecchia strutture destinate a svolgere un ruolo importante. Si pensi ai beni culturali, la più grande risorsa del nostro Paese, una componente essenziale per il turismo, dove manca personale e l'età media degli storici dell'arte è superiore ai cinquant'anni.

     Per non dire delle conseguenze sull'occupazione, che pure andrebbero considerate in un momento di grave crisi economica.

     Da ultimo, posto che il valore della spesa pubblica sta non nelle sue dimensioni ma nella sua produttività, cioè nella capacità di offrire servizi e di sviluppare virtuose sinergie con i privati fornitori di beni e servizi, tagliare indiscriminatamente significa soffocare migliaia di piccole imprese che forniscono le strutture del settore pubblico. Una cosa che questo giornale va dicendo fin  dall'inizio sperando che lo capiscano i nostri governanti, soprattutto quelli che si fanno paladini del Nord - Nord Est produttivo, che dovrebbero riconoscere il ruolo dell'operatore economico pubblico nello sviluppo dell'economia.

     Insomma, risparmi sì, ma scelte selettive e soprattutto lott