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Figuraccia internazionale

Il 112 non decolla

e c’è chi cerca di sabotarlo

di Salvatore Sfrecola

 

L’avvio della riforma è stata faticosa e c’è già chi lavora per affossarla, enfatizzando ogni incertezza e più di qualche disservizio, invece di spingere per superare le difficoltà che sono la dimostrazione plastica di come in Italia, purtroppo, sia arduo semplificare la vita dei cittadini in un contesto di efficienza. È la vicenda dell’attuazione del 112, il Numero unico europeo delle emergenze (NUE), che leggiamo sulle auto della polizia e sulle ambulanze europee e perfino in Turchia. Raccomandato già del 1976 dal CEPT, la Conferenza Europea delle amministrazioni delle Poste e delle Telecomunicazioni, è attivo da anni in tutti gli stati dell’Unione e in molti altri in tutto il mondo, dalla Russia alla Svizzera, dall’Ucraina all’Islanda, alla Norvegia. Ovunque, componendo il 112, si viene messi in contatto con il sistema di emergenza.

Istituito per tutta l’Unione nel 2004, perché entrasse in vigore ovunque nel 2008, il NUE prende le mosse dell’esperienza degli Stati Uniti d’America dove il 911, che abbiamo imparato a conoscere dai polizieschi made in USA, funziona benissimo. Al punto che se negli Stati Uniti o in Canada qualcuno compone il 112 le chiamate d’emergenza vengono trasferite al 911. Lo stesso avviene anche in alcuni Paesi dell’America latina, nel Costa Rica, ad esempio, e in alcune regioni dell’Oceano pacifico meridionale, a Vanuatu e in Nuova Zelanda.

Nel 2008, quando la maggior parte degli stati membri dell’Unione aveva già dato attuazione alla direttiva comunitaria, l’Italia cominciava a fare “sperimentazioni” nelle provincie di Biella, Brindisi, Modena, Pistoia, Rimini e Salerno. Tra mille difficoltà, tanto che il nostro Paese è stato sanzionato dalla Corte di Giustizia dell’UE a seguito del ricorso presentato dalla Commissione nel 2007. È del 15 gennaio 2009 la sentenza dei giudici europei i quali hanno ritenuto inconsistenti le misure sperimentali adottate dall’Italia e le “difficoltà” eccepite a giustificazione del ritardo. Sanzione inizialmente sospesa a seguito di nuove giustificazioni presentate a Bruxelles e della buona volontà dell’Arma dei Carabinieri, in atto titolare del 112, che aveva dato dimostrazione di poter in qualche modo sopperire alle esigenze, tra l’altro assicurando la presenza di operatori capaci di rispondere in varie lingue. Ma alla Commissione non si sono accontentati ed è venuto un nuovo richiamo con minaccia di sanzioni onerosissime. Eppure, con l’avvento del Giubileo del 2015 a Roma e provincia era stata disposta l’attivazione del Numero Unico. Dotato di 34 postazioni, con circa 80 addetti a conoscenza di 14 lingue, per un totale di 6 milioni di potenziali di utenti, il servizio ha dato buona prova sull’intero territorio regionale. A conferma che siamo il Paese delle emergenze, dei “grandi eventi”, nei quali, con sovrabbondante e disinvolto dispendio di risorse, si riesce a fare presto e, spesso, bene, quando non emergono gravi irregolarità negli appalti e nella esecuzione dei lavori.

Nonostante nel 2009 la Commissione europea, il Parlamento ed il Consiglio dell’Unione avessero adottato una risoluzione che ha istituito l’11 febbraio la “Giornata europea del 112”, si è dovuto attendere il 20 gennaio 2016 perché il Consiglio dei ministri approvasse il decreto attuativo per lintroduzione in Italia del NUE e decollasse, sulla carta, la riforma prevista ben otto anni prima, sperimentata ma rallentata dalla tipica mentalità italiana della difesa strenua dell’orticello delle competenze. Come accade nelle amministrazioni dello Stato quando, nel concorso di più uffici in un procedimento, si ricerca un accordo nella composizione dei vari interessi intestati ai singoli. Tra chi deve adottare l’atto finale, chi assicurare il concerto, chi rilasciare un parere, per cui si deve ricorrere alle “conferenze di servizi” per conciliare i vari interessi coinvolti, ai fini della decisione finale. Difficile, difficilissimo procedere presto e bene. Ognuno difende la propria specificità, non di rado con effetti negativi sull’efficienza della stessa amministrazione e sulla tutela degli interessi primari dello Stato.

E così il 112, destinato a costituire il riferimento unico di più istituzioni, l’Arma dei Carabinieri (112), la Polizia di Stato (113), il Corpo dei vigili del fuoco (115), il soccorso sanitario (118) non poteva non subire i veti incrociati, i richiami alle diverse specificità, alle competenze, alle priorità. Nessuno vorrebbe perdere o veder declassato il proprio numero e lo fa eccependo una specifica efficienza quanto ai tempi di risposta. Intanto il sistema non decolla se non in alcune realtà (si deve dire, ancora una volta, prevalentemente al Nord, in Lombardia) per cui è inevitabile che accadano disfunzioni, le quali a volte hanno causato gravi danni alle persone. E così, in occasione di un recente ritardo in un caso di emergenza sanitaria, si è addirittura titolato: “Il 112 ha un altro morto sulla coscienza”, senza neppure una parola che individuasse le responsabilità di chi ha attuato o sta attuando e/o gestendo il servizio. Si fa demagogia a basso costo accreditando le “ragioni” di chi non vuole innovare, infischiandosi di quel che accade in Europa e della figuraccia che il nostro Paese fa ed ha fatto nei confronti dell’Unione e dei turisti che a milioni vengono in Italia. Ai quali non interessano le beghe tra i “titolari” dei vari numeri ma vogliono sapere se, come accade nel loro paese, hanno un riferimento certo ed efficiente in caso di aggressione, di incendio, di preoccupazioni per la salute. Si è letto di “Bufera sul 112” con la scusa che “l’obiettivo del 112 è ancora lontano, e in alcune regioni che l’hanno già introdotto si registrano troppi ritardi e reclami”. Ancora lontano? Siamo a dieci anni dalla data prevista nella direttiva comunitaria e da quando gli altri stati dell’Unione vi hanno dato attuazione! E nessuno si vergogna!

A dieci anni anche dalle prime sperimentazioni la riforma procede a macchia di leopardo nonostante la lunga sperimentazione che ha dimostrato possibile, senza eccessive difficoltà (che, infatti, non hanno trovato altri in Europa) l’instradamento delle chiamate tra le centrali operative di Carabinieri e Polizia di Stato (anche per le competenze territoriali dei due corpi di polizia), con la localizzazione del chiamante e il trasferimento di quelle del soccorso tecnico e sanitario alle competenti centrali operative dei Vigili del Fuoco e del Soccorso Sanitario, le quali hanno accesso al sistema di localizzazione delle chiamate anche per le telefonate ricevute sulle linee 115 e 118,

A partire dal 2017 in molte città italiane viene adottato il numero unico con standard GSM riconosciuto da tutte le reti. Le chiamate al 112 vengono indirizzate alla Centrale unica, anche se i numeri di emergenza nazionali rimangono tuttora validi.

Il modello è quello di PSAP 1 (Public safety answering point) Centrale di Primo Livello, che risponde a tutte le chiamate dirette al 112, indirizzandole, dopo la localizzazione del chiamante ed una breve intervista per accertare la veridicità e il grado del pericolo della richiesta, al PSAP di II livello (pubblica sicurezza, vigili del fuoco o emergenza sanitaria) più adatto alla situazione. Così, componendo qualsiasi numero dell’emergenza (112, 113, 115, 118) il cittadino entra in contatto con l’operatore della Centrale Unica di Risposta del Servizio Emergenza, che si posiziona tra l’utente e le centrali operative specifiche (Pubblica Sicurezza, Arma dei Carabinieri, Vigili del Fuoco ed Emergenza Sanitaria).

Riusciremo ad adeguarci al resto dell’Europa ovunque in Italia, o avremo ancora regioni a risposta differenziata? Ma quanto dura il processo di unificazione dell’Italia avviato il 17 marzo 1861?

(da La Verità del 19 agosto 2017 a pagina 12)

 

 

 

 

NO all’istruzione superiore di quattro anni.

Riflessioni del Prof. Michele D’Elia, già Preside, Direttore di Nuove Sintesi

 

In forma di comunicato stampa il Professor Michele D’Elia, già Preside in istituti di istruzione secondaria di primo e secondo grado, Direttore della Rivista Nuove Sintesi, ha manifestato il suo aperto dissenso rispetto alla proposta, avanzata dal Ministro per l’istruzione, Valeria Fedeli, di modificare la durata dei corsi della scuola media superiore, sia pure in via sperimentale.

Osserva il Prof. D’Elia:

1)              I programmi, da anni sono diventati “linee guida”, vale a dire il nulla, nel quale ciascuno propone agli studenti ciò che gli pare. In questo nulla entra a pieni titolo la sperimentazione quadriennale, già condotta alla chetichella.

2)              Sempre uguale il copione: per abolire il latino nella scuola media, il governo di allora lo rese facoltativo, nessuno lo scelse più, subito dopo fu abolito formalmente. A maggior ragione oggi nessuno studente sceglierebbe un istituto di cinque anni. I politici, Ministro in testa, grideranno al successo della sperimentazione.

3)              I quattro anni di corso sono una bufala espunta dopo la sperimentazione dello scientifico 1923-1928 portato a cinque anni, nel 1930, dallo stesso Gentile.

4)              All’estero, esperienza professionale, la scuola italiana è ancora considerata di alto livello; non c’è ragione di scopiazzare sistemi che non ci appartengono.

5)              L’ingresso anticipato nel mondo del lavoro, che nemmeno si vede all’orizzonte, è pretesto ipocrita per continuare a demolire la scuola pubblica e per disporre nell’industria di manovali con il colletto bianco.

Le sue considerazioni:

Il ministro Berlinguer elevò a cinque anni l’efficace istituto magistrale, sostenendo che quattro non erano adeguati alla società contemporanea; oggi, la stessa parte politica abbassa a quattro tutto l’impianto, connivente la cosiddetta opposizione. Chissà perché in agosto …

I docenti universitari, che già si lamentano dell’ignoranza di base dei loro studenti, saranno soddisfatti. Hanno sotto gli occhi il fallimento della laurea triennale.

17 agosto 2017

 

 

Da appunti, lontani nel tempo ma attualissimi

Passeggiando per le strade di Roma, tra disservizi e “puzza” (che è di Destra e di Sinistra). Considerazioni e prudenti suggerimenti

di Salvatore Sfrecola

 

L’articolo riproduce, con alcune integrazioni, aggiornamenti ed ampliamenti, l’articolo pubblicato ieri, 15 agosto, da La Verità a pagina 17 ed intende rappresentare un contributo obiettivo e stimolante per il Sindaco e la Giunta comunale guidata da Virginia Raggi nella considerazione che gli interessi di Roma e dei romani prevalgono rispetto agli orientamenti degli schieramenti politici che si sono confrontati nelle elezioni comunali del 2016 ed a quelli che si vanno delineando nella prospettiva (o nella speranza) che l’attuale maggioranza deluda e possa portare alla fine anticipata della Consiliatura Capitolina. L’Autore si augura che il Sindaco voglia apprezzare questo contributo e trarne insegnamento, mettendo in atto alcuni comportamenti capaci di restituire efficienza all’apparato e fiducia ai cittadini.

 

Mi colpì molto anni addietro un amico che, a proposito delle sue ferie, mi disse di averle sistematicamente trascorse a Roma nel mese di agosto. E ne spiegò le ragioni: la possibilità di riappropriarsi della Città liberata da gran parte del traffico e quindi di godere delle sue bellezze naturali e architettoniche, assaporando la frescura dei suoi parchi pluricentenari e dei viali alberati che l’attraversano. Ma anche di visitare musei e aree archeologiche mischiandosi alle comitive variopinte dei turisti italiani e stranieri che l’affollano in questi giorni più di sempre.

Roma, comunque la città più desiderata, anche se le statistiche dicono di un turismo veloce, “mordi e fuggi”.

In effetti, mai come ad agosto ci si può immergere nella Città più bella del mondo, che possiamo definire unica, perché solamente a Roma si possono ammirare monumenti della civiltà lungo quasi tremila anni, gli acquedotti, le terme, i templi che attestano la civiltà dell’accoglienza, anche dei culti, gli stadi, i palazzi del potere e, via via, fino ad oggi gli immobili della storia civile, politica e religiosa, splendide architetture in un contesto ambientale del tutto particolare, i lungotevere, i colli che l’hanno resa famosa. La Città che, come nessun’altra, possiede un patrimonio arboreo ricco e variegato, ovunque, non solamente nelle ville famose, dalla Borghese alla Doria Panfili alla Sciarra o lungo i viali della Roma Umbertina. Come nel quartiere Delle Vittorie, dove vivo e prevalentemente lavoro, con i viali dalla possente alberatura di platani centenari, Giulio Cesare e delle Milizie. E poi anche strade minori arricchite di piante fiorite, ovunque, da Via Ricciotti dagli oleandri enormi con i rami piegati dal peso dei fiori, a via Paolucci de’ Calboli ricca di HIbiscus odorosi, a Via Silvio Pellico dai Tigli profumati. E ancora gli oleandri maestosi di via Cornelio Nepote, alla Balduina.

La Città che, illuminata dal sole che rende magici gli scorci dell’antico e del moderno, mette in mostra anche le sue carenze. Che risaltano agli occhi del cittadino e del visitatore. Partendo dalla ammirata alberatura va detto, infatti, che il Servizio Giardini del Comune di Roma, un tempo fiore all’occhiello dell’Amministrazione capitolina, con il suo orto botanico straordinario ed i suoi tecnici specializzati, marcia oggi a ranghi ridotti. Molti servizi sono trascurati, altri abbandonati. Come il sistema di innaffiatura a goccia. Francesco Rutelli, da Sindaco, volle che la barriera spartitraffico di viale Cristoforo Colombo fosse abbellita da fiori e arbusti e innaffiata automaticamente. Tutti ricorderanno che percorrendo quella importante arteria in alcuni orari gli zampilli bagnavano oltre le aiuole anche la strada e le auto in transito. Oggi non più. Le aiuole spartitraffico non hanno fiori né arbusti ma mostrano in bella vista i tubi dai quali non è erogata più acqua. Rutelli lo ha denunciato qualche mese fa a Porta a Porta, ma non è accaduto nulla. I tubi sono ancora a secco. Come in viale Mazzini, anche dinanzi alla Corte dei conti che dovrebbe ricondurre la civica amministrazione nelle sue varie articolazioni ad una gestione oculata del denaro pubblico. Evidentemente al Municipio non temono che la Procura regionale chieda conto di quel servizio pagato e interrotto.

Cos’è accaduto? C’è un contratto non rinnovato o inadempiuto? O non adempiono gli uffici del Comune?

Ancora nell’afa agostana, qualche giorno fa ho affiancato al semaforo al crocevia, tra via Nomentana e viale 21 Aprile, un filobus della linea 90 nel quale i passeggeri si sventolavano alla ricerca di qualche refrigerio. Erano trascorse da poco le 16. Immagino non funzionasse l’aria condizionata, anche perché il conducente teneva il finestrino aperto. O forse non voleva attivare l’impianto, come mi hanno riferito più volte passeggeri dei mezzi ATAC. Come i conducenti dei taxi che sfrecciano con i finestrini aperti, incuranti di quella ospitalità che dovrebbero dimostrare nei confronti degli utenti, non solamente degli stranieri abituati a ben altro confort. Il risultato è che una corsa anche di dieci minuti si trasforma in una sauna intollerabile, in un mezzo con alla guida un conducente spesso maleodorante.

Poi c’è il problema della pulizia della Città e dei cassonetti.

Ne avevo scritto più volte in passato. Così mi è capitato in questi giorni, nel mettere ordine tra i miei libri ed i miei articoli, con l’aiuto del mio bibliotecario di fiducia, come si è definito il mio nipotino Leonardo, di ritrovare alcuni pezzi del 2008, attualissimi perché scritti a proposito delle “maleodoranti strade di Roma”. Firmavo, per questo Giornale con lo pseudonimo di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che, da cavallo, osserva ancora oggi la Città dalla piazza del Campidoglio, immaginavo senza molta soddisfazione, quanto al traffico e alla pulizia. E mi chiedevo se la “puzza”, come diciamo noi romani, cioè il fetore che proviene dalle strade e dai cassonetti, sia di Destra o di Sinistra, per concludere che è responsabilità di entrambi gli schieramenti, considerato che gli uni e gli altri hanno indegnamente amministrato la Capitale d’Italia.

Più articoli tra aprile e settembre di quell’anno. Iniziavano con un ricordo, neppure molto lontano, quando con i primi caldi facevano la comparsa nelle strade di Roma le autobotti che irroravano l’asfalto, eliminando lo sporco che si accumula giornalmente, la polvere grassa e appiccicosa, i residui oleosi delle autovetture. Quell’acqua attenuava in qualche modo anche la sensazione dell’afa. Un tempo, dicevo, perché oggi quei mezzi, tra l’altro immortalati in un celebre film di Totò, non si vedono più e noi romani dobbiamo pazientemente attendere che a pulire la nostra Città ci pensi il Padreterno. Il quale, evidentemente commosso dalle preghiere dei Quiriti, quell’anno vi aveva provveduto già ai primi di aprile, in modo egregio, anche eccessivo, quando Roma si era allagata in più punti, a dimostrazione che non viene attuata neppure la manutenzione degli scarichi delle strade, le caditoie, quell’elemento del sistema di drenaggio urbano che serve ad intercettare le acque meteoriche (o di lavaggio delle strade) che scorrono in superficie. Queste, se non liberate dalle foglie, non consentono il deflusso delle acque. Anche ai margini dei ponti sul Tevere, dove sarebbe facilissimo fare una canaletta che porti l’acqua piovana al fiume. A lungotevere Flaminio, ad esempio, all’angolo di ponte del Risorgimento, in direzione Stadio Olimpico sulla riva sinistra, si forma sistematicamente una pozza che arriva quasi al centro della strada. Nel 2008 (anche d’inverno ovviamente). Ugualmente nel 2017. Segno che nessuno delle migliaia di vigili, funzionari, amministratori della città che passano di lì tutti i giorni si è dato carico di una segnalazione a chi di dovere. Un lavoretto di quelli che si fanno “in economia”, spesso senza una gara, neppure informale, perché affidato all’impresa aggiudicataria dell’appalto della manutenzione delle strade.

Incuria, disattenzione, incapacità di gestire, presunzione di una classe politica municipale modestissima (oggi sono in vena di complimenti!) ma arrogante. E non è questione di Destra o di Sinistra perché questo giudizio negativo coinvolge comune e municipi, chi ha governato e chi sta o è stato all’opposizione, in ogni caso incapaci di farsi portavoce del disagio della gente. Modesta anche la classe amministrativa.

Governare significa assumersi responsabilità rispetto alle molteplici e diverse esigenze di una comunità. Esigenze di lungo periodo, che corrispondono a progetti “politici” nello sviluppo e nell’assetto di una città, che esprimono la “filosofia” di una politica del territorio e del sociale. Poi vi sono richieste “minori”, ma essenziali per la cittadinanza, la viabilità, la sicurezza nelle strade, l’illuminazione, i marciapiedi. Perché le autovetture devono poter circolare agevolmente, trovare un parcheggio, quanto più possibile in tempi brevi, ad evitare il girovagare con effetti inquinanti evidenti. La gente deve poter camminare sui marciapiedi, spesso ridotti in condizioni che impediscono la deambulazione di chi ha difficoltà motorie, o spinge carrozzine, come le mamme o le nonne, o le carrozzelle. I marciapiedi sono sconnessi, coperti a tratti con asfalto sovrapposto a precedenti interventi, le classiche “toppe”, o con pietre che si muovono sotto i piedi perché non fissate o rotte. Un esempio, tra tanti, il marciapiede prospicente il cinema Adriano a piazza Cavour. Ho chiesto ad un mio amico ingegnere se fosse un problema di materiali scadenti e di messa in opera. Mi ha risposto “l’uno e l’altro”. Mi chiedo da sempre chi abbia collaudato quei lavori e chi abbia disposto la liquidazione della spesa.

Strade ingombre di foglie che, alle prime piogge diventano trappole, micidiali con l’imbrunire in assenza di adeguata illuminazione. Qualche anno fa, in una serata buia e piovosa, all’incrocio tra viale delle Milizie e Via Carlo Alberto Dalla Chiesa un anziano con impermeabile nero fu urtato da un autobus. Il conducente non se ne accorse e l’uomo, rimasto a terra privo di sensi, fu travolto da altri mezzi pubblici perché chi era alla guida, tra mucchi di foglie e pozzanghere in un fondo stradale sconnesso, non aveva notato quel fagottone, neppure sotto le ruote.

Strade poco o per nulla illuminate, come i tunnel di Corso d’Italia o quello al quale si accede da via di Porta Cavalleggeri. Pericolosissimi anche per le pozze d’acqua lungo i bordi.

Tornando all’estate, nella lettura dei miei articoli del 2008 e degli appunti che avevo preparato i vista di quei pezzi ritrovo altre annotazioni. Ormai siamo a settembre. C’è ancora la speranza che Giove Pluvio voglia donare ai Quiriti un po’ di refrigerio con gli acquazzoni autunnali, di quelli tipici dell’Urbe, violenti ed abbondanti, quando piove “a goccioloni”, come si dice qui. Anche nel 2008 arrivarono, come sempre, in barba ai cultori delle variazioni climatiche, e le strade diventarono fiumi di schiuma giallastra maleodorante. Che non fu in grado di defluire rapidamente perché le famose caditoie a settembre sono ancor più intasate che in primavera dalle foglie cadute tra giugno e agosto, che nessuno raccoglie.

Diciamo la verità, Roma è una delle città più sporche del mondo. Ovunque, non solo le capitali, le città storiche sono oggetto di quell’attenzione alla quale il cittadino tiene molto, che marca la differenza, e che ha influito negativamente sull’esito di alcune competizioni elettorali. All’indomani della vittoria di Giorgio Guazzaloca a Sindaco di Bologna si è letto che la Giunta di sinistra era caduta sulle cacche dei cani. Animali meravigliosi, che amo tantissimo, che spesso hanno padroni maleducati, irrispettosi dei loro concittadini. Nei loro confronti fu minacciata anni fa una severa sanzione se non avessero avuto sacchetto e paletta per rimuovere gli escrementi del loro “Fido”. Mi piacerebbe sapere quante multe sono state elevate. Azzardo un numero, “zero” o vicino allo zero! Anni fa AMA aveva acquistato una serie di motociclette, mi sembra venti, per la raccolta delle deiezioni canine. Indagò la Procura della Corte dei conti perché sembra non fossero state mai utilizzate.

Nel 2008, quando scrivevo, si era appena insediata la nuova Giunta presieduta da Gianni Alemanno. Era logico nutrire qualche speranza, pensare ad una iniziativa straordinaria del Sindaco della Destra romana, ad una sorta di lavacro che avrebbe potuto assumere un significato simbolico, un cambio di passo, la rigenerazione dell’Urbe.

Niente da fare. Una non piccola delusione! La prima di tante altre che hanno avuto un esito scontato, la sconfitta del Sindaco e dei partiti che incautamente l’avevano appoggiato.

Sembra che gli amministratori capitolini non riescano a percepire quali sono i problemi veri dei cittadini. Eppure sono pochi, anche se non sempre è facile risolverli: il traffico, il servizio pubblico di trasporto, e la manutenzione delle strade, la pulizia. Cominciando dalle buche. Abituati a muoversi con auto di servizio dalle robuste sospensioni, che sfrecciano veloci, con i finestrini rigorosamente chiusi per non disperdere l’effetto dell’aria condizionata, gli amministratori capitolini non percepiscono lo stato del manto stradale e il cattivo odore che ammorba la Città. La classe politica di Destra e di Sinistra si rivela sempre più lontana dai problemi veri della gente.

“Pulizia, soddisfatto solo un romano su 3”, titolava il Corriere della Sera del 13 settembre 2008 nella cronaca di Roma. Gli altri due evidentemente hanno difficoltà di olfatto. Intanto Franco Panzironi, appena nominato nuovo amministratore delegato di AMA, dichiarava che “la situazione dei servizi di igiene a Roma è difficile e l’azienda versa in una condizione organizzativa confusa”. A fare chiarezza è stata la magistratura che ha individuato i responsabili di fatti di gestione illeciti, anche in questo carrozzone mangiasoldi. E su Panzironi si è abbattuta la scure della giustizia. Pochi giorni fa.

Oggi a Sindaco di Roma (mi perdoni, ma a me quel “Sindaca” proprio non va giù) è Virginia Raggi, del Movimento 5 Stelle, votata a larghissima maggioranza in un ballottaggio che nel 2016 le opponeva lo scialbo e triste Roberto Giachetti, uno “di prima”. Su Facebook scrissi in quei giorni che i romani non avevano bisogno di “giacchetti” in presenza di “raggi di sole”, un post che ebbe molto successo. E così, disgustati dalle precedenti esperienze, hanno avuto fiducia in lei, nel giovane avvocato che aveva svolto un ruolo di opposizione alla Giunta di Ignazio Marino. L’hanno votata ad occhi chiusi. A scatola chiusa, come si sentiva dire a Carosello nella pubblicità di un noto prodotto alimentare.

Nessuno la conosceva ma, devono aver pensato i romani, non potrà fare peggio dei suoi predecessori. Tanto che le perdonano ancora oggi incertezze, mancanza di uno staff già pronto all’uso, più volte integrato con qualche imbarazzo, le difficoltà che naturalmente incontra chi non conosce l’amministrazione, una struttura complessa, poco affidabile e difficile da guidare. Più di qualcuno non la rivoterebbe, ma prevale ancora in molti l’aspettativa che riesca a mettere in moto la macchina. “Famola lavorà porella. Damole tempo”, sentenziava giorni fa al mercato una arzilla romana “de Roma” rispondendo a chi criticava il Sindaco (non cambio!).

Ma almeno la “puzza” riuscirà ad eliminarla?

Il Movimento 5 Stelle, che l’ha candidata e l’appoggia, sembra aver trascurato di considerare che a Roma si gioca la speranza del Movimento di prevalere alle elezioni legislative del 2018, che la capacità di governare la Capitale sarebbe stata agli occhi dei più un momento di verifica dell’attitudine ad assumere maggiori responsabilità. Per loro fortuna Matteo Renzi ha talmente deluso che il Partito Democratico è in caduta libera nei sondaggi.

Tornando ad esempi di gestione della Città, nei giorni scorsi sono state eliminate un po’ di foglie accatastate lungo viale delle Milizie, un po’, solo un po’, per carità, di quelle accumulate nelle precedenti settimane. Lo avevo segnalato su Facebook con tre foto di vari punti dell’importante arteria che costeggia tre tribunali con notevole, continuo flusso di cittadini. È accaduto, infatti, che intorno alle 14 di venerdì 11 un buon numero di uomini e mezzi di AMA sia stato impegnato nella raccolta delle foglie la cui presenza minacciava la funzionalità delle caditoie al primo acquazzone.

Bene dunque AMA in questo caso. Ma male anche i privati, ad esempio il ristorante all’angolo tra viale delle Milizie e Via Silvio Pellico non si è peritato di togliere le foglie che si erano accumulate in quell’angolo, dinanzi alle colonnine che delimitano il marciapiede. Non aveva l’obbligo di farlo? Forse. Ma certamente sarebbe stato apprezzato dai clienti.

E mi chiedo se esiste o no una disposizione che imponga agli operatori economici con accesso sul marciapiede o ai condomini di tenere pulito il marciapiede antistante? Se non esiste questa regola sarebbe il caso fosse introdotta perché i cittadini devono contribuire alla pulizia della città e questa loro partecipazione al decoro delle strade è intuitivo che potrebbe contribuire al contenimento dei costi dell’azienda municipalizzata e, quindi, della tassa sui rifiuti.

Un invito al Sindaco agli assessori. Perché di tanto in tanto, ma senza preannunciarlo, non salgono su un autobus, sulla metro o si mettono in fila dinanzi ad uno sportello di un ufficio comunale? Perché, alla vista di una buca di quelle che più propriamente andrebbero chiamate voragini, non chiamano la manutenzione e rimangono sul posto fino all’arrivo dei tecnici? E della stampa. Così per altre disfunzioni.

Federico II di Svevia il Re e Imperatore che, ai suoi tempi, ha fatto stupire il mondo (fu definito, appunto, Stupor Mundi) amava andare al porto di Palermo o al mercato, la Vucciria, ed ascoltare, camuffato nel vestire, cosa dicevano i cittadini del suo governo e dei suoi funzionari. Se accertava disfunzioni nella sua amministrazione provvedeva immediatamente a rimediare e se scopriva che qualcuno usava la prepotenza o prendeva la classica mazzetta lo convocava e gli chiedeva conto del suo operato. E lo invitava a dimettersi. Spesso lo dimetteva lui stesso e, tenuto conto delle usanze del tempo, quelle dimissioni a volte non erano proprio incruente.

Infine Sindaco Raggi, Roma è stata devastata da incendi, come a Castelfusano. Alcuni dei piromani sono stati individuati ed arrestati. Li attende una pena lieve, come insegna l’esperienza. E assolutamente non dissuasiva. Perché l’Amministrazione non si costituisce parte civile nei processi penali chiedendo il risarcimento del danno? Si sente dire che è inutile perché i danni sono milionari, l’intervento degli uomini e dei mezzi per spegnere l’incendio costa molto, e nessuno degli imputati potrebbe risarcirli. Ma se fossero condannati a sborsare una somma significativa sulla base di una sentenza assistita da un sequestro, della casa, dell’automobile, del conto in banca, certamente la sanzione sarebbe maggiore e maggiormente dissuasiva rispetto all’evanescente e ipotetica condanna penale, lieve e il più delle volte sospesa. E se ad appiccare il fuoco è un minorenne deficiente (a sentire la stampa e l’avvocato difensore) o un disturbato mentale il sequestro si fa a carico dei genitori e di chi è responsabile della tutela. Il questo modo chi ha un minore deficiente o la responsabilità di un disturbato l’anno prossimo lo terrà chiuso a casa, almeno per il periodo estivo. E lo Stato e le Istituzioni recupereranno credibilità agli occhi del cittadino.

16 agosto 2017

 

 

 

Grande Guerra,

quarta dell’indipendenza italiana

di Michele D’Elia

 

Aspre sono le guerre. Aspra è la Prima Guerra Mondiale. Questa nasce da un groviglio di interessi economici e coloniali, di errori diplomatici e di egoismi politici, di pesi e contrappesi nazionali ed internazionali e di guerre locali. Concetti dei quali non aveva idea Gravilo Princip, assassino per caso di Francesco Ferdinando e della sua consorte Sofia Chotek il 28 giugno 1914, dopo il fallito primo tentativo nella stessa mattinata. L’Attentatore pensava che la morte dell’Arciduca, peraltro aperto alle richieste degli slavi, avrebbe liberato la Serbia e gli slavi meridionali dal dominio austriaco. Ne nacque, invece, un infernale domino, con la seguente scansione temporale:

23 luglio, ultimatum dell’Austria alla Serbia; 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia;

30 luglio, lo zar Nicola II, protettore degli slavi meridionali, ordina la mobilitazione generale;

31 luglio, Guglielmo II intima alla Russia e alla Francia di interrompere la mobilitazione entro12 ore; 1 agosto, dichiara guerra alla Russia e il 2 invade il Lussemburgo; il 3 dichiara guerra alla Francia; nella notte tra il 3e il 4 invade il Belgio, il 7 i tedeschi entrano a Liegi.

Lo stesso 3 agosto, l’Italia dichiara la propria neutralità, in forza dell’art. VII del Trattato della Triplice Alleanza. 4 agosto, l’Inghilterra dichiara guerra alla Germania; il 6 anche l’Austria dichiara guerra alla Russia; il 9 e il 13 rispettivamente Francia e Regno Unito dichiarano guerra all’Impero austro-ungarico. Il 27, il Giappone interviene a fianco dell’Intesa; il 5 ottobre, la Bulgaria dichiara la propria alleanza con gli Imperi Centrali; il 31, la Turchia si schiera con l’Austria e la Germania.

Secondo una tesi propria anche di personalità come il Premio Nobel Thomas Mann, la Germania aggredisce per non essere aggredita, come Federico II ai tempi della Grande Coalizione.

L’esercito tedesco il 20 agosto occupa Bruxelles, il 3 settembre giunge Senlis a 35 Km da Parigi. Il Governo francese si era già trasferito a Bordeaux.

Anche questa sconosciuta velocità delle armate tedesche prelude e simboleggia le profonde trasformazioni dell’assetto tecnico, geopolitico, sociale ed economico, e soprattutto mentale, del vecchio continente e delle sue colonie. Infatti, la Grande Guerra sarà anche un conflitto coloniale; o, secondo Lenin, l’ultima frontiera del capitalismo.

Per tutti i Paesi europei la dichiarazione di guerra è quasi un automatismo; non così per l’Italia.

 

Il giovane Regno, vincolato agli Imperi Centrali dall’Alleanza firmata nel 1882 e confermata nel 1902, dovrebbe intervenire, ma non lo fa; motivo ufficiale: il patto è difensivo e non offensivo.

Nei fatti le cose stanno diversamente: l’Italia è un Paese di recente costruzione, ancora geograficamente incompleto, perché privo di alcune sue vaste regioni, sintetizzate, nella memoria collettiva, nei nomi di Trento e Trieste, perle dell’Impero. Le popolazioni della Penisola non sono amalgamate; milioni di cittadini, nonostante l’impegno della Monarchia, non sanno nemmeno leggere e scrivere. Gli italiani sono cattolici e rifiutano lo spargimento di sangue, anche se tra i cattolici emergono frange interventiste, che fanno capo a don Romolo Murri. La diplomazia è delusa dall’altalenare del Governo Salandra. Questa amarezza è manifesta in molta corrispondenza tra i vari Ambasciatori; un esempio: l’ambasciatore a Vienna Avarna il 5 ottobre 1914 rispondendo al collega di Berlino, Bollati, che gli aveva scritto il 25 settembre, lamenta che il Corpo Diplomatico “sia tenuto interamente all’oscuro del vero pensiero del Governo” e preannuncia l’intenzione di voler lasciare l’incarico “… non volendo rendermi complice dell’atto di slealtà che sta maturando”, ovviamente verso l’Austria-Ungheria. (Documenti Diplomatici Italiani)

Violente fibrillazioni scuotono il mondo politico: i socialisti e le Sinistre in generale pensano prima ad uno sciopero contro la guerra, poi si dividono in interventisti democratici e tradizionali. Benito Mussolini cambierà fulmineamente idea e campo: espulso dal P.S.I. fonda il Popolo d’Italia il 14 novembre 1914 e lancia una specie di grido di battaglia con l’articolo “Audacia!”. Il mondo operaio si riunirà a Zimmerwald, presso Berna, tra il 5 e l’8 settembre 1915; con un proprio Manifesto, detto appunto di Zimmerwald, contesterà la scelta dei socialisti europei di partecipare alla guerra ciascuno per il proprio Paese, in nome del sacro egoismo nazionale; ma il loro grido: “Proletari di tutti i paesi unitevi!”, cadde nel vuoto.

I socialisti italiani, in tale consesso, sono rappresentati da Lazzari, Serrati, nuovo direttore dell’Avanti! e Modigliani. I Futuristi, primo fra tutti Marinetti, ma anche Papini, Curzio Malaparte, le riviste La Voce, Lacerba, … i pittori Carrà, Carlo Erba, i matematici come Eugenio Elia Levi, architetti come Antonia Sant’Elia, scrittori come Serra, che cadranno in battaglia; gli irredenti Battisti ed i fratelli Filzi, si schierarono per l’intervento. Quasi superfluo ricordare Giuseppe Ungaretti e l’indigesto D’Annunzio. Tanti altri ancora come Monelli, Papini, Omodeo, Pertini, Lombardo Radice, Parri, Calamandrei, Pieri, Cecchi, Rebora, Volpe, l’anziano Bissolati, Amendola … non tutti futuristi e neanche nazionalisti, per dovere civico o libera scelta, parteciparono al conflitto, con diverse funzioni . Anche i repubblicani mazziniani sono per la guerra. Ogni nome rappresenta una storia diversa, ma un ideale comune: quello di Patria, pur diversamente declinato.

A fronte di queste minoranze più che vivaci, la classe politica liberale, che fa capo a Giovanni Giolitti, tiene un contegno molle ed incerto, segno di decadenza. Il Re tace. La Camera, contraddicendo un suo precedente e recente atto, il 20 maggio 1915 vota l’intervento contro l’Austria-Ungheria con 407 sì e 74 no; ma solo il 28 agosto 1916 dichiareremo guerra all’Impero germanico, segno che il secolare nemico è uno solo. Antonio Salandra, che si era dimesso il 13, viene riconfermato Presidente del Consiglio ed ottiene i pieni poteri. Il 22 maggio il Re firma il decreto di mobilitazione generale, il 23 l’ambasciatore a Vienna Avarna, consegna la dichiarazione di guerra al ministro Burian. Il 26 il Re, dal quartier generale Martignacco di Udine, lancia il suo primo Proclama ai soldati. Vittorio Emanuele III lascerà il fronte solo per risolvere le crisi di governo.

Il giovane Regno ha un’occasione ed una speranza: accreditarsi tra le potenze continentali ed intercontinentali anche e proprio perché fu presto chiaro, forse non a tutti, che l’eurocentrismo stava scomparendo e che il conflitto ne avrebbe accelerato la fine.

La guerra fu luogo di scontro e d’incontro, per l’Italia, di uomini di regioni, civiltà, costumi e lingue diverse. I nostri soldati analfabeti cominciarono ad imparare a leggere e scrivere in una lingua sino ad allora sconosciuta: l’italiano (De Mauro).

La guerra è una costante del genere umano: da Socrate a Karl von Clausewitz i conflitti armati sono la continuazione della politica, quando questa e la diplomazia non hanno più niente da dire.

Guerra e pace sono intimamente connesse. Solo dallo scontro cruento nascono nuove realtà sociopolitiche, anche se a volte peggiori di quelle soppiantate.

Aree di frizioni geopolitiche divennero, lentamente e poi sempre più rapidamente, origine di frattura ideologica e sociale. Ozioso è chiedersi se un conflitto sia giusto o ingiusto, morale o immorale. Pungente ed equilibrata la tesi di Benedetto Croce in L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra ha scritto: “… quando la guerra scoppia (e che essa scoppi o no, è tanto poco morale e immorale quanto un terremoto o altro assestamento tellurico) i componenti dei vari gruppi non hanno altro dovere morale che di schierarsi alla difesa del proprio gruppo, alla difesa della Patria … Solo a questo modo l’individuo è giusto, sebbene, a questo modo, giusto sia anche l’avversario e, per questa via giusto sarà per un tempo più o meno lungo, l’assetto che si formerà dopo la guerra”.

Tra questa tesi e quella di von Clausewitz si dispiega una serie quasi infinita di livelli e di interpretazioni polemologiche. Sta di fatto che la Grande Guerra è il displuvio tra il nuovo e l’antico, processo di trasformazione al quale l’Italia non poteva sottrarsi.

I belligeranti respinsero con fastidio l’appello di Benedetto XV, dell’1 agosto 1917, concordato con l’imperatore Carlo, per porre fine all’inutile strage, tanto si erano identificati nei propri interessi e nelle proprie ragioni, e pure, proprio in agosto a Torino era scoppiata la sanguinosa ‘rivolta del pane’.

Caporetto e Vittorio Veneto sono due metafore che rappresentano l’Italia, sempre caricate di significati estranei alla loro natura di fatti bellici. Mercoledì 24 ottobre 1917 alle ore 2 del mattino gli austro-tedeschi investono, con i gas, gli avamposti della conca tra Plezzo a Tolmino. Hanno in mente un’operazione di ordine tattico, condotta su tre colonne che attaccano contemporaneamente sulla destra e sulla sinistra dell’Isonzo. Il progetto divenne via via strategico, quando il nemico si rese conto che i nostri Comandi al più alto livello nelle prime ore non riuscivano ad organizzare alcun contrasto in profondità, poiché la loro filosofia era sempre stata solo di attacco e non anche di difesa in profondità. La 14ª Armata austro-tedesca, 15 divisioni, investì tre nostre divisioni prive di riserve. In sintesi, il nemico avanzò lungo la linea Isonzo-Tagliamento-Udine- Belluno- Piave nel vuoto, per tutta la prima giornata. Il piano di contrasto fu preparato da Cadorna tra il 28 e il 30 ottobre. I reparti in linea, nel frattempo, si ritiravano combattendo. Pochi esempi: il 24 stesso alle ore 14 nel comune di Idersko si combatte casa per casa e solo alle 16 i battaglioni slesiani occuperanno Caporetto.

il 25 ottobre: “… ufficiali della brigata Napoli, 75° reggimento, che si trovavano verso Monte Piatto videro al mattino del 25 i battaglioni della brigata Firenze, che salivano a plotoni affiancati l’erta ripida verso la cima del Podklabuk … L’artiglieria nemica rivolse il tiro contro di essi. Si videro i plotoni colpiti scomporsi, ricomporsi subito e ritentare la salita; ed i fanti della brigata Firenze salivano sempre più in alto, mentre vuoti continui si osservavano nelle loro file”. Così Guido Sironi, I vinti di Caporetto.

Il Diario del LI Corpo d’Armata tedesco conferma: “Gli italiani difesero lo Jeza con straordinario valore”.

Il 27 ottobre il Bollettino austriaco afferma: “ Gli italiani hanno difeso la Bainsizza a passo a passo”.

E ancora: “Le intercettazioni telefoniche ci facevano conoscere le maledizioni alla nostra artiglieria, il numero dei morti e dei feriti, le proteste degli ufficiali perché fosse data un’altra sistemazione alle loro truppe” (Generale Enrico Caviglia in La dodicesima battaglia – Caporetto pag 93).

La travolgente avanzata dopo le prime 24 ore andò gradatamente rallentando sino a spegnersi del tutto sulle rive del Piave il 9 novembre; tra il 10 e l’11 dicembre 1917, si spensero anche le ultime spallate di Conrad.

L’arretramento sulla linea del Piave era previsto sin dai tempi di Odoacre, di Napoleone e del generale Cosenz. Cadorna il 27 ottobre giunge a Treviso e predispone il rischieramento dell’esercito sulla riva destra del Piave; il 30 il nuovo progetto è pronto. Sarà attuato da Diaz. Purtroppo, alle ore 13 del 28 il Generalissimo aveva emanato l’infelice Bollettino n.° 887, che accusava di viltà la II Armata. Cadorna avrebbe spiegato la sua accusa nel volume Pagine polemiche Garzanti 1951. (D. D. I.) Un po’ tardi!

Sul fronte politico il Re, tornato a Roma il 26, risolve la crisi di governo sostituendo Boselli con Orlando e nominando, poi, il generale Diaz al posto di Cadorna. Il 5 e il 6 novembre si svolse a Rapallo la riunione preparatoria del convegno dell’8 a Peschiera. Qui Vittorio Emanuele III sostenne le ragioni del soldato italiano e la sua capacità di resistenza. Non sbagliò. Il Piave, quindi, fu un disegno netto e meditato, che riduceva la linea del fronte da 650 a 300 km, e ci consentiva un rafforzamento fondamentale nell’immediato e nella prospettiva.

 

L’altra metafora è Vittorio Veneto. Per taluni è modesta battaglia enfatizzata dalla propaganda governativa. Falso. Le tre battaglie del Piave, che a Vittorio Veneto si conclusero il 31 ottobre, ci costarono 36.000 perdite, delle quali 7.000 morti accertati. Vero è, invece, che l’implosione dell’Impero asburgico non aveva intaccato la capacità di resistenza e offesa dell’esercito, fedele all’Imperatore.

Non possiamo descrivere l’andamento degli scontri sul Piave e sul Grappa, dove già il 24 eravamo partiti all’attacco e dove i combattimenti saranno più sanguinosi che sulle rive del Piave e sugli Altipiani, ma la montagna non ebbe un Cantore; diremo soltanto che il nemico organizzò la propria manovra su tre momenti: a. superare il Piave; b. prendere Venezia; c. dilagare nella Pianura Padana.

La massima penetrazione del nemico si ferma sull’ansa tra Zenson e la Grave di Papadopoli. Lo storico londinese Erbert A. L. Fisher nella sua Storia d’Europa, a pag 401, aveva scritto: “Che, dopo simile disfacimento del morale militare,[Caporetto ndr] il fronte italiano fosse solidamente ricostruito, dimostra la grande abilità di Cadorna e l’enorme forza di reazione italiana. Il Piave fu tenuto e fu salvata Venezia. Ma al sopraggiungere dell’inverno era ancora incerto se l’esercito italiano, benché sotto il nuovo comandante Diaz e rafforzato da divisioni francesi e inglesi, sarebbe stato in grado di respingere vittoriosamente il nuovo attacco”. Purtroppo l’illustre storico dimentica che prima della battaglia di Caporetto gli Alleati avevano ritirato dal fronte alpino ben 99 medi calibri ed avevano sospeso l’invio, già iniziato, di altri 102 bocche di fuoco, il 19 settembre 1917, non credendo all’imminente attacco degli Imperiali. Non solo, ma le divisioni promesse non saranno 11 e le poche arrivate si attesteranno oltre il Mincio. Gli Stati Uniti entrati un guerra il 6 aprile del 1917, ci manderanno un solo reggimento. Astuti!

Epitome della guerra italiana è il passaggio del Piave. Sera del 26 ottobre 1918: “Appena fu notte, cominciarono le operazioni sulla fronte delle armate schierate lungo il fiume, fra Pederobba e Le Grave. La 12ª e l’8ª armata potevano agire per sorpresa; la 10ª, avendo già sfruttato la sorpresa, doveva passare di viva forza. Verso le ore 21 le truppe erano raccolte ai posti prestabiliti; ed i pontieri erano pronti. Cominciò subito il traghetto con le barche. Gli Austriaci tacevano, ed il rumore delle barche sul terreno e dei carri era soffocato da quello della turbinosa piena del fiume. Essa ci rendeva un buon servizio, pur essendo in quel momento la nostra principale avversaria. La 12ª armata, dopo vari tentativi di gittamento del ponte, era riuscita a far passare al di là il 107° fanteria francese, i battaglioni alpini Bassano e Verona, nonché due compagnie mitragliatrici e due compagnie della brigata Messina (XII corpo d’armata – Di Giorgio). Ma tutti i lavori per gittare un ponte e tre passerelle furono distrutti dalla piena e dalla reazione nemica. Al mattino del 27 le truppe passate erano isolate al di là del fiume”. Le tre battaglie del Piave (pagg. 174-175) Così il Generale Enrico Caviglia, comandante l’VIII Armata, che condusse la manovra.

Da questo momento le truppe italiane proseguiranno in profondità riprendendo uno per uno tutti i centri occupati dal nemico. Il 3 novembre alle 15,15, i nostri primi reparti entrano a Trento. Alle 16,30 dal caccia “Audace”, i bersaglieri sbarcano a Trieste. Sempre il 3 novembre, alle 18,20, i generali Badoglio e Webenau, a Villa Giusti, firmano l’armistizio. Questo atto stroncò la nostra avanzata verso Vienna. Nessuno, amici ed alleati, voleva che l’Italia andasse oltre.

Tuttavia, l’esperienza bellica modifica le coscienze e testimonia l’esaltazione della storia di un popolo, ignaro, sino a quel momento, di quanto sapesse fare e sconosciuto a se stesso. I nostri giovani chiusero un’epoca e ne iniziarono un’altra. Diedero prova di virtù civiche prima ancora che militari. Si identificarono nello Stato Nazionale. Cianciare di “generazione perduta” significa negare noi stessi.

14 agosto 2017

 

 

Napolitano ha spadroneggiato

Grazie a un Parlamento complice

Re Giorgio ha benedetto la legislatura bocciata dalla Consulta.

In cambio, ha regnato lui

Di Salvatore Sfrecola

 

Monta la polemica sull’operato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione dell’intervento militare in Libia nel 2011. Né si placherà presto, perché la critica nei confronti di questo Presidente ha accompagnato l’intero suo settennato nel quale egli, a giudizio di molti, si è atteggiato non da arbitro, come vuole la Costituzione, ma da giocatore in una delle squadre in campo, tanto che sulla stampa ricorre l’espressione “Re Giorgio”, proprio a sottolineare il suo protagonismo, in versione presidenzialista. Che ha raggiunto il suo acme in occasione della proposta di riforma costituzionale che egli si è intestato ed ha posto come obiettivo dell’agenda del Governo. Lo ha ripetutamente affermato, durante la campagna referendaria, l’allora Ministro per le riforme Maria Elena Boschi, insieme al Presidente del Consiglio Matteo Renzi, un altro che non ha saputo stare al suo posto, perché la riforma costituzionale è del Parlamento e non del Governo.

Tornando a Giorgio Napolitano, il suo impegno per le riforme del Governo Renzi è stato rilevante e continuo, fino all’ultimo giorno del suo secondo mandato terminato il 14 gennaio 2015, tanto da rivendicarne apertamente la paternità, con interventi, ripetuti e pressanti, non consueti ad un Capo dello Stato in una Repubblica parlamentare. Ed ha continuato, da Presidente emerito, a difendere la riforma durante la lunga campagna referendaria, come quando ha affermato che, se avesse prevalso il NO, avrebbe considerato il risultato una sua personale sconfitta, un disconoscimento della sua iniziativa (“col referendum, a rischio la mia eredità” Il Fatto Quotidiano, 8 luglio 2016), aggiungendo che in tal caso “per le riforme è finita: l’Italia apparirà come una democrazia incapace di riformare il proprio ordinamento e mettersi al passo con i tempi”(Corriere della Sera, 3 maggio 2016).

È così che la lettura “presidenzialista” che Napolitano ha impresso alla sua presidenza è stata al centro del dibattito politico e dell’attenzione dei costituzionalisti la maggior parte dei quali ha ritenuto che il Presidente fosse fuori della Costituzione. Un comportamento entrato nel mirino di Gustavo Zagrebelsky, ordinario di diritto costituzionale a Torino e Presidente emerito della Corte costituzionale, che, nell’accusare il Governo  di “arroganza”, ha ripetutamente sottolineato come “queste riforme sono state avviate dall’esecutivo con l’impulso di chi, per debolezza e compiacenza, è potuto essere per diversi anni il vero capo dell’esecutivo, il presidente della Repubblica; sono state recepite nel programma di governo e tradotte in disegni di legge imposti all’approvazione del Parlamento con ogni genere di pressione” (Loro diranno, noi diciamo, Laterza, Bari, 2016).

Se facciamo un passo indietro la responsabilità di Giorgio Napolitano è ancora maggiore, con riguardo alla legittimità del Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale dalla Consulta con la sentenza n. 1 del 2014 la quale ha anche delimitato i poteri delle Camere, consentendo loro, per un principio di continuità delle istituzioni, di restare in carica per attività di ordinaria amministrazione. Come si deduce dal riferimento, che si legge nella sentenza, a due disposizioni della Costituzione, l’art. 61, il quale prevede che “finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti” e l’art. 77, comma 2, sulla base del quale le Camere, “anche se sciolte” si riuniscono per esaminare decreti legge che devono essere convertiti entro sessanta giorni, pena la decadenza. Due riferimenti che delimitano fortemente l’ambito di operatività delle Camere.

Chi avrebbe dovuto presidiare il rispetto della sentenza se non Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica e pertanto garante della legalità costituzionale? Invece il Capo dello Stato non si è preoccupato di tenere sotto controllo il rispetto della sentenza ed anzi ha consentito al governo, non solamente di farsi promotore di una serie di disegni di legge approvati a colpi di maggioranza, ma addirittura di promuovere la riforma della Costituzione, la legge fondamentale dello Stato. Insomma un Parlamento eletto sulla base di una legge incostituzionale che modifica la Costituzione. Ne scriveranno per anni nei libri di storia costituzionale.

Un Presidente sopra le righe, dunque, le cui iniziative gli italiani hanno dimostrato di non gradire respingendo con un voto senza appello, il 4 dicembre 2016, la riforma costituzionale che Matteo Renzi aveva proposto anche su sua indicazione. Quella riforma, quel testo – lo si legge nelle conclusione del documento dei fautori del SI – che “non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie, ma non ci sono scelte gravemente sbagliate”. Ed io mi sono sempre chiesto se sia possibile proporre una riforma radicale della Costituzione, la legge delle leggi, nella consapevolezza che il testo “non è privo di difetti”.

La Verità, 6 agosto 2017, pagina 11

 

 

 

Nello sport l'immagine

dell’unità d’Italia

di Domenico Giglio

 

Già in occasione delle recenti Olimpiadi di Rio, del 2016, avevo scritto compiacendomi per il risultato raggiunto, come numero di medaglie, dalla rappresentativa italiana, confermando un andamento positivo che può farsi risalire al record di 30 medaglie, ottenuto alle Olimpiadi del 1932 tenute a Los Angeles (che dopo il bis del 1984 farà il tris nel 2028!), ed avevo sottolineato che questo risultato era uno dei frutti della unità nazionale, in quanto il medagliere aveva premiato atleti di tutte le regioni italiane.

Adesso, luglio 2017, i campionati mondiali di nuoto e di scherma hanno confermato l’Italia nei primi posti di queste specialità per cui non posso che confermare il precedente giudizio altamente positivo, che riguardava inoltre la presenza di numerose donne campioni. E questo apprezzamento delle nostre atlete si rinnova per questi campionati mondiali e quale maggiore soddisfazione vedere le vittorie nella scherma della squadra femminile, sport dove l’Italia aveva sempre primeggiato, a livello maschile, con schermitori di livello mondiali che sono entrati nella leggenda dai Nedo Nadi ai Mangiarotti.

Fortunatamente da anni le ipotesi secessioniste che erano state avanzate qui in Italia, per il Nord, sono rientrate, ma ancora oggi vi sono invece scrittori che scavano fossati ed incitano a sentimenti quasi di rivolta, questa volta nel Sud, ed ai quali invio queste considerazioni sportive, pensando cosa sarebbe stato il medagliere di un’Italia divisa, in più stati e staterelli, quale era prima del 17 marzo 1861.

1° agosto 2017

 

 

Quando un popolo perde la propria identità

Da Passa ‘a bandiera, passa a Patria e o’ Re ai vessilli sporchi e stracciati dei nostri giorni

di Salvatore Sfrecola

 

Sporca, ridotta a brandelli la bandiera nazionale, il “Tricolore Italiano”, come si esprime all’art. 12 la Costituzione, è il simbolo di un Paese che non crede in sé stesso, che non riconosce la propria identità. Ovunque è così nell’Italia di questi anni e duole che siano  in queste condizioni soprattutto le bandiere all’ingresso delle scuole di ogni ordine e grado laddove si formano, o, meglio, si dovrebbero formare i futuri cittadini, non solamente quelli che iure sanguinis lo sono dalla nascita, ma anche coloro ai quali la cittadinanza si vorrebbe attribuire in base al cosiddetto ius culturae, se dovesse essere approvato il disegno di legge in discussione al Senato. Quale cultura, quale rispetto per l’Italia possono acquisire giovani provenienti da ogni parte del mondo nel vedere come viene trattata la bandiera nazionale proprio nelle scuole che sono invitati a frequentare per ottenere la cittadinanza italiana? Senza che si levi una qualche protesta, ma soprattutto senza che le autorità sovraordinate intervengano richiamando all’ordine presidi e direttori didattici, funzionari dello Stato evidentemente senza dignità della loro funzione. Come potranno i migranti, così generosamente accolti, integrarsi, il che vuol dire percepire il senso della identità nazionale, quella fatta di cultura, di storia, di tradizioni. In particolare di quella unitaria realizzatasi nel Risorgimento, quando quel vessillo dai tre colori. Verde, bianco, rosso, fu per la prima volta alla testa dei soldati del Regno di Sardegna, come volle il proclama del Re Carlo Alberto del 23 marzo 1848 in vista dell’ingresso il Lombardia per rispondere alla richiesta che Gabrio Casati gli aveva rivolto a nome del Governo provvisorio milanese. Alla prima guerra di indipendenza contro il “nemico storico”, per dirla con le parole del mite Luigi Einaudi, all’indomani del 4 novembre 1918, quando, come abbiamo tutti appreso dal Bollettino della Vittoria firmato alle ore 12 di quel giorno dal Generale Armando Diaz, “i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo” risalivano “in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza”.

La bandiera, ovunque rispettata ed amata al di là del credo politico, perché quei colori sono di tutti, di destra o di sinistra. La bandiera ovunque è il simbolo della nazione e del suo orgoglio. Basta pensare agli Stati Uniti d’America, spesso impropriamente richiamati quale esempio dell’apertura allo ius soli, che lì c’è, ma che vale esclusivamente per i figli di chi è legittimamente presente sul territorio, cosa sempre trascurata.

Qualche mese fa Il Messaggero denunciava il caso di Villa Leopardi, nel romano quartiere Africano, in via Makallè, dove, sui pennoni della biblioteca comunale, il Tricolore non c’era più, ridotto ad uno straccio con la striscia bianca e quella verde divorate dal tempo.

Immaginavo che sarebbe andata così quando fu approvata la legge sull’esposizione della bandiera nazionale. Ero certo che sarebbe stata interpretata “all’italiana” (quanto mi addolora questa espressione!). Perché la bandiera non deve essere esposta continuativamente sugli edifici pubblici ma, ai sensi dell’art. 2, comma 1, della legge : Legge 5 febbraio 1998, n. 22 ("Disposizioni generali sull'uso della bandiera della Repubblica italiana e di quella dell'Unione europea") “per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività”, il che vuol dire, per le scuole, “nei giorni di lezioni e di esami” (art. 4, comma 3, del Decreto del Presidente della Repubblica 7 aprile 2000, n.121 ("Regolamento recante disciplina dell'uso delle bandiere della Repubblica italiana e dell'Unione europea da parte delle amministrazioni dello Stato e degli enti pubblici"). Il che esclude che siano esposte di notte e in tempo di vacanze.

Le bandiere esposte giorno e notte col sole o con la pioggia degradano nel giro di pochissimo tempo e diventano assolutamente irriconoscibili. Uno spettacolo desolante che la dice lunga sul senso dell’italianità dei contri concittadini che, alla visione di quella bandiera vilipesa non insorgono, se non in pochi casi, peraltro inascoltati. Con questo spirito nazionale il Paese non riesce a risorgere, come fece un tempo, più di recente dopo la guerra perduta e le lacerazioni che ne sono seguite.

Bandiere che non hanno più neanche la forza di sventolare per ricordare a giovani e anziani la nostra storia, chi siamo. Forse perché non lo sappiamo, perché abbiamo avuto cattivi maestri che mano mano hanno fatto perdere alle giovani generazioni il senso dell’appartenenza, quella che oggi in qualche modo vorremmo riconoscere nei migranti per effetto dello ius culturae, attraverso un ciclo scolastico in istituti al cui ingresso la bandiera è necce condizioni che tutti possiamo constatare. Impareranno che non c’è rispetto per la nostra storia, come per l’autorità dello Stato. Quanta differenza con gli Stati Uniti dove le bandiere sventolano immacolate su ogni casa, dove bianchi, neri, gialli si sentono effettivamente americani, come abbiamo imparato a conoscere dai film di guerra che esaltano il soldato USA, spesso di colore in un reparto comandato da un ufficiale di colore. Laddove la Patria è un valore di tutti.

Un tempo era così anche in Italia, un sentimento che è anche un’idea consegnata in una canzone dall’inconfondibile accento partenopeo, “Passa a bandiera, passa a Patria o Rre”, spesso richiamata nelle rievocazioni della Grande Guerra.

Mi perdoneranno i lettori di fede repubblicana. Ma converranno certamente che bandiera e Patria sono inscindibilmente connessi come o’ Rre, per chi si è abbeverato ai valori di libertà del Risorgimento e dell’Unità nazionale.

Non esistono convenzioni internazionali sull'uso della bandiera (flag etiquette), ma le linee di comportamento seguono regole comunemente accettate. E sono tali da garantire una esposizione della bandiera che eviti il degrado che denunciano le nostre. In primo luogo la bandiera viene esposta dall'alba al tramonto, alzata vivacemente ed abbassata con solennità, non deve mai toccare il suolo né l'acqua. Mai può essere usata come copertura di tavoli o sedute o come qualsiasi tipo di drappeggio. Non può mai essere esposta in posizione inferiore ad altre rispetto alle quali deve occupare la posizione privilegiata.

Regole logiche che attestano un senso di rispetto che dobbiamo assolutamente ritrovare.

28 luglio 2017

 

 

 

Il Governo declassa i Conservatori di musica, un’eccellenza italiana.

di Salvatore Sfrecola

 

“Ci stiamo lavorando”. Pressata da più parti, in primo luogo dall’Unione degli Artisti (UNAMS) e, da ultimo, dall’ex senatore Vincenzo Vita che sul Manifesto aveva parlato di “legge dimenticata”, a proposito della normativa sugli istituti di alta formazione artistica e musicale (Afam) datata 1999, il Ministro Fedeli ha assunto l’impegno di provvedere a varare il necessario decreto ministeriale. Parliamo di accademie di belle arti, conservatori di musica, accademia nazionale di danza, istituti musicali pareggiati, accademia di arte drammatica e istituti superiori per le industrie artistiche, un’eccellenza italiana nel mondo, oggetto del desiderio di quanti da ogni continente si iscrivono in questi istituti prestigiosi per studiare e spesso restano in Italia per frequentare corsi di perfezionamento.

“Ci stiamo lavorando”. Ma sarà credibile il Ministro? Se ha trascurato di chiedere alla collega Madia di dar corso, in sede di modifica del decreto legislativo sul pubblico impiego (n. 165 del 2001), alla sollecitazione del Senato che aveva invitato il Governo a valutare la possibilità di rivedere l’inquadramento del personale AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale), prevedendo uno stato giuridico formalmente più consono con la loro professionalità e in analogia con la disciplina prevista per i professori universitari”. Secondo le indicazioni della Costituzione che all’art. 33, ultimo comma, riconosce alle “istituzioni di alta cultura, università ed accademie… il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato”. Come, del resto, aveva fatto la legge 508 del 1999 (diciotto anni fa!) che ha stabilito l’equipollenza dei titoli, rinviando ad un regolamento mai adottato la sua attuazione. Ed ha ignorato la risoluzione presentata in Commissione cultura della Camera (n. 7-01282) da Manuela Ghizzoni, che ha invitato il Ministro ad avviare “una solida e accurata procedura di accreditamento che permetta di adeguare la qualità di questi corsi alle migliori esperienze nazionali e internazionali…”. Una inpasse attribuita a resistenze burocratiche o corporative. E ciò nonostante la legge di riforma abbia stabilito che ai Conservatori ed alle Accademie si acceda solo dopo il completamento della scuola secondaria di secondo grado e che essi rilascino diplomi accademici di primo e secondo livello al termine dei relativi corsi accademici, rinviando ad un successivo regolamento i criteri generali per l’istituzione e l’attivazione dei corsi e per i relativi ordinamenti didattici, come accade ovunque nel mondo. Ma il regolamento poi emanato con decreto del Presidente della Repubblica 8 luglio 2005, n. 212, si è limitato a dettare le norme relative agli ordinamenti didattici, rinviando ad un atto successivo, mai adottato, quelle relative all’istituzione e all’attivazione dei corsi di studio. Che, per quanto riguarda i corsi di diploma di secondo livello, sono autorizzati esclusivamente “in via sperimentale”, nelle more del regolamento sull’istituzione e attivazione dei corsi previsto dalla legge di diciotto anni fa. In assenza del regolamento è nuovamente intervenuto il legislatore che, con l’articolo 1, commi 102 e 103, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 (legge finanziaria 2013), ha disposto l’equipollenza dei diplomi Afam di primo livello con le lauree universitarie e dei diplomi Afam di secondo livello con le lauree magistrali, ma al fine esclusivo dell’ammissione ai pubblici concorsi per l’accesso alle qualifiche funzionali del pubblico impiego per le quali ne è prescritto il possesso.

Un gran marasma, dunque, che pagano docenti e studenti di istituzioni che, come pure riconosce il Ministro, sono il “fiore all’occhiello” della nostra cultura, in un settore di riconosciuta eccellenza. E ci chiediamo se sia mai possibile che, per dare compiuta esecuzione ad una legge di diciotto anni fa, occorrano sollecitazioni parlamentari ripetute e, finora, ignorate?

La legge n. 228 del 2012 ha stabilito che le istituzioni Afam dovessero concludere la procedura di messa a ordinamento di tutti i corsi accademici di secondo livello, ma questa previsione, a distanza di quasi cinque anni non è stata rispettata in assenza di indicazioni del Ministero riguardo ai criteri da rispettare per gli ordinamenti didattici dei corsi accademici di secondo livello (l’unica eccezione è costituita da quelli di didattica della musica e dello strumento, istituiti dal decreto ministeriale 28 settembre 2007, n. 137, da attivare in conservatori sedi di dipartimenti di didattica della musica.

            “Ci stiamo lavorando”, assicura il Ministro. E speriamo sia la volta buona per le molte migliaia di studenti che hanno conseguito un diploma accademico di secondo livello, ma che, a causa della mancata disciplina dei relativi corsi, non dispongono ancora di un titolo di studio equipollente ad una laurea magistrale, contrariamente a quanto disposto dalla legge n. 228 del 2012, pur essendo ampiamente scaduto il periodo previsto per l’adeguamento dei regolamenti didattici. Contestualmente il Ministro dovrà assumere iniziative per avviare accurata procedura di accreditamento che permetta di adeguare la qualità di questi corsi alle migliori esperienze nazionali e internazionali e di disattivare i corsi che eventualmente non superino positivamente la procedura di accreditamento.

            Intanto il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 59 (Madia), di cui si è detto, avendo trascurato la sollecitazione del Senato a rendere autonomo il “comparto di contrattazione” delle Accademie e dei Conservatori di musica ha improvvidamente “retrocesso” questi istituti nel comparto del personale della Scuola “di ogni ordine e grado”. In sostanza dal luglio 2016 i docenti di Accademie e Conservatori (intorno a 6.000) sono stati inglobati nel mare magnum del personale delle scuole materne, elementari, secondarie ed artistiche, nonostante si tratti di istituzioni culturali che, sulla base della legge n. 508/99, devono rilasciare titoli accademici di I e II livello, insomma lauree, come accade ovunque nel mondo. Immaginate quale attenzione Governo e sindacati possono riservare ad un settore assolutamente minoritario, sia pure illustre, tra centinaia di migliaia di docenti “di ogni ordine e grado”!

È evidente l’assurdità di questa situazione. Con la conseguenza che, in prospettiva, sarà difficile mantenere alto il prestigio di queste istituzioni, dal momento che al corpo insegnante e agli studenti sarà sempre più evidente che le loro scuole non sono più considerate un’eccellenza, che l’Italia non è più il Paese dei grandi pittori, scultori o musicisti ai quali si ispirano gli artisti ovunque nel mondo.

(da La Verità, 15 luglio 2017)

 

 

Denis Mack Smith, amico dell’Italia ?

di Domenico Giglio

 

La recente scomparsa, l’11 luglio scorso, dello storico inglese ha dato logicamente occasione ad articoli che ne ricordassero le sue opere, grande parte delle stesse dedicate alla storia dell’Italia e che ebbero anche una notevole diffusione, nel trentennio dal 1960 al 1990, riempendo un vuoto sulla storia della nostra Unità, che dopo Benedetto Croce e Gioacchino Volpe, la cui “Italia Moderna” si fermava al 1914, non aveva avuto per decenni alcuna opera di valore, vuoto che solo in occasione del centocinquantesimo del Regno, ha trovato in Domenico Fisichella l’autore che in una trilogia da “Il miracolo del Risorgimento”, “Dal Risorgimento al fascismo” e infine “Dittatura e Monarchia” ha realizzato finalmente una storia completa e leggibile della Italia Unita.

Da questo interesse dello Smith per la nostra storia, farlo passare ad amore per l’Italia o ad amico della stessa, c’è una notevole differenza, perché specie nell’opera principale, “Storia d’Italia- 1861-1958”, le sue simpatie, senza dubbio giustificate, furono solo per Garibaldi, mentre su Cavour il giudizio non fu benevolo, tanto che Rosario Romeo, il più accreditato tra gli studiosi dell’opera del Cavour dovette replicargli, ottenendo, successivamente una qualche ritrattazione. Egualmente acre fu pure il suo giudizio sui Re di Casa Savoia ,”I Savoia re d’ Italia”, arricchendo anche qui i suoi studi di aneddoti che stimolano la curiosità del lettore, ma non rappresentano il vero quadro storico nel quale si erano svolti i fatti.

Senza dubbio in questa sua visuale era determinante la sua formazione ideologica, democratica radicale, così che anche per quanto riguarda il fascismo lo Smith ne trova possibili origini addirittura nel Risorgimento e nel patriottismo liberale e successivamente in un Crispi, ma non ricorda che senza il troppo spesso dimenticato ”biennio rosso”, dal 1919 al 1921, e la altrettanto famosa “rivoluzione d’ottobre” in Russia, di cui, fra l’altro, ricorre quest’anno il centenario, con le sue successive rivolte in Prussia, Baviera ed Ungheria, il fascismo non avrebbe trovato il terreno fertile per la sua azione e successiva affermazione. E come per Cavour, Smith aveva trovato le repliche di Romeo, così per il fascismo le trovò in De Felice, che partendo da una giovanile militanza comunista, era arrivato ad una visione globale, veramente storica, del fenomeno Mussolini, visione che a tutt’oggi rimane insuperata, provocando travasi di bile negli antifascisti di “professione”, che non possono perdonargli di avere sottolineato gli anni del consenso al regime, di cui pure tanti e qualificati compatrioti del Mack Smith erano stati pure ammiratori.

15 luglio 2017

 

 

Dovrà occuparsene la Procura della Corte dei conti

Costituiscono danno erariale le spese sostenute in violazione della Convenzione di Dublino

di Salvatore Sfrecola

 

Alla fine dovrà occuparsene la Procura della Corte dei conti. Infatti la violazione del cosiddetto “Trattato di Dublino”, cioè della “Convenzione sulla determinazione dello stato competente per l’esame di una domanda di asilo presentata in uno degli stati membri delle Comunità Europee”, recentemente denunciata da Emma Bonino, ha riguardato anche una regola fondamentale della gestione della finanza pubblica, quella secondo la quale ogni spesa a carico del bilancio dello Stato deve trovare necessariamente una giustificazione in una legge che la preveda. Questo non è accaduto secondo l’ex Ministro degli esteri ed ex Commissario europeo per l’immigrazione.

Infatti, parlando alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, la Bonino ha testualmente affermato: “all’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. In sostanza, è la tesi dell’ex Ministro, tra il 2014 e il 2016, il governo italiano, in accordo con altri stati o autonomamente, avrebbe deciso che il coordinamento delle operazioni in mare sarebbe stato gestito in esclusiva dalla Guardia Costiera Italiana con la conseguenza che, da allora, i migranti sbarcano solamente in Italia, anche se soccorsi in acque internazionali o di altri Paesi, come dimostra la circostanza che, ancora recentemente, unità delle marine del Regno di Spagna, del Regno Unito e del Regno di Svezia, hanno accompagnano nei porti italiani soggetti recuperati in mare.

In sostanza, ha voluto dire l’ex Ministro, abbiamo fatto sbarcare tutti in Italia, anche coloro che, sulla base della Convenzione di Dublino, raccolti in mare da navi straniere, avrebbero dovuto essere accompagnati nei porti dei paesi dei quali battevano bandiera, ai fini dell’esame della richiesta di asilo. Le navi, infatti, secondo il cosiddetto diritto di bandiera, sono a tutti gli effetti territorio dello Stato del quale inalberano il vessillo, sicché ai sensi della Convenzione di Dublino il paese di prima accoglienza è quello della nave che ha raccolto i profughi e che, conseguentemente, deve darsene carico ai fini del riconoscimento e degli altri adempimenti previsti. La Convenzione, infatti, ha stabilito che ogni domanda di asilo per quanti raggiungono uno stato membro deve essere esaminata da quello stato e non da altri.

La decisione di accogliere tutti, dunque, si pone in violazione della Convenzione di Dublino. Non solo. In tal modo è stata violata anche la regola base della gestione del bilancio, secondo la quale la legittimità di una spesa deve rispondere ad un duplice requisito, l’esistenza di un apposito stanziamento e di una norma di legge che quella spesa preveda. Senza alternativa, nel senso che una somma stanziata in bilancio ma non sorretta da una norma di legge non può essere spesa. Per converso la semplice esistenza di una legge non può consentire una spesa che non sia stata preventivamente inserita nel bilancio con apposito stanziamento.

La situazione denunciata dall’ex Ministro Bonino, dunque, va configurata come una spesa non dovuta ed ulteriore rispetto a quella con la quale legittimamente lo Stato italiano ha inteso far fronte agli oneri di riconoscimento dei richiedenti asilo come stabilito dalla Convenzione di Dublino. Con la conseguenza che non sono conformi a legge gli oneri sostenuti dalle varie strutture dello Stato quando si sono prese carico, con tutte le ulteriori spese di assistenza, di soggetti i quali sono presenti in territorio italiano per essere stato consentito ad unità di flotte straniere di attraccare nei nostri porti e di far scendere a terra soggetti recuperati in mare.

Il fatto che si tratti di una Convenzione internazionale non è certamente di ostacolo alla individuazione della fattispecie illecita costituente danno erariale. La regola vale sempre. Naturalmente non potrà essere considerato responsabile a titolo di colpa il singolo funzionario italiano, civile o militare, prefetto o comandante di porto, il quale abbia consentito che da una nave militare spagnola, inglese o svedese, tanto per fare riferimento ai casi più recenti, scendessero a terra i profughi che su quella nave avrebbero dovuto essere riconosciuti ai sensi della Convenzione ai fini dell’istruttoria della domanda di asilo. I nostri funzionari hanno agito secondo una evidente indicazione dell’autorità politica, esplicita o implicita che sia. Ed in questa indicazione è la ragione della spesa non consentita, il requisito soggettivo della responsabilità amministrativa per danno erariale che ricade sull’autorità politica. Né può costituire esimente, sotto il profilo della colpa, la “ragione politica” di una scelta che, secondo indicazioni di stampa, sarebbe alla base della decisione di accogliere tutti “indiscriminatamente”: l’ottenimento di una maggiore “flessibilità”, cioè la possibilità di un maggiore deficit di bilancio. Salus rei pubblicae suprema lex esto? Difficile possa configurarsi nella autorizzazione ad un maggiore deficit di bilancio in cambio di una spesa dai confini difficilmente definibili, nel quantum e nel tempo, perché naturalmente moltiplicatore di ulteriori oneri, al di là di quello immediato che, peraltro, è notevole.

(da La Verità dell’11 luglio 2017)

 

 

 

Immigrazione: prendiamo schiaffi a Tallin

E ce li dobbiamo tenere perché abbiamo violato le regole di Dublino

di Salvatore Sfrecola

 

Credo nell’Europa, fortemente. Io innamorato della mia Patria, uomo “del Risorgimento”, come suole ripetere un mio amico, perché fortemente ancorato ai valori che hanno trovato accoglienza in quello straordinario processo unitario che seppe mettere insieme idee e ambizioni personali, territori e culture, il rivoluzionario Mazzini e il liberale Cavour, la Sicilia e il Piemonte, confluiti nel Regno d’Italia sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II. Un “miracolo”, come ha scritto Domenico Fisichella.

Credo nell’Italia e perciò credo nell’Europa alle cui radici il nostro Paese concorre in virtù della sua storia, della tradizione di Roma, del suo senso dell’universalità, del suo diritto, le cui regole innervano oggi tutti gli ordinamenti civili al di qua e al di là dell’oceano. L’Italia della cultura, dell’arte, della filosofia, del pensiero medievale, moderno e rinascimentale. E soffro nel constatare che l’Italia, socio fondatore di quella Comunità che nel frattempo è diventata Unione, non riesce ad essere partner credibile e, pertanto, determinante nella definizione delle politiche pubbliche europee, a cominciare, per motivi di attualità, da quelle della immigrazione. Un fenomeno “epocale”, si è detto con l’enfasi del politically correct per qualificarlo immediatamente come irrimediabile, che poco c’è da fare per contrastarlo o, anche solo, per regolarlo secondo gli interessi dei migranti e dei paesi che li accolgono di buona o di mala voglia.

Poi ci si accorge, ma sarebbe stato facile capirlo prima, che il fenomeno “epocale” in realtà è organizzato, con il concorso di interessi vari, economici e politici. Di chi recluta, assiste e trasporta per terra e per mare migliaia di esseri umani. Non gruppetti di fuggiaschi ma persone che pagano somme rilevanti, fino a 5000 dollari/euro, si dice, per essere trasportati in Europa. Quanto basta per aprire un’attività produttiva in Africa spesa per una traversata!

L’Europa ha capito. Lo aveva certamente già presente, ma lasciava fare all’Italia, volonterosa e caritatevole, dove con i soldi del contribuente si arricchiscono organizzazioni le più varie, anche criminali se qualcuno ha potuto affermare che, con l’accoglienza dei migranti, si guadagna più che con la droga.

Era prevedibile, dunque, che i nodi sarebbero venuti al pettine, che gli ingressi indiscriminati e incontrollati avrebbero creato problemi di tenuta del sistema dell’accoglienza e della sicurezza interna. Del resto una massa di soggetti sbandati e senza lavoro è naturalmente portata a ricercare espedienti per sopravvivere o per non annoiarsi. E così, quando abbiamo deciso di fare quello che avremmo dovuto fare all’inizio per frenare il fenomeno, i nostri partner europei giustamente non accettano di essere chiamati a risolvere un’emergenza che noi abbiamo volontariamente provocato, come ha affermato l’ex Ministro degli esteri ed ex Commissario europeo Emma Bonino. Parlando di immigrazione in un intervento alla 69sima Assemblea generale di Confartigianato, al quale i mezzi d’informazione hanno riservato uno speciale rilievo, la Bonino ha affermato: “all’inizio non ci siamo resi conto che era un problema strutturale e non di una sola estate. E ci siamo fatti male da soli. Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino”. In sostanza, è la tesi dell’ex Ministro, tra il 2014 e il 2016, il governo italiano, in accordo con altri stati o autonomamente, avrebbe deciso che il coordinamento delle operazioni in mare sarebbe stato gestito in esclusiva dalla Guardia Costiera Italiana con la conseguenza che, da allora, i migranti sbarcano solamente in Italia, anche se soccorsi in acque internazionali o di altri Paesi, come dimostra la circostanza che unità delle marine di altri paesi europei, negli ultimi giorni navi del Regno di Spagna e del Regno Unito, hanno accompagnano nei porti italiani soggetti recuperati in mare in acque non italiane.

In sostanza, ha voluto dire l’ex Ministro, abbiamo fatto sbarcare tutti in Italia, anche coloro che, sulla base della Convenzione di Dublino, raccolti in acque di altri stati, avrebbero dovuto essere accompagnati nei porti di quei paesi ai fini della richiesta di asilo. In questo sta la violazione della Convenzione di Dublino.

E così rimaniamo col cerino in mano, screditati, avendo dimostrato per molto tempo di agire con colpevole leggerezza anche contro gli interessi dei migranti e dei paesi di provenienza, come se volessimo fare un piacere al lucroso business dell’accoglienza o della carità pagata dal contribuente. Per cui prendiamo solo schiaffi con la consolazione, che solamente il ministro Minniti può ritenere tale, che a Tallin, al vertice dei Ministri europei dell’interno, tutto è andato secondo le previsioni. Insomma gli schiaffi previsti li abbiamo presi. E ce li teniamo.

7 luglio 2017

 

 

A Milano italiani e russi parlano del pensiero conservatore in Europa oggi

Importante incontro culturale e politico oggi a Milano, presso l’Hotel dei Cavalieri, per iniziativa della Lega Nord e del partito russo Partiya Dela ("Partito d'Azione"), sul pensiero politico conservatore in Europa. Si tratta di una Conferenza Internazionale e di una Tavola Rotonda.

I lavori saranno articolati in quattro sessioni.

Dopo i saluti degli organizzatori, Il dottor Alexey Lapushkin, Segretario del Consiglio federale del Partiya Dela e di Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale del Segretario Federale della Lega Nord, Matteo Salvini, e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia”, interverranno:

il dottor Andrey Kobyakov, economista ed analista politico, Membro del Consiglio generale del Partiya Dela, Membro del Board of Organizers of the Moscow Economic Forum, Chairman of the Bord of tre Intitute of Dynamic Conservatism;

il dottor Srdja Trifkovic, editore degli Affari Esteri di Cronache: Una Rivista di Cultura Americana, Professore di Relazioni Internazionali, Rappresentante Ufficiale del Presidente del Movimento Serbo Dveri;

il dottor Yvan Blot, professore di scienze politiche e economiche, dottore in economia, ex deputato dei parlamenti europei e francesi (Partito del Fronte nazionale), membro dell'Accademie catholique de France;

Konstantin Cheremnykh, scienziato politico russo, scrittore;

Prof. Riccardo Cappellin, Professore Ordinario di Economia Industriale, Università di Roma "Tor Vergata", Coordinatore del Gruppo di discussione "Crescita, Investimento e Territorio".

La Seconda Sessione sul tema Conservatorismo moderno in Europa e Russia. Il ruolo dei partiti conservatori nei paesi europei. Conservatorismo e l'identità nazionale sarà aperta da Alexey Lapushkin, Segretario del consiglio federale di Partiya Dela ("Partito d'azione").

Prenderà, quindi, la parola Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale di Matteo Salvini e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia".

I successivi oratori saranno:

il dottor Eliseo Bertolasi, della LegaNord, co-fondatore dell'Associazione culturale "Veneto-Russia", dottore di ricerca in antropologia culturale e ricercatore in geopolitica presso l'Istituto di studi avanzati in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG );

Cendrine Chereil de la Rivière, candidato per le elezioni del Parlamento per il partito Debout la France, già membro del Front National, consigliere regionale in Provenza e vicepresidente del Comune di Toulon;

il Prof. Giuseppe Valditara, ordinario di Diritto Romano nell’Università di Torino e Direttore Scientifico di Logos Magazine.

Nel pomeriggio la Terza Sessione tratterà del Consolidamento delle Forze Conservatrici (partiti politici, think tank, ONG, media): possibili modi e prospettive.

L’aprirà Gerard Hardy, presidente dei Volontaires pour le France.

Interverranno quindi:

Manuel Ochsenreiter, direttore del Centro tedesco per gli studi Eurasiatici;

Luciano Sandona, Consigliere regionale del Veneto (Lega Nord), Presidente dell'Associazione Culturale "Veneto-Russia";

Marine Voskanyan, giornalista e analista politico, coordinatore internazionale dei collegamenti del Forum economico di Mosca e di Partiya Dela.

La Quarta Sessione sul tema Concetto e agenda dell’International Conservative Club & Wordwide Conservative Network (Rete Conservatrice Mondiale) sarà presentata dal:

Dott. Andrey Kobyakov, Economista e Analista Politico, Membro del Consiglio Generale del Partito Politico Russo Partiya Dela ("Partito d'Azione"), Membro del Consiglio degli Organizzatori del Forum Economico di Mosca, Presidente del Consiglio dell'Istituto di Conservatorismo dinamico;

Alexey Lapushkin, segretario del consiglio federale di Partiya Dela.

Seguiranno gli interventi

Tra i partecipanti:

il dottor Yvan Blot, professore di scienze politiche e economiche, dottore in economia, ex deputato dei parlamenti europei e francesi (Partito del fronte nazionale), membro dell'Accademie catholique de France;

Gerard Hardy, presidente dei Volontaires pour le France;

il dottor Srdja Trifkovic, editore degli Affari Esteri di Cronache: Una Rivista di Cultura Americana, Professore di Relazioni Internazionali, Rappresentante Ufficiale del Presidente del Movimento Serbo Dveri;

Gianluca Savoini, Consigliere per la Politica Internazionale di Matteo Salvini del Partito e Presidente dell'Associazione Culturale "Lombardia-Russia";

Il dottor Eliseo Bertolasi, co-fondatore dell'Associazione culturale "Veneto-Russia"), dottore di ricerca in antropologia culturale e ricercatore in geopolitica presso l'Istituto di studi avanzati in Geopolitica e Scienze Ausiliarie ( ISAG);

Luciano Sandona, Membro del Veneto Veneto, Parlamento, Italia, LegaNord (Partito Lega Nord), Presidente dell'Associazione Culturale "Veneto-Russia";

Manuel Ochsenreiter, direttore del Centro tedesco per gli studi Eurasiatici;

Alexey Lapushkin, segretario del consiglio federale di Partiya Dela;

il Dott. Andrey Kobyakov, Economista e Analista Politico, Membro del Consiglio Generale dei Partiya Dela, Membro del Consiglio degli Organizzatori del Forum Economico di Mosca, Presidente del Consiglio dell'Istituto di Conservatorismo dinamico;

Konstantin Cheremnykh, scienziato politico russo, scrittore politico;

Marine Voskanyan, giornalista e analista politico, coordinatore internazionale dei collegamenti del Forum economico di Mosca e di Partiya Dela;

Tra gli invitati italiani:

il Prof. Gianpio Bracchi, Professore Rettore "Politecnico" di Milano, ex vicepresidente "Banca Intesa";

Pietro Foroni, Consiglio regionale della Lombardia;

Fabrizio Ricca, Consiglio Comunale di Torino;

Gianmatteo Ferrari, Vicepresidente dell'Associazione culturale "Lombardia-Russia";

Claudio D'Amico, Segretario per le Relazioni Esterne per Lega Nord, ex parlamentare al Parlamento Nazionale;

Alessandro Bernasconi, professore in procedura penale, Università di Milano;

Francesco Rotondi, esperto nel diritto del lavoro;

Roberto Brustia, esperto in politica estera, consulente aziendale;

Francesca Fuso, avvocato penalista, Milano;

Daniele Bracchi, avvocato internazionale, esperto geopolitico, Milano;

Pietro Foroni, Parlamento regionale lombardo;

Luca Bertoni, tesoriere dell'Associazione culturale "Lombardia-Russia";

Prof. Riccardo Cappellin, Professore Ordinario di Economia Industriale, Università di Roma "Tor Vergata", Coordinatore del Gruppo di discussione "Crescita, Investimento e Territorio".

13 giugno 2017

Legge elettorale: soglia di sbarramento e governabilità

di Salvatore Sfrecola

Sembra sia in dirittura di arrivo la nuova legge elettorale, enfaticamente definita “alla tedesca” per far intendere che è capace di assicurare quella governabilità che oltre il Reno è garantita da sempre, anche quando nessun partito ottiene la maggioranza assoluta. Naturalmente, come usa sulle rive del Tevere, dove purtroppo è evaporata la saggezza giuridica romana, le correzioni apportate al modello preso ad esempio hanno snaturano l’originale, sicché la legge in itinere è già definita maialinum, un “mega porcellum”, secondo la senatrice del Movimento 5 Stelle Paola Taverna. Infatti le liste sono bloccate, ciò che da sempre desiderano i capi dei partiti che, in tal modo, controllano i gruppi parlamentari e rafforzano il loro potere. Senza preoccuparsi della governabilità che interessa i cittadini ma della gestione dei bilanci pubblici alla quale comunque accedono in ragioni di coalizioni di governo che “democraticamente” si spartiscono la torta secondo le percentuali elettorali, insomma secondo il famoso “Manuale Cencelli”, anche sulla base di alleanze innaturali come quella alle viste tra Renzi e Berlusconi, l’unica possibile per fermare l’ascesa del Movimento di Grillo, che metterà in archivio le “prospettive riformiste” nelle quali credeva Walter Verini. Un Paese condannato alla instabilità che vuol dire ingovernabilità, il “trionfo del trasformismo”, come intravede Walter Veltroni.

Ecco perché i partiti hanno rigettato il Mattarellum che attraverso i collegi uninominali, consentiva agli elettori di individuare il candidato favorito o il meno peggio e che avrebbe effettivamente incoronato, al termine dello spoglio delle schede elettorali, chi avrebbe governato nei prossimi anni nel corso della legislatura. Invece preferiscono il proporzionale, così ognuno ha una fetta di potere che farà valere al tavolo delle trattative per la formazione del governo e degli incarichi parlamentari e “in proporzione” avrà una fetta di potere che cogestirà comunque. Potere che significa incarichi negli enti, nelle società e banche pubbliche, potere di gestire contratti di appalto ed assunzioni, il sottobosco nel quale si alimentano interessi non sempre limpidi.

Ce n’è abbastanza per giustificare quella disaffezione verso la politica che alimenta il successo dei cosiddetti populisti che non sono molto diversi dai partiti tradizionali, ma almeno si presentano come tali.

Tuttavia la “novità” della legge elettorale, della quale più si parla, è quella della soglia di sbarramento che impedisce l’ingresso in Parlamento ai partiti che non la raggiungono, quel 5% che sostituisce il 3% in precedenza previsto. La ragione della scelta è quella della semplificazione che, escludendo i piccoli partiti, i “cespugli”, come si dice nel linguaggio politico giornalistico, eliminerebbe il loro “potere di ricatto”, come esplicitamente affermato dai leader dei maggiori partiti quelli, in sostanza che nel tempo lo hanno subito.

Scenario verosimile certamente, ma che trascura la varietà e la variabilità delle scelte politiche parlamentari che caratterizzano il nostro mondo politico, perché lo sbarramento inevitabilmente favorirà la confluenza di gruppi e gruppuscoli in formazioni più ampie. Sicché l’effetto “ricatto”, parola brutta ma che potrebbe anche rivelare una più nobile difformità di opinioni su temi “sensibili”, si manifesterà all’interno dei partiti, che poi è quello che accadeva nella prima Repubblica quando i governi cadevano per manovre di correnti all’interno, soprattutto, della Democrazia Cristiana.

Questa varietà di opinioni è ineliminabile e non va eliminata, pena la crisi della democrazia che si regge sul consenso e sulle idee. Queste e non le indicazioni provenienti da interessi economici particolari dovrebbero governare i partiti i quali si presentano all’elettorato sulla base di una piattaforma programmatica, illuminata da idee forti che limiterebbero in radice la possibilità di influenze di interessi esterni non coerenti.

Il buon funzionamento di un sistema politico esige, dunque, certamente regole giuridiche, come quelle elettorali, che consentano la scelta dei rappresentanti del popolo, condizione perché la gente si appassioni alla politica, ma anche scelte ideologiche il cui valore si tende a trascurare anzi a negare, trascurando che nelle idee è il sale della democrazia, il motivo della partecipazione popolare, un dato che caratterizza le comunità politiche avanzate che poi sono quelle dove da più tempo il cittadino si sente veramente partecipe delle scelte che opera nel suo collegio elettorale. Un “gusto” per la politica che da noi si è perso da tempo e che i partiti non vogliono far rivivere.

3 giugno 2017

L’esilio dei morti

di Salvatore Sfrecola

La Festa Nazionale ovunque nel mondo è una gioiosa occasione per ricordare la data nella quale lo Stato si è formato, assumendo una autonoma configurazione territoriale, con propri confini e un autonomo ordinamento, spesso distaccandosi da un precedente contesto più ampio. In Italia, invece, noi festeggiamo il 2 giugno, un episodio nella storia italiana, tra l’altro notoriamente controverso, avvenuto in un contesto politico particolare con l’Italia divisa dalla guerra e con le armate di Tito minacciose al confine orientale omogenee ai reparti partigiani comunisti ancora in armi. Dimenticando che lo Stato unitario non è nato quel giorno ma molto prima, il 17 marzo 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, per l’impegno di uomini di pensiero e di azione i quali, lungo buona parte dell’800, hanno immaginato, scritto ed operato perché l’Italia, la penisola che uno straordinario disegno della natura ha identificato come uno stivale nel Mare Mediterraneo. Così cessando di essere, come con disprezzo era stata qualificata dal Cancelliere austriaco Clemente di Metternich, “una espressione geografica” per divenire uno Stato moderno, costituzionale, che ha riunito le tante preziose realtà di questo meraviglioso paese, ricco di storia, di arte e di straordinarie intelligenze anche politiche, come il Presidente del Consiglio dell’unità d’Italia per “certificazione” proprio del Metternich: “in Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi: il Conte di Cavour”.

A distanza di 71 anni, la Repubblica, che si è accanita contro la Famiglia reale prevedendo alla 13^ disposizione transitoria che “agli ex re di casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l’ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale”, di fatto ha sancito anche l’esilio dei morti del re Vittorio Emanuele III, della regina Elena e del re Umberto II, uomo di straordinaria lealtà che ha saputo evitare una possibile guerra civile dopo il contestato esito del referendum. Meritava un monumento, lo hanno fatto morire fuori d’Italia.

Non è accaduto in nessuno Stato nel quale i sovrani sono stati spodestati. Non in Egitto, dove Re Faruq I, fu defenestrato il 23 luglio del 1952 da un colpo di stato di militari, comandati dal colonnello Gamal Abdel Nasser il quale, tuttavia, ne ha permesso la sepoltura nella grande moschea di Ahmad al-Rifāʿī, al Cairo, ai piedi della cittadella su cui svetta la moschea di Mehmet Ali.

Non è accaduto nei paesi nei quali i regni sono caduti sotto la violenza dell’Armata Rossa, dalla Bulgaria alla Romania, per anni sotto il tallone di Mosca. A Sofia, ad esempio, re Simeone, cui spetta il titolo sovrano, per non aver mai abdicato, è stato eletto primo ministro. A Bucarest a re Michele sono stati riservati gli onori che gli competono, insieme alla sua famiglia. Ad Atene è tornato re Costantino. Tutti a disposizione dei loro paesi cui molto possono dare, per esperienza e importanti relazioni personali, considerato che i più prosperi Stati europei sono delle monarchie.

Ebbene la Repubblica, che si è accanita contro Casa Savoia, la dinastia che è stata determinante nel moto risorgimentale e nella formazione dello Stato unitario, ha anche avocato allo Stato i beni personali dei sovrani, come se si trattasse di malfattori, non ha consentito finora la tumulazione nella sede naturale nella quale sono sepolti i sovrani d’Italia, il Pantheon, Vittorio Emanuele III, Elena del Montenegro, regina d’Italia e Umberto II. Il re riposa ad Alessandria, la regina a Montpellier dove è morta a seguito di una malattia incurabile, non essendole stato concesso neppure di farsi visitare da un medico di fiducia a bordo di una nave che aveva attraccato nel porto di Napoli essendo diretta in Francia. Umberto II riposa nel Monastero cistercense di Hautecombe nella Savoia francese.

L’esilio è istituto antico riservato ai nemici della Patria, applicato ai morti è una infamia contro la storia di un popolo. Napoleone Bonaparte, responsabile di milioni di morti, francesi e non solo, un generale che, alla stregua delle regole di oggi, sarebbe giudicato per crimini di guerra, riposa onorato nel sepolcro di porfido rosso finlandese, su un piedistallo di granito verde, attorniato da dodici colossali Vittorie in stile neoclassico, nella cripta de Les Invalides. I suoi resti mortali furono trasferiti nel 1840 dall’isola di Sant’Elena dov’era morto il 5 maggio 1821. La decisione la prese re Luigi Filippo appartenente alla dinastia spodestata dalla rivoluzione del 1789 che Napoleone aveva servito e della quale si era servito per scalare il potere. Marinai francesi, sotto il comando del principe di Joinville, portarono la sua bara in Francia a bordo della “Belle Poule”. Fu accompagnato al sepolcro da un grandioso corteo funebre, con la partecipazione di migliaia di parigini, fra cui Victor Hugo, che ne scrisse in alcune pagine memorabili.

In Italia il re soldato, il fante tra i fanti, per dirla con Gabriele D’Annunzio, della Grande Guerra, più esattamente della quarta guerra d’indipendenza, deve riposare all’estero tra l’altro in una chiesa a rischio attentati dell’ISIS perché gli è impedito di essere tumulato in Italia nell’anno della vittoria contro “il nemico storico”, per dirla con Luigi Einaudi, quando l’ultimo lembo di terra italiana occupata dallo straniero fu liberata e “i ragazzi del 99” giunsero a Trento e a Trieste.

La civiltà di un popolo si misura dal rispetto per la propria storia, un rispetto che, da quel 2 giugno 1946, si è progressivamente affievolito, dal momento in cui il potere è stato assunto in Italia da partiti che non avevano partecipato alla formazione dello Stato nazionale, i cattolici della Democrazia Cristiana, che pure avevano votato in gran parte per la monarchia al referendum istituzionale, e i comunisti che vantavano uno spirito internazionalista succubi dell’Unione Sovietica, alieni dal riconoscimento delle glorie patrie che, invece, nella patria del socialismo reale venivano esaltate, sia pure a fini di mobilitazione delle coscienze nella guerra contro i tedeschi.

Le conseguenze si vedono, gli italiani sono stati indotti progressivamente ad abbandonare il sentimento nazionale, la consapevolezza della loro storia, l’orgoglio della appartenenza che è un sentimento necessario per potersi confrontare con gli altri in Europa e nel mondo.

Si parla tanto di confronto e di dialogo interculturale. È evidente che in assenza della consapevolezza della propria identità il confronto è impossibile, è possibile solamente subordinazione.

2 giugno 2017

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