MAGGIO 2009
L’etica
professionale
per i banchieri e
per i pubblici amministratori
di Marco
Tullio
Le recenti
notizie circa le indagini della magistratura sulle mega
operazioni finanziarie del Comune di Milano riportano all’
attenzione dell’ opinione pubblica il problema dell’ etica
professionale dei banchieri, una categoria particolarmente
bersagliata dai media ed additata all’ opinione pubblica
come avida e senza scrupoli, in gran parte responsabile
della crisi finanziaria che stiamo vivendo.
La ricerca
di un capro espiatorio, l’“untore” di manzoniana memoria,
è sempre stata una reazione classica della natura umana
ogni volta che si verificano eventi negativi che abbiano
ripercussioni su una moltitudine di soggetti. Nel caso
della crisi finanziaria le banche sono divenute il
bersaglio facile da individuare, poco importa se il
credito “facile” ha giovato ai più, individui ed imprese.
Ora che i riflettori si sono accesi sul rapporto tra
banchieri e amministratori degli enti locali è facile per
i media e la pubblica opinione schierarsi con gli
amministratori nell’abituale diatriba tra le fazioni di
“innocentisti e colpevolisti”. Ma, nel caso specifico
dell’indebitamento degli enti locali, sono i banchieri gli
unici colpevoli e gli amministratori pubblici solo povere
mammolette ingannate dall’ avidità dei primi? Ai fini di
una valutazione oggettiva e senza entrare nel merito di
quanto è successo a Milano che è compito della
magistratura accertare, vale la pena di fare alcune
considerazioni generali per capire cosa è successo negli
ultimi anni nella finanza locale.
E’
innegabile che per le banche specializzate italiane ed
estere gli enti pubblici territoriali come comuni,
province e anche le regioni siano divenute negli ultimi
anni una clientela importante grazie a varie modifiche
normative che hanno consentito a tali enti di finanziarsi
sul mercato in misura crescente. Funzionari e dirigenti
delle banche hanno dunque cominciato a percorrere l’Italia
per visitare i nuovi clienti, vendendo agli assessori ed
ai dirigenti di questi enti finanziamenti e servizi di
consulenza finanziaria, spesso orientata a piazzare
prodotti costosi, poco trasparenti ed anche rischiosi come
si sono poi rivelati. Del resto il tradizionale
indebitamento presso la Cassa Depositi e Prestiti (a costi
uguali per tutti e senza valutazione del merito di
credito) non bastava più e il ricorso al credito bancario
ed ai mercati finanziari rappresentava il logico sviluppo.
Così le
banche hanno fatto ricorso a tecniche di marketing
sofisticate, organizzato convegni internazionali sulla
finanza pubblica con invito (spesso gratuito) ad assessori
e dirigenti degli enti locali, road show a Londra e New
York per presentare i nuovi clienti in vista di un
collocamento obbligazionario, tutte iniziative divenute
una irresistibile attrattiva per gli amministratori
pubblici abituati alla noiosa trafila presso la Cassa
Depositi e Prestiti. Anche l’alternativa di un
finanziamento della Banca europea per gli investimenti non
era per molti amministratori una opzione sufficientemente
interessante per le “pretese” della Bei di valutare il
progetto di investimento dell’ ente (oltre al merito di
credito) e con l’obbligo contrattuale di rendicontazione
ex post: perché, si domandavano alcuni, sopportare questi
“oneri di gestione” del finanziamento anche se i
corrispondenti tassi di interesse della Bei sono in
assoluto i più competitivi sul mercato?
Queste brevi
considerazioni portano a concludere che, se l’etica
professionale di alcuni banchieri - che hanno
probabilmente approfittato delle “debolezze” degli
amministratori pubblici e della loro scarsa competenza
finanziaria - è fortemente scaduta, anche gli
amministratori pubblici non sono esenti da critiche ancor
più pesanti, avendo spesso scientemente preferito prodotti
finanziari più onerosi o non pienamente compresi, perché
tentati dalle lusinghe dei “fringe benefits”
descritti. Esemplare poi il caso di una regione
meridionale indebitatasi acquisendo una serie di prodotti
finanziari collocati dal funzionario di una banca
imparentato (in primo grado) col governatore della regione
stessa. Difficile condannare quindi i banchieri per
mancanza di etica professionale nel vendere i loro
prodotti finanziari senza censurare prima gli
amministratori i comportamenti dei quali hanno infranto
non solo codici etici ma anche, in qualche caso, il codice
penale.
Se queste
considerazioni valgono per gli amministratori locali,
qualche riflessione dovrebbe anche indirizzarsi agli
amministratori pubblici a livello centrale. Ci si potrebbe
domandare per esempio come mai nel frattempo non sia
intervenuto il Ministero dell’ Economia per bloccare la
finanza “facile” degli enti locali. In verità alcune
denunce sono state fatte dai Ministri Padoa Schioppa e
Tremonti che hanno esercitato non solo un’azione di “moral
suation” ma anche disegnato norme, inserite poi
nelle leggi finanziarie, per limitare il ricorso
all’utilizzo di finanza derivata da parte degli enti
locali. Col senno di poi si può dire che bisognava fare di
più ma occorre tener conto del clima di “devolution”
prevalente negli ultimi anni e anche di una certa attività
lobbistica delle banche che ha di fatto impedito al
Ministero dell’ Economia di orientare maggiormente la
finanza locale verso forme di finanziamento tradizionali
come quelle offerte dalla Cassa Depositi e Prestiti e
dalla Bei, banche nelle quali il Tesoro partecipa al
capitale.
Difficile
dire se questo sia dipeso più dalle pressioni lobbistiche
sugli amministratori, da una insufficiente competenza
finanziaria e volontà di innovazione. Certo è che per i
finanziamenti con servizio del debito a carico dello Stato
per le grandi infrastrutture promosse dai comuni (es.
metropolitane) e da società pubbliche, ai fini delle gare
per aggiudicare i finanziamenti il Ministero
dell’Economia ha continuato ad imporre, in omaggio al
principio del “precedente”, schemi di contratto di
finanziamento fuori da logiche finanziarie e inadatte a
tutelare sia gli enti locali, sia l’interesse dello stato
di conseguire risparmi sul costo degli interessi. Ma a ben
vedere questo è poca cosa rispetto alla insufficienza
delle procedure di valutazione dei progetti di
investimento da parte del CIPE. Queste non prevedono il
ricorso sistematico all’analisi costi-benefici e quindi la
prioritizzazione della spesa pubblica per investimenti
sulla base di rigidi criteri economici semplicemente per
consentire le cosiddette “valutazioni politiche” sugli
investimenti da privilegiare. Queste considerazioni però
investono la classe politica ed è meglio a questo punto
fermarsi per non aprire un altro capitolo, quello
dell’etica politica.
8 maggio 2009
A margine della vicenda
personale di Silvio e Veronica avviati sulla strada del
divorzio
Giornalisti,
pennivendoli e lacché
di Editor
Da sempre il mondo
dell'informazione è popolato di giornalisti di grandi
capacità professionali, consapevole di ruolo delicato
della stampa e della televisione, dediti a sollecitare
riflessioni più che a dare indicazioni politiche o di
costume. Questi uomini dell'informazione la gente li
riconosce a volte anche solo da un titolo. E se non ne
condivide le idee li rispetta perché capisce che quella
prosa è espressione di idee liberamente costruite e
liberamente espresse.
Purtroppo il mondo
dell'informazione, nel quale comunque conta la pressione
dei poteri forti, economici e politici, conosce anche la
categoria dei pennivendoli, cioè quella congrega di
personaggi che mettono la loro penna al servizio del
potere, a volte in modo intelligente, altre volte con
scarso senso del pudore. Questo, poi, manca del tutto nei
lacché, categoria disprezzabile e, in effetti,
disprezzata. Si riconoscono subito, tentano di dimostrare
l'indimostrabile, plaudono al potente di turno, qualunque
cosa faccia o dica, traendone grandi vantaggi, posizioni
di prestigio nelle testate e nelle consulenze, ricche
prebende, successo editoriale qualunque cosa pubblichino,
senza preoccuparsi del fatto che spesso quei libri nessuno
li legge fino in fondo.
Non c'è bisogno di
fare esempi delle varie categorie perché la gente
riconosce al volo questi personaggi. Riconosce i grandi
giornalisti, individua senza difficoltà i pennivendoli e
i lacché e li disprezza anche quando li vede schierati
dalla propria parte, perché ognuno vorrebbe che i
difensori delle proprie idee avessero anche un tratto
culturale e morale elevato.
Per parlare della
prima categoria, cioè dei giornalisti che onorano la
professione, basta far riferimento a Ferruccio de Bortoli,
direttore del Corriere della Sera, che, con qualche
imbarazzo, che sarebbe difficile non giustificare, ha
fatto notare l'altra sera durante la trasmissione Porta
a Porta dedicata per gran parte alla vicenda privata
della famiglia Berlusconi, che di fronte al Presidente del
Consiglio che accusava la moglie di essere, quanto meno,
caduta nella trappola di chi avrebbe diffuso notizie false
su alcune sue amicizie femminili, faceva notare che la
trasmissione risultava squilibrata in assenza, non solo
della signora Veronica ma anche di qualcuno che si fosse
assunto il ruolo di suo difensore.
Non so che effetto
può aver fatto la cosa su un'opinione pubblica da tempo
anestetizzata rispetto ai certi valori di libertà e
rispetto delle regole del confronto, ma è certo che una
buona parte degli italiani avrà notato che quello spot
televisivo del Presidente del Consiglio non poteva essere
considerato informazione, approfondimento e, men che meno,
dibattito su un tema che comunque è di carattere personale
e che non avrebbe dovuto essere portato in quei termini
sugli schermi televisivi.
7 maggio 2009
Le vicende personali del
premier
Berlusconi: l'immagine e
il portafoglio
di Senator
Non c'è dubbio che
l'immagine del Presidente del Consiglio e leader del
Partito della libertà sia gravemente compromessa dalle
vicende della preannunciata richiesta di divorzio dalla
moglie Veronica. Non a caso Berlusconi si mostra
preoccupato, anche per l'affondo dei suoi avversari
politici, in primo luogo di Franceschini e dell'Italia dei
valori che mirano a colpire il Premier nella sua
popolarità.
Anche se non è
molto elegante e un po' maramaldesco il taglio con il
quale i suoi avversari approfittano della circostanza per
sgretolarne l'immagine, è certo che la situazione che
Berlusconi lamenta è conseguenza di un suo modo un po'
gradasso di concepire la sua persona in rapporto con gli
altri, sia in politica che nella vita. Un modo di fare che
inevitabilmente lo espone ad incidenti, come è spesso
accaduto in passato, anche per delle battute soprattutto
infelici, come quando disse di aver corteggiato una
signora capo di uno Stato straniero o qualificato Obama,
"giovane, bello e abbronzato".
Il desiderio, molto
umano di apparire sempre giovane anche al di là della sua
età, prestante, interessato al sesso debole, che con lui,
per la verità, ha acquisito importanti posizioni nel
governo e nel partito, può essere un po' patetico ma tutto
sommato è considerato dagli elettori un peccato di poco
conto.
Gli italiani, che
hanno avuto personalità al governo o in posizioni di
preminenza nel Paese molto interessate ad avventure
femminili, da Re Vittorio Emanuele II a Camillo di Cavour,
da Garibaldi a Mussolini, ma anche di Antonio Giolitti si
diceva che avesse avuto avventure a Roma, non si sono mai
preoccupati eccessivamente di queste vicende private,
purché quegli uomini facessero il bene del Paese o quello
che ritenevano fosse il bene del Paese.
Ma se il mormorio,
il si dice che, come la calunnia, è un venticello mortale,
diffonde, a torto o a ragione, fatti che all'opinione
pubblica e alla coscienza della gente non sono graditi
l'immagine del premier, baldanzoso e aitante, non basta
più.
Si comprende anche
perché Berlusconi sia preoccupato di questa vicenda. Un
conflitto con la moglie potrebbe, oltre a danneggiare la
sua immagine, incidere sul suo portafoglio, nel senso che
Veronica Lario, interessata come ogni madre alla tutela
economica dei figli, potrebbe fare emergere posizioni
economiche e finanziarie del marito ad esempio in via
fiduciaria occultate.
In un senso e
nell'altro Berlusconi dovrà pentirsi di una eccessiva
esuberanza che non si addice molto a chi è alla testa
delle istituzioni ed è quindi sotto la lente di
osservazione dell'opinione pubblica e soprattutto dei suoi
avversari politici. Condizione difficile, che esige una
immagine inattaccabile. Perché se è vero che al politico
capace si perdonano molte marachelle è anche vero che se
la persona, anzi la personalità, cade in disgrazia,
l'aggressione non ha più limiti.
Berlusconi avrebbe
dovuto ricordare una regola antica della politica,
presente nella storia. La regola che la Chiesa di Roma ha
sempre ricordato nel corso delle cerimonie di
incoronazione dei pontefici quando, durante il corteo, al
Papa veniva ricordato "Sancte Pater sic transit gloria
mundi", per dire che l'assunzione di responsabilità al
vertice della Chiesa costituisce pur sempre una gloria
terrena della quale proprio l'autorità religiosa è in
condizione di comprendere i limiti.
Ecco, quel che è
mancato spesso a Berlusconi è il senso del limite, comune
a molti uomini che hanno fatto la storia, soprattutto
quelli che sono caduti rovinosamente. Napoleone in testa,
e poi Hitler, Mussolini ed altri che non hanno saputo
dominare il senso di supremazia che scaturiva dai loro
successi e dalla stolta piaggeria di coloro dei quali
amavano circondarsi, lacché, non amico o collaboratori.
Uomini pericolosi, gli yes men dei quali, purtroppo, i
politici non sanno fare a meno.
A proposito di
Napoleone oggi è il 5 maggio.
5 maggio 2009
Freedom House
dubita dell'indipendenza
della stampa in Italia
di Editor
Nel rapporto 2009
di Freedom House (organizzazione non-profit e
indipendente, fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la
difesa della democrazia e la libertà nel mondo)
l’Italia viene retrocessa per la prima volta da
Paese "libero" (free) a "parzialmente libero" (partly free),
"unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla Turchia"
che, però, occidentale non è.
“Un declino che dimostra come anche democrazie
consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono
immuni da restrizioni alla libertà”. Su un
punteggio in scala a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene
32: è l’unico Paese occidentale con una pagella così
bassa. I migliori restano le nazioni del Nord
Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia,
Danimarca e Svezia. Secondo Karin Karlekar, la
ricercatrice che ha diretto lo studio, il
“problema principale dell’Italia”, è Berlusconi, poiché
“il suo ritorno nel 2008 ………… ha risvegliato i timori
sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e
privati sotto una sola guida”, sostiene.
“La libertà di parola è stata limitata da nuove
leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite
dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e a
causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei
media". Poco più di un terzo dei 195 Paesi
esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa:
sono classificati "free"' solo 70 Stati, il 36% del
campione. Sessantuno (il 31%) sono "parzialmente liberi"
e 64 (il 33%) sono "non liberi". Secondo l'indagine, solo
il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono
di una stampa libera.
La nota è
stata richiamata nel suo sito web da Antonio Borghesi,
www.antonioborghesi.it, professore ordinario di
economia e gestione delle imprese nella Facoltà di
Economia dell'Università di Verona, parlamentare dell'Italia
del Valori, responsabile nazionale Economia, vivace
polemista, presente nel confronto politico con una sua
quasi quotidiana news letter.
Sono
evidenti le motivazioni dell'analisi di Freedom House.
La concentrazione del potere nella carta stampata e nella
televisione in mano al Presidente del Consiglio ed alla
sua famiglia trascina la pubblicità e quindi determina una
concentrazione di risorse che favorisce ancora di più le
testate di riferimento. Non è un problema di indipendenza
dei giornalisti, ma un dato obiettivo che condiziona
l'esercizio dell'informazione, tra l'altro in presenza di
un leader politico che ha una estrema abilità nella
comunicazione e nella individuazione dei temi di interesse
per gli italiani. Lo dimostra l'impegno profuso in Abruzzo
e, da ultimo, il trasferimento del G8 da La Maddalena a
l'Aquila. Berlusconi come Mussolini si è costruita una
popolarità attraverso la capacità, che gli va
riconosciuta, di dialogare con gli italiani in modo
semplice ed immediato, attraverso l'immagine del politico
non-politico, uomo di successo, scansonato, dalla battuta
facile e dai discorsi rassicuranti, sempre circondato da
belle donne, un tipo che piace molto all'italiano medio,
che un po' lo invidia un po' vorrebbe imitarlo. I politici
che gli si oppongono debbono tenerne conto.
3 maggio 2009
A proposito del
"L'inferno di cristallo" e del terremoto d'Abruzzo
Un film visto più volte:
regole violate e materiali di scarto
di Salvatore Sfrecola
Va in onda in
questo momento su Rete 4, sono 17 e 30 del 1°
maggio, "L'inferno di cristallo", un classico del genere
catastrofico, un film che ha sfruttato al massimo di
effetti speciali del suo tempo, una narrazione drammatica
con un cast d'eccezione, da Paul Newman a William Holden a
Steve Mac Quinn.
L'incendio, questa
è la trama del film, scoppia in un grattacielo di
cristallo, il più alto del mondo, il giorno
dell'inaugurazione. La causa, la violazione di norme di
sicurezza con riguardo ai fili elettrici non adeguatamente
coibentati e
quindi soggetti a surriscaldarsi al punto da provocare un
incendio, si estende lungo i piani dell'immenso edificio.
Non solo. Mancano adeguate misure di sicurezza per
l'eventuale evacuazione, per cui accade di tutto in questa
che diviene una trappola per coloro che partecipano alla
cerimonia inaugurale del grattacielo e per quanti si
prodigano nei soccorsi, in primo luogo i Vigili del fuoco.
Sono certo che la
maggior parte dei nostri lettori ha visto questo film come
altri dello stesso genere, tutti spettacolari e molto
istruttivi. In ogni caso c'è stato qualche imprenditore
disonesto che ha lucrato sui materiali degli impianti
mettendo a repentaglio, nella situazione di emergenza, la
vita degli abitanti del palazzo.
È un film visto più
volte, come all'Aquila, dove qualcuno, almeno da quel che
si dice, ha aggirato le norme antisismiche usando
materiali e adottando tecniche non consentite. Qualche
altro, nelle istituzioni, ha dimenticato di effettuare
controlli o di prescrivere adeguamenti antisismici alle
costruzioni edificate in precedenza che era necessario
portare a norma.
È un film visto più
volte, ma che vorremmo vedere ancora soltanto al cinema o
in televisione, non nella realtà delle nostre città
e dei nostri paesi. Soprattutto non vorremo più vedere i
disonesti farla franca, non pagare per la loro disonestà
che mette a repentaglio vite umane.
1° maggio 2009
Dopo l'approvazione
della legge delega
L'incognita del
federalismo fiscale pesa sul futuro del Paese
di Senator
“L’avvento del
federalismo fiscale può essere un evento storico per il
Paese. Ma, al momento, bisogna essere sinceri, è
soprattutto un’incognita”. Il commento di Stefano Folli
ieri su Il Sole 24 Ore dà conto, senza mezzi
termini, dei dubbi che circondano la legge delega
approvata in via definitiva dal Senato. I dubbi di quanti
hanno votato per disciplina di partito e di coloro, come i
parlamentari dell’UDC, che si sono opposti fin
dall’inizio all’iniziativa governativa denunciandone i
tanti lati oscuri. Tutto, infatti, è rimesso ai decreti
legislativi di attuazione di una delega quanto mai
generica, in aperto contrasto con la Costituzione (art.
76) la quale prevede che "l'esercizio della funzione
legislativa non può essere delegato al Governo se non con
determinazione di principi e criteri direttivi".
Infatti, se non è dubbio
che, come è scritto nella relazione che ha accompagnato il
disegno di legge in Parlamento, “ il federalismo o è
fiscale o non è”, in quanto la mancanza di risorse rende
inutile la previsione delle attribuzioni importanti che la
Costituzione all’articolo 117, come riformato nel 2001, ha
assegnato alle regioni, facendone il legislatore generale,
cioè l’organo competente per tutto ciò che è
giuridicamente rilevante, è altrettanto evidente che la
nuova definizione del sistema tributario italiano,
articolato in tributi erariali e locali, avendo un unico
contribuente esige una messa a punto puntuale ed
equilibrata.
La legge che a giorni
uscirà sulla Gazzetta Ufficiale è, tuttavia, composta di
molte pagine bianche, considerata la genericità della
delega e dell’intero disegno riformatore, del quale non si
intravedono elementi concreti, idonei a far immaginare con
certezza fin d’ora quello che sarà lo scenario
amministrativo e fiscale delle regioni e degli enti
locali.
In particolare non
sappiamo quanto costerà l’operazione. È vero che, con
apposita norma, è stato previsto che non potrà aumentare
la spesa, ma essa sembra più una “grida” di manzoniana
memoria, una clausola di stile per tranquillizzare la
Ragioneria Generale dello Stato ed il Presidente della
Repubblica sul rispetto dell’articolo 81 quarto comma
della Costituzione, che una certezza a tutela
dell’equilibrio dei conti pubblici.
Da questo punto di vista
la storia dell’amministrazione italiana desta
preoccupazioni. Ricordo la nascita della dirigenza
pubblica, sbandierata come una riforma che avrebbe dovuto
ridurre il numero dei funzionari e che, invece, a conti
fatti, li ha moltiplicati. Ugualmente la nascita
dell’ordinamento regionale, che avrebbe dovuto
contestualmente asciugare l’organizzazione dello Stato,
addirittura chiudere alcuni ministeri, come i Lavori
Pubblici non ha portato a nulla di tutto questo. Le
amministrazioni regionali hanno duplicato nella maggior
parte dei casi le strutture statali, con un netto aumento
della spesa. È di qualche anno fa la denuncia che nella
regione Umbria vi era un dirigente ogni 25 impiegati. Non
è l’unico caso e neppure il più grave.
Va poi detto che
l’adozione del federalismo fiscale richiede significative
riforme costituzionali, soprattutto una diversa
configurazione dei rapporti fra Camera e Senato, con
abbandono del cosiddetto “bicameralismo perfetto” e
l’individuazione di una “Camera delle regioni” che
riequilibri in senso federale il sistema parlamentare.
Occorre ridefinire il ruolo del Presidente del Consiglio e
del Governo e stabilire con certezza i rapporti tra
governo centrale e governi regionali, tutte questioni che
vengono sovente all’attenzione della stampa e del
dibattito politico come enunciazioni generiche, mai con
proposte concrete, con schemi normativi che diano conto
dell’effettivo funzionamento dei meccanismi istituzionali
che si vogliono modificare.
Le idee ci sono ma non
si parte. E questo è prova della difficoltà che incontra
la riforma costituzionale per la quale si richiedono
regole idonee a far funzionare nel tempo la macchina
pubblica in Italia, senza intasare la Corte costituzionale
di conflitti, come accade oggi.
Adesso, "fuori i conti",
si sente ripetere da chi è ostile o anche soltanto tiepido
nei confronti della riforma federale. Ma è certo che il
problema dei conti cioè della realtà è fondamentale perché
soltanto alla prova dei fatti sapremo se le ipotesi
edulcorate dalla pressione della Lega saranno
effettivamente realizzabili.
L’idea di fondo del
federalismo fiscale è quella di responsabilizzare la
classe politica al governo delle realtà locali mediante
uno stretto collegamento fra misura ed efficienza dei
servizi e prelievo fiscale. Detto così sembrerebbe logico
e, soprattutto, semplice da costruire e da gestire. La
realtà è più complessa. Gli amministratori sono stati
abituati per troppo tempo a spendere senza preoccuparsi
troppo delle entrate perché tanto interveniva lo Stato il
quale, comunque, era il responsabile del fisco e quindi
l’oggetto degli strali dei contribuenti tartassati.
Fare i conti in tasca
propria non sarà facile, anche perché la favola delle
regioni del Nord che danno allo Stato più di quanto
ricevono non regge più. Lo ha spiegato più volte la
Ragioneria generale dello Stato, bilanci alla mano.
Passare dunque da una gestione disinvolta della spesa
pubblica, che tale rimane anche quando le risorse sono
impiegate al meglio, ad una stagione nella quale sarà
necessario chiedere alle comunità locali risorse
aggiuntive per mantenere il livello dei servizi o per
implementarli, in attesa di una verifica dei contribuenti,
costituisce un cambio di mentalità che la classe politica
al governo delle regioni e degli altri enti locali non
riuscirà facilmente ad attuare.
1° maggio 2009