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UnSognoItaliano.it

 

 

MAGGIO 2009
 

L’etica professionale

per i banchieri e per i pubblici amministratori

di Marco Tullio

 

     Le recenti notizie circa le indagini della magistratura sulle mega operazioni finanziarie del Comune di Milano riportano all’ attenzione dell’ opinione pubblica il problema dell’ etica professionale dei banchieri, una categoria particolarmente bersagliata dai media ed additata all’ opinione pubblica come avida e senza scrupoli, in gran parte responsabile della crisi finanziaria che stiamo vivendo.

     La ricerca di un capro espiatorio, l’“untore” di manzoniana memoria, è sempre stata una reazione   classica della natura umana ogni volta che si verificano eventi negativi che abbiano ripercussioni su una moltitudine di soggetti. Nel caso della crisi finanziaria le banche sono divenute il bersaglio facile da individuare, poco importa se il credito “facile” ha giovato ai più, individui ed imprese. Ora che i riflettori si sono accesi sul rapporto tra banchieri e amministratori degli enti locali è facile per i media e la pubblica opinione schierarsi con gli amministratori nell’abituale diatriba tra le fazioni di “innocentisti e colpevolisti”. Ma, nel caso specifico dell’indebitamento degli enti locali, sono i banchieri gli unici colpevoli e gli amministratori pubblici solo povere mammolette ingannate dall’ avidità dei primi? Ai fini di una valutazione oggettiva e senza entrare nel merito di quanto è successo a Milano che è compito della magistratura accertare, vale la pena di fare alcune considerazioni generali per capire cosa è successo negli ultimi anni nella finanza locale.

     E’ innegabile che per le banche specializzate italiane ed estere gli enti  pubblici territoriali come comuni, province e anche le regioni siano divenute negli ultimi anni una clientela importante grazie a varie modifiche normative che hanno consentito a tali enti di finanziarsi sul mercato in misura crescente. Funzionari e dirigenti delle banche hanno dunque cominciato a percorrere l’Italia per visitare i nuovi clienti, vendendo agli assessori ed ai dirigenti di questi enti finanziamenti e servizi di consulenza finanziaria, spesso orientata a piazzare prodotti costosi, poco trasparenti ed anche rischiosi come si sono poi rivelati. Del resto il tradizionale indebitamento presso la Cassa Depositi e Prestiti (a costi uguali per tutti e senza valutazione del merito di credito) non bastava più e il ricorso al credito bancario ed ai mercati finanziari rappresentava il logico sviluppo.

     Così le banche hanno fatto ricorso a tecniche di marketing sofisticate, organizzato convegni internazionali sulla finanza pubblica con invito (spesso gratuito) ad assessori e dirigenti degli enti locali, road show a Londra e New York per presentare i nuovi clienti in vista di un collocamento obbligazionario, tutte iniziative divenute una irresistibile attrattiva per gli amministratori pubblici abituati alla noiosa trafila presso la Cassa Depositi e Prestiti. Anche l’alternativa di un finanziamento della Banca europea per gli investimenti non era per molti amministratori una opzione sufficientemente interessante per le “pretese” della Bei di valutare il progetto di investimento dell’ ente (oltre al merito di credito) e con l’obbligo contrattuale di rendicontazione ex post: perché, si domandavano alcuni, sopportare questi “oneri di gestione” del finanziamento anche se i corrispondenti tassi di interesse della Bei sono in assoluto i più competitivi sul mercato? 

     Queste brevi considerazioni portano a concludere che, se l’etica professionale di alcuni banchieri - che hanno probabilmente approfittato delle “debolezze” degli amministratori pubblici e della loro scarsa competenza finanziaria - è fortemente scaduta, anche gli amministratori pubblici non sono esenti da critiche ancor più pesanti, avendo spesso scientemente preferito prodotti finanziari più onerosi o non pienamente compresi, perché tentati dalle lusinghe dei “fringe benefits” descritti. Esemplare poi il caso di una regione meridionale indebitatasi acquisendo una serie di prodotti finanziari collocati dal funzionario di una banca imparentato (in primo grado) col governatore della regione stessa. Difficile condannare quindi i banchieri per mancanza di etica professionale nel vendere i loro prodotti finanziari senza censurare prima gli amministratori i comportamenti dei quali hanno infranto non solo codici etici ma anche, in qualche caso, il codice penale.

     Se queste considerazioni valgono per gli amministratori locali, qualche riflessione dovrebbe anche indirizzarsi agli amministratori pubblici a livello centrale. Ci si potrebbe domandare per esempio come mai nel frattempo non sia intervenuto il Ministero dell’ Economia per bloccare la finanza “facile” degli enti locali. In verità alcune denunce sono state fatte dai Ministri Padoa Schioppa e Tremonti che hanno esercitato non solo un’azione di “moral suation” ma anche disegnato norme, inserite poi nelle leggi finanziarie, per limitare il ricorso all’utilizzo di finanza derivata da parte degli enti locali. Col senno di poi si può dire che bisognava fare di più ma occorre tener conto del clima di “devolution” prevalente negli ultimi anni e anche di una certa attività lobbistica delle banche che ha di fatto impedito al Ministero dell’ Economia di orientare maggiormente la finanza locale verso forme di finanziamento tradizionali come quelle offerte dalla Cassa Depositi e Prestiti e dalla Bei, banche nelle quali il Tesoro partecipa al capitale.

     Difficile dire se questo sia dipeso più dalle pressioni lobbistiche sugli amministratori, da una insufficiente competenza finanziaria e volontà di innovazione. Certo è che per i finanziamenti con servizio del debito a carico dello Stato per le grandi infrastrutture promosse dai comuni (es. metropolitane) e da società pubbliche, ai fini delle gare per aggiudicare i  finanziamenti il Ministero dell’Economia ha continuato ad imporre, in omaggio al principio del “precedente”, schemi di contratto di finanziamento fuori da logiche finanziarie e inadatte a tutelare sia gli enti locali, sia l’interesse dello stato di conseguire risparmi sul costo degli interessi. Ma a ben vedere questo è poca cosa  rispetto alla insufficienza delle procedure di valutazione dei progetti di investimento da parte del CIPE. Queste non prevedono il ricorso sistematico all’analisi costi-benefici e quindi la prioritizzazione della spesa pubblica per investimenti sulla base di rigidi criteri economici semplicemente per consentire le cosiddette “valutazioni politiche” sugli investimenti da privilegiare. Queste considerazioni però investono la classe politica ed è meglio a questo punto fermarsi per non aprire un altro capitolo, quello dell’etica politica.

8 maggio 2009

 

A margine della vicenda personale di Silvio e Veronica avviati sulla strada del divorzio

Giornalisti, pennivendoli e lacché

di Editor

 

     Da sempre il mondo dell'informazione è popolato di giornalisti di grandi capacità professionali, consapevole di ruolo delicato della stampa e della televisione, dediti a sollecitare riflessioni più che a dare indicazioni politiche o di costume. Questi uomini dell'informazione la gente li riconosce a volte anche solo da un titolo. E se non ne condivide le idee li rispetta perché capisce che quella prosa è espressione di idee liberamente costruite e liberamente espresse.

     Purtroppo il mondo dell'informazione, nel quale comunque conta la pressione dei poteri forti, economici e politici, conosce anche la categoria dei pennivendoli, cioè quella congrega di personaggi che mettono la loro penna al servizio del potere, a volte in modo intelligente, altre volte con scarso senso del pudore. Questo, poi, manca del tutto nei lacché, categoria disprezzabile e, in effetti, disprezzata.  Si riconoscono subito, tentano di dimostrare l'indimostrabile, plaudono al potente di turno, qualunque cosa faccia o dica, traendone grandi vantaggi, posizioni di prestigio nelle testate e nelle consulenze, ricche prebende, successo editoriale qualunque cosa pubblichino, senza preoccuparsi del fatto che spesso quei libri nessuno li legge fino in fondo.

     Non c'è bisogno di fare esempi delle varie categorie perché la gente riconosce al volo questi personaggi. Riconosce i grandi giornalisti, individua senza difficoltà i pennivendoli  e i lacché e li disprezza anche quando li vede schierati dalla propria parte, perché ognuno vorrebbe che i difensori delle proprie idee avessero anche un tratto culturale e morale elevato.

     Per parlare della prima categoria, cioè dei giornalisti che onorano la professione, basta far riferimento a Ferruccio de Bortoli, direttore del Corriere della Sera, che, con qualche imbarazzo, che sarebbe difficile non giustificare, ha fatto notare l'altra sera durante la trasmissione Porta a Porta dedicata per gran parte alla vicenda privata della famiglia Berlusconi, che di fronte al Presidente del Consiglio che accusava la moglie di essere, quanto meno, caduta nella trappola di chi avrebbe diffuso notizie false su alcune sue amicizie femminili, faceva notare che la trasmissione risultava squilibrata in assenza, non solo della signora Veronica ma anche di qualcuno che si fosse assunto il ruolo di suo difensore.

     Non so che effetto può aver fatto la cosa su un'opinione pubblica da tempo anestetizzata rispetto ai certi valori di libertà e rispetto delle regole del confronto, ma è certo che una buona parte degli italiani avrà notato che quello spot televisivo del Presidente del Consiglio non poteva essere considerato informazione, approfondimento e, men che meno, dibattito su un tema che comunque è di carattere personale e che non avrebbe dovuto essere portato in quei termini sugli schermi televisivi.

7 maggio 2009

 

Le vicende personali del premier

Berlusconi: l'immagine e il portafoglio

di Senator

 

     Non c'è dubbio che l'immagine del Presidente del Consiglio e leader del Partito della libertà sia gravemente compromessa dalle vicende della preannunciata richiesta di divorzio dalla moglie Veronica. Non a caso Berlusconi si mostra preoccupato, anche per l'affondo dei suoi avversari politici, in primo luogo di Franceschini e dell'Italia dei valori che mirano a colpire il Premier nella sua popolarità.

     Anche se non è molto elegante e un po' maramaldesco il taglio con il quale i suoi avversari approfittano della circostanza per sgretolarne l'immagine, è certo che la situazione che Berlusconi lamenta è conseguenza di un suo modo un po' gradasso di concepire la sua persona in rapporto con gli altri, sia in politica che nella vita. Un modo di fare che inevitabilmente lo espone ad incidenti, come è spesso accaduto in passato, anche per delle battute soprattutto infelici, come quando disse di aver corteggiato una signora capo di uno Stato straniero o qualificato Obama, "giovane, bello e abbronzato".

     Il desiderio, molto umano di apparire sempre giovane anche al di là della sua età, prestante, interessato al sesso debole, che con lui, per la verità, ha acquisito importanti posizioni nel governo e nel partito, può essere un po' patetico ma tutto sommato è considerato dagli elettori un peccato di poco conto.

     Gli italiani, che hanno avuto personalità al governo o in posizioni di preminenza nel Paese molto interessate ad avventure femminili, da Re Vittorio Emanuele II a Camillo di Cavour, da Garibaldi a Mussolini, ma anche di Antonio Giolitti si diceva che avesse avuto avventure a Roma, non si sono mai preoccupati eccessivamente di queste vicende private, purché quegli uomini facessero il bene del Paese o quello che ritenevano fosse il bene del Paese.

     Ma se il mormorio, il si dice che, come la calunnia, è un venticello mortale, diffonde, a torto o a ragione, fatti che all'opinione pubblica e alla coscienza della gente non sono graditi l'immagine del premier, baldanzoso e aitante, non basta più.

     Si comprende anche perché Berlusconi sia preoccupato di questa vicenda. Un conflitto con la moglie potrebbe, oltre a danneggiare la sua immagine, incidere sul suo portafoglio, nel senso che Veronica Lario, interessata come ogni madre alla tutela economica dei figli, potrebbe fare emergere posizioni economiche e finanziarie del marito ad esempio in via fiduciaria occultate.

     In un senso e nell'altro Berlusconi dovrà pentirsi di una eccessiva esuberanza che non si addice molto a chi è alla testa delle istituzioni ed è quindi sotto la lente di osservazione dell'opinione pubblica e soprattutto dei suoi avversari politici. Condizione difficile, che esige una immagine inattaccabile. Perché se è vero che al politico capace si perdonano molte marachelle è anche vero che se la persona, anzi la personalità, cade in disgrazia, l'aggressione non ha più limiti.

     Berlusconi avrebbe dovuto ricordare una regola antica della politica, presente nella storia. La regola che la Chiesa di Roma ha sempre ricordato nel corso delle cerimonie di incoronazione dei pontefici quando, durante il corteo, al Papa veniva ricordato "Sancte Pater sic transit gloria mundi", per dire che l'assunzione di responsabilità al vertice della Chiesa costituisce pur sempre una gloria terrena della quale proprio l'autorità religiosa è in condizione di comprendere i limiti.

     Ecco, quel che è mancato spesso a Berlusconi è il senso del limite, comune a molti uomini che hanno fatto la storia, soprattutto quelli che sono caduti rovinosamente. Napoleone in testa, e poi Hitler, Mussolini ed altri che non hanno saputo dominare il senso di supremazia che scaturiva dai loro successi e dalla stolta piaggeria di coloro dei quali amavano circondarsi, lacché, non amico o collaboratori. Uomini pericolosi, gli yes men dei quali, purtroppo, i politici non sanno fare a meno.

     A proposito di Napoleone oggi è il 5 maggio.

5 maggio 2009

 

Freedom House

dubita dell'indipendenza della stampa in Italia

di Editor

 

     Nel rapporto 2009 di Freedom House (organizzazione non-profit e indipendente, fondata negli Stati Uniti nel 1941 per la difesa della democrazia e la libertà nel mondo) l’Italia viene retrocessa per la prima volta da Paese "libero" (free) a "parzialmente libero" (partly free), "unico caso nell'Europa Occidentale insieme alla Turchia" che, però, occidentale non è.

     “Un declino che dimostra come anche democrazie consolidate e con media tradizionalmente aperti non sono immuni da restrizioni alla libertà”. Su un punteggio in scala a 100 (i meno liberi), l’Italia ottiene 32: è l’unico Paese occidentale con una pagella così bassa. I migliori restano le nazioni del Nord Europa e scandinave: Islanda, Finlandia, Norvegia, Danimarca e Svezia. Secondo Karin Karlekar, la ricercatrice che ha diretto lo studio, il “problema principale dell’Italia”, è Berlusconi, poiché “il suo ritorno nel 2008 ………… ha risvegliato i timori sulla concentrazione di mezzi di comunicazione pubblici e privati sotto una sola guida”, sostiene.

     “La libertà di parola è stata limitata da nuove leggi, dai tribunali, dalle crescenti intimidazioni subite dai giornalisti da parte della criminalità organizzata e a causa dell'eccessiva concentrazione della proprietà dei media". Poco più di un terzo dei 195 Paesi esaminati garantiscono attualmente la libertà di stampa: sono classificati "free"' solo 70 Stati, il 36% del campione. Sessantuno (il 31%) sono "parzialmente liberi" e 64 (il 33%) sono "non liberi". Secondo l'indagine, solo il 17% della popolazione mondiale vive in Paesi che godono di una stampa libera.

     La nota è stata richiamata nel suo sito web da Antonio Borghesi, www.antonioborghesi.it, professore ordinario di economia e gestione delle imprese nella Facoltà di Economia dell'Università di Verona, parlamentare dell'Italia del Valori, responsabile nazionale Economia, vivace polemista, presente nel confronto politico con una sua quasi quotidiana news letter.

     Sono evidenti le motivazioni dell'analisi di Freedom House. La concentrazione del potere nella carta stampata e nella televisione in mano al Presidente del Consiglio ed alla sua famiglia trascina la pubblicità e quindi determina una concentrazione di risorse che favorisce ancora di più le testate di riferimento. Non è un problema di indipendenza dei giornalisti, ma un dato obiettivo che condiziona l'esercizio dell'informazione, tra l'altro in presenza di un leader politico che ha una estrema abilità nella comunicazione e nella individuazione dei temi di interesse per gli italiani. Lo dimostra l'impegno profuso in Abruzzo e, da ultimo, il trasferimento del G8 da La Maddalena a l'Aquila. Berlusconi come Mussolini si è costruita una popolarità attraverso la capacità, che gli va riconosciuta, di dialogare con gli italiani in modo semplice ed immediato, attraverso l'immagine del politico non-politico, uomo di successo, scansonato, dalla battuta facile e dai discorsi rassicuranti, sempre circondato da belle donne, un tipo che piace molto all'italiano medio, che un po' lo invidia un po' vorrebbe imitarlo. I politici che gli si oppongono debbono tenerne conto.

3 maggio 2009

 

A proposito del "L'inferno di cristallo" e del terremoto d'Abruzzo

Un film visto più volte: regole violate e materiali di scarto

di Salvatore Sfrecola

 

     Va in onda in questo momento su Rete 4, sono 17 e 30 del 1° maggio, "L'inferno di cristallo", un classico del genere catastrofico, un film che ha sfruttato al massimo di effetti speciali del suo tempo, una narrazione drammatica con un cast d'eccezione, da Paul Newman a William Holden a Steve Mac Quinn.

      L'incendio, questa è la trama del film, scoppia in un grattacielo di cristallo, il più alto del mondo, il giorno dell'inaugurazione. La causa, la violazione di norme di sicurezza con riguardo ai fili elettrici non adeguatamente coibentati e quindi soggetti a surriscaldarsi al punto da provocare un incendio, si estende lungo i piani dell'immenso edificio. Non solo. Mancano adeguate misure di sicurezza per l'eventuale evacuazione, per cui accade di tutto in questa che diviene una trappola per coloro che partecipano alla cerimonia inaugurale del grattacielo e per quanti si prodigano nei soccorsi, in primo luogo i Vigili del fuoco.

     Sono certo che la maggior parte dei nostri lettori ha visto questo film come altri dello stesso genere, tutti spettacolari e molto istruttivi. In ogni caso c'è stato qualche imprenditore disonesto che ha lucrato sui materiali degli impianti mettendo a repentaglio, nella situazione di emergenza, la vita degli abitanti del palazzo.

     È un film visto più volte, come all'Aquila, dove qualcuno, almeno da quel che si dice, ha aggirato le norme antisismiche usando materiali e adottando tecniche non consentite. Qualche altro, nelle istituzioni, ha dimenticato di effettuare controlli o di prescrivere adeguamenti antisismici alle costruzioni edificate in precedenza che era necessario portare a norma.

     È un film visto più volte, ma che vorremmo vedere ancora soltanto al cinema o in televisione, non nella realtà delle nostre città e dei nostri paesi. Soprattutto non vorremo più vedere i disonesti farla franca, non pagare per la loro disonestà che mette a repentaglio vite umane.

1° maggio 2009

 

Dopo l'approvazione della legge delega

L'incognita del federalismo fiscale pesa sul futuro del Paese

di Senator

 

“L’avvento del federalismo fiscale può essere un evento storico per il Paese. Ma, al momento, bisogna essere sinceri, è soprattutto un’incognita”. Il commento di Stefano Folli ieri su Il Sole 24 Ore dà conto, senza mezzi termini, dei dubbi che circondano la legge delega approvata in via definitiva dal Senato. I dubbi di quanti hanno votato per disciplina di partito e di coloro, come i parlamentari dell’UDC, che si sono opposti fin dall’inizio all’iniziativa governativa denunciandone i tanti lati oscuri. Tutto, infatti, è rimesso ai decreti legislativi di attuazione di una delega quanto mai generica, in aperto contrasto con la Costituzione (art. 76) la quale prevede che "l'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi".

Infatti, se non è dubbio che, come è scritto nella relazione che ha accompagnato il disegno di legge in Parlamento, “ il federalismo o è fiscale o non è”, in quanto la mancanza di risorse rende inutile la previsione delle attribuzioni importanti che la Costituzione all’articolo 117, come riformato nel 2001, ha assegnato alle regioni, facendone il legislatore generale, cioè l’organo competente per tutto ciò che è giuridicamente rilevante, è altrettanto evidente che la nuova definizione del sistema tributario italiano, articolato in tributi erariali e locali, avendo un unico contribuente esige una messa a punto puntuale ed equilibrata.

 La legge che a giorni uscirà sulla Gazzetta Ufficiale è, tuttavia, composta di molte pagine bianche, considerata la genericità della delega e dell’intero disegno riformatore, del quale non si intravedono elementi concreti, idonei a far immaginare con certezza fin d’ora quello che sarà lo scenario amministrativo e fiscale delle regioni e degli enti locali.

In particolare non sappiamo quanto costerà l’operazione. È vero che, con apposita norma, è stato previsto che non potrà aumentare la spesa, ma essa sembra più una “grida” di manzoniana memoria, una clausola di stile per tranquillizzare la Ragioneria Generale dello Stato ed il Presidente della Repubblica sul rispetto dell’articolo 81 quarto comma della Costituzione, che una certezza a tutela dell’equilibrio dei conti pubblici.

Da questo punto di vista la storia dell’amministrazione italiana desta preoccupazioni. Ricordo la nascita della dirigenza pubblica, sbandierata come una riforma che avrebbe dovuto ridurre il numero dei funzionari e che, invece, a conti fatti, li ha moltiplicati. Ugualmente la nascita dell’ordinamento regionale, che avrebbe dovuto contestualmente asciugare l’organizzazione dello Stato, addirittura chiudere alcuni ministeri, come i Lavori Pubblici non ha portato a nulla di tutto questo. Le amministrazioni regionali hanno duplicato nella maggior parte dei casi le strutture statali, con un netto aumento della spesa. È di qualche anno fa la denuncia che nella regione Umbria vi era un dirigente ogni 25 impiegati. Non è l’unico caso e neppure il più grave.

Va poi detto che l’adozione del federalismo fiscale richiede significative riforme costituzionali, soprattutto una diversa configurazione dei rapporti fra Camera e Senato, con abbandono del cosiddetto “bicameralismo perfetto” e l’individuazione di una “Camera delle regioni” che riequilibri in senso federale il sistema parlamentare. Occorre ridefinire il ruolo del Presidente del Consiglio e del Governo e stabilire con certezza i rapporti tra governo centrale e governi regionali, tutte questioni che vengono sovente all’attenzione della stampa e del dibattito politico come enunciazioni generiche, mai con proposte concrete, con schemi normativi che diano conto dell’effettivo funzionamento dei meccanismi istituzionali che si vogliono modificare.

Le idee ci sono ma non si parte. E questo è prova della difficoltà che incontra la riforma costituzionale per la quale si richiedono regole idonee a far funzionare nel tempo la macchina pubblica in Italia, senza intasare la Corte costituzionale di conflitti, come accade oggi.

Adesso, "fuori i conti", si sente ripetere da chi è ostile o anche soltanto tiepido nei confronti della riforma federale. Ma è certo che il problema dei conti cioè della realtà è fondamentale perché soltanto alla prova dei fatti sapremo se le ipotesi edulcorate dalla pressione della Lega saranno effettivamente realizzabili.

L’idea di fondo del federalismo fiscale è quella di responsabilizzare la classe politica al governo delle realtà locali mediante uno stretto collegamento fra misura ed efficienza dei servizi e prelievo fiscale. Detto così sembrerebbe logico e, soprattutto, semplice da costruire e da gestire. La realtà è più complessa. Gli amministratori sono stati abituati per troppo tempo a spendere senza preoccuparsi troppo delle entrate perché tanto interveniva lo Stato il quale, comunque, era il responsabile del fisco e quindi l’oggetto degli strali dei contribuenti tartassati.

Fare i conti in tasca propria non sarà facile, anche perché la favola delle regioni del Nord che danno allo Stato più di quanto ricevono non regge più. Lo ha spiegato più volte la Ragioneria generale dello Stato, bilanci alla mano. Passare dunque da una gestione disinvolta della spesa pubblica, che tale rimane anche quando le risorse sono impiegate al meglio, ad una stagione nella quale sarà necessario chiedere alle comunità locali risorse aggiuntive per mantenere il livello dei servizi o per implementarli, in attesa di una verifica dei contribuenti, costituisce un cambio di mentalità che la classe politica al governo delle regioni e degli altri enti locali non riuscirà facilmente ad attuare.

1° maggio 2009

 

 

 

 

 

 

 


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